NOTE AL CAPITOLO III.
Riferisco, in nota a questo capitolo, la Canzone inedita del Padre Francesco Donati, e gli articoli del giornaleIl Passatemposu laDiceriadel Gargani e laGiunta alla derratadegliAmici pedanti.
A Enrico Pazziquando scolpiva il busto di G. Parini.Perchè di speme il coreRifiorisca e s’accenda al bel desioDi gloria, e l’ozio, che le menti ha dome,Cessar non dolga, forse alto valoreT’infonde amico fato, o Pazzi mio?Dei grandi, onde vivrà l’italo nomeInvidïato sempre, irriso mai,Le divine sembianzeEcco a morte ritoglieTua gentil opra. Arrida il ciel pietosoAl laudabil pensier, che in te s’accoglie:E surga schiva di corrotte usanzeE codardo riposoE oblique voglie omai la gioventudeSè temprando degli avi alla virtude.Emula brama spinseDa basso loco a glorïosa metaL’Ateniese garzon che a SalaminaDi barbarico sangue il mar dipinse;E sovente, cred’io, per la segretaOmbra notturna la Maestà latinaCirca alle sante immagini dei padriBiancovestita ai figliDi Quirino disceseAd infiammar le giovinette menti;Onde poi sì robusta ala distese,Fatto maggiore da i maggior perigli,Fra i marziali cimenti,La vittoria seguendo in ogni lidoL’augel che pose in Campidoglio il nido.E mentre a voi non pesaNel dedaleo lavor vita novella,Alme sdegnose, disperar non liceDi nostra patria anco giacente e offesaDa molto sonno ed avvilita ancella:Poichè spenta non è la fiamma altriceDel valor primo, e la potente VestaDall’ausonie contradeEsular non sostenneQuando l’instabil dea sul PalatinoRendeva al tergo le fugaci penne.Ma voi, d’ira succenso e di pietadeIl sembiante divino,I cor pungete e le menti cadute,E da vergogna ne verrà salute.Così dal ciel reddiaFatta secura la virtù pudicaAgli stuprati lari ove al tuo verso,Al sì lodato verso alta ironiaAffidasti, o Parini. A te nimicaVolgea l’improba sorte, ed il perversoSecol crudele a laute mense accoltoA te, pietoso figlio,Scarso pane niegavaDi che sfamar la tua madre dolente!Empio! ma te non vide in fra la pravaTurba l’altero capo e ’l franco ciglioPiegar servilemente;E privo di rimorsi all’atre porteLibero e nudo t’accogliea la morte.Ma non senza la doglia,Che induce al core la tradita speme;Ahi più d’ogni altra fieramente insana:Quando alla patria tua presso alla sogliaDi libertà gli scherni e le cateneUna gente doppiò superba e vana:Qual buon nocchiero in fortunoso mareNon s’abbandoni lassoA paura e sconfortoE della sua virtù non si ricreda.Campa la rea procella e giugne a porto;Così venisti confidente al passo,Onde non è chi rieda,Certo che ancor, se miseri e prostrati,Splendidi foran della patria i fati.Ma Italia anco si duoleE si dorrà, chè non è lieve il danno,O santo Petto, della tua partita;E a noi di tanta madre oscura proleE di povero cor nel grave affannoPur te, pur te, che sì l’onori, addita:Lacrimosa si va cercando intornoCol guardo inconsolatoE le marine e il seno;Ma la costanza tua, ma la tua fedeE la bella innocenza e il desir pienoDi libertà, di gloria, indegno fato!La misera non vede:Non vede quell’amor che d’ira imprenta,Nè cor che all’ira ed all’amor consenta.Omai la sacra piantaDi virtù più non cresce, e fatta inerteNel terren più ferace e sotto il cielo,Che di superbo sole i giorni ammanta,E fra le mani a tanto culto esperteFiori e frutti non mena; orrido geloL’umor vitale ne imprigiona e lega.Chè a guadagno servileE core, e mente, ed opreVolge la gente, sì che in altra parteIntendimento alcun non si discopre.Cieco desio fa legge, e tiensi a vileIl sacro ingegno e l’arte:Perchè Italia ne geme, e piange, e grida,Veggendo in ogni figlio un parricida.O patria mia, se voltaNon venga a sera tua fatal giornataPria che ricinga il venerabil crine,Che di mille corone ancor s’affolta,Quella perchè temuta e invidïataAndar ti fero le virtù latine,A questo vivo marmo or ti conforta.Qui qui verranno a schieraI tuoi figlioli, o madre,E quinci spira peregrino affettoE altissimo pensier d’opre leggiadre:Nè fia chi pur sogguati alla severaFronte e nel conscio pettoRomper non senta la profonda calma,Nè surga al fiero tempestar dell’alma.Spera: vanir non puoteLa tua speranza mai se pria discioltoL’universo non torni al nulla antico:E lento pur dalle superne ruoteNei luminosi campi il sol fia volto,Come aggrada alla sorte, un raggio amico,Che ti vesta di luce, Italia, aspettaDalla ragion dei tempi.Poichè l’ordine eterno,Che agli esseri dà vita e moto e posa,Fòra distrutto, se qui ver discerno,Ov’eterne ruine, eterni scempiE ogni diversa cosaPiù che morte non è premesse al fondoChi niuno ebbe maggior, pari o secondo.E tu dall’alte sedi,Laddove gli immortali han fida stanza,Se il futuro le soglie a voi non niega,Spirto gentil, fruttificar già vediQuesta da lungo dì culta speranza,Ed oh! pel forte amor che a noi ti legaQual fia nostra grandezza? un’altra fiataL’italo Marte domaVedrà la terra? o fòraDel selvoso Appennino il mar copertoOve il giorno s’accende, ove scolora?Di sapïenza fia l’eterna RomaNovello tempio aperto?O seguirem nell’arti eccelse ed almeCogliendo sempre orgoglïose palme?O più nobil arena,Se l’orme ricalcar non è fatale,Il ciel n’appresta? A te forse all’amplessoAccolto già della sottil Camena,Allor che t’inspirò canto immortale,Tanta mole di gloria era concessoNell’abisso veder della sua luce.Oh! quel divin sorrisoDi natura t’aperseLiberi doni e affetti, e le beateGioje schiuse d’amor, poichè t’offerseSpettacol grato col giocondo visoLa celeste beltate:E al fiammeggiar di due luci amoroseRider vedesti le create cose.Ove d’amor non fiedeL’alta virtù, quinci la vita fuggeE morte incombe e, se d’amor digiuna,Come putrido stagno immota siedeL’alma nel petto e suo vigor distruggeMiseramente in infima lacuna.Amasti, o saggio, e l’amor tuo deriseSciocco vulgo maligno,Chè i primi casi in locoT’ebber condotto ov’egli colpa estimaIn sen nutrire l’amoroso foco:Ma tu le candid’ale, italo cigno,Spiegasti all’ardua cima,Ove l’occhio non giugne nonchè ’l vanoE procace clamor di vulgo insano.Amor, speme e disdegno,O ben creato spirto, anco ti piacciaVersarne in cor dagli effigiati marmi,Sicchè rivolte sien l’opre e l’ingegnoOve segnasti luminosa tracciaCol dolce suon d’armonïosi carmiE la vita operosa e intemerata.E tu, Pazzi, che saiCoi divini portentiDell’arte tua gentil sovra il sentieroDi gloria richiamar l’itale genti,Segui l’opre mirande, e sì vedraiSul gemino emisferoOve bella virtù si onora ed amaCarca del nome tuo volar la fama.
A Enrico Pazziquando scolpiva il busto di G. Parini.
A Enrico Pazzi
quando scolpiva il busto di G. Parini.
Perchè di speme il coreRifiorisca e s’accenda al bel desioDi gloria, e l’ozio, che le menti ha dome,Cessar non dolga, forse alto valoreT’infonde amico fato, o Pazzi mio?Dei grandi, onde vivrà l’italo nomeInvidïato sempre, irriso mai,Le divine sembianzeEcco a morte ritoglieTua gentil opra. Arrida il ciel pietosoAl laudabil pensier, che in te s’accoglie:E surga schiva di corrotte usanzeE codardo riposoE oblique voglie omai la gioventudeSè temprando degli avi alla virtude.Emula brama spinseDa basso loco a glorïosa metaL’Ateniese garzon che a SalaminaDi barbarico sangue il mar dipinse;E sovente, cred’io, per la segretaOmbra notturna la Maestà latinaCirca alle sante immagini dei padriBiancovestita ai figliDi Quirino disceseAd infiammar le giovinette menti;Onde poi sì robusta ala distese,Fatto maggiore da i maggior perigli,Fra i marziali cimenti,La vittoria seguendo in ogni lidoL’augel che pose in Campidoglio il nido.E mentre a voi non pesaNel dedaleo lavor vita novella,Alme sdegnose, disperar non liceDi nostra patria anco giacente e offesaDa molto sonno ed avvilita ancella:Poichè spenta non è la fiamma altriceDel valor primo, e la potente VestaDall’ausonie contradeEsular non sostenneQuando l’instabil dea sul PalatinoRendeva al tergo le fugaci penne.Ma voi, d’ira succenso e di pietadeIl sembiante divino,I cor pungete e le menti cadute,E da vergogna ne verrà salute.Così dal ciel reddiaFatta secura la virtù pudicaAgli stuprati lari ove al tuo verso,Al sì lodato verso alta ironiaAffidasti, o Parini. A te nimicaVolgea l’improba sorte, ed il perversoSecol crudele a laute mense accoltoA te, pietoso figlio,Scarso pane niegavaDi che sfamar la tua madre dolente!Empio! ma te non vide in fra la pravaTurba l’altero capo e ’l franco ciglioPiegar servilemente;E privo di rimorsi all’atre porteLibero e nudo t’accogliea la morte.Ma non senza la doglia,Che induce al core la tradita speme;Ahi più d’ogni altra fieramente insana:Quando alla patria tua presso alla sogliaDi libertà gli scherni e le cateneUna gente doppiò superba e vana:Qual buon nocchiero in fortunoso mareNon s’abbandoni lassoA paura e sconfortoE della sua virtù non si ricreda.Campa la rea procella e giugne a porto;Così venisti confidente al passo,Onde non è chi rieda,Certo che ancor, se miseri e prostrati,Splendidi foran della patria i fati.Ma Italia anco si duoleE si dorrà, chè non è lieve il danno,O santo Petto, della tua partita;E a noi di tanta madre oscura proleE di povero cor nel grave affannoPur te, pur te, che sì l’onori, addita:Lacrimosa si va cercando intornoCol guardo inconsolatoE le marine e il seno;Ma la costanza tua, ma la tua fedeE la bella innocenza e il desir pienoDi libertà, di gloria, indegno fato!La misera non vede:Non vede quell’amor che d’ira imprenta,Nè cor che all’ira ed all’amor consenta.Omai la sacra piantaDi virtù più non cresce, e fatta inerteNel terren più ferace e sotto il cielo,Che di superbo sole i giorni ammanta,E fra le mani a tanto culto esperteFiori e frutti non mena; orrido geloL’umor vitale ne imprigiona e lega.Chè a guadagno servileE core, e mente, ed opreVolge la gente, sì che in altra parteIntendimento alcun non si discopre.Cieco desio fa legge, e tiensi a vileIl sacro ingegno e l’arte:Perchè Italia ne geme, e piange, e grida,Veggendo in ogni figlio un parricida.O patria mia, se voltaNon venga a sera tua fatal giornataPria che ricinga il venerabil crine,Che di mille corone ancor s’affolta,Quella perchè temuta e invidïataAndar ti fero le virtù latine,A questo vivo marmo or ti conforta.Qui qui verranno a schieraI tuoi figlioli, o madre,E quinci spira peregrino affettoE altissimo pensier d’opre leggiadre:Nè fia chi pur sogguati alla severaFronte e nel conscio pettoRomper non senta la profonda calma,Nè surga al fiero tempestar dell’alma.Spera: vanir non puoteLa tua speranza mai se pria discioltoL’universo non torni al nulla antico:E lento pur dalle superne ruoteNei luminosi campi il sol fia volto,Come aggrada alla sorte, un raggio amico,Che ti vesta di luce, Italia, aspettaDalla ragion dei tempi.Poichè l’ordine eterno,Che agli esseri dà vita e moto e posa,Fòra distrutto, se qui ver discerno,Ov’eterne ruine, eterni scempiE ogni diversa cosaPiù che morte non è premesse al fondoChi niuno ebbe maggior, pari o secondo.E tu dall’alte sedi,Laddove gli immortali han fida stanza,Se il futuro le soglie a voi non niega,Spirto gentil, fruttificar già vediQuesta da lungo dì culta speranza,Ed oh! pel forte amor che a noi ti legaQual fia nostra grandezza? un’altra fiataL’italo Marte domaVedrà la terra? o fòraDel selvoso Appennino il mar copertoOve il giorno s’accende, ove scolora?Di sapïenza fia l’eterna RomaNovello tempio aperto?O seguirem nell’arti eccelse ed almeCogliendo sempre orgoglïose palme?O più nobil arena,Se l’orme ricalcar non è fatale,Il ciel n’appresta? A te forse all’amplessoAccolto già della sottil Camena,Allor che t’inspirò canto immortale,Tanta mole di gloria era concessoNell’abisso veder della sua luce.Oh! quel divin sorrisoDi natura t’aperseLiberi doni e affetti, e le beateGioje schiuse d’amor, poichè t’offerseSpettacol grato col giocondo visoLa celeste beltate:E al fiammeggiar di due luci amoroseRider vedesti le create cose.Ove d’amor non fiedeL’alta virtù, quinci la vita fuggeE morte incombe e, se d’amor digiuna,Come putrido stagno immota siedeL’alma nel petto e suo vigor distruggeMiseramente in infima lacuna.Amasti, o saggio, e l’amor tuo deriseSciocco vulgo maligno,Chè i primi casi in locoT’ebber condotto ov’egli colpa estimaIn sen nutrire l’amoroso foco:Ma tu le candid’ale, italo cigno,Spiegasti all’ardua cima,Ove l’occhio non giugne nonchè ’l vanoE procace clamor di vulgo insano.Amor, speme e disdegno,O ben creato spirto, anco ti piacciaVersarne in cor dagli effigiati marmi,Sicchè rivolte sien l’opre e l’ingegnoOve segnasti luminosa tracciaCol dolce suon d’armonïosi carmiE la vita operosa e intemerata.E tu, Pazzi, che saiCoi divini portentiDell’arte tua gentil sovra il sentieroDi gloria richiamar l’itale genti,Segui l’opre mirande, e sì vedraiSul gemino emisferoOve bella virtù si onora ed amaCarca del nome tuo volar la fama.
Perchè di speme il core
Rifiorisca e s’accenda al bel desio
Di gloria, e l’ozio, che le menti ha dome,
Cessar non dolga, forse alto valore
T’infonde amico fato, o Pazzi mio?
Dei grandi, onde vivrà l’italo nome
Invidïato sempre, irriso mai,
Le divine sembianze
Ecco a morte ritoglie
Tua gentil opra. Arrida il ciel pietoso
Al laudabil pensier, che in te s’accoglie:
E surga schiva di corrotte usanze
E codardo riposo
E oblique voglie omai la gioventude
Sè temprando degli avi alla virtude.
Emula brama spinse
Da basso loco a glorïosa meta
L’Ateniese garzon che a Salamina
Di barbarico sangue il mar dipinse;
E sovente, cred’io, per la segreta
Ombra notturna la Maestà latina
Circa alle sante immagini dei padri
Biancovestita ai figli
Di Quirino discese
Ad infiammar le giovinette menti;
Onde poi sì robusta ala distese,
Fatto maggiore da i maggior perigli,
Fra i marziali cimenti,
La vittoria seguendo in ogni lido
L’augel che pose in Campidoglio il nido.
E mentre a voi non pesa
Nel dedaleo lavor vita novella,
Alme sdegnose, disperar non lice
Di nostra patria anco giacente e offesa
Da molto sonno ed avvilita ancella:
Poichè spenta non è la fiamma altrice
Del valor primo, e la potente Vesta
Dall’ausonie contrade
Esular non sostenne
Quando l’instabil dea sul Palatino
Rendeva al tergo le fugaci penne.
Ma voi, d’ira succenso e di pietade
Il sembiante divino,
I cor pungete e le menti cadute,
E da vergogna ne verrà salute.
Così dal ciel reddia
Fatta secura la virtù pudica
Agli stuprati lari ove al tuo verso,
Al sì lodato verso alta ironia
Affidasti, o Parini. A te nimica
Volgea l’improba sorte, ed il perverso
Secol crudele a laute mense accolto
A te, pietoso figlio,
Scarso pane niegava
Di che sfamar la tua madre dolente!
Empio! ma te non vide in fra la prava
Turba l’altero capo e ’l franco ciglio
Piegar servilemente;
E privo di rimorsi all’atre porte
Libero e nudo t’accogliea la morte.
Ma non senza la doglia,
Che induce al core la tradita speme;
Ahi più d’ogni altra fieramente insana:
Quando alla patria tua presso alla soglia
Di libertà gli scherni e le catene
Una gente doppiò superba e vana:
Qual buon nocchiero in fortunoso mare
Non s’abbandoni lasso
A paura e sconforto
E della sua virtù non si ricreda.
Campa la rea procella e giugne a porto;
Così venisti confidente al passo,
Onde non è chi rieda,
Certo che ancor, se miseri e prostrati,
Splendidi foran della patria i fati.
Ma Italia anco si duole
E si dorrà, chè non è lieve il danno,
O santo Petto, della tua partita;
E a noi di tanta madre oscura prole
E di povero cor nel grave affanno
Pur te, pur te, che sì l’onori, addita:
Lacrimosa si va cercando intorno
Col guardo inconsolato
E le marine e il seno;
Ma la costanza tua, ma la tua fede
E la bella innocenza e il desir pieno
Di libertà, di gloria, indegno fato!
La misera non vede:
Non vede quell’amor che d’ira imprenta,
Nè cor che all’ira ed all’amor consenta.
Omai la sacra pianta
Di virtù più non cresce, e fatta inerte
Nel terren più ferace e sotto il cielo,
Che di superbo sole i giorni ammanta,
E fra le mani a tanto culto esperte
Fiori e frutti non mena; orrido gelo
L’umor vitale ne imprigiona e lega.
Chè a guadagno servile
E core, e mente, ed opre
Volge la gente, sì che in altra parte
Intendimento alcun non si discopre.
Cieco desio fa legge, e tiensi a vile
Il sacro ingegno e l’arte:
Perchè Italia ne geme, e piange, e grida,
Veggendo in ogni figlio un parricida.
O patria mia, se volta
Non venga a sera tua fatal giornata
Pria che ricinga il venerabil crine,
Che di mille corone ancor s’affolta,
Quella perchè temuta e invidïata
Andar ti fero le virtù latine,
A questo vivo marmo or ti conforta.
Qui qui verranno a schiera
I tuoi figlioli, o madre,
E quinci spira peregrino affetto
E altissimo pensier d’opre leggiadre:
Nè fia chi pur sogguati alla severa
Fronte e nel conscio petto
Romper non senta la profonda calma,
Nè surga al fiero tempestar dell’alma.
Spera: vanir non puote
La tua speranza mai se pria disciolto
L’universo non torni al nulla antico:
E lento pur dalle superne ruote
Nei luminosi campi il sol fia volto,
Come aggrada alla sorte, un raggio amico,
Che ti vesta di luce, Italia, aspetta
Dalla ragion dei tempi.
Poichè l’ordine eterno,
Che agli esseri dà vita e moto e posa,
Fòra distrutto, se qui ver discerno,
Ov’eterne ruine, eterni scempi
E ogni diversa cosa
Più che morte non è premesse al fondo
Chi niuno ebbe maggior, pari o secondo.
E tu dall’alte sedi,
Laddove gli immortali han fida stanza,
Se il futuro le soglie a voi non niega,
Spirto gentil, fruttificar già vedi
Questa da lungo dì culta speranza,
Ed oh! pel forte amor che a noi ti lega
Qual fia nostra grandezza? un’altra fiata
L’italo Marte doma
Vedrà la terra? o fòra
Del selvoso Appennino il mar coperto
Ove il giorno s’accende, ove scolora?
Di sapïenza fia l’eterna Roma
Novello tempio aperto?
O seguirem nell’arti eccelse ed alme
Cogliendo sempre orgoglïose palme?
O più nobil arena,
Se l’orme ricalcar non è fatale,
Il ciel n’appresta? A te forse all’amplesso
Accolto già della sottil Camena,
Allor che t’inspirò canto immortale,
Tanta mole di gloria era concesso
Nell’abisso veder della sua luce.
Oh! quel divin sorriso
Di natura t’aperse
Liberi doni e affetti, e le beate
Gioje schiuse d’amor, poichè t’offerse
Spettacol grato col giocondo viso
La celeste beltate:
E al fiammeggiar di due luci amorose
Rider vedesti le create cose.
Ove d’amor non fiede
L’alta virtù, quinci la vita fugge
E morte incombe e, se d’amor digiuna,
Come putrido stagno immota siede
L’alma nel petto e suo vigor distrugge
Miseramente in infima lacuna.
Amasti, o saggio, e l’amor tuo derise
Sciocco vulgo maligno,
Chè i primi casi in loco
T’ebber condotto ov’egli colpa estima
In sen nutrire l’amoroso foco:
Ma tu le candid’ale, italo cigno,
Spiegasti all’ardua cima,
Ove l’occhio non giugne nonchè ’l vano
E procace clamor di vulgo insano.
Amor, speme e disdegno,
O ben creato spirto, anco ti piaccia
Versarne in cor dagli effigiati marmi,
Sicchè rivolte sien l’opre e l’ingegno
Ove segnasti luminosa traccia
Col dolce suon d’armonïosi carmi
E la vita operosa e intemerata.
E tu, Pazzi, che sai
Coi divini portenti
Dell’arte tua gentil sovra il sentiero
Di gloria richiamar l’itale genti,
Segui l’opre mirande, e sì vedrai
Sul gemino emisfero
Ove bella virtù si onora ed ama
Carca del nome tuo volar la fama.
Modigliana, 15 febbraio 1856.
Franco Donati.