XXX.La giornata era stata pel Rabbì un altro giorno di combattimento. Memorie e paure, dubbi e speranze lo indebolirono; un amore immenso, e un immenso disprezzo, volta a volta e ad un tempo, commossero le sue viscere. La vita, che da lui si accomiatava, spiegava dinanzi ai suoi sguardi tutte le sue feste, tutti i suoi dolci incanti; la morte, come un punto d'interrogazione dell'infinito, che toccava il cielo e la terra, si rizzava dinanzi a lui. Ebbe paura; sperò; cercò di fuggire; si abbiosciò; si rialzò; tremò ancora; si contenne; reagì; e la sera quando scese in Gerusalemme era ancora arrovellato dalla febbre. Uscì dalla capanna, ove aveva passato la giornata con sua madre, e con quelle donne equivoche che lo seguivano ovunque, e che provvedevano alle sue spese[41].Il sole si coricava dietro il Moriah. Il sanhedrinaveva posto i suoi agenti sorveglianti alle dodici porte delle quattro parti della città affine di seguirlo in qualunque sito egli andasse, e d'impadronirsene nel suo ricovero notturno. Il Rabbì era molto conosciuto dagli ufficiali del Tempio, e da coloro che lo frequentavano. Quindi lo si vide passare per la porta dorata, e lo si accompagnò fino alla casa di Nahum bar Lotan nel quartiere di Ofel, ove Simone e Giovanni gli avevano preparata la cena. La notte scendeva.Durante tutta la cena, il Rabbì si mostrò molto agitato (egli fu vivamente turbato nel suo spirito, dice Giovanni, XIII, 21). Divagò nei suoi discorsi, per balzi ora pieni di unzione, ora pieni di asprezza. Non mangiò quasi nulla, ma esaminò con uno sguardo inquieto e scrutatore il contegno dei suoi discepoli. I suoi occhi si fermarono sopratutto su di me, carichi di una tal collera, di un tal odio, che io ne rimasi colpito. Che aveva mai contro di me? Alla fine trascinato dalla foga della sua lotta interna, sclamò:— Uno di voi mi ha tradito.Questa parola formidabile ci sembrò quasi insensata. Ci guardammo tutti l'un l'altro, non per sorprendere sul viso del traditore le emozioni del tradimento, ma per domandarci se il Rabbì non delirasse. Gli dimandammo tutti, com'era naturale, l'un dopo l'altro: Sono io, Rabbì?Arrossì e non rispose. Nondimeno m'accorsi che dei sospetti indegni lo esacerbavano contro di me.Gli sforzi che io aveva fatto per salvarlo, i consiglisalutari che gli avevo dati onde metterlo in avvertenza, ed impegnarlo perfino a lasciar Gerusalemme, erano stati interpretati in modo sinistro. Io mi sentiva profondamente ferito, insultato nel mio onore e nella mia lealtà. Rimisi le ulteriori spiegazioni ad un momento di calma, e da solo a solo; imperciocchè i suoi discepoli non comprendevano nulla della situazione degli uomini e delle cose.Partiti dalla provincia, colle piccole ambizioni del villaggio e le grandi avidità del basso popolo, quei pescatori e quei pubblicani non avrebbero potuto apprezzare l'attitudine dei partiti in Gerusalemme, il contegno delle alte classi rimpetto ai Romani, l'istinto del popolo ebreo in faccia allo straniero. Il Rabbì non aveva egli detto forse quella parola mostruosa, insultante, crudele anche: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare?».I patriotti della Gallia e della Germania avevano un altro linguaggio.Uscii dunque dalla sala, senza nascondere il mio sdegno al Rabbì, e gettandogli uno sguardo di provocazione. Egli lo comprese, ma di traverso ancora, poichè mi gridò dietro:— Fa presto quello che devi fare.Sorrisi di sprezzo: ma mi sentii colpito di un altro quadrello al cuore. Varcando la porta della strada, incontrai Maria, sempre vestita da uomo. Erano le due ore di notte. Ella mi mostrò due agenti del Tempio accoccolati dietro una casa, gli sguardi inchiodati sulla porta.— Essi l'aspettano, mi diss'ella.— Tanto peggio, risposi, io non posso più nulla. Il Rabbì ha le vertigini.— Ma tu cos'hai? Tu sei furibondo.— Il peggiore di tutti i supplizii, ragazza mia, è quello di vederci in mezzo a ciechi, che vi credono cieco come loro.Maria mi prese le mani, e soffocata dalle lagrime mi disse:— Giuda, ancora uno sforzo: salviamolo suo malgrado.Questo accento d'un immenso amore, d'una tenerezza infinita ed ingenua mi commosse, e mi calmò ad un tratto.— Nessuno, le dissi, può revocare la sentenza del sanhedrin, altri che il sanhedrin stesso. Esso nol farà, non lo potrebbe nemmeno, dopo le considerazioni che l'hanno deciso ad emetterla. Vi sono però due uomini che possono ancora salvarlo, se il Rabbì vuole prestarsi a motivare la loro indulgenza; essi sono Hannah e Pilato. Recati nella tua antica dimora a Bezatha ed annunzia alla sorella del Rabbì che suo fratello è perduto, se ella non piega Pilato alla clemenza. Per mia parte, io me ne vo ad agire sul sagan. Poco spero. Però non voglio avere il rimorso di essere stato negligente.Io le diceva queste parole, allorchè vedemmo il Rabbì ed i suoi discepoli uscir dalla casa, e nello stesso tempo i due uomini appiattati nell'ombra avanzar fuori e seguirli da lontano. Noi pure li seguimmo fino alla porta della Vallata. Maria s'avvicinò al Rabbì e gli disse che gli agenti del Tempio lo spiavano. Egli non le rispose, e continuò la sua strada. Maria l'accompagnò fino al pressoio del monte degli Olivi; poscia, secondo il nostro accordo, ella si recò prima da Ida, e poi venne ad aspettarmi alla porta del palazzo di Hannah.Il sagan era desolato della sorte del Rabbì. La nostrapartita contro i Romani era aggiornata, ma non abbandonata; non potevamo quindi veder un uomo come il Nazareno, che poteva divenire, malgrado tutto, una forza nazionale, perdersi in un momento di allucinazione. Hannah ed io eravamo convinti che egli avrebbe finito col comprender meglio la situazione, e che avrebbe barattato la sua parte di riformatore morale, per quella di agitatore politico. Noi discutevamo dunque ancora sul mezzo di salvarlo, senza oltraggiare nè la legge, nè il gran consiglio, nè la sentenza pronunziata, nè il sentimento popolare, conversavamo ancora sui sospetti che l'entrata del Rabbì in Gerusalemme e le sue parole imprudenti avevano destati in Pilato, quando un membro del sanhedrin venne a raguagliarci di ciò che era accaduto.Gli agenti del Tempio avevano accompagnato il Rabbì fino a Gethsemani, e si erano assicurati che egli vi passerebbe la notte; poichè i suoi discepoli si erano coricati nella corte, e aggrovigliati nei loro pastrani russavano pacificamente. Uno di questi agenti ne aveva dato notizia a Caifa, il quale aveva fatto immediatamente partire una o due dozzine di guardie del Tempio, armate dei loro bastoni. Ma arrivati sul sito, l'ufficiale che li conduceva aveva osservato alcuni sintomi inquietanti. Anzitutto taluni di quei discepoli avevano delle armi più serie dei bastoni; poi essi erano tutti là, ed una dozzina di uomini validi, di quella provincia di Galilea così battagliera, così rissosa, non doveva lasciare agguantare il suo Messia, figlio di Dio, e Dio, senza opporre una resistenza accanita; finalmente, Gethsemani era ad una mezz'ora dall'accampamento dei Galilei, e si vedeva al chiaro di un'ammirabile luna piena, che vi regnava ancora un gran movimento, e che gli uomininon vi dormivano ancora. Se dunque s'impegnava una lotta, non accorrerebbero probabilmente i Galilei in ajuto dei loro compatriotti? Non considererebbero essi come una vergogna di lasciar arrestare il profeta del loro paese, il loro concittadino, che gli uomini della città, forse per gelosia, si affrettavano a far disparire? Da queste ed altre considerazioni, l'ufficiale che comandava la brigata del Tempio aveva dedotto la necessità di richiedere l'ajuto della forza militare romana, alla quale nessuno avrebbe osato resistere, perocchè ciò costituiva un delitto di lesa autorità di Cesare, ed era inesorabilmente punito.Caifa, apprezzando queste ragioni, aveva fatto chiedere al comandante della fortezza Antonia un rinforzo, che gli fu accordato senza esitare, e che stava per mettersi in via immediatamente. Questa notizia fissò i nostri progetti. Hannah mi diede un ordine pel comandante della brigata del Tempio, col quale gl'ingiungeva di condurre da lui direttamente il prigioniero. Poi io doveva arrivare fin presso al Rabbì e prevenirlo segretamente d'opporre una negativa assoluta, a tutte le domande che gli sarebbero state indirizzate dal sagan, nel caso che, al momento del suo arrivo, si trovassero con lui altri membri del sanhedrin.Io non sperava alcun buon risultato da queste pratiche, conoscendo la cattiva impressione che i miei consigli producevano sul Rabbì. Pure non esitai ad incaricarmene. Maria, che mi aspettava, mi indicò il sito ove il Rabbì dormiva quella notte, e venne insieme con me.La notte era bella ma fredda, ed io scorgeva quella povera creatura tremare sotto la tunica leggera e frusta che aveva potuto procurarsi. Le porte del Tempio,che si aprivano a mezzanotte la vigilia del paschah, stavano per aprirsi; un gran movimento quindi principiava nelle strade.In tempo di festa, le porte della città non si chiudevano: però, al di là della cinta, tutto era tranquillo. I rumori misteriosi della notte riempivano l'aria; ogni albero, ogni cespuglio, ogni siepe assumeva una forma ed un'attitudine. Il brulichio della lontana vita risvegliava degli strani echi. Camminavamo lesti. Io udiva i battiti del cuore di Maria soffocare il suo respiro accelerato. Non una nuvola nel cielo, non una stella assente; la luna cantava il suo splendore.Ad una cinquantina di passi dalla cascina, di cui scorgevamo la siepe, si rizzava un gruppo di olivi vecchi ed asserrati. I rami, curvandosi sul suolo, facevano quasi una vôlta sulla strada che da quel sito conduce al pressoio. Là il chiaro di luna filtrava appena, e la terra rossastra pareva scura. Traversavamo quel punto della strada, allorchè ci sentimmo afferrare pel braccio. Maria, vergognando del suo travestimento, fece uno sforzo, e lasciando nelle mani delle guardie del Tempio dei brani della sua veste, se la svignò. Io restai preso. Condotto dinanzi al capo gli mostrai l'ordine del sagan. L'ufficiale lo lesse, e mi disse: Sta bene!Ma non mi permise di continuar la mia strada. M'accordò soltanto di accompagnarlo.In quello stesso momento arrivarono i soldati romani.Ci avanzammo allora alla porta del pressoio.Le guardie del Tempio circondarono il sito. I Romani si presentarono all'entrata. Le loro armi avevano fatto dello strepito. La porta della cascina si aprì, o meglio si socchiuse, ed una testa si mostròper vedere ciò che avveniva al di fuori. Seguì un istante di silenzio. Noi stavamo alla porta. In quel momento degli uomini traversarono la siepe per di dietro e scapparono, ascendendo il sentiero che conduceva all'accampamento dei Galilei. Le guardie li inseguirono per qualche tempo, poi furono richiamate dal suono del corno del loro capo.Erano i discepoli che abbandonavano lestamente il Rabbì e fuggivano! Gesù, che non dormiva, che aspettava forse i soldati, che avrebbe potuto fuggire come gli altri, restò, ed aperta la porta a due battenti, dimandò:— Non cercate voi forse il Rabbì di Nazareth?— Sì.— Son io: eccomi.I soldati e le guardie che temevano una certa resistenza, sospettarono a bella prima un agguato. Io mi avvicinai al Rabbì, ed a voce bassa, in vecchio ebreo gli dissi all'orecchio[42]:— Il sagan vuole salvarti: nega tutto se non è solo.Il Rabbì non mi rispose, e rinculando da me, si avvicinò all'ufficiale romano, e soggiunse:— Son pronto, andiamo. Ma perchè mi trattate come un malfattore, e venite ad arrestarmi di notte, a mano armata, mentre io era con voi ogni giorno nel Tempio, e che vi era così facile l'impadronirvi di me?Questa tranquillità, questa spontaneità sedusseroil centurione romano. E' diede ordine di mettersi in cammino conversando col Rabbì che gli camminava vicino, preceduto dalle guardie del Tempio, e seguito dai Romani. Per nulla sorpreso dell'accoglimento che avevo ricevuto dal Rabbì, lo precedetti dal sagan. Era la mezzanotte. Hannah ci attendeva ed era solo. Potevamo dunque parlare liberamente.— Rabbì, gli disse il sagan, dopo aver licenziato le guardie all'anticamera, e facendolo sedere, tu sai di che ti accusa il sanhedrin?— Per nulla.— Tu hai detto: «Io sono il pane disceso dal cielo; nessuno è asceso al cielo, se non quegli che ne è disceso; quegli che è venuto dall'alto, è al disopra di tutti.... Io sono disceso dal cielo, vengo da Dio, e ritorno da mio Padre; tutto ciò che il Padre fa, il figlio fa pure; come lui, come il Padre, il figlio ha la vita in sè stesso. Mio Padre ed io siamo la medesima cosa; chi vede me vede anche mio Padre[43].» Tu dunque ti sei fatto Dio?— Io mi son fatto Dio.— Hai detto ad un ammalato a Cafarnaum, continuò Hannah: «I tuoi peccati ti sono perdonati.» Tu hai per tal modo usurpate le attribuzioni di Dio, che solo può perdonare i peccati. Tu dunque sei empio davanti la legge ebrea, ed hai meritato la morte per lapidazione.— Ho perdonato i peccati, rispose il Rabbì.— Hai detto altrove, riprese il sagan. «Il mondo è giudicato; i principi di questo modo sarannoscacciati[44].» Tu ti sei fatto proclamare re, figlio di Davide, ed hai tentato di far insorgere Gerusalemme. Sei dunque colpevole dinanzi a Cesare, e condannato ad essere crocifisso.— Sono pronto.— Noi vogliamo salvarti: aiutaci a trovarne il mezzo.Il Rabbì fu colpito da questa proposizione: arrossì, impallidì, la sua respirazione divenne affannosa. Egli era in procinto di piegare, ed abbandonarsi a noi. Un sospetto gli traversò lo spirito. Dubitò d'un tranello, e serbò il silenzio. Il sagan lo comprese, ed aggiunse:— Noi abbiamo intrapreso un'opera che deve o salvare o perdere completamente la nostra patria, perdendoci con essa. La rassegnazione che dimostriamo pel dominio straniero, è finta: noi vogliamo addormentarlo. La soddisfazione che noi delle classi elevate mostriamo per la nostra posizione, sarebbe un'infamia se la non fosse una menzogna. Noi non abbiamo mai, in nessun caso, in nessun tempo, tradito il nostro paese, mancato alla sua chiamata, fallito ai suoi bisogni. Noi cospiriamo del sorriso. Scaviamo un abisso sotto i passi dello straniero, coprendolo di rose. Cesare crede, ed il popolo ebreo pensa, che noi dormiamo nei nostri palazzi, che ci inebbriamo alle nostre tavole, che conduciamo una allegra vita nei nostri giardini, colle nostre mogli e colle nostre favorite; ed invece noi discutiamo in qual modo compiere la perdita del Romano. Per l'essere noi i primi fra i servi, siamo noi meno servi? E noi siamo stati i padroni quando il popolo della Giudea era libero! Noi nol dimentichiamo. Noi vogliamo esserlo ancora, avvengaquello che può avvenire. Il dominio dello straniero è per noi l'incertezza: il padrone cambia; cosa sarà domani di noi? Poi, noi siamo Ebrei, e non Latini. Abbiamo soccombuto quando eravamo deboli; perchè rinunceremmo a divenir forti, e a prendere la rivincita? Ecco l'opera che noi tramiamo in silenzio, lentamente, con precauzione, raccogliendo tutte le bricciole della forza nazionale, sotto non importa qual forma essa voglia rivelarsi e venire a noi. Rabbì, noi non ti respingiamo. È contro i nostri interessi il perderti. Tu puoi esserci utile un giorno, quando avrai meglio compreso l'istinto nazionale, il bisogno, la volontà del paese. Accetta la parte che ti diamo; aspetta l'ora che ti fisseremo; limita il tuo campo d'azione a quello che ti indicheremo, e cerchiamo insieme di farti uscire dalla disgraziata posizione in cui ti sei gettato alla cieca.Queste parole leali furono come luce pel Rabbì, ma esse furono causa altresì della sua disperazione. Egli riflettè, poi rispose:— È impossibile. Ciò che tu mi proponi è sempre la morte. La morte naturale, o la morte morale, la morte di domani, o quella di dopo domani, che monta! Tu mi proponi di perire in ogni modo.— T'inganni.— Io mi sono rivelato al mondo come l'inviato di mio Padre; ho annunziato alla terra una parola del cielo. Voi mi proponete di dichiarare che ho mentito. Chi mi crederà il giorno in cui verrò a portare un'altra novella? Voi volete salvarmi, vale a dire, voi volete esiliarmi dal suolo della Siria. Poichè ove potrei io vivere senza incontrare uno sguardo che non mi lanci un rimprovero, una coscienza che non m'accusi di aver cercato di sedurre il popolo collamenzogna? Non si dirà ovunque che io sono un ciarlatano? Voi invocate la salvezza della patria. Io non credo alle patrie. Gli uomini, figli dell'istesso Dio, sono fratelli, e la terra appartiene all'umanità. Che m'importa che sia il Romano, il Greco o l'Ebreo che occupa questo angolo del suolo della Palestina, se io trovo in lui un amico, un aiuto, un conduttore, se egli obbedisce alla stessa legge morale, allo stesso Dio? Io non comprendo la politica, la libertà, l'autorità dell'uomo sull'uomo: io comprendo l'eguaglianza di tutti, sotto la supremazia di Dio. Che m'importa che il mio padrone si chiami Tiberio, Erode, Faraone, o Salomone, se è un padrone? Or di padroni io non ne conosco che uno, quegli che assume la rappresentanza di Dio sulla terra e lo imita per la misericordia e la verità. Il Romano non è mio nemico: io non combatto che il malvagio, e colui che si impone alla mia coscienza. Le vostre vanità di classi e di razze non mi toccano punto; io le ignoro: esse sfuggono alla mia intelligenza.— Rabbì, rispose pacatamente il sagan, non è più il momento di discutere. La mosca non chiede al ragno: perchè mi prendi nella tua ragnatela? Tanto peggio per la mosca se non si sforza di stracciare la tela in cui è presa, e se non cerca di fuggire. Noi ti offriamo di essere con noi, padroni o martiri, come avverrà. Saremmo sciocchi se ti permettessimo di essere contro di noi, di fare diversione al nostro intento per un altro intendimento che disdegniamo di analizzare. Tu non comprendi la patria, non comprendi la nazione, non comprendi la libertà; ammetti lo schiavo; chi sei tu dunque? Tu ci proponi la mostruosa autocrazia di Dio, incarnato in unuomo....[45]Codesto è delirio! Tu non sei degno di vivere.— Perciò io non lo chiedo punto, disse Gesù.— Però rifletti ancora, o Rabbì, durante questi pochi minuti che la mia benevolenza ti accorda. Tu hai una madre, una sorella, degli amici, sei ancora giovane, hai uno spirito elevato, un grande tatto, molto sapere e una grande confidenza in te che prende tutte le forme della fede. Un avvenire sorridente ti stende le sue braccia. Se tu scadi oggi, ti rialzerai domani sotto un altro aspetto; le circostanze creano l'uomo. Tu non sarai più il figlio di Dio; ma puoi ancora essere il padre dei Maccabei, che rovescia l'altare dell'idolo, ed uccide il primo infedele. Questa parte ti sembra dunque troppo meschina? Noi avremo dei riguardi per te. Non ti chiederemo conto della divergenza delle tue idee e delle tue dottrine dalle nostre; se ci accordiamo, bene inteso, su questi due punti: rispetto alla legge fondamentale di Mosè: odio ai Romani.— Odio per nessuno, interruppe il Rabbì: rispetto per nessuna altra legge che quella che i nuovi tempi ispirano al nuovo organo di Dio. Non mi tentate più oltre. La mia situazione non ha uscita per altra porta che quella della tomba. Voi mi uccidete uomo; le mie parole, se ricordate, mi confermeranno come figlio di Dio. Io mi son creato, con l'anima, un deserto intorno a me, un deserto in mezzo alla vita, ai popoli, alle grandi città, agli amici, ai parenti,alle creature che mi amano e che mi è vietato di amare; questo deserto è un supplizio, in paragone del quale le vostre pietre e le vostre croci sono dei baci. Io vi ringrazio di codesta parola franca ed amica che m'avete detta in quest'ora di turbamento e di lotta: voi m'avete deciso nella mia via, e mi avete dato la calma della rassegnazione.— Rabbì....— Basta così. Io non posso ascoltar altro; io non posso nulla accordare. Il mio destino è più grande di me: esso mi assorbe.— Rabbì....— Finiamo. Il più corto sarà il più dolce.— Allora tu sei deciso a perire.— È necessario.— Sia, e che il tuo sangue ricada sul tuo capo.Il Sagan prese un quadrato di pergamena e vi scrisse alcune linee, nelle quali diceva in sostanza: che egli aveva interrogato il Rabbì Jesus Bar Joseph di Nazareth, e che l'aveva trovato fellone verso Dio e verso l'autorità di Cesare, e quindi degno di morte. Fece quindi entrare l'ufficiale del Tempio, — i soldati romani si erano ritirati, — e consegnando loro il prigioniero e la sentenza, li inviò da Caifas.All'alba dell'indomani, 14 nisan (venerdì 3 aprile) il sanhedrin si riunì presso il gran Sacerdote. La calca nel Tempio, in un tal giorno, dispensò Caifas di convocare l'assemblea nel Lishcat-ha-Gazith, ove il gran consiglio teneva le sue ordinarie sedute.L'interrogatorio non fu lungo. Il Rabbì non negò alcuna delle proposizioni che gli si citavano come da lui sostenute: egli non contestò alcun fatto[46]. Eglifu riconosciuto fellone verso Dio e verso Cesare, come il sagan lo aveva caratterizzato. Non pertanto, avanti di pronunciare la suprema sentenza, Caifas, quasi avesse voluto impegnarlo a ritrattarsi, per risparmiare al consiglio la penosa necessità di una condanna capitale, chiese nuovamente al Rabbì:— Io ti fo precetto di dichiararci se sei il Cristo, figlio di Dio.— Io lo sono, rispose Gesù, e voi vedrete venire sulle nuvole del cielo il figlio dell'uomo, seduto alla dritta del Dio onnipotente.Tutto era detto. La pena di morte fu decretata.Uscendo da Hannah, ove io non aveva aperto bocca, il Rabbì ebbe vergogna dei suoi sospetti, e mi disse addio! Io gli susurrai all'orecchio:— Spera, io non lascio la partita finchè mi resta un dado da giuocare.Non attesi dunque il risultato del giudizio del sanhedrin cui già prevedevo. Mi recai da Claudia. Ma mettendo il piede nel palazzo di Erode vidi, alla porta del pretorio, una donna, ravvolta in denso velo, domandare di Pilato, inviandogli un foglietto di pergamena. Credetti riconoscere Ida.
La giornata era stata pel Rabbì un altro giorno di combattimento. Memorie e paure, dubbi e speranze lo indebolirono; un amore immenso, e un immenso disprezzo, volta a volta e ad un tempo, commossero le sue viscere. La vita, che da lui si accomiatava, spiegava dinanzi ai suoi sguardi tutte le sue feste, tutti i suoi dolci incanti; la morte, come un punto d'interrogazione dell'infinito, che toccava il cielo e la terra, si rizzava dinanzi a lui. Ebbe paura; sperò; cercò di fuggire; si abbiosciò; si rialzò; tremò ancora; si contenne; reagì; e la sera quando scese in Gerusalemme era ancora arrovellato dalla febbre. Uscì dalla capanna, ove aveva passato la giornata con sua madre, e con quelle donne equivoche che lo seguivano ovunque, e che provvedevano alle sue spese[41].
Il sole si coricava dietro il Moriah. Il sanhedrinaveva posto i suoi agenti sorveglianti alle dodici porte delle quattro parti della città affine di seguirlo in qualunque sito egli andasse, e d'impadronirsene nel suo ricovero notturno. Il Rabbì era molto conosciuto dagli ufficiali del Tempio, e da coloro che lo frequentavano. Quindi lo si vide passare per la porta dorata, e lo si accompagnò fino alla casa di Nahum bar Lotan nel quartiere di Ofel, ove Simone e Giovanni gli avevano preparata la cena. La notte scendeva.
Durante tutta la cena, il Rabbì si mostrò molto agitato (egli fu vivamente turbato nel suo spirito, dice Giovanni, XIII, 21). Divagò nei suoi discorsi, per balzi ora pieni di unzione, ora pieni di asprezza. Non mangiò quasi nulla, ma esaminò con uno sguardo inquieto e scrutatore il contegno dei suoi discepoli. I suoi occhi si fermarono sopratutto su di me, carichi di una tal collera, di un tal odio, che io ne rimasi colpito. Che aveva mai contro di me? Alla fine trascinato dalla foga della sua lotta interna, sclamò:
— Uno di voi mi ha tradito.
Questa parola formidabile ci sembrò quasi insensata. Ci guardammo tutti l'un l'altro, non per sorprendere sul viso del traditore le emozioni del tradimento, ma per domandarci se il Rabbì non delirasse. Gli dimandammo tutti, com'era naturale, l'un dopo l'altro: Sono io, Rabbì?
Arrossì e non rispose. Nondimeno m'accorsi che dei sospetti indegni lo esacerbavano contro di me.
Gli sforzi che io aveva fatto per salvarlo, i consiglisalutari che gli avevo dati onde metterlo in avvertenza, ed impegnarlo perfino a lasciar Gerusalemme, erano stati interpretati in modo sinistro. Io mi sentiva profondamente ferito, insultato nel mio onore e nella mia lealtà. Rimisi le ulteriori spiegazioni ad un momento di calma, e da solo a solo; imperciocchè i suoi discepoli non comprendevano nulla della situazione degli uomini e delle cose.
Partiti dalla provincia, colle piccole ambizioni del villaggio e le grandi avidità del basso popolo, quei pescatori e quei pubblicani non avrebbero potuto apprezzare l'attitudine dei partiti in Gerusalemme, il contegno delle alte classi rimpetto ai Romani, l'istinto del popolo ebreo in faccia allo straniero. Il Rabbì non aveva egli detto forse quella parola mostruosa, insultante, crudele anche: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare?».
I patriotti della Gallia e della Germania avevano un altro linguaggio.
Uscii dunque dalla sala, senza nascondere il mio sdegno al Rabbì, e gettandogli uno sguardo di provocazione. Egli lo comprese, ma di traverso ancora, poichè mi gridò dietro:
— Fa presto quello che devi fare.
Sorrisi di sprezzo: ma mi sentii colpito di un altro quadrello al cuore. Varcando la porta della strada, incontrai Maria, sempre vestita da uomo. Erano le due ore di notte. Ella mi mostrò due agenti del Tempio accoccolati dietro una casa, gli sguardi inchiodati sulla porta.
— Essi l'aspettano, mi diss'ella.
— Tanto peggio, risposi, io non posso più nulla. Il Rabbì ha le vertigini.
— Ma tu cos'hai? Tu sei furibondo.
— Il peggiore di tutti i supplizii, ragazza mia, è quello di vederci in mezzo a ciechi, che vi credono cieco come loro.
Maria mi prese le mani, e soffocata dalle lagrime mi disse:
— Giuda, ancora uno sforzo: salviamolo suo malgrado.
Questo accento d'un immenso amore, d'una tenerezza infinita ed ingenua mi commosse, e mi calmò ad un tratto.
— Nessuno, le dissi, può revocare la sentenza del sanhedrin, altri che il sanhedrin stesso. Esso nol farà, non lo potrebbe nemmeno, dopo le considerazioni che l'hanno deciso ad emetterla. Vi sono però due uomini che possono ancora salvarlo, se il Rabbì vuole prestarsi a motivare la loro indulgenza; essi sono Hannah e Pilato. Recati nella tua antica dimora a Bezatha ed annunzia alla sorella del Rabbì che suo fratello è perduto, se ella non piega Pilato alla clemenza. Per mia parte, io me ne vo ad agire sul sagan. Poco spero. Però non voglio avere il rimorso di essere stato negligente.
Io le diceva queste parole, allorchè vedemmo il Rabbì ed i suoi discepoli uscir dalla casa, e nello stesso tempo i due uomini appiattati nell'ombra avanzar fuori e seguirli da lontano. Noi pure li seguimmo fino alla porta della Vallata. Maria s'avvicinò al Rabbì e gli disse che gli agenti del Tempio lo spiavano. Egli non le rispose, e continuò la sua strada. Maria l'accompagnò fino al pressoio del monte degli Olivi; poscia, secondo il nostro accordo, ella si recò prima da Ida, e poi venne ad aspettarmi alla porta del palazzo di Hannah.
Il sagan era desolato della sorte del Rabbì. La nostrapartita contro i Romani era aggiornata, ma non abbandonata; non potevamo quindi veder un uomo come il Nazareno, che poteva divenire, malgrado tutto, una forza nazionale, perdersi in un momento di allucinazione. Hannah ed io eravamo convinti che egli avrebbe finito col comprender meglio la situazione, e che avrebbe barattato la sua parte di riformatore morale, per quella di agitatore politico. Noi discutevamo dunque ancora sul mezzo di salvarlo, senza oltraggiare nè la legge, nè il gran consiglio, nè la sentenza pronunziata, nè il sentimento popolare, conversavamo ancora sui sospetti che l'entrata del Rabbì in Gerusalemme e le sue parole imprudenti avevano destati in Pilato, quando un membro del sanhedrin venne a raguagliarci di ciò che era accaduto.
Gli agenti del Tempio avevano accompagnato il Rabbì fino a Gethsemani, e si erano assicurati che egli vi passerebbe la notte; poichè i suoi discepoli si erano coricati nella corte, e aggrovigliati nei loro pastrani russavano pacificamente. Uno di questi agenti ne aveva dato notizia a Caifa, il quale aveva fatto immediatamente partire una o due dozzine di guardie del Tempio, armate dei loro bastoni. Ma arrivati sul sito, l'ufficiale che li conduceva aveva osservato alcuni sintomi inquietanti. Anzitutto taluni di quei discepoli avevano delle armi più serie dei bastoni; poi essi erano tutti là, ed una dozzina di uomini validi, di quella provincia di Galilea così battagliera, così rissosa, non doveva lasciare agguantare il suo Messia, figlio di Dio, e Dio, senza opporre una resistenza accanita; finalmente, Gethsemani era ad una mezz'ora dall'accampamento dei Galilei, e si vedeva al chiaro di un'ammirabile luna piena, che vi regnava ancora un gran movimento, e che gli uomininon vi dormivano ancora. Se dunque s'impegnava una lotta, non accorrerebbero probabilmente i Galilei in ajuto dei loro compatriotti? Non considererebbero essi come una vergogna di lasciar arrestare il profeta del loro paese, il loro concittadino, che gli uomini della città, forse per gelosia, si affrettavano a far disparire? Da queste ed altre considerazioni, l'ufficiale che comandava la brigata del Tempio aveva dedotto la necessità di richiedere l'ajuto della forza militare romana, alla quale nessuno avrebbe osato resistere, perocchè ciò costituiva un delitto di lesa autorità di Cesare, ed era inesorabilmente punito.
Caifa, apprezzando queste ragioni, aveva fatto chiedere al comandante della fortezza Antonia un rinforzo, che gli fu accordato senza esitare, e che stava per mettersi in via immediatamente. Questa notizia fissò i nostri progetti. Hannah mi diede un ordine pel comandante della brigata del Tempio, col quale gl'ingiungeva di condurre da lui direttamente il prigioniero. Poi io doveva arrivare fin presso al Rabbì e prevenirlo segretamente d'opporre una negativa assoluta, a tutte le domande che gli sarebbero state indirizzate dal sagan, nel caso che, al momento del suo arrivo, si trovassero con lui altri membri del sanhedrin.
Io non sperava alcun buon risultato da queste pratiche, conoscendo la cattiva impressione che i miei consigli producevano sul Rabbì. Pure non esitai ad incaricarmene. Maria, che mi aspettava, mi indicò il sito ove il Rabbì dormiva quella notte, e venne insieme con me.
La notte era bella ma fredda, ed io scorgeva quella povera creatura tremare sotto la tunica leggera e frusta che aveva potuto procurarsi. Le porte del Tempio,che si aprivano a mezzanotte la vigilia del paschah, stavano per aprirsi; un gran movimento quindi principiava nelle strade.
In tempo di festa, le porte della città non si chiudevano: però, al di là della cinta, tutto era tranquillo. I rumori misteriosi della notte riempivano l'aria; ogni albero, ogni cespuglio, ogni siepe assumeva una forma ed un'attitudine. Il brulichio della lontana vita risvegliava degli strani echi. Camminavamo lesti. Io udiva i battiti del cuore di Maria soffocare il suo respiro accelerato. Non una nuvola nel cielo, non una stella assente; la luna cantava il suo splendore.
Ad una cinquantina di passi dalla cascina, di cui scorgevamo la siepe, si rizzava un gruppo di olivi vecchi ed asserrati. I rami, curvandosi sul suolo, facevano quasi una vôlta sulla strada che da quel sito conduce al pressoio. Là il chiaro di luna filtrava appena, e la terra rossastra pareva scura. Traversavamo quel punto della strada, allorchè ci sentimmo afferrare pel braccio. Maria, vergognando del suo travestimento, fece uno sforzo, e lasciando nelle mani delle guardie del Tempio dei brani della sua veste, se la svignò. Io restai preso. Condotto dinanzi al capo gli mostrai l'ordine del sagan. L'ufficiale lo lesse, e mi disse: Sta bene!
Ma non mi permise di continuar la mia strada. M'accordò soltanto di accompagnarlo.
In quello stesso momento arrivarono i soldati romani.
Ci avanzammo allora alla porta del pressoio.
Le guardie del Tempio circondarono il sito. I Romani si presentarono all'entrata. Le loro armi avevano fatto dello strepito. La porta della cascina si aprì, o meglio si socchiuse, ed una testa si mostròper vedere ciò che avveniva al di fuori. Seguì un istante di silenzio. Noi stavamo alla porta. In quel momento degli uomini traversarono la siepe per di dietro e scapparono, ascendendo il sentiero che conduceva all'accampamento dei Galilei. Le guardie li inseguirono per qualche tempo, poi furono richiamate dal suono del corno del loro capo.
Erano i discepoli che abbandonavano lestamente il Rabbì e fuggivano! Gesù, che non dormiva, che aspettava forse i soldati, che avrebbe potuto fuggire come gli altri, restò, ed aperta la porta a due battenti, dimandò:
— Non cercate voi forse il Rabbì di Nazareth?
— Sì.
— Son io: eccomi.
I soldati e le guardie che temevano una certa resistenza, sospettarono a bella prima un agguato. Io mi avvicinai al Rabbì, ed a voce bassa, in vecchio ebreo gli dissi all'orecchio[42]:
— Il sagan vuole salvarti: nega tutto se non è solo.
Il Rabbì non mi rispose, e rinculando da me, si avvicinò all'ufficiale romano, e soggiunse:
— Son pronto, andiamo. Ma perchè mi trattate come un malfattore, e venite ad arrestarmi di notte, a mano armata, mentre io era con voi ogni giorno nel Tempio, e che vi era così facile l'impadronirvi di me?
Questa tranquillità, questa spontaneità sedusseroil centurione romano. E' diede ordine di mettersi in cammino conversando col Rabbì che gli camminava vicino, preceduto dalle guardie del Tempio, e seguito dai Romani. Per nulla sorpreso dell'accoglimento che avevo ricevuto dal Rabbì, lo precedetti dal sagan. Era la mezzanotte. Hannah ci attendeva ed era solo. Potevamo dunque parlare liberamente.
— Rabbì, gli disse il sagan, dopo aver licenziato le guardie all'anticamera, e facendolo sedere, tu sai di che ti accusa il sanhedrin?
— Per nulla.
— Tu hai detto: «Io sono il pane disceso dal cielo; nessuno è asceso al cielo, se non quegli che ne è disceso; quegli che è venuto dall'alto, è al disopra di tutti.... Io sono disceso dal cielo, vengo da Dio, e ritorno da mio Padre; tutto ciò che il Padre fa, il figlio fa pure; come lui, come il Padre, il figlio ha la vita in sè stesso. Mio Padre ed io siamo la medesima cosa; chi vede me vede anche mio Padre[43].» Tu dunque ti sei fatto Dio?
— Io mi son fatto Dio.
— Hai detto ad un ammalato a Cafarnaum, continuò Hannah: «I tuoi peccati ti sono perdonati.» Tu hai per tal modo usurpate le attribuzioni di Dio, che solo può perdonare i peccati. Tu dunque sei empio davanti la legge ebrea, ed hai meritato la morte per lapidazione.
— Ho perdonato i peccati, rispose il Rabbì.
— Hai detto altrove, riprese il sagan. «Il mondo è giudicato; i principi di questo modo sarannoscacciati[44].» Tu ti sei fatto proclamare re, figlio di Davide, ed hai tentato di far insorgere Gerusalemme. Sei dunque colpevole dinanzi a Cesare, e condannato ad essere crocifisso.
— Sono pronto.
— Noi vogliamo salvarti: aiutaci a trovarne il mezzo.
Il Rabbì fu colpito da questa proposizione: arrossì, impallidì, la sua respirazione divenne affannosa. Egli era in procinto di piegare, ed abbandonarsi a noi. Un sospetto gli traversò lo spirito. Dubitò d'un tranello, e serbò il silenzio. Il sagan lo comprese, ed aggiunse:
— Noi abbiamo intrapreso un'opera che deve o salvare o perdere completamente la nostra patria, perdendoci con essa. La rassegnazione che dimostriamo pel dominio straniero, è finta: noi vogliamo addormentarlo. La soddisfazione che noi delle classi elevate mostriamo per la nostra posizione, sarebbe un'infamia se la non fosse una menzogna. Noi non abbiamo mai, in nessun caso, in nessun tempo, tradito il nostro paese, mancato alla sua chiamata, fallito ai suoi bisogni. Noi cospiriamo del sorriso. Scaviamo un abisso sotto i passi dello straniero, coprendolo di rose. Cesare crede, ed il popolo ebreo pensa, che noi dormiamo nei nostri palazzi, che ci inebbriamo alle nostre tavole, che conduciamo una allegra vita nei nostri giardini, colle nostre mogli e colle nostre favorite; ed invece noi discutiamo in qual modo compiere la perdita del Romano. Per l'essere noi i primi fra i servi, siamo noi meno servi? E noi siamo stati i padroni quando il popolo della Giudea era libero! Noi nol dimentichiamo. Noi vogliamo esserlo ancora, avvengaquello che può avvenire. Il dominio dello straniero è per noi l'incertezza: il padrone cambia; cosa sarà domani di noi? Poi, noi siamo Ebrei, e non Latini. Abbiamo soccombuto quando eravamo deboli; perchè rinunceremmo a divenir forti, e a prendere la rivincita? Ecco l'opera che noi tramiamo in silenzio, lentamente, con precauzione, raccogliendo tutte le bricciole della forza nazionale, sotto non importa qual forma essa voglia rivelarsi e venire a noi. Rabbì, noi non ti respingiamo. È contro i nostri interessi il perderti. Tu puoi esserci utile un giorno, quando avrai meglio compreso l'istinto nazionale, il bisogno, la volontà del paese. Accetta la parte che ti diamo; aspetta l'ora che ti fisseremo; limita il tuo campo d'azione a quello che ti indicheremo, e cerchiamo insieme di farti uscire dalla disgraziata posizione in cui ti sei gettato alla cieca.
Queste parole leali furono come luce pel Rabbì, ma esse furono causa altresì della sua disperazione. Egli riflettè, poi rispose:
— È impossibile. Ciò che tu mi proponi è sempre la morte. La morte naturale, o la morte morale, la morte di domani, o quella di dopo domani, che monta! Tu mi proponi di perire in ogni modo.
— T'inganni.
— Io mi sono rivelato al mondo come l'inviato di mio Padre; ho annunziato alla terra una parola del cielo. Voi mi proponete di dichiarare che ho mentito. Chi mi crederà il giorno in cui verrò a portare un'altra novella? Voi volete salvarmi, vale a dire, voi volete esiliarmi dal suolo della Siria. Poichè ove potrei io vivere senza incontrare uno sguardo che non mi lanci un rimprovero, una coscienza che non m'accusi di aver cercato di sedurre il popolo collamenzogna? Non si dirà ovunque che io sono un ciarlatano? Voi invocate la salvezza della patria. Io non credo alle patrie. Gli uomini, figli dell'istesso Dio, sono fratelli, e la terra appartiene all'umanità. Che m'importa che sia il Romano, il Greco o l'Ebreo che occupa questo angolo del suolo della Palestina, se io trovo in lui un amico, un aiuto, un conduttore, se egli obbedisce alla stessa legge morale, allo stesso Dio? Io non comprendo la politica, la libertà, l'autorità dell'uomo sull'uomo: io comprendo l'eguaglianza di tutti, sotto la supremazia di Dio. Che m'importa che il mio padrone si chiami Tiberio, Erode, Faraone, o Salomone, se è un padrone? Or di padroni io non ne conosco che uno, quegli che assume la rappresentanza di Dio sulla terra e lo imita per la misericordia e la verità. Il Romano non è mio nemico: io non combatto che il malvagio, e colui che si impone alla mia coscienza. Le vostre vanità di classi e di razze non mi toccano punto; io le ignoro: esse sfuggono alla mia intelligenza.
— Rabbì, rispose pacatamente il sagan, non è più il momento di discutere. La mosca non chiede al ragno: perchè mi prendi nella tua ragnatela? Tanto peggio per la mosca se non si sforza di stracciare la tela in cui è presa, e se non cerca di fuggire. Noi ti offriamo di essere con noi, padroni o martiri, come avverrà. Saremmo sciocchi se ti permettessimo di essere contro di noi, di fare diversione al nostro intento per un altro intendimento che disdegniamo di analizzare. Tu non comprendi la patria, non comprendi la nazione, non comprendi la libertà; ammetti lo schiavo; chi sei tu dunque? Tu ci proponi la mostruosa autocrazia di Dio, incarnato in unuomo....[45]Codesto è delirio! Tu non sei degno di vivere.
— Perciò io non lo chiedo punto, disse Gesù.
— Però rifletti ancora, o Rabbì, durante questi pochi minuti che la mia benevolenza ti accorda. Tu hai una madre, una sorella, degli amici, sei ancora giovane, hai uno spirito elevato, un grande tatto, molto sapere e una grande confidenza in te che prende tutte le forme della fede. Un avvenire sorridente ti stende le sue braccia. Se tu scadi oggi, ti rialzerai domani sotto un altro aspetto; le circostanze creano l'uomo. Tu non sarai più il figlio di Dio; ma puoi ancora essere il padre dei Maccabei, che rovescia l'altare dell'idolo, ed uccide il primo infedele. Questa parte ti sembra dunque troppo meschina? Noi avremo dei riguardi per te. Non ti chiederemo conto della divergenza delle tue idee e delle tue dottrine dalle nostre; se ci accordiamo, bene inteso, su questi due punti: rispetto alla legge fondamentale di Mosè: odio ai Romani.
— Odio per nessuno, interruppe il Rabbì: rispetto per nessuna altra legge che quella che i nuovi tempi ispirano al nuovo organo di Dio. Non mi tentate più oltre. La mia situazione non ha uscita per altra porta che quella della tomba. Voi mi uccidete uomo; le mie parole, se ricordate, mi confermeranno come figlio di Dio. Io mi son creato, con l'anima, un deserto intorno a me, un deserto in mezzo alla vita, ai popoli, alle grandi città, agli amici, ai parenti,alle creature che mi amano e che mi è vietato di amare; questo deserto è un supplizio, in paragone del quale le vostre pietre e le vostre croci sono dei baci. Io vi ringrazio di codesta parola franca ed amica che m'avete detta in quest'ora di turbamento e di lotta: voi m'avete deciso nella mia via, e mi avete dato la calma della rassegnazione.
— Rabbì....
— Basta così. Io non posso ascoltar altro; io non posso nulla accordare. Il mio destino è più grande di me: esso mi assorbe.
— Rabbì....
— Finiamo. Il più corto sarà il più dolce.
— Allora tu sei deciso a perire.
— È necessario.
— Sia, e che il tuo sangue ricada sul tuo capo.
Il Sagan prese un quadrato di pergamena e vi scrisse alcune linee, nelle quali diceva in sostanza: che egli aveva interrogato il Rabbì Jesus Bar Joseph di Nazareth, e che l'aveva trovato fellone verso Dio e verso l'autorità di Cesare, e quindi degno di morte. Fece quindi entrare l'ufficiale del Tempio, — i soldati romani si erano ritirati, — e consegnando loro il prigioniero e la sentenza, li inviò da Caifas.
All'alba dell'indomani, 14 nisan (venerdì 3 aprile) il sanhedrin si riunì presso il gran Sacerdote. La calca nel Tempio, in un tal giorno, dispensò Caifas di convocare l'assemblea nel Lishcat-ha-Gazith, ove il gran consiglio teneva le sue ordinarie sedute.
L'interrogatorio non fu lungo. Il Rabbì non negò alcuna delle proposizioni che gli si citavano come da lui sostenute: egli non contestò alcun fatto[46]. Eglifu riconosciuto fellone verso Dio e verso Cesare, come il sagan lo aveva caratterizzato. Non pertanto, avanti di pronunciare la suprema sentenza, Caifas, quasi avesse voluto impegnarlo a ritrattarsi, per risparmiare al consiglio la penosa necessità di una condanna capitale, chiese nuovamente al Rabbì:
— Io ti fo precetto di dichiararci se sei il Cristo, figlio di Dio.
— Io lo sono, rispose Gesù, e voi vedrete venire sulle nuvole del cielo il figlio dell'uomo, seduto alla dritta del Dio onnipotente.
Tutto era detto. La pena di morte fu decretata.
Uscendo da Hannah, ove io non aveva aperto bocca, il Rabbì ebbe vergogna dei suoi sospetti, e mi disse addio! Io gli susurrai all'orecchio:
— Spera, io non lascio la partita finchè mi resta un dado da giuocare.
Non attesi dunque il risultato del giudizio del sanhedrin cui già prevedevo. Mi recai da Claudia. Ma mettendo il piede nel palazzo di Erode vidi, alla porta del pretorio, una donna, ravvolta in denso velo, domandare di Pilato, inviandogli un foglietto di pergamena. Credetti riconoscere Ida.