IV.

IV.L'anfiteatro di Gerusalemme era stato costrutto dal re Erode.Il re sapeva benissimo che la legge proibiva il genere di spettacoli che vi si danno per solito. Ma egli provava questo mezzo di seduzione, come ne aveva tentato tanti altri, nobili, utili, politici, umani, per spezzare quella cerchia di bronzo, ch'estraniava gli Ebrei dalla comunanza degli altri popoli dell'Oriente e dell'Occidente. Egli fallì in questa, come in tutte le sue altre idee, troppo grandi per un popolo così incolto e così rozzo.L'anfiteatro, al tempo di Erode, era sempre stato popolato, come lo è oggidì quello di Pilato, da spettatori venuti perfino dalla Grecia e dall'Egitto — da Damasco a Memfis, da Gaza a Tiro, — dalle città greche e romane che s'innalzano sopra il suolo dei figli di Jacob, — Cesarea, Gadara, Sephoris, Pella, Scitopoli, Hippos, Phasaelus, Tiberiade. Le città di Samaria si vuotavano, tutti andando a vedere le feste di Pilato, che coincidevano con quelle dei Tabernacoli degli Ebrei. Il vasto circo rigurgitava quindi di popolo fin dalla mattina.V'erano anche degli Ebrei, ma dei due partiti estremi: l'aristocrazia sadducea, e quella infima plebe che non si classifica, ma si ammonticchia. Siccome da noinon ci sono vestali, il podium era stato riservato alle dame di alto grado, per le quali c'era una sportula apposita di entrata. Le file superiori erano tutte occupate dalle donne, quasi tutte velate; le prime, dagli uomini di condizione più elevata, magistrati, principi, capi di milizia, preti, antichi ufficiali delle sinagoghe. Una inferriata, non molto alta veramente, li proteggeva dalle fantasie di quelle bestie che avessero voluto cercare altrove che nell'arena un sito per rappresentare la loro parte.Ad una delle estremità di questo ovale, a nove o dieci piedi al di su dell'arena, si trovava la loggia di Pilato — rimpetto al podium — separata dagli altri spettatori soltanto da una corda di seta ed oro, tesa ai due lati, dalla graticola di ferro ai gradini superiori. Sul davanti, sopra due sedie d'avorio incrostate d'oro, siedevano Claudia Procula, con ai piedi dei cuscini di seta azzurra ricamata di argento, e Pomponius Flaccus che li poggiava sopra un tappeto persiano. Dietro ad essi il seguito delle loro corti e degli ufficiali. Pilato occupava un seggio speciale un po' più lungi, come mastro dello spettacolo; poichè a Gerusalemme non vi erano come a Roma edili o direttori speciali per questo oggetto. Un velarium tessuto di bianca lana di Bethania, a righe cremisine di lana di Sion, copriva bene o male tutto il vasto ricinto.La varietà di costumi degli spettatori allettava lo sguardo. Ma coloro che qualche volta nella loro vita avevano assistito ai circhi romani ed agli ippodromi greci, ove il popolo è sì gaio e rumoroso, avrebbe creduto di vedere, in quella folla così tranquilla e così seria, un'assemblea che assiste ad un processo capitale in una corte di giustizia. D'altronde quei combattimenti al cesto, queireziarii, queidimacheri,quegliandabati, che potevano avere di interessante per gente che si era trovata la vigilia presa in quella strana caccia che i soldati romani avevano data al popolo ebreo, trafiggendo petti, dorsi, fianchi, tagliando teste e membra, e correndo sempre innanzi, sempre innanzi, sopra feriti, morenti e cadaveri? Non c'era una famiglia ebrea che non avesse il suo lutto; donde poteva spillare la gioia? Nessuno conosceva quei combattenti, nessuno scommetteva per uno o contro uno di essi; come potevano interessarsene? Il popolo ebreo ha della sensualità per la bellezza, come tutte le razze orientali, ma non il sentimento del bello, come il Greco ed il Romano. Il popolo ebreo teme la forza ed è malfidente della destrezza; egli non l'ammira, non la coltiva, e nemmeno, a mo' dei Greci e dei Romani, l'apprezza. Come si sarebbe egli appassionato per le belle forme dei gladiatori greci, per l'ammirabile abilità di queidimacheriitaliani, i quali, pugnando di spada e di pugnale, senza armi difensive, si uccidevano a vicenda; o per l'agilità di quelreziario, e di quelmirmillone, l'uno ucciso e l'altro ferito a morte? Appena se si rise un po' degli sbagli di quei Galliandabati, di cui uno — camuffati come erano di un elmo di ferro che non aveva aperture che alla bocca ed alle orecchie — dopo diverse balordaggini, ebbe un braccio spiccato fuor netto, e l'altro il ventre squarciato. Tutto questo era accolto con freddezza.Ma una scena d'altro genere venne ben tosto a destare una dolorosa commozione.La giornata doveva chiudersi con una pantomima di ballo e di canto di una festa di Sileno, interrotta dall'irruzione di un toro, aizzato da cani che lo cacciavano e che lasciavano il tempo così ai cori edai cimbalisti di mettersi in salvo per lasana vivariae le altre uscite dell'arena. Ma avanti che si rappresentasse questa commedia, Pilato volle che la sua tragedia precedesse.Le trombe suonarono. Il silenzio del deserto si fece profondo nella festa. Allora un araldo si alzò dietro a Pilato, ed avanzandosi, gridò: Ecco la sentenza dei cospiratori contro Cesare.Dopo che l'araldo ebbe letto il decreto pronunziato il dì innanzi dal procuratore, questi fece un segno. Allora il vomitorio che stava al disotto delpodiumsi aprì, e apparvero i condannati. Erano divisi in tre file, legati da corde pugno contro pugno. Quelli che dovevano esser crocifissi la sera precedevano gli altri. Erano i più vecchi, i più deboli; li conducevano soldati indigeni. Il secondo gruppo era composto dei condannati alle bestie, in semplice tunica, con un solo pugnale a difesa. Moab era alla testa di questo; dei soldati Romani marciavano dietro a loro. Finalmente venivano i sei condannati alle bestie, ma armati questi di tutto punto, eccetto la corazza e lo scudo. Menahem era fra costoro; i legionarii gli scortavano.Quando apparvero nel circo, un grido immenso echeggiò in mezzo alla folla: Gloria ai figli d'Israele: coraggio, coraggio! Poi seguì un silenzio che faceva fremere. I condannati non pronunziarono una parola. Tutti avevano il passo sicuro, l'aria calma, l'aspetto dignitoso, quasi andassero a compiere un sacrifizio religioso.Menahem camminava, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo, come se avesse voluto squarciare il velarium, e incontrare nel firmamento lo sguardo, il sospiro, il bacio forse, ch'e' vi cercava. Moab scorreva degli occhi ansiosi le gradinate dove stavan ledonne, visibilmente inquieto, concentrando tutta la potenza della sua vita in quegli sguardi investigatori. Percorsero così tutta l'arena da dritta a sinistra, tenendo il dosso voltato alpodium, durante la metà del loro passaggio.Io stava rimpetto a quella parte dell'anfiteatro. Allorchè i condannati arrivarono sotto la loggia di Claudia, alla vista quindi delle donne che avevano preso posto nelpodium, osservai un brusco movimento di una di queste, che era seduta in prima fila, all'istesso livello della moglie di Pilato. Mano mano che i condannati avanzavano verso quella parte dell'arena, la agitazione di quella donna aumentava. Ella si alzò e spinse il suo corpo sì avanti, sì avanti, che un'altra donna seduta vicino a lei, la prese per la vita onde tenerla. Alla fine gettò un grido. Tutti gli occhi si voltarono subitamente di là. Moab lo intese, egli pure, e fu preso da un terribile tremito in tutto il suo corpo. Appena se poteva più camminare; ma arrivato sotto quel sito, gridò egli pure: Addio, Miriam!— Moab! rispose la conosciuta, e ricadde sopra il suo cuscino, lasciando andare la testa sulle spalle della sua vicina.A questo movimento, il velo si sciolse. La fu una vista abbagliante per tutti. Si sarebbe detto che il velarium si aprisse, e che il sole inondasse l'arena. Mai non s'era seduta una simile bellezza fra le figlie d'Israello fino da Esther, forse da Eva la figlia di Dio, in poi. Un grido di sorpresa scoppiò in mezzo all'assemblea. Pilato impallidì come un cadavere. Moab era caduto affranto, e lo avevano trasportato svenuto. Claudia disse qualche parola al suo vicino Flaccus, questi le ripetè a Pilato che non rispose. I suoiocchi erano fissi al posto ove sedeva Mirjam. Questa si era alzata precipitosamente ed era sparita sotto il vomitorio che conduceva dalla galleria interna al podium. Io mi precipitai per vedere questa donna che m'era sconosciuta, a me che conoscevo tutte le donne di Gerusalemme. Ma ella erasi deleguata come un soffio d'aria, senza lasciar traccia di sè.Questo incidente mise un po' di freddo nel resto dello spettacolo.Uscendo dal circo, il popolo s'incontrò coi condannati che andavano al supplizio.Il popolo d'Israello, che non aveva assistito al combattimento dei gladiatori, andò ad assistere alla morte dei suoi compatriotti. I contorni del Golgota erano gremiti di gente; ma pareva che quelle migliaia di uomini e di donne fossero pietrificate. Non un grido, non un gesto: si respirava sordamente, ed ogni sospiro conteneva una maledizione.Mentre gli stranieri si divertivano coi gladiatori ed i mimi di Pilato, i suoi carnefici alzavano la croce. L'operazione fu breve. Essi ne avevano l'abitudine. Un'ora dopo avevano issato i condannati sulla croce, piedi e mani legate; poi, quando tutti pendevano dal patibolo, ruppero loro con una sbarra di ferro le gambe e le braccia, le coscie e gli avambracci.Al grido straziante dei suppliziati, rispose un grido terribile del popolo: grido inarticolato che non esprimeva nulla e diceva tutto. E fu il solo. Il popolo svignò dagli accessi del Golgota, come l'acqua irrompe da un vaso forato.La sera era fresca e bella. Io aveva cenato con Maria. Bar Abbas era venuto a sparecchiare gli avanzi. Justus era arrivato un po' più tardi; poichè quel cattivo mobile avrebbe passata tutta la sua vitaai piedi della mia amante. Finita la cena, io li invitai ad accompagnarmi. Maria volle venire anch'essa.Uscendo dalla porta Giudiziaria, che s'apre sulla strada di Silo e di Gabaon, lasciammo a sinistra la tomba di Anania, ed incominciammo ad ascendere, a dritta, il piccolo cocuzzolo del Golgota. La luna lo rischiarava completamente. Un venticello acuto cacciava dinanzi a sè una peluria di bianco vapore frangiato in piccoli fiocchi, che svolazzavano capricciosamente, lasciando puro e netto un firmamento azzurro come la grotta dell'isola di Capri. La luna avanzava frettolosa.Una fila di forme bianche che si staccavano sul fondo ceruleo, apparve ai nostri occhi. A misura che ci facevamo più presso, quelle forme prendevano una figura, e vedemmo i corpi nudi dei suppliziati.Il sito era deserto. Le guardie, dopo aver ferito a morte i condannati, non s'erano curate di udire l'ultima maledizione o l'estrema preghiera. Dei cani vagabondi, che venivano dall'orgiare nel Carniere dei cadaveri, abbaiavano per distrarsi. La civetta rispondeva loro. Un gemito sordo, corto, affogato, rompeva il silenzio notturno.— Questi infelici non avevano dunque nè sorella nè madre, nè.... mormorava Maria stringendosi a me senza finire la frase: essi muoiono soli!— Forse, risposi; ma la paura.... D'altronde è più triste il morire senza funestare lo sguardo della vista di una faccia umana?...Eravamo ai piedi delle croci. I condannati avevano gli occhi chiusi o rivolti al cielo. Nessuno d'essi era ancor morto. I loro petti si sollevavano con uno sforzo che faceva scricchiolare le loro coste. Le ossa delle estremità erano rotte; il corpo contratto eimpiccolito projettavasi in avanti. L'agonia era orribile.Udendo dei passi sotto di sè, una sola voce proruppe da tutte quelle fauci bruciate e soffocate: Sete! sete!Noi non avevamo acqua, nè scale. Bar Abbas si precipitò dall'altipiano per andar a cercar qualche cosa. Quel buffone era anch'esso addolorato! Io dissi il mio nome. Io ero conosciuto da tutti i patrioti dell'ex regno d'Erode. Allora un'altra parola scappò fuori da tutte quelle labbra infiammate come la bocca di un forno: Vendetta!— Sì, fratelli, risposi io: morite in pace; voi sarete vendicati.Due o tre di quei petti avevano cessato di sollevarsi.Maria piangeva.Justus, la testa china, sembrava desolato e guardava quella donna.Io mi torceva, non potendo dar loro nessun soccorso, non potendo nè alleviare nè abbreviare quell'agonia.Restammo silenziosi, ascoltando quel singhiozzo che straziava l'anima.La luna continuava la sua ridda scapigliata in mezzo alle nuvole cacciate dal vento; il grillo si lagnava nelle fessure della roccia che cominciava a divenir fredda; il cri-cri chiamava la sua compagna; il cucullo gettava la sua monotona nota al vento che soffiava l'alito appestato dalla valle ai nostri piedi; lo sciacallo più lungi latrava dalla gioia. Mentre le finestre del palazzo d'Erode risplendevano per la festa di Claudia e del governatore della Siria, il respiro dei suppliziati poco a poco si spegneva. E Bar Abbas non arrivava! Non potei più rattenermi.— Addio, gridai, precipitandomi verso il giù della collina.— Nel cielo! mi risposero le due ultime voci che restavano ancora distinte.Quegli infelici credevano quasi tutti alla risurrezione.Poco dopo, Justus mi ricondusse Maria. Bar Abbas arrivò troppo tardi. Il sacrifizio era consumato.L'aria ripeteva ancora il grido: Vendetta! vendetta!— Oh sì vendetta!... Chi era dunque quella donna che avevo veduta nel circo? Come era bella, mio Dio, come era bella!Il giorno seguente, fino all'alba, quegli ebrei che si erano astenuti la vigilia di andar a vedere i giuochi dei gladiatori stranieri, occupavano quella parte dell'anfiteatro che circonda come due ale la loggia di Pilato, per andare a sollazzarsi delmorituri te salutantdei loro martiri. Erano tristi, silenziosi, concentrati; si sarebbe detto che fossero in corruccio.Lo spettacolo di Pilato non valeva, certo, quello dei suoi padroni di Roma. Egli non dava il combattimento di venti elefanti contro un pugno di Getuli armati di giavellotti che Pompeo presentò nel suo secondo consolato, nè le sessantatrè pantere di Scipione Nasica e di Lentulus, nè i cinque ippopotami opposti ai ventitrè coccodrilli di Sagurus, nè la caccia dei cento leoni organizzata da Silla, nè quella dei trecento e quindici leoni data da Pompeo, o quella di quattrocento data Cesare. Non c'erano i tremila e cinquecento leoni, tigri e pantere d'Augusto, nè finalmente i trecento orsi contro altrettanti leoni e pantere di P. Servilius. Ma il povero spettacolo di Pilato, tal quale era, bastava al gusto poco ancora solleticato di quegli Asiatici.Pilato faceva uccidere, in quella seconda giornata di feste, dieci tigri, dieci coccodrilli, dodici leoni ed una pantera, che, dicevano, li valeva tutti; e per aguzzare l'appetito, dodici condannati per delitto d'alto tradimento verso Cesare: quarantacinque teste!Allettato dal sangue della vigilia, il popolo si mostrava oggi di buona voglia. Lo spettacolo non prometteva egli di essere ben atroce? Si udivano qua e là ridere le donne, gli uomini smettevano la loro gravità, e s'imbrattavano la faccia con grappoli d'uva, e là ove trovavasi Bar Abbas era un susurro, uno scattar di lazzi, una gesticolazione animata, un vociare alto, un tale sconcio diavoleto infine che pareva d'essere al mercato dei legumi.Credetti per un momento che quel monellaccio intavolasse da un capo all'altro del circo una conversazione con me, o con Pilato, o che scoccasse dei baci a Claudia, e dei torsoli di cavolo a Pomponius Flaccus. Bar Abbas aveva portato sotto il mantello un piccolo maiale, che aveva trovato non so dove, poichè quel quadrupede è cosa rarissima ed antipatica nella Giudea ed a Gerusalemme. Lo mostrava di tanto in tanto, lo mordeva all'orecchio, e lo faceva grugnire come un ossesso. È in questa guisa che si era procurato un posto, e molto comodo, avendo messo in fuga tutti i suoi vicini; di maniera che se ne stava tanto comodamente quanto Pilato.Al tocco, gli abitanti del palazzo d'Erode arrivarono, e si posero nei loro posti come il giorno prima. Qualche minuto dopo, le trombe suonarono per annunziare che lo spettacolo cominciava. Questo fu il segnale per i bestiarii di sollevare le grate di ferro alle bestie feroci, per i guardiani di condurre i prigionieri, e pel popolo ebreo di levarsi come un soluomo e scappar fuori dall'anfiteatro. Il vuoto più assoluto si fece quindi intorno a Pilato, a sua moglie ed al governatore di Siria, ai due lati dove stavano.Justus ed io restammo soli, vicinissimi a Claudia. Io sperava di vedere la maliarda del giorno precedente.Claudia, Pilato e Flaccus si guardarono negli occhi.L'effetto di quella protesta non durò lungamente. Altri oggetti vennero a far diversione.I guardiani del circo collocarono al fondo del circo i sei condannati.Li avevano coperti di una camicia rossa, credo pel decoro dello spettacolo, perchè i loro abiti erano stati ben maltrattati nelle vicende dei giorni precedenti. Moab, questa fiata, era voltato dalla parte di Claudia. Tutti sei, s'erano piantati all'estremità del recinto, dosso contro dosso, serrati, le braccia incrociate al petto, la diritta armata del pugnale in avanti. E' formavano come un pilastro: e non un muscolo del corpo loro, o della faccia, tremava. Soltanto parevano molto pallidi. Con la testa e i piedi nudi — quella panoplia vivente serbava ancora un aspetto formidabile. Gli occhi giravano nelle loro orbite lanciando degli sguardi terribili. Quei denti serrati, quelle bocche semiaperte per respirare un alito potente, quelle narici dilatate promettevano una lotta terribile: la carne morderà forse la bocca che vorrà divorarla.Ma quelle bocche altresì, erano spaventevoli.Appena i bestiarii ebbero sollevate le grate, situate non alle due estremità dell'anfiteatro, ma ai lati, ecco da una parte lanciarsi come in un gruppo solo dieci tigri, dall'altra strisciar fuori come un fiotto dieci coccodrilli.Un fremito di piacere, anzi che di terrore, corse in tutte le fila.Il silenzio era completo.Le tigri entrarono prime. I loro sguardi furono all'istante colpiti dalla presenza della folla che siedeva tutta intorno e di quel gruppo rosso ed immobile che era più vicino ad esse. Le loro narici fiutavano un odore forte, acre e pestilenziale. I coccodrilli coi loro occhi piccoli e rossastri scorsero a prima vista le tigri che stavano loro di faccia: e d'uno sguardo di traverso, a dieci passi dalla loggia di Claudia, i condannati. Tigri e coccodrilli compresero immediatamente, per istinto, che il loro più grande pericolo non veniva dagli uomini. Tosto le due bande sostarono per osservarsi reciprocamente. Le tigri si accosciarono ventre a terra, la testa allungata, lo sguardo fisso e come affascinato. I coccodrilli si serrarono in linea, l'uno toccando l'altro, non dando segno di vita che per un movimento inquieto degli occhi. Uno solo fra essi, il più vecchio forse, una bestia enorme, indietreggiò fino alla parete dell'anfiteatro, e col ventre appoggiato contro il muro cominciò a farne lentamente il giro a ritroso.— Olà, tigri, principi miei signori, gridò Bar Abbas dal suo posto, attenti! attenti! ecco il sagan Hannah che vi minaccia alle spalle.Un grande scoppio di risa accolse questa giullarata, ed il nome di Hannah restò al coccodrillo della retroguardia.L'esitazione dei due eserciti non durò a lungo. I coccodrilli si decisero i primi. Essi avevano confidenza nelle loro corazze, come arma difensiva, e nei loro rictus — vere voragini irte di pugnali — comearma offensiva. All'uopo, la loro coda di porco avrebbe servito di clava.Le tigri compresero che non avevano che a tenersi bene, e si tennero bene. Uno dei coccodrilli, il più giovine, fece un passo avanti, levando il capo radendo col ventre la sabbia, giacche è al ventre ed alla gola soltanto che quei mostri sono vulnerabili. Il movimento audace del primo trascinò gli altri; la banda intera, comprendendo la forza della sua solidarietà, avanzò. Le tigri non lasciarono la loro posizione; solamente da accovacciate che erano si appoggiarono sulle loro piote, come per prendere uno slancio. Questa prudenza sembrò senza dubbio disonorante per uno di essi, che gettando un urlo soffocato spiccò un salto di fianco, isolandosi dai suoi colleghi. Dopo questo primo salto, quel tigre audace ne fece un secondo da un altro verso, tentando una diversione, e con un terzo, si slanciò sopra il coccodrillo dell'estrema sinistra. Esso calcolava forse di piombargli sul dorso, ed impegnar la lotta su quel terreno roccioso. Ma aveva mal calcolato lo slancio. Il coccodrillo minacciato fece un piccolo scarto da parte, e ricevette il tigre nella sua bocca. Fu affar d'un minuto. In un lampo si vide il tigre tagliato in due, e il coccodrillo rovesciato sul dorso, col collo orribilmente lacerato.— Bravo! gridò Bar Abbas: l'onore è intatto dalle due parti. Se per altro avessero pensato a profumarsi l'alito sarebbe stato migliore.Infatti l'aria ne era infettata.Mentre che due membri dei campi opposti avevano impegnato quello sconsigliato duello, il resto dei combattenti, non cessava di sorvegliarsi. Il risultato di quella prova, sembrò per altro impressionarei coccodrilli, che si credevano invulnerabili come Achille. Essi indietreggiarono leggermente. Al contrario le tigri, alla vista del primo sangue, cominciarono ad agitarsi.Non una di esse stava adesso tranquilla e silenziosa. S'udiva un ruggito sordo come il borbottare lontano del tuono. Il gruppo si ruppe. Mentre quattro o cinque si davano a scambietti fantastici, le altre si tenevano ferme al loro posto.I coccodrilli non comprendevano niente di quella danza pirrica dei loro nemici. E' si sbrancarono per seguirli cogli occhi, e forse, prenderli al volo. Ma in sul più bello di questa evoluzione sentirono che le tigri danzatrici, piovevano sui loro dorsi come tanti blocchi di granito, mentre le altre facevano un movimento di fianco per assalirli di dietro. La mischia cominciava.Le tigri s'erano accampate sui dorsi dei loro nemici, e dopo aver provato colle zanne e le unghie, di sdruscirne le dure squame, li abbracciarono, e cominciavano a straziare l'epidermide più tenera del ventre. Così dilaniati, i coccodrilli si rovesciavano, e quelli che non potevano colpire il loro nemico fuori di portata, divoravano l'inimico aggrappato al dorso del fratello vicino. In un volger d'occhi l'arena fu gremita di visceri e di brani di carne. Cinque coccodrilli e quattro tigri erano morti.Restavano ancora sei tigri, quattro coccodrilli e il solitario che Bar Abbas chiamava Hannah, il quale continuava il suo giro d'osservazione lentamente, non perdendo mai di vista il campo di battaglia, nè staccando mai il suo ventre dai muri del circo. Ogni prudenza era ormai cessata. I combattenti erano in preda al furore. I quattro coccodrilli insanguinatiinseguivano le tigri, strisciando rapidamente, presentando sempre il loro rictus formidabile, ghignando atrocemente. Le tigri saltabeccavano con rapidità vertiginosa da ogni parte, il più alto che potevano, di maniera che i coccodrilli obbligati a tener la testa volta in su, lasciavano scoperto il collo ed il fianco. Le tigri attaccarono per di dietro. E l'attacco ebbe luogo ai piedi dei condannati, forzati così ad entrare in battaglia.Qui avvenne qualche cosa di spaventevole, di impossibile a raccontarsi, perchè gli occhi non ebbero tempo di seguire l'azione.Vedemmo succedersi due truci gomitoli che rotolarono nell'arena. Il primo delle tigri aggraffate ai coccodrilli, dilacerantili, e ritirantisi esse stesse straziate; il secondo, dei prigionieri gettatisi su ciò che restava di quelle bestie feroci, tigri e coccodrilli, accollacciantisi, e rivolgentisi nella sabbia. Il sangue spruzzava fino a noi. C'era come una pioggia di lembi di carne, che volteggiava nell'aria. I coccodrilli restarono a mezza via, estinti, distrutti. Ma quel gruppo delle tigri aggrappate agli uomini, e di uomini attaccati alle tigri, ora gli uni avendo il disopra ed ora le altre, rotolò a balzi fino all'altra estremità del circo, dove si fermò, come una massa ammadiata di sabbia, di sangue, di pelli, di carne e di stracci.Un momento si credette che tutto fosse finito, e Bar Abbas già domandava gli onori del trionfo pel prudente Hannah, che s'era tenuto a parte della mischia. Ma ben tosto quel mucchio fangoso si animò nuovamente.E allora vedemmo una testa spiccar dalle viscere di una tigre, e sollevarsi con una precauzione infinita; poi una mano, tergere il sangue dagli occhi.Il possessore di quella testa e di quella mano guardò da prima il carnaio ove si trovava, poi attorno attorno, come chi si risveglia da un sonno d'ubbriachezza. Questa ispezione non fu lunga. Immediatamente un essere che aveva le forme umane, uscì da quella pozzanghera infetta, e saltò in mezzo dell'arena, avendo cura di munirsi d'un pugnale.Nessuno a prima visto riconobbe quell'uomo. Era nudo, ferito, e come emerso da un bagno di marciume e di sangue. Raccolse un lembo di clamide, e si rasciugò il viso per vedere. Allora potemmo riconoscere Moab. Egli guardava stupidamente intorno a sè. Ma un grido di Bar Abbas lo riscosse in sussulto.— Moab, in guardia, in guardia, Hannah entra in battaglia.Difatti, il vecchio coccodrillo, vedendo che gli restava ancora un pericolo in quel coso vivente che si agitava all'altra estremità del circo, girò rapidamente e andò diritto verso di lui.Non c'era tempo a riflettere. Il coccodrillo spiegava adesso altrettanta attività, collera e decisione, quanto aveva fin qui mostrato di calma. Moab, ferito, non poteva più correre a sua voglia. Il coccodrillo si spingeva sempre più avanti. Non avendo più la celerità per difesa, non restavagli che l'astuzia. Moab afferrò un blocco di carne e di stoffa in quella pasta sanguinosa che gli stava vicino, prese posizione, ed aspettò.Il coccodrillo marciò sopra di lui con l'abisso della sua nera gola spalancato. E' si rizzò per inghiottire l'uomo. L'uomo cacciò il suo gomitolo di carne nella voragine. Non avea che un secondo di tregua. La pillola non soffocava il coccodrillo: e' l'inghiottiva.Ma in quel lampo di sosta Moab si gettò ventre a terra, saltò alla gola del mostro, col suo pugnale, lo squartò d'alto in basso e si tenne avvinto al suo collo come ad un albero. Il coccodrillo si dibattè ancora alcuni minuti, poi, nell'ultimo spasimo dell'agonia, slanciò a dieci passi lontano Moab svenuto, tanto per l'orribile fetore della bestia quanto per lo sforzo fatto.I guardiani del circo accorsero allora, onde spazzare quelle carcasse, e trovarono Moab ancora vivente.— Grazia, grazia, cominciò a gridare la folla.Ma avanti che Pilato avesse tempo di decidersi, Claudia aveva alzato la mano col pollice ritto come le vestali romane. La grazia era accordata. Si trasportò Moab per lasanavivaria, e lo si lasciò alle cure dei medici.In pochi istanti, gli schiavi sbarazzavano l'arena, ed aprirono alcuni vomitorii onde disinfettare l'aria il più presto possibile; poi con dei rastrelli coprirono di sabbia le pozze di sangue. La seconda parte dello spettacolo principiava.Le trombe suonarono.Il direttore dei giuochi fece aprire una porta di fianco, e sei cavalieri entrarono nell'arena.Erano sudditi di Aretas re di Petra. Le loro tuniche gialle armonizzavano coi loro visi bruciati dall'alito del deserto, e coi loro magnifici cavalli neri della Numidia. Portavano sul capo un superbo turbante celeste, colore della loro tribù, ed erano armati di spade, giavellotti, pugnali, e d'uno spiedo. I cavalli non portavano sella nè briglie.Dal lato opposto del circo, si condussero i sei condannati vestiti di una leggera tunica rossa, la testaed i piedi nudi, armati soltanto di una daga romana.I cavalieri fecero il giro del circo, e si fermarono in isquadrone sotto il podium. I sei condannati vennero a mettersi davanti a loro alla testa dei cavalli.Allora il cancello sotto la loggia di Claudia si alzò, e dodici leoni con lunga criniera irruppero nell'arena.Passando dalle tenebre dei loro antri alla luce del giorno, sembrarono come abbagliati. Gli uni sbadigliarono, gli altri ruggirono, alcuni si misero a sgambettare, mentre ve n'era che si ruotolavano con voluttà nella sabbia. Cosa era l'uomo per questi re del libero spazio perchè essi dovessero prendersene pensiero o accorgersi della sua presenza? Ma l'uomo non sembrava neppur egli tocco da quel formidabile pericolo. I cavalli soli tremavano, e si ricoprivano di un sudore agghiacciato. Essi allungavano le loro sottili teste sopra le spalle dei condannati allineati dinanzi a loro, come per implorarne protezione. Un nitrito imprudente scappato al più pauroso, li denunziò ai leoni.In un lampo, e' si rizzarono tutti, orecchie tese, faccia al vento, occhio scrutatore: e scoprirono di rimpetto il nimico e la preda che li attendeva. I leoni per altro non si affrettarono. Alcuni, odorando l'aria o battendosi i fianchi colla coda, sedettero sopra le lacche, mentre gli altri fecero lentamente un movimento in avanti.Uno dei cavalli, il più spaventato, vedendo avvicinare il pericolo, si slanciò e cominciò a correre pel circo, demente e scapigliato, trascinando il suo cavaliere. Questo fu il segno della caccia e del combattimento.Tutti i leoni corsero dietro al fuggiasco passando come turbine dinanzi al gruppo dei cavalieri. Questi lanciarono i loro giavellotti in mezzo a quella muta infernale, per attirarla a sè e liberare così il loro disgraziato compagno. Quattro o cinque leoni, feriti, si fermarono di fatti, e vedendo di dove era loro venuto il dolore e l'attacco, fecero fronte gettando un ruggito che incusse sgomento negli spettatori. Il fuggitivo fu raggiunto.Egli abbattè un leone che aveva abbrancato il collo del cavallo; immerse il suo spiedo nella gola d'un secondo, che gli aveva afferrato la coscia colle sue zampe. Ma due altri leoni avevano azzannato per di dietro il cavallo, che si abbiosciò dal terrore sotto il suo cavaliere. Cavallo e cavaliere perirono. Nondimeno il terribile Siriaco, morendo, ebbe ancora il coraggio di immergere il suo pugnale nel fianco d'un terzo leone.Dall'altra parte, quattro leoni piombarono sopra la banda che stava ferma sotto il podium. I condannati li ricevettero sulla punta della daga, i cavalieri sui loro spiedi. V'ebbe un istante in cui non si distingueva più nulla. Ad un punto, quattro cavalieri furono travolti dai loro cavalli che nitrivano di spavento. Tre uomini a piedi, un cavallo col suo cavaliere e i quattro lioni, non si alzarono più. Uno dei combattenti, ferito mortalmente, rotolava dalla sua cavalcatura, e arrestava, come il pomo d'oro di Atalanta, le bestie feroci che lo inseguivano. I giavellotti solcavano l'aria del circo. Menahem s'impadronì allora d'uno spiedo, e saltò sul cavallo che volava nel ricinto come un'aquila. Gli uomini a piedi, tutti feriti, corsero sopra i due leoni che facevano strazio del cavaliere caduto. Là s'aprì un combattimento comenell'Iliade sul corpo di Patroclo. I cavalieri, non potendo padroneggiare i loro cavalli, la cui paura sembrava delirio, attirarono fuori della lotta i tre leoni di cui erano inseguiti, aiutandosi dei loro giavellotti e dei loro spiedoni. I due uomini furono messi a brani ed i leoni feriti gravemente, Menahem ne uccise un altro, ma due cavalieri soggiacquero ancora.Non restava dunque più fra i condannati che Menahem leggermente ferito, ma il cui cavallo era intatto. Cinque dei Siriaci del re Aretas, erano estinti. Otto leoni erano stati ammazzati, e gli altri quattro vagavano feriti intorno al circo. Due uomini dunque contro quattro leoni; partita in equilibrio.Menahem prese l'iniziativa, ed assalì. Uno dei leoni gli saltò sopra, mentre ch'egli uccideva l'altro conficcando nel suo potente petto la daga che appoggiava sul suo cavallo fino a rovesciarnelo. L'ultimo dei Siriaci lo disimpegnò, uccidendo quel mostro per di dietro, traversandolo da parte a parte. Nello sforzo, per altro, l'infelice Siriaco perdette l'equilibrio, e cadde. E' si trovò fra gli artigli dei due ultimi leoni i quali, feriti mortalmente, ebbero però ancora bastante forza per ridurlo a minuzzoli. Quando Menahem, rialzandosi, accorse in suo aiuto, fu a tempo per finire i leoni ma non per salvarlo. Quindi, di tutto il combattimento, restava solo Menahem ferito, ed un cavallo, il quale era ito a morire a pochi passi da lui, esausto dalla fatica e dal terrore più che dalle ferite.La prova però di quel disgraziato non era ancora finita. Doveva scontrarsi ancora con quella terribile pantera che si diceva fosse più temibile che tutte le tigri ed i leoni già uccisi.Ad un segno di Pilato una grata si alza, e la panteraè messa in libertà, innanzi che Menahem abbia il tempo di riaversi. Egli aveva un braccio divorato, il fianco sdrucito, ma la mano diritta intatta, le gambe sane, e ogni specie d'armi a sua disposizione. Gli schiavi non avevano spazzato fuor dell'arena i cadaveri e le carcasse dell'ultimo massacro.Uscendo dalla sua tana, e trovandosi in mezzo a tutta quella carnificina, la pantera sembrò per un istante sorpresa. Indietreggiò, si postò al muro, o piuttosto si accosciò sotto un fremito vertiginoso che s'impadronì di tutto il suo corpo. L'istinto le rivelava la presenza di un inimico che aveva causato quell'eccidio d'individui della terribile sua razza. Non monta pel cavallo, non monta per l'uomo, ma chi aveva ucciso tutti quei leoni? Tutto quel rosso l'abbagliava o meglio l'affascinava.Allungò il grugno non pertanto sopra una di quelle pozze di sangue e la leccò. Quella libazione cominciò a inebbriarla. Un giavellotto che la colpì sulle narici la fece balzare. Allora comprese il pericolo, e scoprì l'inimico. Menahem si avanzava. Questa volta era l'uomo che dava principio alla caccia.Menahem conosceva le pantere, le tigri, i leopardi, gli sciacalli, come i cani ed i gatti della casa paterna. Egli passava le giornate intiere nelle solitudini del deserto, per stanare quei formidabili devastatori delle greggie di suo padre.Il dolore raddoppiò il fremito della pantera. Si slanciò su Menahem, che si tirò da una parte e la punse dello schidone. Egli si divertiva ora. La pantera si mise a sgambettare pel circo. Menahem la seguì, scoccandole soltanto dei giavellotti. Voleva ucciderla sotto la loggia di Claudia. La pantera balzava urlando orribilmente, si aggrappava alle sbarre della gratadelle bestie ed a quella che serviva di riparo agli spettatori della prima fila, i suoi sbalzi erano prodigiosi, ma ovunque trovava degli spettatori che la impaurivano. Menahem la incalzava senza ressa, incrociava i suoi salti, la spingeva, l'incalzava sempre più verso il sito ove voleva ucciderla, sbarrandole la strada, e non cessando di tormentarla coi giavellotti. Il terrore della pantera divenne demenza. Il suolo le sembrò mortale da per tutto.Essa mirò allora a quella parte dell'anfiteatro, che gli Ebrei avevano lasciata vuota per manifestare a Pilato il loro orrore. Menahem la rigettava verso quel sito. La pantera, ridotta all'estremo, fece un prodigioso salto. Passò al disopra delle sbarre che proteggevano gli spettatori, e venne a cadere a dieci passi da me e da Justus, vicino a Claudia. Un grido di terrore scoppiò in mezzo alla folla, ed un mortale salva chi può cominciò. Claudia si alzò in piedi, e strappò dai suoi capelli quel piccolo pugnale lungo ed affilato, di cui le Romane facevano uso per tenere confitti sulla loro testa il giro di capelli posticci che formavano torre. I centurioni, il governatore di Siria che le stava vicino, suo marito, tutti si disponevano a coprirla del loro corpo. Io mi alzai pure sguainando il mio pugnale.— È una Romana, disse Justus, tirandomi della falda del mantello.— È una donna, risposi, collocandomi in guisa che la mia spalla toccasse la persona di Claudia, separati soltanto dal cordone di seta che segnava la demarcazione fra i Romani e la loggia. Claudia udì la parola di Justus e la mia risposta.In questo mentre la pantera si rialzava. Trovandosi in faccia ad un nuovo pericolo, quando forse si credevasalvata, entrò in furore. Fece un balzo per gettarsi sopra di me o di Claudia. Io l'aspettava al varco, il braccio steso, il tallone sinistro appoggiato solidamente al muro del vomitorio, e la gamba diritta in avanti. La pantera venne a rovesciarsi su me. La ricevetti sul pugnale, ove s'infilzò. Il contraccolpo mi fece piegare sui garretti, e mi respinse così vicino al petto di Claudia, che l'alito ardente della belva ci percosse a entrambi la faccia. Il pericolo era immenso. Con uno sforzo immenso rigettai la pantera nel circo, e Menahem, che alla sua volta l'attendeva, la ricevè sul suo spiedo e la sterminò.— Il tuo nome, mi disse Claudia, per nulla spaventata di ciò che era accaduto sì vicino a lei.Io la guardai, poi salutandola con un sorriso, le risposi:— Sei molto bella, o Romana.E mi allontanai.— Seguilo, la intesi dire a Cneus Priscus, che stava dietro a lei.— Lo conosco, rispose il centurione.Egli mi conosceva! Bel miracolo!Chi era io?

L'anfiteatro di Gerusalemme era stato costrutto dal re Erode.

Il re sapeva benissimo che la legge proibiva il genere di spettacoli che vi si danno per solito. Ma egli provava questo mezzo di seduzione, come ne aveva tentato tanti altri, nobili, utili, politici, umani, per spezzare quella cerchia di bronzo, ch'estraniava gli Ebrei dalla comunanza degli altri popoli dell'Oriente e dell'Occidente. Egli fallì in questa, come in tutte le sue altre idee, troppo grandi per un popolo così incolto e così rozzo.

L'anfiteatro, al tempo di Erode, era sempre stato popolato, come lo è oggidì quello di Pilato, da spettatori venuti perfino dalla Grecia e dall'Egitto — da Damasco a Memfis, da Gaza a Tiro, — dalle città greche e romane che s'innalzano sopra il suolo dei figli di Jacob, — Cesarea, Gadara, Sephoris, Pella, Scitopoli, Hippos, Phasaelus, Tiberiade. Le città di Samaria si vuotavano, tutti andando a vedere le feste di Pilato, che coincidevano con quelle dei Tabernacoli degli Ebrei. Il vasto circo rigurgitava quindi di popolo fin dalla mattina.

V'erano anche degli Ebrei, ma dei due partiti estremi: l'aristocrazia sadducea, e quella infima plebe che non si classifica, ma si ammonticchia. Siccome da noinon ci sono vestali, il podium era stato riservato alle dame di alto grado, per le quali c'era una sportula apposita di entrata. Le file superiori erano tutte occupate dalle donne, quasi tutte velate; le prime, dagli uomini di condizione più elevata, magistrati, principi, capi di milizia, preti, antichi ufficiali delle sinagoghe. Una inferriata, non molto alta veramente, li proteggeva dalle fantasie di quelle bestie che avessero voluto cercare altrove che nell'arena un sito per rappresentare la loro parte.

Ad una delle estremità di questo ovale, a nove o dieci piedi al di su dell'arena, si trovava la loggia di Pilato — rimpetto al podium — separata dagli altri spettatori soltanto da una corda di seta ed oro, tesa ai due lati, dalla graticola di ferro ai gradini superiori. Sul davanti, sopra due sedie d'avorio incrostate d'oro, siedevano Claudia Procula, con ai piedi dei cuscini di seta azzurra ricamata di argento, e Pomponius Flaccus che li poggiava sopra un tappeto persiano. Dietro ad essi il seguito delle loro corti e degli ufficiali. Pilato occupava un seggio speciale un po' più lungi, come mastro dello spettacolo; poichè a Gerusalemme non vi erano come a Roma edili o direttori speciali per questo oggetto. Un velarium tessuto di bianca lana di Bethania, a righe cremisine di lana di Sion, copriva bene o male tutto il vasto ricinto.

La varietà di costumi degli spettatori allettava lo sguardo. Ma coloro che qualche volta nella loro vita avevano assistito ai circhi romani ed agli ippodromi greci, ove il popolo è sì gaio e rumoroso, avrebbe creduto di vedere, in quella folla così tranquilla e così seria, un'assemblea che assiste ad un processo capitale in una corte di giustizia. D'altronde quei combattimenti al cesto, queireziarii, queidimacheri,quegliandabati, che potevano avere di interessante per gente che si era trovata la vigilia presa in quella strana caccia che i soldati romani avevano data al popolo ebreo, trafiggendo petti, dorsi, fianchi, tagliando teste e membra, e correndo sempre innanzi, sempre innanzi, sopra feriti, morenti e cadaveri? Non c'era una famiglia ebrea che non avesse il suo lutto; donde poteva spillare la gioia? Nessuno conosceva quei combattenti, nessuno scommetteva per uno o contro uno di essi; come potevano interessarsene? Il popolo ebreo ha della sensualità per la bellezza, come tutte le razze orientali, ma non il sentimento del bello, come il Greco ed il Romano. Il popolo ebreo teme la forza ed è malfidente della destrezza; egli non l'ammira, non la coltiva, e nemmeno, a mo' dei Greci e dei Romani, l'apprezza. Come si sarebbe egli appassionato per le belle forme dei gladiatori greci, per l'ammirabile abilità di queidimacheriitaliani, i quali, pugnando di spada e di pugnale, senza armi difensive, si uccidevano a vicenda; o per l'agilità di quelreziario, e di quelmirmillone, l'uno ucciso e l'altro ferito a morte? Appena se si rise un po' degli sbagli di quei Galliandabati, di cui uno — camuffati come erano di un elmo di ferro che non aveva aperture che alla bocca ed alle orecchie — dopo diverse balordaggini, ebbe un braccio spiccato fuor netto, e l'altro il ventre squarciato. Tutto questo era accolto con freddezza.

Ma una scena d'altro genere venne ben tosto a destare una dolorosa commozione.

La giornata doveva chiudersi con una pantomima di ballo e di canto di una festa di Sileno, interrotta dall'irruzione di un toro, aizzato da cani che lo cacciavano e che lasciavano il tempo così ai cori edai cimbalisti di mettersi in salvo per lasana vivariae le altre uscite dell'arena. Ma avanti che si rappresentasse questa commedia, Pilato volle che la sua tragedia precedesse.

Le trombe suonarono. Il silenzio del deserto si fece profondo nella festa. Allora un araldo si alzò dietro a Pilato, ed avanzandosi, gridò: Ecco la sentenza dei cospiratori contro Cesare.

Dopo che l'araldo ebbe letto il decreto pronunziato il dì innanzi dal procuratore, questi fece un segno. Allora il vomitorio che stava al disotto delpodiumsi aprì, e apparvero i condannati. Erano divisi in tre file, legati da corde pugno contro pugno. Quelli che dovevano esser crocifissi la sera precedevano gli altri. Erano i più vecchi, i più deboli; li conducevano soldati indigeni. Il secondo gruppo era composto dei condannati alle bestie, in semplice tunica, con un solo pugnale a difesa. Moab era alla testa di questo; dei soldati Romani marciavano dietro a loro. Finalmente venivano i sei condannati alle bestie, ma armati questi di tutto punto, eccetto la corazza e lo scudo. Menahem era fra costoro; i legionarii gli scortavano.

Quando apparvero nel circo, un grido immenso echeggiò in mezzo alla folla: Gloria ai figli d'Israele: coraggio, coraggio! Poi seguì un silenzio che faceva fremere. I condannati non pronunziarono una parola. Tutti avevano il passo sicuro, l'aria calma, l'aspetto dignitoso, quasi andassero a compiere un sacrifizio religioso.

Menahem camminava, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo, come se avesse voluto squarciare il velarium, e incontrare nel firmamento lo sguardo, il sospiro, il bacio forse, ch'e' vi cercava. Moab scorreva degli occhi ansiosi le gradinate dove stavan ledonne, visibilmente inquieto, concentrando tutta la potenza della sua vita in quegli sguardi investigatori. Percorsero così tutta l'arena da dritta a sinistra, tenendo il dosso voltato alpodium, durante la metà del loro passaggio.

Io stava rimpetto a quella parte dell'anfiteatro. Allorchè i condannati arrivarono sotto la loggia di Claudia, alla vista quindi delle donne che avevano preso posto nelpodium, osservai un brusco movimento di una di queste, che era seduta in prima fila, all'istesso livello della moglie di Pilato. Mano mano che i condannati avanzavano verso quella parte dell'arena, la agitazione di quella donna aumentava. Ella si alzò e spinse il suo corpo sì avanti, sì avanti, che un'altra donna seduta vicino a lei, la prese per la vita onde tenerla. Alla fine gettò un grido. Tutti gli occhi si voltarono subitamente di là. Moab lo intese, egli pure, e fu preso da un terribile tremito in tutto il suo corpo. Appena se poteva più camminare; ma arrivato sotto quel sito, gridò egli pure: Addio, Miriam!

— Moab! rispose la conosciuta, e ricadde sopra il suo cuscino, lasciando andare la testa sulle spalle della sua vicina.

A questo movimento, il velo si sciolse. La fu una vista abbagliante per tutti. Si sarebbe detto che il velarium si aprisse, e che il sole inondasse l'arena. Mai non s'era seduta una simile bellezza fra le figlie d'Israello fino da Esther, forse da Eva la figlia di Dio, in poi. Un grido di sorpresa scoppiò in mezzo all'assemblea. Pilato impallidì come un cadavere. Moab era caduto affranto, e lo avevano trasportato svenuto. Claudia disse qualche parola al suo vicino Flaccus, questi le ripetè a Pilato che non rispose. I suoiocchi erano fissi al posto ove sedeva Mirjam. Questa si era alzata precipitosamente ed era sparita sotto il vomitorio che conduceva dalla galleria interna al podium. Io mi precipitai per vedere questa donna che m'era sconosciuta, a me che conoscevo tutte le donne di Gerusalemme. Ma ella erasi deleguata come un soffio d'aria, senza lasciar traccia di sè.

Questo incidente mise un po' di freddo nel resto dello spettacolo.

Uscendo dal circo, il popolo s'incontrò coi condannati che andavano al supplizio.

Il popolo d'Israello, che non aveva assistito al combattimento dei gladiatori, andò ad assistere alla morte dei suoi compatriotti. I contorni del Golgota erano gremiti di gente; ma pareva che quelle migliaia di uomini e di donne fossero pietrificate. Non un grido, non un gesto: si respirava sordamente, ed ogni sospiro conteneva una maledizione.

Mentre gli stranieri si divertivano coi gladiatori ed i mimi di Pilato, i suoi carnefici alzavano la croce. L'operazione fu breve. Essi ne avevano l'abitudine. Un'ora dopo avevano issato i condannati sulla croce, piedi e mani legate; poi, quando tutti pendevano dal patibolo, ruppero loro con una sbarra di ferro le gambe e le braccia, le coscie e gli avambracci.

Al grido straziante dei suppliziati, rispose un grido terribile del popolo: grido inarticolato che non esprimeva nulla e diceva tutto. E fu il solo. Il popolo svignò dagli accessi del Golgota, come l'acqua irrompe da un vaso forato.

La sera era fresca e bella. Io aveva cenato con Maria. Bar Abbas era venuto a sparecchiare gli avanzi. Justus era arrivato un po' più tardi; poichè quel cattivo mobile avrebbe passata tutta la sua vitaai piedi della mia amante. Finita la cena, io li invitai ad accompagnarmi. Maria volle venire anch'essa.

Uscendo dalla porta Giudiziaria, che s'apre sulla strada di Silo e di Gabaon, lasciammo a sinistra la tomba di Anania, ed incominciammo ad ascendere, a dritta, il piccolo cocuzzolo del Golgota. La luna lo rischiarava completamente. Un venticello acuto cacciava dinanzi a sè una peluria di bianco vapore frangiato in piccoli fiocchi, che svolazzavano capricciosamente, lasciando puro e netto un firmamento azzurro come la grotta dell'isola di Capri. La luna avanzava frettolosa.

Una fila di forme bianche che si staccavano sul fondo ceruleo, apparve ai nostri occhi. A misura che ci facevamo più presso, quelle forme prendevano una figura, e vedemmo i corpi nudi dei suppliziati.

Il sito era deserto. Le guardie, dopo aver ferito a morte i condannati, non s'erano curate di udire l'ultima maledizione o l'estrema preghiera. Dei cani vagabondi, che venivano dall'orgiare nel Carniere dei cadaveri, abbaiavano per distrarsi. La civetta rispondeva loro. Un gemito sordo, corto, affogato, rompeva il silenzio notturno.

— Questi infelici non avevano dunque nè sorella nè madre, nè.... mormorava Maria stringendosi a me senza finire la frase: essi muoiono soli!

— Forse, risposi; ma la paura.... D'altronde è più triste il morire senza funestare lo sguardo della vista di una faccia umana?...

Eravamo ai piedi delle croci. I condannati avevano gli occhi chiusi o rivolti al cielo. Nessuno d'essi era ancor morto. I loro petti si sollevavano con uno sforzo che faceva scricchiolare le loro coste. Le ossa delle estremità erano rotte; il corpo contratto eimpiccolito projettavasi in avanti. L'agonia era orribile.

Udendo dei passi sotto di sè, una sola voce proruppe da tutte quelle fauci bruciate e soffocate: Sete! sete!

Noi non avevamo acqua, nè scale. Bar Abbas si precipitò dall'altipiano per andar a cercar qualche cosa. Quel buffone era anch'esso addolorato! Io dissi il mio nome. Io ero conosciuto da tutti i patrioti dell'ex regno d'Erode. Allora un'altra parola scappò fuori da tutte quelle labbra infiammate come la bocca di un forno: Vendetta!

— Sì, fratelli, risposi io: morite in pace; voi sarete vendicati.

Due o tre di quei petti avevano cessato di sollevarsi.

Maria piangeva.

Justus, la testa china, sembrava desolato e guardava quella donna.

Io mi torceva, non potendo dar loro nessun soccorso, non potendo nè alleviare nè abbreviare quell'agonia.

Restammo silenziosi, ascoltando quel singhiozzo che straziava l'anima.

La luna continuava la sua ridda scapigliata in mezzo alle nuvole cacciate dal vento; il grillo si lagnava nelle fessure della roccia che cominciava a divenir fredda; il cri-cri chiamava la sua compagna; il cucullo gettava la sua monotona nota al vento che soffiava l'alito appestato dalla valle ai nostri piedi; lo sciacallo più lungi latrava dalla gioia. Mentre le finestre del palazzo d'Erode risplendevano per la festa di Claudia e del governatore della Siria, il respiro dei suppliziati poco a poco si spegneva. E Bar Abbas non arrivava! Non potei più rattenermi.

— Addio, gridai, precipitandomi verso il giù della collina.

— Nel cielo! mi risposero le due ultime voci che restavano ancora distinte.

Quegli infelici credevano quasi tutti alla risurrezione.

Poco dopo, Justus mi ricondusse Maria. Bar Abbas arrivò troppo tardi. Il sacrifizio era consumato.

L'aria ripeteva ancora il grido: Vendetta! vendetta!

— Oh sì vendetta!... Chi era dunque quella donna che avevo veduta nel circo? Come era bella, mio Dio, come era bella!

Il giorno seguente, fino all'alba, quegli ebrei che si erano astenuti la vigilia di andar a vedere i giuochi dei gladiatori stranieri, occupavano quella parte dell'anfiteatro che circonda come due ale la loggia di Pilato, per andare a sollazzarsi delmorituri te salutantdei loro martiri. Erano tristi, silenziosi, concentrati; si sarebbe detto che fossero in corruccio.

Lo spettacolo di Pilato non valeva, certo, quello dei suoi padroni di Roma. Egli non dava il combattimento di venti elefanti contro un pugno di Getuli armati di giavellotti che Pompeo presentò nel suo secondo consolato, nè le sessantatrè pantere di Scipione Nasica e di Lentulus, nè i cinque ippopotami opposti ai ventitrè coccodrilli di Sagurus, nè la caccia dei cento leoni organizzata da Silla, nè quella dei trecento e quindici leoni data da Pompeo, o quella di quattrocento data Cesare. Non c'erano i tremila e cinquecento leoni, tigri e pantere d'Augusto, nè finalmente i trecento orsi contro altrettanti leoni e pantere di P. Servilius. Ma il povero spettacolo di Pilato, tal quale era, bastava al gusto poco ancora solleticato di quegli Asiatici.

Pilato faceva uccidere, in quella seconda giornata di feste, dieci tigri, dieci coccodrilli, dodici leoni ed una pantera, che, dicevano, li valeva tutti; e per aguzzare l'appetito, dodici condannati per delitto d'alto tradimento verso Cesare: quarantacinque teste!

Allettato dal sangue della vigilia, il popolo si mostrava oggi di buona voglia. Lo spettacolo non prometteva egli di essere ben atroce? Si udivano qua e là ridere le donne, gli uomini smettevano la loro gravità, e s'imbrattavano la faccia con grappoli d'uva, e là ove trovavasi Bar Abbas era un susurro, uno scattar di lazzi, una gesticolazione animata, un vociare alto, un tale sconcio diavoleto infine che pareva d'essere al mercato dei legumi.

Credetti per un momento che quel monellaccio intavolasse da un capo all'altro del circo una conversazione con me, o con Pilato, o che scoccasse dei baci a Claudia, e dei torsoli di cavolo a Pomponius Flaccus. Bar Abbas aveva portato sotto il mantello un piccolo maiale, che aveva trovato non so dove, poichè quel quadrupede è cosa rarissima ed antipatica nella Giudea ed a Gerusalemme. Lo mostrava di tanto in tanto, lo mordeva all'orecchio, e lo faceva grugnire come un ossesso. È in questa guisa che si era procurato un posto, e molto comodo, avendo messo in fuga tutti i suoi vicini; di maniera che se ne stava tanto comodamente quanto Pilato.

Al tocco, gli abitanti del palazzo d'Erode arrivarono, e si posero nei loro posti come il giorno prima. Qualche minuto dopo, le trombe suonarono per annunziare che lo spettacolo cominciava. Questo fu il segnale per i bestiarii di sollevare le grate di ferro alle bestie feroci, per i guardiani di condurre i prigionieri, e pel popolo ebreo di levarsi come un soluomo e scappar fuori dall'anfiteatro. Il vuoto più assoluto si fece quindi intorno a Pilato, a sua moglie ed al governatore di Siria, ai due lati dove stavano.

Justus ed io restammo soli, vicinissimi a Claudia. Io sperava di vedere la maliarda del giorno precedente.

Claudia, Pilato e Flaccus si guardarono negli occhi.

L'effetto di quella protesta non durò lungamente. Altri oggetti vennero a far diversione.

I guardiani del circo collocarono al fondo del circo i sei condannati.

Li avevano coperti di una camicia rossa, credo pel decoro dello spettacolo, perchè i loro abiti erano stati ben maltrattati nelle vicende dei giorni precedenti. Moab, questa fiata, era voltato dalla parte di Claudia. Tutti sei, s'erano piantati all'estremità del recinto, dosso contro dosso, serrati, le braccia incrociate al petto, la diritta armata del pugnale in avanti. E' formavano come un pilastro: e non un muscolo del corpo loro, o della faccia, tremava. Soltanto parevano molto pallidi. Con la testa e i piedi nudi — quella panoplia vivente serbava ancora un aspetto formidabile. Gli occhi giravano nelle loro orbite lanciando degli sguardi terribili. Quei denti serrati, quelle bocche semiaperte per respirare un alito potente, quelle narici dilatate promettevano una lotta terribile: la carne morderà forse la bocca che vorrà divorarla.

Ma quelle bocche altresì, erano spaventevoli.

Appena i bestiarii ebbero sollevate le grate, situate non alle due estremità dell'anfiteatro, ma ai lati, ecco da una parte lanciarsi come in un gruppo solo dieci tigri, dall'altra strisciar fuori come un fiotto dieci coccodrilli.

Un fremito di piacere, anzi che di terrore, corse in tutte le fila.

Il silenzio era completo.

Le tigri entrarono prime. I loro sguardi furono all'istante colpiti dalla presenza della folla che siedeva tutta intorno e di quel gruppo rosso ed immobile che era più vicino ad esse. Le loro narici fiutavano un odore forte, acre e pestilenziale. I coccodrilli coi loro occhi piccoli e rossastri scorsero a prima vista le tigri che stavano loro di faccia: e d'uno sguardo di traverso, a dieci passi dalla loggia di Claudia, i condannati. Tigri e coccodrilli compresero immediatamente, per istinto, che il loro più grande pericolo non veniva dagli uomini. Tosto le due bande sostarono per osservarsi reciprocamente. Le tigri si accosciarono ventre a terra, la testa allungata, lo sguardo fisso e come affascinato. I coccodrilli si serrarono in linea, l'uno toccando l'altro, non dando segno di vita che per un movimento inquieto degli occhi. Uno solo fra essi, il più vecchio forse, una bestia enorme, indietreggiò fino alla parete dell'anfiteatro, e col ventre appoggiato contro il muro cominciò a farne lentamente il giro a ritroso.

— Olà, tigri, principi miei signori, gridò Bar Abbas dal suo posto, attenti! attenti! ecco il sagan Hannah che vi minaccia alle spalle.

Un grande scoppio di risa accolse questa giullarata, ed il nome di Hannah restò al coccodrillo della retroguardia.

L'esitazione dei due eserciti non durò a lungo. I coccodrilli si decisero i primi. Essi avevano confidenza nelle loro corazze, come arma difensiva, e nei loro rictus — vere voragini irte di pugnali — comearma offensiva. All'uopo, la loro coda di porco avrebbe servito di clava.

Le tigri compresero che non avevano che a tenersi bene, e si tennero bene. Uno dei coccodrilli, il più giovine, fece un passo avanti, levando il capo radendo col ventre la sabbia, giacche è al ventre ed alla gola soltanto che quei mostri sono vulnerabili. Il movimento audace del primo trascinò gli altri; la banda intera, comprendendo la forza della sua solidarietà, avanzò. Le tigri non lasciarono la loro posizione; solamente da accovacciate che erano si appoggiarono sulle loro piote, come per prendere uno slancio. Questa prudenza sembrò senza dubbio disonorante per uno di essi, che gettando un urlo soffocato spiccò un salto di fianco, isolandosi dai suoi colleghi. Dopo questo primo salto, quel tigre audace ne fece un secondo da un altro verso, tentando una diversione, e con un terzo, si slanciò sopra il coccodrillo dell'estrema sinistra. Esso calcolava forse di piombargli sul dorso, ed impegnar la lotta su quel terreno roccioso. Ma aveva mal calcolato lo slancio. Il coccodrillo minacciato fece un piccolo scarto da parte, e ricevette il tigre nella sua bocca. Fu affar d'un minuto. In un lampo si vide il tigre tagliato in due, e il coccodrillo rovesciato sul dorso, col collo orribilmente lacerato.

— Bravo! gridò Bar Abbas: l'onore è intatto dalle due parti. Se per altro avessero pensato a profumarsi l'alito sarebbe stato migliore.

Infatti l'aria ne era infettata.

Mentre che due membri dei campi opposti avevano impegnato quello sconsigliato duello, il resto dei combattenti, non cessava di sorvegliarsi. Il risultato di quella prova, sembrò per altro impressionarei coccodrilli, che si credevano invulnerabili come Achille. Essi indietreggiarono leggermente. Al contrario le tigri, alla vista del primo sangue, cominciarono ad agitarsi.

Non una di esse stava adesso tranquilla e silenziosa. S'udiva un ruggito sordo come il borbottare lontano del tuono. Il gruppo si ruppe. Mentre quattro o cinque si davano a scambietti fantastici, le altre si tenevano ferme al loro posto.

I coccodrilli non comprendevano niente di quella danza pirrica dei loro nemici. E' si sbrancarono per seguirli cogli occhi, e forse, prenderli al volo. Ma in sul più bello di questa evoluzione sentirono che le tigri danzatrici, piovevano sui loro dorsi come tanti blocchi di granito, mentre le altre facevano un movimento di fianco per assalirli di dietro. La mischia cominciava.

Le tigri s'erano accampate sui dorsi dei loro nemici, e dopo aver provato colle zanne e le unghie, di sdruscirne le dure squame, li abbracciarono, e cominciavano a straziare l'epidermide più tenera del ventre. Così dilaniati, i coccodrilli si rovesciavano, e quelli che non potevano colpire il loro nemico fuori di portata, divoravano l'inimico aggrappato al dorso del fratello vicino. In un volger d'occhi l'arena fu gremita di visceri e di brani di carne. Cinque coccodrilli e quattro tigri erano morti.

Restavano ancora sei tigri, quattro coccodrilli e il solitario che Bar Abbas chiamava Hannah, il quale continuava il suo giro d'osservazione lentamente, non perdendo mai di vista il campo di battaglia, nè staccando mai il suo ventre dai muri del circo. Ogni prudenza era ormai cessata. I combattenti erano in preda al furore. I quattro coccodrilli insanguinatiinseguivano le tigri, strisciando rapidamente, presentando sempre il loro rictus formidabile, ghignando atrocemente. Le tigri saltabeccavano con rapidità vertiginosa da ogni parte, il più alto che potevano, di maniera che i coccodrilli obbligati a tener la testa volta in su, lasciavano scoperto il collo ed il fianco. Le tigri attaccarono per di dietro. E l'attacco ebbe luogo ai piedi dei condannati, forzati così ad entrare in battaglia.

Qui avvenne qualche cosa di spaventevole, di impossibile a raccontarsi, perchè gli occhi non ebbero tempo di seguire l'azione.

Vedemmo succedersi due truci gomitoli che rotolarono nell'arena. Il primo delle tigri aggraffate ai coccodrilli, dilacerantili, e ritirantisi esse stesse straziate; il secondo, dei prigionieri gettatisi su ciò che restava di quelle bestie feroci, tigri e coccodrilli, accollacciantisi, e rivolgentisi nella sabbia. Il sangue spruzzava fino a noi. C'era come una pioggia di lembi di carne, che volteggiava nell'aria. I coccodrilli restarono a mezza via, estinti, distrutti. Ma quel gruppo delle tigri aggrappate agli uomini, e di uomini attaccati alle tigri, ora gli uni avendo il disopra ed ora le altre, rotolò a balzi fino all'altra estremità del circo, dove si fermò, come una massa ammadiata di sabbia, di sangue, di pelli, di carne e di stracci.

Un momento si credette che tutto fosse finito, e Bar Abbas già domandava gli onori del trionfo pel prudente Hannah, che s'era tenuto a parte della mischia. Ma ben tosto quel mucchio fangoso si animò nuovamente.

E allora vedemmo una testa spiccar dalle viscere di una tigre, e sollevarsi con una precauzione infinita; poi una mano, tergere il sangue dagli occhi.Il possessore di quella testa e di quella mano guardò da prima il carnaio ove si trovava, poi attorno attorno, come chi si risveglia da un sonno d'ubbriachezza. Questa ispezione non fu lunga. Immediatamente un essere che aveva le forme umane, uscì da quella pozzanghera infetta, e saltò in mezzo dell'arena, avendo cura di munirsi d'un pugnale.

Nessuno a prima visto riconobbe quell'uomo. Era nudo, ferito, e come emerso da un bagno di marciume e di sangue. Raccolse un lembo di clamide, e si rasciugò il viso per vedere. Allora potemmo riconoscere Moab. Egli guardava stupidamente intorno a sè. Ma un grido di Bar Abbas lo riscosse in sussulto.

— Moab, in guardia, in guardia, Hannah entra in battaglia.

Difatti, il vecchio coccodrillo, vedendo che gli restava ancora un pericolo in quel coso vivente che si agitava all'altra estremità del circo, girò rapidamente e andò diritto verso di lui.

Non c'era tempo a riflettere. Il coccodrillo spiegava adesso altrettanta attività, collera e decisione, quanto aveva fin qui mostrato di calma. Moab, ferito, non poteva più correre a sua voglia. Il coccodrillo si spingeva sempre più avanti. Non avendo più la celerità per difesa, non restavagli che l'astuzia. Moab afferrò un blocco di carne e di stoffa in quella pasta sanguinosa che gli stava vicino, prese posizione, ed aspettò.

Il coccodrillo marciò sopra di lui con l'abisso della sua nera gola spalancato. E' si rizzò per inghiottire l'uomo. L'uomo cacciò il suo gomitolo di carne nella voragine. Non avea che un secondo di tregua. La pillola non soffocava il coccodrillo: e' l'inghiottiva.Ma in quel lampo di sosta Moab si gettò ventre a terra, saltò alla gola del mostro, col suo pugnale, lo squartò d'alto in basso e si tenne avvinto al suo collo come ad un albero. Il coccodrillo si dibattè ancora alcuni minuti, poi, nell'ultimo spasimo dell'agonia, slanciò a dieci passi lontano Moab svenuto, tanto per l'orribile fetore della bestia quanto per lo sforzo fatto.

I guardiani del circo accorsero allora, onde spazzare quelle carcasse, e trovarono Moab ancora vivente.

— Grazia, grazia, cominciò a gridare la folla.

Ma avanti che Pilato avesse tempo di decidersi, Claudia aveva alzato la mano col pollice ritto come le vestali romane. La grazia era accordata. Si trasportò Moab per lasanavivaria, e lo si lasciò alle cure dei medici.

In pochi istanti, gli schiavi sbarazzavano l'arena, ed aprirono alcuni vomitorii onde disinfettare l'aria il più presto possibile; poi con dei rastrelli coprirono di sabbia le pozze di sangue. La seconda parte dello spettacolo principiava.

Le trombe suonarono.

Il direttore dei giuochi fece aprire una porta di fianco, e sei cavalieri entrarono nell'arena.

Erano sudditi di Aretas re di Petra. Le loro tuniche gialle armonizzavano coi loro visi bruciati dall'alito del deserto, e coi loro magnifici cavalli neri della Numidia. Portavano sul capo un superbo turbante celeste, colore della loro tribù, ed erano armati di spade, giavellotti, pugnali, e d'uno spiedo. I cavalli non portavano sella nè briglie.

Dal lato opposto del circo, si condussero i sei condannati vestiti di una leggera tunica rossa, la testaed i piedi nudi, armati soltanto di una daga romana.

I cavalieri fecero il giro del circo, e si fermarono in isquadrone sotto il podium. I sei condannati vennero a mettersi davanti a loro alla testa dei cavalli.

Allora il cancello sotto la loggia di Claudia si alzò, e dodici leoni con lunga criniera irruppero nell'arena.

Passando dalle tenebre dei loro antri alla luce del giorno, sembrarono come abbagliati. Gli uni sbadigliarono, gli altri ruggirono, alcuni si misero a sgambettare, mentre ve n'era che si ruotolavano con voluttà nella sabbia. Cosa era l'uomo per questi re del libero spazio perchè essi dovessero prendersene pensiero o accorgersi della sua presenza? Ma l'uomo non sembrava neppur egli tocco da quel formidabile pericolo. I cavalli soli tremavano, e si ricoprivano di un sudore agghiacciato. Essi allungavano le loro sottili teste sopra le spalle dei condannati allineati dinanzi a loro, come per implorarne protezione. Un nitrito imprudente scappato al più pauroso, li denunziò ai leoni.

In un lampo, e' si rizzarono tutti, orecchie tese, faccia al vento, occhio scrutatore: e scoprirono di rimpetto il nimico e la preda che li attendeva. I leoni per altro non si affrettarono. Alcuni, odorando l'aria o battendosi i fianchi colla coda, sedettero sopra le lacche, mentre gli altri fecero lentamente un movimento in avanti.

Uno dei cavalli, il più spaventato, vedendo avvicinare il pericolo, si slanciò e cominciò a correre pel circo, demente e scapigliato, trascinando il suo cavaliere. Questo fu il segno della caccia e del combattimento.

Tutti i leoni corsero dietro al fuggiasco passando come turbine dinanzi al gruppo dei cavalieri. Questi lanciarono i loro giavellotti in mezzo a quella muta infernale, per attirarla a sè e liberare così il loro disgraziato compagno. Quattro o cinque leoni, feriti, si fermarono di fatti, e vedendo di dove era loro venuto il dolore e l'attacco, fecero fronte gettando un ruggito che incusse sgomento negli spettatori. Il fuggitivo fu raggiunto.

Egli abbattè un leone che aveva abbrancato il collo del cavallo; immerse il suo spiedo nella gola d'un secondo, che gli aveva afferrato la coscia colle sue zampe. Ma due altri leoni avevano azzannato per di dietro il cavallo, che si abbiosciò dal terrore sotto il suo cavaliere. Cavallo e cavaliere perirono. Nondimeno il terribile Siriaco, morendo, ebbe ancora il coraggio di immergere il suo pugnale nel fianco d'un terzo leone.

Dall'altra parte, quattro leoni piombarono sopra la banda che stava ferma sotto il podium. I condannati li ricevettero sulla punta della daga, i cavalieri sui loro spiedi. V'ebbe un istante in cui non si distingueva più nulla. Ad un punto, quattro cavalieri furono travolti dai loro cavalli che nitrivano di spavento. Tre uomini a piedi, un cavallo col suo cavaliere e i quattro lioni, non si alzarono più. Uno dei combattenti, ferito mortalmente, rotolava dalla sua cavalcatura, e arrestava, come il pomo d'oro di Atalanta, le bestie feroci che lo inseguivano. I giavellotti solcavano l'aria del circo. Menahem s'impadronì allora d'uno spiedo, e saltò sul cavallo che volava nel ricinto come un'aquila. Gli uomini a piedi, tutti feriti, corsero sopra i due leoni che facevano strazio del cavaliere caduto. Là s'aprì un combattimento comenell'Iliade sul corpo di Patroclo. I cavalieri, non potendo padroneggiare i loro cavalli, la cui paura sembrava delirio, attirarono fuori della lotta i tre leoni di cui erano inseguiti, aiutandosi dei loro giavellotti e dei loro spiedoni. I due uomini furono messi a brani ed i leoni feriti gravemente, Menahem ne uccise un altro, ma due cavalieri soggiacquero ancora.

Non restava dunque più fra i condannati che Menahem leggermente ferito, ma il cui cavallo era intatto. Cinque dei Siriaci del re Aretas, erano estinti. Otto leoni erano stati ammazzati, e gli altri quattro vagavano feriti intorno al circo. Due uomini dunque contro quattro leoni; partita in equilibrio.

Menahem prese l'iniziativa, ed assalì. Uno dei leoni gli saltò sopra, mentre ch'egli uccideva l'altro conficcando nel suo potente petto la daga che appoggiava sul suo cavallo fino a rovesciarnelo. L'ultimo dei Siriaci lo disimpegnò, uccidendo quel mostro per di dietro, traversandolo da parte a parte. Nello sforzo, per altro, l'infelice Siriaco perdette l'equilibrio, e cadde. E' si trovò fra gli artigli dei due ultimi leoni i quali, feriti mortalmente, ebbero però ancora bastante forza per ridurlo a minuzzoli. Quando Menahem, rialzandosi, accorse in suo aiuto, fu a tempo per finire i leoni ma non per salvarlo. Quindi, di tutto il combattimento, restava solo Menahem ferito, ed un cavallo, il quale era ito a morire a pochi passi da lui, esausto dalla fatica e dal terrore più che dalle ferite.

La prova però di quel disgraziato non era ancora finita. Doveva scontrarsi ancora con quella terribile pantera che si diceva fosse più temibile che tutte le tigri ed i leoni già uccisi.

Ad un segno di Pilato una grata si alza, e la panteraè messa in libertà, innanzi che Menahem abbia il tempo di riaversi. Egli aveva un braccio divorato, il fianco sdrucito, ma la mano diritta intatta, le gambe sane, e ogni specie d'armi a sua disposizione. Gli schiavi non avevano spazzato fuor dell'arena i cadaveri e le carcasse dell'ultimo massacro.

Uscendo dalla sua tana, e trovandosi in mezzo a tutta quella carnificina, la pantera sembrò per un istante sorpresa. Indietreggiò, si postò al muro, o piuttosto si accosciò sotto un fremito vertiginoso che s'impadronì di tutto il suo corpo. L'istinto le rivelava la presenza di un inimico che aveva causato quell'eccidio d'individui della terribile sua razza. Non monta pel cavallo, non monta per l'uomo, ma chi aveva ucciso tutti quei leoni? Tutto quel rosso l'abbagliava o meglio l'affascinava.

Allungò il grugno non pertanto sopra una di quelle pozze di sangue e la leccò. Quella libazione cominciò a inebbriarla. Un giavellotto che la colpì sulle narici la fece balzare. Allora comprese il pericolo, e scoprì l'inimico. Menahem si avanzava. Questa volta era l'uomo che dava principio alla caccia.

Menahem conosceva le pantere, le tigri, i leopardi, gli sciacalli, come i cani ed i gatti della casa paterna. Egli passava le giornate intiere nelle solitudini del deserto, per stanare quei formidabili devastatori delle greggie di suo padre.

Il dolore raddoppiò il fremito della pantera. Si slanciò su Menahem, che si tirò da una parte e la punse dello schidone. Egli si divertiva ora. La pantera si mise a sgambettare pel circo. Menahem la seguì, scoccandole soltanto dei giavellotti. Voleva ucciderla sotto la loggia di Claudia. La pantera balzava urlando orribilmente, si aggrappava alle sbarre della gratadelle bestie ed a quella che serviva di riparo agli spettatori della prima fila, i suoi sbalzi erano prodigiosi, ma ovunque trovava degli spettatori che la impaurivano. Menahem la incalzava senza ressa, incrociava i suoi salti, la spingeva, l'incalzava sempre più verso il sito ove voleva ucciderla, sbarrandole la strada, e non cessando di tormentarla coi giavellotti. Il terrore della pantera divenne demenza. Il suolo le sembrò mortale da per tutto.

Essa mirò allora a quella parte dell'anfiteatro, che gli Ebrei avevano lasciata vuota per manifestare a Pilato il loro orrore. Menahem la rigettava verso quel sito. La pantera, ridotta all'estremo, fece un prodigioso salto. Passò al disopra delle sbarre che proteggevano gli spettatori, e venne a cadere a dieci passi da me e da Justus, vicino a Claudia. Un grido di terrore scoppiò in mezzo alla folla, ed un mortale salva chi può cominciò. Claudia si alzò in piedi, e strappò dai suoi capelli quel piccolo pugnale lungo ed affilato, di cui le Romane facevano uso per tenere confitti sulla loro testa il giro di capelli posticci che formavano torre. I centurioni, il governatore di Siria che le stava vicino, suo marito, tutti si disponevano a coprirla del loro corpo. Io mi alzai pure sguainando il mio pugnale.

— È una Romana, disse Justus, tirandomi della falda del mantello.

— È una donna, risposi, collocandomi in guisa che la mia spalla toccasse la persona di Claudia, separati soltanto dal cordone di seta che segnava la demarcazione fra i Romani e la loggia. Claudia udì la parola di Justus e la mia risposta.

In questo mentre la pantera si rialzava. Trovandosi in faccia ad un nuovo pericolo, quando forse si credevasalvata, entrò in furore. Fece un balzo per gettarsi sopra di me o di Claudia. Io l'aspettava al varco, il braccio steso, il tallone sinistro appoggiato solidamente al muro del vomitorio, e la gamba diritta in avanti. La pantera venne a rovesciarsi su me. La ricevetti sul pugnale, ove s'infilzò. Il contraccolpo mi fece piegare sui garretti, e mi respinse così vicino al petto di Claudia, che l'alito ardente della belva ci percosse a entrambi la faccia. Il pericolo era immenso. Con uno sforzo immenso rigettai la pantera nel circo, e Menahem, che alla sua volta l'attendeva, la ricevè sul suo spiedo e la sterminò.

— Il tuo nome, mi disse Claudia, per nulla spaventata di ciò che era accaduto sì vicino a lei.

Io la guardai, poi salutandola con un sorriso, le risposi:

— Sei molto bella, o Romana.

E mi allontanai.

— Seguilo, la intesi dire a Cneus Priscus, che stava dietro a lei.

— Lo conosco, rispose il centurione.

Egli mi conosceva! Bel miracolo!

Chi era io?


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