IX.Justus non aveva assistito alla riunione in casa del sagan, perchè era andato da Maria.Le portava la notizia della mia prigionia nella torre Phasaelus.Questo colpo, che aveva rallegrato Justus, non abbatteva Maria. Ella non era donna da lagnarsi come una donna, da desolarsi, domandando aiuto al cielo.Justus non era tale un amico, da non trar partito della disgrazia d'un amico.Ritornando da Roma, io aveva incontrata quella ragazza sulle rive del lago di Genesareth, al momento in cui aveva perduto il suo ultimo parente, e restava sola nel mondo. Non mi occorse un lusso di seduzioni, per persuaderla a seguirmi a Gerusalemme. Sapendosi bella, la non disperava che un giorno o l'altro io mi sarei deciso a sposarla. Conoscendo il proprio carattere determinato, pronto alle risoluzioni, ricco di espedienti, ella contava far arrivare il più tosto possibile quel giorno. Una settimana dopo che ella aveva preso dimora nella mia casa, Maria aveva già compreso che i suoi progetti di Magdala non si sarebbero mai effettuati. Non esitò molto a decidersi di trarre dalla sua situazione il miglior partito possibile. Mi congedò, tra due dei più ardenti baci della luna di miele dell'amore.Era troppo tardi, e troppo presto. Troppo tardi, perchè io principiava a sentire per lei dei violenti desiderii; troppo presto, perchè non n'ero ancor sazio. In breve dopo una querela che durò tutta una notte ed una parte del mattino, andammo d'accordo: Maria consentiva a continuare ad amarmi, ma nella sua casa, padrona del suo domicilio, del suo cuore e delle sue azioni, rinunciando a tutti i vantaggi che la legge giudaica le poteva accordare su me. Per contro, io le diedi per abitazione una bella casetta fra due giardini, alle porte della città, nel sobborgo di Bezetha. E siccome io viveva quasi sempre con lei, vi portai tutto il lusso, l'eleganza, i piaceri che avevo osservato presso le dame romane e greche, e ci presi gusto anch'io.Maria non aveva la tinta, in parte vera in parte presa a prestito dai cosmetici, delle cortigiane romane; ma la aveva nel suo colorito d'oro in fusione una freschezza, uno splendore, un mordente, un vigore, una giovinezza che la rendevano mille volte più seducente. Ella non aveva lo spirito, la coltura, il gusto, la grazia, il fascino morale della cortigiana greca; ma ne aveva tutta la civetteria; tutti i capricci; tutto l'imprevisto, tutte le voluttà, tutta la venustà scultoria delle forme. Era Cleopatra: quella misteriosa e tetra regina che aveva stretto il mondo due volte nelle sue braccia di bronzo, e l'aveva soffocato dei suoi baci. Maria era l'ideale della donna siriaca che possiede la taglia della palma, il color dell'aurora, gli occhi di serpente, la elasticità della tigre, la bocca che contiene un Eden di passione, sia che rida, o che morda. Questa regina di Saba ben presto adottò, dal momento che divenne libera, delle abitudini fantastiche. Sdegnò la moda delledonne ebree, pure così graziose e così semplici, e si compose un costume assiro, il quale le dava lo splendore che la notte ed il cielo azzurro danno alle stelle.Non occorreva tanto per gettare lo scompiglio in mezzo alla gioventù ricca ed elegante di Gerusalemme. Maria l'ebbe presto tutta ai suoi piedi, mai nelle sue braccia. Giammai donna fu più fedele al suo amante amato, di quel che lo era Maria per me cui ella amava sì poco. Dovunque ella passava, tradita dai suoi profumi, dal suo seguito, dalla sua abbagliante bellezza, dai suoi adornamenti, dalla sua insolenza, dal suo riso che si sarebbe detto una cascata di perle sur un bacino d'oro, un riddare di raggi, dovunque la si mostrava, un vivo commovimento seguivala. Le altre donne impallidivano; gli uomini le si affollavano attorno. I sorrisi, le offerte, le parole amabili, la gaiezza, l'impertinenza, le risse, che so io? tutto scintillava e le turbinava intorno come il delirio.Justus non aveva resistito a quella seduzione involontaria; tanto più che egli aveva visto Maria più da vicino, con me, nelle ore che la era ella stessa e non s'infingeva per altrui, ed era allora le cento volte più affascinante! Questa Greca di contrabbando era insomma una deliziosa Ebrea. Ella aveva, come io stesso, avvertito l'amore silenzioso di Justus, ma non fece mai nulla per provocarne la confessione; colui, dalla sua parte, non l'osò mai.Dopo il mio arresto — e si sapeva che gli arresti di Pilato, cui nulla spaventava, erano mortali quasi sempre — Justus sperò; prese coraggio. Maria invece, che fino allora m'aveva impartito un così modesto bricciolo del suo amore, mi si diede con tutte le espansioni della sua anima.— Ebbene, diss'ella, se Giuda è arrestato bisogna liberarlo.— Gli è che.... riprese Justus.— Non ci sonogli è che: lo si deve, dovessi io abbandonarmi nelle braccia del suo carceriere, come Giuditta, per strappargli le chiavi; dovessi mettere fuoco ai quattro angoli di Gerusalemme. Quanto io ho, fino alle trecce dei miei capelli, prendete tutto e comperate la sua libertà.— Maria, rispose Justus tutto tremante, ti sei mai accorta che io t'amo?— Sì.— Allora, puoi comprendere che farò tutto per piacerti.— Va dunque e ritorna domani, quando avrai notizie più precise sulla situazione di Giuda.Non vi erano che tre uomini i quali potessero dire alcun che sul mio conto: Pilato, Cneus Priscus, ed il vecchio carceriere della torre Phasaelus. Non c'erano quindi che due uomini i quali potessero andare ad informarsene: Hannah e Bar Abbas. Justus si rivolse ad Hannah, che rifiutò per tema di attirare l'attenzione sopra sè stesso. Bar Abbas accettò senza farsi pregare, perchè aveva già fatto i primi passi, coronati da quella serie di calci che il vecchio carceriere gli aveva regalati.— Io non mi son mica uomo da aver paura nè di calci, nè di pugni, nè di colpi di daga, rispose egli alla proposizione che Justus gli fece; ma quando si agisce bisogna avere almeno una probabilità di successo; senza di che, l'azione è una follia.— Certamente.— Ebbene, per lavorar con efficacia, ho d'uopo di denaro.— Ti vendi dunque sempre, Bar Abbas?— Imbecille! gridò il galuppo. Quel denaro non sarà nè per me, nè per compensare i miei sforzi: devo corrompere qualcuno. Conosco il vecchio Ruben. Sono stato il suo pigionale più d'una volta. È chiacchierone, ubbriacone, goloso, infingardo. Ama le baldracche. Gli piace burlare. Tutto ciò, mio caro idiota, si compra e si paga. Se fossi ricco, non domanderei nulla. E non voglio andar a domandare nulla a Maria, perchè ella darebbe tutto, ella.Justus prese un pugno di sicli, e lo versò nelle mani di Bar Abbas, dicendo:— Non andar mai da Maria. Quando avrai speso questo denaro, ne avrai dell'altro, poi dell'altro ancora, e così sempre.— Alla buon'ora! giovine ipocrita. Vuoi monopolizzare tutta la riconoscenza della pulzella. Va, va, fa la tua strada, ma sta in guardia: non si incespica mai che quando si guarda il cielo. Si direbbe che il cielo porta disgrazia.— Ti metti subito all'opera, non è vero?— Hai una premura che è sospetta, figliuolo mio. Sarei quasi tentato di domandarti la mia parte.— Di che cosa? della premura?— Di ciò che la provoca.— Tu sai che Giuda è amico mio.— Ma! appunto per ciò mi stupisco della tua magnanimità. Non si fanno tanti sforzi per un amico, che quando si tratta di perderlo.Tre giorni dopo, Bar Abbas sapeva tutto.S'era presentato al vecchio Ruben, per iscontare i calci della sera precedente. Aveva principiato lo scambio, con dei cazzotti, nella taverna ove il carceriere andava a gozzovigliare la sera, dopo di aver coricatoi suoi pupilli. La partita saldata, Bar Abbas, da vecchio milite di fronte a vecchio milite — Ruben aveva combattuto contro Pompeo alla presa di Gerusalemme, — gli aveva offerto una riconciliazione.— Non voglio distruggerti, gli disse egli, preferisco ubbriacarti, vecchio bestione.La proposta non ammetteva una lunga riflessione, neppure per anomalia di gusti. Ruben accettò, colla riserva di bere ma senza ubbriacarsi. Promessa da beone. Egli bevve, s'ubbriacò, e parlò. Bar Abbas, per saldare i conti, lo fece rotolare con un pugno sotto la tavola dell'osteria, e uscì, mulinando così:— Che la folgore soffochi il sagan, e Caifa in sua compagnia! Cosa significa tutto ciò? Levato dal carcere di notte, con una benda agli occhi, e condotto al palazzo di Erode per la porta del giardino? Che, che! messer Pilato si darebbe il divertimento di strangolare i prigionieri per suo proprio uso, in privato, senza giudicarli, nottetempo, e di preparare alle sue vittime la sorpresa di sentirsi torcer il collo, senza saper dove? Ciò è possibile. Le idee strane e malinconiche posson venire a cui casca sulla testa una donna che avea lasciata all'altro capo del mondo. Nonostante, gli è così dolce il contemplare i proprii nemici far le smorfie sopra una croce, dall'alto del monte Sion! Pilato è veluttuoso. No, no, egli non si sarebbe mai più giuntato dello spettacolo di Giuda crocifisso, nei suoi deliziosi panorami delle sere di autunno al chiaro di luna. C'è altra cosa. Vediamo un po': l'è quella benda indiavolata che m'imbroglia. Perchè hanno coperto il capo di Giuda di un lembo di drappo? Codesto mistero non indica un concetto d'un uomo, a meno che quell'orco di Priscus non abbia eseguito un ordine irregolare. Ma BarAbbas mio caro, qual ordine? Per esempio, quello di una persona la quale avesse interesse di veder il prigioniero senza esserne conosciuta, in un sito remoto, e di farlo ricondur poscia nel suo carcere. Hum! Bar Abbas mio bello, tu spazii nella luna. Il vino di Gerico raffredda il tuo cervello. In fede mia, la più corta ancora l'è d'andare ad informarmene.Sopra questa saggia determinazione Bar Abbas si recò al palazzo di Erode. Giuda non era ancora apparso al pretorio. Pilato adunque era fuori di causa. Quest'uomo di guerra del resto aveva potuto essere sovente aspro, ma non era mai stato soppiattone. Pilato posto da parte, non restavano che Pomponius Flaccus e Claudia, che avessero il diritto di far escire Giuda dalla sua prigione. Il governatore della Siria, perduto nelle sue dissolutezze, passando i suoi giorni nel letto e nel bagno, e le sue notti a tavola o altrove, avrebbe ben dato l'ordine di rapire una ragazza, od un ganimede, per rallegrar le sue feste; ma egli non si mischiava di sottrarre al carnefice le sue vittime. Pomponius quindi pareva innocente. Dunque?Gli appartamenti di Cesare, abitati da Claudia, sporgevano sui giardini. Giuda era un bellissimo giovane. Le dame romane andavano pazze di orgie misteriose. Claudia arrivava, preceduta da una tetra celebrità, offuscata dall'odio degli schiavi contro i loro padroni. Ella aveva distinto Giuda in quella bella scena, che aveva commosso tutto il circo.... Occorreva altro? Bar Abbas diresse tutte le sue investigazioni nei contorni della bella Romana. Attaccò il segreto dalla parte del giardino e da quella della corte, con gli schiavi e con le schiave. Non potè scovrir nulla. Ma le sue induzioni non ne furonoche più corroborate. Ruben mi aveva veduto passare pel giardino, e penetrare nel palazzo; i soldati che avevano accompagnato Cneus lo confermavano. A meno, dunque, che non m'avessero fatto escire di là morto o vivo, morto o vivo dovevo trovarmi in quella parte del palazzo.Quando questa idea fu entrata nel capo di Bar Abbas, egli ritornò da Justus e gli comunicò le sue osservazioni. A Justus andarono a sangue; perchè egli ci aveva interesse, quand'anche non le trovasse verosimili, avendo in mente di profittarne.Andò a vedere Maria.— Ho scoperto il ritiro di Giuda, diss'egli.— Il ritiro? Non è dunque più nelle segrete della torre Phasaelus? domandò Maria.— Sarebbe stato meglio per te che vi fosse tuttavia.— Perchè dunque?— Perchè? Ami tu Giuda, Maria?— Rispondi alla mia domanda.— Ebbene, perchè Giuda è stato condotto al palazzo d'Erode, di notte, cogli occhi bendati, pei giardini, negli appartamenti di Cesare occupati da Claudia.Maria impallidì.— Allora....? sclamò essa.— Non comprendi dunque?— Ho paura di comprendere.— Eppure è chiaro. Non c'è più traccia di Giuda. Pilato non sa nulla di tutto questo. La donna dalle orgie di Capri aveva ricevuto un servizio da Giuda. Tu sai se Giuda è bello supremamente. Se dunque non lo hanno ucciso, egli sdilinquisce nelle braccia della Romana che lo ricompensa del suo atto di coraggio.— L'è una infamia, a codesta donna onesta, di rubare così l'amante di una favorita, per mandato della giustizia.— Non hai altro da aggiungere?— L'è una cosa infame, infame, ed andrò a proclamarlo in tutte le piazze di Gerusalemme.— Ciò non ti restituirà punto Giuda. Claudia d'altronde è così bella! Maria, in tutta Gerusalemme, in tutta la Giudea, in tutta la Siria, non ci sei che tu — in ogni caso ai miei occhi — più bella di Claudia.Maria restò pensosa alcuni minuti, cangiando ad ogni momento di colore, gli occhi ardenti, fissi, lucenti come una lama di pugnale, le mani increspate. Poi alzandosi con risoluzione:— Justus, disse, l'altro giorno hai confessato d'amarmi.— Io mi muoio di questo amore, Maria.— Non te ne chiedo tanto. Vuoi tu, puoi tu salvar Giuda?— Maria!... ma io t'amo. Non comprendi dunque tu che io ti amo, e che se Giuda ritorna....— Bisogna ch'io lo strappi a quella donna, a qualunque prezzo: capisci? bisogna ch'io glielo strappi.— S'egli fosse nella gabbia d'un leone, sotto le zampe d'acciajo di una tigre, non esiterei un istante. Non ci vedrei nessun pericolo.— Va, sarai pagato, per Dio, del tuo pericolo, usurajo, poltrone.— Maria, io t'amo: mi ucciderò dopo, se vuoi.— Cosa ti occorre dunque? parla, vigliacco, confessa i tuoi desiderii. Vuoi forse che io ti getti il mio amore alla faccia?— Un giorno, Maria, un'ora, ed io arrischio tutto.Io smuoverò il cielo, abbrucierò il palazzo d'Erode per arrivare fino a lui, per strapparlo dalle braccia, intendi? dalle braccia di Claudia.— Tutto, tutto: io ti darò tutto, purchè tu riesca a liberare Giuda. M'hai tu compreso? tutto.Justus era caduto ai piedi di Maria e li baciava con ebbrezza, sclamando:— Gli è che io ti amo tanto, Maria! Gli è che traverserei il deserto sopra le mie ginocchia per arrivare fino a te, Maria! Un anno, un anno intero, mio Dio, ho sofferto il supplizio di vederti nelle braccia d'un altro, di sentire il rumore dei suoi baci, di sfiorare il soffio delle tue carezze. Mi sono trascinato la notte sotto le tue finestre, come un essere che striscia, per aspirare un profumo che trapelasse dalla tua camera, ed ho inteso.... Dio mio! e non sono ancora pazzo!— Ma di che hai d'uopo ancora, cosa vuoi? Non ti ho forse detto tutto? La promessa non ti è bastante forse? Vuoi un impegno? un giuramento? Vuoi ch'io t'abbracci per farti partire, che mi getti ai tuoi piedi, per darti fretta? Cosa vuoi altro? dillo, ma dillo dunque! E resti invece lì ancora a leccare i miei sandali.Justus si levò e sclamò:— Maria, tu saprai ciò ch'io avrò fatto e giudicherai. Io non voglio giuramenti; tu avrai compassione di me, non è vero, Maria? addolcirai questo amore che mi uccide.Alla sera, Justus ritornò da Maria. Bar Abbas aveva avuto ulteriori informazioni. Bar Abbas aveva fatto dei progetti di liberazione che Justus si attribuì agli occhi della giovine donna. Egli fomentava la gelosia di Maria, e strappava alla gelosia ciò che l'amore gli aveva rifiutato.Qual era codesto progetto di Bar Abbas?Bar Abbas era un vagabondo notturno. Gli restava ancora probabilmente una casupola, ch'egli chiamava la sua magione; ma ordinariamente e' passava la sua vita in casa altrui, o meglio nella casa di tutti: nelle piazze pubbliche, all'angolo d'una via, nel bugigattolo di una di quelle povere disgraziate che la notte sollecitavano i viandanti nelle stradelle remote, o in prigione, raccolto ubbriaco fradicio dalle guardie di notte, o facendo baccano all'uscio delle osterie. Gli accadeva talvolta, pure, di restare fuori delle porte della città, e di vagare lungo le mura a rischio d'esser divorato dagli sciacalli e dai lupi, battendosi coi cani che risvegliava.In quelle peregrinazioni notturne, gli era avvenuto di esser due volte testimonio di una scena che lo aveva sorpreso. Aveva scoperto a una svôlta di strada, cinquecento passi dai giardini del palazzo di Erode, dalla parte d'Ophel, cinque o sei individui ravvolti nei loro mantelli, in disparte nella corte d'una casa, vicino ai loro cavalli, pronti alla partenza. Poi, più lungi, aveva veduto un'altra persona uscire da una porta secreta dei giardini reali, aprendola per di dietro, richiuderla ed allontanarsi. Quella scoperta gli aveva suggerito un'idea, una bizzarria. L'aveva comunicata a Justus, che l'aveva approvata senza discussione, giacchè gli era mestieri di raccontare a Maria un progetto qualunque fosse. Justus era uno di quegli uomini che hanno del coraggio in mezzo ad una mischia, e che sono poltroni di fronte ad un pericolo isolato. Bar Abbas non gli aveva per altro svolto che lo schizzo del suo progetto. Egli voleva, nella prossima notte, verificare la posizione, ed assicurarsi, se la sortita di quell'uomo che aveva veduto, si rinnovellava.Difatti nella notte susseguente, mentre Justus alimentava la gelosia di Maria, e insisteva nei suoi tentativi, mentre io filavo con Claudia una passione ben altra che l'amore, Bar Abbas stava in attesa del visitatore notturno dei giardini del palazzo. Egli restò al suo posto, dalla terza fino all'ottava ora (due ore dopo la mezzanotte).Gli otto uomini nascosti nella corte della casa vicina furono anch'essi al loro posto; ma l'attore principale mancò. Bar Abbas non era uomo da scoraggiarsi per uno scacco, sopratutto quando il suo stomaco era ben soppannato da una buona cena, e da un fiasco poderoso dei colli d'Emmaus. La seconda notte, e' fu più fortunato. Egli vide entrare l'uomo alla quarta ora, ed uscire alla sesta.All'indomani, il progetto fu fissato con Justus cui un primo bacio rubato a Maria rendeva più audace. Justus riportò alla giovine donna, che la notte seguente avrebbero tentato la mia liberazione. Un secondo bacio rese Justus più che audace, temerario. Di che si trattava, in una parola? Oh! la era semplice come un matrimonio disfatto per mancanza di dote. Ma quella notte pure la buona stella di Justus che favoriva le sue correrie di baci nei miei dominii, gli preparò un insuccesso. Le cattive azioni hanno quasi sempre l'incoraggiamento della provvidenza. Bisogna essere eroico in ogni maniera, per far il bene. La notte seguente però i miei due amici furono ricompensati delle loro pene, e della loro devozione alla mia disgrazia. Quando ci penso, mi sorprendo ad allocchire: quel miserabile Bar Abbas era proprio ammirabile! Rischiava la vita, perchè? Certo, non per dei baci, e neppure per distrarsi.Alle cinque della notte, un uomo avviluppato nelsuo nero mantello rasentò il muro del giardino, senza guardarsi intorno, senza preoccuparsi di essere o non essere scorto, la testa bassa, a passi lenti. Arrivato alla piccola porta, cavò di tasca una chiave, aprì, entrò, e respinse la porta che si chiuse con fracasso. Si sarebbe detto che fosse il padrone di casa. Justus e Bar Abbas, che si trovavano più lungi in un incavo del muro, videro tutto ciò, senza soffiar motto. Poi, quando l'uscio fu chiuso, Bar Abbas afferrò la mano di Justus, che gli parve agghiacciata, e gli disse: — andiamo!Si appostarono uno per parte alla soglia che l'altro aveva varcata, ed attesero.La notte era fredda. Un venticello dispettoso si querelava colle foglie degli alberi, colle terrazze delle case, in una maniera piagnucolosa, stridente, paurosa come se qualche demone l'avesse minacciato, e cacciava dinanzi a sè degli immensi nugoli neri, dal portamento maestoso, che navigavano penosamente come navi ferite dalla tempesta. Questi nuvoli venivano dal sud, dal fondo del mar Morto e dal Giordano, e per conseguenza sopraccarichi di temporale. Dalla parte del nord, venendo dalle montagne di Samaria, uno sciame di nuvolette bianche ed impaurite se la svignava in fretta. Qualche stella abbastanza ardita per farsi vedere, rientrava alla presta. Centinaia di cani ululavano in lontananza, del non avere probabilmente trovato neppure una carogna nella valle dell'Hinnom. Il Cedron borbottava; perchè il suo filuccio d'acqua ed i suoi sassi si rincontravano fragorosamente dopo sei mesi d'un'estate secca come il deserto. Tutto dunque faceva prevedere una notte piena di strepito. Si udivano già alcuni sordi movimenti nell'aria, come di un giovine tuono che provasse i suoi primi rulli.— Felice chi ha una casa ed un letto, borbottò Justus.— Ed una ganza dentro, aggiunse Bar Abbas.— Credi che quel facchino ci lascierà intirizzire qui, a lungo, eh?— Diamine! se quel facchino trova là entro ciò che noi ci auguravamo testè, cioè un letto ed un'amante, ne ho paura.— Preferirei finirla subito.— Sei un eroe! se avremo mai una repubblica Ebrea, ti propongo per generale del nostro esercito.— Ho una grande inclinazione per l'acqua; preferirei esser ammiraglio.Due ore erano scorse. L'oscurità era completa. Nessun rumore umano annunziava che vi fosse qualche creatura svegliata all'infuori dei cani e dei carnivori, che venivano a cercare nelle immondizie della città il loro incerto pasto. Siccome l'ora della uscita dell'uomo ch'era lì entro, s'avvicinava, Bar Abbas e Justus tacevano, l'orecchia tesa, il naso al vento. Finalmente, intesero nel giardino come una porta che si chiude con precauzione, poi lo scricchiolar della sabbia sotto i piedi, poi il passo lento, pensoso, irregolare, a zig-zag, direi quasi attristato, tanto era pesante ed intermittente. L'uomo si fermò all'uscio.Restò un momento lì, poi girò sui suoi talloni, guardando probabilmente il palazzo che lasciava in quel punto. S'intese un grosso sospiro precipitarsi fuori dal suo petto, come se avesse temuto di soffocarvi. Questa pausa durò due o tre minuti. Pareva indeciso se ritornerebbe indietro, o se sarebbe partito. Quest'ultima risoluzione la vinse. Girò di nuovo, frugò nelle tasche, prese una chiave, aprì, uscì. Chiudevagià la porta, quando una mano possente afferrò il suo pugno, mentre due braccia vigorose lo stringevano. Mezzo inviluppato nel suo mantello, quel visitatore notturno non avrebbe potuto opporre che una debole resistenza. Egli non ne fece alcuna. Si voltò come un uomo sorpreso, ma per nulla spaventato, come un uomo più maravigliato dall'audacia che commosso da un attentato, e sclamò:— Cos'è dunque?Il tuono con cui disse queste parole, fece rabbrividire Justus. Bar Abbas non si lasciò imporre da quel contegno, che ritenne preso a bella posta.— Niente affatto, o per lo meno poca cosa, rispose egli coll'istesso tuono disinvolto. Ti domandiamo semplicemente quella chiave.— Per che farne, se ti aggrada?— Ma, una chiave, io credo, è fatta per aprire o per chiudere, per lasciar entrare o lasciar uscire.— E per rinchiudere anche.— Precisamente, ma io, nella mia ignoranza delle finezze della lingua, credevo che chiudere bastasse.— Allora!— Non hai ancora capito?— Perfettamente; quantunque faresti meglio di parlare nel tuo linguaggio, se ne hai uno, piuttosto che scorticare il greco.— Ah! questa poi è graziosa! io che ho dato delle lezioni di pronunzia ai Brettoni.— Dunque, tu dici?— Dammi quella chiave, o me la prendo.— Siamo intesi. Però non m'hai ancora spiegato per qual ragione vuoi penetrare in quel giardino.— Per qual ragione ci sei andato, tu?— Io, l'è ben differente. Sono medico, ed il padronedi casa ha un cane che ha la gotta alle due zampe davanti, e non potrebbe sottoscrivere il suo testamento.— L'hai guarito, spero.— In un lampo. Egli ti lega anzi qualche cosa in quel suo testamento, io credo. Tra fratelli, del resto, è naturale.— Come dunque! come! Un cane! capperi! saremmo noi entrambi dell'istessa famiglia? Sì, davvero un cane è il solo parente che potrebbe, morendo, lasciarmi qualche cosa.— Egli è per questo che esso ti lascia la corda che domani io ti farò mettere al collo.— Domani, caro medico, è ancor lontano. Siamo appena a mezzanotte.— E mezza. Sta bene, ti do la chiave. Ma non puoi dirmi cosa vai a fare in quel sito? Io credo, che è per, per.... vorrei pur addimandar la cosa con una parola pulita.... Ah eccola: per rubare.— Folgore del Sinai! per chi ci prendi tu dunque, imbecille.— Ma, vi prendo per delle persone delicate che vanno di notte ad alleviare i ricchi del loro superfluo.— Ebbene, marrano, t'inganni.— In questo caso, virtuoso cittadino, te ne faccio le mie scuse. Avresti tu dunque, lì dentro, un intrigo d'amore?— Ah! e se ciò fosse?— Allora ti offrirei i miei servizii.— Tu m'hai l'aria d'un famoso compare. Dopo tutto, vediamo. Sei di casa, tu?— Un poco.— Vuoi tu guadagnare... Hai dei bezzi, Justus?— Sì, una ventina di sicli.— Senti? vuoi guadagnare dunque una ventina di sicli, lasciando a me, ben inteso, il dieci per cento?— E perchè no? purchè ciò che mi domandate non sia troppo pesante.— È leggiero, come l'ordinario mio desinare. Si tratta soltanto di guidarci.— Dove, se la domanda non è indiscreta?— Lì dentro.— Voi siete dunque curiosi di visitar il palazzo dopo mezzanotte?— Noi siamo curiosi di trovare un amico che si è smarrito in quegli appartamenti.— L'è una bisogna filantropica. Vediamo, raccontatemi come sta la cosa. Chi è codesto amico? come mai si è desso smarrito colà? Cosa cercava?— Te lo dirò, camminando.— Non mi piace conversare camminando. Spiegati prima.— Avrei dovuto principiare coll'ucciderti, e prenderti la chiave, disse Bar Abbas. È un'idea che mi viene adesso, in ritardo d'un quarto d'ora, la sciocca. Non monta. Che tu sappia o no le nostre faccende, bisogna che io penetri in quella casa infame, che strappa i prigionieri dalle mude onde rischiarare le sue orgie.— Cospetto! hai la collera virtuosa, mio bel profeta. Va innanzi. Spiegati un po' più chiaramente, e ti prometto, sulla mia parola, ajuto, protezione, ed impunità.— Hum! sei troppo generoso per crederti solvente. Breve, te l'ho già detto, uno dei nostri amici è stato preso, tolto via dalla torre Phasaelus, dieci giorni fa, di notte, cogli occhi bendati. È stato condotto qui, è entrato per quella porta, ed è là negli appartamentidella moglie del procuratore probabilmente, con lei forse.— Ascolta, disse l'uomo della chiave, tu verrai meco adesso in quella casa, e se hai mentito, o se ti sei ingannato, non c'è croce abbastanza lunga, non ci sono torture abbastanza atroci, per farti morire.— Che io sia dannato! sclamò Bar Abbas, sei dunque Pilato, tu? E cosa vieni a rubare di notte qui?Pilato non rispose. Con una mano aprì la porta, coll'altra spinse dentro i due avventurieri.Sì, era Pilato in persona, l'uomo che a quell'ora usciva dagli appartamenti di sua moglie, senza vederla, senza parlarle. Egli non si curò di chiudere l'uscio. Afferrando i due accusatori di Claudia per i polsi, come in una morsa, li trascinò seco al fondo del giardino, spinse del piede la porta della conserva dei fiori, vi entrò e prendendo nella sua tasca un'altra chiave, aprì la porta che metteva nella casa. Dei deboli chiarori illuminavano i portici, i corridoj, le scale, e le camere ch'egli percorse coll'impeto dell'uragano, avendo sempre le braccia di Justus e di Bar Abbas chiuse nei suoi artigli di ferro, quantunque al postutto e' non avesse bisogno di loro. Arrivato finalmente ad una porta in cima ad una scala, bussò. La porta s'aprì e nell'istesso tempo la luce rischiarò una giovine donna, Pilato e i due suoi accoliti!— Cypros, gridò Pilato, mi hai mentito.Justus tremava; Bar Abbas, malgrado la sua impudenza, sentiva un brivido percorrere la sua colonna vertebrale, all'udire la voce cupa e dannata di Pilato.— Sono perduta! mormorò Cypros. Oh povera madre mia, tu morrai schiava!
Justus non aveva assistito alla riunione in casa del sagan, perchè era andato da Maria.
Le portava la notizia della mia prigionia nella torre Phasaelus.
Questo colpo, che aveva rallegrato Justus, non abbatteva Maria. Ella non era donna da lagnarsi come una donna, da desolarsi, domandando aiuto al cielo.
Justus non era tale un amico, da non trar partito della disgrazia d'un amico.
Ritornando da Roma, io aveva incontrata quella ragazza sulle rive del lago di Genesareth, al momento in cui aveva perduto il suo ultimo parente, e restava sola nel mondo. Non mi occorse un lusso di seduzioni, per persuaderla a seguirmi a Gerusalemme. Sapendosi bella, la non disperava che un giorno o l'altro io mi sarei deciso a sposarla. Conoscendo il proprio carattere determinato, pronto alle risoluzioni, ricco di espedienti, ella contava far arrivare il più tosto possibile quel giorno. Una settimana dopo che ella aveva preso dimora nella mia casa, Maria aveva già compreso che i suoi progetti di Magdala non si sarebbero mai effettuati. Non esitò molto a decidersi di trarre dalla sua situazione il miglior partito possibile. Mi congedò, tra due dei più ardenti baci della luna di miele dell'amore.
Era troppo tardi, e troppo presto. Troppo tardi, perchè io principiava a sentire per lei dei violenti desiderii; troppo presto, perchè non n'ero ancor sazio. In breve dopo una querela che durò tutta una notte ed una parte del mattino, andammo d'accordo: Maria consentiva a continuare ad amarmi, ma nella sua casa, padrona del suo domicilio, del suo cuore e delle sue azioni, rinunciando a tutti i vantaggi che la legge giudaica le poteva accordare su me. Per contro, io le diedi per abitazione una bella casetta fra due giardini, alle porte della città, nel sobborgo di Bezetha. E siccome io viveva quasi sempre con lei, vi portai tutto il lusso, l'eleganza, i piaceri che avevo osservato presso le dame romane e greche, e ci presi gusto anch'io.
Maria non aveva la tinta, in parte vera in parte presa a prestito dai cosmetici, delle cortigiane romane; ma la aveva nel suo colorito d'oro in fusione una freschezza, uno splendore, un mordente, un vigore, una giovinezza che la rendevano mille volte più seducente. Ella non aveva lo spirito, la coltura, il gusto, la grazia, il fascino morale della cortigiana greca; ma ne aveva tutta la civetteria; tutti i capricci; tutto l'imprevisto, tutte le voluttà, tutta la venustà scultoria delle forme. Era Cleopatra: quella misteriosa e tetra regina che aveva stretto il mondo due volte nelle sue braccia di bronzo, e l'aveva soffocato dei suoi baci. Maria era l'ideale della donna siriaca che possiede la taglia della palma, il color dell'aurora, gli occhi di serpente, la elasticità della tigre, la bocca che contiene un Eden di passione, sia che rida, o che morda. Questa regina di Saba ben presto adottò, dal momento che divenne libera, delle abitudini fantastiche. Sdegnò la moda delledonne ebree, pure così graziose e così semplici, e si compose un costume assiro, il quale le dava lo splendore che la notte ed il cielo azzurro danno alle stelle.
Non occorreva tanto per gettare lo scompiglio in mezzo alla gioventù ricca ed elegante di Gerusalemme. Maria l'ebbe presto tutta ai suoi piedi, mai nelle sue braccia. Giammai donna fu più fedele al suo amante amato, di quel che lo era Maria per me cui ella amava sì poco. Dovunque ella passava, tradita dai suoi profumi, dal suo seguito, dalla sua abbagliante bellezza, dai suoi adornamenti, dalla sua insolenza, dal suo riso che si sarebbe detto una cascata di perle sur un bacino d'oro, un riddare di raggi, dovunque la si mostrava, un vivo commovimento seguivala. Le altre donne impallidivano; gli uomini le si affollavano attorno. I sorrisi, le offerte, le parole amabili, la gaiezza, l'impertinenza, le risse, che so io? tutto scintillava e le turbinava intorno come il delirio.
Justus non aveva resistito a quella seduzione involontaria; tanto più che egli aveva visto Maria più da vicino, con me, nelle ore che la era ella stessa e non s'infingeva per altrui, ed era allora le cento volte più affascinante! Questa Greca di contrabbando era insomma una deliziosa Ebrea. Ella aveva, come io stesso, avvertito l'amore silenzioso di Justus, ma non fece mai nulla per provocarne la confessione; colui, dalla sua parte, non l'osò mai.
Dopo il mio arresto — e si sapeva che gli arresti di Pilato, cui nulla spaventava, erano mortali quasi sempre — Justus sperò; prese coraggio. Maria invece, che fino allora m'aveva impartito un così modesto bricciolo del suo amore, mi si diede con tutte le espansioni della sua anima.
— Ebbene, diss'ella, se Giuda è arrestato bisogna liberarlo.
— Gli è che.... riprese Justus.
— Non ci sonogli è che: lo si deve, dovessi io abbandonarmi nelle braccia del suo carceriere, come Giuditta, per strappargli le chiavi; dovessi mettere fuoco ai quattro angoli di Gerusalemme. Quanto io ho, fino alle trecce dei miei capelli, prendete tutto e comperate la sua libertà.
— Maria, rispose Justus tutto tremante, ti sei mai accorta che io t'amo?
— Sì.
— Allora, puoi comprendere che farò tutto per piacerti.
— Va dunque e ritorna domani, quando avrai notizie più precise sulla situazione di Giuda.
Non vi erano che tre uomini i quali potessero dire alcun che sul mio conto: Pilato, Cneus Priscus, ed il vecchio carceriere della torre Phasaelus. Non c'erano quindi che due uomini i quali potessero andare ad informarsene: Hannah e Bar Abbas. Justus si rivolse ad Hannah, che rifiutò per tema di attirare l'attenzione sopra sè stesso. Bar Abbas accettò senza farsi pregare, perchè aveva già fatto i primi passi, coronati da quella serie di calci che il vecchio carceriere gli aveva regalati.
— Io non mi son mica uomo da aver paura nè di calci, nè di pugni, nè di colpi di daga, rispose egli alla proposizione che Justus gli fece; ma quando si agisce bisogna avere almeno una probabilità di successo; senza di che, l'azione è una follia.
— Certamente.
— Ebbene, per lavorar con efficacia, ho d'uopo di denaro.
— Ti vendi dunque sempre, Bar Abbas?
— Imbecille! gridò il galuppo. Quel denaro non sarà nè per me, nè per compensare i miei sforzi: devo corrompere qualcuno. Conosco il vecchio Ruben. Sono stato il suo pigionale più d'una volta. È chiacchierone, ubbriacone, goloso, infingardo. Ama le baldracche. Gli piace burlare. Tutto ciò, mio caro idiota, si compra e si paga. Se fossi ricco, non domanderei nulla. E non voglio andar a domandare nulla a Maria, perchè ella darebbe tutto, ella.
Justus prese un pugno di sicli, e lo versò nelle mani di Bar Abbas, dicendo:
— Non andar mai da Maria. Quando avrai speso questo denaro, ne avrai dell'altro, poi dell'altro ancora, e così sempre.
— Alla buon'ora! giovine ipocrita. Vuoi monopolizzare tutta la riconoscenza della pulzella. Va, va, fa la tua strada, ma sta in guardia: non si incespica mai che quando si guarda il cielo. Si direbbe che il cielo porta disgrazia.
— Ti metti subito all'opera, non è vero?
— Hai una premura che è sospetta, figliuolo mio. Sarei quasi tentato di domandarti la mia parte.
— Di che cosa? della premura?
— Di ciò che la provoca.
— Tu sai che Giuda è amico mio.
— Ma! appunto per ciò mi stupisco della tua magnanimità. Non si fanno tanti sforzi per un amico, che quando si tratta di perderlo.
Tre giorni dopo, Bar Abbas sapeva tutto.
S'era presentato al vecchio Ruben, per iscontare i calci della sera precedente. Aveva principiato lo scambio, con dei cazzotti, nella taverna ove il carceriere andava a gozzovigliare la sera, dopo di aver coricatoi suoi pupilli. La partita saldata, Bar Abbas, da vecchio milite di fronte a vecchio milite — Ruben aveva combattuto contro Pompeo alla presa di Gerusalemme, — gli aveva offerto una riconciliazione.
— Non voglio distruggerti, gli disse egli, preferisco ubbriacarti, vecchio bestione.
La proposta non ammetteva una lunga riflessione, neppure per anomalia di gusti. Ruben accettò, colla riserva di bere ma senza ubbriacarsi. Promessa da beone. Egli bevve, s'ubbriacò, e parlò. Bar Abbas, per saldare i conti, lo fece rotolare con un pugno sotto la tavola dell'osteria, e uscì, mulinando così:
— Che la folgore soffochi il sagan, e Caifa in sua compagnia! Cosa significa tutto ciò? Levato dal carcere di notte, con una benda agli occhi, e condotto al palazzo di Erode per la porta del giardino? Che, che! messer Pilato si darebbe il divertimento di strangolare i prigionieri per suo proprio uso, in privato, senza giudicarli, nottetempo, e di preparare alle sue vittime la sorpresa di sentirsi torcer il collo, senza saper dove? Ciò è possibile. Le idee strane e malinconiche posson venire a cui casca sulla testa una donna che avea lasciata all'altro capo del mondo. Nonostante, gli è così dolce il contemplare i proprii nemici far le smorfie sopra una croce, dall'alto del monte Sion! Pilato è veluttuoso. No, no, egli non si sarebbe mai più giuntato dello spettacolo di Giuda crocifisso, nei suoi deliziosi panorami delle sere di autunno al chiaro di luna. C'è altra cosa. Vediamo un po': l'è quella benda indiavolata che m'imbroglia. Perchè hanno coperto il capo di Giuda di un lembo di drappo? Codesto mistero non indica un concetto d'un uomo, a meno che quell'orco di Priscus non abbia eseguito un ordine irregolare. Ma BarAbbas mio caro, qual ordine? Per esempio, quello di una persona la quale avesse interesse di veder il prigioniero senza esserne conosciuta, in un sito remoto, e di farlo ricondur poscia nel suo carcere. Hum! Bar Abbas mio bello, tu spazii nella luna. Il vino di Gerico raffredda il tuo cervello. In fede mia, la più corta ancora l'è d'andare ad informarmene.
Sopra questa saggia determinazione Bar Abbas si recò al palazzo di Erode. Giuda non era ancora apparso al pretorio. Pilato adunque era fuori di causa. Quest'uomo di guerra del resto aveva potuto essere sovente aspro, ma non era mai stato soppiattone. Pilato posto da parte, non restavano che Pomponius Flaccus e Claudia, che avessero il diritto di far escire Giuda dalla sua prigione. Il governatore della Siria, perduto nelle sue dissolutezze, passando i suoi giorni nel letto e nel bagno, e le sue notti a tavola o altrove, avrebbe ben dato l'ordine di rapire una ragazza, od un ganimede, per rallegrar le sue feste; ma egli non si mischiava di sottrarre al carnefice le sue vittime. Pomponius quindi pareva innocente. Dunque?
Gli appartamenti di Cesare, abitati da Claudia, sporgevano sui giardini. Giuda era un bellissimo giovane. Le dame romane andavano pazze di orgie misteriose. Claudia arrivava, preceduta da una tetra celebrità, offuscata dall'odio degli schiavi contro i loro padroni. Ella aveva distinto Giuda in quella bella scena, che aveva commosso tutto il circo.... Occorreva altro? Bar Abbas diresse tutte le sue investigazioni nei contorni della bella Romana. Attaccò il segreto dalla parte del giardino e da quella della corte, con gli schiavi e con le schiave. Non potè scovrir nulla. Ma le sue induzioni non ne furonoche più corroborate. Ruben mi aveva veduto passare pel giardino, e penetrare nel palazzo; i soldati che avevano accompagnato Cneus lo confermavano. A meno, dunque, che non m'avessero fatto escire di là morto o vivo, morto o vivo dovevo trovarmi in quella parte del palazzo.
Quando questa idea fu entrata nel capo di Bar Abbas, egli ritornò da Justus e gli comunicò le sue osservazioni. A Justus andarono a sangue; perchè egli ci aveva interesse, quand'anche non le trovasse verosimili, avendo in mente di profittarne.
Andò a vedere Maria.
— Ho scoperto il ritiro di Giuda, diss'egli.
— Il ritiro? Non è dunque più nelle segrete della torre Phasaelus? domandò Maria.
— Sarebbe stato meglio per te che vi fosse tuttavia.
— Perchè dunque?
— Perchè? Ami tu Giuda, Maria?
— Rispondi alla mia domanda.
— Ebbene, perchè Giuda è stato condotto al palazzo d'Erode, di notte, cogli occhi bendati, pei giardini, negli appartamenti di Cesare occupati da Claudia.
Maria impallidì.
— Allora....? sclamò essa.
— Non comprendi dunque?
— Ho paura di comprendere.
— Eppure è chiaro. Non c'è più traccia di Giuda. Pilato non sa nulla di tutto questo. La donna dalle orgie di Capri aveva ricevuto un servizio da Giuda. Tu sai se Giuda è bello supremamente. Se dunque non lo hanno ucciso, egli sdilinquisce nelle braccia della Romana che lo ricompensa del suo atto di coraggio.
— L'è una infamia, a codesta donna onesta, di rubare così l'amante di una favorita, per mandato della giustizia.
— Non hai altro da aggiungere?
— L'è una cosa infame, infame, ed andrò a proclamarlo in tutte le piazze di Gerusalemme.
— Ciò non ti restituirà punto Giuda. Claudia d'altronde è così bella! Maria, in tutta Gerusalemme, in tutta la Giudea, in tutta la Siria, non ci sei che tu — in ogni caso ai miei occhi — più bella di Claudia.
Maria restò pensosa alcuni minuti, cangiando ad ogni momento di colore, gli occhi ardenti, fissi, lucenti come una lama di pugnale, le mani increspate. Poi alzandosi con risoluzione:
— Justus, disse, l'altro giorno hai confessato d'amarmi.
— Io mi muoio di questo amore, Maria.
— Non te ne chiedo tanto. Vuoi tu, puoi tu salvar Giuda?
— Maria!... ma io t'amo. Non comprendi dunque tu che io ti amo, e che se Giuda ritorna....
— Bisogna ch'io lo strappi a quella donna, a qualunque prezzo: capisci? bisogna ch'io glielo strappi.
— S'egli fosse nella gabbia d'un leone, sotto le zampe d'acciajo di una tigre, non esiterei un istante. Non ci vedrei nessun pericolo.
— Va, sarai pagato, per Dio, del tuo pericolo, usurajo, poltrone.
— Maria, io t'amo: mi ucciderò dopo, se vuoi.
— Cosa ti occorre dunque? parla, vigliacco, confessa i tuoi desiderii. Vuoi forse che io ti getti il mio amore alla faccia?
— Un giorno, Maria, un'ora, ed io arrischio tutto.Io smuoverò il cielo, abbrucierò il palazzo d'Erode per arrivare fino a lui, per strapparlo dalle braccia, intendi? dalle braccia di Claudia.
— Tutto, tutto: io ti darò tutto, purchè tu riesca a liberare Giuda. M'hai tu compreso? tutto.
Justus era caduto ai piedi di Maria e li baciava con ebbrezza, sclamando:
— Gli è che io ti amo tanto, Maria! Gli è che traverserei il deserto sopra le mie ginocchia per arrivare fino a te, Maria! Un anno, un anno intero, mio Dio, ho sofferto il supplizio di vederti nelle braccia d'un altro, di sentire il rumore dei suoi baci, di sfiorare il soffio delle tue carezze. Mi sono trascinato la notte sotto le tue finestre, come un essere che striscia, per aspirare un profumo che trapelasse dalla tua camera, ed ho inteso.... Dio mio! e non sono ancora pazzo!
— Ma di che hai d'uopo ancora, cosa vuoi? Non ti ho forse detto tutto? La promessa non ti è bastante forse? Vuoi un impegno? un giuramento? Vuoi ch'io t'abbracci per farti partire, che mi getti ai tuoi piedi, per darti fretta? Cosa vuoi altro? dillo, ma dillo dunque! E resti invece lì ancora a leccare i miei sandali.
Justus si levò e sclamò:
— Maria, tu saprai ciò ch'io avrò fatto e giudicherai. Io non voglio giuramenti; tu avrai compassione di me, non è vero, Maria? addolcirai questo amore che mi uccide.
Alla sera, Justus ritornò da Maria. Bar Abbas aveva avuto ulteriori informazioni. Bar Abbas aveva fatto dei progetti di liberazione che Justus si attribuì agli occhi della giovine donna. Egli fomentava la gelosia di Maria, e strappava alla gelosia ciò che l'amore gli aveva rifiutato.
Qual era codesto progetto di Bar Abbas?
Bar Abbas era un vagabondo notturno. Gli restava ancora probabilmente una casupola, ch'egli chiamava la sua magione; ma ordinariamente e' passava la sua vita in casa altrui, o meglio nella casa di tutti: nelle piazze pubbliche, all'angolo d'una via, nel bugigattolo di una di quelle povere disgraziate che la notte sollecitavano i viandanti nelle stradelle remote, o in prigione, raccolto ubbriaco fradicio dalle guardie di notte, o facendo baccano all'uscio delle osterie. Gli accadeva talvolta, pure, di restare fuori delle porte della città, e di vagare lungo le mura a rischio d'esser divorato dagli sciacalli e dai lupi, battendosi coi cani che risvegliava.
In quelle peregrinazioni notturne, gli era avvenuto di esser due volte testimonio di una scena che lo aveva sorpreso. Aveva scoperto a una svôlta di strada, cinquecento passi dai giardini del palazzo di Erode, dalla parte d'Ophel, cinque o sei individui ravvolti nei loro mantelli, in disparte nella corte d'una casa, vicino ai loro cavalli, pronti alla partenza. Poi, più lungi, aveva veduto un'altra persona uscire da una porta secreta dei giardini reali, aprendola per di dietro, richiuderla ed allontanarsi. Quella scoperta gli aveva suggerito un'idea, una bizzarria. L'aveva comunicata a Justus, che l'aveva approvata senza discussione, giacchè gli era mestieri di raccontare a Maria un progetto qualunque fosse. Justus era uno di quegli uomini che hanno del coraggio in mezzo ad una mischia, e che sono poltroni di fronte ad un pericolo isolato. Bar Abbas non gli aveva per altro svolto che lo schizzo del suo progetto. Egli voleva, nella prossima notte, verificare la posizione, ed assicurarsi, se la sortita di quell'uomo che aveva veduto, si rinnovellava.
Difatti nella notte susseguente, mentre Justus alimentava la gelosia di Maria, e insisteva nei suoi tentativi, mentre io filavo con Claudia una passione ben altra che l'amore, Bar Abbas stava in attesa del visitatore notturno dei giardini del palazzo. Egli restò al suo posto, dalla terza fino all'ottava ora (due ore dopo la mezzanotte).
Gli otto uomini nascosti nella corte della casa vicina furono anch'essi al loro posto; ma l'attore principale mancò. Bar Abbas non era uomo da scoraggiarsi per uno scacco, sopratutto quando il suo stomaco era ben soppannato da una buona cena, e da un fiasco poderoso dei colli d'Emmaus. La seconda notte, e' fu più fortunato. Egli vide entrare l'uomo alla quarta ora, ed uscire alla sesta.
All'indomani, il progetto fu fissato con Justus cui un primo bacio rubato a Maria rendeva più audace. Justus riportò alla giovine donna, che la notte seguente avrebbero tentato la mia liberazione. Un secondo bacio rese Justus più che audace, temerario. Di che si trattava, in una parola? Oh! la era semplice come un matrimonio disfatto per mancanza di dote. Ma quella notte pure la buona stella di Justus che favoriva le sue correrie di baci nei miei dominii, gli preparò un insuccesso. Le cattive azioni hanno quasi sempre l'incoraggiamento della provvidenza. Bisogna essere eroico in ogni maniera, per far il bene. La notte seguente però i miei due amici furono ricompensati delle loro pene, e della loro devozione alla mia disgrazia. Quando ci penso, mi sorprendo ad allocchire: quel miserabile Bar Abbas era proprio ammirabile! Rischiava la vita, perchè? Certo, non per dei baci, e neppure per distrarsi.
Alle cinque della notte, un uomo avviluppato nelsuo nero mantello rasentò il muro del giardino, senza guardarsi intorno, senza preoccuparsi di essere o non essere scorto, la testa bassa, a passi lenti. Arrivato alla piccola porta, cavò di tasca una chiave, aprì, entrò, e respinse la porta che si chiuse con fracasso. Si sarebbe detto che fosse il padrone di casa. Justus e Bar Abbas, che si trovavano più lungi in un incavo del muro, videro tutto ciò, senza soffiar motto. Poi, quando l'uscio fu chiuso, Bar Abbas afferrò la mano di Justus, che gli parve agghiacciata, e gli disse: — andiamo!
Si appostarono uno per parte alla soglia che l'altro aveva varcata, ed attesero.
La notte era fredda. Un venticello dispettoso si querelava colle foglie degli alberi, colle terrazze delle case, in una maniera piagnucolosa, stridente, paurosa come se qualche demone l'avesse minacciato, e cacciava dinanzi a sè degli immensi nugoli neri, dal portamento maestoso, che navigavano penosamente come navi ferite dalla tempesta. Questi nuvoli venivano dal sud, dal fondo del mar Morto e dal Giordano, e per conseguenza sopraccarichi di temporale. Dalla parte del nord, venendo dalle montagne di Samaria, uno sciame di nuvolette bianche ed impaurite se la svignava in fretta. Qualche stella abbastanza ardita per farsi vedere, rientrava alla presta. Centinaia di cani ululavano in lontananza, del non avere probabilmente trovato neppure una carogna nella valle dell'Hinnom. Il Cedron borbottava; perchè il suo filuccio d'acqua ed i suoi sassi si rincontravano fragorosamente dopo sei mesi d'un'estate secca come il deserto. Tutto dunque faceva prevedere una notte piena di strepito. Si udivano già alcuni sordi movimenti nell'aria, come di un giovine tuono che provasse i suoi primi rulli.
— Felice chi ha una casa ed un letto, borbottò Justus.
— Ed una ganza dentro, aggiunse Bar Abbas.
— Credi che quel facchino ci lascierà intirizzire qui, a lungo, eh?
— Diamine! se quel facchino trova là entro ciò che noi ci auguravamo testè, cioè un letto ed un'amante, ne ho paura.
— Preferirei finirla subito.
— Sei un eroe! se avremo mai una repubblica Ebrea, ti propongo per generale del nostro esercito.
— Ho una grande inclinazione per l'acqua; preferirei esser ammiraglio.
Due ore erano scorse. L'oscurità era completa. Nessun rumore umano annunziava che vi fosse qualche creatura svegliata all'infuori dei cani e dei carnivori, che venivano a cercare nelle immondizie della città il loro incerto pasto. Siccome l'ora della uscita dell'uomo ch'era lì entro, s'avvicinava, Bar Abbas e Justus tacevano, l'orecchia tesa, il naso al vento. Finalmente, intesero nel giardino come una porta che si chiude con precauzione, poi lo scricchiolar della sabbia sotto i piedi, poi il passo lento, pensoso, irregolare, a zig-zag, direi quasi attristato, tanto era pesante ed intermittente. L'uomo si fermò all'uscio.
Restò un momento lì, poi girò sui suoi talloni, guardando probabilmente il palazzo che lasciava in quel punto. S'intese un grosso sospiro precipitarsi fuori dal suo petto, come se avesse temuto di soffocarvi. Questa pausa durò due o tre minuti. Pareva indeciso se ritornerebbe indietro, o se sarebbe partito. Quest'ultima risoluzione la vinse. Girò di nuovo, frugò nelle tasche, prese una chiave, aprì, uscì. Chiudevagià la porta, quando una mano possente afferrò il suo pugno, mentre due braccia vigorose lo stringevano. Mezzo inviluppato nel suo mantello, quel visitatore notturno non avrebbe potuto opporre che una debole resistenza. Egli non ne fece alcuna. Si voltò come un uomo sorpreso, ma per nulla spaventato, come un uomo più maravigliato dall'audacia che commosso da un attentato, e sclamò:
— Cos'è dunque?
Il tuono con cui disse queste parole, fece rabbrividire Justus. Bar Abbas non si lasciò imporre da quel contegno, che ritenne preso a bella posta.
— Niente affatto, o per lo meno poca cosa, rispose egli coll'istesso tuono disinvolto. Ti domandiamo semplicemente quella chiave.
— Per che farne, se ti aggrada?
— Ma, una chiave, io credo, è fatta per aprire o per chiudere, per lasciar entrare o lasciar uscire.
— E per rinchiudere anche.
— Precisamente, ma io, nella mia ignoranza delle finezze della lingua, credevo che chiudere bastasse.
— Allora!
— Non hai ancora capito?
— Perfettamente; quantunque faresti meglio di parlare nel tuo linguaggio, se ne hai uno, piuttosto che scorticare il greco.
— Ah! questa poi è graziosa! io che ho dato delle lezioni di pronunzia ai Brettoni.
— Dunque, tu dici?
— Dammi quella chiave, o me la prendo.
— Siamo intesi. Però non m'hai ancora spiegato per qual ragione vuoi penetrare in quel giardino.
— Per qual ragione ci sei andato, tu?
— Io, l'è ben differente. Sono medico, ed il padronedi casa ha un cane che ha la gotta alle due zampe davanti, e non potrebbe sottoscrivere il suo testamento.
— L'hai guarito, spero.
— In un lampo. Egli ti lega anzi qualche cosa in quel suo testamento, io credo. Tra fratelli, del resto, è naturale.
— Come dunque! come! Un cane! capperi! saremmo noi entrambi dell'istessa famiglia? Sì, davvero un cane è il solo parente che potrebbe, morendo, lasciarmi qualche cosa.
— Egli è per questo che esso ti lascia la corda che domani io ti farò mettere al collo.
— Domani, caro medico, è ancor lontano. Siamo appena a mezzanotte.
— E mezza. Sta bene, ti do la chiave. Ma non puoi dirmi cosa vai a fare in quel sito? Io credo, che è per, per.... vorrei pur addimandar la cosa con una parola pulita.... Ah eccola: per rubare.
— Folgore del Sinai! per chi ci prendi tu dunque, imbecille.
— Ma, vi prendo per delle persone delicate che vanno di notte ad alleviare i ricchi del loro superfluo.
— Ebbene, marrano, t'inganni.
— In questo caso, virtuoso cittadino, te ne faccio le mie scuse. Avresti tu dunque, lì dentro, un intrigo d'amore?
— Ah! e se ciò fosse?
— Allora ti offrirei i miei servizii.
— Tu m'hai l'aria d'un famoso compare. Dopo tutto, vediamo. Sei di casa, tu?
— Un poco.
— Vuoi tu guadagnare... Hai dei bezzi, Justus?
— Sì, una ventina di sicli.
— Senti? vuoi guadagnare dunque una ventina di sicli, lasciando a me, ben inteso, il dieci per cento?
— E perchè no? purchè ciò che mi domandate non sia troppo pesante.
— È leggiero, come l'ordinario mio desinare. Si tratta soltanto di guidarci.
— Dove, se la domanda non è indiscreta?
— Lì dentro.
— Voi siete dunque curiosi di visitar il palazzo dopo mezzanotte?
— Noi siamo curiosi di trovare un amico che si è smarrito in quegli appartamenti.
— L'è una bisogna filantropica. Vediamo, raccontatemi come sta la cosa. Chi è codesto amico? come mai si è desso smarrito colà? Cosa cercava?
— Te lo dirò, camminando.
— Non mi piace conversare camminando. Spiegati prima.
— Avrei dovuto principiare coll'ucciderti, e prenderti la chiave, disse Bar Abbas. È un'idea che mi viene adesso, in ritardo d'un quarto d'ora, la sciocca. Non monta. Che tu sappia o no le nostre faccende, bisogna che io penetri in quella casa infame, che strappa i prigionieri dalle mude onde rischiarare le sue orgie.
— Cospetto! hai la collera virtuosa, mio bel profeta. Va innanzi. Spiegati un po' più chiaramente, e ti prometto, sulla mia parola, ajuto, protezione, ed impunità.
— Hum! sei troppo generoso per crederti solvente. Breve, te l'ho già detto, uno dei nostri amici è stato preso, tolto via dalla torre Phasaelus, dieci giorni fa, di notte, cogli occhi bendati. È stato condotto qui, è entrato per quella porta, ed è là negli appartamentidella moglie del procuratore probabilmente, con lei forse.
— Ascolta, disse l'uomo della chiave, tu verrai meco adesso in quella casa, e se hai mentito, o se ti sei ingannato, non c'è croce abbastanza lunga, non ci sono torture abbastanza atroci, per farti morire.
— Che io sia dannato! sclamò Bar Abbas, sei dunque Pilato, tu? E cosa vieni a rubare di notte qui?
Pilato non rispose. Con una mano aprì la porta, coll'altra spinse dentro i due avventurieri.
Sì, era Pilato in persona, l'uomo che a quell'ora usciva dagli appartamenti di sua moglie, senza vederla, senza parlarle. Egli non si curò di chiudere l'uscio. Afferrando i due accusatori di Claudia per i polsi, come in una morsa, li trascinò seco al fondo del giardino, spinse del piede la porta della conserva dei fiori, vi entrò e prendendo nella sua tasca un'altra chiave, aprì la porta che metteva nella casa. Dei deboli chiarori illuminavano i portici, i corridoj, le scale, e le camere ch'egli percorse coll'impeto dell'uragano, avendo sempre le braccia di Justus e di Bar Abbas chiuse nei suoi artigli di ferro, quantunque al postutto e' non avesse bisogno di loro. Arrivato finalmente ad una porta in cima ad una scala, bussò. La porta s'aprì e nell'istesso tempo la luce rischiarò una giovine donna, Pilato e i due suoi accoliti!
— Cypros, gridò Pilato, mi hai mentito.
Justus tremava; Bar Abbas, malgrado la sua impudenza, sentiva un brivido percorrere la sua colonna vertebrale, all'udire la voce cupa e dannata di Pilato.
— Sono perduta! mormorò Cypros. Oh povera madre mia, tu morrai schiava!