X.Dieci giorni erano trascorsi dal mio arrivo al palazzo di Erode.Io non aveva compreso perchè Claudia mi vi avesse condotto; comprendevo ancor meno perchè mi ci tenesse. Tutte le congetture che avevo fatte su quella donna, eran fallite. Trovai stupida la mia condotta, e più io approfondiva il carattere di Claudia, più ella mi diveniva un mistero.Non avevo, in tutta la mia vita, incontrato una donna più casta di questa impura, la quale esalava la lussuria come una rosa di Sharon esala l'odore. Non ho conosciuta una donna più fredda di quella cui trovavo recondita nella tempestosa organizzazione di Claudia. Quella civetta, era una matrona. Viveva separata da suo marito; ma io chiesi a me stesso parecchie volte: Amerebbe ella dunque quest'uomo che la fugge? All'impertinenza del primo giorno, era susseguita una familiarità, la quale però intrometteva fra lei e me un mondo. La cortigiana delle feste era figlia di Cesare nell'intimità. La dicevano frivola: ed il suo spirito era ornato di tutte le gemme ed i profumi della poesia greca e romana. A Capri, ella aveva figurato nella mandria di Cesonius Priscus, l'intendente della voluttà di Tiberio, e vi aveva imparato la politica del mondo, maneggiandola con Sejano che le faceva orrore. Claudia aveva certamenteuno scopo; io mi perdeva in un dedalo di supposizioni, e non scopriva, dopo tutto, la verità in nessuna di esse. Non avevo più fretta di lasciarla, e oggi ancora, dopo tanti anni, e dopo tanti avvenimenti, cerco nel mio cuore perchè non l'amavo! Io era, certo, in quello stato di spirito, in quell'ora della vita, ove avrei dovuto divenir pazzo per quella donna. Maria passava allo stato di tramonto, nel mio amore. La sconosciuta del circo inviluppava d'una nube luminosa i miei vaneggiamenti; ma tutte due non colmavano il vuoto, che la vita a ventitrè anni scava avidamente nell'anima. Claudia aveva tutto ciò che un uomo elevato può desiderare: ella inebbriava i sensi con la sua bellezza, dava la febbre all'immaginazione con la sua condotta, con la elegante distinzione del suo spirito. Vi sono dei fenomeni psicologici che si spiegano, ma non si comprendono.Avevamo passato una parte della sera sul terrazzo del Sud, dinanzi al quale si svolge la catena dei monti di Scopas e degli Olivi, e donde, per un appiattamento di questi monti, si vede il mar Morto, come una lama d'oro durante il giorno, come una nube violetta la sera ed il mattino. Passeggiando lentamente, l'uno vicino all'altro; cogliendo qui un fiore, là una foglia dai vasi di majolica azzurra, agli arbusti odoranti schierati sul parapetto, io le aveva modulato quella cosa selvaggia e splendida che si chiama: il Cantico dei Cantici di Salomone. Ella aveva ascoltato distratta, poi mi aveva detto:— Sì, codesto canto è bello come le armonie del deserto; ma io preferisco l'Odissea.Mi aveva poi sussurrato alcune elegie che Ovidio aveva scritte per sua madre Giulia, dal fondo dell'esilio, ove il suo amore aveva fatto naufragio. Unagrave malinconia ci ravvolgeva. Il cielo era cupo, e il temporale vi si addensava.— Ho a parlarti, Giuda, mi disse finalmente Claudia. Attendi qui. Licenzio le mie schiave, e ti farò chiamare.La notte era scesa completamente. Poco alla volta l'assopimento s'era impadronito della città. Io circolavo nelle tenebre, come un'ombra che cerca riposo. Un'ora dopo, Cypros venne ad annunziarmi che Claudia mi attendeva. Aprì infatti una porta che dava sul terrazzo, m'introdusse nella stanza da letto della sua padrona, e si ritirò. Claudia le disse:— Ti chiamerò forse: veglia.Era la stanza che Erode aveva fatta costruire per Mariamna. Non c'era nulla al mondo di più ricco e di più suntuoso. Il soffitto era di cedro d'Africa, che valeva più dell'oro, scolpito a spalliera di fiori e di foglie, con dei grappoli in rilievo. I muri erano tappezzati di una stoffa che sembrava tessuta e filata di perle, profumata da viole, da bottoni di rosa ed iridi, rallegrata da un nuvolo di uccelletti indiani come il contenuto di uno scrigno di pietre preziose messe giù. Delle svelte colonne d'oro separavano le pareti in diverse inquadrature e sostenevano il soffitto. Uno spesso tappeto di Bactriana copriva il suolo, di cui faceva un'ajuola di fiori. Il letto era basso, largo, in scaglia di tartaruga del Gange a riflessi d'oro. Aveva la forma di una conca marina poggiata sopra un piedestallo, di avorio di Troglodite e d'oro, che simulava le onde.Della lanugine di uccelli d'Africa, rinchiusa in una splendida stoffa persiana, riempiva la conca. Un baldacchino di stoffa ricamata di perle del golfo Persico e della Taprobana, di diamanti e di tutte le sorta dipietre preziose, copriva il letto come una tenda. Una coperta di porpora che valeva un milione di sesterzi, si stendeva sopra le lenzuola di tela d'Egitto, e sopra i guanciali di tela delle Indie. Lungo i muri correva una fila di guanciali di seta bianca trapunta a fiori, alcune sedie d'avorio; un immenso specchio racchiuso in un cerchio d'oro cesellato, sostenuto da due schiavi agginocchiati, in bronzo di Corinto, stava dinanzi la finestra; e nel mezzo della stanza, un piccolo letto d'ebano addobbato di cuscini bianchi e rossi ove Claudia si riposava mentre le schiave finivano la sua acconciatura della sera e del mattino. Vicino allo specchio, sopra un zoccolo di lapis-lazzuli si ergevano due vasi murrini della Caramina, di un valore incalcolabile, — regalo di Tiberio — e ripieni di fiori esotici nati e schiusi nelle conserve del palazzo.La camera era rischiarata da alcuni candelabri d'oro posti ai quattro angoli. Un profumo inebbriante impregnava l'aere. La porta a vetri colorati che dava sui terrazzo fu chiusa; ma quando un lampo infiammava il cielo, si vedeva quella porta cangiarsi in un rabesco di mille colori.Claudia era sola mollemente coricata sul suo letto di riposo, abbigliamento da notte. Una larga tunica di lana bianca, sottile come il vapore d'una sera d'estate, le inviluppava tutta la persona, eccetto le braccia. Un cordone di seta azzurra le stringeva i lombi. Una rete rossa imprigionava i suoi capelli neri ondati di azzurro, e traversati da un pugnale a testa d'oro, fino come un ago. Nulla di più voluttuoso, e di più casto: quella ricchezza era modesta. Pareva d'entrare in una stufa da fiori. Sopra un tavolo, alla portata della mano brillavano una carafa di cristallo di rocca e due coppe d'oro. Claudia riempì quellecoppe di una deliziosa bevanda agghiacciata, composta di succo di granate ed aranci misto a latte e mele, e me ne offrì una.— Giuda, mi disse ella allora, demolisco Capua; devi partire.— Son pronto, risposi sospirando dopo un momento di silenzio. Mi dirai almeno, perchè m'hai chiamato, perchè m'hai introdotto in questo Eden senza il serpente.— Il serpente vi s'introduce, Giuda; è tempo dunque che tu te ne vada, e che riprenda la strada che il tuo destino ti indica.— Non è il mio destino che me l'ha indicata, Claudia, sono io stesso, o piuttosto la mia noja. Tu conosci lo scopo che mi sono prefisso.— Credo di averlo compreso.— Intravvisto, forse.— Compreso. Tu vuoi strappare la Giudea a Roma, sterminare i Romani che l'occupano, fare del tuo paese una repubblica aristocratica, sotto l'oligarchia sadducea, annientando i poteri pericolosi e cangianti del Tempio, e la venale ingerenza della plebe.— Sì, ecco il mio scopo. L'hai indovinato.— Puoi rivelarmi i tuoi mezzi?— Semplicissimi forse, forse impossibili: far convergere, in un momento di tregua di Dio, gli sforzi di tutti i partiti che dividono la nazione Ebrea al compimento di questa risurrezione nazionale, uguagliandoli tutti nel costituirli separatamente; dare a questo moto un capo che segua il mio impulso, al quale tutti obbediscano, e cui, una volta compiuta l'opera, io sopprimerò, rientrando io stesso nell'orbita di quella oligarchia dirigente, alla quale appartengo.— Questo piano è insensato o grande, rispose Claudiadopo alcuni istanti di riflessione. Il successo dirà se l'è una cosa o l'altra. Ma il successo non sta nelle vostre mani.— Gli è questo che non so ancora e che voglio sapere.— Prova.— Sei tu, moglie di Pilato, nipote dei Cesari, cittadina di Roma, che mi dici: Prova!— Io stessa.— Ma allora, non m'hai compreso.— Ho fatto più che comprenderti, sono convinta, e ti porto il mio appoggio.— Ripeti.— Ti do il mio appoggio.Sorrisi e sclamai:— Che disgrazia, o Claudia, che io non possa trasformarti in Messia: tutta la razza di Giuda cadrebbe ai tuoi piedi come dinanzi a Dio.— È egli necessario d'esser Messia per concorrere a codesta liberazione, Giuda?— Non assolutamente. Ma in Asia, ove si son visti Romani distrugger Romani per impadronirsi del potere a Roma e dello imperio del mondo, non si sono ancora visti Romani distruggere Romani per liberare una nazione.— In Asia ciò non si è veduto; ma in Europa si è veduto un capo di legioni fortunato, un conquistatore marciare su Roma, e proclamarsi dittatore. Perchè non si farebbe, partendo dalla Siria, ciò che si è fatto partendo dalle Gallie?Fissai gli occhi attoniti sopra Claudia e mi alzai. Ella non si mosse.— Giuda, mi diss'ella, poichè l'ondeggiare della conversazione ci ha gettati sopra questo terreno, bisogna spiegarci.— Poichè folleggiamo al paradosso, osservai io, permettimi, Claudia, d'aggiungere: Perchè stancarci ed andare fino a Roma, turbare la quiete del marito di tua madre, poichè abbiamo dinanzi a noi tutta l'Asia da risuscitare: l'impero di Ciro, d'Alessandro, di Dario, di Salomone stesso? Restiamo da questa parte del Mediterraneo ove il clima è così bello, la natura così ricca, l'uomo così vile, la donna così possente; ove lo schiavo obbedisce, il padrone gode, l'oro nasce da sè solo; ove la creazione ebbe la sua aurora, e vi spiega la sua opulenza meravigliosa.— Giuda, replicò Claudia impallidendo, tu hai ricordato mia madre e Tiberio. Tu hai abitato Roma. Tu sai dunque una parte della mia storia, la parte infame, quella che traboccava da Capri, e si spandeva in fetide onde sopra la città dei sette colli. Hai udito forse raccontare delle mostruosità che la plebe vigliacca ha bisogno di credere per non confessare a sè stessa di non essersi sola imbragata nella poltiglia. L'ho inteso io stessa, codesto racconto, contaminare le mie orecchie, quando mi recavo a Roma e vedevo quel popolo che conduce il mondo prosternarsi dinanzi la mia lettiga, come dinanzi l'altare della Venere impudica. Non mi curai di confutare l'esagerazione di quelle fiabe. Ciò che ne restava di vero era già troppo per l'infamia di tutta una generazione d'uomini. Alla fine, tutto ciò ha fatto sanguinare il mio cuore.— Claudia, sta in guardia, la memoria ti trascina a parlare di cose, che domani non vorresti mai aver rivelate agli orecchi d'un mortale.— Poco monta ciò che io mi voglia domani. Credi tu che io ti abbia fatto strappare dalla torre di Phasaelus, che ti abbia provato con delle tentazioni allequali un giovine di vent'anni avrebbe dovuto inciampare, soccombere mille volte, credi tu che io ti abbia tenuto qui dieci giorni per conoscerti, per comprenderti, che ti abbia fatto udire poco fa una parola che ha risvegliato la tua incredulità; credi tu, dico, che io mi sia lasciata andare a tutto ciò per capriccio, per ozio, e per ricompensarti del colpo di pugnale dato alla pantera?— Non interamente.— Ebbene, non vi è nulla che inganni tanto, quanto il conoscere le cose a metà.— È vero: l'ignoranza completa val meglio.— Hai tu osservato, Giuda, che io non porto mai su di me che due gioielli: questo anello e questa spilla da capelli?— In fatti, ciò mi aveva colpito.— Un giorno, sei anni fa, Cypros arrivò da un'isola del mar Tirreno, e mi presentò questi due oggetti. Sopra l'ametista di questo anello vi è un profilo di Tiberio contornato d'edera con l'esergosi vivet, vivam. Sopra questa spilla è incisa la parola greca: vendetta! Una donna, morente quasi nella miseria e nella solitudine — ella, figlia di Augusto, con questa sola schiava Gallica per compagna di disgrazie, ella, giovine ancora, uccisa dal veleno di suo marito; ella, madre, che sa la sua unica figlia, figlia dell'amore cento volte più cara della figlia d'un marito imposto dalle convenienze, essere condannata ai più infami mestieri — questa donna m'inviava questo triste regalo, la sua ultima memoria per mezzo dell'ultima sua schiava. La donna era mia madre. La schiava era Cypros, la quale in nome della sua padrona, dietro l'ultima volontà della sua padrona, deve ripetermi ogni mattino quando mi risveglio, tutte le sere quando mi corico, la parola: vendetta!— Principio a comprendere.— Aspetta. Avevo dodici anni.... Giuda, io ti faccio delle rivelazioni che mio marito stesso, egli più di tutti, ignora.— Perchè?— Che t'importa! Avevo dodici o tredici anni, ero il solo sollievo cui si consentiva lasciare a mia madre sulla sua roccia di Pantellaria. La nostra vita era triste, povera, spaventata; ogni uomo che arrivava da Roma poteva essere un assassino, o portare un veleno coll'ordine di Cesare di trangugiarlo. Il nostro sonno, una nelle braccia dell'altra, riassumeva tutti i nostri terrori, tutte le nostre felicità; noi eravamo unite; potevano separarci! A quella povera madre non restavano che le mie carezze. La mia voce le faceva tutto dimenticare. Un giorno, nondimeno, ella prese una risoluzione disperata. Ella mi disse: Domani partirai per Roma. Non la vidi più in tutta la giornata. Scrisse. Scrisse una lunga lettera a Tiberio che io doveva rimettergli. Julia gli si confessava. Ella gli rivelava il nome di mio padre già morto, le circostanze della mia nascita, e domandava grazia per me. Partii. Vidi Tiberio. Gli diedi la lettera di mia madre. Tiberio la lesse da cima a fondo senza che il suo viso tradisse la menoma emozione. Poi la gettò tranquillamente sopra un braciere che riscaldava la sua stanza. Mi guardò fisso, lungamente, e accarezzò il mio mento. — Cosa t'ha ella detto, tua madre? mi domandò finalmente. — Le sue parole sono state queste, risposi io: Tu farai tutto, figlia mia, tutto, intendi bene, per ottenere la mia grazia. — Hum, brontolò Tiberio, tutto! — Tu domanderai questa grazia tutti i giorni, continuai ripetendo le parole di mia madre; non vedrai mai Cesare senza ricordarglila mia grazia; e resterai fino a che non l'avrai ottenuta. — Sta bene, replicò Tiberio, resta e domanda tutti i giorni codesta grazia.Claudia s'arrestò. Mi parve che fosse vinta dalla commozione. Ciò durò un momento, poi riprese:— Io feci tutto. Domandai la grazia. Non l'ottenni. Io non vendetti la mia infamia; la mi fu tolta per nulla; quel Cesare mi derubò. Egli sapeva bene, pertanto, che se io mi rassegnava a quegli obbrobri, gli era per ottenere il perdono dell'esiliata. Egli scroccava la mia vergogna. Ciò ch'io soffrii, nessuno lo saprà giammai. Dovevo sorridere in mezzo alle sozzure di Capri, delle quali pensavo fare la redenzione di mia madre. Essa morì. Io restai infame per niente.— L'è orribile, codesta storia, dissi io inginocchiandomi dinanzi a Claudia e baciando il lembo della sua tunica.— Alcuni anni più tardi, Cypros arrivò col messaggio della morta, continuò Claudia. Allora mi decisi a partire. Tiberio vi consentì. Ormai e' non poteva più respirare la voluttà di uccidere la madre col disonore della figlia: non poteva più vendicarsi di una madre, immergendo me nella melma. Ma questo non era il mio solo supplizio. Io era maritata. Chi mai conosceva la santa parola che io portavo nell'antro della dissolutezza? chi sapeva che io m'inginocchiava davanti l'altare di Priapo per implorare misericordia per mia madre? Ebbene, m'inzaccherarono dei loro insulti, e la vergogna ricadde altresì sul fronte dell'uomo che avevano associato al mio obbrobrio.— Povera donna, feci io, è dunque per questo che la tua stanza nuziale è vedova.Claudia non rispose alla mia interruzione, e continuò:— Tiberio abbandonava la sua preda. Sejano vi si opponeva. Quel miserabile mi amava con frenesia. Ciò che ci volle di lotta, il mio odio lo sa, e se ne ricorda. Avevo un bel fulminarlo del mio disprezzo, quel Sejano, egli si aggrappò a me come le anime alla barca di Caronte. Dovetti raccontargli ciò che io ti racconto ora. Quel fango ebbe la pietà che Tiberio mi rifiutava. Mi rispettò. Mi lasciò partire. Mi diede un consiglio. Oh! io non sono mica la sola che odii quel Cesare da cloaca!— Posso io chiederti qual consiglio ti diede il terribile favorito del padrone del mondo?— Te l'ho detto: prendere l'Impero a rovescio, e detronizzare Cesare. Roma lo deride. L'Italia lo odia. Le legioni lo disprezzano. Le provincie aspettano il primo che osi.... Ebbene, io oserò, io donna oltraggiata; io che odo a tutti gli istanti del giorno e della notte risuonare alle mie orecchie la parola di mia madre: vendetta! io che porto sopra il mio capo il suo pugnale, e che vedo ogni mattina, risvegliandomi, ogni sera, prima di chiudere gli occhi, la schiava fedele che raccolse il suo ultimo alito. Intendi tu adesso, Giuda? Comprendi perchè sei qui? Io ti ho messo alla prova: tu sei forte, hai della volontà e della perseveranza, tu detesti i Romani, tu cospiri contro Cesare: io mi associo a te. Avanti dunque. Se gli Dei sono ciechi, gli uomini devono aprir gli occhi e correggere il destino.— Claudia, codesta franchezza mi commuove, ma non mi spiega tutto. Vuoi permettermi alcune domande?— Parla.— Pilato, conosce egli i tuoi progetti?— In nessuna maniera. Se li conoscesse, mi darebbein mano a Tiberio come una delinquente. Egli non sa nulla, e nulla deve sapere. Egli deve essere trascinato dagli avvenimenti.— Pomponius Flaccus sa ciò che tu mediti?— Pomponius Flaccus mi ama. Una mia parola, e farà tutto che io voglio: tradirà Cesare, sua moglie, suo padre, la sua coscienza: quell'arnese da crapula, per una notte d'orgia, metterebbe il fuoco al mondo intero. Pomponius Flaccus è l'uomo in tutto l'impero che meno m'imbarazza.— Pilato allora resisterà.— Ma voi altri nei vostri piani, non avete voi calcolato sopra questa resistenza?— Sì, e io conto trionfarne.— Ebbene, io cercherò diminuire l'urto diminuendo le forze ch'egli potrebbe opporvi.— Insomma, cosa pensi tu di fare? che parte ci lasci tu in questa tragedia che può forse fallire, ma che mette conto di essere tentata?— In due parole, ecco ciò che io penso di fare: e rifletti che questo progetto è stato concepito da Sejano. La Giudea si ribella. I Romani lasciano fare o resistono debolmente e la lasciano trionfare. Le legioni della Giudea e gli Ebrei fanno alleanza ed obbligano le legioni della Siria ad ammutinarsi. Questa diserzione sarà d'altronde pagata. Nel vostro Tempio, nel sepolcro di Davide, vi sono ancora degl'immensi tesori benchè in parte già saccheggiati. Noi contiamo su quelle ricchezze. Con questo denaro si comprano le legioni della Gallia, della Spagna, della Bretagna. Da tutte le parti queste legioni incedono su Roma e rovesciano Tiberio, che si ucciderà, o sarà ucciso dai pretoriani, prima che le legioni rimaste fedeli si muovano. Per prezzo del soccorso che la Giudea ci avràprestato, la staccheremo dall'Impero e sarà emancipata. Ella riacquista la sua indipendenza del tempo di Salomone. Il prezzo che la Giudea pagherebbe ti pare forse esorbitante?— Per nulla.— All'opera dunque. Gli avvenimenti correggeranno gli sbagli di questo abbozzo, se ve ne sono.— Claudia, diss'io alla fine, ho bisogno di crederti. Vi sono in questa trama tante cose misteriose, colpevoli, vere, terribili, grandiose, impossibili, sospette, ch'io vi crederei, anche se fossi sicuro che tutto codesto è falso, che tutto codesto è un agguato. Tu hai scelto bene il tuo istrumento. Il fantastico per me è il vero; l'assurdo è il mio ideale. Dar la mentita alla ragione, gli è il supremo dei miei piaceri. Io sono a te. Ma, confidenza per confidenza. Se tu mi hai indicato lo scopo, lascia a me scegliere la strada, il tempo, gli uomini. Il nostro popolo non è simile agli altri popoli. Noi facciamo una rivoluzione per cangiarlo, ma non lo cangeremmo per fare una rivoluzione. Da domani, io rientro in scena. Ma sai che tuo marito mi sorveglia, e che il suo aguzzino mi ha arrestato per sottrarsi alla noia di sorvegliarmi?— Io ti domanderò a Pilato, e sarai più sicuro dell'imperatore stesso.— Sta bene, soggiunsi commosso: io lascio questo palazzo in questa notte stessa. Sono felice. Non mi annoierò più, farò del bene forse, in ogni caso cercherò di piacerti. Avrei potuto vivere, lungo tempo forse, colla Claudia di questa mattina senza amarla e senza desiderarla; non potrei forse vivere due giorni ancora colla Claudia di questa sera senza amarla alla follìa ed adorarla come un dio. Ho il presentimento, direi quasi la certezza, che non riesciremo; che importa?Tu sei stata infelice, o Claudia, la tua vita non è riempita di memorie sorridenti; ti ricorderai di me. Dev'essere così dolce l'avere per tomba il cuore, o il pensiero d'una donna!— Tu sei un nobile giovine, Giuda, susurrò Claudia, gli occhi brillanti di una lagrima che li dilatava.— Perdonami, se ti ho mal giudicata.— Tutti mi giudicano così. Perchè sarei inesorabile con te, mentre io non serbo rancore ad alcuno?— Addio allora, le dissi, prendendole la mano e portandola alle mie labbra.Restai un istante colle labbra su quella mano. Alzando il capo, vidi nel vano della porta Pilato in piedi, gli occhi fissi e divaricati, terribilmente pallido, immobile. Lasciai ricadere la mano di Claudia che aveva il dosso voltato a suo marito. Allora Pilato fece uno sforzo sopra sè stesso, e si avanzò.La tempesta del cielo annunziava le sue prime convulsioni. Un colpo di tuono scosse l'appartamento, un lampo lo rischiarò.Pilato prese un aspetto sorridente. Venne dinanzi il letto di sua moglie, che lo guardò appena senza dare alcun segno di commovimento.— Sei tu, diss'ella volgendosi dall'altra parte, a quest'ora?— Scusami, amica mia, rispose Pilato. Ho incontrato due persone che cercavano codesto giovane, e mi sono indugiato un poco conversando con loro.Levai gli occhi, in fatti, e scorsi nell'altra stanza, rimpetto alla porta, Justus e Bar Abbas.Pilato, dopo le parole violente che aveva lanciate a Cypros, s'era subitamente contenuto, ed aveva domandato delle spiegazioni. Sembra che il solitario della torre Mariamna intrattenesse delle relazioniintime colla giovine schiava. Tutte le sere, o quasi tutti i giorni, egli si recava nella stanza della Galla, a quell'ora avanzata della notte, e veniva a conversare con lei. Di che parlava Pilato con quella ragazza? Cosa aveva a dirle, con quell'aria misteriosa? Dio mio! Colla schiava Pilato andava a parlare di sua moglie. Le domandava i menomi particolari della giornata di lei, i suoi pensieri, i suoi desiderii, i suoi capricci, che so io! del vestito, del gioiello, del fiore, del riccio dei suoi capelli non ben fisso, dei vapori, delle collere, di mille nienti, e tante altre cose ancora.«Questo Argo spia sua moglie, pensava Cypros; dunque non bisogna dirgliene niente!»E Cypros non gli diceva niente.Sopra tutto, Pilato era dilaniato dal silenzio assoluto che Claudia osservava sopra la sua persona. Cypros non ebbe mai a raccontargli che sua moglie si fosse occupata di lui, che avesse pensato a lui, o lo avesse nominato.Cypros era ora côlta in fallo, ed in un fallo che ella stessa riteneva per capitale.Cypros aveva dei begli occhi, che non risparmiava punto di adoperare. La mia carceriera non avrebbe forse desiderato niente di meglio che alleviare la mia vedovanza. Poteva ella pensare che Claudia ed io vivessimo come fratello e sorella? Tremò davanti Pilato; e confessò che io era nella camera da letto della sua padrona. Pilato ebbe come una vertigine. Poi si rimise, e venne.— Questi amici hanno troppa fretta, rispose Claudia senza voltarsi. Giuda era per partire. Ma trovo impertinente ch'essi vengano a cercarlo, qui, alla mezzanotte.— Scusa, amica mia, sono io che li ho introdottiqui onde procurare loro il piacere di vedere il loro amico alcuni minuti più presto.— Allora fammeli gettare alla porta a colpi di verghe.— Ti domando grazia per loro. L'affezione è cosa sì rara.— È vero, fece Claudia. Andate dunque e addio, o piuttosto a rivederci.Pilato diede un passo indietro per lasciarmi passare.— Procuratore, gli chiesi, hai ancora tua madre tu?— E poi?— Io sono stato arrestato una sera senza ragione, con una specie di tranello, in quel giorno appunto in cui una simile punizione, anche meritata, avrebbe dovuto essermi risparmiata.— Non l'ho ordinata io.— Ti credo. Mia madre però è stata informata del mio arresto. Io le dava ogni giorno mie notizie e ricevevo le sue, poichè la povera vecchia è ammalata, gravemente ammalata. Sono già dodici giorni ch'ella ignora la mia sorte.— Ebbene?— Ebbene, io vorrei andare a Gerico in questa notte stessa, all'istante.— Chi vi si oppone?— Tu.Pilato ebbe un movimento altero d'impazienza.— Le porte della città sono chiuse, ed io non potrei partire che domani.— In fatti, è vero.— Allora io ti domando, se è possibile, una parola d'ordine onde farmi aprire la porta di Bethlemme, ed uscire.— Amica mia, disse Pilato riflettendo, hai tu qui ciò che occorre per scrivere una linea?— No, rispose Claudia.— Sia, fece Pilato, ecco la parola d'ordine per passare: Claudia!Claudia si voltò con un vivo movimento udendo pronunziare il suo nome. Non si sarebbe mai aspettata forse, che il suo nome fosse stato dato da Pilato. Questa impressione non durò per altro che un attimo. Claudia si girò di nuovo lentamente dall'altro lato.— Claudia! osservai io, va bene. Grazie per mia madre, procuratore.Dissi addio di nuovo alla bella Romana e partii.Claudia e Pilato restarono soli l'uno rimpetto all'altro.Ho conosciuti più tardi i ragguagli di questa orribile scena. Poteva egli mai pensare, Pilato, che un giovane di ventitrè anni ed una donna di ventiquattro fossero restati dieci giorni insieme per dirsi dei nonnulla durante tutto questo tempo e finire col cospirare d'accordo?
Dieci giorni erano trascorsi dal mio arrivo al palazzo di Erode.
Io non aveva compreso perchè Claudia mi vi avesse condotto; comprendevo ancor meno perchè mi ci tenesse. Tutte le congetture che avevo fatte su quella donna, eran fallite. Trovai stupida la mia condotta, e più io approfondiva il carattere di Claudia, più ella mi diveniva un mistero.
Non avevo, in tutta la mia vita, incontrato una donna più casta di questa impura, la quale esalava la lussuria come una rosa di Sharon esala l'odore. Non ho conosciuta una donna più fredda di quella cui trovavo recondita nella tempestosa organizzazione di Claudia. Quella civetta, era una matrona. Viveva separata da suo marito; ma io chiesi a me stesso parecchie volte: Amerebbe ella dunque quest'uomo che la fugge? All'impertinenza del primo giorno, era susseguita una familiarità, la quale però intrometteva fra lei e me un mondo. La cortigiana delle feste era figlia di Cesare nell'intimità. La dicevano frivola: ed il suo spirito era ornato di tutte le gemme ed i profumi della poesia greca e romana. A Capri, ella aveva figurato nella mandria di Cesonius Priscus, l'intendente della voluttà di Tiberio, e vi aveva imparato la politica del mondo, maneggiandola con Sejano che le faceva orrore. Claudia aveva certamenteuno scopo; io mi perdeva in un dedalo di supposizioni, e non scopriva, dopo tutto, la verità in nessuna di esse. Non avevo più fretta di lasciarla, e oggi ancora, dopo tanti anni, e dopo tanti avvenimenti, cerco nel mio cuore perchè non l'amavo! Io era, certo, in quello stato di spirito, in quell'ora della vita, ove avrei dovuto divenir pazzo per quella donna. Maria passava allo stato di tramonto, nel mio amore. La sconosciuta del circo inviluppava d'una nube luminosa i miei vaneggiamenti; ma tutte due non colmavano il vuoto, che la vita a ventitrè anni scava avidamente nell'anima. Claudia aveva tutto ciò che un uomo elevato può desiderare: ella inebbriava i sensi con la sua bellezza, dava la febbre all'immaginazione con la sua condotta, con la elegante distinzione del suo spirito. Vi sono dei fenomeni psicologici che si spiegano, ma non si comprendono.
Avevamo passato una parte della sera sul terrazzo del Sud, dinanzi al quale si svolge la catena dei monti di Scopas e degli Olivi, e donde, per un appiattamento di questi monti, si vede il mar Morto, come una lama d'oro durante il giorno, come una nube violetta la sera ed il mattino. Passeggiando lentamente, l'uno vicino all'altro; cogliendo qui un fiore, là una foglia dai vasi di majolica azzurra, agli arbusti odoranti schierati sul parapetto, io le aveva modulato quella cosa selvaggia e splendida che si chiama: il Cantico dei Cantici di Salomone. Ella aveva ascoltato distratta, poi mi aveva detto:
— Sì, codesto canto è bello come le armonie del deserto; ma io preferisco l'Odissea.
Mi aveva poi sussurrato alcune elegie che Ovidio aveva scritte per sua madre Giulia, dal fondo dell'esilio, ove il suo amore aveva fatto naufragio. Unagrave malinconia ci ravvolgeva. Il cielo era cupo, e il temporale vi si addensava.
— Ho a parlarti, Giuda, mi disse finalmente Claudia. Attendi qui. Licenzio le mie schiave, e ti farò chiamare.
La notte era scesa completamente. Poco alla volta l'assopimento s'era impadronito della città. Io circolavo nelle tenebre, come un'ombra che cerca riposo. Un'ora dopo, Cypros venne ad annunziarmi che Claudia mi attendeva. Aprì infatti una porta che dava sul terrazzo, m'introdusse nella stanza da letto della sua padrona, e si ritirò. Claudia le disse:
— Ti chiamerò forse: veglia.
Era la stanza che Erode aveva fatta costruire per Mariamna. Non c'era nulla al mondo di più ricco e di più suntuoso. Il soffitto era di cedro d'Africa, che valeva più dell'oro, scolpito a spalliera di fiori e di foglie, con dei grappoli in rilievo. I muri erano tappezzati di una stoffa che sembrava tessuta e filata di perle, profumata da viole, da bottoni di rosa ed iridi, rallegrata da un nuvolo di uccelletti indiani come il contenuto di uno scrigno di pietre preziose messe giù. Delle svelte colonne d'oro separavano le pareti in diverse inquadrature e sostenevano il soffitto. Uno spesso tappeto di Bactriana copriva il suolo, di cui faceva un'ajuola di fiori. Il letto era basso, largo, in scaglia di tartaruga del Gange a riflessi d'oro. Aveva la forma di una conca marina poggiata sopra un piedestallo, di avorio di Troglodite e d'oro, che simulava le onde.
Della lanugine di uccelli d'Africa, rinchiusa in una splendida stoffa persiana, riempiva la conca. Un baldacchino di stoffa ricamata di perle del golfo Persico e della Taprobana, di diamanti e di tutte le sorta dipietre preziose, copriva il letto come una tenda. Una coperta di porpora che valeva un milione di sesterzi, si stendeva sopra le lenzuola di tela d'Egitto, e sopra i guanciali di tela delle Indie. Lungo i muri correva una fila di guanciali di seta bianca trapunta a fiori, alcune sedie d'avorio; un immenso specchio racchiuso in un cerchio d'oro cesellato, sostenuto da due schiavi agginocchiati, in bronzo di Corinto, stava dinanzi la finestra; e nel mezzo della stanza, un piccolo letto d'ebano addobbato di cuscini bianchi e rossi ove Claudia si riposava mentre le schiave finivano la sua acconciatura della sera e del mattino. Vicino allo specchio, sopra un zoccolo di lapis-lazzuli si ergevano due vasi murrini della Caramina, di un valore incalcolabile, — regalo di Tiberio — e ripieni di fiori esotici nati e schiusi nelle conserve del palazzo.
La camera era rischiarata da alcuni candelabri d'oro posti ai quattro angoli. Un profumo inebbriante impregnava l'aere. La porta a vetri colorati che dava sui terrazzo fu chiusa; ma quando un lampo infiammava il cielo, si vedeva quella porta cangiarsi in un rabesco di mille colori.
Claudia era sola mollemente coricata sul suo letto di riposo, abbigliamento da notte. Una larga tunica di lana bianca, sottile come il vapore d'una sera d'estate, le inviluppava tutta la persona, eccetto le braccia. Un cordone di seta azzurra le stringeva i lombi. Una rete rossa imprigionava i suoi capelli neri ondati di azzurro, e traversati da un pugnale a testa d'oro, fino come un ago. Nulla di più voluttuoso, e di più casto: quella ricchezza era modesta. Pareva d'entrare in una stufa da fiori. Sopra un tavolo, alla portata della mano brillavano una carafa di cristallo di rocca e due coppe d'oro. Claudia riempì quellecoppe di una deliziosa bevanda agghiacciata, composta di succo di granate ed aranci misto a latte e mele, e me ne offrì una.
— Giuda, mi disse ella allora, demolisco Capua; devi partire.
— Son pronto, risposi sospirando dopo un momento di silenzio. Mi dirai almeno, perchè m'hai chiamato, perchè m'hai introdotto in questo Eden senza il serpente.
— Il serpente vi s'introduce, Giuda; è tempo dunque che tu te ne vada, e che riprenda la strada che il tuo destino ti indica.
— Non è il mio destino che me l'ha indicata, Claudia, sono io stesso, o piuttosto la mia noja. Tu conosci lo scopo che mi sono prefisso.
— Credo di averlo compreso.
— Intravvisto, forse.
— Compreso. Tu vuoi strappare la Giudea a Roma, sterminare i Romani che l'occupano, fare del tuo paese una repubblica aristocratica, sotto l'oligarchia sadducea, annientando i poteri pericolosi e cangianti del Tempio, e la venale ingerenza della plebe.
— Sì, ecco il mio scopo. L'hai indovinato.
— Puoi rivelarmi i tuoi mezzi?
— Semplicissimi forse, forse impossibili: far convergere, in un momento di tregua di Dio, gli sforzi di tutti i partiti che dividono la nazione Ebrea al compimento di questa risurrezione nazionale, uguagliandoli tutti nel costituirli separatamente; dare a questo moto un capo che segua il mio impulso, al quale tutti obbediscano, e cui, una volta compiuta l'opera, io sopprimerò, rientrando io stesso nell'orbita di quella oligarchia dirigente, alla quale appartengo.
— Questo piano è insensato o grande, rispose Claudiadopo alcuni istanti di riflessione. Il successo dirà se l'è una cosa o l'altra. Ma il successo non sta nelle vostre mani.
— Gli è questo che non so ancora e che voglio sapere.
— Prova.
— Sei tu, moglie di Pilato, nipote dei Cesari, cittadina di Roma, che mi dici: Prova!
— Io stessa.
— Ma allora, non m'hai compreso.
— Ho fatto più che comprenderti, sono convinta, e ti porto il mio appoggio.
— Ripeti.
— Ti do il mio appoggio.
Sorrisi e sclamai:
— Che disgrazia, o Claudia, che io non possa trasformarti in Messia: tutta la razza di Giuda cadrebbe ai tuoi piedi come dinanzi a Dio.
— È egli necessario d'esser Messia per concorrere a codesta liberazione, Giuda?
— Non assolutamente. Ma in Asia, ove si son visti Romani distrugger Romani per impadronirsi del potere a Roma e dello imperio del mondo, non si sono ancora visti Romani distruggere Romani per liberare una nazione.
— In Asia ciò non si è veduto; ma in Europa si è veduto un capo di legioni fortunato, un conquistatore marciare su Roma, e proclamarsi dittatore. Perchè non si farebbe, partendo dalla Siria, ciò che si è fatto partendo dalle Gallie?
Fissai gli occhi attoniti sopra Claudia e mi alzai. Ella non si mosse.
— Giuda, mi diss'ella, poichè l'ondeggiare della conversazione ci ha gettati sopra questo terreno, bisogna spiegarci.
— Poichè folleggiamo al paradosso, osservai io, permettimi, Claudia, d'aggiungere: Perchè stancarci ed andare fino a Roma, turbare la quiete del marito di tua madre, poichè abbiamo dinanzi a noi tutta l'Asia da risuscitare: l'impero di Ciro, d'Alessandro, di Dario, di Salomone stesso? Restiamo da questa parte del Mediterraneo ove il clima è così bello, la natura così ricca, l'uomo così vile, la donna così possente; ove lo schiavo obbedisce, il padrone gode, l'oro nasce da sè solo; ove la creazione ebbe la sua aurora, e vi spiega la sua opulenza meravigliosa.
— Giuda, replicò Claudia impallidendo, tu hai ricordato mia madre e Tiberio. Tu hai abitato Roma. Tu sai dunque una parte della mia storia, la parte infame, quella che traboccava da Capri, e si spandeva in fetide onde sopra la città dei sette colli. Hai udito forse raccontare delle mostruosità che la plebe vigliacca ha bisogno di credere per non confessare a sè stessa di non essersi sola imbragata nella poltiglia. L'ho inteso io stessa, codesto racconto, contaminare le mie orecchie, quando mi recavo a Roma e vedevo quel popolo che conduce il mondo prosternarsi dinanzi la mia lettiga, come dinanzi l'altare della Venere impudica. Non mi curai di confutare l'esagerazione di quelle fiabe. Ciò che ne restava di vero era già troppo per l'infamia di tutta una generazione d'uomini. Alla fine, tutto ciò ha fatto sanguinare il mio cuore.
— Claudia, sta in guardia, la memoria ti trascina a parlare di cose, che domani non vorresti mai aver rivelate agli orecchi d'un mortale.
— Poco monta ciò che io mi voglia domani. Credi tu che io ti abbia fatto strappare dalla torre di Phasaelus, che ti abbia provato con delle tentazioni allequali un giovine di vent'anni avrebbe dovuto inciampare, soccombere mille volte, credi tu che io ti abbia tenuto qui dieci giorni per conoscerti, per comprenderti, che ti abbia fatto udire poco fa una parola che ha risvegliato la tua incredulità; credi tu, dico, che io mi sia lasciata andare a tutto ciò per capriccio, per ozio, e per ricompensarti del colpo di pugnale dato alla pantera?
— Non interamente.
— Ebbene, non vi è nulla che inganni tanto, quanto il conoscere le cose a metà.
— È vero: l'ignoranza completa val meglio.
— Hai tu osservato, Giuda, che io non porto mai su di me che due gioielli: questo anello e questa spilla da capelli?
— In fatti, ciò mi aveva colpito.
— Un giorno, sei anni fa, Cypros arrivò da un'isola del mar Tirreno, e mi presentò questi due oggetti. Sopra l'ametista di questo anello vi è un profilo di Tiberio contornato d'edera con l'esergosi vivet, vivam. Sopra questa spilla è incisa la parola greca: vendetta! Una donna, morente quasi nella miseria e nella solitudine — ella, figlia di Augusto, con questa sola schiava Gallica per compagna di disgrazie, ella, giovine ancora, uccisa dal veleno di suo marito; ella, madre, che sa la sua unica figlia, figlia dell'amore cento volte più cara della figlia d'un marito imposto dalle convenienze, essere condannata ai più infami mestieri — questa donna m'inviava questo triste regalo, la sua ultima memoria per mezzo dell'ultima sua schiava. La donna era mia madre. La schiava era Cypros, la quale in nome della sua padrona, dietro l'ultima volontà della sua padrona, deve ripetermi ogni mattino quando mi risveglio, tutte le sere quando mi corico, la parola: vendetta!
— Principio a comprendere.
— Aspetta. Avevo dodici anni.... Giuda, io ti faccio delle rivelazioni che mio marito stesso, egli più di tutti, ignora.
— Perchè?
— Che t'importa! Avevo dodici o tredici anni, ero il solo sollievo cui si consentiva lasciare a mia madre sulla sua roccia di Pantellaria. La nostra vita era triste, povera, spaventata; ogni uomo che arrivava da Roma poteva essere un assassino, o portare un veleno coll'ordine di Cesare di trangugiarlo. Il nostro sonno, una nelle braccia dell'altra, riassumeva tutti i nostri terrori, tutte le nostre felicità; noi eravamo unite; potevano separarci! A quella povera madre non restavano che le mie carezze. La mia voce le faceva tutto dimenticare. Un giorno, nondimeno, ella prese una risoluzione disperata. Ella mi disse: Domani partirai per Roma. Non la vidi più in tutta la giornata. Scrisse. Scrisse una lunga lettera a Tiberio che io doveva rimettergli. Julia gli si confessava. Ella gli rivelava il nome di mio padre già morto, le circostanze della mia nascita, e domandava grazia per me. Partii. Vidi Tiberio. Gli diedi la lettera di mia madre. Tiberio la lesse da cima a fondo senza che il suo viso tradisse la menoma emozione. Poi la gettò tranquillamente sopra un braciere che riscaldava la sua stanza. Mi guardò fisso, lungamente, e accarezzò il mio mento. — Cosa t'ha ella detto, tua madre? mi domandò finalmente. — Le sue parole sono state queste, risposi io: Tu farai tutto, figlia mia, tutto, intendi bene, per ottenere la mia grazia. — Hum, brontolò Tiberio, tutto! — Tu domanderai questa grazia tutti i giorni, continuai ripetendo le parole di mia madre; non vedrai mai Cesare senza ricordarglila mia grazia; e resterai fino a che non l'avrai ottenuta. — Sta bene, replicò Tiberio, resta e domanda tutti i giorni codesta grazia.
Claudia s'arrestò. Mi parve che fosse vinta dalla commozione. Ciò durò un momento, poi riprese:
— Io feci tutto. Domandai la grazia. Non l'ottenni. Io non vendetti la mia infamia; la mi fu tolta per nulla; quel Cesare mi derubò. Egli sapeva bene, pertanto, che se io mi rassegnava a quegli obbrobri, gli era per ottenere il perdono dell'esiliata. Egli scroccava la mia vergogna. Ciò ch'io soffrii, nessuno lo saprà giammai. Dovevo sorridere in mezzo alle sozzure di Capri, delle quali pensavo fare la redenzione di mia madre. Essa morì. Io restai infame per niente.
— L'è orribile, codesta storia, dissi io inginocchiandomi dinanzi a Claudia e baciando il lembo della sua tunica.
— Alcuni anni più tardi, Cypros arrivò col messaggio della morta, continuò Claudia. Allora mi decisi a partire. Tiberio vi consentì. Ormai e' non poteva più respirare la voluttà di uccidere la madre col disonore della figlia: non poteva più vendicarsi di una madre, immergendo me nella melma. Ma questo non era il mio solo supplizio. Io era maritata. Chi mai conosceva la santa parola che io portavo nell'antro della dissolutezza? chi sapeva che io m'inginocchiava davanti l'altare di Priapo per implorare misericordia per mia madre? Ebbene, m'inzaccherarono dei loro insulti, e la vergogna ricadde altresì sul fronte dell'uomo che avevano associato al mio obbrobrio.
— Povera donna, feci io, è dunque per questo che la tua stanza nuziale è vedova.
Claudia non rispose alla mia interruzione, e continuò:
— Tiberio abbandonava la sua preda. Sejano vi si opponeva. Quel miserabile mi amava con frenesia. Ciò che ci volle di lotta, il mio odio lo sa, e se ne ricorda. Avevo un bel fulminarlo del mio disprezzo, quel Sejano, egli si aggrappò a me come le anime alla barca di Caronte. Dovetti raccontargli ciò che io ti racconto ora. Quel fango ebbe la pietà che Tiberio mi rifiutava. Mi rispettò. Mi lasciò partire. Mi diede un consiglio. Oh! io non sono mica la sola che odii quel Cesare da cloaca!
— Posso io chiederti qual consiglio ti diede il terribile favorito del padrone del mondo?
— Te l'ho detto: prendere l'Impero a rovescio, e detronizzare Cesare. Roma lo deride. L'Italia lo odia. Le legioni lo disprezzano. Le provincie aspettano il primo che osi.... Ebbene, io oserò, io donna oltraggiata; io che odo a tutti gli istanti del giorno e della notte risuonare alle mie orecchie la parola di mia madre: vendetta! io che porto sopra il mio capo il suo pugnale, e che vedo ogni mattina, risvegliandomi, ogni sera, prima di chiudere gli occhi, la schiava fedele che raccolse il suo ultimo alito. Intendi tu adesso, Giuda? Comprendi perchè sei qui? Io ti ho messo alla prova: tu sei forte, hai della volontà e della perseveranza, tu detesti i Romani, tu cospiri contro Cesare: io mi associo a te. Avanti dunque. Se gli Dei sono ciechi, gli uomini devono aprir gli occhi e correggere il destino.
— Claudia, codesta franchezza mi commuove, ma non mi spiega tutto. Vuoi permettermi alcune domande?
— Parla.
— Pilato, conosce egli i tuoi progetti?
— In nessuna maniera. Se li conoscesse, mi darebbein mano a Tiberio come una delinquente. Egli non sa nulla, e nulla deve sapere. Egli deve essere trascinato dagli avvenimenti.
— Pomponius Flaccus sa ciò che tu mediti?
— Pomponius Flaccus mi ama. Una mia parola, e farà tutto che io voglio: tradirà Cesare, sua moglie, suo padre, la sua coscienza: quell'arnese da crapula, per una notte d'orgia, metterebbe il fuoco al mondo intero. Pomponius Flaccus è l'uomo in tutto l'impero che meno m'imbarazza.
— Pilato allora resisterà.
— Ma voi altri nei vostri piani, non avete voi calcolato sopra questa resistenza?
— Sì, e io conto trionfarne.
— Ebbene, io cercherò diminuire l'urto diminuendo le forze ch'egli potrebbe opporvi.
— Insomma, cosa pensi tu di fare? che parte ci lasci tu in questa tragedia che può forse fallire, ma che mette conto di essere tentata?
— In due parole, ecco ciò che io penso di fare: e rifletti che questo progetto è stato concepito da Sejano. La Giudea si ribella. I Romani lasciano fare o resistono debolmente e la lasciano trionfare. Le legioni della Giudea e gli Ebrei fanno alleanza ed obbligano le legioni della Siria ad ammutinarsi. Questa diserzione sarà d'altronde pagata. Nel vostro Tempio, nel sepolcro di Davide, vi sono ancora degl'immensi tesori benchè in parte già saccheggiati. Noi contiamo su quelle ricchezze. Con questo denaro si comprano le legioni della Gallia, della Spagna, della Bretagna. Da tutte le parti queste legioni incedono su Roma e rovesciano Tiberio, che si ucciderà, o sarà ucciso dai pretoriani, prima che le legioni rimaste fedeli si muovano. Per prezzo del soccorso che la Giudea ci avràprestato, la staccheremo dall'Impero e sarà emancipata. Ella riacquista la sua indipendenza del tempo di Salomone. Il prezzo che la Giudea pagherebbe ti pare forse esorbitante?
— Per nulla.
— All'opera dunque. Gli avvenimenti correggeranno gli sbagli di questo abbozzo, se ve ne sono.
— Claudia, diss'io alla fine, ho bisogno di crederti. Vi sono in questa trama tante cose misteriose, colpevoli, vere, terribili, grandiose, impossibili, sospette, ch'io vi crederei, anche se fossi sicuro che tutto codesto è falso, che tutto codesto è un agguato. Tu hai scelto bene il tuo istrumento. Il fantastico per me è il vero; l'assurdo è il mio ideale. Dar la mentita alla ragione, gli è il supremo dei miei piaceri. Io sono a te. Ma, confidenza per confidenza. Se tu mi hai indicato lo scopo, lascia a me scegliere la strada, il tempo, gli uomini. Il nostro popolo non è simile agli altri popoli. Noi facciamo una rivoluzione per cangiarlo, ma non lo cangeremmo per fare una rivoluzione. Da domani, io rientro in scena. Ma sai che tuo marito mi sorveglia, e che il suo aguzzino mi ha arrestato per sottrarsi alla noia di sorvegliarmi?
— Io ti domanderò a Pilato, e sarai più sicuro dell'imperatore stesso.
— Sta bene, soggiunsi commosso: io lascio questo palazzo in questa notte stessa. Sono felice. Non mi annoierò più, farò del bene forse, in ogni caso cercherò di piacerti. Avrei potuto vivere, lungo tempo forse, colla Claudia di questa mattina senza amarla e senza desiderarla; non potrei forse vivere due giorni ancora colla Claudia di questa sera senza amarla alla follìa ed adorarla come un dio. Ho il presentimento, direi quasi la certezza, che non riesciremo; che importa?Tu sei stata infelice, o Claudia, la tua vita non è riempita di memorie sorridenti; ti ricorderai di me. Dev'essere così dolce l'avere per tomba il cuore, o il pensiero d'una donna!
— Tu sei un nobile giovine, Giuda, susurrò Claudia, gli occhi brillanti di una lagrima che li dilatava.
— Perdonami, se ti ho mal giudicata.
— Tutti mi giudicano così. Perchè sarei inesorabile con te, mentre io non serbo rancore ad alcuno?
— Addio allora, le dissi, prendendole la mano e portandola alle mie labbra.
Restai un istante colle labbra su quella mano. Alzando il capo, vidi nel vano della porta Pilato in piedi, gli occhi fissi e divaricati, terribilmente pallido, immobile. Lasciai ricadere la mano di Claudia che aveva il dosso voltato a suo marito. Allora Pilato fece uno sforzo sopra sè stesso, e si avanzò.
La tempesta del cielo annunziava le sue prime convulsioni. Un colpo di tuono scosse l'appartamento, un lampo lo rischiarò.
Pilato prese un aspetto sorridente. Venne dinanzi il letto di sua moglie, che lo guardò appena senza dare alcun segno di commovimento.
— Sei tu, diss'ella volgendosi dall'altra parte, a quest'ora?
— Scusami, amica mia, rispose Pilato. Ho incontrato due persone che cercavano codesto giovane, e mi sono indugiato un poco conversando con loro.
Levai gli occhi, in fatti, e scorsi nell'altra stanza, rimpetto alla porta, Justus e Bar Abbas.
Pilato, dopo le parole violente che aveva lanciate a Cypros, s'era subitamente contenuto, ed aveva domandato delle spiegazioni. Sembra che il solitario della torre Mariamna intrattenesse delle relazioniintime colla giovine schiava. Tutte le sere, o quasi tutti i giorni, egli si recava nella stanza della Galla, a quell'ora avanzata della notte, e veniva a conversare con lei. Di che parlava Pilato con quella ragazza? Cosa aveva a dirle, con quell'aria misteriosa? Dio mio! Colla schiava Pilato andava a parlare di sua moglie. Le domandava i menomi particolari della giornata di lei, i suoi pensieri, i suoi desiderii, i suoi capricci, che so io! del vestito, del gioiello, del fiore, del riccio dei suoi capelli non ben fisso, dei vapori, delle collere, di mille nienti, e tante altre cose ancora.
«Questo Argo spia sua moglie, pensava Cypros; dunque non bisogna dirgliene niente!»
E Cypros non gli diceva niente.
Sopra tutto, Pilato era dilaniato dal silenzio assoluto che Claudia osservava sopra la sua persona. Cypros non ebbe mai a raccontargli che sua moglie si fosse occupata di lui, che avesse pensato a lui, o lo avesse nominato.
Cypros era ora côlta in fallo, ed in un fallo che ella stessa riteneva per capitale.
Cypros aveva dei begli occhi, che non risparmiava punto di adoperare. La mia carceriera non avrebbe forse desiderato niente di meglio che alleviare la mia vedovanza. Poteva ella pensare che Claudia ed io vivessimo come fratello e sorella? Tremò davanti Pilato; e confessò che io era nella camera da letto della sua padrona. Pilato ebbe come una vertigine. Poi si rimise, e venne.
— Questi amici hanno troppa fretta, rispose Claudia senza voltarsi. Giuda era per partire. Ma trovo impertinente ch'essi vengano a cercarlo, qui, alla mezzanotte.
— Scusa, amica mia, sono io che li ho introdottiqui onde procurare loro il piacere di vedere il loro amico alcuni minuti più presto.
— Allora fammeli gettare alla porta a colpi di verghe.
— Ti domando grazia per loro. L'affezione è cosa sì rara.
— È vero, fece Claudia. Andate dunque e addio, o piuttosto a rivederci.
Pilato diede un passo indietro per lasciarmi passare.
— Procuratore, gli chiesi, hai ancora tua madre tu?
— E poi?
— Io sono stato arrestato una sera senza ragione, con una specie di tranello, in quel giorno appunto in cui una simile punizione, anche meritata, avrebbe dovuto essermi risparmiata.
— Non l'ho ordinata io.
— Ti credo. Mia madre però è stata informata del mio arresto. Io le dava ogni giorno mie notizie e ricevevo le sue, poichè la povera vecchia è ammalata, gravemente ammalata. Sono già dodici giorni ch'ella ignora la mia sorte.
— Ebbene?
— Ebbene, io vorrei andare a Gerico in questa notte stessa, all'istante.
— Chi vi si oppone?
— Tu.
Pilato ebbe un movimento altero d'impazienza.
— Le porte della città sono chiuse, ed io non potrei partire che domani.
— In fatti, è vero.
— Allora io ti domando, se è possibile, una parola d'ordine onde farmi aprire la porta di Bethlemme, ed uscire.
— Amica mia, disse Pilato riflettendo, hai tu qui ciò che occorre per scrivere una linea?
— No, rispose Claudia.
— Sia, fece Pilato, ecco la parola d'ordine per passare: Claudia!
Claudia si voltò con un vivo movimento udendo pronunziare il suo nome. Non si sarebbe mai aspettata forse, che il suo nome fosse stato dato da Pilato. Questa impressione non durò per altro che un attimo. Claudia si girò di nuovo lentamente dall'altro lato.
— Claudia! osservai io, va bene. Grazie per mia madre, procuratore.
Dissi addio di nuovo alla bella Romana e partii.
Claudia e Pilato restarono soli l'uno rimpetto all'altro.
Ho conosciuti più tardi i ragguagli di questa orribile scena. Poteva egli mai pensare, Pilato, che un giovane di ventitrè anni ed una donna di ventiquattro fossero restati dieci giorni insieme per dirsi dei nonnulla durante tutto questo tempo e finire col cospirare d'accordo?