XI.Pilato principiò col passeggiare per lungo e per largo nella stanza, osservando ogni mobile, e gli accidenti del letto, e del letto di riposo.Ahimè! tutto ciò era vergine, in quella camera d'una impura.Claudia comprese forse, e lo lasciò fare; forse era assorta in un altro pensiero. Infatti, repentinamente, balzò in piedi, corse allo specchio dinanzi al quale era una piccola lama d'oro sospesa fra due colonnine d'agata, e la percosse a diverse riprese, convulsivamente, con un piccolo martello d'acciaio. Poi ritornò al suo posto.Al tintinnìo di quella piastra metallica, Cypros accorse. Sembrava stravolta dal terrore avendo indovinato da quello strepito la tempesta che agitava l'anima della sua padrona. Cypros si avvicinò tremante, pallida come una landa di neve al chiaro di luna.— Raccomoda la rete dei miei capelli, disse Claudia con voce sorda e gli occhi fulminanti.Cypros cadde alle sue ginocchia gridando:— Grazia, padrona, io sono innocente.Claudia fissò negli occhi della giovane i suoi occhi carichi di collera, affascinandola, inchiodandola ai suoi piedi, affranta dalla paura. Poi senza aggiungereuna sola parola, mise lentamente la mano ai capelli, ne tirò la spilla omicida, alzò il suo braccio e lo abbassò. Pilato vide quel movimento e si precipitò sulla mano di sua moglie. Arrivò troppo tardi. Il gioiello di Claudia aveva pugnalata la schiava delle Gallie. L'infelice Cypros si accosciò e cadde stesa sul tappeto, mormorando:— Povera madre mia, tu morrai schiava.Uno spruzzo di sangue saltò al viso di Claudia e lordò il suo bianco vestito. Ella contemplò per un momento quel cadavere, poi alzando lo sguardo sopra suo marito esterrefatto gli ordinò:— Spingi col piede questa carogna sulla terrazza.E ricadde sul suo seggio.Pilato prese nelle sue braccia il cadavere della ragazza. Egli comprendeva ora perchè Cypros gli avesse nascosta la mia presenza presso di sua moglie. Si sovvenne delle ore di gioia che Cypros gli aveva procurate parlandogli di Claudia. Baciò castamente la fronte della povera vittima, e la depose sulla terrazza, ove il sangue fu ben presto lavato dalla pioggia che cadeva a catinelle. Un lungo sospiro che partì dal cuore, più che dal petto di Pilato, riassunse tutti i gemiti che il mondo serbava alla nobile creatura.Pilato era atterrato.Quest'uomo, sfuggito a tanti combattimenti, si sentiva soffocare d'orrore e di spavento, alla vista di quel sangue tirato dal cuore d'una donna, da una donna, con un gioiello.Pilato era d'Hispalis (Siviglia), una delle quattro città della Betica, i cui abitanti godevano del diritto di cittadini romani. Suo padre si chiamava Marcus Pontius. In quella guerra di distruzione che Agrippa inflisse ai Cantabri (Biscaglini), Marcus si segnalòforzando i suoi grandi compatriotti ad uccidersi in parte, tenendo poi mano alla vendita degli altri. Egli comandava quel pugno di rinnegati che volsero le armi contro i loro compagni di schiavitù, gli Asturii. La Spagna sommessa finalmente a Roma, — dopo due secoli di resistenza — Marcus Pontius ottenne come segno di distinzione il pilum o giavellotto, da cui la famiglia trasse il nome di Pilatus[13].Lucius Pontius Pilatus, suo figlio, si attaccò a Germanico, col quale fece le guerre della Germania, e si trovò alla battaglia di Idistavisus (Hassembeck). Dopo la pace, Pilato ritornò in Ispagna. Ma ben tosto, stanco del riposo, venne a cercare a Roma il piacere, poichè Tiberio vietava la gloria.Germanicus era perito in Siria per ordine di Tiberio. Ponzio si presentò a costui con una lettera di suo padre, che aveva combattuto con lui, allorchè egli era tribuno dei soldati nella Cantabria, e poscia in Germania. Tiberio l'accolse bene, troppo bene forse; poichè Ponzio era designato a Capri col sopranome di sposo di Tiberio[14]. Occorre però dire che nulla nella persona di Ponzio giustificava l'uffizio ch'egli avrebbe riempito presso il vecchio imperatore, e che forse fu Sejano a spargere quella voce onde screditarlo presso Claudia, di cui ambedue si disputavano i favori.Ponzio aveva trentacinque o trentasei anni; statura media, l'aspetto severo, il colorito bruno, il corpomagro. I suoi begli occhi neri, come pure la sua barba ed i suoi capelli davan risalto alla sua aria malinconica, e rischiaravano la sua fisonomia, la cui gravità toccava quasi alla durezza. La sua bella bocca dai denti bianchissimi raddolciva questo insieme che ispirava più rispetto che simpatia. Egli aveva, inoltre, maniere rozze e violenti movimenti subitanei, la collera pronta, il colpo spietato. I gusti suoi erano volgari; la sua intelligenza mancava di coltura. Mai, in tutta la sua vita, egli aveva letto un poeta, una storia un filosofo; e nondimeno il suo spirito era poetico, la sua anima triste e pensosa. Aveva delle passioni a sbalzi, passando senza transizione dall'orgia furiosa all'ascetismo d'un esseniano. La era ancora una natura selvaggia, cui la corruzione aveva sfiorata, contrariandola, lasciandole l'istinto del bruto senza darle la pulitura dell'epicureo e dell'effeminato. La sua gelosia raggiungeva la follia. Il riguardo del suo onore si elevava all'idolatria. Generoso quando la passione non tempestava, crudele nell'uragano del suo cuore e dei suoi pensieri. Egli amava la lotta contro il difficile; quella contro l'impossibile lo seduceva. Il sentimento della giustizia lo ispirava sempre; ma egli aveva un criterio della giustizia secondo la sua coscienza piuttosto che secondo il diritto e la legge. Maltrattava volontieri l'uomo; per la donna era rispettoso, galante, condiscendente, tenero anche, e cavalleresco. Uno sguardo di donna lo trasformava. Epperò durante tutto il tempo che restò in Gerusalemme senza Claudia non si disse molto male della sua condotta. Se non fu casto, fu riservato. Non gli si conobbe nessuna relazione amorosa; vivendo anzi molto rigidamente, preferendo stare in una torre, anzichè nel palazzo di Erode, in fra i soldati anzichèfra gli schiavi dei due sessi che ingombravano la sua residenza; lasciandosi andare ai suoi gusti malinconici, evitando la gente, la luce, e correndo di notte pella campagna. Non era cosa rara l'incontrarlo dopo mezzanotte a cavallo, seguito soltanto dai suoi otto schiavi nubiani, muti come il fondo di un pozzo. Regalava generosamente. Rispettava il popolo vinto, più che poteva, quando Cesare o il popolo Romano non erano posti in questione.Pilato aveva adesso un po' più di quarant'anni; ma il suo colorito bilioso, le rughe precoci, avevano fissato sul suo fronte un'età immobile; non era giovine, ma non invecchiava. Parlava poco ed ordinariamente con tuono secco e duro. Ma si abbandonava volentieri all'ironia, quando era meno triste, o al lirismo d'una imaginazione febbrile, quando era animato da una passione qualunque. Portava un lutto continuo; nessuno seppe mai di chi, nè di che cosa[15].Eccolo ora di fronte a Claudia, giudice d'una donna che sembrava colpevole, eppure commosso e quasi tremante. Le braccia incrociate al petto, in piedi sulla soglia della terrazza, eccessivamente pallido, lo sguardo profondo immobile sopr'essa, egli attendeva una parola onde uscire dal cerchio magico del silenzio che l'attitudine fredda e sprezzante di Claudia tracciava a lui dintorno.— Ebbene, sclamò ella finalmente, chiudi quella porta, e vattene. È tardi, sono stanca e voglio dormire.— Ti chiedo scusa, o figlia di Julia[16], di avere turbato le gioie della tua notte, rispose con calma Pilato. Vi sono stato spinto da quegli uomini.— Non essere modesto, Pilato, riprese Claudia con un sorriso. Tu avevi cercato una moglie nella pozzanghera di Capri per ambizione; sei stato carnefice del paese che ti si era abbandonato a divorare: ora sei divenuto una spia. Sei perfetto. Sposo di Cesare, sei ormai degno d'uno deipiccoli pescidi Tiberio. Adesso possiamo consumare il nostro matrimonio.Pilato balzò, e afferrando violentemente sua moglie dal braccio, gridò:— Che cosa faceva qui, quell'uomo?Claudia guardò in faccia a suo marito, senza turbarsi, poi colla mano sinistra, tirò lentamente la sua terribile spilla dai capelli, e trapassò il braccio di Pilato. Questi ritirò la sua mano. Claudia rispose freddamente:— È il mio amante.Pilato contemplò con aria distratta il suo braccio che sanguinava, e lo avvolse in un lembo della sua toga.— È il tuo amante, dici? continuò egli. Io trovo un giovane nella stanza notturna di mia moglie, a mezzanotte, soli, baciandole le mani; ho due testimonii che possono affermarlo, ella stessa confessa che è l'amante di quell'uomo. Io potrei ucciderla, potrei divorziarmi da lei, potrei trascinarla dinanzii giudici e infamarla.... Infamare...! Claudia, io ti perdono.Claudia tolse lentamente il suo anello dal dito, e mostrandolo a suo marito, gli domandò:— Conosci questo anello?Pilato l'esaminò, e gettandolo in mezzo alla camera, osservò con disprezzo:— L'anello di Tiberio! Claudia aveva dunque mentito quando m'aveva detto che le veniva da sua madre.Ella rispose:— Potrei inviarti l'ordine, sopra un pezzo di carta suggellato da questo anello, di disonorarti, di esiliarti, di ucciderti, di abbandonare il posto di procuratore, alla vigilia d'una esplosione terribile di questo popolo, e di farti condannare come un vile o come un traditore.... Io ti lascio vivere. Io lavoro al compimento della tua infamia.Pilato non l'aveva forse compresa, giacchè riprese come se parlasse a sè stesso.— Al postutto, egli è giovine, è bello, è effeminato, ha mostrato del coraggio.... Se ella lo ama.... ciò è spiegabile. L'è giovine anch'ella, è bella, il suo sangue le fa violenza, la si annoja.... Dopo ciò che io aveva veduto, dopo quello che sapevo, dopo quel passato.... un amante solo, nel secreto della notte.... Oh, sì, sì, c'è un progresso nel bene, Claudia, perdonami, sono assurdo, sono pazzo.— N'è vero?— Che vezzi mi aveva io per sedurti? Straniero, rozzo, triste, senza nessuna di quelle eleganze della corte dei Cesari che abbagliano le donne, senza vizii clamorosi, povero, penetrato della modestia della mia posizione e del mio grado, troppo fiero forse.... oh!io comprendo tutto ciò! un marito di questa qualità ha bisogno d'un complemento. Egli è il masso informe, l'amante è la statua.— Puoi dire meglio: egli è il vaso, l'amante è il mazzo di fiori.— Ciò che accadde, doveva accadere, continuò Pilato, passeggiando a passi lenti nella stanza, parlando a sè stesso, non vedendo più sua moglie, nè ascoltandola. Io l'aveva veduta; era un rovo, e come tale produceva delle spine.... Perchè mi stupirei adesso che questo rovo non produca delle viole? Pazzo! L'hai voluto tu stesso, miserabile! Oh! perchè non restai nel mio paese! Hispalis era così bella! Il suo bel fiume limpido come il cielo; il suo cielo trasparente come le pupille delle sue donne; i suoi giardini ove ondeggia la palma, ove s'apre il fiore dell'aloè, ove la rosa canta, l'arancio scintilla dei suoi profumi nelle notti imbalsamate.... era così bella Hispalis, dall'aere pieno di dolci suoni, dai giorni pieni di sogni, dalle notti piene d'amore, d'amore casto, puro, esclusivo, geloso, infinito, intero.... Che mi andai a fare in Roma? Che andai a cercarvi, disgraziato....— Il favore di Cesare, ed una provincia da saccheggiare, interruppe Claudia con disprezzo.— No: l'assassinio della mia giovinezza, del mio riposo, del mio cuore, della mia felicità, di tutto. Io non sono ora che l'ombra d'un uomo, ravvolto nel sudario dell'infamia. Mia madre lo diceva pertanto! Ella non avrebbe voluto che io ponessi mai il piede in quel carnaio delle virtù, dei diritti e dell'onore, che si chiama Roma. Ella m'additava per compagna una nobile ragazza, pura come l'alito delle nostre montagne, bella come le serate di Gades (Cadice). Ionon l'ascoltai. L'ho voluto. Di che posso ora lagnarmi? Ella ha un amante! Un solo amante, dopo Capri? Tu sei una vestale, o Claudia!— Perchè non hai tu ascoltato i consigli di tua madre, virtuoso avventuriere?— L'è il mio secreto e la mia vergogna.— Te lo dirò io, il tuo secreto; te la farò conoscere io, l'estensione della tua vergogna. Arrivasti a Roma ebbro d'ambizione. Ti presentasti alla corte, che tutti giudicavano come un antro di sangue e di fango. La tua fierezza vi fa contrasto il primo giorno: Sejano se ne stupisce; Tiberio sbadiglia; Cajus Priscus corruga la fronte; Trasilio ne trasecola; Cajus Caligula ne rabbrividisce. Nessuno osa avvicinarsi a quella sconosciuta in quei luoghi, la fierezza! Nonostante il padrone, che osa tutto, la sfiora del soffio delle sue notti; ed il leone si cangia in majale.— Tu pure, urlò Pilato fermandosi.— Come tutti. I poeti ti hanno cantato.— Sono infami.— Forse. Ora, c'era in quell'antro una ragazza di diecisette anni, d'una bellezza affascinante, la cui influenza si diceva onnipossente sul cuore del padrone; di cui la storia era commovente, e la cui alta nascita condita di mistero. Tutto ciò, ti colpisce e ti esalta. Quella giovinetta aveva nelle vene del sangue d'Augusto. Che importa a te, che quell'imperatore sia stato trattato di effeminato da Sesto Pompeo; che Antonio lo abbia rimproverato di avere comperata l'adozione di Giulio Cesare a prezzo della sua infamia: che Lucio, fratello di Antonio, l'abbia accusato di essersi prostituito in Ispagna a Aulus Hirtius per trecentomila sesterzii; ch'egli fosse adultero, dissoluto,che s'imbragasse nelle orgiedelle dodici divinitàignude?... Egli era Cesare[17].— Io non ci pensava.— Veramente! Eppure quella ragazza aveva per madre Giulia: gli è tutto dire; e per padre un poco quello schiavo Telefo che cospirò contro Augusto, e un poco quegli altri schiavi Andasius ed Epicade che vollero rapirla da Pantellaria[18]. Che t'importava? La giovinetta era sempre della famiglia di Cesare. Serviva a Capri ai piaceri più vituperosi. Tu lo sapevi; più ancora, lo vedevi coi tuoi occhi. Che monta! la domandasti in isposa.— Ecco il mio fallo.— Credi? Ma Sejano la voleva egli pure. Il commediante Accius la domandava; il buffone Trullus, lo schiavo Parthenius, Nisia il mezzano la domandavano altresì. Perfino il grammatico Seleuco, Pansa il parassita, e Ortalus l'ombra, si posero della partita. Tiberio preferì te, o eroe di Hispalis. Quella gente gli sembrò pericolosa troppo per avere in moglie una nipote d'Augusto. Tu lo rassicuravi. Per te, un posto di procuratore nella più ignobile delle provincie Romane, bastava. Questo straniero, che veniva sì da lontano a battere alla porta della fortuna, doveva trovarsi soddisfatto d'intravedere la mano della nipote d'Augusto, e di andare a governare una provincia della Siria, sotto quell'ubbriacone di Pomponius Flaccus, che può a sua voglia licenziarlo come un servo. Tu restasti soddisfatto. Non restavi tu soddisfatto?— È questo il mio secreto, e la mia vergogna, ripetè nuovamente Pilato.— Il tuo secreto, te l'ho già detto. Venivi a mendicare un posto, che ti si gettò in fra i regali pelle mie nozze. La tua vergogna ebbe principio da quel giorno. Tiberio non era ancor sazio. Gli piacevo ancora; lo divertivo ancora; io era ancora assai giovane, assai bella, assai abile ed a modo, sempre pronta, alla ricerca delle sue grazie. Io gli era una varietà nei suoi piaceri, a causa della grazia che imploravo a ginocchio, la faccia a terra, torcendomi dalla disperazione, a causa del rifiuto, e sperando sempre! Mia madre viveva ancora. Tiberio paventava un pericolo in quella figlia di Augusto, in quella esiliata che era stata sua moglie, e le cui disgrazie facevano dimenticar le vergogne. Egli mi ritenne. Io non era soltanto un balocco per quell'ignobile vecchio, ero un ostaggio. Ti diede il diploma di governatore, e conservò tua moglie. Tiberio era geloso; non li permise neppure di sfiorare le labbra della tua donna, di dirle addio, di darle uno sguardo d'amore. D'amore! oh ch'e' sarebbe stato bene al suo posto l'amore in fra lo sposo e l'Atalanta di Tiberio! Ti risentisti tu? no. Tu partisti.— E tu protestasti, tu?— Io? io ti disprezzava prima di conoscerti. Ma, dopo quel giorno, ti odio. Tu parli di vergogna? Hai ragione: essa sbucciava in tutto il suo rigoglio. Dapprima si era oltraggiata l'orfana, la figlia dell'esiliata, il rampollo sconfessato della dissoluta: oggimai, era la moglie di Ponzio Pilato, era la donna del procuratore della Giudea, che si disonorava. La voluttà era resa più sapida dall'insulto. L'insulto si levava alto, folgoreggiante. Esso non colpiva più una povera giovincella;esso fulminava un rappresentante di Cesare dinanzi i popoli dell'Asia. Io mi meraviglio che Tiberio non t'abbia creato Re in qualche sito onde meglio assaporare le mie carezze! Bisogna ch'egli ti disprezzi molto, molto. Infatti egli mi ti ha dato come uno schiavo. La tua testa è in quell'anello. Ti sei tu ribellato contro i vituperii che t'inflissero? Parla, hai almeno protestato?— No: ed e' son questi ancora una volta, il mio secreto e la mia vergogna.— Vuoi ancora della vergogna? Ebbene, Sejano mi ha amata. Comprendi? Il domestico domandava gli avanzi del padrone.— Basta, Claudia, esclamò finalmente Pilato fermandosi ritto inanzi sua moglie.— Eppure io era bella, continuò Claudia, avrebbero potuto amarmi, interrogarmi. Chi sa? Mi avrebbero forse perfino stimata. Io valeva bene la pena, mi pare, che l'uomo che aveva ambito alla mia mano senza arrossire, avesse altresì aspirato al mio cuore, il quale non aveva detto verbo in tutto quel fetido mercanteggiare. Io era giovine, avrei forse potuto rialzarmi, riabilitarmi, giustificarmi dinanzi i santi lari famigliari, obbliare lo Stige di Capri sopra la testa pura, negli occhi innocenti dei miei figli. Avrei potuto piangere sur un fallo che non era il mio; espiare un'infamia che era forse una luce celeste, una lagrima di madre.... Dimmi, miserabile, cosa hai tu fatto, che hai tu tentato? Tiberio mi disonorava; tu m'hai infamata. Ti meravigli ora tu se adesso io ti odio? Con qual diritto mi domandi se ho un ganzo?— Basta, basta, replicò Pilato. Potrei dirti una parola che mi giustificherebbe forse: disdegno di dirla. Sei libera. Non ti domando nulla, e non ti rimprovereròpiù nulla. Che vuoi di più? Ho provato d'illuminare le tenebre del mio inferno. Non ci sono riuscito. Ho avuto torto di provare. Il raggio che invocavo, mi ha fatto sembrare il mio inferno più lurido, ed ho ucciso il mio diritto di rimproverare. Ed ora, segui la tua strada, o Claudia. Io torno indietro. Sono stato complice fin qui; gli è mestieri, ch'io mi renda ora degno di divenir giudice. Tu non mi troverai più nel tuo cammino. I miei giorni saranno foschi, le mie notti tempestose d'insonnia, la mia solitudine popolata d'una corte più implacabile. Ma io mi preparo il diritto di dirti un giorno: Basta!— Questo giorno non arriverà mai.— Lo credi: ma allora, Claudia, ricordatene, guai a te, guai! Non è il tuo anello che ti salva oggi: è la mia coscienza.Così dicendo, Pilato uscì.Claudia lo seguì dello sguardo, alzandosi dal suo seggio, poi ricadde mormorando.— La sua coscienza! Che? la sua coscienza avrebbe finalmente degli occhi per vedere il nostro abisso? insorgerebbe essa alla fine? avrebb'essa risentito la scossa della mia? Tanto meglio. Conoscerà allora quanto io lo disprezzo, e quanto disprezzo me stessa. Amare un tal uomo! amare l'uomo che ha fatto del mio obbrobrio scala alla sua grandezza? Che delitto ho dunque io commesso, io sì giovane per meritare questo implacabile castigo? Sarei io dunque stata scelta per essere l'Ifigenia di tutte le scelleraggini di Cesare e della sua posterità?... O pure la sua coscienza gli rimprovererebbe... che? amore...Claudia si alzò d'un balzo; era spaventevole nel suo pallore.— Oh! allora veramente sventura! sventura! come egli ha detto.La tempesta spaziava a battaglia nel firmamento. Pilato traversò il giardino. Uscì dalla porta secreta, si diresse verso il posto ove i suoi nubiani l'attendevano, si coprì d'un mantello scuro che gli tenevano pronto, montò a cavallo, e facendo loro segno, ordinò:— Andiamo.Erano le tre ore dopo la mezzanotte. La città di Gerusalemme sembrava morta. Claudia che era uscita sul terrazzo per rinfrescarsi ai buffi dell'uragano vide passare, e sparire come fantasmi, nove cavalieri. Indietreggiando, urtò nel cadavere di Cypros. Gettò un grido e fuggì.In quell'istesso momento, io varcava la porta del Gran Sacerdote, ed il ponte sul torrente di Gihon, giravo le mura della città, e lasciavo alla mia diritta la strada che conduce a Gaza e quelle che conducono ad Emmaus e a Joppa.
Pilato principiò col passeggiare per lungo e per largo nella stanza, osservando ogni mobile, e gli accidenti del letto, e del letto di riposo.
Ahimè! tutto ciò era vergine, in quella camera d'una impura.
Claudia comprese forse, e lo lasciò fare; forse era assorta in un altro pensiero. Infatti, repentinamente, balzò in piedi, corse allo specchio dinanzi al quale era una piccola lama d'oro sospesa fra due colonnine d'agata, e la percosse a diverse riprese, convulsivamente, con un piccolo martello d'acciaio. Poi ritornò al suo posto.
Al tintinnìo di quella piastra metallica, Cypros accorse. Sembrava stravolta dal terrore avendo indovinato da quello strepito la tempesta che agitava l'anima della sua padrona. Cypros si avvicinò tremante, pallida come una landa di neve al chiaro di luna.
— Raccomoda la rete dei miei capelli, disse Claudia con voce sorda e gli occhi fulminanti.
Cypros cadde alle sue ginocchia gridando:
— Grazia, padrona, io sono innocente.
Claudia fissò negli occhi della giovane i suoi occhi carichi di collera, affascinandola, inchiodandola ai suoi piedi, affranta dalla paura. Poi senza aggiungereuna sola parola, mise lentamente la mano ai capelli, ne tirò la spilla omicida, alzò il suo braccio e lo abbassò. Pilato vide quel movimento e si precipitò sulla mano di sua moglie. Arrivò troppo tardi. Il gioiello di Claudia aveva pugnalata la schiava delle Gallie. L'infelice Cypros si accosciò e cadde stesa sul tappeto, mormorando:
— Povera madre mia, tu morrai schiava.
Uno spruzzo di sangue saltò al viso di Claudia e lordò il suo bianco vestito. Ella contemplò per un momento quel cadavere, poi alzando lo sguardo sopra suo marito esterrefatto gli ordinò:
— Spingi col piede questa carogna sulla terrazza.
E ricadde sul suo seggio.
Pilato prese nelle sue braccia il cadavere della ragazza. Egli comprendeva ora perchè Cypros gli avesse nascosta la mia presenza presso di sua moglie. Si sovvenne delle ore di gioia che Cypros gli aveva procurate parlandogli di Claudia. Baciò castamente la fronte della povera vittima, e la depose sulla terrazza, ove il sangue fu ben presto lavato dalla pioggia che cadeva a catinelle. Un lungo sospiro che partì dal cuore, più che dal petto di Pilato, riassunse tutti i gemiti che il mondo serbava alla nobile creatura.
Pilato era atterrato.
Quest'uomo, sfuggito a tanti combattimenti, si sentiva soffocare d'orrore e di spavento, alla vista di quel sangue tirato dal cuore d'una donna, da una donna, con un gioiello.
Pilato era d'Hispalis (Siviglia), una delle quattro città della Betica, i cui abitanti godevano del diritto di cittadini romani. Suo padre si chiamava Marcus Pontius. In quella guerra di distruzione che Agrippa inflisse ai Cantabri (Biscaglini), Marcus si segnalòforzando i suoi grandi compatriotti ad uccidersi in parte, tenendo poi mano alla vendita degli altri. Egli comandava quel pugno di rinnegati che volsero le armi contro i loro compagni di schiavitù, gli Asturii. La Spagna sommessa finalmente a Roma, — dopo due secoli di resistenza — Marcus Pontius ottenne come segno di distinzione il pilum o giavellotto, da cui la famiglia trasse il nome di Pilatus[13].
Lucius Pontius Pilatus, suo figlio, si attaccò a Germanico, col quale fece le guerre della Germania, e si trovò alla battaglia di Idistavisus (Hassembeck). Dopo la pace, Pilato ritornò in Ispagna. Ma ben tosto, stanco del riposo, venne a cercare a Roma il piacere, poichè Tiberio vietava la gloria.
Germanicus era perito in Siria per ordine di Tiberio. Ponzio si presentò a costui con una lettera di suo padre, che aveva combattuto con lui, allorchè egli era tribuno dei soldati nella Cantabria, e poscia in Germania. Tiberio l'accolse bene, troppo bene forse; poichè Ponzio era designato a Capri col sopranome di sposo di Tiberio[14]. Occorre però dire che nulla nella persona di Ponzio giustificava l'uffizio ch'egli avrebbe riempito presso il vecchio imperatore, e che forse fu Sejano a spargere quella voce onde screditarlo presso Claudia, di cui ambedue si disputavano i favori.
Ponzio aveva trentacinque o trentasei anni; statura media, l'aspetto severo, il colorito bruno, il corpomagro. I suoi begli occhi neri, come pure la sua barba ed i suoi capelli davan risalto alla sua aria malinconica, e rischiaravano la sua fisonomia, la cui gravità toccava quasi alla durezza. La sua bella bocca dai denti bianchissimi raddolciva questo insieme che ispirava più rispetto che simpatia. Egli aveva, inoltre, maniere rozze e violenti movimenti subitanei, la collera pronta, il colpo spietato. I gusti suoi erano volgari; la sua intelligenza mancava di coltura. Mai, in tutta la sua vita, egli aveva letto un poeta, una storia un filosofo; e nondimeno il suo spirito era poetico, la sua anima triste e pensosa. Aveva delle passioni a sbalzi, passando senza transizione dall'orgia furiosa all'ascetismo d'un esseniano. La era ancora una natura selvaggia, cui la corruzione aveva sfiorata, contrariandola, lasciandole l'istinto del bruto senza darle la pulitura dell'epicureo e dell'effeminato. La sua gelosia raggiungeva la follia. Il riguardo del suo onore si elevava all'idolatria. Generoso quando la passione non tempestava, crudele nell'uragano del suo cuore e dei suoi pensieri. Egli amava la lotta contro il difficile; quella contro l'impossibile lo seduceva. Il sentimento della giustizia lo ispirava sempre; ma egli aveva un criterio della giustizia secondo la sua coscienza piuttosto che secondo il diritto e la legge. Maltrattava volontieri l'uomo; per la donna era rispettoso, galante, condiscendente, tenero anche, e cavalleresco. Uno sguardo di donna lo trasformava. Epperò durante tutto il tempo che restò in Gerusalemme senza Claudia non si disse molto male della sua condotta. Se non fu casto, fu riservato. Non gli si conobbe nessuna relazione amorosa; vivendo anzi molto rigidamente, preferendo stare in una torre, anzichè nel palazzo di Erode, in fra i soldati anzichèfra gli schiavi dei due sessi che ingombravano la sua residenza; lasciandosi andare ai suoi gusti malinconici, evitando la gente, la luce, e correndo di notte pella campagna. Non era cosa rara l'incontrarlo dopo mezzanotte a cavallo, seguito soltanto dai suoi otto schiavi nubiani, muti come il fondo di un pozzo. Regalava generosamente. Rispettava il popolo vinto, più che poteva, quando Cesare o il popolo Romano non erano posti in questione.
Pilato aveva adesso un po' più di quarant'anni; ma il suo colorito bilioso, le rughe precoci, avevano fissato sul suo fronte un'età immobile; non era giovine, ma non invecchiava. Parlava poco ed ordinariamente con tuono secco e duro. Ma si abbandonava volentieri all'ironia, quando era meno triste, o al lirismo d'una imaginazione febbrile, quando era animato da una passione qualunque. Portava un lutto continuo; nessuno seppe mai di chi, nè di che cosa[15].
Eccolo ora di fronte a Claudia, giudice d'una donna che sembrava colpevole, eppure commosso e quasi tremante. Le braccia incrociate al petto, in piedi sulla soglia della terrazza, eccessivamente pallido, lo sguardo profondo immobile sopr'essa, egli attendeva una parola onde uscire dal cerchio magico del silenzio che l'attitudine fredda e sprezzante di Claudia tracciava a lui dintorno.
— Ebbene, sclamò ella finalmente, chiudi quella porta, e vattene. È tardi, sono stanca e voglio dormire.
— Ti chiedo scusa, o figlia di Julia[16], di avere turbato le gioie della tua notte, rispose con calma Pilato. Vi sono stato spinto da quegli uomini.
— Non essere modesto, Pilato, riprese Claudia con un sorriso. Tu avevi cercato una moglie nella pozzanghera di Capri per ambizione; sei stato carnefice del paese che ti si era abbandonato a divorare: ora sei divenuto una spia. Sei perfetto. Sposo di Cesare, sei ormai degno d'uno deipiccoli pescidi Tiberio. Adesso possiamo consumare il nostro matrimonio.
Pilato balzò, e afferrando violentemente sua moglie dal braccio, gridò:
— Che cosa faceva qui, quell'uomo?
Claudia guardò in faccia a suo marito, senza turbarsi, poi colla mano sinistra, tirò lentamente la sua terribile spilla dai capelli, e trapassò il braccio di Pilato. Questi ritirò la sua mano. Claudia rispose freddamente:
— È il mio amante.
Pilato contemplò con aria distratta il suo braccio che sanguinava, e lo avvolse in un lembo della sua toga.
— È il tuo amante, dici? continuò egli. Io trovo un giovane nella stanza notturna di mia moglie, a mezzanotte, soli, baciandole le mani; ho due testimonii che possono affermarlo, ella stessa confessa che è l'amante di quell'uomo. Io potrei ucciderla, potrei divorziarmi da lei, potrei trascinarla dinanzii giudici e infamarla.... Infamare...! Claudia, io ti perdono.
Claudia tolse lentamente il suo anello dal dito, e mostrandolo a suo marito, gli domandò:
— Conosci questo anello?
Pilato l'esaminò, e gettandolo in mezzo alla camera, osservò con disprezzo:
— L'anello di Tiberio! Claudia aveva dunque mentito quando m'aveva detto che le veniva da sua madre.
Ella rispose:
— Potrei inviarti l'ordine, sopra un pezzo di carta suggellato da questo anello, di disonorarti, di esiliarti, di ucciderti, di abbandonare il posto di procuratore, alla vigilia d'una esplosione terribile di questo popolo, e di farti condannare come un vile o come un traditore.... Io ti lascio vivere. Io lavoro al compimento della tua infamia.
Pilato non l'aveva forse compresa, giacchè riprese come se parlasse a sè stesso.
— Al postutto, egli è giovine, è bello, è effeminato, ha mostrato del coraggio.... Se ella lo ama.... ciò è spiegabile. L'è giovine anch'ella, è bella, il suo sangue le fa violenza, la si annoja.... Dopo ciò che io aveva veduto, dopo quello che sapevo, dopo quel passato.... un amante solo, nel secreto della notte.... Oh, sì, sì, c'è un progresso nel bene, Claudia, perdonami, sono assurdo, sono pazzo.
— N'è vero?
— Che vezzi mi aveva io per sedurti? Straniero, rozzo, triste, senza nessuna di quelle eleganze della corte dei Cesari che abbagliano le donne, senza vizii clamorosi, povero, penetrato della modestia della mia posizione e del mio grado, troppo fiero forse.... oh!io comprendo tutto ciò! un marito di questa qualità ha bisogno d'un complemento. Egli è il masso informe, l'amante è la statua.
— Puoi dire meglio: egli è il vaso, l'amante è il mazzo di fiori.
— Ciò che accadde, doveva accadere, continuò Pilato, passeggiando a passi lenti nella stanza, parlando a sè stesso, non vedendo più sua moglie, nè ascoltandola. Io l'aveva veduta; era un rovo, e come tale produceva delle spine.... Perchè mi stupirei adesso che questo rovo non produca delle viole? Pazzo! L'hai voluto tu stesso, miserabile! Oh! perchè non restai nel mio paese! Hispalis era così bella! Il suo bel fiume limpido come il cielo; il suo cielo trasparente come le pupille delle sue donne; i suoi giardini ove ondeggia la palma, ove s'apre il fiore dell'aloè, ove la rosa canta, l'arancio scintilla dei suoi profumi nelle notti imbalsamate.... era così bella Hispalis, dall'aere pieno di dolci suoni, dai giorni pieni di sogni, dalle notti piene d'amore, d'amore casto, puro, esclusivo, geloso, infinito, intero.... Che mi andai a fare in Roma? Che andai a cercarvi, disgraziato....
— Il favore di Cesare, ed una provincia da saccheggiare, interruppe Claudia con disprezzo.
— No: l'assassinio della mia giovinezza, del mio riposo, del mio cuore, della mia felicità, di tutto. Io non sono ora che l'ombra d'un uomo, ravvolto nel sudario dell'infamia. Mia madre lo diceva pertanto! Ella non avrebbe voluto che io ponessi mai il piede in quel carnaio delle virtù, dei diritti e dell'onore, che si chiama Roma. Ella m'additava per compagna una nobile ragazza, pura come l'alito delle nostre montagne, bella come le serate di Gades (Cadice). Ionon l'ascoltai. L'ho voluto. Di che posso ora lagnarmi? Ella ha un amante! Un solo amante, dopo Capri? Tu sei una vestale, o Claudia!
— Perchè non hai tu ascoltato i consigli di tua madre, virtuoso avventuriere?
— L'è il mio secreto e la mia vergogna.
— Te lo dirò io, il tuo secreto; te la farò conoscere io, l'estensione della tua vergogna. Arrivasti a Roma ebbro d'ambizione. Ti presentasti alla corte, che tutti giudicavano come un antro di sangue e di fango. La tua fierezza vi fa contrasto il primo giorno: Sejano se ne stupisce; Tiberio sbadiglia; Cajus Priscus corruga la fronte; Trasilio ne trasecola; Cajus Caligula ne rabbrividisce. Nessuno osa avvicinarsi a quella sconosciuta in quei luoghi, la fierezza! Nonostante il padrone, che osa tutto, la sfiora del soffio delle sue notti; ed il leone si cangia in majale.
— Tu pure, urlò Pilato fermandosi.
— Come tutti. I poeti ti hanno cantato.
— Sono infami.
— Forse. Ora, c'era in quell'antro una ragazza di diecisette anni, d'una bellezza affascinante, la cui influenza si diceva onnipossente sul cuore del padrone; di cui la storia era commovente, e la cui alta nascita condita di mistero. Tutto ciò, ti colpisce e ti esalta. Quella giovinetta aveva nelle vene del sangue d'Augusto. Che importa a te, che quell'imperatore sia stato trattato di effeminato da Sesto Pompeo; che Antonio lo abbia rimproverato di avere comperata l'adozione di Giulio Cesare a prezzo della sua infamia: che Lucio, fratello di Antonio, l'abbia accusato di essersi prostituito in Ispagna a Aulus Hirtius per trecentomila sesterzii; ch'egli fosse adultero, dissoluto,che s'imbragasse nelle orgiedelle dodici divinitàignude?... Egli era Cesare[17].
— Io non ci pensava.
— Veramente! Eppure quella ragazza aveva per madre Giulia: gli è tutto dire; e per padre un poco quello schiavo Telefo che cospirò contro Augusto, e un poco quegli altri schiavi Andasius ed Epicade che vollero rapirla da Pantellaria[18]. Che t'importava? La giovinetta era sempre della famiglia di Cesare. Serviva a Capri ai piaceri più vituperosi. Tu lo sapevi; più ancora, lo vedevi coi tuoi occhi. Che monta! la domandasti in isposa.
— Ecco il mio fallo.
— Credi? Ma Sejano la voleva egli pure. Il commediante Accius la domandava; il buffone Trullus, lo schiavo Parthenius, Nisia il mezzano la domandavano altresì. Perfino il grammatico Seleuco, Pansa il parassita, e Ortalus l'ombra, si posero della partita. Tiberio preferì te, o eroe di Hispalis. Quella gente gli sembrò pericolosa troppo per avere in moglie una nipote d'Augusto. Tu lo rassicuravi. Per te, un posto di procuratore nella più ignobile delle provincie Romane, bastava. Questo straniero, che veniva sì da lontano a battere alla porta della fortuna, doveva trovarsi soddisfatto d'intravedere la mano della nipote d'Augusto, e di andare a governare una provincia della Siria, sotto quell'ubbriacone di Pomponius Flaccus, che può a sua voglia licenziarlo come un servo. Tu restasti soddisfatto. Non restavi tu soddisfatto?
— È questo il mio secreto, e la mia vergogna, ripetè nuovamente Pilato.
— Il tuo secreto, te l'ho già detto. Venivi a mendicare un posto, che ti si gettò in fra i regali pelle mie nozze. La tua vergogna ebbe principio da quel giorno. Tiberio non era ancor sazio. Gli piacevo ancora; lo divertivo ancora; io era ancora assai giovane, assai bella, assai abile ed a modo, sempre pronta, alla ricerca delle sue grazie. Io gli era una varietà nei suoi piaceri, a causa della grazia che imploravo a ginocchio, la faccia a terra, torcendomi dalla disperazione, a causa del rifiuto, e sperando sempre! Mia madre viveva ancora. Tiberio paventava un pericolo in quella figlia di Augusto, in quella esiliata che era stata sua moglie, e le cui disgrazie facevano dimenticar le vergogne. Egli mi ritenne. Io non era soltanto un balocco per quell'ignobile vecchio, ero un ostaggio. Ti diede il diploma di governatore, e conservò tua moglie. Tiberio era geloso; non li permise neppure di sfiorare le labbra della tua donna, di dirle addio, di darle uno sguardo d'amore. D'amore! oh ch'e' sarebbe stato bene al suo posto l'amore in fra lo sposo e l'Atalanta di Tiberio! Ti risentisti tu? no. Tu partisti.
— E tu protestasti, tu?
— Io? io ti disprezzava prima di conoscerti. Ma, dopo quel giorno, ti odio. Tu parli di vergogna? Hai ragione: essa sbucciava in tutto il suo rigoglio. Dapprima si era oltraggiata l'orfana, la figlia dell'esiliata, il rampollo sconfessato della dissoluta: oggimai, era la moglie di Ponzio Pilato, era la donna del procuratore della Giudea, che si disonorava. La voluttà era resa più sapida dall'insulto. L'insulto si levava alto, folgoreggiante. Esso non colpiva più una povera giovincella;esso fulminava un rappresentante di Cesare dinanzi i popoli dell'Asia. Io mi meraviglio che Tiberio non t'abbia creato Re in qualche sito onde meglio assaporare le mie carezze! Bisogna ch'egli ti disprezzi molto, molto. Infatti egli mi ti ha dato come uno schiavo. La tua testa è in quell'anello. Ti sei tu ribellato contro i vituperii che t'inflissero? Parla, hai almeno protestato?
— No: ed e' son questi ancora una volta, il mio secreto e la mia vergogna.
— Vuoi ancora della vergogna? Ebbene, Sejano mi ha amata. Comprendi? Il domestico domandava gli avanzi del padrone.
— Basta, Claudia, esclamò finalmente Pilato fermandosi ritto inanzi sua moglie.
— Eppure io era bella, continuò Claudia, avrebbero potuto amarmi, interrogarmi. Chi sa? Mi avrebbero forse perfino stimata. Io valeva bene la pena, mi pare, che l'uomo che aveva ambito alla mia mano senza arrossire, avesse altresì aspirato al mio cuore, il quale non aveva detto verbo in tutto quel fetido mercanteggiare. Io era giovine, avrei forse potuto rialzarmi, riabilitarmi, giustificarmi dinanzi i santi lari famigliari, obbliare lo Stige di Capri sopra la testa pura, negli occhi innocenti dei miei figli. Avrei potuto piangere sur un fallo che non era il mio; espiare un'infamia che era forse una luce celeste, una lagrima di madre.... Dimmi, miserabile, cosa hai tu fatto, che hai tu tentato? Tiberio mi disonorava; tu m'hai infamata. Ti meravigli ora tu se adesso io ti odio? Con qual diritto mi domandi se ho un ganzo?
— Basta, basta, replicò Pilato. Potrei dirti una parola che mi giustificherebbe forse: disdegno di dirla. Sei libera. Non ti domando nulla, e non ti rimprovereròpiù nulla. Che vuoi di più? Ho provato d'illuminare le tenebre del mio inferno. Non ci sono riuscito. Ho avuto torto di provare. Il raggio che invocavo, mi ha fatto sembrare il mio inferno più lurido, ed ho ucciso il mio diritto di rimproverare. Ed ora, segui la tua strada, o Claudia. Io torno indietro. Sono stato complice fin qui; gli è mestieri, ch'io mi renda ora degno di divenir giudice. Tu non mi troverai più nel tuo cammino. I miei giorni saranno foschi, le mie notti tempestose d'insonnia, la mia solitudine popolata d'una corte più implacabile. Ma io mi preparo il diritto di dirti un giorno: Basta!
— Questo giorno non arriverà mai.
— Lo credi: ma allora, Claudia, ricordatene, guai a te, guai! Non è il tuo anello che ti salva oggi: è la mia coscienza.
Così dicendo, Pilato uscì.
Claudia lo seguì dello sguardo, alzandosi dal suo seggio, poi ricadde mormorando.
— La sua coscienza! Che? la sua coscienza avrebbe finalmente degli occhi per vedere il nostro abisso? insorgerebbe essa alla fine? avrebb'essa risentito la scossa della mia? Tanto meglio. Conoscerà allora quanto io lo disprezzo, e quanto disprezzo me stessa. Amare un tal uomo! amare l'uomo che ha fatto del mio obbrobrio scala alla sua grandezza? Che delitto ho dunque io commesso, io sì giovane per meritare questo implacabile castigo? Sarei io dunque stata scelta per essere l'Ifigenia di tutte le scelleraggini di Cesare e della sua posterità?... O pure la sua coscienza gli rimprovererebbe... che? amore...
Claudia si alzò d'un balzo; era spaventevole nel suo pallore.
— Oh! allora veramente sventura! sventura! come egli ha detto.
La tempesta spaziava a battaglia nel firmamento. Pilato traversò il giardino. Uscì dalla porta secreta, si diresse verso il posto ove i suoi nubiani l'attendevano, si coprì d'un mantello scuro che gli tenevano pronto, montò a cavallo, e facendo loro segno, ordinò:
— Andiamo.
Erano le tre ore dopo la mezzanotte. La città di Gerusalemme sembrava morta. Claudia che era uscita sul terrazzo per rinfrescarsi ai buffi dell'uragano vide passare, e sparire come fantasmi, nove cavalieri. Indietreggiando, urtò nel cadavere di Cypros. Gettò un grido e fuggì.
In quell'istesso momento, io varcava la porta del Gran Sacerdote, ed il ponte sul torrente di Gihon, giravo le mura della città, e lasciavo alla mia diritta la strada che conduce a Gaza e quelle che conducono ad Emmaus e a Joppa.