XV.Noi abbandonammo Makaur all'alba passando sotto quel maraviglioso albero di ruta, grande come un fico, e divergemmo per un momento dalla nostra via verso il nord, a Baaras, nel vallone che circonda la città, per cercarvi quella terribile radice, che brilla la sera come un lampo, che si allontana dalla mano che vuol coglierla, cui non è possibile di prendere se non che inaffiandola o coll'urina d'una donna o col sangue mestruale d'una ragazza, che anche dopo ciò uccide chi la tocca, essa che ha il potere di cacciare il demonio fuori dal corpo degli ossessi[27].Passammo da presso alle fontane d'acqua calda e fredda che operano delle cure così sorprendenti. Seguimmo una strada frastagliata, costeggiante delle creste ritte sopra abissi, come i lati d'un triangolo, ed entrammo in quel profondo e pericoloso burrone, cheaprendosi alla base della fortezza si divarica e scoscende spaventevolmente per sessanta stadii fino alle rive del lago d'Asfalto. Seguimmo la riva meridionale di questo mare, poi la sinistra del Giordano per tutta la sua lunghezza, ora sopra una banchina di verdura ombreggita da canne e tamarindi, ora sopra uno strato di sabbia bianca che abbagliava la vista, e rendeva difficile il respiro alzandosi in polverio, e talvolta lungo i contrafforti e le vecchie montagne di Galaad, ora Perea.Nel punto ove il Giordano sgorga dal lago di Genesareth, sotto quella collina in forma di gobba di cammello sulla quale è fabbricata la città di Gamala, come appostata sul lago, trovammo la flottiglia del Tetrarca che ci attendeva in un piccolo seno. Erodiade, Antipas, io, i principali ufficiali della corte di quel principe, montammo sopra una bireme bianca come un cigno, dalle vele di porpora; il resto del seguito invase le triremi e biremi da guerra. Bestie e schiavi continuarono la strada lungo la costa. Il sole tramontava dalla parte della Giudea. Il lago sembrava un lembo di cielo stemperato in una coppa d'oro. Il cielo era una cupola azzurra infinitamente profonda. La luce abbagliava del suo sorriso tutta la natura che si svolgeva sotto il nostro sguardo. L'Halin, il Tabor, le montagne di Safed, i precipizii nevosi dell'Hermon, ondeggiavano da lungi d'una luce dorata e violastra.Al primo piano di questo anfiteatro di basalto — dalla forma di fico, la cui base è all'immissione, ed il peduncolo alle foci del Giordano — si stendevano delle città e dei villaggi che gli ultimi raggi del sole doravano come melaranci. Gli altipiani ondulati della Golonitide e della Perea, aprendosi a mo' di terrazza fino a Cesarea di Filippo al nord, rizzandosi di tantoin tanto in picchi deserti ed inaccessibili, sembravano coperti d'un tappeto di velluto celeste ondato di viole. Il flutto dolce e sonoro baciava la spiaggia, giocando colle piccole conchiglie nel piccolo estuario formato dal fiume salato di Tabiga, perdendosi nelle ajuole di fiori e d'erbe di Tarichea, alla uscita del Giordano e sulle rive della pianura di Genesareth. Dei piccoli promontorii, rivestiti di tamarindi e di capperi spinosi e di oleandri, si disegnavano sulla sabbia. Una vegetazione abbagliante, dalla noce del Caspio al fico della Siria, alla palma del Nilo, al cedro ed all'arancio della Sicilia, fino alla quercia ed al cipresso del Nord, copriva d'ombra i giardini e sfidava i cocenti raggi d'un sole indiano. Dei casali, dei villaggi, delle ville s'addossavano alle colline che circondano il lago: in minor numero, nella costa più arida del mezzogiorno, le cui montagne erte e rocciose caddero in eredità alla discendenza di Manasseh; in più gran numero, sopra le rive occidentali del nord e dell'ovest. Là, Gamala; da lato Tarichea, Hippos, Pella, Gadara città greche; sopra la costa della Galilea, Magdala Delmanutha, Capharnaum, Chorazin e Tiberiade dalla fronte d'oro; sulla costa di Golonite, Bethsaide unita da un ponte a Julia e Gergesa; a nord, Cesarea di Filippo, e quella grotta di Panium, dalle salutari sorgenti, circondata da statue di Pan, da Ninfe, da Eco, ed il tempio che Erode fece alzare ad Augusto. Sopra ogni punto della roccia vulcanica, sopra ogni fessura della montagna, una capanna di pescatore o di battelliero; sopra ogni bricciola di terra, un mazzo di frumento, di viti, d'alberi, di fiori, di verdura. Le acque delle sorgenti e dei ruscelli rivaleggiavano di limpidità, di dolcezza, d'azzurro, colle acque del lago, calme come la pupilla d'una giovine Brettone.Delle nuvole d'uccelli, bianchi e grigi, dalle piume scintillanti, giravano in corona sulla nostra bireme che volava verso Tiberiade come un alcione.Il sole era scomparso, ma il cielo ardeva ancora, rosso dei suoi ultimi raggi, i quali indietreggiavano dolcemente dinanzi una miriade di stelle, svelantisi gradatamente, quando la bireme si fermò nel porto di Tiberiade.La capitale d'Antipas si svolgeva ai piedi d'una collina dirupata, presso una sorgente d'acqua calda, sulle rovine d'una città, e di tombe d'un popolo di cui è perduto il ricordo. Tiberiade era una città romana, una Napoli, una Baja, una Pozzuoli, una Siracusa dell'Asia, con tutti gli edifizii pubblici delle città romane, tempii, collegi, ginnasii, stadium, palazzi, forum, teatri, circhi e terme. Un castello coronava la città; e sotto la protezione di quella fortezza, al di sopra della città, sorgeva la Casa Dorata, residenza d'Antipas, il cui tetto era coperto di lamine d'oro, come il Tempio. Un alto muro, scendendo dalla fortezza fino al mare, circondava la città. Un porto, delle gittate, delle porte che davano su l'acqua, delle torri, delle terrazze, nulla mancava. Centinaia di barche, come tante nere bagnanti dalle pezzuole multicolori, si cullavano nelle limpide acque. Volendo popolare rapidamente le belle vie e le belle case della sua città, Antipas ne aveva fatto un asilo pei malfattori, un mercato libero pei commercianti, un sito di delizie per i ricchi, un rifugio pegli impuri, un luogo molto lucroso pegli artigiani e gli artisti, un tesoro pel povero che vi cercava lavoro, un terreno neutro per tutti i popoli. Per ciò, Tiberiade era popolata da cittadini di tutte le nazioni; Italiani, Greci, Asiatici, di tutte le parti. Lo schiavo che ne toccavail suolo diventava libero. Il malato che veniva alle sue fontane se ne tornava guarito. Antipas comperò degli schiavi e diede loro un angolo di casa nella sua città. Tutto vi abbondava: le cortigiane, i divertimenti, le derrate, il lavoro, gli dei, gli uomini d'arme, le fortune da tentare, le scienze da acquistare, la pace dell'anima, l'ebbrezza dei giuochi. Antipas, quantunque sedesse alla sinagoga, andasse al Tempio, e si ragunasse con gli altri al shema, era un Romano pel vizio, un Greco pel gusto, un Egiziano pel piacere. Egli comprendeva tutto, ammetteva tutto, e tutto amnistiava. Dava la mano a Jehovah, un sorriso a Venere, rispettava Iside, e si acconciava in buoni rapporti con tutti gli dei che si importavano nei suoi Stati.La mia intenzione non era di godere lungamente della vita ardente della Casa Dorata, che m'era tanto andata a genio alcuni mesi prima. Lo scopo della mia escursione era di trovare un capo popolare per la grande sollevazione che io tramava contro il dominio Romano. Il Battista mi era scoppiato fra le mani, bisognava cercarne un altro. Antipas mi aveva già parlato d'uno dei suoi sudditi, ch'egli fece invitare il giorno stesso al suo palazzo. Ma io mi fermava al progetto di ritornare sui miei passi, e d'andare a Gamala per vedervi i figli di Giuda il Golonite, di cui il più giovane, Menahem, ha già figurato fra i delegati dei partiti al consiglio rivoluzionario di Gerusalemme.Alle terme ove m'ero recato Bar Abbas mi raccontò confusamente di non so quali miracoli d'un rabbì che meravigliava i pescatori della costa di Cafarnaum. Ora, siccome io nei miei viaggi ne avevo veduti tanti di codesti giocolieri delle pubblichepiazze, non feci gran caso della scoperta di Bar Abbas. Per altro essendo l'indomani sabato, e il tempo bello, e le rive dell'acqua deliziose, bisticciando con Bar Abbas, passeggiai dalla parte orientale del lago. Volevo veder da vicino, in cima alla roccia su cui è fabbricata Cafarnaum, quella splendida sinagoga di marmo bianco, che da lungi scintilla al sole sul lago; poi, ritornando, frugare un po' in Magdala onde cercare qualche traccia di Maria che era sparita senza lasciarne alcuna.Uscii dalla Casa Dorata all'alba, seguii la via romana che corre da Damasco a Tiberiade, passando dinanzi Magdala, traversando il rigagnolo d'acqua salata che zampilla da alcune larghe sorgenti, a pochi passi dal lago, e si getta in mezzo ad uno spesso tuffo di verdura, montando la china tagliata nella roccia, verso la bocca del Giordano, e tagliando la base di quella collina, ove è posta Cafarnaum.La sinagoga è un'istituzione popolare, come il sanhedrin è un'istituzione aristocratica, del popolo giudeo. Essa rimonta un po' al di là dei Maccabei.La sinagoga è una casa di riunione per pregare, per cantare i salmi di Davide, leggere il Pentateuco, ascoltare delle lezioni morali e discutere la dottrina: un tempio, una scuola, un palazzo municipale in caso di bisogno.Quando tutti comprendevano l'ebraico, il Tempio stesso era inutile: ogni focolare era un altare. Mosè aveva ordinato di fare la lettura pubblica dei libri sacri ogni sette anni. Ma dopo il ritorno da Babilonia, l'ebraico era divenuto una lingua da letterati che si imparava come un'altra. Il popolo non parlava più correntemente che l'arameno, dialetto siriaco misto d'ebreo. La lettura dei libri di Mosè non potevaesser fatta dunque che da una classe scelta.... Un po' più ancora, e quei libri sarebbero stati obbliati. Allora Ezra fondò una riunione ebdomadaria per cantare i salmi e leggere i profeti. Questa istituzione divenne popolare: la sinagoga nacque; dieci persone bastavano per costruirla. L'architettura n'era semplice: si imitava la tenda che era stata imitata dallo stesso Tempio. Più tardi se ne fecero dei monumenti.La sinagoga costrutta dal cittadino romano in cima alla collina di Cafarnaum era splendida, di marmo bianco, che spiccava vivamente sul basalto grigio di cui era fabbricata la città: il frontone ornato di colonne a capitelli corintii, un portico dinanzi la porta ed un magnifico cornicione d'ordine composito.Era l'ottava ora del mattino. Dei gruppi di conciatori di pelli, tintori, fabbricanti di sapone, mercanti d'olio, venditori di cacio e di frutta, dei pastori, dei marinai, dei pescatori, dei giardinieri facevan capannelli sul piccolo piazzale della casa di riunione, attendendo il momento d'entrare, e in attesa di occuparsi della salute dell'anima, trafficavano fra loro.Cafarnaum è la prima città, sulla via da Tiberiade a Damasco, che abbia guarnigione romana.La sinagoga era bagnata di una calda luce che faceva scintillare di rosee tinte i muri di marmo bianco, sotto un cielo azzurro, sopra un lago ceruleo circondato da verzura e da roccie vulcaniche. Passai, ed innanzi di entrare, immersi le mani nella vasca d'acqua presso alla soglia, nettai i piedi alla lama di ferro posta vicino, feci una riverenza all'arca, e mi fermai alla porta rivolta all'occidente. Poco dopoil popolo principiò ad entrare, imitando ciò che io aveva fatto. I dieci del batlanim (oziosi) avevano già preso posto nella piattaforma elevata del mezzo della sinagoga. I ricchi andarono a sedere sui loro alti posti vicino all'arca; i poveri si accalcarono sulle panche di legno coperte da stuoje; i fanciulli mezzo nudi ed intieramente abbronzati al sole, s'accoccolarono sul suolo di nudo marmo, facendo degli sberleffi, pizzicandosi di nascosto, più vogliosi di andar a giuocare sulla piazza, che di stare lì dentro. Le donne occupavano già il loro nido dietro una larga grata nella galleria superiore, vicina al tetto. IlHazzan, che è il guardiano della sinagoga, vi mantiene l'ordine, e compie certe funzioni, fece il giro della sala per vedere se tutto andava convenevolmente. Gli anziani stavano sulla piattaforma, ed il loro capo aspettava che il Hazzan gli dicesse che tutto era in ordine per dare il segnale del servizio. Il segnale fu dato. Il capo del batlanim bruciò dell'incenso che riempì del suo bianco fumo e del suo forte profumo tutta la sinagoga, ed intuonò un salmo di David che fu cantato dall'intera assemblea. Finito il salmo, il Hazzan andò all'estremità orientale della sinagoga, allontanò, inchinandosi, il velo che copre l'arca, l'aprì e ne tirò fuori ilTorah— ruotolo ove sono scritti i cinque libri — lo portò intorno ai banchi del popolo, di maniera che tutti potessero baciarlo, o toccarlo colla mano diritta, ed ascendendo i gradini della piattaforma, lo presentò alSheliach.Questo vegliardo, prendendo il ruotolo nelle sue mani, si levò e, mostrandolo aperto alla congregazione la quale si alzò pure, gridò:«Ecco la legge che Mosè dettò al popolo d'Israello,la legge che Mosè c'impose, l'eredità dei figli di Giacobbe. Le vie del Signore sono perfette. Le vie del Signore sono provate. Egli è lo scudo di tutti queglino che credono in lui.»Lo Sheliach aprì poi il ruotolo sul leggìo, lesse ad alta voce il capitolo pel parashà, o sermone del giorno. Il popolo seguiva questa lettura cogli occhi, col cuore, le braccia alzate. Ogni sillaba, ogni pausa era marcata. Quando la lettura del parashà fu finita, e la spiegazione fatta, il Hazzan riprese il Torah, lo rimise al suo posto chiudendo il velo che lo ricopre. Il popolo gridò nuovamente:«Il nome del Signore sia lodato; il suo nome sia esaltato poichè la sua gloria vola nel cielo e sulla terra.»Allora si cantò un altro salmo, poi il capo degli anziani principiò il suo midrasch, specie di commentario sul capitolo letto dallo Sheliach. Appena ebbe egli finito, un uomo, il quale stava seduto vicino a me sulle panche del popolo, si alzò e domandò di nuovo il Torah.Io non aveva prestato la minima attenzione a ciò che avveniva nella sinagoga, distratto da prima dal guardare alle finestre il popolo che, non avendo trovato posto di dentro, cercava di fuori di raccapezzare quanto poteva della lettura o del commentario, ed assorto poi dalla grata delle donne.Quando il canto ebbe principio, credetti intendere una voce che io conosceva, avendo con essa cantato e commentato il Cantico dei Cantici. Quella voce mi aveva colpito. Poi m'era parso distinguere una forma, uno sguardo che si turbava sotto il mio, una persona che si tirava addietro.Intieramente fisso a quella grata, io non avevaosservata la persona, seduta come me sul banco dei poveri, ma circondata da un certo numero di amici che le parlavano con rispetto, l'ascoltavano con deferenza e spiavano tutti i suoi moti. Avendo domandato il Torah, mentre il Hazzan andava a riprenderlo, quella persona si avanzò sulla piattaforma, e montò al leggìo del lettore. Il rabbì sembrava essere molto conosciuto, poichè il popolo l'accolse con un mormorìo benevolo, ed un movimento d'attenzione si propagò su tutti i banchi. Avendo ripreso il ruotolo, l'aprì, e lesse di nuovo il parashà del giorno, sopra il quale incominciò a dare delle spiegazioni a suo modo. Egli parlava, lo si ascoltava, ed io l'esaminai. La donna alla grata, che s'era tirata indietro, riapparve sul davanti.Il nuovo lettore era un uomo d'una trentina d'anni, di statura ordinaria, agile e magro. Aveva la tinta biliosa e bronzata, la barba nera, tagliata in punta, i capelli neri egualmente divisi sulla fronte alla moda Galilea, e gettati all'indietro in lunghe ciocche. Il fronte, un po' basso nella parte anteriore, si allargava alle tempie. Non si scorgeva del viso che le pomette un cotal po' accentuate, ed il naso leggermente ricurvo. I mustacchi coprivano le labbra sottili e scolorate, la bocca larga rialzantesi agli angoli e i suoi denti color avorio. Tutto ciò sarebbe stato volgare, se dei grandi occhi neri, colle sopracciglia folte e quasi riunite sull'alto del naso, dallo sguardo potente, vellutato, voluttuoso, dolce o carico di lampi a suo piacere, non avessero rischiarato quella fisonomia mobile, cangiante secondo il pensiero o l'interna passione che l'agitava. La sua voce era dolce, singolarmente melodiosa, sopratutto quando voleva accarezzare. Le sue maniere erano gravi. Una grande dignità risaltava datutto l'insieme della persona, dal suo portamento, dalle sue parole e dei suoi modi[28].Io intravidi tutto ciò in un batter d'occhio, poichè ero sempre attratto dalla grata. Non intesi quindi ciò che il nuovo lettore disse, come non avevo udito il parashà dell'anziano che l'aveva preceduto. Una voce, che partiva dalle sedie dei ricchi, mi richiamò alla lezione. Ogni individuo avendo il diritto di fare delle questioni, un ricco mercante di grano gli aveva domandato:[29]— Rabbì, donde ci vieni tu?Mi volsi allora verso un giovane che sedeva a me vicino, mostrandomi molto soddisfatto di ciò che il Rabbì andava dicendo, e molto malcontento dell'interruzione, e gli chiesi:— Qual è il nome del Rabbì che parla ora?— Da che sotterraneo sbuchi tu per non conoscere il nome del nostro Rabbì?— Sbuco da un sotterraneo che si chiama Casa Dorata a Tiberiade, e da un deserto che si chiama Gerusalemme; scusa dunque la mia ignoranza.— Ebbene, gli è il Rabbì di Nazareth. Lo conosci ora?— Meno di prima. Ma non monta. Chi è codesto tuo Rabbì?— Quegli che sazia le moltitudini con pochi pani.— Mi meraviglierebbe se la saziasse con dei ciottoli, o con delle foglie d'alberi, come le vacche. È dunque un figlio di Salomone o d'Erode, il tuo Rabbì di Nazareth?— Meglio assai, straniero, rispose il giovine con disprezzo: egli è figlio di Dio.Non ebbi a replicare. L'entusiasta mio vicino, che era discepolo del Rabbì, e si chiamava Giovanni, alludeva ad un fatto accaduto alcuni giorni prima, in cui il Rabbì, avendo condotto seco un certo numero di discepoli in una escursione nelle montagne, aveva loro fatta la gradita sorpresa di distribuire del pane preparato la vigilia, regalo al quale non s'attendevano in quel sito. Questa attenzione li aveva tocchi al punto che paragonavano la generosità del maestro a quella leggenda d'Elijah, che moltiplicò l'olio e la farina della povera vedova di Sarepta la quale gli aveva dato da bere, e ad Eliseo che aveva nutrito gli abitanti di Guilgal in una carestia, con venti pani d'orzo.Alla domanda del mercante di grano: donde vieni tu? il Rabbì non rispose categoricamente; ma facendo allusione alle voci propagate dai suoi discepoli, disse:— Sì, sì, voi mi domandate ciò, perchè avete udito parlar d'un miracolo, e perchè vi piace di saziarvi d'un pane che non costa nulla[30]. Ebbene non vi date pena per un alimento che si consuma, ma per quell'alimento che dura sempre, e che il figlio di Dio, solo, può darvi. Dio il Padre vi è garante per lui.— Tutto questo è molto bello, sclamò un pescatore dai banchi del popolo; ma che occorre egli fare per meritarsi da Dio codesto prezioso alimento?— Poca cosa, replicò il Rabbì; per piacere a Dio, bisogna credere in colui ch'egli ha inviato.— Dio ha inviato dei profeti, disse allora un anziano ed essi si sono manifestati con le parole, e gli atti. Ora che segno ci porti tu, pel quale potessimo vedere e credere in te? quali sono le tue opere? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, ciò è scritto, ed essi credettero in Mosè, il quale loro distribuiva così il pane del cielo. E tu, che hai fatto tu? Dov'è la tua manna?Sfidato a dare questa spiegazione, obbligato a declinare i suoi titoli di parentela con Dio, il Rabbì rispose con un motteggio:— Voi siete degli sciocchi, e null'altro, credendo alla vostra manna scesa dal cielo per quarant'anni, e sempre a tempo.Mosè non diede del pane del cielo ai vostri padri[31]; ma gli è il padre mio al contrario, il quale vi darà il vero pane celeste. Imperciocchè, gli è il pane di Dio soltanto che piove dal cielo, e dà vita al mondo[32].— A meraviglia, osservò ironico il capo degli anziani, punto molto che il Rabbì non avesse trovato buono il suo parashà: a meraviglia, maestro, ma dacci dunque di codesto pane miracoloso che non costa nulla, nutre così bene, e viene da così alto[33].A una domanda così impertinente, ad una derisione così fina, il Rabbì rispose con un'altra dell'istesso calibro.— Come, anziano mio? tu vuoi di questo pane tu? Ebbene, niente di più facile, e di più alla tua portata. Eccomi. Io sono il pane della vita. Chi mangia di me non ha mai fame, e chi mi crede non ha mai sete[34].Uno scoppio di riso accolse questo scherzo.— Ah! fece un fornaio su i banchi dei ricchi: alla buon'ora! così non sarò rovinato, io.— Io lo mangerei in due pasti, quel magrolino lì, urlò un enorme facchino dietro a me; ma dopo?— Ne parli a tuo comodo, tu, osservò un altro, tu lo mangeresti in due pasti, e per noi altri, allora?— Ebbene, mangerete dell'arrosto di montone, perdio! e state zitti voi altri, vociò Bar Abbas, che dalla strada sporgeva la testa in dentro pella finestra.Per un istante il Rabbì sembrò turbato da quei lazzi, e la sua figura si animò. Era per rispondere vivamente, ma, riprendendosi tosto, affermò con calma:— Non voglio soggiungere che questo: voi mi avete veduto, e non mi avete creduto. Ma sappiate che tutto ciò che mio Padre mi dà verrà a me, e chiunque verrà a me, non lo respingerò mai, avvenga ciò che vuole; poichè io sono disceso dal cielo, non per fare le mie volontà, ma quelle di colui che m'ha inviato. Ora è volere di mio padre che m'ha inviato, che io non debba nulla perdere di ciò ch'egli mi ha dato, ma che debba renderglielo di nuovo all'ultimo giorno. Gli è ancora volere di colui che m'ha inviato, che chiunque vede il Figlio, e crede in lui, possa avere una vita eterna. Ed io lo risusciterò all'ultimo giorno.Gli anziani, il Batlanim, il Hazzan, si guardarono in faccia l'un l'altro; al banco dei poveri, si restòstupefatti non comprendendone niente; ai seggi dei ricchi si mormorò; dietro la grata delle donne si udirono dei lunghi sospiri. Bar Abbas insinuò di nuovo la sua testa nella sinagoga ed osservò:— Nipote mio, nipote mio! tu viaggi nella luna.— Ma non è egli Gesù il figlio di Giuseppe il falegname e il figlio di Maria? Non conosciamo forse più suo padre e sua madre, noi? Perchè ci viene dunque a cantare che è disceso dal cielo? Per chi ci prende egli?[35]Gesù fece un movimento d'impazienza e sclamò:— Non mormorate fra voi[36]. Resistete? Tanto peggio. Poichè nessuno può venire a me, se non vi è spinto dal Padre che mi ha inviato. Ciò è scritto nelle profezie di Isaia, di Geremia e di Micah; ed è Dio che li ispirò. Ogni uomo, quindi, che ha udito ed imparato la volontà di Dio, viene a me. Non già che nessuno abbia visto il Padre; quegli soltanto che è di Dio ha visto il Padre.— L'hai veduto tu, dunque, o Rabbì? gli domandò un giardiniere.— È desso grigio o biondo, tuo padre, nipote mio? interrogò Bar Abbas. Lo rinneghi dunque quel povero disgraziato di carpentiere di Nazareth?— È morto, disse un altro.— Non lo frastornate dunque, voi altri, gridò il mio giovane vicino: non lo interrompete. Sì, Rabbì, tu hai veduto il Padre e noi ti crediamo.— E fate bene, rispose Gesù. Sì, sì, ve lo ripeto e ve lo affermo, chi crede in me, avrà una vita eterna.— Ma, giurabacco, gridò un mendicante, parliamoun po' del pane, e lasciamo da parte il Padre ed il Figlio. M'inquieto io assai di tutto codesto. Hai del pane, Rabbì?— Io sono il pane della vita, continuò Gesù gravemente e con più forza. I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto, e sono morti. Gli è qui il pane sceso dal cielo, affinchè colui che ne mangia, non muoia punto. Io sono il pane vivente; se qualcuno mangia di questo pane, vivrà eternamente; ed il pane che io gli darò, è la carne mia che darò per la vita del mondo[37].Lo scandalo fu al colmo. Le interruzioni s'incrociarono, partendo da tutti gli angoli d'ogni natura, inette, burlevoli, gravi, irritate[38].— Ma dicci almeno, nipote, a che condimento dobbiamo mangiarti? brontolò Bar Abbas di nuovo colla sua testa alla finestra. È buono conoscer tutto. Chi sa? in un giorno di fame! Poi, come ucciderti senza farti male? Dovresti, mi pare, occuparti un po' di ciò. Tu sei troppo duro ora, alla tua età, per mangiarti crudo. Occorrerà lasciarti stagionare una coppia di giorni forse?Tutti rincarivano in queste buffonerie. Ma una interrogazione primeggiava su tutte.— Come mai può egli dare da mangiare la sua carne?Gesù, ostinandosi nel suo singolare paradosso, rispose:— Sì, sì, se voi non mangiate la carne del Figlio dell'uomo, e se non bevete il suo sangue, non avrete più in voi la vita. Quello che mangia la mia carnee beve il mio sangue è in possesso della vita eterna, ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perocchè la mia carne è veramente un nutrimento ed il mio sangue una bevanda. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me, ed io in lui. Ora siccome io vivo pel Padre che mi ha mandato, così quello che mi mangia vive per me. Ecco il pane che è sceso dal cielo. Questo pane non è come la manna che i vostri padri hanno mangiata, e che non li ha impediti di morire. Colui che mangerà di questo pane vivrà eternamente.— Traduci ora tutto ciò a portata del senso comune, soggiunse Bar Abbas.Il Rabbì, stanco di tante obbiezioni, d'avere sì a lungo parlato, egli che aveva la parola corta, d'avere fatto un sì grande imbroglio di parole, egli che per solito era chiaro e pratico, scese dalla piattaforma, e venne a sedere in mezzo ai suoi discepoli. Uno fra essi, pescatore dalla faccia di granito fortemente delineata, profondamente bronzata, mormorava fra sè stesso ad alta voce:— L'è un po' troppo! l'è un po' troppo! come si fa a sentire tranquillamente simili frascherie?[39]Gesù l'intese borbottare e gli rispose:— Ciò ti urta, cuore di macigno! Cosa sarà dunque se io vi dirò che il figlio dell'uomo ascenderà nel cielo, ove egli era prima!Io sorrisi. Gesù se n'accorse, ed il giovinotto mio vicino mi disse:— Sei un fariseo, tu che ridi e non ci credi punto.— È lo spirito, che vivifica, aggiunse Gesù fissandomi:la carne è ottusa. Ora, le parole che ho dette sono dello spirito, ed esse sono la vita. Ma vi è chi non ci crede.— Tu sei il Cristo, figlio di Dio, gridò il ruvido barcaiuolo.Intanto la riunione si separava, e tutti uscivano irritati, il viso rosso dalla collera, o composto alla berta. Il Rabbì uscì anch'egli, accompagnato dai suoi discepoli, in mezzo agli sguardi furiosi, stupidi, severi o burlieri. Io m'avvicinai a Bar Abbas e gli ordinai:— Segui quel Rabbì; ho bisogno di parlargli domani.— Non ti sfuggirà, va!Poi, appostandomi ad un angolo della porta, assistei all'uscita delle donne. L'ultima fermò il mio sguardo. Ella si mise a seguire da lungi il Rabbì, ed io, lei.Gesù camminava lentamente, in silenzio, profondamente contrariato, anzi irritato. Al basso della città, volse coi suoi discepoli a sinistra, mentre la giovine donna prendeva la diritta seguendo la via romana che conduce a Magdala. Non mi avvicinai. Ella non si volse indietro. Per altro la mi aveva osservato, poichè l'avevo veduta abbassare il velo che le copriva la testa, e tremare in tutta la persona.Non m'ero ingannato: era Maria.A Magdala, ella penetrò nel villaggio e per una viuzza ascese alla cima della costa, all'ultima casa che s'apriva sui giardini della collina.Qual cangiamento!Quella piccola casa aveva la forma oblunga, l'aspetto d'una tenda, le mura nude forate da buchi quadrati, senza cornice, nè camini, la finestra della camera, al secondo piano, nascosta da un pergolato che tenevalontani gli sguardi curiosi. Alla cima, una terrazza circondata da una balaustra merlata di tegole vicine le une alle altre, sopra la quale le donne ebree, col velo alzato e le calzature lasciate nel basso, coi vestiti rialzati, stendono e seccano il formentone, nutriscono le colombe ed i piccioni, ed alla sera si lavano e filano. E' fu sopra una simile terrazza che Betsabea mostrò il suo seno a Davide, che la spiava dall'alto del suo palazzo.Una domestica che ci aveva preceduti o era restata a casa, ci aprì la piccola porta praticata nel muro di pietre rozze che circonda il giardino, nel cui mezzo sorgeva la casa. La parte anteriore di questo giardino era quasi invasa da un enorme fico; quella posteriore all'abitazione montava l'alto della costa, e guardava sul lago. Dalle due parti c'erano dei legumi. Traversando la porta della casa, passammo per un corridojo a vôlta, che conduceva ad una piccola corte interiore aperta (ilpatiodegli spagnuoli). Due porte che davano nelle due stanze, s'aprivano dalle due parti della corte. L'inverno non era ancor giunto. Maria viveva tutta la giornata in questo sito a cielo aperto. Forse ella vi trascinava la notte il suo materasso e la coperta e vi dormiva sotto lo sguardo delle stelle.Le famiglie giudee si coricano in quella specie di corte tutti insieme, madre, padre, fratelli, figlie, ragazzi, mogli e mariti, ed i loro bimbi; felici, quando le tenebre coprono i misteri della notte. Allorchè principia il freddo, tutti si rifugiano in una di quelle camere laterali, chiuse da un tappeto abbassato.I muri erano imbiancati di calce e nudi, il suolo in calce e sabbia battuta. Una panchina che serviva di sedile il giorno, e di letto forse la notte, occupava un angolo del muro, una lampada di terra rossa,due o tre sedie di legno, un piccolo mulino da grano, una brocca di terra cotta per andare ad attingere e conservar l'acqua; ecco tutti i mobili di questa donna, che a Gerusalemme viveva come una cortigiana di Corinto, sopra i tappeti e le piume, circondata di lusso e delicatezze.Non scambiammo una sola parola lungo la strada. Arrivato nella sua casa, Maria, mi ricevette come se fossi stato suo fratello. Non un'allusione al passato. La mi parve sì profondamente cangiata, sì tranquilla, sì felice, che non osai risvegliare nessuna di quelle memorie che m'erano pur tanto care. Era mezzogiorno: un giorno di sabato. Maria servì una manata di civaie cotte la vigilia, un pezzo di carne fredda, del pane, e avvicinò la brocca d'acqua.— Io non rispetto scrupolosamente il sabato, mi diss'ella, se avessi prevista la tua visita ti avrei ricevuto meglio. Ma, se pranzi male, spero che cenerai un po' meglio.— Un buon pranzo, una buona cena sono due eccellenti cose, risposi, ma non sono tutto. Io sono felice di vederti.— Ebbene, mi vedrai ugualmente, sia che resti seduta, o che mi muova un po' per prepararti qualche cosa da metter sotto ai denti, al tramonto. Dove abiti ora?— Alla Casa Dorata, a Tiberiade.— Dev'essere un po' più comodo di qui, credo.— Non così bene, Maria.— Tanto meglio. Se tu sapessi che attrattive ha la semplicità!— Credi dunque molto semplice una casupola che tu riempi dei tuoi sguardi e della tua persona?Maria lasciò passare tutti i miei complimenti pernon rimettermi sulle traccie del passato. Tutt'al più sorrise. Passammo la giornata, fra la corte scoperta ed il giardino, a chiacchierare. Io la seguiva da per tutto. La vidi cogliere i legumi, lavarli, cuocerli, preparare ed arrostire un pollo; impastare il pane, ammadiare la pasta per farne dei pasticcini fritti rimpinzati di mandorli, di latte rappreso e di miele; cogliere i fichi e l'uva ancor fresca nel suo giardino, ed allestire i fiaschi di vino del paese. Poi quando il sole principiò a scendere, la vidi posarsi sulla spalla una brocca ed andar a cercar l'acqua alla fontana nel basso del villaggio. Io chiedeva a me stesso: È dessa l'istessa donna! cosa ha potuto cagionare un simile cangiamento?Essa portava una tunica bianca, incrociata alle ascelle, ed un'altra celeste sovrapposta che discendeva fino a sotto le ginocchia, stretta alla vita da una cintura di lana nera.La giornata scorse rapida come un'ora. Il sole tramontava già tutto rosso, le leccornie preparatemi da Maria ingombravano il tavolo, ed eravamo sul punto di sederci nella corte scoperta, quando udii un rumore di passi nel giardino.— To', disse Maria senza parere sorpresa, quantunque con emozione, gli è forse il Rabbì di Nazareth, che hai veduto questa mattina nella sinagoga.— Sarei felice d'incontrarlo, diss'io, ma non in questo momento: sono sì felice di trovarmi solo con te.Eppure era ben desso, il Rabbì, e non era solo. Giovanni, il figlio di Zebedeo, il giovine che era seduto a me da presso nella sinagoga, l'accompagnava; e tre minuti dopo apparve anche Bar Abbas.Gesù m'imbarazzava; ma al postutto avrei tirato partito dal caso che me lo conduceva sì opportunamente.Gli altri due mi tediavano. Giovanni, vedendo tante buone cose preparate sul tavolo, gonfiava le sue giovani narici, e fiutava il pranzo come un cane da caccia. Il ragazzo si prometteva un piccolo festino. Ma questa non era la mia intenzione. Volevo esser solo fra questa donna ch'io sapeva muta, fedele, prudente, ed il Rabbì a cui volevo parlare. Feci dunque cogli occhi un segno a Bar Abbas, indicandogli il piccolo Giovanni, ed allargai la mia cintura. Bar Abbas comprese, rammentandosi della nostra conversazione. Egli prese dunque pel braccio Giovanni e conducendolo fuori del giardino:— Vieni, gli disse, voglio regalarti all'osteria. Hai quattrini, ragazzo?Ahimè! Giovanni aveva compreso il mio segno; s'era veduto frustrato di quell'appetitosa cena, egli che era sì ghiotto, e così permaloso! Non me la perdonò mai più. Nulla potè, nelle nostre relazioni posteriori, raddolcire la reciproca nostra antipatia[40].La cena fu fraterna e dolcemente gaja. Finita che fu, presi il braccio del Rabbì e lo condussi in quella parte del giardino che era dietro la casa.
Noi abbandonammo Makaur all'alba passando sotto quel maraviglioso albero di ruta, grande come un fico, e divergemmo per un momento dalla nostra via verso il nord, a Baaras, nel vallone che circonda la città, per cercarvi quella terribile radice, che brilla la sera come un lampo, che si allontana dalla mano che vuol coglierla, cui non è possibile di prendere se non che inaffiandola o coll'urina d'una donna o col sangue mestruale d'una ragazza, che anche dopo ciò uccide chi la tocca, essa che ha il potere di cacciare il demonio fuori dal corpo degli ossessi[27].
Passammo da presso alle fontane d'acqua calda e fredda che operano delle cure così sorprendenti. Seguimmo una strada frastagliata, costeggiante delle creste ritte sopra abissi, come i lati d'un triangolo, ed entrammo in quel profondo e pericoloso burrone, cheaprendosi alla base della fortezza si divarica e scoscende spaventevolmente per sessanta stadii fino alle rive del lago d'Asfalto. Seguimmo la riva meridionale di questo mare, poi la sinistra del Giordano per tutta la sua lunghezza, ora sopra una banchina di verdura ombreggita da canne e tamarindi, ora sopra uno strato di sabbia bianca che abbagliava la vista, e rendeva difficile il respiro alzandosi in polverio, e talvolta lungo i contrafforti e le vecchie montagne di Galaad, ora Perea.
Nel punto ove il Giordano sgorga dal lago di Genesareth, sotto quella collina in forma di gobba di cammello sulla quale è fabbricata la città di Gamala, come appostata sul lago, trovammo la flottiglia del Tetrarca che ci attendeva in un piccolo seno. Erodiade, Antipas, io, i principali ufficiali della corte di quel principe, montammo sopra una bireme bianca come un cigno, dalle vele di porpora; il resto del seguito invase le triremi e biremi da guerra. Bestie e schiavi continuarono la strada lungo la costa. Il sole tramontava dalla parte della Giudea. Il lago sembrava un lembo di cielo stemperato in una coppa d'oro. Il cielo era una cupola azzurra infinitamente profonda. La luce abbagliava del suo sorriso tutta la natura che si svolgeva sotto il nostro sguardo. L'Halin, il Tabor, le montagne di Safed, i precipizii nevosi dell'Hermon, ondeggiavano da lungi d'una luce dorata e violastra.
Al primo piano di questo anfiteatro di basalto — dalla forma di fico, la cui base è all'immissione, ed il peduncolo alle foci del Giordano — si stendevano delle città e dei villaggi che gli ultimi raggi del sole doravano come melaranci. Gli altipiani ondulati della Golonitide e della Perea, aprendosi a mo' di terrazza fino a Cesarea di Filippo al nord, rizzandosi di tantoin tanto in picchi deserti ed inaccessibili, sembravano coperti d'un tappeto di velluto celeste ondato di viole. Il flutto dolce e sonoro baciava la spiaggia, giocando colle piccole conchiglie nel piccolo estuario formato dal fiume salato di Tabiga, perdendosi nelle ajuole di fiori e d'erbe di Tarichea, alla uscita del Giordano e sulle rive della pianura di Genesareth. Dei piccoli promontorii, rivestiti di tamarindi e di capperi spinosi e di oleandri, si disegnavano sulla sabbia. Una vegetazione abbagliante, dalla noce del Caspio al fico della Siria, alla palma del Nilo, al cedro ed all'arancio della Sicilia, fino alla quercia ed al cipresso del Nord, copriva d'ombra i giardini e sfidava i cocenti raggi d'un sole indiano. Dei casali, dei villaggi, delle ville s'addossavano alle colline che circondano il lago: in minor numero, nella costa più arida del mezzogiorno, le cui montagne erte e rocciose caddero in eredità alla discendenza di Manasseh; in più gran numero, sopra le rive occidentali del nord e dell'ovest. Là, Gamala; da lato Tarichea, Hippos, Pella, Gadara città greche; sopra la costa della Galilea, Magdala Delmanutha, Capharnaum, Chorazin e Tiberiade dalla fronte d'oro; sulla costa di Golonite, Bethsaide unita da un ponte a Julia e Gergesa; a nord, Cesarea di Filippo, e quella grotta di Panium, dalle salutari sorgenti, circondata da statue di Pan, da Ninfe, da Eco, ed il tempio che Erode fece alzare ad Augusto. Sopra ogni punto della roccia vulcanica, sopra ogni fessura della montagna, una capanna di pescatore o di battelliero; sopra ogni bricciola di terra, un mazzo di frumento, di viti, d'alberi, di fiori, di verdura. Le acque delle sorgenti e dei ruscelli rivaleggiavano di limpidità, di dolcezza, d'azzurro, colle acque del lago, calme come la pupilla d'una giovine Brettone.Delle nuvole d'uccelli, bianchi e grigi, dalle piume scintillanti, giravano in corona sulla nostra bireme che volava verso Tiberiade come un alcione.
Il sole era scomparso, ma il cielo ardeva ancora, rosso dei suoi ultimi raggi, i quali indietreggiavano dolcemente dinanzi una miriade di stelle, svelantisi gradatamente, quando la bireme si fermò nel porto di Tiberiade.
La capitale d'Antipas si svolgeva ai piedi d'una collina dirupata, presso una sorgente d'acqua calda, sulle rovine d'una città, e di tombe d'un popolo di cui è perduto il ricordo. Tiberiade era una città romana, una Napoli, una Baja, una Pozzuoli, una Siracusa dell'Asia, con tutti gli edifizii pubblici delle città romane, tempii, collegi, ginnasii, stadium, palazzi, forum, teatri, circhi e terme. Un castello coronava la città; e sotto la protezione di quella fortezza, al di sopra della città, sorgeva la Casa Dorata, residenza d'Antipas, il cui tetto era coperto di lamine d'oro, come il Tempio. Un alto muro, scendendo dalla fortezza fino al mare, circondava la città. Un porto, delle gittate, delle porte che davano su l'acqua, delle torri, delle terrazze, nulla mancava. Centinaia di barche, come tante nere bagnanti dalle pezzuole multicolori, si cullavano nelle limpide acque. Volendo popolare rapidamente le belle vie e le belle case della sua città, Antipas ne aveva fatto un asilo pei malfattori, un mercato libero pei commercianti, un sito di delizie per i ricchi, un rifugio pegli impuri, un luogo molto lucroso pegli artigiani e gli artisti, un tesoro pel povero che vi cercava lavoro, un terreno neutro per tutti i popoli. Per ciò, Tiberiade era popolata da cittadini di tutte le nazioni; Italiani, Greci, Asiatici, di tutte le parti. Lo schiavo che ne toccavail suolo diventava libero. Il malato che veniva alle sue fontane se ne tornava guarito. Antipas comperò degli schiavi e diede loro un angolo di casa nella sua città. Tutto vi abbondava: le cortigiane, i divertimenti, le derrate, il lavoro, gli dei, gli uomini d'arme, le fortune da tentare, le scienze da acquistare, la pace dell'anima, l'ebbrezza dei giuochi. Antipas, quantunque sedesse alla sinagoga, andasse al Tempio, e si ragunasse con gli altri al shema, era un Romano pel vizio, un Greco pel gusto, un Egiziano pel piacere. Egli comprendeva tutto, ammetteva tutto, e tutto amnistiava. Dava la mano a Jehovah, un sorriso a Venere, rispettava Iside, e si acconciava in buoni rapporti con tutti gli dei che si importavano nei suoi Stati.
La mia intenzione non era di godere lungamente della vita ardente della Casa Dorata, che m'era tanto andata a genio alcuni mesi prima. Lo scopo della mia escursione era di trovare un capo popolare per la grande sollevazione che io tramava contro il dominio Romano. Il Battista mi era scoppiato fra le mani, bisognava cercarne un altro. Antipas mi aveva già parlato d'uno dei suoi sudditi, ch'egli fece invitare il giorno stesso al suo palazzo. Ma io mi fermava al progetto di ritornare sui miei passi, e d'andare a Gamala per vedervi i figli di Giuda il Golonite, di cui il più giovane, Menahem, ha già figurato fra i delegati dei partiti al consiglio rivoluzionario di Gerusalemme.
Alle terme ove m'ero recato Bar Abbas mi raccontò confusamente di non so quali miracoli d'un rabbì che meravigliava i pescatori della costa di Cafarnaum. Ora, siccome io nei miei viaggi ne avevo veduti tanti di codesti giocolieri delle pubblichepiazze, non feci gran caso della scoperta di Bar Abbas. Per altro essendo l'indomani sabato, e il tempo bello, e le rive dell'acqua deliziose, bisticciando con Bar Abbas, passeggiai dalla parte orientale del lago. Volevo veder da vicino, in cima alla roccia su cui è fabbricata Cafarnaum, quella splendida sinagoga di marmo bianco, che da lungi scintilla al sole sul lago; poi, ritornando, frugare un po' in Magdala onde cercare qualche traccia di Maria che era sparita senza lasciarne alcuna.
Uscii dalla Casa Dorata all'alba, seguii la via romana che corre da Damasco a Tiberiade, passando dinanzi Magdala, traversando il rigagnolo d'acqua salata che zampilla da alcune larghe sorgenti, a pochi passi dal lago, e si getta in mezzo ad uno spesso tuffo di verdura, montando la china tagliata nella roccia, verso la bocca del Giordano, e tagliando la base di quella collina, ove è posta Cafarnaum.
La sinagoga è un'istituzione popolare, come il sanhedrin è un'istituzione aristocratica, del popolo giudeo. Essa rimonta un po' al di là dei Maccabei.
La sinagoga è una casa di riunione per pregare, per cantare i salmi di Davide, leggere il Pentateuco, ascoltare delle lezioni morali e discutere la dottrina: un tempio, una scuola, un palazzo municipale in caso di bisogno.
Quando tutti comprendevano l'ebraico, il Tempio stesso era inutile: ogni focolare era un altare. Mosè aveva ordinato di fare la lettura pubblica dei libri sacri ogni sette anni. Ma dopo il ritorno da Babilonia, l'ebraico era divenuto una lingua da letterati che si imparava come un'altra. Il popolo non parlava più correntemente che l'arameno, dialetto siriaco misto d'ebreo. La lettura dei libri di Mosè non potevaesser fatta dunque che da una classe scelta.... Un po' più ancora, e quei libri sarebbero stati obbliati. Allora Ezra fondò una riunione ebdomadaria per cantare i salmi e leggere i profeti. Questa istituzione divenne popolare: la sinagoga nacque; dieci persone bastavano per costruirla. L'architettura n'era semplice: si imitava la tenda che era stata imitata dallo stesso Tempio. Più tardi se ne fecero dei monumenti.
La sinagoga costrutta dal cittadino romano in cima alla collina di Cafarnaum era splendida, di marmo bianco, che spiccava vivamente sul basalto grigio di cui era fabbricata la città: il frontone ornato di colonne a capitelli corintii, un portico dinanzi la porta ed un magnifico cornicione d'ordine composito.
Era l'ottava ora del mattino. Dei gruppi di conciatori di pelli, tintori, fabbricanti di sapone, mercanti d'olio, venditori di cacio e di frutta, dei pastori, dei marinai, dei pescatori, dei giardinieri facevan capannelli sul piccolo piazzale della casa di riunione, attendendo il momento d'entrare, e in attesa di occuparsi della salute dell'anima, trafficavano fra loro.
Cafarnaum è la prima città, sulla via da Tiberiade a Damasco, che abbia guarnigione romana.
La sinagoga era bagnata di una calda luce che faceva scintillare di rosee tinte i muri di marmo bianco, sotto un cielo azzurro, sopra un lago ceruleo circondato da verzura e da roccie vulcaniche. Passai, ed innanzi di entrare, immersi le mani nella vasca d'acqua presso alla soglia, nettai i piedi alla lama di ferro posta vicino, feci una riverenza all'arca, e mi fermai alla porta rivolta all'occidente. Poco dopoil popolo principiò ad entrare, imitando ciò che io aveva fatto. I dieci del batlanim (oziosi) avevano già preso posto nella piattaforma elevata del mezzo della sinagoga. I ricchi andarono a sedere sui loro alti posti vicino all'arca; i poveri si accalcarono sulle panche di legno coperte da stuoje; i fanciulli mezzo nudi ed intieramente abbronzati al sole, s'accoccolarono sul suolo di nudo marmo, facendo degli sberleffi, pizzicandosi di nascosto, più vogliosi di andar a giuocare sulla piazza, che di stare lì dentro. Le donne occupavano già il loro nido dietro una larga grata nella galleria superiore, vicina al tetto. IlHazzan, che è il guardiano della sinagoga, vi mantiene l'ordine, e compie certe funzioni, fece il giro della sala per vedere se tutto andava convenevolmente. Gli anziani stavano sulla piattaforma, ed il loro capo aspettava che il Hazzan gli dicesse che tutto era in ordine per dare il segnale del servizio. Il segnale fu dato. Il capo del batlanim bruciò dell'incenso che riempì del suo bianco fumo e del suo forte profumo tutta la sinagoga, ed intuonò un salmo di David che fu cantato dall'intera assemblea. Finito il salmo, il Hazzan andò all'estremità orientale della sinagoga, allontanò, inchinandosi, il velo che copre l'arca, l'aprì e ne tirò fuori ilTorah— ruotolo ove sono scritti i cinque libri — lo portò intorno ai banchi del popolo, di maniera che tutti potessero baciarlo, o toccarlo colla mano diritta, ed ascendendo i gradini della piattaforma, lo presentò alSheliach.
Questo vegliardo, prendendo il ruotolo nelle sue mani, si levò e, mostrandolo aperto alla congregazione la quale si alzò pure, gridò:
«Ecco la legge che Mosè dettò al popolo d'Israello,la legge che Mosè c'impose, l'eredità dei figli di Giacobbe. Le vie del Signore sono perfette. Le vie del Signore sono provate. Egli è lo scudo di tutti queglino che credono in lui.»
Lo Sheliach aprì poi il ruotolo sul leggìo, lesse ad alta voce il capitolo pel parashà, o sermone del giorno. Il popolo seguiva questa lettura cogli occhi, col cuore, le braccia alzate. Ogni sillaba, ogni pausa era marcata. Quando la lettura del parashà fu finita, e la spiegazione fatta, il Hazzan riprese il Torah, lo rimise al suo posto chiudendo il velo che lo ricopre. Il popolo gridò nuovamente:
«Il nome del Signore sia lodato; il suo nome sia esaltato poichè la sua gloria vola nel cielo e sulla terra.»
Allora si cantò un altro salmo, poi il capo degli anziani principiò il suo midrasch, specie di commentario sul capitolo letto dallo Sheliach. Appena ebbe egli finito, un uomo, il quale stava seduto vicino a me sulle panche del popolo, si alzò e domandò di nuovo il Torah.
Io non aveva prestato la minima attenzione a ciò che avveniva nella sinagoga, distratto da prima dal guardare alle finestre il popolo che, non avendo trovato posto di dentro, cercava di fuori di raccapezzare quanto poteva della lettura o del commentario, ed assorto poi dalla grata delle donne.
Quando il canto ebbe principio, credetti intendere una voce che io conosceva, avendo con essa cantato e commentato il Cantico dei Cantici. Quella voce mi aveva colpito. Poi m'era parso distinguere una forma, uno sguardo che si turbava sotto il mio, una persona che si tirava addietro.
Intieramente fisso a quella grata, io non avevaosservata la persona, seduta come me sul banco dei poveri, ma circondata da un certo numero di amici che le parlavano con rispetto, l'ascoltavano con deferenza e spiavano tutti i suoi moti. Avendo domandato il Torah, mentre il Hazzan andava a riprenderlo, quella persona si avanzò sulla piattaforma, e montò al leggìo del lettore. Il rabbì sembrava essere molto conosciuto, poichè il popolo l'accolse con un mormorìo benevolo, ed un movimento d'attenzione si propagò su tutti i banchi. Avendo ripreso il ruotolo, l'aprì, e lesse di nuovo il parashà del giorno, sopra il quale incominciò a dare delle spiegazioni a suo modo. Egli parlava, lo si ascoltava, ed io l'esaminai. La donna alla grata, che s'era tirata indietro, riapparve sul davanti.
Il nuovo lettore era un uomo d'una trentina d'anni, di statura ordinaria, agile e magro. Aveva la tinta biliosa e bronzata, la barba nera, tagliata in punta, i capelli neri egualmente divisi sulla fronte alla moda Galilea, e gettati all'indietro in lunghe ciocche. Il fronte, un po' basso nella parte anteriore, si allargava alle tempie. Non si scorgeva del viso che le pomette un cotal po' accentuate, ed il naso leggermente ricurvo. I mustacchi coprivano le labbra sottili e scolorate, la bocca larga rialzantesi agli angoli e i suoi denti color avorio. Tutto ciò sarebbe stato volgare, se dei grandi occhi neri, colle sopracciglia folte e quasi riunite sull'alto del naso, dallo sguardo potente, vellutato, voluttuoso, dolce o carico di lampi a suo piacere, non avessero rischiarato quella fisonomia mobile, cangiante secondo il pensiero o l'interna passione che l'agitava. La sua voce era dolce, singolarmente melodiosa, sopratutto quando voleva accarezzare. Le sue maniere erano gravi. Una grande dignità risaltava datutto l'insieme della persona, dal suo portamento, dalle sue parole e dei suoi modi[28].
Io intravidi tutto ciò in un batter d'occhio, poichè ero sempre attratto dalla grata. Non intesi quindi ciò che il nuovo lettore disse, come non avevo udito il parashà dell'anziano che l'aveva preceduto. Una voce, che partiva dalle sedie dei ricchi, mi richiamò alla lezione. Ogni individuo avendo il diritto di fare delle questioni, un ricco mercante di grano gli aveva domandato:[29]
— Rabbì, donde ci vieni tu?
Mi volsi allora verso un giovane che sedeva a me vicino, mostrandomi molto soddisfatto di ciò che il Rabbì andava dicendo, e molto malcontento dell'interruzione, e gli chiesi:
— Qual è il nome del Rabbì che parla ora?
— Da che sotterraneo sbuchi tu per non conoscere il nome del nostro Rabbì?
— Sbuco da un sotterraneo che si chiama Casa Dorata a Tiberiade, e da un deserto che si chiama Gerusalemme; scusa dunque la mia ignoranza.
— Ebbene, gli è il Rabbì di Nazareth. Lo conosci ora?
— Meno di prima. Ma non monta. Chi è codesto tuo Rabbì?
— Quegli che sazia le moltitudini con pochi pani.
— Mi meraviglierebbe se la saziasse con dei ciottoli, o con delle foglie d'alberi, come le vacche. È dunque un figlio di Salomone o d'Erode, il tuo Rabbì di Nazareth?
— Meglio assai, straniero, rispose il giovine con disprezzo: egli è figlio di Dio.
Non ebbi a replicare. L'entusiasta mio vicino, che era discepolo del Rabbì, e si chiamava Giovanni, alludeva ad un fatto accaduto alcuni giorni prima, in cui il Rabbì, avendo condotto seco un certo numero di discepoli in una escursione nelle montagne, aveva loro fatta la gradita sorpresa di distribuire del pane preparato la vigilia, regalo al quale non s'attendevano in quel sito. Questa attenzione li aveva tocchi al punto che paragonavano la generosità del maestro a quella leggenda d'Elijah, che moltiplicò l'olio e la farina della povera vedova di Sarepta la quale gli aveva dato da bere, e ad Eliseo che aveva nutrito gli abitanti di Guilgal in una carestia, con venti pani d'orzo.
Alla domanda del mercante di grano: donde vieni tu? il Rabbì non rispose categoricamente; ma facendo allusione alle voci propagate dai suoi discepoli, disse:
— Sì, sì, voi mi domandate ciò, perchè avete udito parlar d'un miracolo, e perchè vi piace di saziarvi d'un pane che non costa nulla[30]. Ebbene non vi date pena per un alimento che si consuma, ma per quell'alimento che dura sempre, e che il figlio di Dio, solo, può darvi. Dio il Padre vi è garante per lui.
— Tutto questo è molto bello, sclamò un pescatore dai banchi del popolo; ma che occorre egli fare per meritarsi da Dio codesto prezioso alimento?
— Poca cosa, replicò il Rabbì; per piacere a Dio, bisogna credere in colui ch'egli ha inviato.
— Dio ha inviato dei profeti, disse allora un anziano ed essi si sono manifestati con le parole, e gli atti. Ora che segno ci porti tu, pel quale potessimo vedere e credere in te? quali sono le tue opere? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, ciò è scritto, ed essi credettero in Mosè, il quale loro distribuiva così il pane del cielo. E tu, che hai fatto tu? Dov'è la tua manna?
Sfidato a dare questa spiegazione, obbligato a declinare i suoi titoli di parentela con Dio, il Rabbì rispose con un motteggio:
— Voi siete degli sciocchi, e null'altro, credendo alla vostra manna scesa dal cielo per quarant'anni, e sempre a tempo.Mosè non diede del pane del cielo ai vostri padri[31]; ma gli è il padre mio al contrario, il quale vi darà il vero pane celeste. Imperciocchè, gli è il pane di Dio soltanto che piove dal cielo, e dà vita al mondo[32].
— A meraviglia, osservò ironico il capo degli anziani, punto molto che il Rabbì non avesse trovato buono il suo parashà: a meraviglia, maestro, ma dacci dunque di codesto pane miracoloso che non costa nulla, nutre così bene, e viene da così alto[33].
A una domanda così impertinente, ad una derisione così fina, il Rabbì rispose con un'altra dell'istesso calibro.
— Come, anziano mio? tu vuoi di questo pane tu? Ebbene, niente di più facile, e di più alla tua portata. Eccomi. Io sono il pane della vita. Chi mangia di me non ha mai fame, e chi mi crede non ha mai sete[34].
Uno scoppio di riso accolse questo scherzo.
— Ah! fece un fornaio su i banchi dei ricchi: alla buon'ora! così non sarò rovinato, io.
— Io lo mangerei in due pasti, quel magrolino lì, urlò un enorme facchino dietro a me; ma dopo?
— Ne parli a tuo comodo, tu, osservò un altro, tu lo mangeresti in due pasti, e per noi altri, allora?
— Ebbene, mangerete dell'arrosto di montone, perdio! e state zitti voi altri, vociò Bar Abbas, che dalla strada sporgeva la testa in dentro pella finestra.
Per un istante il Rabbì sembrò turbato da quei lazzi, e la sua figura si animò. Era per rispondere vivamente, ma, riprendendosi tosto, affermò con calma:
— Non voglio soggiungere che questo: voi mi avete veduto, e non mi avete creduto. Ma sappiate che tutto ciò che mio Padre mi dà verrà a me, e chiunque verrà a me, non lo respingerò mai, avvenga ciò che vuole; poichè io sono disceso dal cielo, non per fare le mie volontà, ma quelle di colui che m'ha inviato. Ora è volere di mio padre che m'ha inviato, che io non debba nulla perdere di ciò ch'egli mi ha dato, ma che debba renderglielo di nuovo all'ultimo giorno. Gli è ancora volere di colui che m'ha inviato, che chiunque vede il Figlio, e crede in lui, possa avere una vita eterna. Ed io lo risusciterò all'ultimo giorno.
Gli anziani, il Batlanim, il Hazzan, si guardarono in faccia l'un l'altro; al banco dei poveri, si restòstupefatti non comprendendone niente; ai seggi dei ricchi si mormorò; dietro la grata delle donne si udirono dei lunghi sospiri. Bar Abbas insinuò di nuovo la sua testa nella sinagoga ed osservò:
— Nipote mio, nipote mio! tu viaggi nella luna.
— Ma non è egli Gesù il figlio di Giuseppe il falegname e il figlio di Maria? Non conosciamo forse più suo padre e sua madre, noi? Perchè ci viene dunque a cantare che è disceso dal cielo? Per chi ci prende egli?[35]
Gesù fece un movimento d'impazienza e sclamò:
— Non mormorate fra voi[36]. Resistete? Tanto peggio. Poichè nessuno può venire a me, se non vi è spinto dal Padre che mi ha inviato. Ciò è scritto nelle profezie di Isaia, di Geremia e di Micah; ed è Dio che li ispirò. Ogni uomo, quindi, che ha udito ed imparato la volontà di Dio, viene a me. Non già che nessuno abbia visto il Padre; quegli soltanto che è di Dio ha visto il Padre.
— L'hai veduto tu, dunque, o Rabbì? gli domandò un giardiniere.
— È desso grigio o biondo, tuo padre, nipote mio? interrogò Bar Abbas. Lo rinneghi dunque quel povero disgraziato di carpentiere di Nazareth?
— È morto, disse un altro.
— Non lo frastornate dunque, voi altri, gridò il mio giovane vicino: non lo interrompete. Sì, Rabbì, tu hai veduto il Padre e noi ti crediamo.
— E fate bene, rispose Gesù. Sì, sì, ve lo ripeto e ve lo affermo, chi crede in me, avrà una vita eterna.
— Ma, giurabacco, gridò un mendicante, parliamoun po' del pane, e lasciamo da parte il Padre ed il Figlio. M'inquieto io assai di tutto codesto. Hai del pane, Rabbì?
— Io sono il pane della vita, continuò Gesù gravemente e con più forza. I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto, e sono morti. Gli è qui il pane sceso dal cielo, affinchè colui che ne mangia, non muoia punto. Io sono il pane vivente; se qualcuno mangia di questo pane, vivrà eternamente; ed il pane che io gli darò, è la carne mia che darò per la vita del mondo[37].
Lo scandalo fu al colmo. Le interruzioni s'incrociarono, partendo da tutti gli angoli d'ogni natura, inette, burlevoli, gravi, irritate[38].
— Ma dicci almeno, nipote, a che condimento dobbiamo mangiarti? brontolò Bar Abbas di nuovo colla sua testa alla finestra. È buono conoscer tutto. Chi sa? in un giorno di fame! Poi, come ucciderti senza farti male? Dovresti, mi pare, occuparti un po' di ciò. Tu sei troppo duro ora, alla tua età, per mangiarti crudo. Occorrerà lasciarti stagionare una coppia di giorni forse?
Tutti rincarivano in queste buffonerie. Ma una interrogazione primeggiava su tutte.
— Come mai può egli dare da mangiare la sua carne?
Gesù, ostinandosi nel suo singolare paradosso, rispose:
— Sì, sì, se voi non mangiate la carne del Figlio dell'uomo, e se non bevete il suo sangue, non avrete più in voi la vita. Quello che mangia la mia carnee beve il mio sangue è in possesso della vita eterna, ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perocchè la mia carne è veramente un nutrimento ed il mio sangue una bevanda. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me, ed io in lui. Ora siccome io vivo pel Padre che mi ha mandato, così quello che mi mangia vive per me. Ecco il pane che è sceso dal cielo. Questo pane non è come la manna che i vostri padri hanno mangiata, e che non li ha impediti di morire. Colui che mangerà di questo pane vivrà eternamente.
— Traduci ora tutto ciò a portata del senso comune, soggiunse Bar Abbas.
Il Rabbì, stanco di tante obbiezioni, d'avere sì a lungo parlato, egli che aveva la parola corta, d'avere fatto un sì grande imbroglio di parole, egli che per solito era chiaro e pratico, scese dalla piattaforma, e venne a sedere in mezzo ai suoi discepoli. Uno fra essi, pescatore dalla faccia di granito fortemente delineata, profondamente bronzata, mormorava fra sè stesso ad alta voce:
— L'è un po' troppo! l'è un po' troppo! come si fa a sentire tranquillamente simili frascherie?[39]
Gesù l'intese borbottare e gli rispose:
— Ciò ti urta, cuore di macigno! Cosa sarà dunque se io vi dirò che il figlio dell'uomo ascenderà nel cielo, ove egli era prima!
Io sorrisi. Gesù se n'accorse, ed il giovinotto mio vicino mi disse:
— Sei un fariseo, tu che ridi e non ci credi punto.
— È lo spirito, che vivifica, aggiunse Gesù fissandomi:la carne è ottusa. Ora, le parole che ho dette sono dello spirito, ed esse sono la vita. Ma vi è chi non ci crede.
— Tu sei il Cristo, figlio di Dio, gridò il ruvido barcaiuolo.
Intanto la riunione si separava, e tutti uscivano irritati, il viso rosso dalla collera, o composto alla berta. Il Rabbì uscì anch'egli, accompagnato dai suoi discepoli, in mezzo agli sguardi furiosi, stupidi, severi o burlieri. Io m'avvicinai a Bar Abbas e gli ordinai:
— Segui quel Rabbì; ho bisogno di parlargli domani.
— Non ti sfuggirà, va!
Poi, appostandomi ad un angolo della porta, assistei all'uscita delle donne. L'ultima fermò il mio sguardo. Ella si mise a seguire da lungi il Rabbì, ed io, lei.
Gesù camminava lentamente, in silenzio, profondamente contrariato, anzi irritato. Al basso della città, volse coi suoi discepoli a sinistra, mentre la giovine donna prendeva la diritta seguendo la via romana che conduce a Magdala. Non mi avvicinai. Ella non si volse indietro. Per altro la mi aveva osservato, poichè l'avevo veduta abbassare il velo che le copriva la testa, e tremare in tutta la persona.
Non m'ero ingannato: era Maria.
A Magdala, ella penetrò nel villaggio e per una viuzza ascese alla cima della costa, all'ultima casa che s'apriva sui giardini della collina.
Qual cangiamento!
Quella piccola casa aveva la forma oblunga, l'aspetto d'una tenda, le mura nude forate da buchi quadrati, senza cornice, nè camini, la finestra della camera, al secondo piano, nascosta da un pergolato che tenevalontani gli sguardi curiosi. Alla cima, una terrazza circondata da una balaustra merlata di tegole vicine le une alle altre, sopra la quale le donne ebree, col velo alzato e le calzature lasciate nel basso, coi vestiti rialzati, stendono e seccano il formentone, nutriscono le colombe ed i piccioni, ed alla sera si lavano e filano. E' fu sopra una simile terrazza che Betsabea mostrò il suo seno a Davide, che la spiava dall'alto del suo palazzo.
Una domestica che ci aveva preceduti o era restata a casa, ci aprì la piccola porta praticata nel muro di pietre rozze che circonda il giardino, nel cui mezzo sorgeva la casa. La parte anteriore di questo giardino era quasi invasa da un enorme fico; quella posteriore all'abitazione montava l'alto della costa, e guardava sul lago. Dalle due parti c'erano dei legumi. Traversando la porta della casa, passammo per un corridojo a vôlta, che conduceva ad una piccola corte interiore aperta (ilpatiodegli spagnuoli). Due porte che davano nelle due stanze, s'aprivano dalle due parti della corte. L'inverno non era ancor giunto. Maria viveva tutta la giornata in questo sito a cielo aperto. Forse ella vi trascinava la notte il suo materasso e la coperta e vi dormiva sotto lo sguardo delle stelle.
Le famiglie giudee si coricano in quella specie di corte tutti insieme, madre, padre, fratelli, figlie, ragazzi, mogli e mariti, ed i loro bimbi; felici, quando le tenebre coprono i misteri della notte. Allorchè principia il freddo, tutti si rifugiano in una di quelle camere laterali, chiuse da un tappeto abbassato.
I muri erano imbiancati di calce e nudi, il suolo in calce e sabbia battuta. Una panchina che serviva di sedile il giorno, e di letto forse la notte, occupava un angolo del muro, una lampada di terra rossa,due o tre sedie di legno, un piccolo mulino da grano, una brocca di terra cotta per andare ad attingere e conservar l'acqua; ecco tutti i mobili di questa donna, che a Gerusalemme viveva come una cortigiana di Corinto, sopra i tappeti e le piume, circondata di lusso e delicatezze.
Non scambiammo una sola parola lungo la strada. Arrivato nella sua casa, Maria, mi ricevette come se fossi stato suo fratello. Non un'allusione al passato. La mi parve sì profondamente cangiata, sì tranquilla, sì felice, che non osai risvegliare nessuna di quelle memorie che m'erano pur tanto care. Era mezzogiorno: un giorno di sabato. Maria servì una manata di civaie cotte la vigilia, un pezzo di carne fredda, del pane, e avvicinò la brocca d'acqua.
— Io non rispetto scrupolosamente il sabato, mi diss'ella, se avessi prevista la tua visita ti avrei ricevuto meglio. Ma, se pranzi male, spero che cenerai un po' meglio.
— Un buon pranzo, una buona cena sono due eccellenti cose, risposi, ma non sono tutto. Io sono felice di vederti.
— Ebbene, mi vedrai ugualmente, sia che resti seduta, o che mi muova un po' per prepararti qualche cosa da metter sotto ai denti, al tramonto. Dove abiti ora?
— Alla Casa Dorata, a Tiberiade.
— Dev'essere un po' più comodo di qui, credo.
— Non così bene, Maria.
— Tanto meglio. Se tu sapessi che attrattive ha la semplicità!
— Credi dunque molto semplice una casupola che tu riempi dei tuoi sguardi e della tua persona?
Maria lasciò passare tutti i miei complimenti pernon rimettermi sulle traccie del passato. Tutt'al più sorrise. Passammo la giornata, fra la corte scoperta ed il giardino, a chiacchierare. Io la seguiva da per tutto. La vidi cogliere i legumi, lavarli, cuocerli, preparare ed arrostire un pollo; impastare il pane, ammadiare la pasta per farne dei pasticcini fritti rimpinzati di mandorli, di latte rappreso e di miele; cogliere i fichi e l'uva ancor fresca nel suo giardino, ed allestire i fiaschi di vino del paese. Poi quando il sole principiò a scendere, la vidi posarsi sulla spalla una brocca ed andar a cercar l'acqua alla fontana nel basso del villaggio. Io chiedeva a me stesso: È dessa l'istessa donna! cosa ha potuto cagionare un simile cangiamento?
Essa portava una tunica bianca, incrociata alle ascelle, ed un'altra celeste sovrapposta che discendeva fino a sotto le ginocchia, stretta alla vita da una cintura di lana nera.
La giornata scorse rapida come un'ora. Il sole tramontava già tutto rosso, le leccornie preparatemi da Maria ingombravano il tavolo, ed eravamo sul punto di sederci nella corte scoperta, quando udii un rumore di passi nel giardino.
— To', disse Maria senza parere sorpresa, quantunque con emozione, gli è forse il Rabbì di Nazareth, che hai veduto questa mattina nella sinagoga.
— Sarei felice d'incontrarlo, diss'io, ma non in questo momento: sono sì felice di trovarmi solo con te.
Eppure era ben desso, il Rabbì, e non era solo. Giovanni, il figlio di Zebedeo, il giovine che era seduto a me da presso nella sinagoga, l'accompagnava; e tre minuti dopo apparve anche Bar Abbas.
Gesù m'imbarazzava; ma al postutto avrei tirato partito dal caso che me lo conduceva sì opportunamente.Gli altri due mi tediavano. Giovanni, vedendo tante buone cose preparate sul tavolo, gonfiava le sue giovani narici, e fiutava il pranzo come un cane da caccia. Il ragazzo si prometteva un piccolo festino. Ma questa non era la mia intenzione. Volevo esser solo fra questa donna ch'io sapeva muta, fedele, prudente, ed il Rabbì a cui volevo parlare. Feci dunque cogli occhi un segno a Bar Abbas, indicandogli il piccolo Giovanni, ed allargai la mia cintura. Bar Abbas comprese, rammentandosi della nostra conversazione. Egli prese dunque pel braccio Giovanni e conducendolo fuori del giardino:
— Vieni, gli disse, voglio regalarti all'osteria. Hai quattrini, ragazzo?
Ahimè! Giovanni aveva compreso il mio segno; s'era veduto frustrato di quell'appetitosa cena, egli che era sì ghiotto, e così permaloso! Non me la perdonò mai più. Nulla potè, nelle nostre relazioni posteriori, raddolcire la reciproca nostra antipatia[40].
La cena fu fraterna e dolcemente gaja. Finita che fu, presi il braccio del Rabbì e lo condussi in quella parte del giardino che era dietro la casa.