XVI.La notte era bella. La luna piena, specchiandosi nel lago, le dava quei riflessi brillanti e vivaci, cui l'aurora dà al tetto del Tempio, irto di lame d'oro. Milioni di stelle volteggiavano nell'azzurro silenzioso del firmamento. Nessuna voce umana arrivava fino a noi: le voci stesse della notte non avevano principiato le loro armonie. Maria, che aveva osservato il segno da me fatto a Bar Abbas per isbarazzarci di Giovanni, ci aveva lasciati soli. Il Rabbì ed io passeggiavamo sotto un pergolato di vite carico ancora di pampini violacei e di grappoli dorati, contemplando in silenzio il grandioso spettacolo del lago e le montagne vaporose della Galilea e della Perea, le piccole ville e i villaggi, che riposavano sulle rive dell'acqua, in mezzo ai giardini profumati.Il Rabbì sembrava assorto. Evidentemente lo smacco del mattino, lo scandalo, i rumori, le risa, i motteggi che egli aveva suscitati nella sinagoga l'avevano colpito, anzi ferito. Egli, così grave, così positivo, era stato messo alla berlina sur un ribobolo — sfuggitogli per rispondere ad una importuna domanda — vi era stato confitto implacabilmente, e ricondotto a quella sua parola, quando se ne staccava, con una crudele ostinazione. Gli era stato mestieri svolgere una corona di non sensi come parole profetiche, edalzare un bisticcio al grado di una promessa messianica. Io era stato edificato della sua persistenza del suo sangue freddo, della sua ostinazione, e della sua presenza di spirito. Egli che d'ordinario parlava poco, aveva lungamente dissertato; niente l'aveva scosso. La sua imperturbabilità, anche nel paradosso, m'aveva cattivato. La potenza della sua volontà, per non andare in collera, l'elasticità del suo spirito, per trovare e presentare sempre una nuova faccetta della sua prismatica assurdità, m'avevano sedotto. Dissi a me stesso: ecco il mio uomo, se vuol essere un uomo! L'ardire, la calma, la tenacità, la franchezza, la finezza, la frase misteriosa, l'accento seducente, lo sguardo fascinatore, la poesia.... nulla gli mancava per dare alla plebe un'anima ed un braccio.Siccome il Rabbì, immerso nei suoi pensieri, continuava a tacere, io gli dissi:— Rabbì, ero questa mane alla sinagoga. E' sono stati implacabili.— Bisogna scusarli; non m'hanno compreso, rispose Gesù con dolcezza.— Non t'hanno compreso, e non era poi molto facile il comprenderti. Ad ogni modo, la cosa è spiacevole, perocchè sono dei malintesi che divengono talvolta fatali. Un mio fido ha vôlto la cosa in ischerzo. Le sue buffonate hanno soffocata e stornata la collera che si accendeva negli occhi di quei sozzi bigotti. Senza ciò, non so' come il tuo parashà avrebbe finito.— Il popolo principia sempre per mormorare e finisce quasi sempre coll'adorare. Ma chi sei tu che così t'interessi a me?— Da questa mane, sono tuo discepolo.— Mio discepolo? Sai tu dunque ciò che occorreper esserlo? La regola è dura: io sono assorbente come la donna.— Dimmi le prove che esigi.— Lascierai tuo padre.— È morto.— Tua madre.— Ahimè! la povera donna mi vede sì di raro, e mi desidera così tiepidamente.— Lascierai tua moglie.— Non ne ho.— Lascierai i tuoi fratelli e le tue sorelle.— Non ho fratelli. La mie sorelle pensano ai loro figli, ai loro mariti.— Venderai quanto possedi, e lo darai ai poveri.— Non ho d'uopo di vendere nulla, e farò qualche cosa meglio che dar i miei beni ai poveri. Li metto nella borsa comune, Rabbì, e vi si troverà sempre qualche cosa quand'anche gli altri non vi mettessero nulla[41].— D'onde vieni, tu?— Donde vengo? Arrivo da Makaur, Rabbì, ed ho veduto la testa del Battista servita sopra un piatto alla festa anniversario della nascita di Antipas.— L'hanno dunque ucciso? gridò Gesù vivamente colpito.— Per piacere ad una giovinetta, che ha danzato un passo voluttuoso.Gesù si tacque, e restò concentrato per alcuni istanti, poi sclamò:— Ch'egli abbia la pace nel cielo! Iohanan era un giusto.— Questa mattina, o Rabbì, ho lasciato la Casa Dorata di Tiberiade. Ci sarai forse invitato domani.Gesù fece bruscamente alcuni passi verso la porta del giardino. Poi si fermò come vergognoso del suo istinto alla fuga, ed affermò:— Non vi andrò.— V'hanno, o Rabbì, degli inviti che rassomigliano ad ingiunzioni. Se tu non ci vai, ti faranno prendere.— Allora che la volontà di mio padre sia fatta. Seguì un istante di silenzio. Io ripresi:— Rabbì, Maria m'ha assicurato che tu sei uscito poco al di fuori del raggio di questo bel lago; che al più al più sei andato fino a Tiro ed a Sidone; che non hai mai posto piede in una città greca o romana. Non l'avevo creduto. Ma mi sento disposto a crederlo, vedendo la tua rassegnazione.— E perchè?— Tu non conosci il mondo. Gli è proprio qui soltanto che tu vuoi, o Rabbì, restringere e seppellire la tua missione? Hai mal scelto il tuo teatro. Pochi mesi fa, sei quasi stato sul punto di essere precipitato dall'alto d'una roccia, a Nazareth, per esserti dichiarato l'unto del Signore; oggi ti avrebbero lapidato se non avessero riso, perchè ti sei spacciato come ilpane della vita. Tu sei in mezzo ad un popolo che aspetta dei fatti, e tu gli annunzi delle verità. Essi domandano di vedere, tu imponi loro di credere.— Credere, è vedere dell'anima.— Il popolo non ha anima. L'anima si forma; ed esso non ha il tempo di formarla. Tutt'al più il popolo ha un cuore, per balzi.— Ecco la mia missione: io porto un'anima a questo popolo.— L'è molto bella; ma tu non hai ancora sballata la tua mercanzia, ed io credo che questo non sia il mercato conveniente per metterla a partito. La Galilea non è il tuo forum, la tua sinagoga, il tuo tempio, come meglio t'aggrada. La Galilea è il giardino della Siria, un pezzo d'Italia sotto il cielo dell'Asia. Al mormorio delle sue dolci acque, all'ombra dei cedri del suo Hermon, delle quercie del suo Carmelo, delle palme dei suoi colli coperti di mirti, di vigne e di aranci; alle attrattive di questa natura che ricorda le rive del Nilo e di Damasco, si ama, o Rabbì, ma non si crede. Qui, i Romani hanno tracciato le loro strade della Campania; i Greci e gli Egiziani, i larghi sentieri a cammelli di Memfi. Questo angolo della terra racchiude i più bei paesaggi che l'est e l'ovest svolgano con incanto.— Tu credi?— Quando gli uomini del mare abbatterono Tiro e Sidon, onde sopra onde di Cipriotti, d'Egiziani, di Macedoni, d'Italiani e di Arabi, da quelle piaggie conquise si sparsero sopra questa provincia, parlando diversi idiomi, vestendo costumi proprii, adorando dei particolari, trascinando con loro nelle città ch'essi avevano fatto sbucar dalla terra, le loro ricchezze, le loro credenze, le loro arti, la loro scienza. La casa ebbe una famiglia, cui il Giudeo ritiene come impura, il tempio ebbe un Dio, cui il Giudeo ritiene come un demone.— Sì, si confusero insieme, ma non si mischiarono.— Cosa importa, Rabbì? Il coltivatore cananeo, il vignajuolo giudeo, hanno essi potuto far a meno di frequentare per forza l'artigiano, il commerciante che discendevano forse da quei principi di Tiro e di Sidon cui Alessandro e Pompeo rigettarono dal mare nel centro di queste montagne, o che vennero d'Antiochia, d'Alessandria o da Roma? Nelle città della costa, Tolemaide e Tiro, nelle città forti dell'interno, Sephoris e Gadara, si accumularono gli artisti, gli operai in oro e marmo, i rettori, i pittori, gli oratori, le danzatrici, i poeti lubrici, i professori di tutte le arti, i propagatori di tutti i vizii venuti dalla Grecia, i legionarii, gli avvocati, i gladiatori, le cortigiane, i cocchieri, i procuratori, la polizia... un mondo intero distillato dalle cloache della Gallia, della Spagna e dell'Italia. Ma i figli di Esaù, che vivono sotto le loro nere tende del deserto, e sopra le rudi e nude montagne al sud del Giordano, possono essi far a meno d'incontrarsi, d'intravedersi, di odiarsi anche, se il vuoi? I rivali di questo suolo non si uniscono guari in matrimonio, non vivono nelle istesse città, si evitano il più che possono; ma c'è una corrente che va dagli uni agli altri: c'è un sentimento che non conosce ostacolo, che si slancia dalla tenda dell'Arabo, che passa sulle città murate del Greco, che invade le città aperte del Giudeo, e la capanna del Siriaco — l'odio — e questo legame comune è indissolubile.— Sì, poichè essi non hanno ancora udito la grande parola che io loro reco: la fratellanza.— La fratellanza tra la tigre ed il lepre? Rabbì, ciò che la magia dell'arte greca non ha ancor fatto, ciò che la potenza di Roma non ha ancor ottenuto, là dove la grande personalità del re Erode ha naufragato,nessuno riescirà. Nessuno, nè un Samuele, nè un Elia, nè tu, nè Dio stesso. L'argilla di cui l'uomo è impastato, è eterna ed invariabile. L'ebreo e questi stranieri sono separati da una maledizione irrevocabile: l'impurità. Il giudeo è una anomalia nella società umana. Egli non può avere nulla di comune collo straniero; non può toccar nulla di ciò che lo straniero ha toccato; non può bere all'istessa tazza, sedere alla stessa tavola, dormire nella stessa città, passare la soglia dell'istessa casa che il Greco o il Latino passarono. Lo spirito cupo ed insocievole dell'Ebreo non si rischiara all'attrazione raggiante dei popoli europei. La legge ebrea è inesorabile.— Io vengo per cangiar codesta legge, rispose Gesù con tuono ispirato. Io vengo a cominciare un'altra êra del popolo di Dio. Noi non imiteremo più degli antenati, di cui non dobbiamo che arrossire. Noi non riconosceremo più come padre quell'infame Abramo, che obbliga Sara sua moglie a provvedere il suo letto di concubine, e che la prostituisce per danari ai re Abimelech e Faraone, facendola credere sua sorella. Noi rinneghiamo quell'infame Loth, che dorme colle sue figlie al chiarore di Sodoma bruciante ancora; quell'infame Isacco che trafficò di sua moglie Rebecca e visse di questa prostituzione; quel dissoluto Giacobbe che passa da Rachele a Lia, dalle due sorelle alle loro schiave, l'istesso giorno, l'istessa notte, lordando la religione del matrimonio. Il padre di Giuda, che ebbe un commercio vergognoso con Tamar, vedova dei suoi due figli, la quale si mascherava sotto il vestito delle prostitute e che quel patriarca frequentava, ci fa orrore. Noi ci vergogniamo di Davide che fece uccidere il suo ufficiale Uria per prendergli la moglie, avendone già tante altre; diSalomone che sposa trecento donne, avendo già settecento concubine e delle innumerevoli figlie di re; di quell'Osea, primo fra i profeti, che ebbe dei figli da una donna pubblica, e la rinnegò; di quel traditore Geremia, che profetizzava in favore di Nabuchadnezzar; d'Isaia che passeggiò nudo in mezzo a Gerusalemme; di quell'Ezechiele a cui Dio ordinò delle cose così immonde, e che lo fece parlare così impudicamente. Noi veniamo a rovesciare le leggi di quel Mosè che commise un omicidio, fu ladro in Egitto, ebbe diverse mogli, e fece delle azioni inique. Io porto un nuovo codice che non ha che un precetto: gli uomini sono fratelli.— Non si tratta punto della tua dottrina, o Rabbì. Che monta che tu abbi del grano d'Egitto, se lo semini sulle roccie di Moab? Sopra un suolo ove sono passate dodici generazioni, vicine le une alle altre senza darsi la mano, senza scambiare la parola del viaggiatore, la fratellanza è una burla, se pure si arrivasse a comprenderla. La Galilea è la terra dei messia, perchè questo popolo attende un vendicatore. Il messia è un generale che giunge dal cielo per condurli alla vittoria con meno fatica; la vittoria è l'espulsione dello straniero. Ecco il messia che la Galilea saluterà con entusiasmo, e seguirà con fede. Ma, d'altra banda, qual'è la sorte che i minacciati preparano a codesti portatori della collera divina?— Ahimè! terribile.— Sì, o Rabbì, i messia non ci sono mai mancati. Sakya-Muni, Hillel il babilonese, ebbero la scienza. Erode, Giuda il figlio di Ezechia, Simon lo schiavo, Athrongeus il sacerdote ed i suoi quattro fratelli, Theudas, Giuda di Gamala ed i suoi figli Simone e Giacomo ebbero la spada. Ma essi apparirono e passarono.Gli Ebrei non compresero Erode e la sua missione di fusione, che tu chiami fratellanza. Al di là del deserto, presso Gerico, Gratus schiacciò ed uccise Simone che aveva bruciato i palazzi d'Erode a Gerico e nei suoi dintorni, Theudas che bruciò il palazzo del re ad Amathus ed a Betharemphta presso il Giordano, e Athrongeus che si era incoronato[42]. Là in faccia a noi si rizzò come gigante quel nobile Giuda di Gamala. Devoto alla legge orale, e' predicò la libertà nazionale, l'eguaglianza degli uomini, e che non vi doveva essere nè re nè padroni del mondo all'infuori di Dio. Lo si credette come un profeta, lo si seguì come i fratelli Maccabei. Insegnò il disprezzo della morte, e sancì le sue parole con un sublime eroismo, combattendo. Giuda tuonò contro le imposte esatte dai romani, ordinò al popolo di rifiutarle e di resistere. Il popolo minuto gli si strinse intorno. Un nobile fariseo, Sadok, gli si unì nella missione. Da ogni parte il popolo si sollevò. Cirenius andò incontro a loro, li battè, li schiacciò, mise in croce Giuda e Sadok. Cirenius credette di aver trionfato. Pilato doveva imparare a sue spese che quel trionfo non era stato completo, poichè Giacomo e Simone, figli del martire, non rinunziarono all'opera del loro padre. Giuda lasciò dietro a sè una setta: gli Zeloti; un testamento; mai tregua ai romani! o Rabbì, il popolo attende ancora il suo liberatore.— È arrivato.— Se è arrivato, egli comprenda che il suo assunto è terribile, e che il suo posto non è nella Galilea.Questo suolo è fatale. Jeri periva il Battista; domani perirai forse tu pure, o Rabbì. L'inimico qui è potente; e quand'anco si giungesse a vincerlo, niente è fatto fino a che resta a Gerusalemme. Gli è di là che deve venire il colpo: gli è là che lo si deve portare.— Gerusalemme divora i profeti.— Sì, i profeti che piagnuccolano, non quelli che agiscono. Certo, a Gerusalemme il successo è più difficile, il pericolo più grande: perocchè là bisogna contare forse più con i partiti che con i soldati. Ora i partiti sono trincierati dietro a palizzate di bronzo. Bisogna intendersi con loro; bisogna cercare il punto comune di contatto. Esiste esso codesto punto? I Maccabei hanno franto l'antico mondo giudeo; ma essi trovarono aperta la breccia. La breccia era stata fatta a Babilonia. Il povero, incolto e primitivo Giudeo era stato abbagliato in una città, ove l'arte, la ricchezza, il lusso, l'attività, ed il piacere prendevano le sembianze di meraviglie. La loro dottrina mosaica fu scossa da quella di Zoroastro. Due generazioni, che vissero in Babilonia, consideravano ormai la Giudea come una terra di condanna — le classi ricche, le nobili ed istrutte principalmente; giacchè esse erano più al caso di comprendere quelle arti e quella scienza, di godere di quegli splendori. I vecchi libri, la vecchia lingua di Mosè furono dimenticati. Un nuovo partito si formò nella vecchia massa; i Sadducei restarono fedeli, a lor modo, all'ebraismo; i Farisei proclamarono la necessità della riforma. Tutti ritornarono dall'esilio, con Babilonia nel cuore.— Ecco il fallo.— Ecco, io credo invece, il progresso. In ogni caso i Sadducei, invaghiti più degli altri di quella civiltàpiena di lusso, cercavano di farsi perdonare i loro gusti con una apparenza di più stretto attaccamento al vecchio patto di Mosè; i Farisei, che vedevano la breccia praticata nelle antiche leggi dal contatto dei Caldei, tentarono di legalizzarla e ristringerla, proclamando, come altrettanto sacra, la tradizione degli anziani, detta legge orale.[43]La civiltà caldea importata da quelli che ritornavano da Babilonia s'incontrava con quella che la Grecia aveva soffiata sulle coste di Tiro, di Sidon, di Gaza, di Joppa, o che veniva da Cipro e d'Antiochia. Questa trionfò.— Ecco la disgrazia.— No, Rabbì, ecco ancora il progresso. Era però naturale, che quando i Maccabei infransero la potenza macedone, succedesse una reazione. Essi erano stati aiutati nella guerra dai separatisti, che si chiamavano Farisei; questi presero il potere e dettarono la legge. I Sadducei che accettavano tutte le forme esteriori della vita, tutte le trasformazioni della coscienza, ma lasciavano intatta la legge nel tabernacolo, furono messi da parte, come gente strana nei costumi, retriva nello spirito.— A che setta appartieni tu dunque?— Alla sadducea.... ed a nessuna. Il gran collegiodecise che la legge orale era eguale al patto di Mosè. Da allora quella legge divenne formidabile. Mentre però essa era obbligatoria, mentre discendeva a regolare fino le più piccole azioni dell'uomo, fino alla maniera in cui doveva tener le sue mani, ed a quale temperatura poteva riscaldar l'acqua, era proibito l'insegnarla, e la lettura non ne era permessa che ad uno scarso numero di privilegiati. Gli Ebrei dopo questo nuovo codice divennero un popolo di macchine: l'iniziativa, la libertà, lo spirito furono inutili, furono anzi un delitto. Le più stolide scempiaggini divennero un dovere e furono sacre. La legge di Mosè faceva dal popolo ebreo il primogenito dei popoli; la legge orale ne fece un idiota presuntuoso e barbaro, che respinge la luce, la scienza, la socievolezza, la fratellanza degli uomini.— So tutto ciò; ecco perchè io condanno i Farisei ed i Sadducei.— E gli Esseniani?— Sono fanatici che cangiano, esagerandolo, il bene in male. Io li condanno anch'essi.[44]— Ebbene, o Rabbì, hai torto di condannarli. Il tuocompito è di conciliare. La separazione uccide la nazione ebrea. Occorre trovare il punto di contatto, il terreno neutro ove tutti i partiti possano darsi la mano, lasciando ad ognuno il movimento libero nel suo proprio cerchio.— Questo terreno esiste forse?— Esiste. Gli è l'odio di tutti e di ciascuno contro lo straniero.— L'odio! sempre l'odio! gridò Gesù dolorosamente. Ed io che sognava di fare dell'amore il codice del mondo.— Rabbì, hai detto il vero quando dicesti che sognavi. L'amore uccide, Rabbì. È questa roccia dell'odio, è questo amore in rivolta che dà al mondo la energia e la varietà. Dio scacciò Adamo dall'Eden perchè vide la sua creazione in pericolo di sciogliersi; come una perla di neve al sole, in quell'interminabile assopimento dell'amore. Non cercare di renderci tollerabili i nostri oppressori. Tutte le nostre dissonanze si mettono all'unissono in questo grido di esecrazione. Ciò che ci occorre, Rabbì, gli è che Dio pure entri nella partita, e che l'uomo che si dice il suo profeta, il suo messia, od il suo figlio, getti l'istesso grido in nome di Dio.— Dio anch'egli si metterebbe dalla parte della distruzione? sclamò Gesù commosso.— Rabbì, ascoltami con attenzione, poichè il caso m'ha posto sulla tua via, e che abbiamo toccato un così grave soggetto. Tu ti sei dato a Nazareth per il Messia che ogni Giudeo accarezza nel suo cuore; e qui, questa mane, per il figlio stesso di Dio. A Nazareth hai eccitato la collera; qui, l'ilarità. Questo angolo del mondo che tu avevi scelto per i tuoi traffichi di divinità è stato da prima mal scelto, ed allaprova, esso ha respinto i tuoi tentativi. Ti è impossibile continuare la tua missione nella Galilea. Soccomberesti, o cadresti al livello di quei fascinatori di serpenti e venditori d'impiastri che servono di distrazione nelle strade. La Galilea attende qualche cos'altro, e gli stranieri che vi sono in gran numero, e potenti, non ischerzano coi messia. La sorte del Battista ti dice abbastanza quella che ti riserva la Casa Dorata, e ciò che nasconde l'invito che sei per ricevere. Occorre dunque lasciare la Galilea, o ritornare modestamente, dopo esserti proclamato figlio di Dio, e non so che altro, a fare delle casse, e allestire dei burchielli. Ti convien essa, codesta caduta, che ti farebbe correr dietro tutti biricchini delle strade? Dopo aver sognato qualche cosa di più grande d'un grande sacerdote, di più potente del re Erode stesso; dopo esserti librato coll'aspirazione al disopra di tutto il paese d'Israello; dopo aver attaccato i Farisei, i Sadducei, i ricchi, i principi ed i sacerdoti; dopo esserti proclamato successore dei profeti del popolo di Dio; dopo aver veduto, nelle estasi delle tue notti insonni, i popoli prosternati ai tuoi piedi, dimmi, o Rabbì, ti convien forse di ritornare alla tua bottega, alle tue tavole, alla tua pialla? E i miracoli che hai fatti? e la parola che hai annunziata come la verità? Ed i discepoli che ti hanno seguito come la face del loro spirito? E quei potenti della terra che ti hanno temuto come un riparatore? E i meschini che avevano posto in te la loro fede, in te, voce d'amore, d'eguaglianza e di carità? Tutto ciò non sarebbe stata che una ciurmeria d'un ciarlatano? Rabbì, ciò è impossibile. Ucciditi, ucciditi piuttosto, ma non cadere. Io te l'ordino in nome della dignità umana.— Non hai duopo di simili intimazioni.— Tanto meglio, maestro, tanto meglio; poichè nessuno più di te ha elementi così scelti, così completi, per avere una gran parte in questo mondo. Il mondo, maestro, appartiene ai sognatori perseveranti. Ebbene, lasciando la Galilea, non puoi venire che a Gerusalemme. Se Gerusalemme ti adotta, come adottò Giuda Maccabeo, e' non ci sarà gloria al disopra della tua. Tu passi per figlio di Dio che libera per la terza volta il suo popolo. A Gerusalemme i tuoi nemici sono i partiti. Essi saranno tutti contro di te, se ti proclami un partito. Tu devi invece innalzarti al disopra di tutti: e trar profitto delle loro comuni passioni. Se tu prendi questo posto, tutti cadranno d'accordo per ammetterti come figlio di Dio; perocchè quegli orgogliosi non si rassegnano a sottomettersi che a Dio. Il sagan, il gran sacerdote, il gran collegio, il sanhedrin, le sinagoghe, i Sadducei, i Farisei, gli Esseniani, i Betusiani, gli Erodiani, i Zeloti, tutti crederanno di non abdicare, piegandosi dinanzi la parola che in nome di Dio dirà loro: la vostra patria vi appartiene! Allora i miracoli, sotto la tua mano, si faranno da sè stessi. Il tempio s'aprirà dinanzi a te, come dinanzi l'arca del Signore. Le tue vie saranno coperte di rose; i tuoi giorni un inno continuo; le tue notti una danza d'astri, che risuoneranno del tuo nome come del nome di Dio. Dimmi ora, o Rabbì, di', vuoi tu venire a Gerusalemme?— Verrò, rispose Gesù con accento profondo e commosso; sì, verrò.— Ne sono felice, o Rabbì. Ma ricordati che in Gerusalemme non c'è altro posto per te, che o il palazzo di Davide, od il Calvario.— Che la volontà di Dio si compia!Uscii.Ogni altra parola sarebbe stata inutile, inopportuna od imprudente. Traversando la parte anteriore del giardino, incontrai Maria. Ella ci aveva lasciati tranquilli, ma aveva compreso l'importanza del lungo nostro colloquio. Ella conosceva lo scopo della mia vita. Maria mi fermò, e gettandomi le braccia al collo, sclamò con un accento pieno di disperazione:— Oh! Giuda, non rapirmelo; io l'amo.Fui tocco da questa parola sfuggita da quel cuore in tumulto, e le risposi baciandola sulla fronte:— Cara Maria, hai ben ragione. Un cuore come il tuo è degno di quell'amore.All'indomani, colmo di regali per le mie sorelle lasciai Tiberiade. Antipas convinto che io agiva per lui, mi aprì le casse del suo tesoro, e promise di venire a Gerusalemme pel paschah. Erodiade mi disse:— Giuda, tutto ciò che una donna possiede, tutto ciò che una principessa può.... disponi di tutto, e rialziamo questa grande casa di Erode che il destino dirupa.
La notte era bella. La luna piena, specchiandosi nel lago, le dava quei riflessi brillanti e vivaci, cui l'aurora dà al tetto del Tempio, irto di lame d'oro. Milioni di stelle volteggiavano nell'azzurro silenzioso del firmamento. Nessuna voce umana arrivava fino a noi: le voci stesse della notte non avevano principiato le loro armonie. Maria, che aveva osservato il segno da me fatto a Bar Abbas per isbarazzarci di Giovanni, ci aveva lasciati soli. Il Rabbì ed io passeggiavamo sotto un pergolato di vite carico ancora di pampini violacei e di grappoli dorati, contemplando in silenzio il grandioso spettacolo del lago e le montagne vaporose della Galilea e della Perea, le piccole ville e i villaggi, che riposavano sulle rive dell'acqua, in mezzo ai giardini profumati.
Il Rabbì sembrava assorto. Evidentemente lo smacco del mattino, lo scandalo, i rumori, le risa, i motteggi che egli aveva suscitati nella sinagoga l'avevano colpito, anzi ferito. Egli, così grave, così positivo, era stato messo alla berlina sur un ribobolo — sfuggitogli per rispondere ad una importuna domanda — vi era stato confitto implacabilmente, e ricondotto a quella sua parola, quando se ne staccava, con una crudele ostinazione. Gli era stato mestieri svolgere una corona di non sensi come parole profetiche, edalzare un bisticcio al grado di una promessa messianica. Io era stato edificato della sua persistenza del suo sangue freddo, della sua ostinazione, e della sua presenza di spirito. Egli che d'ordinario parlava poco, aveva lungamente dissertato; niente l'aveva scosso. La sua imperturbabilità, anche nel paradosso, m'aveva cattivato. La potenza della sua volontà, per non andare in collera, l'elasticità del suo spirito, per trovare e presentare sempre una nuova faccetta della sua prismatica assurdità, m'avevano sedotto. Dissi a me stesso: ecco il mio uomo, se vuol essere un uomo! L'ardire, la calma, la tenacità, la franchezza, la finezza, la frase misteriosa, l'accento seducente, lo sguardo fascinatore, la poesia.... nulla gli mancava per dare alla plebe un'anima ed un braccio.
Siccome il Rabbì, immerso nei suoi pensieri, continuava a tacere, io gli dissi:
— Rabbì, ero questa mane alla sinagoga. E' sono stati implacabili.
— Bisogna scusarli; non m'hanno compreso, rispose Gesù con dolcezza.
— Non t'hanno compreso, e non era poi molto facile il comprenderti. Ad ogni modo, la cosa è spiacevole, perocchè sono dei malintesi che divengono talvolta fatali. Un mio fido ha vôlto la cosa in ischerzo. Le sue buffonate hanno soffocata e stornata la collera che si accendeva negli occhi di quei sozzi bigotti. Senza ciò, non so' come il tuo parashà avrebbe finito.
— Il popolo principia sempre per mormorare e finisce quasi sempre coll'adorare. Ma chi sei tu che così t'interessi a me?
— Da questa mane, sono tuo discepolo.
— Mio discepolo? Sai tu dunque ciò che occorreper esserlo? La regola è dura: io sono assorbente come la donna.
— Dimmi le prove che esigi.
— Lascierai tuo padre.
— È morto.
— Tua madre.
— Ahimè! la povera donna mi vede sì di raro, e mi desidera così tiepidamente.
— Lascierai tua moglie.
— Non ne ho.
— Lascierai i tuoi fratelli e le tue sorelle.
— Non ho fratelli. La mie sorelle pensano ai loro figli, ai loro mariti.
— Venderai quanto possedi, e lo darai ai poveri.
— Non ho d'uopo di vendere nulla, e farò qualche cosa meglio che dar i miei beni ai poveri. Li metto nella borsa comune, Rabbì, e vi si troverà sempre qualche cosa quand'anche gli altri non vi mettessero nulla[41].
— D'onde vieni, tu?
— Donde vengo? Arrivo da Makaur, Rabbì, ed ho veduto la testa del Battista servita sopra un piatto alla festa anniversario della nascita di Antipas.
— L'hanno dunque ucciso? gridò Gesù vivamente colpito.
— Per piacere ad una giovinetta, che ha danzato un passo voluttuoso.
Gesù si tacque, e restò concentrato per alcuni istanti, poi sclamò:
— Ch'egli abbia la pace nel cielo! Iohanan era un giusto.
— Questa mattina, o Rabbì, ho lasciato la Casa Dorata di Tiberiade. Ci sarai forse invitato domani.
Gesù fece bruscamente alcuni passi verso la porta del giardino. Poi si fermò come vergognoso del suo istinto alla fuga, ed affermò:
— Non vi andrò.
— V'hanno, o Rabbì, degli inviti che rassomigliano ad ingiunzioni. Se tu non ci vai, ti faranno prendere.
— Allora che la volontà di mio padre sia fatta. Seguì un istante di silenzio. Io ripresi:
— Rabbì, Maria m'ha assicurato che tu sei uscito poco al di fuori del raggio di questo bel lago; che al più al più sei andato fino a Tiro ed a Sidone; che non hai mai posto piede in una città greca o romana. Non l'avevo creduto. Ma mi sento disposto a crederlo, vedendo la tua rassegnazione.
— E perchè?
— Tu non conosci il mondo. Gli è proprio qui soltanto che tu vuoi, o Rabbì, restringere e seppellire la tua missione? Hai mal scelto il tuo teatro. Pochi mesi fa, sei quasi stato sul punto di essere precipitato dall'alto d'una roccia, a Nazareth, per esserti dichiarato l'unto del Signore; oggi ti avrebbero lapidato se non avessero riso, perchè ti sei spacciato come ilpane della vita. Tu sei in mezzo ad un popolo che aspetta dei fatti, e tu gli annunzi delle verità. Essi domandano di vedere, tu imponi loro di credere.
— Credere, è vedere dell'anima.
— Il popolo non ha anima. L'anima si forma; ed esso non ha il tempo di formarla. Tutt'al più il popolo ha un cuore, per balzi.
— Ecco la mia missione: io porto un'anima a questo popolo.
— L'è molto bella; ma tu non hai ancora sballata la tua mercanzia, ed io credo che questo non sia il mercato conveniente per metterla a partito. La Galilea non è il tuo forum, la tua sinagoga, il tuo tempio, come meglio t'aggrada. La Galilea è il giardino della Siria, un pezzo d'Italia sotto il cielo dell'Asia. Al mormorio delle sue dolci acque, all'ombra dei cedri del suo Hermon, delle quercie del suo Carmelo, delle palme dei suoi colli coperti di mirti, di vigne e di aranci; alle attrattive di questa natura che ricorda le rive del Nilo e di Damasco, si ama, o Rabbì, ma non si crede. Qui, i Romani hanno tracciato le loro strade della Campania; i Greci e gli Egiziani, i larghi sentieri a cammelli di Memfi. Questo angolo della terra racchiude i più bei paesaggi che l'est e l'ovest svolgano con incanto.
— Tu credi?
— Quando gli uomini del mare abbatterono Tiro e Sidon, onde sopra onde di Cipriotti, d'Egiziani, di Macedoni, d'Italiani e di Arabi, da quelle piaggie conquise si sparsero sopra questa provincia, parlando diversi idiomi, vestendo costumi proprii, adorando dei particolari, trascinando con loro nelle città ch'essi avevano fatto sbucar dalla terra, le loro ricchezze, le loro credenze, le loro arti, la loro scienza. La casa ebbe una famiglia, cui il Giudeo ritiene come impura, il tempio ebbe un Dio, cui il Giudeo ritiene come un demone.
— Sì, si confusero insieme, ma non si mischiarono.
— Cosa importa, Rabbì? Il coltivatore cananeo, il vignajuolo giudeo, hanno essi potuto far a meno di frequentare per forza l'artigiano, il commerciante che discendevano forse da quei principi di Tiro e di Sidon cui Alessandro e Pompeo rigettarono dal mare nel centro di queste montagne, o che vennero d'Antiochia, d'Alessandria o da Roma? Nelle città della costa, Tolemaide e Tiro, nelle città forti dell'interno, Sephoris e Gadara, si accumularono gli artisti, gli operai in oro e marmo, i rettori, i pittori, gli oratori, le danzatrici, i poeti lubrici, i professori di tutte le arti, i propagatori di tutti i vizii venuti dalla Grecia, i legionarii, gli avvocati, i gladiatori, le cortigiane, i cocchieri, i procuratori, la polizia... un mondo intero distillato dalle cloache della Gallia, della Spagna e dell'Italia. Ma i figli di Esaù, che vivono sotto le loro nere tende del deserto, e sopra le rudi e nude montagne al sud del Giordano, possono essi far a meno d'incontrarsi, d'intravedersi, di odiarsi anche, se il vuoi? I rivali di questo suolo non si uniscono guari in matrimonio, non vivono nelle istesse città, si evitano il più che possono; ma c'è una corrente che va dagli uni agli altri: c'è un sentimento che non conosce ostacolo, che si slancia dalla tenda dell'Arabo, che passa sulle città murate del Greco, che invade le città aperte del Giudeo, e la capanna del Siriaco — l'odio — e questo legame comune è indissolubile.
— Sì, poichè essi non hanno ancora udito la grande parola che io loro reco: la fratellanza.
— La fratellanza tra la tigre ed il lepre? Rabbì, ciò che la magia dell'arte greca non ha ancor fatto, ciò che la potenza di Roma non ha ancor ottenuto, là dove la grande personalità del re Erode ha naufragato,nessuno riescirà. Nessuno, nè un Samuele, nè un Elia, nè tu, nè Dio stesso. L'argilla di cui l'uomo è impastato, è eterna ed invariabile. L'ebreo e questi stranieri sono separati da una maledizione irrevocabile: l'impurità. Il giudeo è una anomalia nella società umana. Egli non può avere nulla di comune collo straniero; non può toccar nulla di ciò che lo straniero ha toccato; non può bere all'istessa tazza, sedere alla stessa tavola, dormire nella stessa città, passare la soglia dell'istessa casa che il Greco o il Latino passarono. Lo spirito cupo ed insocievole dell'Ebreo non si rischiara all'attrazione raggiante dei popoli europei. La legge ebrea è inesorabile.
— Io vengo per cangiar codesta legge, rispose Gesù con tuono ispirato. Io vengo a cominciare un'altra êra del popolo di Dio. Noi non imiteremo più degli antenati, di cui non dobbiamo che arrossire. Noi non riconosceremo più come padre quell'infame Abramo, che obbliga Sara sua moglie a provvedere il suo letto di concubine, e che la prostituisce per danari ai re Abimelech e Faraone, facendola credere sua sorella. Noi rinneghiamo quell'infame Loth, che dorme colle sue figlie al chiarore di Sodoma bruciante ancora; quell'infame Isacco che trafficò di sua moglie Rebecca e visse di questa prostituzione; quel dissoluto Giacobbe che passa da Rachele a Lia, dalle due sorelle alle loro schiave, l'istesso giorno, l'istessa notte, lordando la religione del matrimonio. Il padre di Giuda, che ebbe un commercio vergognoso con Tamar, vedova dei suoi due figli, la quale si mascherava sotto il vestito delle prostitute e che quel patriarca frequentava, ci fa orrore. Noi ci vergogniamo di Davide che fece uccidere il suo ufficiale Uria per prendergli la moglie, avendone già tante altre; diSalomone che sposa trecento donne, avendo già settecento concubine e delle innumerevoli figlie di re; di quell'Osea, primo fra i profeti, che ebbe dei figli da una donna pubblica, e la rinnegò; di quel traditore Geremia, che profetizzava in favore di Nabuchadnezzar; d'Isaia che passeggiò nudo in mezzo a Gerusalemme; di quell'Ezechiele a cui Dio ordinò delle cose così immonde, e che lo fece parlare così impudicamente. Noi veniamo a rovesciare le leggi di quel Mosè che commise un omicidio, fu ladro in Egitto, ebbe diverse mogli, e fece delle azioni inique. Io porto un nuovo codice che non ha che un precetto: gli uomini sono fratelli.
— Non si tratta punto della tua dottrina, o Rabbì. Che monta che tu abbi del grano d'Egitto, se lo semini sulle roccie di Moab? Sopra un suolo ove sono passate dodici generazioni, vicine le une alle altre senza darsi la mano, senza scambiare la parola del viaggiatore, la fratellanza è una burla, se pure si arrivasse a comprenderla. La Galilea è la terra dei messia, perchè questo popolo attende un vendicatore. Il messia è un generale che giunge dal cielo per condurli alla vittoria con meno fatica; la vittoria è l'espulsione dello straniero. Ecco il messia che la Galilea saluterà con entusiasmo, e seguirà con fede. Ma, d'altra banda, qual'è la sorte che i minacciati preparano a codesti portatori della collera divina?
— Ahimè! terribile.
— Sì, o Rabbì, i messia non ci sono mai mancati. Sakya-Muni, Hillel il babilonese, ebbero la scienza. Erode, Giuda il figlio di Ezechia, Simon lo schiavo, Athrongeus il sacerdote ed i suoi quattro fratelli, Theudas, Giuda di Gamala ed i suoi figli Simone e Giacomo ebbero la spada. Ma essi apparirono e passarono.Gli Ebrei non compresero Erode e la sua missione di fusione, che tu chiami fratellanza. Al di là del deserto, presso Gerico, Gratus schiacciò ed uccise Simone che aveva bruciato i palazzi d'Erode a Gerico e nei suoi dintorni, Theudas che bruciò il palazzo del re ad Amathus ed a Betharemphta presso il Giordano, e Athrongeus che si era incoronato[42]. Là in faccia a noi si rizzò come gigante quel nobile Giuda di Gamala. Devoto alla legge orale, e' predicò la libertà nazionale, l'eguaglianza degli uomini, e che non vi doveva essere nè re nè padroni del mondo all'infuori di Dio. Lo si credette come un profeta, lo si seguì come i fratelli Maccabei. Insegnò il disprezzo della morte, e sancì le sue parole con un sublime eroismo, combattendo. Giuda tuonò contro le imposte esatte dai romani, ordinò al popolo di rifiutarle e di resistere. Il popolo minuto gli si strinse intorno. Un nobile fariseo, Sadok, gli si unì nella missione. Da ogni parte il popolo si sollevò. Cirenius andò incontro a loro, li battè, li schiacciò, mise in croce Giuda e Sadok. Cirenius credette di aver trionfato. Pilato doveva imparare a sue spese che quel trionfo non era stato completo, poichè Giacomo e Simone, figli del martire, non rinunziarono all'opera del loro padre. Giuda lasciò dietro a sè una setta: gli Zeloti; un testamento; mai tregua ai romani! o Rabbì, il popolo attende ancora il suo liberatore.
— È arrivato.
— Se è arrivato, egli comprenda che il suo assunto è terribile, e che il suo posto non è nella Galilea.
Questo suolo è fatale. Jeri periva il Battista; domani perirai forse tu pure, o Rabbì. L'inimico qui è potente; e quand'anco si giungesse a vincerlo, niente è fatto fino a che resta a Gerusalemme. Gli è di là che deve venire il colpo: gli è là che lo si deve portare.
— Gerusalemme divora i profeti.
— Sì, i profeti che piagnuccolano, non quelli che agiscono. Certo, a Gerusalemme il successo è più difficile, il pericolo più grande: perocchè là bisogna contare forse più con i partiti che con i soldati. Ora i partiti sono trincierati dietro a palizzate di bronzo. Bisogna intendersi con loro; bisogna cercare il punto comune di contatto. Esiste esso codesto punto? I Maccabei hanno franto l'antico mondo giudeo; ma essi trovarono aperta la breccia. La breccia era stata fatta a Babilonia. Il povero, incolto e primitivo Giudeo era stato abbagliato in una città, ove l'arte, la ricchezza, il lusso, l'attività, ed il piacere prendevano le sembianze di meraviglie. La loro dottrina mosaica fu scossa da quella di Zoroastro. Due generazioni, che vissero in Babilonia, consideravano ormai la Giudea come una terra di condanna — le classi ricche, le nobili ed istrutte principalmente; giacchè esse erano più al caso di comprendere quelle arti e quella scienza, di godere di quegli splendori. I vecchi libri, la vecchia lingua di Mosè furono dimenticati. Un nuovo partito si formò nella vecchia massa; i Sadducei restarono fedeli, a lor modo, all'ebraismo; i Farisei proclamarono la necessità della riforma. Tutti ritornarono dall'esilio, con Babilonia nel cuore.
— Ecco il fallo.
— Ecco, io credo invece, il progresso. In ogni caso i Sadducei, invaghiti più degli altri di quella civiltàpiena di lusso, cercavano di farsi perdonare i loro gusti con una apparenza di più stretto attaccamento al vecchio patto di Mosè; i Farisei, che vedevano la breccia praticata nelle antiche leggi dal contatto dei Caldei, tentarono di legalizzarla e ristringerla, proclamando, come altrettanto sacra, la tradizione degli anziani, detta legge orale.[43]La civiltà caldea importata da quelli che ritornavano da Babilonia s'incontrava con quella che la Grecia aveva soffiata sulle coste di Tiro, di Sidon, di Gaza, di Joppa, o che veniva da Cipro e d'Antiochia. Questa trionfò.
— Ecco la disgrazia.
— No, Rabbì, ecco ancora il progresso. Era però naturale, che quando i Maccabei infransero la potenza macedone, succedesse una reazione. Essi erano stati aiutati nella guerra dai separatisti, che si chiamavano Farisei; questi presero il potere e dettarono la legge. I Sadducei che accettavano tutte le forme esteriori della vita, tutte le trasformazioni della coscienza, ma lasciavano intatta la legge nel tabernacolo, furono messi da parte, come gente strana nei costumi, retriva nello spirito.
— A che setta appartieni tu dunque?
— Alla sadducea.... ed a nessuna. Il gran collegiodecise che la legge orale era eguale al patto di Mosè. Da allora quella legge divenne formidabile. Mentre però essa era obbligatoria, mentre discendeva a regolare fino le più piccole azioni dell'uomo, fino alla maniera in cui doveva tener le sue mani, ed a quale temperatura poteva riscaldar l'acqua, era proibito l'insegnarla, e la lettura non ne era permessa che ad uno scarso numero di privilegiati. Gli Ebrei dopo questo nuovo codice divennero un popolo di macchine: l'iniziativa, la libertà, lo spirito furono inutili, furono anzi un delitto. Le più stolide scempiaggini divennero un dovere e furono sacre. La legge di Mosè faceva dal popolo ebreo il primogenito dei popoli; la legge orale ne fece un idiota presuntuoso e barbaro, che respinge la luce, la scienza, la socievolezza, la fratellanza degli uomini.
— So tutto ciò; ecco perchè io condanno i Farisei ed i Sadducei.
— E gli Esseniani?
— Sono fanatici che cangiano, esagerandolo, il bene in male. Io li condanno anch'essi.[44]
— Ebbene, o Rabbì, hai torto di condannarli. Il tuocompito è di conciliare. La separazione uccide la nazione ebrea. Occorre trovare il punto di contatto, il terreno neutro ove tutti i partiti possano darsi la mano, lasciando ad ognuno il movimento libero nel suo proprio cerchio.
— Questo terreno esiste forse?
— Esiste. Gli è l'odio di tutti e di ciascuno contro lo straniero.
— L'odio! sempre l'odio! gridò Gesù dolorosamente. Ed io che sognava di fare dell'amore il codice del mondo.
— Rabbì, hai detto il vero quando dicesti che sognavi. L'amore uccide, Rabbì. È questa roccia dell'odio, è questo amore in rivolta che dà al mondo la energia e la varietà. Dio scacciò Adamo dall'Eden perchè vide la sua creazione in pericolo di sciogliersi; come una perla di neve al sole, in quell'interminabile assopimento dell'amore. Non cercare di renderci tollerabili i nostri oppressori. Tutte le nostre dissonanze si mettono all'unissono in questo grido di esecrazione. Ciò che ci occorre, Rabbì, gli è che Dio pure entri nella partita, e che l'uomo che si dice il suo profeta, il suo messia, od il suo figlio, getti l'istesso grido in nome di Dio.
— Dio anch'egli si metterebbe dalla parte della distruzione? sclamò Gesù commosso.
— Rabbì, ascoltami con attenzione, poichè il caso m'ha posto sulla tua via, e che abbiamo toccato un così grave soggetto. Tu ti sei dato a Nazareth per il Messia che ogni Giudeo accarezza nel suo cuore; e qui, questa mane, per il figlio stesso di Dio. A Nazareth hai eccitato la collera; qui, l'ilarità. Questo angolo del mondo che tu avevi scelto per i tuoi traffichi di divinità è stato da prima mal scelto, ed allaprova, esso ha respinto i tuoi tentativi. Ti è impossibile continuare la tua missione nella Galilea. Soccomberesti, o cadresti al livello di quei fascinatori di serpenti e venditori d'impiastri che servono di distrazione nelle strade. La Galilea attende qualche cos'altro, e gli stranieri che vi sono in gran numero, e potenti, non ischerzano coi messia. La sorte del Battista ti dice abbastanza quella che ti riserva la Casa Dorata, e ciò che nasconde l'invito che sei per ricevere. Occorre dunque lasciare la Galilea, o ritornare modestamente, dopo esserti proclamato figlio di Dio, e non so che altro, a fare delle casse, e allestire dei burchielli. Ti convien essa, codesta caduta, che ti farebbe correr dietro tutti biricchini delle strade? Dopo aver sognato qualche cosa di più grande d'un grande sacerdote, di più potente del re Erode stesso; dopo esserti librato coll'aspirazione al disopra di tutto il paese d'Israello; dopo aver attaccato i Farisei, i Sadducei, i ricchi, i principi ed i sacerdoti; dopo esserti proclamato successore dei profeti del popolo di Dio; dopo aver veduto, nelle estasi delle tue notti insonni, i popoli prosternati ai tuoi piedi, dimmi, o Rabbì, ti convien forse di ritornare alla tua bottega, alle tue tavole, alla tua pialla? E i miracoli che hai fatti? e la parola che hai annunziata come la verità? Ed i discepoli che ti hanno seguito come la face del loro spirito? E quei potenti della terra che ti hanno temuto come un riparatore? E i meschini che avevano posto in te la loro fede, in te, voce d'amore, d'eguaglianza e di carità? Tutto ciò non sarebbe stata che una ciurmeria d'un ciarlatano? Rabbì, ciò è impossibile. Ucciditi, ucciditi piuttosto, ma non cadere. Io te l'ordino in nome della dignità umana.
— Non hai duopo di simili intimazioni.
— Tanto meglio, maestro, tanto meglio; poichè nessuno più di te ha elementi così scelti, così completi, per avere una gran parte in questo mondo. Il mondo, maestro, appartiene ai sognatori perseveranti. Ebbene, lasciando la Galilea, non puoi venire che a Gerusalemme. Se Gerusalemme ti adotta, come adottò Giuda Maccabeo, e' non ci sarà gloria al disopra della tua. Tu passi per figlio di Dio che libera per la terza volta il suo popolo. A Gerusalemme i tuoi nemici sono i partiti. Essi saranno tutti contro di te, se ti proclami un partito. Tu devi invece innalzarti al disopra di tutti: e trar profitto delle loro comuni passioni. Se tu prendi questo posto, tutti cadranno d'accordo per ammetterti come figlio di Dio; perocchè quegli orgogliosi non si rassegnano a sottomettersi che a Dio. Il sagan, il gran sacerdote, il gran collegio, il sanhedrin, le sinagoghe, i Sadducei, i Farisei, gli Esseniani, i Betusiani, gli Erodiani, i Zeloti, tutti crederanno di non abdicare, piegandosi dinanzi la parola che in nome di Dio dirà loro: la vostra patria vi appartiene! Allora i miracoli, sotto la tua mano, si faranno da sè stessi. Il tempio s'aprirà dinanzi a te, come dinanzi l'arca del Signore. Le tue vie saranno coperte di rose; i tuoi giorni un inno continuo; le tue notti una danza d'astri, che risuoneranno del tuo nome come del nome di Dio. Dimmi ora, o Rabbì, di', vuoi tu venire a Gerusalemme?
— Verrò, rispose Gesù con accento profondo e commosso; sì, verrò.
— Ne sono felice, o Rabbì. Ma ricordati che in Gerusalemme non c'è altro posto per te, che o il palazzo di Davide, od il Calvario.
— Che la volontà di Dio si compia!
Uscii.
Ogni altra parola sarebbe stata inutile, inopportuna od imprudente. Traversando la parte anteriore del giardino, incontrai Maria. Ella ci aveva lasciati tranquilli, ma aveva compreso l'importanza del lungo nostro colloquio. Ella conosceva lo scopo della mia vita. Maria mi fermò, e gettandomi le braccia al collo, sclamò con un accento pieno di disperazione:
— Oh! Giuda, non rapirmelo; io l'amo.
Fui tocco da questa parola sfuggita da quel cuore in tumulto, e le risposi baciandola sulla fronte:
— Cara Maria, hai ben ragione. Un cuore come il tuo è degno di quell'amore.
All'indomani, colmo di regali per le mie sorelle lasciai Tiberiade. Antipas convinto che io agiva per lui, mi aprì le casse del suo tesoro, e promise di venire a Gerusalemme pel paschah. Erodiade mi disse:
— Giuda, tutto ciò che una donna possiede, tutto ciò che una principessa può.... disponi di tutto, e rialziamo questa grande casa di Erode che il destino dirupa.