[LXIX.] Il nuovo luogo assegnatoci furono le carceri di San Francesco. Noi ci arrivammo di sera avanzata, e fummo posti in una vera bolgia infernale, di dove emanava un puzzo micidiale a causa delle latrine contigue: era un corridoio contenente detenuti ungheresi; a causa del caldo si tenevano nudi sul loro paglione, e quando si alzavano in piedi sembravano tante anime dannate. Verso l'ora di notte s'intese in tutto il locale un rumore insolito: «All'erta, ci si disse, in quest'ora il profosso è sempre ubbriaco, ed è un vero demonio; mettetevi in rango.» Appena entrato in carcere fece ricerca dei nuovi arrivati, ma non giovò essere in rango ed in atto della piú perfetta sommissione. Al primo del rango toccarono pugni con non so quante contumelie, e cosí agli altri di seguito; la belva però si ammansava nel passarciin rivista; cosí il mio amico Saporetti che stavami appresso non ebbe che una tirata di cravatta che gli fece quasi uscir gli occhi dalla testa. Eccomelo infine dinanzi colla mano alzata, ma prima che mi facesse alcuna interrogazione, gli dissi: «Sono il segretario del comune di Ravenna.» Fu una parola magica, che da tigre valse a farlo diventare un agnello. «Mi dispiace, tosto mi disse, che io non abbia un miglior sito da collocarlo, ma domattina all'alba lo condurrò nelle camere di sopra: le notti in luglio spariscon presto, il sacrificio sarà breve; intanto lo ringrazio vivamente delle sue cortesie.»
Partito il profosso, non azzardai di coricarmi su quei luridi giacigli per timore di una irruzione formidabile di ogni sorta d'insetti; mi posi a sedere sulla cima d'una banca e appoggiai la testa al muro tanto da non istare in disagio. Allo spuntare del dí il mio profosso fu pronto a mantenere la promessa datami, e mi trasse in un magnifico loggiato in cui erano stanze signorili; venne meco il Saporetti, mi sembrò di rinascere, e riparai al sonno sofferto nella notte antecedente. Verso alle dieci ritornò il profosso con lettere e denari inviatimi da casa, e mi assicurò che nella sera stessa sarei rimesso in libertà. «Oh! allora questa mattina da pranzo mangio i cappelletti». Egli aveva messo a servizio una delle sue ordinanze. Il profosso sapeva bene che il Comando austriaco nontrovò alcun titolo da applicarmi una pena in base alla legge stataria, che era quella con cui si regolava; ma forse ignorava che era in obbligo di consegnarmi alle autorità pontificie, da cui la mia piena libertà dipendeva e che attesi tre anni.
Nella sera verso l'ora di notte il profosso mi condusse cogli altri quattro detenuti del giorno antecedente nell'ufficio di polizia; ma avendolo trovato chiuso, ci depositò nelle carceri della piazza. Quivi pure la qualità di segretario produsse un altro beneficio, e fu quello di far ottenere ai detenuti della stanza ove fui rinchiuso il benefizio di fumare e di tenere il lume la sera. Ogni mattina aspettava il rilascio o l'ordine di essere rimesso in libertà, ma dopo cinque giorni venne invece quello di essere trasferito in Forte Urbano, ove esistevano già vari detenuti politici.
[LXX.] Ebbi una dolce sorpresa in quel luogo vedendo che era sotto l'ispezione d'un vecchio amico carbonaro, di Baroncelli di Faenza: egli mi escluse dalle solite noiose visite personali, e mi condusse nel suo appartamento, ove mi espose che avrebbe fatto pei detenuti politici quanto le sue funzioni lo comportassero: «Mi servirete da segretario», e m'installò nel suo ufficio d'ispettore. Poi mi condusse in una stanza, ove teneva rinchiusi i detenuti politici di riguardo, e mi lasciò con loro, dandomi un buon letto con istramazzo. Ristauravasi nel Forte un altro corridoio che guardava lapiazza d'armi, chiamato le Colonnette, e quando fu accomodato mi lasciò scegliere le camere che meglio mi convenivano; cosicché fui in grado di favorire gli amici di Lugo, fra i quali l'avvocato Masi, Morandi e Bedeschi, che a me si unirono quando ivi ci rinchiusero. Si poté conseguire dalla fornitura il vitto di segretura in natura, cioè la carne e la minestra crude, ed il pane dell'infermeria che era bianco e buono: a queste provvigioni aggiungevamo una tangente ciascuno e si riusciva ad avere un secondo piatto. Il Bedeschi, esperto in affari di cucina, ci preparava sempre un buon pranzo: il vino, a spese comuni.
[LXXI.]Erano scorsi piú di sei mesi senza che venisse iniziato alcun processo, quindi ignorava sempre il vero titolo della mia prigionia; ma di ciò non prendeva alcun pensiero, né feci alcuna pratica in proposito: uscito dalle grinfie del Comando austriaco e della legge stataria nulla aveva piú che mi conturbasse. Finalmente venni traslocato nelle carceri di Ravenna: cosí ebbi modo di vedere spesso i miei congiunti e di essere servito da essi di tutto ciò che mi occorreva. La camera che mi venne assegnata era la migliore dello stabilimento, e guernita di una gran finestra con vetri senza l'impedimento del tamburo, in modo che si poteva vedere ed essere visto da chi transitava pel cortile del palazzo governativo. Essa era occupata da gente che non aveva accusa criminale. Il numerodei detenuti ristringevasi ad otto; ognuno aveva da casa pranzo e cena, riunivansi tutti i pasti e formavasi un convito variato e squisito. Poco dopo il mio arrivo nelle carceri di Ravenna, s'iniziò il processo che dappoi sí gran tempo attendeva. Io non intendo di porgere ragguagli su tale soggetto. Il secondo turno del Supremo tribunale della Sacra Consulta, tribunale istituito sulle norme di quello della Inquisizione, mi giudicò [28 gennaio 1851] colpevole di «minacce fatte al Magistrato anche letali in odio di officio», senza indicare quale Magistrato, e perciò mi condannò «a cinque anni di opera pubblica», ed alla pena di detenzione per «ritenzione di carte antipolitiche». Ma ecco il fatto genuino che mosse questa sentenza. La nostra Magistratura si dimise per non eseguire le operazioni elettorali, necessarie per la nomina dei membri alla Costituente romana del 1849; il Prolegato rinunciò pure alla sua carica per non assumerle; cosí vi era il pericolo che Ravenna rimanesse senza rappresentanti alla Costituente: vociferavasi che tutto ciò fosse l'effetto degli intrighi del segretario di legazione Garzía, uomo di principî clericali esaltati ed affezionato al cessato Governo. Quindi io come segretario del Circolo, che rappresentava l'opinione del paese, mi recai dal Garzía e lo consigliai ad allontanarsi dal posto che occupava per evitare un eccesso, mentre il popolo era contro di lui irritatissimo, ritenendo che impedissela nomina dei membri della Costituente. Il Garzía mi ringraziò del consiglio datogli; ma Gaspare Saporetti, che era un vero energumeno, aggiunse minacce ed improperi che io disapprovai interamente.
Comunicataci la sentenza [5 febbraio '51], fummo traslocati a Roma con mezzo straordinario, cioè con vettura a due cavalli. Da Ravenna a Pesaro il nostro conduttore, che fu un brigadiere, ci usò la cortesia di non ammanettarci; ed a un detenuto che entra in una carcere senza un tale arnese gli si usano sempre molti riguardi: perciò il maresciallo che da Pesaro ci fu di guida sino ad Ancona non ci lasciò liberi nel viaggio, ma solamente quando ponemmo il piede nelle carceri; però ci fu concesso di essere ammessi in una stanza che conteneva giovani instruiti e di merito e che ci favorirono una buona cena. In seguito non ci fu modo di scansare le manette, sebbene io cercassi d'interessare la vecchia guida a raccomandarci alla nuova per tale oggetto. In Spoleto fummo rinchiusi in un orrido sotterraneo, e ciò mi doleva perché ci conveniva di rimanervi 24 ore a causa di una festa che interrompeva la corrispondenza. In Otricoli ci occorse un curioso aneddoto: il paese era in movimento pel passaggio del re di Baviera che recavasi a Roma a visitare il papa. Il custode di quel piccolo paesetto cercava di trar profitto dai vari detenuti di qualche conto che capitavano alsuo albergo, ed era in ciò d'accordo colla moglie, donna giovane e di belle fattezze. Appena giunti, ella fece uscire dalla miglior camera che avesse una vecchietta, ivi pure detenuta, e ce l'assegnò rinnovando i sacconi della paglia, che dovevano servirci da letto; poi ci chiese se nulla ci occorreva: il Saporetti, che dal sorriso e dai modi sciolti con cui ci trattava concepí buone speranze alle soddisfazione dei venerei appetiti, ordinò un pranzo da tre, comprendendovi la ninfa; e il pranzo fu buono e lauto, ed aveva oltremodo avvivato lo spirito dell'amico, divenuto rosso come un gambero: i cibi furono gustati, ringraziò chi li aveva forniti, il Saporetti insisté per quanto formava l'intento dei suoi desiderî, e per risposta ebbe: «A mezzanotte». Io mi ero già gettato addosso alla vecchietta, che non mancò di visitarci specialmente al momento del pranzo, e all'ora di notte io era sul mio paglione in braccio al sonno. I sorci mi svegliarono piú volte, e vidi che l'amico stava in un'angosciosa aspettativa; al tocco della mezzanotte il carcere si aperse, ma invece della carceriera apparve il carceriere che venne a prendere un saccone; né piú si vide alcuno, e l'amico restò colla piva fuori del sacco. Nel mattino apparve la cara, linda e cortese, chiedendo se volevasi la colazione; l'amico rinacque a nuova speme e le rinnovò l'invito del giorno innanzi, che accolse: «Questa notte non ho potuto; ma fra poche ore,quando tutti attendono al passaggio del re, io sarò qui;» ed intanto ingoiò e non fu di ritorno che quando i carabinieri vennero a prenderci per proseguire il nostro viaggio, e profittò di un comodo posto che era nella vettura da posta per fare una passeggiata insieme coi carabinieri sino a Civita Castellana.
[LXXII.] Arrivati a Roma, fummo internati nelle segrete delle Carceri Nuove in via Giulia: ognuna è dedicata ad un santo, ma sarebbe bene che fosse consacrata ad un diavolo: tutte le segrete hanno una o due finestre nelle pareti laterali, quelle di via Giulia ne hanno una nel mezzo del soffitto, in modo che il povero detenuto che è esposto a quel largo pertugio riceve tutta l'umidità e l'acqua che da esso emana, essendo senza scuro. E qui bisogna far conoscere a chi non è pratico di carcere, che ognuno ha un capo eletto dal direttore, il quale è padrone di fare ciò che piú gli aggrada. Se il detenuto è in grado di pagare al capo una buona dose di vino con una pietanza, può avere da lui la grazia di collocare il suo paglione in un angolo della stanza, fuori dagli effluvi del finestrone; se no, è certo d'esservi messo sotto. Il capo della camera in cui fummo rinchiusi era un militare condannato a morte; il canone del vino era quotidiano, ma per buona sorte dopo pochi giorni fummo traslocati nelle carceri di Termini, luogo di deposito dove si agglomerano ogni sorta didelinquenti. Lo stabilimento è diretto da un capitano, che ha sotto di sé una quantità di aguzzini, perché trattasi di vegliare centinaia di persone. Io pregai il capitano di porci nel miglior luogo che vi fosse, e ci assegnò il corridoio dei discoli, ripieno di giovani dai sedici ai venti anni. Quel disgraziato, che come capo stanza doveva vegliarli, era in un imbarazzo dei piú scabrosi: essi pervenivano sempre ad aver carte da giuoco e passavano l'intera giornata nel farne uso esponendo per premio del vincitore della partita la pagnotta e la minestra che nel giorno dopo era ad ognuno somministrata, e quando facevasi la distribuzione del vitto, il perdente che aveva una fame maledetta non voleva arrendersi a soddisfare il suo obbligo; onde nascevano liti e lotte a cui il capo stanza non aveva modo di metter riparo. Il vizio del giuoco delle carte è proibitissimo nelle carceri; e pure non havvi luogo in cui sia piú avvivato che in essa. I mazzi di carte che servono all'intento vi abbondano: quando i detenuti hanno perduto quei pochi danari che posseggono, mettono in giuoco gli oggetti di vestiario, ciò che dà causa a varie dispute ben peggiori di quelle che sorgono fra i discoli; perché, se alcuno osa di fare il prepotente, può incorrere il caso che nel mattino si trovi soffocato senza che si abbia alcuna traccia del delitto. È il capo stanza che trae il maggior profitto dal giuoco, perché ad ogni tagliodeve avere un determinato tributo. Cosí pure è vietato di provvedersi di carta, penna e calamaio, e in quelle di Termini esistevano oggetti di cancelleria di ogni genere che si compravano occultamente dal capo stanza al prezzo che gli piaceva. Da ciò si vede che le sue funzioni sono molto lucrative, in modo da procurargli non pochi denari; credo che goda anche altri beneficî dalla fornitura del vitto: ha di certo razione doppia che vende a chi non ha sufficiente nutrimento, il quale consiste in tutte le carceri di larga in una pagnotta e in una minestra al lardo. Le carceri di Termini, come tutte le altre, sono soggette a sei visite, tre di giorno e tre di notte. Quando il capo guardiano entra nella camera dei detenuti è seguito da vari aguzzini armati di randello che cadono pesanti sul dosso di colui che al momento della visita fosse fuori dal suo posto, cioè fuori dal sacco di paglia assegnatogli. Stanco di rimanere nel corridoio dei discoli, a causa degli schifosi insetti che ivi si annidavano, dei litigi e querele che insorgevano di continuo, pregai con lettera il cardinale Marini, col quale mio padre aveva avute intrinseche relazioni quando era governatore laico in Ravenna, sotto il governo del cardinale Malvasia, di cui ritenevasi fosse figlio; e nel mentre che aspettava l'ordine di un cambiamento, una sera fu condotto a noi un nostro amico di cuore, un nostro concittadino, qualche tempo prima di noi arrestato,Epaminonda Rambelli, il figlio di quel Gaetano che fu impiccato per ordine della Commissione Invernizzi, di cui abbiamo già parlato. È indicibile la gioia che da noi si provò, specialmente quando ci disse che era rimesso in libertà e che era tradotto per corrispondenza ordinaria sino a Ravenna, ove avrebbe ottenuto l'opportuno rilascio. Egli rimase due notti e un giorno con noi, atteso l'intromissione di una festa che interruppe il corso della corrispondenza. Egli ci espose che avendo militato nelle truppe doganali, comandate dal colonnello Zambianchi e che cotanto si distinsero contro gli attacchi dei Francesi al tempo della Repubblica Romana, era stato incolpato di aver preso parte agli eccidî di San Calisto, ove vari frati vennero uccisi: ma non essendo risultato nel processo alcuna prova, mettevasi fuor di causa. Essendo stato improvviso l'ordine della sua istradazione e non avendo avuto tempo di farsi spedire da casa fondi necessari al viaggio, venne da noi provveduto di quanto gli occorreva.
[LXXIII.]Nel giorno dopo alla partenza dell'amico Epaminonda, venne l'ordine di essere trasferiti alle carceri di San Michele in Ripa Grande, magnifico locale, ampio, arioso e comodo. II luogo in cui fummo collocati formava un corridoio, illuminato da un larghissimo finestrone, e ai fianchi del medesimo s'innalzavano due ranghi di camerini pei detenuti, ove ognuno rimaneva libero:essi si aprivano nel mattino e si chiudevano due ore prima di sera, e durante la giornata il detenuto passeggiava in compagnia de' suoi camerati, sempre però sotto la sorveglianza di due gendarmi, che si cambiavano in ogni 24 ore. Il direttore del luogo era un maresciallo della stessa arma, conosciuto sotto il nome del Monco dei Monti, uomo di una severità indicibile. Verso di me mostravasi mansuetissimo, e mi trattava con cordialità; quando la notte recavasi alla visita dei camerini, e che mi trovava ancora alzato a leggere, mi salutava e soleva dirmi: «Eh! che non vi stancate di leggere?» senza toccare il polso ai catenacci ed alle ferriate secondo l'uso. Fra i gendarmi vi era sempre qualche benevolo, che ci teneva in relazione col di fuori e coll'altro corridoio dello stabilimento, ed io n'era il corrispondente. In ogni modo, siccome ci era permesso di far venire il pranzo dal di fuori, cosí si trovava modo di essere in corrente delle notizie le piú importanti coi biglietti che si nascondevano nelle pietanze o dentro il turacciolo dei fiaschi del vino. Tutti i detenuti di San Michele dipendevano dal Tribunale della Sacra Consulta, che è quanto dire addebitati di titolo politico; ivi feci conoscenza di Calandrelli e di molti altri personaggi di merito che si erano distinti in Roma nel '49.
[LXXIV.]Un giorno stando a conversare coi miei camerati venni a sapere che Epaminonda Rambelli, noto col nome di Moretto, era stato ricondottonelle carceri. A persuadermi di un fatto sí opposto a quanto egli stesso mi aveva asserito nel reclusorio del Termini, cioè della sua riacquistata libertà, diedi incarico ad uno dei detenuti che stava presso il primo camerone dello stabilimento, in cui si diceva il Rambelli essere stato rinchiuso, a verificare la voce prevalsa; e pur troppo la mattina seguente seppi che era stato ricondotto a Forlí per un confronto e che gli aggravi processuali erano accresciuti a suo danno, e di ciò fummo tutti afflittissimi; e una prova di quanto asseriva nasceva dai modi rigorosi con cui era trattato dal Monco, il quale entrava sempre nel suo tugurio colle pistole montate alla mano, senza mai accondiscendere a quanto di piú giusto sapeva chiedere. Dal secondo camerone venne trasferito nel primo, in quello in cui era, e non so come potesse ottenere la grazia di passeggiare un'ora del giorno quando tutti gli altri prigionieri erano rinchiusi. Ma questa grazia ci pose tutti in un grave imbroglio. Un vecchio capitano dei carabinieri, che si era compromesso negli affari politici del '49, era nel novero dei carcerati di San Michele e godeva il beneficio di avere di continuo l'accesso nel corridoio. Costui aveva militato nelle Romagne al tempo del dominio della Commissione Invernizzi e raccontava limpidamente gli arresti che vi aveva eseguiti, fra i quali quello di Gaetano Rambelli, padre di Epaminonda, il qualevenne, come abbiam detto, impiccato. Si ritenne che costui avrebbe raccontato le sue prodezze, come le rendeva note a tutti, anche ad Epaminonda; di certo sarebbe nato uno sconcerto pericoloso, perché egli, giovane ardente che sentiva la sciagura del padre nel piú intimo dell'animo, avrebbe rampognato il capitano con insulti e copertolo di vituperi. Per evitare ciò si riuscí a far credere ad Epaminonda che colui che vedeva nel corridoio nell'ora che gli era concessa di passeggio, era una spia del Governo tenuta fra noi appositamente per rilevare i detti, i motti di ciascuno, e lo consigliammo a tenerselo lontano e a non rispondere a qualunque interrogazione gli dirigesse, e gli facemmo le piú vive premure perché si attenesse al nostro precetto suggerito dall'affetto che noi tutti gli portavamo; cosí si poté evitare il danno da noi previsto, mentre Epaminonda si attenne strettamente ai nostri suggerimenti.
[LXXV.]Erano scorsi vari mesi da che la mia sentenza era emanata, né si risolveva di assegnarmi il luogo dove doveva scontare la pena inflittami: si parlava di Paliano, vecchio castello ridotto a carcere, e dove era stato trasferito già il degno patriota.....
In attesa ebbi la visita di monsignor Matteucci, Direttore generale di polizia, il quale mi chiese se aveva conoscenze in Roma valevoli a procurarmi una diminuzione di pena. Io gli feci intendere che non avrei mai chiesta grazia di sorta alcuna, perchénon aveva colpa, e mi se ne attribuiva a solo fine di punire in me il principio politico, mentre a niuno era dato di aggravarmi di addebito criminale; che conosceva il cardinale Marini, perché un tempo fu amico di mio padre e protettore della mia famiglia in triste evenienze; e che conosceva pur anche il principe de Merode, che era stato mio discepolo nel Belgio nell'insegnamento della lingua italiana. Alla parola Merode da me pronunziata, il Matteucci mi fece un urlo terribile, gridando: «Ma non sa che il Merode è l'anima del Pontefice? a lui si rivolga, e vedrà subito i buoni effetti del suo ricorso». — «Monsignore, le ripeto che non mi umilio a chicchessia, perché non ho peccati.» Ma dopo alcune settimane venne ordine che la pena si riducesse a sei mesi di carcere in casa; e nell'istante che fui presentato al cancelliere della Sacra Consulta per comunicarmi la disposizione emessa a mio favore, trovavasi nell'ufficio del medesimo il Rambelli, il quale mi si accostò e mi fece intendere che lo volevano ad ogni costo sagrificare, ma che avrebbe seguito l'esempio di suo padre; poi in pegno d'amicizia mi diede un bocchino da zigari che conservo tuttora. Nel punto che mi pregava di abbracciare sua madre, il Monco si accorse che egli meco parlava. Costui divenne una furia; voleva pormi alla catena, ma il cancelliere seppe calmarlo; ed io fui condotto dapprima alle carceridi Monte Citorio, o della piazza, in seguito in quelle di Termini per la seconda volta: cosí assaggiai non solo tutte le prigioni di Roma, ma ben anche tutte quelle che da Roma si estendono sino in Alessandria, come vedremo in appresso.
[LXXVI.] A Termini non venni piú rinchiuso nel corridoio dei ragazzi discoli, bensí in un salone di uomini adulti, aggravati d'ogni sorta di delitti; io ne contai piú di sessanta. Entrando dentro col mio sacco sulle spalle, che è quanto a dire col sacco che doveva servirmi da letto, su cui poneva lo stramazzo, inviatomi da casa, il capo stanza mi si fece incontro, prese egli il sacco e lo pose nel miglior posto del luogo, cioè lontano dalla latrina, mi disse di conoscermi, di sapere che io era un galantuomo, e mi pregò di comandarlo in tutto ciò che mi occorreva: io lo ringraziai molto delle sue cortesie. Non fu cosí di un altro venuto poco dopo il mio arrivo, il quale fu posto presso la latrina, e siccome io l'aveva conosciuto a San Michele, osai di raccomandarlo al capo stanza: «Signore, non s'interessi di lui, egli è un boia»; nome generico che si attribuisce a tutti coloro che non sono di aggradimento ai detenuti, e corre grave rischio il detenuto che entra in un salone con siffatto nome: soffre insulti, dileggi ed alle volte anche peggio; onde il malcapitato si fece presto cambiar di prigione. Non molto dopo venne un tale abbigliato signorilmente, esso pure col suosacco sulle spalle, e la prima parola che pronunziò entrando fu il mio nome: «Dalle carceri di Monte Citorio, soggiunse, da cui or vengo mi hanno consigliato di rivolgermi a lei, onde mi assista». — «Ma, signore, io sono nella condizione in cui ella si trova; tuttavia farò tutto quello che può esserle di giovamento»; e lo feci mettere presso il mio letto. Egli era al servizio di una famiglia francese, né so per qual titolo fosse arrestato: io lo consigliai di volgersi all'ufficio dell'ambasciatore francese per essere messo in libertà, mentre mi sembrò che si trattasse di oggetto politico.
In questo camerone il vizio del giuoco delle carte, chiamato zecchinetta, dominava piú che altrove, e il capo stanza faceva buoni affari col tributo che i giocatori erano tenuti di corrispondergli. Chi non aveva denari da applicarsi al giuoco occupavasi di fabbricare utensili di perlette di vetro, che facevano vendere in città, o a costruire figure di raschiatura di mattoni, manipolate con mollica di pane, che sembravano di gesso, e vi era chi in tali oggetti lavorava con una maestria sorprendente: mi ricordo di un Cristo in croce spirante che fu venduto ad uno straniero per non pochi scudi. Vi era chi si divertiva a fare i bussolotti con un garbo che incantava: chi aveva tale abilità apparteneva al rango dei borsaiuoli; infine vi erano vari che dilettavansi di rappresentare le azioni che avevan commesse, come assalti allepersone, assalti alle case, i raggiri usati per riuscire nei loro intenti che erano quelli di far suo quello che ad altri apparteneva: e potete ben credere che le scene erano eseguite con una naturalezza che nessun comico sarebbe in grado di superare, cosí che essi vi porgevano diversi modi di passare senza molta noia la giornata.
[LXXVII.]Finalmente monsignor Matteucci in persona venne ad annunziarmi il giorno della mia partenza per Ravenna [4 marzo 1852], ove doveva scontare, come dissi, sei mesi di carcere in casa. Il viaggio in vettura, accompagnato da un gendarme travestito, era a mie spese. La mia guida era buonissimo giovane; arrivato nella città, mi lasciava piena libertà, e noi ci trovavamo insieme solamente all'ora dei pasti che il vetturino era in obbligo di darci due al giorno. Il nostro viaggio non presentò alcun incidente, e arrivai a casa sano e salvo, in cui mi rinchiusi e rimasi sei mesi come se fossi di convalescenza.
Rassegnato alla mia sorte pensava piú a procurarmi mezzi di esistenza che alla politica, quando in capo a pochi giorni dal mio rimpatrio, fui ammesso nel Comitato del nuovo consorzio repubblicano, che erasi creato durante il tempo che io fui in carcere, onde dissi a chi mi comunicò l'ammissione: «Volete pormi nel caso di esclamare:appena vidi il sol che ne fui privo, perché se il Governo viene in qualche sospetto, colprecetto di cui sono aggravato, mi rimettono in carcere senza perder tempo. Ma non importa, io sono sempre pronto a sostenere i principi che professo, succeda quel che sa succedere». Il nostro nuovo Comitato ebbe una triste crisi a soffrire. Fu d'uopo tenere un congresso a Cesena, in cui intervenne un membro di ogni Comitato di Romagna, e Ravenna vi fu rappresentata dal degno patriota Augusto Branzanti: il convegno fu scoperto dal Comando austriaco per viltà e ribalderia di uno che vi apparteneva, ed il Branzanti con altri venne catturato e chiuso nelle carceri di Bologna. Gli Austriaci, come il solito, volevano che palesasse quale fu l'oggetto del convegno; lo sottomisero a mille rigori e torture, e finalmente a quella esecranda delle battiture sul deretano: ma egli non si arrese, e mostrò quel coraggio che è proprio di chi è convinto della fede politica che adotta; onde meritò una stima ed un affetto imperituro presso i suoi cittadini. Il Comitato rimase in piedi malgrado i pericoli in cui vedevasi esposto, e specialmente dopo l'insuccesso della insurrezione di Milano. Solamente nel 1859 aderí di fondersi con quello della Società nazionale italiana, nell'intento di costituire l'Italia libera ed indipendente coll'appoggio del Piemonte e della Francia. Ma io che non partecipava a siffatta fusione rimasi escluso dal movimento che si operò all'indicato fine nel 13 giugno 1859, nelquale Ravenna fu sgombra dalle autorità e dalle milizie pontificie ed il Governo affidato provvisoriamente ad una Commissione. I miei colleghi del Comitato repubblicano, mercé l'avvenuta fusione, ebbero onori e cariche; si può dire che signoreggiavano il paese. Di ciò punto mi curava, né io moveva lagnanze sulla mia trista posizione, essendo senza alcun mezzo di sussistenza e senza modo di rinvenirne; ma quello che m'indispettí fu l'intolleranza dei nuovi reggitori del paese, che a causa della tenacità de' miei principî repubblicani mi fecero una guerra a morte. Dapprima appiccarono sulle pareti esteriori di mia casa cartelloni in lettere cubitali in cui erano scritte queste parole:Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia, e il carattere era di qualità nero e rosso, significanti che i repubblicani erano in lega coi preti; poi mi fecero avvertire che tralasciassi di sostenere i principî repubblicani, altrimenti mi sarei esposto a gravissimi pericoli, infine mi si minacciò la carcere, ed ecco in che modo. Un impiegato della provincia, uomo estraneo ad ogni partito, mi fece avere un giornale in cui parlavasi di Mazzini e del movimento politico operatosi: io lo resi ostensibile a qualche amico. Allora il nuovo direttore di polizia Gueltrini, mio collega nel Comitato mazziniano, m'intimò di presentarmi al suo ufficio, e in modo burbero e dispotico mi disse di avere ordine di farmi arrestare: io risposi che mi teneva a sua disposizione.E poi cambiando discorso mi fece intendere che con dodici scudi al mese, stipendio assegnatoli dal cassiere camerale presso il quale era impiegato, non poteva sostenere la sua famiglia e che aveva accettato quel posto per migliorare di condizione. Al che io risposi: «Ognuno deve cercare il proprio interesse, né io voglio esser giudice dell'altrui azioni, ma dico bensí che pretendo si rispetti e si tolleri la mia opinione, sebbene non sia piú omogenea a chi conduce oggi le cose del paese: io sono repubblicano, non mi fondo come i metalli». Dopo scambiate alcune altre parole alquanto risentite da ambo le parti, mi lasciò libero. Privo di ogni mezzo di sussistenza, perché coll'ultima condanna aveva perduto l'impiego di protocollista datomi nel 1848, ricorsi al Municipio per quel tenue tributo vitalizio che mi poteva spettare, e l'ottenni; indi venni ammesso nell'archivio per dare assetto alle posizioni ivi raccolte, e quando si aperse il concorso del posto vacante di vicebibliotecario nella Classense, feci inchiesta per esservi compreso, e i miei vóti ebbero un pieno successo coll'accordarmelo, non per favoritismo, ma per requisiti che aveva prodotti; impiego però meschinissimo, non condegno alle funzioni che si esercitano, essendone lo stipendio inferiore di quello che si accorda ad un semplice scrivano; ma non ho mai usato pratiche perché mi si aumenti, né ho mai affacciatoin appoggio i sagrifici sostenuti per la causa della patria, mentre ero in dovere di fare ciò che per essa feci. Dopo la guerra ingiusta che mi si fece per essere rimasto fermo nei principi repubblicani, cioè in quei principi che adottai nel 1832 entrando nella Giovane Italia, insieme, come dissi, col conte Francesco Lovatelli, Giovanni Montanari ed Antonio Ghirardini, ebbi la consolazione di vederli risplendere piú vivi di prima, colla erezione successiva delle società del Progresso, promosse da Nicotera nell'incontro del meeting a favore della Polonia, della Unione democratica e del Circolo Carlo Cattaneo, nel quale il nome di Mazzini, iniquamente respinto nel '59, brillò di una nuova luce, e il gran Maestro divenne caro a tutti i buoni patrioti, il di cui numero superò quello dei moderati fusionisti: anzi molti di essi ripresero ad onorarlo ascrivendosi alle indicate società; ed io, vilipeso ed oltraggiato, ebbi il conforto di essere elevato alle prime cariche delle medesime. Cosí la mia devozione al grande Apostolo italiano ebbe un pieno trionfo, ed oggi pure in età di 73 anni, coi malanni che son propri di un'età tanto avanzata, appartengo alla società repubblicana in essere col titolo Pensiero ed Azione, né devierò mai dalla strada da sí lungo tempo tracciatami. Nacqui repubblicano, e tale voglio morire.
30 giugno 1877.
I padroni d'Italia, come quelli di Francia sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta scavarono fosse profonde, e nell'angolo piú oscuro di esse scrissero a caratteri di fango «Pei seguaci della Libertà».Amico del Popolo, N. 180.Sicut erat in principio et nunc....
I padroni d'Italia, come quelli di Francia sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta scavarono fosse profonde, e nell'angolo piú oscuro di esse scrissero a caratteri di fango «Pei seguaci della Libertà».
Amico del Popolo, N. 180.
Sicut erat in principio et nunc....
Era la notte del 5 giugno 1868, quando confortato lo stomaco con una sufficiente cena, mi avviai, secondo il mio solito, al caffè dell'Ancora d'Oro, situato, come a tutti è noto, nella strada di San Vittore, ove giunto ordinai una semata fresca. Il brigadiere S..... che frequentava pure quel luogo si fece vicino al banco, ove assorbiva, stando ritto, la mia bibita — prese un caffè, e mi diresse alcune parole, a cui seccamente risposi per convenienza, e me n'andai, determinato di fare un giro per la città a fine di godere sino a mezza notte la dolcezza dell'aria che spirava sotto un cielo oltre l'usato luminoso e sereno.
Ma l'uomo propone ed il destino dispone — quindi l'Arcangelo Gabriele che aveva presso di me libato il nettare arabico, scortato da non so quanti Serafini, mi tenne dietro sino alla metà del vicolo di San Crispino — là mi fece intendere una voce imponente, chiamandomi per nome, come se avesse avuto alcun che d'interessante da comunicarmi. Subito mi fermai, a lui mi rivolsi — già mi era alle calcagna — e gli dissi:
— In che posso favorirla?
— Abbia la compiacenza di venir meco.
— Sono ai suoi ordini.
Allora scartò da sé i Serafini che aveva di aiuto, e gli rimasi solo al fianco — e di buon passo, senza far piú motto, giungemmo al cancello della prigione.
Nell'attendere il carceriere, avvertito dell'arrivo di un nuovo ospite da una solenne scampanellata, egli mi chiese se conosceva il motivo del mio arresto.
Io poteva rispondergli che una tal conoscenza deve essere piú in chi lo opera che in chi lo soffre: ma a risparmio di parole gli dissi, che io non sapeva concepirlo — come difatti non mi riuscí d'indovinarlo tal quale il Fisco lo aveva ideato, anche quando potei a mio bell'agio applicare la mente ai casi miei. Intanto la porta si schiuse, e senza perder tempo ascesi svelto pel primo la scala, già a me ben nota, perché l'aveva piú volte percorsa.
Qui è inutile l'esporre ciò che il custode di guardia eseguisce sul carcerato, essendo ad ognuno palese che lo sottopone ad una visita accuratissima in ogni parte anche riservata del corpo — che guarda ed esamina attentamente gli oggetti che tiene — che li sequestra, e li consegna al capo, il quale se ne rende il depositario.
Pratico degli usi di prigione mi tolsi tosto da dosso l'orologio, il portamonete, le chiavi, e quant'altro io aveva nelle tasche, e lo posi sul tavolo d'ufficio — poi stesi le braccia in alto per agevolare al carceriere l'adempimento del suo incarico.
Compiuta la visita il capo fece intendere queste sole parole — al numero otto — Brutto numero, dissi fra me, avendo ben compreso dov'era posta la segreta, che l'additava. Il custode accese subito un lanternino — tirò fuori le chiavi del numero indicato — e datomi sulle spalle il sacco di paglia che doveva servirmi di letto, m'intimò di seguirlo — e fatti alcuni passi in uno stretto corridoio mi trovai dinanzi al tugurio assegnatomi.
Entratovi dentro vidi bene che era quale me lo era immaginato, cioè angusto, basso, umido — gettai il sacco lungo il muro di facciata alla porta — diedi un'occhiata alla parte opposta, e dal lume della luna che penetrava dal pertugio del tamburo della finestra, la quale si suole tenere aperta in estate affinché i prigionieri non siano soffocati dal caldo e dai miasmi, scorsi quattro corpi umani, ognuno avvolto in un lenzuolo sul proprio sacco. Stetti un istante a guardarli: costoro davano al luogo, già per sé tetro, il cupo aspetto di una camera mortuaria. Nessun di loro si mosse.malgrado lo stridore dei catenacci, il tintinnio delle chiavi, e le percosse dei battenti dell'uscio — e da ciò compresi che eranocavalli vecchi— è questo il nome che i carcerati si sono imposto. Per non restare lí dritto come un palo, spinsi il sacco contro il muro — lo schiacciai colle ginocchie per togliergli quella rotondità che m'impediva di occuparlo — e mi vi distesi sopra cosí abbigliato com'era.
Allora diversi pensieri m'ingombrarono la mente — quello dei congiunti piú di ogni altro turbavami — ma seppi presto quietarlo, persuadendomi che fosse in essi quella superiorità di animo che io sentiva. Poi mi tornò all'idea l'inchiesta del brigadiere,se conosceva il motivo del mio arresto— e mi pentiva di non avergli risposto «sí che lo conosco — e sta nei principi democratici che professo, nel propugnarli con ogni mio sforzo — sta nell'inveire contro le male opere che commettete, contro gli arbitri che usate, dei quali sono ora io stesso un chiaro esempio» — e m'infervorava come se avessi avuto dinanzi l'intera curia fiscale unita alla ciurma che l'appoggia, quando uno dei carcerati scese giú dal sacco, e nell'urtare coi piedi nel mio lo intesi esclamare:
— Oh! un nuovo cavallo.
Ed accostatosi alla latrina la scoperse, e vi orinò dentro movendo un puzzo esecrabile che mi costrinse di levarmi il giubbetto, e di gettarmelo sulla testa per impedire che mi percuotesse gli organi sensitivi dell'odorato — e cosí imbacuccato mi volsi verso il muro, e non tardai a chiudere gli occhi al sonno.
Suonavano le quattro quando mi destai — e il giorno era abbastanza avanzato per darmi modo di scorgere ben bene i miei quattro camerati — essi dormivano ancora saporitamente, scoperti sino al petto — e potei rilevare che erano uomini nella forza dell'età, e di solida tempra.
Zelante esecutore delle pratiche di carcere, piegai il mio sacco, ne feci un comodo sedile, e l'incalzai nell'angolo per guadagnar spazio — indi presi la scopa, e ridussi presso la porta la paglia caduta dal sacco nel ravvolgerlo, affinché i camerati vedessero nello svegliarsi che non avevano a che fare con un coscritto — da ultimo infissi un vecchio cucchiaio di legno, rinvenuto sulla banchina della finestra, entro un buco del muro a sostegno del giubbetto e del cappello — e col fazzoletto seppi costruirmi un berrettino in punta. Intanto gli amici l'uno dopo l'altro si scossero — e nel vedermi installato colle debite forme mi diedero cordialmenteil buon giorno. Ma mi accorsi che non potevano convincersi che io fossi uno de' suoi — forse a causa dei panni che mi coprivano — forse anche perché i modi e i lineamenti del mio volto non corrispondevano alle viste loro — e qui bisogna rimarcare che i vecchi carcerati hanno un tatto finissimo nel giudicare dalle fisonomie.
Alle sei si ebbe la prima visita, la quale di giorno e di notte si rinnova di tre in tre ore — si opera sempre in presenza del capo o del sotto capo, da due guardie che con ogni diligenza tastano il polso ai ferri delle finestre, ed esaminano se le porte e gli sportelli sono affetti del male dei tarli. In pari tempo due uomini di pena portano via le immondizie, ed il vaso degli escrementi che riportano vuoto e netto — poi una delle guardie nota gli oggetti permessi che il detenuto ordina specialmente per uso boccolico, se ha fondi in deposito.
Dopo la visita si distribuisce il pane che è di 750 grammi, diviso in due pagnotte — l'una si dà nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga — l'altra metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che per la sua pessima qualità ha il nome disbobla. La seconda serve di cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di far tanto d'occhi per ingoiarla.
Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi — ecco un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato.
Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di occuparmeneio pure — poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che si recò lasbobla, la quale valse a distrarci alquanto — poi giunse il mio pranzo che in gran parte si divisero — e poco dopo fui trasferito nel numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può esimersi dall'osservare.
La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna sempre un perfetto comunismo.
La nuova camera era un paradiso in confronto della prima — grande, ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le quali trovai alcuno di mia conoscenza — perciò lo spirito, sbarazzatosi dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi mangiando soavemente a cena coi camerati — poi fumato uno zigaretto mi stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque del mattino:
— Si alzi — a momenti si parte.
— Per dove?
Niuno rispose.
Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna — e dovei chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava.
Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi:
— Scusate — mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini.
— Non s'inganna punto — io sono addetto dappoi vari anni al loro consorzio.
— Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio.
Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto — invece mi s'imbrogliarono maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla politica.
Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima lor cura fu di ammanettarli a due a duead uso dei pollastri che si conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti.
Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia — io me ne stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata — in ogni angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti — saggia precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si concentra — e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto, caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo sportello aperto.
A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del convoglio, nel passaggio della sala della stazione — e guardati a vista dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi dei curiosi — ed intesi queste parole:
— Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo?
Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de' nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col latte — ed a me porse qualche denaro.
Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in Monte — poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra gente di galera e come essi trattati.
Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri nauseanti insetti. — Non si creda però che un sí tristo procedere ci sconcertasse — anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una coscienza senza macchia.
Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni, mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli:
— Le allenti un poco se è possibile — vede bene che io sono vecchio....
Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite.
— Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito — cosí va bene.
Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno imperativo d'imitarmi.
Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano, soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto sí crudele — mai vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio.
Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati — ed ecco come.
Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al numero dei carcerati.
— Che importa? disse il brigadiere — che una cella serva per due, ed anche per tre se occorre.
E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a chiave.
Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellinimi cedé il suo sedile — e dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni verso.
— È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati — ho provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene infliggere — mai ne ho provato uno eguale.
Poco dopo s'intese a gridare:
— Brigadiere! fate fermare la vettura — uno de' nostri è caduto in grave svenimento — non dà piú segno di vita — aiuto per carità.
Sapete qual fu la risposta del brigadiere?
— Che crepino quanti sono — una ciurma di malfattori di meno.
Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi. Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida. — Quando egli discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro.
Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani con due piccole ali ai fianchi — ogni piano conta undici cameroni — nello spazio di uno di essi havvi l'ingresso — ogni camerone può contenere sedici letti — ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata nell'interno da' cristalli — i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a volta — lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per deporvi panni, vasi ed altro — nell'estate sono altrettanti covaccioli di cimici — sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che in queste le sbarre sono di ferro — cosicché il carcerato resta sempre in vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da ogni altro movimentoriusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse al Fisco — ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune guardie subalterne — quella di servizio non abbandona mai il corridoio. — La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di linea, comandata da un ufficiale.
Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che modo. — L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa dormendo — ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio, o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o aprendo e chiudendo con fracasso le porte. — Un altro rompitesta ci veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le sentinelle ripetevansi a vicenda — e perché ci colpissero bene le orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora di mandarle fuori.
Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale a quello che si somministra ai galeotti — . Le pagnotte erano sempre fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio, non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi — una lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo — né valsero reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti.
Il Forte di Bormida, lontano tre chilometri da Alessandria, isolato, doveva essere provveduto di un medico permanente e di una farmacia, specialmente quando nell'agosto vi si trasferirono i ravegnani detenuti in Pinarolo, i quali allora ascesero sino al numero di quaranta. Era un provvedimento suggerito dal piú semplice senso di umanità, a fine di essere in grado di porgere pronti soccorsi a chi fosse caduto in qualche sconcerto fisico: lo che facilmente succede nelle comunanze ove trovasi gente diversa per età, per temperamento e per abitudini. Ma invece la visita del medico ottenevasi per lo meno 24 ore dopo l'ordinazione, ed un eguale spazio di tempo scorreva prima di avere imedicinali — ed in quarant'otto ore anche una lieve costipazione poteva divenire una infiammazione di petto, valevole a gettare uno nel numero dei piú.
Avventurosamente a pochi e leggieri sconcerti soggiacemmo — uno solo di entità afflisse Ugo Leonardi, affetto di malattia al cuore — egli cadde in uno stato veramente compassionevole, e deperiva a colpo d'occhio. Sovente passava la notte alzato, seduto sopra un'asse della lettiera, non potendo, per l'affanno che lo opprimeva, tenersi sul duro sacco, che ci provvedevano per dormire. Egli sentiva estremo bisogno di respirare un poco d'aria fresca — ma chi osava aprire la finestra di notte, ben sapendo che le sentinelle di fuori e di dentro avevano ordine di farci fuoco addosso, anche di giorno, se ad essa avvicinati di troppo non si fosse obbedito alla prima intimazione di allontanarsene?
Infine il Leonardi, anche da noi eccitato, dovè risolversi a consultare il medico del Forte sulla malattia che lo vessava, colla intenzione, constatata che fosse da regolare documento, di chiedere alle Autorità competenti una traslocazione nelle carceri del proprio paese, ove favorito dall'aria nativa poteva conseguire sensibili miglioramenti. Il medico si prestò all'invito, ma con aria imperiosa, disdicevole alla filantropica professione che esercitava — e ciò fu un tristo preludio alle mire dell'ammalato. Difatti egli non volle in niun conto ammettere il male espostogli, malgrado che gli si facesse conoscere di essere stato appieno verificato dai medici primari di Ravenna — anzi siffatte asserzioni lo inacerbirono, ritenendo forse che si affacciassero a solo fine di accusarlo d'imperizia — e per indurlo ad una seconda visita piú accurata della prima, si ebbe bisogno di ricorrere alla regia Procura di Alessandria. Né si arrese per vecchio vizio di caparbietà di certo prodotto da presunzione, onde il Leonardi per giustificarsi, e per riuscire nell'intento di una traslocazione, fecesi trasmettere da Ravenna i certificati, in forma autentica, dei professori Sancasciani e Montanari, comprovanti il morbo nel senso manifestato. Ma la regia Procura dichiarò che era in obbligo di rigettarli, perché riconosceva per valide solamente le attestazioni del medico curante del luogo — cosí erasi tra l'incudine ed il martello.
Intanto a forza di esami e contro esami giudiziali, di ricerche e d'investigazioni il Fisco dovè convincersi che i carcerati di Bormida non avevano neppur l'ombra di reato comune. Ma si accorse però che erano infetti di radicalismoo di democrazia pura, e fu chi pose in opera ogni sforzo per levar loro da dosso sí trista infezione — fra i mezzi adottati all'uopo è da notarsi l'invio a Bormida di alcuni grassi beccafichi del Signore, che distribuirono ai detenuti libriccini di preghiere, ed ispiraron loro con edificanti parole le massime che sono da professarsi per non incorrere mai in disgrazie.
Qual fosse l'esito della loro missione ognuno lo può da sé prevedere senza bisogno di addurlo: ed intanto che altro concertavasi per convertirci, si dispose di ricondurci nelle carceri de' nostri paesi per indi riavere quella libertà che niuno doveva toglierci, se si fossero rispettati i retti dettami della Giustizia.
Ma prima di chiudere il racconto convien parlare degli esami a cui soggiacqui, iniziati non già nel termine di 24 ore come la legge prescrive, bensí quasi dopo un mese di carcere.
Dalle prime interrogazioni direttemi dal Giudice Istruttore compresi che il mio arresto, e quello de' miei colleghi, fu promosso dall'omicidio del Procurator regio Avv. Cappa. Mi accorsi egualmente che volevasi attribuire al fatto un colore meramente politico — e allora dissi fra me:
— Non è da stupire se l'Unione democratica è presa di mira in sí trista faccenda.
E conobbi benissimo che si agiva dietro l'impulso di persone influenti del paese, le quali avevano già tessute con nere fila la biografia dei cittadini che la compongono — quindi consideravasi come un nido di sediziosi e come un continuo fomite di disturbi — e posso dire che chiari mi apparirono gli artifizi usati a danno della medesima.
In causa pertanto dei rapporti di chi tanto la avversava, il Giudice insisteva a dirmi:
— Che la nostra Unione democratica in apparenza mostrava rette tendenze, ma che occultava perversi disegni, e volle che gli precisassi il senso della parolamiglioramento sociale, da me usata nel precedente esame — poi pretendeva che io gli porgessi il nome di tutti i soci.
A tutto ciò risposi che la Unione democratica ravennate erasi instituita per mettere in accordo i liberali del 59 con quelli del 49 — che non aveva altri intenti che quelli determinati dal suo statuto, resi di pubblica ragione colla stampa — che la espressionemiglioramento socialespiegavasi da sé, né potendo denotarecambiamentonon doveva essere di pregiudizio a chicchessia — e che la Società avendosempre agito alla scoperta, senza alcun mistero, era pienamente nota alla polizia, a cui poteva rivolgersi per ottenere la lista di coloro che la costituivano.
In seguito il Giudice mi domandò se io conosceva il giovane Giulio Berghinzoni — se apparteneva alla Unione democratica — e quali relazioni io aveva con lui. Subito mi avvidi che il povero Giulio compariva nel processo con serii aggravi — anzi dallo spirito delle inchieste mi parve di ravvisare che si volesse ritenere come mandatario nell'omicidio accennato. — Io risposi senza esitare che conosceva il Berghinzoni — che era addetto alla ricordata Unione — che io non aveva con lui alcuna relazione, perché come giovane frequentava luoghi e persone a me vecchio interamente estranei. Aggiunsi che in Società non godeva alcun grado — che di rado interveniva alle adunanze — e che stava perciò per essere rimosso dalla medesima — la qual cosa giovava ad escludere quegli eccitamenti che ritenevansi venirgli dalla Società stessa.
Tutti gli esami subiti dagli altri detenuti furono modulati sul mio — perciò mi astengo di darne contezza.
Non posso però esimermi dal riferire quello sostenuto dal vecchio Berghinzoni, padre del ricordato Giulio. Dopo varie domande gli si chiese se apparteneva alla Società democratica del suo paese, la quale si onora di avere a preside, disse il Giudice con aria derisoria, l'apostolo Giuseppe Mazzini.
— Io non so nulla né di democratica, né di filodrammatica — né di Mazzini, né di Mazzoni — io appartengo ad una Società che ha dei nomi che meglio si capiscono.
— E quale è la Società a cui siete addetto? disse il Giudice con quella curiosità che è propria di chi crede di essere oramai sul punto di rinvenire qualche cosa che lo appaghi.
— È la Società, rispose Berghinzoni, o per meglio dire, la pia Unione della Mercede.
— E quale è il suo programma?
— Eccolo — e trasse fuori un lungo rosario, oggetto insequestrabile — perciò gli era rimasto in tasca — e per spiegarsi piú chiaramente aggiunse che era una istituzione santa creata nello scopo di procurare la salute eterna dell'anima.
Con due brevi interrogatori a ciascuno diedesi compimento al processo — e sebbene si fosse cominciato tardi, in capo a due mesi potevasi benissimo sbrigare la nostracausa. Ma ne erano scorsi piú di quattro senza risultato. Alla fine poco dopo la metà di ottobre con tre spedizioni successive si sgombrò il Forte — la prima di dodici detenuti, fra i quali io era compreso, venne diretta alle carceri di Ravenna — le altre due in quelle di Lugo e Faenza.
Nel ritorno fummo trattati come nell'andata, cioè incassati nelle celle, stretti dalle manette, e gettati negli stabiali che chiamansi camere della corrispondenza. Si fece però nel retrocedere una fermata di piú, la quale ebbe luogo nelle prigioni di Castel Bolognese, ove pernottammo. La benevolenza degli amici di quel paesetto, dimostrataci con atti i piú cortesi, ci confortò di tutte le angosce sino allora sofferte.
Altra splendida prova di amore ci porsero i nostri cittadini nel giungere tra loro — essi vennero in folla ad assistere alla nostra discesa nella stazione della ferrovia, esprimendoci i sensi della piú sincera esultanza nel rivederci, e stringendoci la mano con inesprimibile tenerezza — cosí energicamente protestavasi contro le ingiurie usateci — cosí dimostravasi col fatto «che le prigionie arbitrarie sono, come dice Lamartine, corone civiche per gli uomini dabbene.»
Dalla stazione fummo condotti inomnibusalle carceri, ed ivi tenuti sino al 5 novembre, nel qual giorno ci fu concesso di rientrare nel seno delle nostre desolate famiglie.
Questa relazione scritta alla buona, senz'astio e senza offesa, è per coloro che decantano ancora le gioie del sistema che ci regge, affinché possano trarre dei fatti quelle verità che la passione loro occulta. Sappiano bene «che non v'è Nazione senza il rispetto alla libertà individuale — che essa è la base di tutte le libertà e di tutti i diritti — e se la base non è solida tutto si sfascia. E sventuratamente piú noi gridiamo, piú gli agenti dell'Autorità sembrano compiacersi nel calpestare questa libertà tanto necessaria.»
P. Uccellini.
I.LaBiografiadell'Uccellini, cit. nella prefazione, indica il 9 giugno come giorno della sua nascita; ma la vera data è il 9 gennaio 1804, come confermano i registri battesimali. Madre dell'autore fuChiara Rasi.
II.Luigi Uccellini, padre dell'autore, fu nel 1797-99 tra i piú ferventi giacobini di Ravenna e nella protesta di Ruggero Gamba Ghiselli presentata al Corpo legislativo Cisalpino (cfr. cap. XXVIII), si sottoscrisse con queste enfatiche parole:Luigi Uccellini vuol vivere e morir libero, pria che i cospiratori atterrino la Costituzione; onde poi nelle note di proscrizione formate dai reazionari al venire degli Austro-russi fu cosí descritto: «Costui è nel numero dei piú scelerati; è in quelli che atterrarono le Croci e vilipesero le sacre immagini; continuo bestemmiatore; ateista, o deista; nemico acerrimo de' Principi; avendo ancora commesse le ultime e somme oscenità avanti le monache di S. Caterina in Cesena; ha pure costui sovvertita molta gioventú, e specialmente tutta la famiglia del sig. Giovanni Fava, cioè tutti li suoi, maschi e femmine». In un suo memoriale del 1807 Luigi Uccellini scriveva di sé: «... All'apparire del nuovo ordine di cose in questo Dipartimento, io fui uno di quelli, che mi distinsi tra i primi per il sincero attaccamento, e fu tale la mia condotta, che passato il primo triennio, e non avendo avuto tempo di sottrarmi dalle sante zanne dei reggenti austriaci imperiali, fui nella stessa mia patria per il solo titolo di supposto giacobinismo condannato alli 9 giugno 1800 alli ferri per 10 anni, dopo sette mesi di orribile carcere. Liberato dai ceppi, ritornato il nuovo sistema, avvicinaisempre diverse Autorità; e siccome la mia professione di compositore tipografo mi somministrava scarsi mezzi di vivere, cercai impiego, ed ottenni quello di commesso protocollista nella sezione di polizia, con approvazione particolare di Governo, nel qual impiego rimasi sino a che le sezioni di polizia cessarono di appartenere alle municipalità... Per ben due volte sono stato ufficiale municipale ai registri civili, in tempo che vennero sospesi chi ne faceano le funzioni... Nella difficile impresa della coscrizione io venni scelto delegato in diverse ville, ed il Consiglio distrettuale encomiò in modo lusinghiero per me i miei portamenti, giacché ebbi la soddisfazione di persuadere con la voce non piccolo numero di gioventú contadina, che meco volontaria si prestò alla legge. L'amministrazione municipale mi onorò pure con eguale titolo per la formazione dei ruoli generali della città e borghi: operazione laboriosa, che di concerto coi signori parrochi fu da me compita; operazione che mi venne affidata, attese le locali mie cognizioni. L'amministrazione, da me pure lodevolmente tenuta, del Forno normale, interesse di qualche rilevanza, è degna pure di menzione, e ne presento il certificato dei conduttori pubblici. Non parlo del costante mio servizio nella Guardia nazionale fino dai primi momenti della sua istituzione; dirò solo che non dal voto di una Autorità, ma da quello d'un'intera scelta compagnia fui nominato primo tenente de' Cacciatori, e poscia per disposizione municipale, membro del Consiglio di disciplina. Della mia condotta politica niuna Autorità ha mai potuto dubitare, e sono sempre stato considerato per uno dei piú sostenitori, in patria, del presente sistema...». Questi servigi e queste benemerenze non valsero a persuadere la Direzione generale della polizia del Regno italico, la quale giudicando l'Uccelliniimproprio a ben coprire le incombenze di una magistratura di poliziarevocò l'incarico di Ispettore di polizia in Ravenna, conferitogli nel gennaio 1807 dal commissario d'alta polizia nel dipartimento del Rubicone, Antonio Mulazzani. Tornò quindi al piú modesto ufficio di commesso municipale, che tenne sino alla morte, dalla quale fu colto nell'età di 62 anni nel 1834 — Il fatto dell'atterramento delle Croci, che commosse le anime pie dei buoni ravennati, non fu dopo la battaglia di Marengo, come credette l'autore, ma nel tempo della prima occupazione francese, e precisamente una notte del mese di aprile 1798: perquel fatto furono arrestati il municipalista Tommaso Lovatelli, gli ufficiali e graduati della Guardia nazionale Giuseppe Severi, Domenico Montanari, Andrea Garavini, Antonio Casoni e inoltre Luigi Uccellini, Battista Pio e Gaspare Collina; ma il 20 aprile giunse da Milano l'ordine di annullare il processo, e gli arrestati furono rimessi in libertà (P. Raisi,Giorn. di Ravenna, ms. nella Classense).
III.I maestri dell'autore qui ricordati dovevano essere insegnanti privati; certo i loro nomi non si trovano tra quelli delle scuole annesse al Collegio, delle quali sta tessendo la storia il prof. P. Amaducci.
IV.Giuseppe Zalamella, eccellente avvocato romagnolo e buon patriota, fu fatto professore di giurisprudenza nelle scuole del Liceo-convitto, istituito in Ravenna per decreto del viceré Eugenio 21 marzo 1809, in luogo dell'antico Collegio dei Nobili; e tenne quell'insegnamento anche dopo la restaurazione del Governo pontificio sino al 1820.
Lasciati gli studi l'autore ebbe un modesto impiego di commesso nell'ufficio del Registro, sotto il proposto Filippo Spallazzi: in quest'ufficio ebbe compagno Giulio Fanti, che si legò all'Uccellini d'amicizia fraterna, ne sposò la sorella Reparata, e sovvenne lui e la famiglia nel tempo della prigionia e dell'esilio.
V.Questo e i seguenti capitoli sulla Carboneria meriterebbero una diffusa illustrazione; ma passo oltre per non ingrossar di troppo il volumetto. Solamente accennerò che a queste pagine sarebbero opportuno riscontro quelle che l'Uccellinipubblicò nelDiario Ravennate per l'a. bisestile 1864(Ravenna, tip. Nazionale, 1863), pp. 7-17, col titolo diPersecuzioni politiche 1821-1825; e che se ne giovò opportunamenteE. Masiper il suo studio suiCospiratori in Romagna dal 1815 al 1859(Bologna, Zanichelli, 1891).
VI.Luigi Ghetti, qui ricordato, era un sensale che curava gli affari di una sorella, maritata in Dragoni, proprietaria di una pila da riso nel suburbio di Ravenna: favoreggiatore dei liberali, fu intorno al 1850 economo delle Accademie filodrammatica e filarmonica; e caduto in povertà, visse sussidiato dai signori ravennati fin verso il 1875.
Piú nobile figura è quella diAndrea Garavini, introduttoree capo in Ravenna della Carboneria: nato verso il 1775, esercitò l'arte del fabbro, e con la schiettezza dell'animo e la rettitudine della vita si rese familiare a molte persone di piú agiata condizione, tra le quali cominciavano a diffondersi idee liberali; prima ancora della prima venuta dei Francesi in Romagna nel 1796, ebbe a soffrire persecuzioni e fu costretto ad allontanarsi dalla patria, dove poi nel triennio della Cisalpina fu tra i piú caldi sostenitori delle idee democratiche:Andrea Garavini chiede vendetta contro li cospiratori; cosí è sottoscritto nella protesta del Gamba Ghiselli. Fuggí da Ravenna alla venuta degli Austriaci nel '99 e riparò in Ancona, donde il generale Monnier negli ultimi tempi della memorabile difesa (cfr.M. A. Mangourit,Défense d'Ancone et des départemens romains, le Tronto, le Musone et le Metauro, par le général Monnier, aux annéesVIIetVIII, Paris, Pougens 1802) lo mandò nell'Italia centrale con una difficile commissione, quella di far giungere all'incaricato francese in Parma notizie certe della guarnigione franco-cisalpina assediata. Tornò quindi a Ravenna e fu arrestato e condannato a tre mesi di detenzione nel convento dei cappuccini; donde fuggí a Bologna. Dopo Marengo potè vivere tranquillo in patria e vi ottenne ed esercitò durante il Regno italico l'ufficio di usciere. Quando Murat alzò il grido d'indipendenza, il Garavini prese le armi e alla testa di cinquanta uomini scacciò da Sant'Alberto un distaccamento di Austriaci; ma fallito quel moto esulò in Francia, donde ritornò in patria alla fine del 1815, e vi campò lavorando come copista e contabile in aziende private. «Integerrimo sempre — cosí scrisse del Garavini chi lo conobbe (Diario ravennate per l'a. 1867, Ravenna, tipografia Angeletti, 1866, p. 39) — e fermo ne' suoi principi, e mal tollerando la tirannide clericale che rialzava la testa a danno comune, si associò alla sètta dei Carbonari che da Napoli erasi diffusa in tutta la penisola... Egli fu uno dei membri piú influenti dellavenditaravennate, la diresse piú volte come presidente, ed impedí per quanto potè gli eccessi che lo spirito di parte facilmente allora promoveva, specialmente a motivo delle sevizie della polizia, ben ravvisando quanto essi erano di nocumento al paese ed alla causa che propugnava. Quindi respinse la proposta di un alto personaggio dellavenditadi Forlí, fattagli, sui primordi della restaurazione, sotto l'aspetto di atto patriottico, ma che tendeva, come bene egli s'accorse, afavorire l'interesse della propria città a danno della nostra per la preminenza della Romagna. Era una vittima che il Forlivese voleva pel proprio altare. Si sa che gli offerse un cartoccio di monete d'oro per la esecuzione della proposta; ma il Garavini lo rigettò con sdegno, nell'istante che aveva dato da vendere due cavalletti di ferro per sopperire ad alcune urgenti provviste di casa: ciò che mostra sempre piú la nobiltà del suo animo. Un'altra volta egli fu eccitato a prender parte ad una congiura diretta a far soccombere il Legato della provincia, mediante una macchina infernale da porsi sotto la di lui carrozza. Il momento ed il luogo erano già scelti con molto avvedimento, la macchina stava in pronto e doveva scoppiare quando la carrozza movevasi. Ma il Garavini impedí che si effettuasse il disegno, facendo conoscere a chi l'aveva concepito, che atterrando l'uomo si reca non utile, ma danno al principio che si vuol far prevalere...». Scoppiata la rivoluzione del '31, il Garavini, valido ancora di forze e fresco di spirito, riprese le armi e fece parte come quartiermastro della colonna mobile ravennate che partecipò ai fatti di S. Leo, di Ancona e di Rieti; e spento quel moto, fu compreso nell'amnistia, sebbene negli anni di poi la polizia non cessasse mai di molestarlo. Nel 1848 fu uno dei presidenti del Circolo popolare e nel periodo repubblicano del '49 fu il vero idolo del popolo ravennate, che vedeva personificate in lui le tradizioni democratiche di piú generazioni. Restaurato di nuovo il Governo pontificio, il Garavini, che frattanto era stato eletto primo massaro della Casa Matha, diè tutta l'operosità sua all'amministrazione di quell'antichissimo istituto e «con animo ardito e costante i diritti della Società difese e rivendicò»: cosí attesta l'epigrafe inscritta sotto il suo busto scolpito da Enrico Pazzi nella residenza sociale. Morí il Garavini nel 1855, durante l'epidemia colerica, e la sua morte fu lutto dell'intiera città.