[XXXII.]Il cardinal Bernetti non si limitò a suscitare la guerra civile coi manifesti; egli fece conferire dal papa al cardinal Benvenuti l'alta dignità di Legatoa laterenell'intento di condurre ad effetto la perversa volontà sua. Ma il Legato fu arrestato dai liberali in Osimo e condotto prigioniero inBologna: si ebbe gran fatica a salvarlo dal furore delle popolazioni dei luoghi in cui transitava.
Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che avversava il principio del non intervento; e quando il principe di Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volontà dell'imperatore Francesco, espresse «che non intendeva di riconoscere il non intervento in quanto concerneva l'Italia, che era deciso di estendere le armi imperiali sin dove vigeva l'insurrezione, e che dichiarava che se l'intervento doveva condurlo alla guerra, essa succedesse pure, preferendo di correrne i rischi che di trovarsi esposto a perire fra le sommosse», per tutto ciò Luigi Filippo, che nella pace e nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono conseguito, annuí alle mire dell'Austria, e il principio da lui proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve: mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato di Modena, riconducendovi il duca che sfogò l'ira sua contro i prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriacisi avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione lungo il Po di Primaro, inviò a Ravenna il generale Ollini con duemila uomini, e il generale Grabinsky si acquartierò in Forlí. Ma quando il Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando militare rannodò le sue falangi in Rimini.
Gli Austriaci in numero di cinque mila con cavalleria e cannoni, diretti dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dové esso per due volte retrocedere. È qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnovò la pugna con maggiore accanimento (25 marzo) per quattro ore circa;poi non potendo il corpo degli insorti sostenere piú oltre il cozzo del nemico, tanto sproporzionato, si ritirò verso Ancona. Gli Austriaci contarono morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di nome e di vaglia perí fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla difesa della patria.
E Sercognani dov'era? che cosa operava per la santa causa assunta? Ei si ritrasse colla sua legione a Spoleto, dove la disarmò e la sciolse, e le armi furono prese in consegna dal vescovo G. Maria Mastai, or Pio IX. Ma non doveva egli condurla ad Ancona, aggiungerla ai prodi che avevano resistito con tanto coraggio al nemico in Rimini e rinforzare i loro battaglioni e disporsi ad un assedio che poteva con una capitolazione procurare loro patti favorevoli? Si vociferò che il Sercognani avesse intascato dodicimila scudi dal Governo pontificio per tale scioglimento; non si addussero prove all'uopo, ma il di lui procedere appariva con tutti i sintomi di tradimento. Anche i capi del Governo si dimisero con troppa sollecitudine, e Zucchi dové pur congedare le sue truppe. I piú compromessi s'imbarcarono per le Isole Ionie, ma vennero catturati da due legni austriaci, che li menarono prigionieri in Venezia: nel 22 aprile furonoliberi di recarsi dove avevano disposto di andare prima del loro arresto. Il figlio del prefetto Poggi voleva trarmi secolui nella fuga, ma io volli attenermi ai consigli del conte Eduardo Fabbri che trovavasi esso pure in Ancona, il quale mi indusse a ritornare a Ravenna.
[XXXIII.]Prima della loro partenza i membri del depresso Governo rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26 [marzo '31] si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi fatti, che agli esteri concedevasi piena facoltà di uscire dallo Stato, che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'iniziò la rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani ricusò di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la disapprovò interamente con editto del 5 aprile, perché lasciava «illesi», dichiarava il Papa in quell'atto stesso, «illesi gli elementi della ribellione» e «non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti, che tanto piú ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel che ne arrestava il vorticoso torrente», l'aiuto austriaco; e con successivo editto di Bernetti furono«sciolti i corpi militari di qualsivoglia arma, ... stazionati nelle provincie in cui poi si estese la ribellione». Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria credé utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il Governo fosse in grado di fornire la città di una guarnigione, necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi, coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualità di segretario del Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla dignità di Delegato pontificio, s'inculcò ad ogni cittadino dai 20 ai 50 anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva.
Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio.Il malanimo che sorse da tal procedere è indescrivibile, e sin da principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre di ciò una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella della sostituzione, cioè la facoltà data ai militari di farsi sostituire nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si presentava; cosicché il peso del servizio era a carico di chi non aveva mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i piú abbietti. Piú volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei regolamenti non si mancò di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli emanò quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco buon esito, perché mancava quell'entusiasmo che è il solo idoneo ad avvivare una instituzione. A ciò si aggiungano le dissensioni che insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda pontificia. Chi può enumerare le adunanze che si tennero nei diversi capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi può notare le proteste, gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che siorganizzavano a Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano giú dirottamente. Ma il Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva già razzolato nelle galere un buon numero di commilitoni.
[XXXIV.] Un altro eroe papalino sorse a favorire gli arruolamenti, Gaspare Graziosi. Costui in un proclama diretto agli Albanesi e ai Tuscolani esclamava: «Su presto correte ad arruolarvi — noi vivremo insieme — voi non sarete comandati che dal vostro Gaspare. Qual piacere lo stare tra voi a cantare la tarantella? Noi andremo a baciare quel sacro piede da cui emana l'assolutoria dei peccatiin aeternum»; e con altre corbellerie di questo genere aveva già raccolte piú centinaia di uomini. Che spirito militare dovevano avere coloro che si arrendevano a tali esortazioni?
[XXXV.] Ben conoscendosi dalle autorità l'irregolare andamento della civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i titoli che esimevano dal servizio, lasciando però in essere la tassa di sostituzione, e si costituí una commissione di riforma, la quale valse a riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di polizia e dei tribunali la forza civica, si formò una compagnia speciale di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale, quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di conseguire quello che veniva ricusato,savie riforme che corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti, ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti pomposi, né osato di prometterle con essi un'êra novella. I reclami e le proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: «L'êra novella promessa ai sudditi pontifici ed ai gabinetti d'Europa, vedetela nei seguenti atti: 1º. Chiusura delle università; 2º. aumento del quarto della tassa prediale; 3º. la Sacra Inquisizione conservata nella procedura criminale all'art. 24 dell'editto 3 novembre 1831».
[XXXVI.] Invano Chateaubriand faceva conoscere in un suo aureo opuscolo a Gregorio XVI «che i Papi perdettero la loro possanza in quel dí che cessarono di essere guelfi e di sostenere lalibertà italiana per diventar papi ghibellini, papi tedeschi; che la dignità papale divenne possente quando si fondò sul popolo; oppresso il popolo, fu debole e disprezzata.» E lodando le virtú di Gregorio XVI gli diceva: «Se le arti belle ebbero un Leone? perché la libertà non avrà anche essa un Leone?» Ma tutto ciò non poteva far breccia nell'animo di Gregorio, sebbene l'insinuazione gli venisse da un uomo di una fama europea, tipo del vero cristiano nel senso del vangelo, perché il papa erasi lanciato a briglia sciolta nella carriera del dispotismo.
[XXXVII.]Le querele dei Romagnoli contro le riforme accordate si avvivavano di giorno in giorno, atteso che non mettevano alcun riparo ai mali da cui erano oppressi, anzi gli artifici della Corte romana erano diretti ad accrescerli: proposero quindi un nuovo sistema, valevole a migliorare la loro condizione. Queste querele vennero prese in considerazione dai rappresentanti delle principali potenze di Europa residenti in Roma, i quali dietro l'assenso dei loro sovrani compilarono in un solennememorandumle norme che il Governo pontificio doveva adottare pel bene dei suoi sudditi, per appagare i loro giusti reclami e per sedare le perturbazioni [10 maggio '31].
Ma il papa rimase irremovibile di non tramutare il Governo da assoluto in consultivo, come gli si proponeva nelmemorandum, e da ecclesiasticoin laico per la suggerita intromissione nei pubblici affari anche di persone non addette al chiericato; e Bernetti, stando sui generali, fece intendere ai ministri esteri che non sarebbesi mancato di operare ogni bene possibile. Già per addimostrare le buone disposizioni del Governo e quanto fosse proclive alla clemenza, amnistiò chi aveva preso parte alla insurrezione; da tale beneficio ne furono solamente esclusi 38, e fra questi notavasi il nostro dottor Sebastiano Fusconi. Ma tutte le speranze che aveva destate ilmemorandumsvanirono colla promulgazione del Motu-proprio del 5 luglio, il quale non ammetteva alcuno dei provvedimenti proposti e tutto concentravasi nell'autorità sovrana: ad essa la nomina dei consiglieri municipali, ad essa l'approvazione degli oggetti da trattarsi in consiglio, ad essa la conferma della nomina degli impiegati, ad essa l'eleggere un rappresentante che assistesse alle sessioni consigliari, ad essa il concedere la esecuzione delle deliberazioni dei consigli provinciali. E i ministri delle potenze estere? i fautori delmemorandum? si mostrarono di ciò paghi. Solamente l'inglese Seymour insisteva per la esecuzione di quanto erasi concertato; ma fu tempo perduto. In pari tempo, dietro eccitamento della Francia, gli Austriaci sgombrarono le provincie insorte. Nuove perturbazioni non tardarono a rinnovarsi, non già per abbattere il restaurato Governo pontificio, ma per conseguirequelle libere instituzioni che erano nel desiderio di tutti.
[XXXVIII.]Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo, l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte Francesco Lovatelli, quando si tentò di eseguire l'assalto. Ma la di lui avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati. Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto andò fallito, perché già si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza. Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano nella Tesoreria, pel portone che è presso la posta delle lettere, sentii una voce che disse: «Lascialostare, non è compreso fra i cappellani»: era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. È pure da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il piú pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva disarmare nè riuscí nell'intento. Il Lovatelli pubblicò tosto un ordine del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillità pubblica. Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava che «il fatto in sua origine era di natura tale che superava la giurisdizione del Consiglio di disciplina in qualità di tribunale civico», e si proponeva di agire in senso «di moderazione verso i detenuti e per servigi prestati alla civica e per essere alcuni di essi aggravati di prole.» Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato già operato in Bologna e in Forlí in relazione al brigantaggio armato che era nei vóti del Governo.
[XXXIX.]Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a Rimini,si tenne un congresso a Bologna [22 agosto] di personaggi autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione; onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il papa (gennaio 1832) trattò di nuovo coll'Austria per un intervento, che l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assentí alla volontà del papa, si ritirò da Roma [settembre '32], inviando una nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente il suo rifiuto.
Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di ridurle ad una cieca obbedienza, conferí al cardinale Albani la direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignità di Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne annunziato dal cardinale Bernetti [14 gennaio '32] e da lui stesso con pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del padrone che ambedue servivano.
I Romagnoli, alieni da urti micidiali contraria quei sensi di amor fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato, diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano, corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte, spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi [20 gennaio '32]. Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla qualità delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese, private abitazioni, e commisero omicidi i piú bestiali. Nel palazzo Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da parte a parte. In Forlí commisero [21 gennaio], eccessi inauditi, piú perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa, l'uomo di pace edi misericordia, entrò trionfante in Forlí, bagnata del sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la banda del colonnello Zamboni [7 febbraio] si pose a percorrere di sera le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma Ravenna si scosse, chiamò in città le guardie civiche che erano ai cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e disposto all'azione, sarebbe tutto ciò avvenuto? no, di certo.
[XL.]Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia civica ed ordinò la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le società segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, creò ad arbitrio magistrature e consigli comunali edemanò altre disposizioni tiranniche; onde molti esularono.
[XLI.] Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in seguito delle disposizioni di Albani, emanò un ordine del giorno, con cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ciò affinché la responsabilità non piombasse intera sopra le di lui spalle. Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i piú vivi ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria.
[XLII.] La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le enormità usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai dominî lombardi, ordinò una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti già immemori dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorità pontificia. La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dalgenerale Cubières, il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arrivò al suo destino prima che Cubières vi entrasse. Ciò non impedí che il capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante della fortezza a concedergliene l'ingresso. Né il Lazzarini né il Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che presero nelle mani le redini del Governo [24 febbraio '32].
[XLIII.] Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risentí dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protestò contro l'adoperata violazione del suo territorio, instò perché i Francesi lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ciò non valse a rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bensí nelle Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma venuto Cubières in Ancona, il verooggetto della spedizione si appalesò alla mente anche dei piú illusi. Vietò i canti e le riunioni nelle vie [12 marzo]; chi non era di Ancona dové partire; molti ivi rifugiati furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito di libertà. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava [15 aprile] Bernetti che il Governo francese professava una «perfetta amistà» alla Santa Sede e che «gli elementi della politica francese in Italia» erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorità temporale del papa, dell'integrità e della indipendenza de' suoi Stati»; e quindi il papa aderí di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona, che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ciò accrebbero le ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tentò di uccidere un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere Bosdari: spavento generale. Energiche misure adottò Cubières: due rei dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che congiuravano a danno della sua autorità.
[XLIV.]Ansioso il papa di acquistare una piena autorità, come i suoi antecessori l'avevano esercitata nei tempi addietro, cioè senza il concorso di forzestraniere, venne consigliato di formare esso pure una sètta di fedeli alla Santa Sede, che paralizzasse quella dei patrioti e che suo scopo fosse di abbatterli ed esterminarli. Ad un certo G. B. Bertolazzi fu dato l'incarico di organizzarla; a seconda dell'ordine del giorno da esso emanato nel 1º settembre 1832, questa congrega ascendeva a 50 mila uomini distinti col nome di Centurioni: in esso atto chiamava i liberali partigiani, sanguinari, rivoltosi, sovversivi, nemici di ogni principio religioso, atei, imbrutiti, intenti a dissolvere i vincoli della società umana. La sètta aveva nelle Marche e nelle Romagne una direzione generale con parziali presidenze sul tesoro, sulla giustizia e sulla guerra; diecicomandiformavano unadivisione, ognicomandocomponevasi di 12centurie, ognicenturiadi 10 o 12decurie, ognidecuriadi 10 o 12volontari. Il papa accordò loro molti privilegi, specialmente quello di portar armi d'ogni sorta. Alla condotta scellerata dei Centurioni sono da attribuirsi gli omicidi che afflissero in quei tempi le Romagne. Le città piú conturbate dalle loro, azioni furono Lugo, Imola e Faenza, ma quest'ultima in particolar modo dilaniata: havvi chi ha asserito che in Faenza il numero dei morti ed uccisi ascese ad ottocento; in Russi spensero un lume di dottrina, di carità e di nobili sensi, Domenico Farini. Ma chi può ridire tutte le vittime del furore di una sètta cosí bestiale e feroce? Essa rese la tirannidepapale insopportabile in ogni rango di persone.
Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale.
[XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome diGiovine Italia, promossa da un giovane generoso, di profondo ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare idanni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome diGiovine Italia; si eresse pure cogli stessi principi laGiovine Alemagna, laGiovine Ungheria, e Mazzini fu eletto supremo regolatore delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo, cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e sarai deriso — lagnati, e ti getteranno in carcere — percuoti alle porte di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra — per essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime — per essi gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo; vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad alimentare la tua famiglia — ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo. In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titoloIl precursoreed un altro in Londra col titoloL'apostolato. Questa società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di Vienna, come ciò si rivela dallenote dirette da Metternich al cav. Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse storie.
[XLVI.]In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione dellaGiovine Italiail conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che presenta.
[XLVII.]L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16 dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica, Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi, scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermodi malattia di petto contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe altra destinazione che non saprei indicare.
[XLVIII.]Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò «l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei procedimenti che la legge prescriveva; e che quindirigettava l'invito del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre '32].
Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte, ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguirei 45 franchi che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale, fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel 1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi dellaGiovine Italia, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi, addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33], in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto dei pesci.
Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra risorsa che il sussidio del Governo,era trista: prelevato l'affitto, l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a che l'ora del pasto stava per suonare.
Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura. Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone, accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i miei schiarimenti valsero a giustificarlo.
[XLIX.]La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi, di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati erano introdotti, ed i lamenti degli esclusigiovarono alla polizia per iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.
Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33]; il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali quella dimorte ai San Simoniani; allora consigliai agli amici di entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco. Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'estdu poivre sur les ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata: immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito.
[L.]L'entusiasmo per la duchessa di Berry era indescrivibile in tutta la Bretagna, e immenso l'odio contro il Governo di Luigi Filippo; talmente che i soldati, che andavano in congedo e che transitavano per quelle contrade, correvano pericolo di essere uccisi. L'avversione cadeva pur anche su di noi; quando gli abitanti c'incontravano, sputavano in terra tre volte e si facevano il segno della croce,per disperdere l'influsso della scomunica, di cui dicevano essi essere noi aggravati. In vista dell'odio del paese contro di noi nutrito, si pensò di stare tutti uniti, e a tal fine si prese un'intera casa in affitto: facevamo da noi la spesa e la cucina; i viveri in Bretagna costano meno che nelle altre località, havvi abbondanza di burro, di formaggi, di selvaggina e di pesce, specialmente di sardine, ma si beve male; per chi non ha modo di comprare del bordò, la bibita ordinaria del paese è ilcidreche è spremuto da pomi, bibita acida, cattiva allo stomaco quando non è vecchia. Anche il clima non mi favoriva punto, perché umido ed incostante a causa dell'influsso del vicino Oceano; perciò ero quasi sempre ammalato.
[LI.]Era con noi un certo Piolanti, ufficiale del papa al tempo dei movimenti del 1820, buon liberale addetto alla Carboneria. Fanatico per la canina e per le buone bibite, sentivasi venir meno, dovendo ingoiare quel pestiferocidre. «Perché, gli diss'io, non ricorri al re per un sussidio, onde comprarti un poco di bordò? Noi abbiamo qui un buon amico, che ne vende d'ogni sorta e che può farti star bene nell'acquisto». Pensò alquanto sulla mia proposta e poi mi disse: «Redigi tu l'istanza, sul tema del mal di stomaco». Lo esaudii tosto, e via per la posta l'istanza. Trascorse piú d'un mese, senza avere alcuna notizia, e già la concepita speranza svanivasi, quando un giorno il Maired'Auray annunziò a Piolanti che teneva a sua disposizione cento franchi, elargitigli dal re. L'annunzio arrivò l'antivigilia dell'anniversario della rivoluzione del 6 febbraro 1831; onde si risolse di festeggiarlo, erogando una parte del dono in acquisto di bordò. Io mi recai subito dal negoziante, credo che si chiamasse Ardoin, l'unico liberale che ebbi a conoscere a Auray; combinai sul prezzo, sulla quantità, gli dissi che trattavasi di solennizzare la memoria della nostra rivoluzione, e lo invitai ad onorare colla sua persona il nostro banchetto: ma non accolse l'invito, in vista forse di non compromettersi cogli abitanti, che ci tenevano in conto di scomunicati, e di non essere compreso fra esseri per loro tanto malevisi. Dopo la festa corsi a pagare l'importo del vino, ma non vi fu modo di farglielo accettare; egli persisteva a dire: «Lasciate che io abbia la soddisfazione di concorrere alla gioia da voi giustamente provata». Ma la maggior gioia l'ebbe l'amico beneficato, a cui restò l'intero beneficio, erogato in breve tempo nella bibita a lui prediletta.
Intanto il deposito di Auray diminuivasi ogni giorno per trasferimenti accordati a chi li chiedeva. Tra i traslocati annoveravasi il corrispondente di Mazzini, che lasciò a me le funzioni che gli spettavano, e le assunsi col nome di Pietro Borna. Era il momento della spedizione di Savoia e Mazzini instava che colà si corresse. Ma con qualimezzi sostenere la spese di un sí lungo viaggio? Come intraprenderlo senza passaporto? Io pur domandai di essere inviato nel centro della Francia, e mi scelsero per luogo di dimora Dijon, magnifica città, antica sede dei duchi di Borgogna, e dove già esisteva un altro deposito di Piemontesi e Modanesi. Io aveva in animo di lasciar da parte Dijon, e di accostarmi alla Savoia, ma seppi in cammino che la spedizione era andata a male; quindi avanzai il passo al paese destinatomi, in cui dimorai varî anni [febbraio 1834-agosto 1840]. Poi ebbi lettera da Antonio Spada, che dalla Svizzera si stabilí nel Belgio, offrendomi un buon impiego nella tipografia Haumann, per correggere opere latine ed italiane; onde rinunciai al soccorso di Francia e andai a Bruxelles.
[LII.]Sempre fornito di pochi mezzi, pagai l'importo della diligenza sino a Bruxelles e la borsa rimase affatto in secco. «A me basta arrivare a Bruxelles, ove troverò tutto quello che mi occorre»: cosí dicevo ritenendo che in viaggio non avrei incontrato alcuno ostacolo. Ma giunto a Quiévrain sulla frontiera del Belgio [21 settembre '40], appena resi ostensibile a quel Commissario il mio passaporto mi disse che non poteva piú inoltrarmi, mentre un ordine espresso del Ministero vietava l'ingresso ai rifugiati politici. Invano gli feci conoscere che il Ministro dell'interno signor Lebeau era consapevole della mia andatanel Belgio; ma il Commissario non poteva né doveva mancare agli ordini avuti: egli mi permise di scrivere al Ministro e s'incaricò egli stesso di fargli pervenire la mia domanda. Scrissi in pari tempo a Spada, e lasciato il mio bauletto nella camera del Commissario, che apparve oltremodo cortese, col mio mantello sul braccio sinistro, coll'ombrello m'avviai fuori del paese. A 30 passi di distanza mi posi a sedere sull'orlo d'un fosso pensando ai casi miei: «Dove vado senza un soldo in tasca? come potrò sostenere la fatica d'un viaggio che da qui a Valenciennes non è corto? In ogni modo non havvi altro partito da prendere»; e via con passo moderato per non stancarmi presto. Giunsi la sera a Valenciennes: non ne poteva piú, e mi ficcai dentro alla prima osteria che mi si presentò davanti agli occhi; cenai alla meglio e me ne andai a letto. La mattina lasciai alla padrona dell'osteria il mio tabarro, l'ombrello, quasi a garanzia del debito contratto la sera antecedente, e le chiesi se in paese si trovava nessun emigrato italiano. Mi disse di sí, ma non seppe indicarmi il suo indirizzo, quindi mi fu d'uopo di recarmi in polizia, ove ebbi le necessarie informazioni. L'italiano era un Piani di Faenza che mi accolse, sebben non mi conoscesse che di nome, con una cortesia non comune; e al racconto di quanto m'era avvenuto, aperse un cassetto del suo scrittoio contenente varie monete con facoltà di servirmene. «No, io non hobisogno di denari, meno quei pochi soldi che saranno da pagarsi all'osteria; ma di un ricovero sin che ho risposta da Bruxelles» e mi tenne in sua casa come un fratello. La risposta non tardò molto a venire, e col permesso di seguire il mio viaggio si aggiunsero denari.
A Bruxelles feci tosto conoscenza dei molti emigrati che ivi stanziavano; fra i quali Gioberti che stava nel collegio privato di Gaggio, ove aveva alloggio e vitto per la carica di professore che vi esercitava: egli non usciva di casa che la sera, e lo vedevamo nel caffè dei Tre Svizzeri; e non è a dire quanto ci riusciva grata la di lui conversazione, e s'aggirava spesso sull'opera che allora componeva,Il primato d'Italia. Di un altro degno patriota mi resi amico, del colonnello Bianco, vero padre e benefattore degli emigrati: era tutto cuore per essi, e pei molti debiti contratti, vedendo che la famiglia, a cui tutti i suoi beni erano ceduti, non si prestava a pagarli si annegò nel canale che è presso Bruxelles: il dolore fu immenso per tutti.
[LIII.]Vedendo che la promessa dell'impiego non sortiva alcun effetto e non avendo piú alcuna risorsa, mi portai a Namur ove dimorava Spada, o per meglio dire, dove signoreggiava Spada. Provvisto del sussidio assegnato agli emigrati, eletto professore di lingua italiana nell'Ateneo con un buon onorario, amico delle precipue famiglie, ben vistoe festeggiato dovunque, conduceva una vita da principe; ed io, che conosceva gli scarsi, anzi scarsissimi meriti di Spada, non sapeva rendermi di ciò ragione. Io credo che una causa di questo benessere emergesse dalla sua abilità nel cantare: veniva a tal fine invitato in tutte le conversazioni ed anche nelle accademie. Ma non seppe provvedere ai miei bisogni e mi consigliò di stabilirmi a Mons, ricco paese dell'Hainaut, dove non esisteva alcun italiano e poteva darsi lezioni con profitto [dicembre '40]. Infatti, colle lettere che seppi procurarmi, posi insieme vari scolari, tutti appartenenti alle precipue famiglie del paese; ma mi accorgeva bene che prendevano lezioni non per imparare l'italiano, ma per sovvenire ai miei bisogni.
[LIV.]Io non posso qui rattenermi dal ricordare la baronessa Enrichetta De Leuze, amabilissima signora, fresca ed avvenente, ma di una corporatura colossale, che non le toglieva però di essere snella come una lepre. Ella conosceva già l'idioma italiano e lo parlava, avendo soggiornato qualche tempo a Roma, ma per non smarrirlo leggeva e traducevaex-abruptociò che aveva letto, ed io doveva correggerla dove sbagliava. Essendo amantissima della musica italiana, spesso mi toccava di stare al suo fianco, quando cantava in italiano, e farle osservare dove la parola non era ben pronunziata. Mi aveva accordato una piena facoltà di entrare nel suo gabinetto,anche quando non vi era. Un mattino vidi aperto sopra il di lei tavolino un pugnale, magnifica arma inglese, con manico d'avorio, guarnito di argento; io non lo mossi, e quando entrò mi disse:
— Che ve ne pare di quell'arma?
— Bellissima.
— È l'arma prediletta degli Italiani.
— Esagerazioni. Si crede che ne facciano un uso sacrilego, ma s'adopera di certo meno degli altri paesi d'Europa, o almeno, confrontando le statistiche, l'Italia conta minori delitti degli altri popoli, e se avesse un sistema politico quale ha il Belgio, sarebbe un modello di saviezza. — E le rapportai diversi fatti che dové persuadersi di quanto asseriva.
Un altro giorno mi porse un piccolo forziere, onde ponessi in assetto le carte in esso rinchiuse, e nell'esaurire il mio incarico rinvenni un rotolo di guillaume di oro, che equivalgono, credo, 21 franchi, che io consegnai subito. Tutto ciò faceva per mettermi alla prova: col pugnale volle vedere quali sentimenti io spiegava; coi danari sperimentare la mia probità. Prima di lasciare il Belgio volle che rimanessi alcune settimane nel suo casino di campagna, deliziosissimo luogo, a cui era annesso un vasto bosco in cui potevasi esercitare ogni sorta di caccia, e mi pregò di sceglierla per mia dimora, onde tener compagnia al di lei vecchio padre, colpito di apoplessia. Ma il timore che si potessesupporre che io accettassi per non essere rifuggito politico e non compreso nell'amnistia, mi indusse a rinunziare l'offerta.
Di un altro scolare mi conviene far menzione, del principe de Merode, capitano nelle truppe belghe e decorato della croce della legione e di quella di Leopoldo. Io avrò occasione di parlare di lui in seguito.
Tutti i miei scolari mi usarono atti di benevolenza superiori al mio merito, tra i quali il figlio del generale Duvivier e....., il quale quasi ogni domenica mi veniva a prendere in carrozza per condurmi a pranzo nella sua villeggiatura.
Malgrado ciò i prodotti erano insufficienti a reggermi, e il generale Chazal mi offerse di entrare in sua casa come precettore dei suoi figli, lasciandomi libero il tempo di continuare le mie lezioni: tavola, alloggio, servizio, ecco i benefici che poteva trarre, e non eran pochi; lo stipendio si riduceva a tenue cosa. Chazal, originario francese, prima della rivoluzione del Belgio s'industriava in case di commercio, come loro commesso viaggiatore: uomo di coraggio e d'intelligenza, seppe nei primi momenti della riscossa impadronirsi di Mons, e per questa sua impresa ebbe subito il grado di colonnello: in seguito, perfezionandosi cogli studi nell'arte militare a cui si era consacrato, pervenne ed essere generale e ministro della guerra. Era un buonissimo uomo, affabile, eccellentepadre ed amoroso marito; ma io aveva di lui una soggezione che non seppi mai superare, perché io scorgeva che non lo appagava nel metodo di istruire i suoi figli: egli affacciava certi sistemi per me affatto nuovi e che sarebbe stato necessario che io stesso li avessi studiati. Lo Spada, amico di Chazal e che poteva giovarmi, non esisteva piú. In che stima ed affetto fosse lo Spada si desume dai funerali che alla sua morte gli vennero fatti, degni solamente di un personaggio di alto rango e di eccelso talento. La somma spesa per tale oggetto fu a carico del paese, e quando si pose in vendita quanto gli apparteneva, una gara ardente sorse tra gli acquirenti, perché tutti volevano una memoria del defunto, e il prodotto della vendita fu il quadruplo di quello che costava; il quale venne spedito in Ravenna al di lui fratello Attilio, il quale nel ricevere il danaro speditogli gridava: «Che buona gente debbono essere quei signori di Namur!» La iscrizione funebre che esiste nel camposanto di Namur mostra in qual conto tenevasi.
[LV.] Finalmente l'amnistia di Pio IX [16 luglio 1846] mi tolse da ogni imbarazzo: essa mi fu annunziata dal giovine Duvivier in un curioso modo. Stava a conversazione presso una mia scolara, madama Jean de Fontaine, quando sono chiamato nella anticamera, e mi sento stretto al collo da un individuo che dapprima non conobbi: «Oh conquanto piacere vi do la lieta notizia dell'amnistia emanata da Pio IX; ora potrete rimpatriare, rivedere i parenti, gli amici e dar termine ai mali dell'esilio». Io lo ringraziai dell'annunzio, e rientrai nella camera della conversazione, ove propagai la notizia ed ebbi felicitazioni senza fine. La padrona di casa ci fece vuotare alcune bottiglie di sciampagna pel lieto annunzio. Poi il generale Chazal mi procurò dal Governo un sussidio, onde pormi in grado di sopperire alle spese del viaggio.
Io aveva in animo d'instruirmi prima di partire nell'andamento dell'amministrazione ferroviaria, sí bene regolata nel Belgio, ma mi accorsi che ciò non si poteva ottenere in breve tempo, né i fondi erano sufficienti all'intento: quindi rinunziai al mio progetto. Da Bruxelles mi recai a Parigi, ove rimasi alcuni giorni; da Parigi a Marsiglia, da Marsiglia per la via di mare a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma [febbraio 1847].
[LVI.] Io credeva che a Roma esistessero Comitati per soccorrere i poveri rifuggiti che rimpatriavano; ma di niente di ciò, né trovai chi mi offrisse un centesimo. Fui raccomandato ad Angelo Bezzi, mio concittadino che lavorava da scultore in Roma, esimio nell'arte, ma uomo spensierato, eccentrico e affatto privo di mezzi. Si credé che, essendo amicissimo di Ciceruacchio, potesse essere di un gran sostegno; ma se ritraeva da lui benefici,bisognava che li erogasse per la sua famiglia: egli servivasi dell'influenza acquistata col mezzo di Ciceruacchio per usare prepotenze, tanto che una sera fu assalito da un turbine di sassi e fu sul punto di essere un secondo santo Stefano.
[LVII.]Io mi diressi ad un altro mio concittadino, uomo di proposito, Attilio Bonafè, impiegato nel ministero dei lavori pubblici, allora diretto dal cardinale Massimo, che io chiamava Minimo per la sua piccola statura, e potei avere un impieguccio di dieci scudi al mese, avendomi installato nel detto ministero nella qualità d'indicista.
Il cardinale disponevasi di dare un migliore avviamento al suo dicastero, ed ero sicuro di crescere di grado; ma, colpito tutto ad un tratto da un'apoplessia, cessò di vivere [11 gennaio 1848] senza avere iniziato il suo divisamento. A Massimo successe Minghetti [10 marzo], ma la mia presenza fu di breve durata, mentre avendo chiesto un permesso per recarmi al mio paese natio, non ritornai piú a Roma.
[LVIII.]I tripudi e le esultanze ad onore di Pio IX nei 16 mesi che mi trattenni nella capitale sono indescrivibili, e veramente mi cominciavano a seccare. Io mi era introdotto nel Circolo popolare, in cui ebbi l'incontro di fare molte conoscenze, tra le quali quella di Ciceruacchio, che mi conduceva al Testaccio a mangiare la provatura. Quale influenza egli avesse, ne ebbi una chiara prova nellasera del 29 aprile ['48], quando il popolo agglomerato, e che estendevasi lungo la via del Corso, gridava ed urlava di farla finita coi preti. Ognuno sa che questo furore proveniva dall'enciclica del Papa del 29 aprile, con cui disdiceva la guerra del Veneto, le cui legioni egli stesso aveva benedette per l'indipendenza d'Italia. Tutti i Circoli erano uniti in quello del Commercio, posto nel centro del Corso, cioè dove i clamorosi erano piú affollati. Mamiani lo presiedeva, ma non sapeva piú dove dar la testa per far sparire il pericolo insorto. Sterbini ed altri cittadini influenti si affacciarono al balcone, diressero al popolo parole di moderazione e di concordia, ma furono solennemente fischiati. «Si vada in cerca di Ciceruacchio», gridava Mamiani, che vedeva essere l'unica sua àncora di salvezza. Finalmente egli arriva; Mamiani lo assicura che si sarebbe a tutto riparato nel giorno veniente, e che cerchi intanto di calmare gl'insorti e di far sí che rientrino nei loro focolari. Egli raccoglie tosto intorno a sé i capi dei rioni, e il desiderio di Mamiani fu appagato. Il timore che la disdetta del Papa avesse cancellato dalle truppe italiane militanti nel Veneto quel carattere legale che avevano e che gli Austriaci le riguardassero come una ciurma di briganti, e come tali venissero da essi trattati, fu l'impulso della sommossa; e resi persuasi che ciò non poteva nascere, si arresero.
[LIX.] Invece di andare alle feste, che con immenso spreco di denaro si reiteravano per Pio IX, visitava nelle ore libere gli eccelsi e sontuosi monumenti di Roma. Un giorno presso il collegio dei Gesuiti mi abbattei in un prete che rassomigliava al principe de Merode, mio scolaro a Mons; mi fermai a guardarlo e dissi fra me: «Che perfetta rassomiglianza!», e seguii il cammino. Un'altra volta lo fissai meglio, e sempre piú mi sorpresi di trovar due volti cogli stessi lineamenti. La terza volta non potei trattenermi dall'accostarmi a lui, e nel mentre che stava per dirgli: «Scusi, signore», egli mi riconobbe e mi porse una carta da visita, onde fossi andato la mattina seguente al suo domicilio. «Ma come queste trasformazioni? gli dissi subito: Voi capitano, voi in credito per sapere e valore, voi decorato di piú ordini, e che riteneva, che foste già salito al grado di generale, voi divenuto prete?» — «Cosa vuoi?, mi rispose, è morto mio padre ed ho risolto di abbandonare la carriera militare per seguire la ecclesiastica, e sono ora nel collegio dei Gesuiti: ti ringrazio delle lezioni d'italiano, che da te ebbi e che oggi mi servono moltissimo». Dopo alcune parole lo lasciai, né piú lo rividi, né cercai di vederlo, perché non si dicesse che avevo rapporti coi Gesuiti, allora piú che mai odiati, e che l'affetto per Pio IX già sperdevasi sensibilmente, né valse che Gioberti venisse a perorareper lui a Roma. Pio IX, uomo di buon cuore, ma di poca mente, incerto, titubante, non era in grado di dare allo Stato quell'avviamento che esigeva allora.
[LX.]Il partito radicale aveva preso il sopravento: gli uomini piú influenti ed energici di esso raccolti a Roma agivano con successo nel senso dei loro principi e la strada dalla democrazia dischiusa percorrevasi senza ostacoli. Il Rossi ciò non vide e fidandosi troppo sopra sé stesso, sopra la fama del suo nome chiaro in tutta Italia e altrove, cadde vittima della sua illusione nell'accettare la direzione che stava sull'orlo del precipizio.
Io lasciai Roma alcuni mesi prima del luttuoso fatto di Rossi, e mi resi a Bologna. Quivi pure lo scompiglio era al colmo: i facchini, padroni della città, commettevano eccessi di ogni specie [agosto '48]. Il povero Masina, buon giovane, di retti sensi, da loro sedotto li dirigeva; ma in che modo? aderendo ai loro pravi desideri. Io mi recava la sera nel suo ufficio composto di due stanze; la prima era ingombra di armi e di munizioni, la seconda serviva di gabinetto particolare a Masina. Una sera arrivarono da Roma due emissari, i quali chiesero un colloquio segreto col medesimo; io che era rimasto nella prima camera venni chiamato nella seconda e messo a parte del segreto: trattavasi nientemeno che di uccidere il dottore Luigi Carlo Farini. Chiesto in proposito il mioparere, dissi che era un danno immenso il privarsi di un cittadino intelligente, dotato di nobili sensi, affezionato all'Italia, e che d'altronde non sapeva quali colpe potessero giustificare un tale eccesso. Gli emissari ben mi conoscevano, quindi non potevano concepire sopra di me dubbio alcuno sfavorevole alla causa democratica. Dopo varie spiegazioni, la cosa rimase irresoluta e la proposta non ebbe effetto.
In Bologna ebbi la tristissima notizia della morte del conte Tullo Rasponi, giovane caldo di patrio amore, e di una smisurata liberalità, che per sovvenire ai bisogni altrui aveva posto in grave isconcerto le proprie finanze. Egli fu vittima dello scatto del proprio archibugio nelle valli di Comacchio, ove era a caccia; solennissimi onori funebri gli vennero resi da ogni ceto di persone.
[LXI.]Giunto a Ravenna, avanzai tosto la domanda d'essere ammesso al concorso dell'impiego di protocollista, rimasto vacante in Comune pel decesso di Gordini, e mi fu conferito da una forte maggioranza [5 ottobre 1848]: cosí fui in grado di essere d'aiuto ad un fratello, esso pure al servizio del Municipio nell'ufficio annonario, il quale essendo maritato, con vari figli, aveva bisogno d'appoggio; ma la falce della Parca li ha tutti mietuti, non riserbando che un rampollo di sesso femminino. Da Roma ebbi incarico di costituire un Circolo popolare, alla forma di quello che colà esisteva, e didare un esteso sviluppo ai principi democratici. Io non mancai di adempiere l'impresa assunta, e in poco tempo contava piú di 200 persone d'ogni rango: esso venne eretto nella sala e camere del teatro Alighieri, e presieduto da distinti cittadini, quali erano il vecchio Andrea Garavini, il marchese Vincenzo Cavalli, ed io ne fui il segretario insieme all'avvocato Giulio Guerrini, Questo istituto fu molto utile al paese ed impedí la rinnovazione degli eccessi che prima si lamentavano, perché innanzi al Circolo si portavano le questioni le piú importanti, le quali si scioglievano sempre secondo i dettami dell'equità e della giustizia. Se ne brama un esempio? eccolo. Una sera si propose che fosse libero al padre Gavazzi di tener concioni in Duomo sopra oggetti politici, interamente estranei al luogo. Dopo alcuni vivi dibattimenti si risolse che una deputazione, scelta nel Circolo, si rendesse immantinente presso l'arcivescovo per consultarlo in proposito: se aderiva, la proposta avesse esito; se no, si fosse scelto un altro luogo per le progettate concioni. L'arcivescovo, come era da supporre, respinse la inchiesta, e il Circolo dispose che il Gavazzi predicasse sulla ringhiera della farmacia Montanari nella piazzetta dell'Aquila. Il Circolo, divenuto la vera rappresentanza del paese, si occupò pure di proporre un deputato alla Costituente di Roma [13 gennaio '49] e tutti i voti si rivolsero a favore del conte Francesco Lovatelli,uomo di senno, di coraggio e di sensi politici radicali, mentre sin dal 1832, come notammo, dirigeva la Giovine Italia col titolo di corrispondente: ma non accolse la candidatura offertagli, forse perché addetto a quella camarilla che faceva pratiche a Gaeta col papa, perché si risolvesse a mantenere in piedi lo Statuto, promettendogli che la repubblica sarebbe rimasta incagliata. Invece di Lovatelli si propose Antonio Monghini, uomo di qualche intelligenza in materie finanziarie, pronto e risoluto, ma di niuna fede politica. La proposta del Circolo venne confermata dagli elettori, e, come noi abbiamo già detto, egli proclamò la repubblica in quell'illustre consesso; ma poco tempo dopo corse a Bologna dinanzi al Papa, gli baciò con effusione d'animo i sacri piedi, pregando di essere assolto dalle commesse prevaricazioni. Uomini di tal sorta è meglio perderli che acquistarli, e Iddio l'ha chiamato a sé.
[LXII.]Malgrado la pace e l'ordine che regnava in paese, l'arcivescovo, che non aveva ricevuto alcun motivo di lagnarsi, all'improvviso abbandonò la sua sede arcivescovile e si trasse a Venezia. Si parlò di un ratto concertato a suo danno, ed io, che avevo parte in ogni faccenda, non ebbi mai di ciò sentore; eppure mi si volle fare un addebito anche di quel fatto: io ho sempre ritenuto però che fosse un raggiro di quei moderati, che di mal occhio vedevano la repubblica e ritenevano che potesse esser loro dannosa per quella partecipazioneche erano astretti di avervi, e che volessero per tempo crearsi un possente appoggio nel cardinale Falconieri; e di fatti nessuno di quelli che lo aiutarono ad emigrare soffrirono il benché minimo disturbo quando il papa riebbe i suoi domini.
[LXIII.]Questi moderati di molta influenza non si scossero punto alla proclamazione della repubblica, e già si gridava come si potesse rimanere indifferenti ad un sí grande avvenimento. Fu il Circolo che stabilí in che modo si doveva solennizzare. Tutti quelli inscritti nel ruolo del medesimo, seguiti dalla folla, si recarono colla banda musicale nella strada ch'è dirimpetto alla carrara della Rotonda, e nell'ampio possedimento del conte Ferdinando Rasponi si svelse sin dalle radici un'alta pioppa cipressina, e guernita di ghirlande di fiori fu traslocata tra suoni musicali, spari ed altre dimostrazioni di giubilo in mezzo della Piazza maggiore, ove venne eretta [15 febbraio]. Bello fu vedere la darsena del Candiano cogli alberi dei navigli messi a festa. Il vecchio Garavini, che nel 1797 aveva piantato in Ravenna il primo albero della libertà, gridava: «Scavate qui che troverete le radici di quell'albero carbonizzate»; e cosí fu. Dopo la erezione dell'albero,........., cui la tirannia papale aveva rapito il marito, e vedremo che in breve le rapirà anche il figlio, unico suo conforto ed appoggio, volle coronare il fusto dell'alberocon una ricca fettuccia, in segno della speranza di un migliore avvenire che le destava. Illuminazioni durante la notte, danze, giubilo universale.
[LXIV.] Un'altra festa ebbe luogo [19 febbraio] nel borgo di Porta Sisi ad onore della nuova repubblica, solennizzata colla erezione dell'albero della libertà, in mezzo a suoni, a spari, a luminarie; e bello fu il vedere questo simbolo del comune risorgimento, circondato da 80 giovani a cavallo vestiti di tuniche rosse e del berretto frigio.
[LXV.] Ma colle feste, come dissi altre volte, quando la libertà di un popolo è avversata da chi ha battaglioni armati da osteggiarla, non può reggere lungo il tempo; e cosí fu della nostra repubblica, la quale assalita da ogni parte da truppe straniere dové in breve soccombere.
[LXVI.]Garibaldi alla testa de' suoi prodi militi aveva rinnovato le gloriose antiche gesta dei Romani e rimesso in onore il nome italiano, vilipeso dai Francesi, falsi repubblicani che mancavano ad ogni sano principio politico. Garibaldi raccolse presso di sé un buon numero di volontari, e prima che i Francesi entrassero in Roma si ritirò verso la Toscana, eccitando quei popoli ad unirsi con lui per fare nuovi sforzi al riacquisto del perduto. Ma la sua voce non fu intesa. La disperazione, che può sola infondere quel coraggio irresistibile che sa oprar prodigi, non risvegliò alcuno; onde scioltoil corpo che aveva rannodato per sí alta impresa, non dové pensare che alla propria salvezza: e fu un miracolo se, per le cure e i sacrifici dei Ravennati, pervenne a sottrarsi dalle mani degli Austriaci, che già da ogni parte lo circondavano [agosto '49].
[LXVII.] Alcun tempo prima che Garibaldi fosse in salvo un tenente austriaco alla testa di un drappello di croati invase il mio domicilio, frugò la camera ove dormiva e s'impossessò delle carte che ivi rinvenne, delle quali fece un pacco che sigillò, per regolarità del sequestro eseguito. Indi m'intimò di seguirlo. Qual fosse l'agitazione della famiglia David presso cui dimorava è impossibile immaginarlo. Ella sapeva di avere nella legnaia delle armi nascoste, e se la perquisizione si fosse estesa sino a quel luogo, la mia sorte era decisa: la legge stataria allora in pieno vigore condannava alla fucilazione chiunque teneva armi non denunziate in propria casa. I David certamente non avrebbero azzardato di dichiarare che le armi rinvenute ad essi appartenevano; e poi? anche con questo atto eroico erano certi di salvarmi, o di trarmi piuttosto con essi alla pena prescritta? La perquisizione durò poco piú d'un quarto d'ora, credo, ma fu un'ansia che tale non ne soffre chi trovasi sul punto di morte. Cosí i David mi narrarono quando tre anni dopo mi fu ridonata la libertà. So pure di un certo Crescimbeni, mio compagno di carcerein Forte Urbano, che, dietro denunzia di non so chi, si scopersero armi in un muro di sua casa: fu tosto arrestato e condannato alla fucilazione; la moglie di lui corse dal Duca di Modena e poté far cambiare la pena in vari mesi di detenzione; ma fu condotto nella piazza d'armi del quartiere generale di Bologna, ivi gli si lesse colle dovute formalità di legge la pena di morte, poi solamente dopo una pausa non tanto breve gli si annunziò la commutazione: tal fu la scossa sofferta che le di lui facoltà mentali se ne risentirono per lungo tempo.
[LXVIII.] Dal luogo del mio arresto fui direttamente condotto nel palazzo Ginanni Fantuzzi dinanzi al Maggiore austriaco: ivi trovai il signor Pietro Santucci, addetto alla Magistratura, chiamato per constatare la mia qualità di segretario comunale; ciò fatto, il Maggiore consegnò il rotolo sequestrato ad uno dei suoi graduati e mi disse: «Io ho ordine di farlo pervenire a Bologna al quartiere generale; sarà colà condotto da un mio tenente che gli userà tutti i riguardi che merita: la carrozza è pronta e bisogna che parta senza ritardo.»
La guida assegnatami mi prese gentilmente pel braccio, e colla scorta di non so quanti croati che riempirono il veicolo ci avviammo verso Bologna. Giunti a Lugo, mi accorsi che io era preceduto e seguito da un legno; supposi che contenesse altri detenuti, ma erano pieni di militi: cosí vociferavasiper dove passava che io fossi un arrestato di alta conseguenza. In Bologna si fece alto fuori di Porta Saragozza nella villa Spada, ove risiedeva il generale Gorzkowsky. Io venni chiuso in un camerino, in cui vedevasi un tavolaccio, che doveva servir da letto, e uno stracantone sormontato da un quadro rappresentante san Giuseppe, dinanzi a cui splendeva una lampada. Due militi armati vegliavano nel camerotto il detenuto. Quando mi accorgeva che erano croati, non osava d'indirizzar loro la parola; ma se dimostravano di essere ungheresi, cercavo di aver notizie del luogo e di quanto altro poteva giovarmi. Essi stessi facevano al detenuto esibite ed esprimevano il vivo dispiacere di non essere in grado di soddisfare i loro patriotici desideri. Chi conosceva il latino, era facile di capire il loro linguaggio. Io chiesi a uno di loro che luogo era quello in cui eravamo: mi disse che era la conforteria per quelli condannati a morte; ed ecco come spiegavasi l'altarino ivi eretto a san Giuseppe, a cui i moribondi sogliono ricorrere. Sotto al tavolaccio vidi diversi oggetti di vestiario, e mi fu detto che appartenevano a coloro che mancarono alla legge stataria e che subirono la pena da essa prescritta. Mi si disse che in quel camerotto aveva dimorato Ugo Bassi. La relazione era affliggente, e sebbene mi servissero un pranzo signorile, non fui buono di assaggiarne la minima parte. Cercando di ridurmi a mente gli oggettiche contenevano le carte sequestrate, fui terribilmente addolorato quando mi sovvenne che in Roma nel 1848, quando successero gli sconvolgimenti di Vienna, io d'accordo con Vincenzo Caldesi raccogliemmo un buon numero di Romagnoli e Romani e con essi uniti ci recammo al palazzo di Venezia, residenza dell'ambasciatore austriaco. A memoria di un tal fatto, da un falegname che era accorso cogli utensili di bottega per darne dei pezzi a chi ne voleva, mi feci segare una delle teste delle aquile, e ben ridotta colle pialle vi aveva notato l'anno, il mese, il giorno e l'ora dell'atterramento [21 marzo '48] e con espressioni di odio all'abbattuto Governo: l'iscrizione era rimasta in un vecchio portafoglio che aveva sopra il camino e che cadde fra gli oggetti sequestrati. Questa iscrizione era una spina acuta, temendo che potesse comprendersi nelle disposizioni della legge stataria, e quindi nella fucilazione; ma alla fine mi feci una ragione e quietai l'animo. Già non era piú solo, venne a raggiungermi l'amico Gaspare Saporetti; indi furono ivi rinchiusi due giovani di Castel Bolognese ed un altro che non ricordo chi fosse: cosí eravamo una sufficiente compagnia, ma divieto assoluto di fiatare fra noi; divieto che era osservato solamente quando ci vegliavano i croati; gli ungheresi entravano in conversazione con noi. Chi mi divertiva era il contegno di uno di quei detenuti di Castel Bolognese. Egli bestemmiavasempre come un turco, ma nella sera l'idea di essere in conforteria, in pericolo di essere fucilato da un istante all'altro, lo faceva ravvedere: si accostava a san Giuseppe, si raccomandava alla sua divina grazia, ma in modo che i compagni non s'avvedessero per non comparire bigotto. In capo a cinque giorni si ebbe l'avviso che si cambiava d'alloggio, e l'ufficiale incaricato di eseguire l'ordine ci condusse in mezzo al cortile della caserma in mezzo ad un drappello armato di croati, e questo fu il complimento che ci fece: «Chi tenta di scappare, gli sarà fatto fuoco addosso.»