Chapter 2

Ci furono scapestrati di altra ragione, che incolparono Guerrazzi di non avere condotto alla ruina il Granduca; e per non dire peggio parvero parole ebre: egli amministrò fedelmente in pro della patria, e del Principe, finchè sperò stessero insieme, e quando si separarono la Patria come doveva antepose al Principe. In questo concetto dava opera a comporgli il regno della Italia centrale e lo faceva se Leopoldo si fosse rammentato più di essere nato a Pisa, e meno del sangue suo austriaco, e meglio compiacendo a Dio avesse posta minor fede in colui, che se ne dice Vicario. — Il popolo a parlare chiaro non si mostrò grato a questo figliuolo uscito proprio dalle sue viscere, ed io so, che il Guerrazzi dopo averci meditato su un pezzo, esclamava: — Il popolo ha ragione! io non feci nulla per lui: bene è vero che non lo concesse il tempo tempestoso e breve; pure rimane certo, che non feci niente per lui. E sì che delle terre maremmane, ed altre dello Stato disegnava formare giusti poderi, e quelli concedere gravati di tenue livello, crescentea stregua dello aumentato valore, ai reduci dalle guerre, premio del sangue, non solo gratuitamente ma con danaro, che bastasse alla casa, alle bestie, agli arnesi; e così restituita la gente quanto più si poteva alla terra, il popolo rimasto nelle città educare nelle arti, e nei mestieri; provvedere che ai padri il momentaneo mancamento dei figli non nuocesse; instituire piccole banche dove l'onestà trovasse il poco capitale necessario a i suoi lavori; e con tutti i modi promovere le voglie, e gli esercizi militari, rimedio agli scioperi viziosi, salute dei corpi. Sopramodo mi stavano a cuore le cose marinaresche, e feci studiare certo mio concetto di ampliare il porto di Livorno isolando la Porta Murata, e parve buono; ma più che altrove pensava a dare forma alla Colonia Toscana, la quale per presentimento dirò così provvidenziale da parecchio tempo sciama in Alessandria di Egitto...; ma nulla feci di questo; e la fortuna per umiliare la mente superba ha voluto, che mentre io mi sono durante la mia vita affaticato ad ampliare la Patria l'abbia lasciata in peggiori termini di prima, e per arroto perduta; delle leggi lodabili a cui desiderava dare il nome, sola dura quella che ha fatto, me involontario, il triste dono al paese del carcere solitario! — Furono le mie intenzioni piene di benevolenza pel popolo, però che popolo nacqui, e popolo intenda morire; ma poichè questo non può conoscerle che per via degli effetti i quali mancarono, non ne serba e non può serbarne gratitudine, Dio, che le conobbe,vorrà ricompensarle un giorno nella sua misericordia; confidiamo in lui.

Stringendo i tempi in cui era forza, che il Granduca scegliesse tra la Patria, e l'Austria, egli preferì l'Austria, e fuggì insidioso allegando per pretesto fatto non vero; però che stesse a lui differire, ed anco rifiutare la legge della Costituente la quale accettava, il suo ministero non l'offendeva, dacchè avendo offerto risegnare l'ufficio egli non consentiva, al contrario a rimanersi lo supplicava.

In quale condizione si trovasse lo Stato, donde alla vigilia della guerra, disertava il capo, ogni uomo può immaginare; i vecchi ordini distrutti, i nuovi non fermi; partiti diversi ed estremi; i liberali divisi per cause, che parevano personali, ma che la esperienza chiarì accennare a principii perchè la superbia aristocratica ribolle, ed è per avventura la classe sociale che più tarda dimentica, e più pronta stende le mani a ricuperare il perduto; governo senza causa giuridica; autorità nessuna; opinione poca; credito contrastato; di fuori non potestà in Italia a cui appoggiarci, la quale stesse in condizioni migliori delle nostre; ad ogni modo niente affatto disposta a sovvenire il paese, bensì piuttosto balenante a farsi aiutatrice del principe fuggitivo. In simile condizione di cose popolo, deputati, e senato elessero il triumvirato di cui fu parte il Guerrazzi. Comunque io faccia professione di teologia non già di politica poco mi ci volle a conoscere, che nello eleggere il governo provvisorio non furono mossi tutti da un medesimo concetto; ma quali e quanti essifossero qui non preme cercare; basti, che tra i promotori del governo provvisorio ci furono i signori Capponi, Ricasoli, e Corsini. Dissero che ci si trovarono costretti, ma non è vero; perchè i due ultimi con giuramento affermarono averlo fatto liberissimi; il primo fu l'unico in Senato che con amplissime parole favorì il governo provvisorio.

Intanto il Granduca che scappava dallo Stato da mezzogiorno ci voleva rientrare da tramontana; ma intendiamoci, da cotesto lato ei si partiva inerme, dall'altro si affacciava armato; di quì per sottrarsi alla legge, di là per calpestarla; però, ordinava alle milizie lasciassero indifesi i confini al nemico, contro le città si avventassero; compissero insomma l'uffizio per cui Leopoldo austriaco instituì mai sempre le sue milizie, combattere cioè il popolo non già i tedeschi. Il generale Laugier per poco discorso, più che per malizia obbediva ai comandi del Granduca, non avvertendo egli che per necessità di cose da codesti partiti tirannici non poteva fare a meno, che uscisse la morte della libertà; — ma se grande fu l'amarezza della mossa del Laugier, infiniti percossero la amarezza e lo stupore quando si ebbe conoscenza che il signor Neri Corsini consigliere o capitano era accorso a sostenere cotesta impresa. O non aveva votato egli pel governo provvisorio? Non aveva parlato per lui? Chi lo obbligava a farlo? La fuga del principe non aveva anch'egli ripreso? In cotesti tempi si lesse stampata una lettera del signore Corsini responsiva ad altra del generale Laugier che gli faceva ressa di porsia capo dello esercito ribellato, nella quale il degno uomo favellava così: «non reputare opportuno di mettersi avanti allo esercito, mentr'egli non faceva altro che mandarlo addietro.» E questa considerazione come capace a chiarirci del prodigioso buon senso del signore marchese di Laiatico, così mi sembra atto a testimoniarne la fermezza nei propositi. Di ciò non tennero ricordo nel Decreto, che lo manda in Santa Croce; l'ho tenuto io; basta che qualcheduno se lo rammenti; e queste non sono calunnie, che di simili tiri non sa farne il Piovano.

A me piace il Guerrazzi (e come non lo potrebbe a me umile, ma schietto sacerdote di Cristo?) quando con fiere minaccie difende la madre del Generale dallo insultare della plebe infellonita; e piacemi altresì quando muove contro al Laugier, e lui cercato a morte secretamente avvisa si salvi; come mi piacque il signor Laugier e di molto allorchè venuto testimone nel processo Guerrazzi, mentre questi per iscolparsi dell'accusa di avere messo la taglia sul capo di lui stava per narrare il fatto, egli troncategli le parole di bocca disse: lascia parlare a me, chè a me tocca scolparti dalla iniqua taccia; e qui espose per filo, e per segno i modi tenuti dal Guerrazzi affinchè egli si riducesse incolume sul territorio piemontese. Io Piovano credo che il popolo nostro per questi fatti salisse in fama di civile, e non pei vanti continui, e sazievoli i quali scemano il pregio se vero, e se falso eccitano lo scherno della gente.

Soddisfece il Guerrazzi in compagnia dei colleghio solo al mandato a loro commesso dal Parlamento toscano? Sì certo lo soddisfece, e così giudico non per opinione mia, bensì per testimonianza giurata di parecchie centinaia di cittadini uditi nel processo, cominciando dall'Arcivescovo, fino all'usciere; anzi non mancarono nè anco quelle degli stessi Ricasoli e Corsini; e i Ministri d'Inghilterra e di Francia gli resero giustizia; di fatti il tribunale condannando il Guerrazzi disse così: «che dai resultati del dibattimento orale veramente non compariva colpevole, ma che i giudici potevano formare in altro modo la loroconvinzione; e come erano convinti ch'ei fosse reo, così lo condannavano...!» Eh! non fa nè anco una grinza. Se non avessi letto io con questi occhi la sentenza, ed altri me la avesse riferita, gli avrei detto: chetati campana del bargello! Ma l'andò proprio come la conto. Che queste cose si facciano lo capisco anch'io, ma che le si abbiano a mettere in iscritto io non me ne so capacitare, molto più dopo che fu smessa la corda. Per me farei Pasqua se mi riescisse attribuire cotesta razza di sentenza alla sperticata ingenuità dei Giudici; ma chi li conosce veda se la interpretazione può stare, e se essi meritino come la inclita Nice del Prete Parini i titoli:

D'ingenui e di pudichi.

Sua Eccellenza (sempre Eccellenza) il ministro Poggi elogiando la magistratura toscana affermò che era stato perpetuo vanto di lei adattarsi ai tempi. Se così Sua Eccellenza loda, che diavolodirà mai quando biasima? Intanto io Piovano propongo per uso dei magistrati toscani di emendare ilpater nostercosì:et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a laude excellentissimi domini nostri Poggi. Amen.

Abbiamo letto stampato che il Guerrazzi non sovvenisse al Piemonte nella guerra contro lo austriaco; e posto ciò lo vedemmo scomunicato in cera gialla. Quando la storia si detterà col giudizio non già con le infelici passioni di partito, e quando alle bugie surrogheranno i documenti degli Archivii così in quelli di Firenze come negli altri di Torino, appariranno le larghe profferte che ei fece di porre in arbitrio del Re le armi, e l'erario toscano; le quali profferte scritte al generale Colli vennero confermate a voce a Pasquale Berghini, ed a Lorenzo Valerio, entrambi uomini egregi, e vivi, della monarchia sarda tenerissimi, e di credito grande presso di lei. Se le offerte non furono accolte, anzi se, mentre da Torino si domandava la lega e a Firenze si consentiva, il generale Lamarmora entrava sul contado nostro come su terra nemica, e il generale D'Apice ordinava ai nostri dessero indietro per non incominciare la guerra contro gli austriaci collo azzuffarci tra noi italiani, la è cosa che vuolsi deplorare, non accusarne il Guerrazzi, il quale pensò ed ha pensato sempre, che se il generale Lamarmora avesse avvisato il Governo toscano avrebbe trovato allestimenti e somieri, e procedendo spedito ed ingrossato dai Toscani, sarebbe forse giunto a tempo per offendere il nemico di fianco, o almeno tenerlo in rispetto.

Per altra parte accusano il Guerrazzi di non essersi unito con la repubblica di Roma, e di avere promosso la restaurazione. Quanto alla prima accusa basta una osservazione; la quale è questa: Chi prepose il Guerrazzi al governo? Il popolo. Che gli commise il popolo? Provvedere alla guerra; tenere salvo il paese dagl'impeti dei partiti estremi; e convocata l'Assemblea per via del suffragio universale consultarla con chi, e con quale forma di governo avesse a reggersi lo Stato. Tutto questo ei non fece? Lo fece. Dunque perchè lo accusate? Si voleva, che senza consultare l'Assemblea imponesse la repubblica; e questo non lo volle, e non lo volle perchè non lo poteva. Chiunque ama la libertà procuri astenersi dai modi tirannici, imperciocchè presto o tardi vada sicuro gli torneranno sul capo; questo spettava all'Assemblea, e l'Assemblea dovea aspettarsi, e rispettarsi. — Aggiungi, che studiati gli umori del popolo non parve disposto allora alla repubblica; e Dio mi liberi dalla tentazione di dire quello che Sua Eccellenza (sempre Eccellenza) il signor marchese Ridolfi scrisse del popolo toscano al signor Ghivezzani, cioè,ch'egli è marcio fino alle barbe, tandemgiudico, che alla repubblica nè anco adesso ci correrebbe di buone gambe. — Ora per istituire la tirannide di un solo, un brutto tiro si può fare, ed anco può riuscire, perchè poi tu conficchi il popolo in croce, e finchè i chiodi agguantano la ti va d'incanto; ma in fè di Dio come possa farsi repubblicano un popolo per forza, ecco io mi ci sbattezzerei; ancora metti, che da Roma venivano informazioni da sgomentareogni fedele cristiano non per la parte del signor Vannucci repubblicano largo di cintura, bensì dal signor Menichetti, che quando ci si mette con le mani e co' piedi è capace di ragionare quanto qualunque altro neo-moderato che piglia il fresco nella state sotto il cupolone del Duomo; sicchè cotesta unione delle due repubbliche aveva l'aria di un matrimonio inarticulo mortis; per ultimo mentre il re stava in procinto di mostrare la faccia al tedesco, accendergli la repubblica dietro le spalle, mettiamo da parte, che potesse parere proditorio, egli era imprudente perchè il re avrebbe vissuto in sospetto grande e forse per guardarsi dietro distratte parte delle forze, che non erano troppe davanti.

Veniamo alla restaurazione: fino alla battaglia di Novara ben altro sonarono atti, e parole: il Guerrazzi difendendosi da capitale accusa disse averci pensato anco prima; ma da quando in qua si pretende, che un uomo in simile stato somministri argomento ai suoi giudici di condannarlo? Certo, io lo confesso alla scoperta, un uomo della sperienza del Guerrazzi, dovea sapere che ciò non gli sarebbe stato creduto, e non lo avrebbe salvato, però era non pure animoso ma savio dire addirittura come la faccenda stava. Però se consideriamo la quasi quinquennale prigione, il tedio, l'epilessia che lo assalse, egli è più onesto desiderare, che lo facesse, che giusto accusarlo di non averlo fatto. Dopo la battaglia di Novara sì ci pensò, e fece bene: questo era il suo disegno, che parte compì, e parte rimase interrotto.Parlo cose a tutti note, da centinaia di testimoni attestate,da copia infinita di documenti fatte sicure.Solo la calunnia finge ignorarle, e la slealtà le tace. Riconvocata l'Assemblea di cui parecchi membri erano stati spediti nelle provincie appunto per sincerarsi se i Toscani parteggiassero per la repubblica, egli avrebbe proposto: richiamisi il principe, egli si dimostri come non fosse cacciato, bensì spontaneo disertasse dallo Stato; veruna colpa in voi; alla più trista la colpa essere di noi altri rettori, e noi già siamo disposti ad andarci in esilio; torni alle sue case, torni al paese a patto però che lo Statuto si conservi, e rimanga intatta la patria da ogni tedesca contaminazione. — Intanto siccome a fare a sicurtà con cotesta gente se n'esce sempre a capo rotto il Guerrazzi procurava entrassero mediatori, e mallevadori del patto i ministri d'Inghilterra e di Francia; e dal primo se n'ebbe la promessa, dal secondo no perchè assente, ma al suo arrivare, non si dubitava darebbela. Nè si rimaneva a tanto il nostro compatriotta, e idocumenti, ripeto,stanno lì a fare testimonianza, con quanta fede, con quanta agonia egli si tribolasse ad armare il paese; non già, ch'egli sperasse, venuto alla prova delle armi coi tedeschi, uscirne vincitore; ma pensando da una parte, che la fama ingrandisce sempre le cose, e dall'altra che duravano Venezia, e Roma, combatteva di forza Ungheria, e nè gli umori interni dell'Austria quietavano, stimò che questa sarebbe proceduta più rispettiva contro cui ad un bisogno faceva le viste mostrarle i denti. Alla più trista senza sangue i tedeschi non entravano in Firenze; e questa è sicura. — Però questo notisi,e ben si riponga in mentenè un atto, nè uno scritto, nè un detto corse direttamente o indirettamente tra il Guerrazzi e il Granduca, e gli aderenti di lui intorno ai disegni esposti per la condizionata restaurazione.

Così non piacque ad altri i quali presumendo diventare padroni del baccellaio, e tenere il Granduca dentro una botte andavano sobillando il popolo sbigottito: «Il Guerrazzi ti mena diritto a buttarti nel pozzo; con queste sue mostre di armare ti chiama i tedeschi in casa come lodole al fischio; e quali tedeschi! I croati, che dove passano non lasciano più crescere erba. Oh! quanto gran dolore vedere gli alberi delle cascine abbattuti per farne cocere la pignatta degli ulani, e bere l'onda pura dell'Arno i cavalli dei mantelli rossi. Mirate questageldra di sicarii livornesi; egli li chiamò a posta, e quì li tiene, il Nerone, per menare strage cittadina, (mostravano le barelle della Misericordia, che facevano andare attorno vuote); intanto si pone mano alla roba altrui (era un oste cui truffarono alcuni militi il vino); la pudicizia delle nostre matrone si offende (erano due colombe di via Gora). Gettate giù le vergognose some; non fate idolo un nome vano senza soggetto. Che patti, e che non patti! Precipitatevi, precipitiamoci fiduciosi senza sospetto, come senza condizioni nelle braccia del nostro più che Principe Padre, il quale amoroso ce le stende lunghe lunghe fino da Gaeta. Noivi garantiamo che non verranno tedeschi. Scegliete: da un lato servitù, e tedeschi in casa; dall'altro libertà e tedeschi lontani. — Santa fede! e non ciera da nicchiare: giù il Guerrazzi. L'Assemblea veramente la elesse il popolo universo; non importa; chi chiamò tutto il popolo? Il Guerrazzi: dunque l'Assemblea è del Guerrazzi, giù l'Assemblea.

I moderati per vincere la democrazia dettero mano aireazionarii, con loro si unirono; essi, unicamente essi il principe assoluto donarono alla Toscana, e prima di lui i tedeschi. E chi lo nega mente e mente invano. — Badava il Guerrazzi ad ammonire:quo ruitis?Ma egli era predicare la castità in chiasso. — Dubito, egli diceva, che non tutti in Toscana si accomoderanno a questi modi violenti, massime Livorno: per me non credo che da tale partito sia per uscirne bene: — tuttavolta se può non sinistrare, egli è ad un patto, che la Toscana accordi tutta; se una parte sola contrasta somministrerà il pretesto alla chiamata dei tedeschi; passando per Livorno m'ingegnerò renderne capaci i cittadini. Allora lodaronlo; pregaronlo a intromettersi; proffersero dargli autorità per mettere capo a partito a qualche scapestrato; lo indussero a rimanersi fino a sera promettendo farlo trainare a Livorno con vaporiera a posta; più, e più volte a ciò si obbligarono; poi .... diamo di frego a quello che accadde dopo. Carità di patria mi persuade tacerlo; ma per amore di Dio adoperino anco gli altri un po' di questa carità. Date retta al Sacerdote di Cristo, che sarà bene per tutti: e se mi riuscisse a mettere nei cuori un po' di quella concordia, che sento abbondare tanto sopra le labbra a me Piovano non parrà essere resuscitato indarno.

Nessuno, ch'io sappia, avvertiva secondo che merita la ragione del processo Guerrazzi. I curiali avevano dato ad intendere al Granduca come di lieve ne sarebbe uscito provato che i liberali contro la sua autorità ed anco contro la sua vita in ogni tempo cospirassero: se ciò tornasse gradito a lui non è da dirsi, imperciocchè sperava che tal fatto gli avrebbe somministrato argomento a giustificare l'abolito Statuto, i tedeschi chiamati per difesa. Il Guerrazzi gli scrisse ci pensasse due volte; perchè quanto gli davano ad intendere non era; avrebbe preso il male per medicina. Di qui il diuturno tentennare per cui all'ultimo fu forza procedere oltre. Io per me credo, che dieci cattedre di diritto costituzionale non avrebbero insegnato ai Toscani quanto cotesto processo; per quello vennero chiarite le colpe del Principe, e gl'inganni, e le frodi, e la mostruosa ingratitudine sua; e dall'altra parte la pazienza, la longanimità e la fede; imperciocchè ai nostri costituzionali se qualche colpa potè apporsi fu quella di avere proceduto al Principe oltre al debito devoti. Il Guerrazzi dichiarò al Granduca: voi avete giudici che tolsero la mia condanna a cottimo, e spendete i danari dello Stato; io ho per giudici quanti uomini posseggono cuore e cervello; e spenderò l'ultimo mio scudo a dimostrare che avete torto. Alle stampe dell'Accusa egli oppose l'Apologia, e comecchè questa gli venisse pagata dallo editore, distribuì il compenso tra i meno agiati compagni di carcere, e fra le persone, che per essersi a lui mostrate devote, avevano perduto l'ufficio. Al mostruosovolume dei documenti dell'Accusa, egli contrappose il suo che gli costò 7,000 lire di spesa; ogni calunnia fu rimbeccata; ogni astuzia resa vana; tracollò lo edifizio bugiardo, e l'Accusa rimase sepolta sotto i suoi calcinacci: per la quale cosa non parve audacia sfrontata, bensì senso di giustizia offesa, quando il Guerrazzi disse in tribunale: «bene qui si agita di tradimento, ma il traditore non è qui!» E il giudice si guardò bene di domandare dove fosse, come colui, che conosceva purtroppo il Guerrazzi petto da rispondergli secco: «è in palazzo Pitti.» Bisogna dirlo: vive e palpita in questa creta umana una coscienza, che buttata a terra dalle scale torna dalla finestra, conciossiachè amici o nemici, cittadini come forestieri, e perfino tedeschi, anzi soprattutto i tedeschi dicessero: «Andiamo un po' a sentire fare il processo a Leopoldo!» Certo lo Statuto abolito, e la chiamata dei tedeschi perderono questo mal consigliato principe nella opinione del popolo; ma il popolo dimentica lievemente gioie, e dolori dove si riducano a semplici sensazioni; quando poi tu gli dimostri la necessità dell'odio come una operazione di abbaco, e gliela ficchi bene nella memoria, allora non ci è caso che altri lo possano mai abbindolare. Io penso, che tanto benefizio si deva al processo di perduellione del Guerrazzi, ed alle strenue difese, che furono dal collegio amplissimo degli avvocati esibite.

La sentenza venne di obbligo come ilgloria patriin fondo al Salmo; gli Accusatori, e i Giudici furono ricompensati così alla trista, perchèil lavoro era riuscito sciatto, nè se ne acquietava il Guerrazzi risoluto di ricorrere in Cassazione e tenere legato Leopoldo alla colonna più, che per lui si potesse; ma il paese ne aveva avuto abbastanza; i difensori non avrebbero rimesso l'ufficio, ma una tal quale lassezza la sentivano anch'essi, e al Granduca entravano i sudori freddi al pensiero che si avesse a tornare da capo; però da prima insinuarono al Guerrazzi chiedesse grazia, ed egli ricusò alla recisa; questo solo promise, che dove il Governo l'avesse fatta egli l'avrebbe accettata, imperciocchè fosse stato sempre suo disegno esulare dalla Patria restituito il Granduca; uscì il decreto condizionato al pagamento delle spese, e alla dimora fuori d'Italia (e si doveva intendere Piemonte, perchè nè a Roma, nè a Napoli, nè nelle terre dominate dall'Austria, e dai satelliti suoi avrebbe potuto ridursi il Guerrazzi) e fu rifiutato; allora per lo meno reo consiglio si dette promessa, che nè si sarebbero mai chieste le spese, e si sarebbe lasciato libero il Guerrazzi di recarsi dove meglio gli piacesse.

Così il nostro compatriotta partiva da casa sua, e poichè ebbe atteso in Corsica a rifarsi un po' nella salute sconquassata non istette già sulla fossa a piangere il morto, e scrisse la Beatrice Cènci, l'Asino, il Paoli, il Marchese di Santa Prassede, la Torre di Nonza, la Storia del Moscone, Fides, Pasquale Sottocorno, la Orazione pei morti di Curtatone e Montanara, lo Scrittore italiano di cui parte comparve nella Rivista Contemporanea, i Ricordi al popolo toscano, Amelia, l'Albo, ed una infinità di scritti minuti che innominatiandarono su pei giornali; nè basta; che io so avere egli condotto a termine un libro politico, e un altro racconto intitolato il Buco nel muro; apparecchiato materia per libri che narreranno di Francesco Burlamacchi, di monsignore Piero Carnesecchi, e di Andrea D'Oria; anco abbozzato certa sua fantasia per fare riscontro alla Fides intorno alla origine delle Comete. — Questo di certo non si chiamerà starsi colle mani in mano; se ma' mai il Guerrazzi avesse vizii, bisogna dire che gli sieno entrati in casa dalla finestra però che l'ozio, il quale è padre loro, non si attentò mai di picchiargli alla porta.

E confesso il mio debole; a me piace fuor di misura il Guerrazzi quando non si sa per che fisima il Governo francese (certo zelo di bassi ufficiali dacchè se taluno non volesse credere incapace il governo superiore dal commettere soperchierie, tutti poi vorranno reputarlo alieno dalle imbecillità) volle ritenerlo prigioniero nell'isola; egli sentendosi ribollire nelle vene il sangue libero dichiaròse ne sarebbe andato; ammonito con minaccie a non farlo rispose se ne sarebbe andato; dettogli, che gli avrebbero messo dietro le guardie di polizia replicòse ne sarebbe andato; ese ne andò, traversando notte tempo tetti arrampicandosi per iscale di legno mobili male assicurate su i tetti, scavalcando muri e riuscendo in altri quartieri, dove travestito da marinaro si cacciò tra la folla; si mise pel buio fra calli dirotti in mezzo a selve di olivi, e scese presso Pietra nera; caduto in mare, così fradicio entrò in barca, e tutta notte ballottato dalle ondegrosse appena alla metà del giorno seguente arriva alla Capraia. I barcaioli, che toscani erano e della isola del Giglio, paurosi delle leggi sanitarie, sgomenti non sapevano che pesci pigliare, ed egli risoluto li persuade a buttarlo sopra uno scoglio, e ad allontanarsi; all'altro provvederebbe Dio. Non se lo lasciarono dire due volte; ed egli solo su di uno scoglio dopo avere passato un tratto di mare ebbe ad arrampicarsi per la rottura che ha nome Zurletto dove sembra, che non possa salire chi va senz'ali; e poichè dopo infiniti travagli, e pericoli, in più parti offeso, arrivò in cima all'isola.... lo scambiarono per un bandito côrso; palesato il nome non gli vollero credere, perchè dalle Gazzette avevano appreso ch'egli era già arrivato a Genova; poi dubitarono quando mostrò la cifra ricamata su la camicia, e una carta da visita per caso rimastagli addosso; per ultimo lavato, rimondato dalla finta barba, e rivestito delle vesti che gli prestarono, taluno, che aveva usanza a Livorno, lo riconobbe, e allora fecergli festa; le quali amorose accoglienze durarono, finchè non giunse il legno per levarlo dalla isola e trasportarlo a Genova.

Ora dirò cose affatto ignote, o poco manifeste, donde si chiarirà se onorando il Guerrazzi per cittadino dabbene io faccia il debito, o se piuttosto io sacerdote meriti l'accusa d'idolatria. Nè rechi maraviglia se io mi mostrerò ragguagliato di casi che parranno segretissimi, imperciocchè alla età mia non si fa a fidanza, e prima di dire vuolsi pegno in mano: anzi questo si tenga per sicuro che delle quattro parti appena ne racconto una,sempre disposto a dare tre pani per coppia se taluno si lagnasse di non avere avuto il suo avere.

Sul cominciare dell'anno decorso trovandosi il Guerrazzi con parecchi suoi antichi amici gli occorse Massimo Mautino reduce di Toscana dove andò compagno a Massimo d'Azeglio, il quale gli disse: — sicchè i tuoi Toscani sono innamorati del Granduca, e a quanto sembra senza di lui nè vogliono fare nè possono — Il Guerrazzi gli domandò donde avesse ricavato cotesti ragguagli, equegli gli disse i nomi, i quali per buoni rispetti si tacciono, chè seminare scandali, e favellare per ripicco io non voglio. Lorenzo Valerio tratto in disparte il Guerrazzi lo interrogò: e fia vero? Non è vero, questi rispose, ma qui sotto gatta ci cova, piglierò lingua, e t'informerò. Allora scrisse in Toscana, e seppe con sua maraviglia comecotesta opinione portata in Toscana bella e fatta da Torino volesse imporsi da taluni della setta dei moderati al popolo, che ne abborriva; di ciò tenne ragguagliato Valerio; e considerando poi come la materia meritasse grave investigazione riscrisse ordinando le ricerche alle varie contingenze, che o si facesse forza ai Toscani, o fossero questi lasciati in arbitrio della scelta, o un po' si lasciassero liberi e un po' si costringessero: ottenuta la risposta statuì scriverne direttamente al conte di Cavour, e lo fece a un bel circa in questi termini: «avere deliberato starsi alieno da ogni faccenda pubblica, ma accorgersi che lo intelletto nei suoi propositi non aveva tenuto conto del cuore. Forse con tre braccia di terra sul capo potrebbe quietarsiquando si agita la causa della Patria; confessare alla ricisa che la sua mente andava ingombra di paura; sicchè vedeva apparecchiarsi tali prove, non vincendo le quali sarebbe grazia di Dio rimanere morti: paura perchè gli pareva che il muro si tirasse su fuori di squadra. Il Piemonte, mercè sua, rappresentava adesso le sorti italiane; fin qui gl'Italiani non avergli conferito il mandato con la bocca, bensì col cuore: ora premere glielo dessero con la bocca, con le braccia e con qualche altra cosa ancora. I Toscani uniti in un solo volere non desiderare altro, che questo, ma non comprendere come lo potrebbero fare: unitevi con noi, si dice loro da un lato, e dall'altro: non fate rivoluzioni. Ora conoscendo i Toscani la materia, che hanno tra mano, sentono che cotesti concetti si contrastano irrimediabilmente fra loro. Per chiarirsi domandarono lume, ed ebbero per norma il consiglio di agitare per ottenere la renunzia del Granduca in pro del Principe ereditario il quale, restituito lo Statuto, farebbe causa comune col Piemonte. — Questo partito per avventura arridere al signor Conte non tanto pel soccorso materiale, quanto pel credito, che darebbe alla impresa la vista di un arciduca in contrasto con la sua casa per le faccende d'Italia; e forse garbava eziandio allo Imperatore dei Francesi o perchè memore della parzialità professata da Ferdinando III allo zio, o perchè riconoscente egli stesso alle urbane accoglienze ricevute dalla sua famigliain Toscana: e questo partito non incontrerebbe difficoltà dagli uomini politici, perchè altra volta proposto, e non contrastato. Ma poichè le condizioni politiche mutano spesso nel volgere di mesi non che di anni avere egli voluto interrogare i suoi concittadini, non mica gli accesi, bensì i più rimessi, insomma taluni dei promotori della Biblioteca civile, dai quali ottenuta risposta gliela aveva partecipata per via di Lorenzo Valerio, ed ora inviargliene un'altra anco più specificata della prima; pregarlo a ponderarlo come meritava.Sperare che a cuore come il suo non farebbe specie s'ei procurasse accordarsi con tali che gli avevano nociuto pur tanto! Non meriterebbe nome di uomo se non sapesse sbandire ogni risentimento d'ingiuria privata per la comune utilità.— Desiderare i Toscani sovvenire con ogni loro facoltà le fortune pericolanti della Patria; non domandare qual parte verrebbe poi loro assegnata; confidare per questo in Dio prima, poi nel senno degli uomini:solo intendere non muoversi senza concetto per tema di guastare; chiedere si pretendessero da loro cose possibili, e proficue alla patria italiana. Ora quanta fu loro ultimamente richiesto non presentava questi due termini.Se il Piemonte, svincolati che fossero i Toscani dal giogo austriaco, gli accettasse, molto volentieri essi a lui si unirebbero; se invece fosse spediente un governo provvisorio di cui avrebbonsi a determinare la indole e le attribuzioni durante la guerra potrebbe farsi, se altro propongasi. — Per ultimosiccome la confidenza è cosa di simpatia, s'ella, mio Signore, preferisse negoziare con un uomo piuttostochè con un altro, anco questo si ripone in suo arbitrio — ».

Il sig. Conte invitava il Guerrazzi di recarsi immediatamente a Torino per conferire con lui; ed ei lo faceva quando il sig. Corsi lo avvisò di Toscana con lettere dei 24, 25, 26 febbraio, che chiamato dal sig. Cavour era su le mosse di partire col sig. Ridolfi eccellentissimo uomo, ma non per anco Eccellenza; allora egli si rimase perchè fece a dire: se reputeranno la mia presenza utile mi leveranno passando da Genova, se no mi lasceranno stare. E così operò, di tanto ch'egli era procacciante! — Ed infatti cotesti signori passarono, ma lo lasciarono stare, però il sig. Corsi gli scrisse da Torino il 1.º marzo: in Genova non avere avuto tempo informarsi s'ei ci fosse o no; trattenersi fino a venerdì: nondisprezzasse lo invito del sig. Cavouranco per mostrargli che non vi sono partiti,E CHE TUTTI SIAMO CONCORDI, IL CHE EGLI A RAGIONE RACCOMANDA.— Questa lettera non fu mandata direttamente al Guerrazzi, bensì al nipote del sig. Corsi, che si trovava a Livorno, onde poco dopo che gli fu consegnata si vide comparire dinanzi il sig. Corsi, il quale informatolo dei concerti presi a Torino entrò in seguito sul tasto della concordia. Rispose il Guerrazzi: lieve cosa conseguirla, oblierebbe le offese; in Toscana sopprimessero la turpe sentenza, e ciò più per onore del paese, che suo; se dovesse essere adoperato in Toscana gli proponessero ufficio, che a lui convenisse, se norimarrebbe fuori sovvenendo al governo, finchè si fosse mostrato veramente sollecito del bene del paese. — Non parvero, e veramente non erano esorbitanti pretensioni coteste, e il signor Corsi promise gli avrebbe scritto in breve; — e si lasciarono.

Il sig. Corsi prima così diligente, di botto diventa trascurato per modo, che solo dopo mezzo mese scrive:certi eventi difficili a spiegarsi per lettera avere trattenuta la nota pratica. Da capo silenzio, e per questa volta di lungo lunghissimo. Dopo 40giorni, il 28 aprile egli annunzia la rivoluzione fatta, la necessità diprocedere con principii retrogradi, la trepidanza che sinistrasse ogni cosa se presto non si rompeva la guerra.

Dopo pochi giorni comparve l'amnistiacon la quale un governo provvisorio eletto dal Municipio di Firenze perdonava ad un governo provvisorio votato dal Parlamento, confermato dal Senato, acclamato dal popolo quei medesimi atti ch'egli stesso operava; e parve all'universale una cosa matta. — Questa amnistia bandivasi in grazia dellaconcordia, e pure taluno opinavanon doversi mettere in pratica se non a guerra finita! E tale altro trepidava, che l'accettassero gli esuli! Un vecchio amico del Guerrazzi, commosso del soprassello d'ingiuria che si recava al nostro compatriotta, ne scrisse al sig. Boncompagni suo conoscente, perchè trovasse modo onesto di ripararvi, e n'ebbe questa risposta in data 6 maggio 1859. «Il decreto del governo provvisorio apre le porte della Toscana a tutti gli esuli: ma se il Guerrazzivorrà dare prova di amorepatrio non rientrerà per ora. La sua presenza sarebbe facilmente occasione di discordia fra quelli, che furono suoi avversarii. In tempi regolari queste discussioni non sarebbero pericolose come sarebbero ora, che tuttigli animi debbono unirsi in un pensiero solo. Gradite, ecc.»

Questa lettera dettata espressamente perchè al Guerrazzi si partecipasse, ei la conobbe. — Ahimè! Anche questo doveva toccare al Guerrazzi, che un Boncompagni gli avesse ad insegnare come si ami la Patria! Adesso per debito di carità mi astengo da parole gravi e tuttavolta non mi posso tenere da bandire alla ricisa, che il sig. Boncompagni non operò giusto, nè logico, nè politico. A mente sua laconcordiasi procura col mantenere l'offeso nel danno e nella ingiuria, l'offensore nella tracotanza del mal talento, e della opera perversa! Quieto vivere, e lieta cittadinanza pel sig. Boncompagni, quella che non vergogna prolungare lo esilio al cittadino, che meritò bene del suo paese per confessione dei suoi medesimi nemici! Bella concordia invero quella che ottiene un partito col bando di un altro partito! Veda il signor Boncompagni lo evangelo, (s'egli avesse ben letto in Dio questa carta) gli avrebbe insegnato il modo di condursi. — Se offerisci la tua offerta sopra l'altare e quivi ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contr'a te; lascia quivi la tua offerta dinanzi all'altare, va', riconciliati prima col tuo fratello, ed allora vieni ed offerisci la tua offerta. — Di fatti ufficio di cristiano, e di politico sarebbe stato questo:«Voi domandate la protezione del Re Vittorio Emanuele, ed ei la concede; però a me è noto come tra voi un dì sorgessero contese donde poi nacquero lutti di prigione, e di esilii: io non conosco da quale parte fosse il torto, nè mi giova conoscere; bene questo so che i lutti durano, e chi li soffre è cittadino reputato onesto, ora io vi dico, che l'autorità del Re deve diffondersi su tutti come la luce, che letifica, e riscalda; e repugna convertirsi in mano di un partito in arme per onestare le ingiurie vecchie, e commetterne delle nuove; andate, ridivenite tra voi fratelli affinchè di tutti possa dirsi padre il Re.»

Che se il sig. Boncompagni non voleva leggere il Vangelo, ti dia la peste! avesse almeno letto il proemio al lib. 3. delle storie del Macchiavello, che ci avrebbe appreso come le contese tra popolo, e nobili augumentassero Roma però che vi definissero con una legge, mentre all'opposto nabissarono Firenze dove si terminavano con la morte, e l'esilio dei cittadini. — Ora se il sig Boncompagni non legge il Vangelo, nè il Macchiavello, oh! che sia benedetto, che cosa legge egli per governare i popoli? Forse il giornale agrario toscano? Buon libro, sa ella? Anzi ottimo, il quale tra le altre belle cose insegna come i cavoli possiedano due coni un aereo, e l'altro sotterraneo, i quali noi altri ignorantacci prima di lui chiamavamo foglie, e torsolo... tandem anche col giornale agrario non si va a governare, e a rigovernare i popoli (il degnogentiluomo ci è stato due volte) come il sig. Boncompagni ha fatto.

Così il Sig. Boncompagni non adoperava: e se bene o male facesse sarà giudicato. — Adesso di concordia non si parla più; il sig. Corsi sollecita d'inviare il Guerrazzi a porgere testimonianza al Cavour, che ipartiti cessavano e in santa concordia vivevano tutti; il signor Corsi che nel 7 febbraio 1859 scriveva al Guerrazzi: «nella precedente mia appellava a dichiarazioni fatte da tutti i partiti, gli emuli compresi, di tenerti per capo in ogni occorrenza,» il sig. Corsi lo conforta ora a starsi lontano, e adaspettare il suo tempo; e lo accusa di non essere andato a Torino, e gli dice avere nemici non solo tra i moderati, ma bensìanco il popolo; il tempo, e la pazienza lo rimetteranno a galla; il paese mostrarsi diviso da lui; egli non avere potuto fare nulla; ed altre più cose, che a ridirle mettono addosso tristezza. — Fatto, sta, che al popolo si era dato ad intendere che andavasi d'accordo col Guerrazzi finchè se n'ebbe bisogno; ora che il popolo si era rimesso alla catena, il Guerrazzi si calunniava, si confermava nello esilio, e se fosse stato in potestà dei moderati avrieno concesso indulgenza plenaria a cui ne levava i pezzi più grossi. La causa vincitrice piacque al sig. Corsi; la vinta al Piovano; certo nè egli Dio, nè io Catone[6], ma chi di noi due facesse opera migliore anche questo sarà giudicato.

Nè questi soli i conforti, gl'inviti, e le preghiereal Guerrazzi di starsi lontano, che a dirsi tutto verrebbe meno il foglio; minaccie non si adoperarono perchè sapevano che queste l'avrebbero fatto correre addirittura a Firenze. Egli piegò il capo, e disse: «Sia; io non verrò, se il popolo non mi chiama; desidero alla patria cittadini migliori di me; s'ella li possiede, prosperi, e duri felice: questo mi basta!»

Però le continue irose e disoneste contumelie da un lato, e le scarse parole di sdegno dall'altro misero in sospetto il popolo che domandava la causa per la quale stesse assente il Guerrazzi; allora cangiato tenore si andò spargendo ch'egliintorato nei suoi rancori preferiva tribolarsi nel tedio dello esilio al vivere in pace con gli emuli suoi; nè solo si disse, ma si fece scrivere, e per renderlo più credibile da persona fin lì mostratasi parzialissima al Guerrazzi. Questi fu il conte Mario Carletti nella sua storia di quattro mesi in Toscana; e pure questo stesso Conte Mario scriveva al Guerrazzi il 4 maggio 1859: — «Prima che mi pervenisse la grata sua conosceva la risoluzione da lei fatta di non rientrare per adesso in Toscana.Ammirai la generosità di questo proposito; lo ammirarono molti con me, ma l'animo è sconsolato della mancanza ec. Sia persuaso che questo è partecipato dai più, ed esso valga a temperarle l'ambascia che deve costarle il prolungare volontario del già lungo esilio!»

Donde queste subitanee trasformazioni? Ciò è quanto vuolsi domandare al Conte non al Piovano. Il Piovano può accertare che il Guerrazzine rimase afflitto, ma non per lui; maravigliato non già, che ormai di nulla ei più si maraviglia in questo mondo.

Il Guerrazzi ne scrisse al signor Corsi, affinchè egli, che lo doveva sapere, dicesse al signor Carletti s'egli durasse in esilio per rancore, per quale altra cagione ei vi durasse, e il signor Corsi rispose: «ho scritto al signor Carletti pregandolo a rettificare i suoi giudizii, «e spero che lo farà. Non socome amico tuo sia sceso a ciò. Invero èun bel predicare la concordia, ma sarebbe meglio praticarla!» E sopra questi sensi del signor Corsi avverto, come un amico vecchio, ai giorni che corrono, di colta ti lasci in asso per amici nuovi, non doveva parere a lui cosa strana nè forte; egli, che, scrivendo al Guerrazzi altra volta, dicevanon accorgersi di trovarsi in campo a lui avverso, mentre uomini sinceri e di salda fede, i quali per causa di ufficio si trovano a frequentare i Governanti lo ammonivano per lo contrario così: «non avremmo mai creduto che gli odii politici fossero tanto implacabili contro di te» e altrove: «vedo bene che tra i presenti rettori della Toscana e te corre la medesima simpatia che fra gli austriaci e i toscani.» E poichè il Guerrazzi mandava: «or via di me poco importa, ma perchè durano con tanta jattura a perseguitare gli altri?» L'amico rispondeva: «e non comprendi,che riconciliarsi teco non vogliononèpossono, e che mostrarsi generosi con gli altri, e teco ingiusti sarebbe tal vitupero, chei meglio arrabbiati non oserebbero»con altre più parole assai, che per amore di non inciprignire la piaga si lasciano. — Quanto all'epifonema del signor Corsi è oro rotto; ma che vuol'egli? Non fu sola no a lasciare la terra per tornarsi in cielo la giustizia, ma seco lei volò tutta una nidiata di virtù; ci era la fede, ci era la sincerità, e siccome per far più presto buttarono via le vesti, di quelle della giustizia s'impossessò la violenza, quelle della fede si tolse il tradimento, con le vesti della sincerità s'incamuffò la ipocrisia. Dura la speranza, arrangolata ormai, continua a consolare piuttosto per non mangiarsi il pane a tradimento, che perchè speri abbia a succedere quello che dice.

Sarebbe storia tediosa quanto rea raccontare lefrodine, leinsidiucce, lefurbizie, lemancinate, i tirimascagni, affinchè il Guerrazzi non fosse eletto deputato. A Livorno gli ufficiali del Governo andavano dicendo agli elettori: «e' buttano via i voti, tanto deputato ei non può escire, non comparendo su la lista degli elettori»; nè facendo frutto dissero e stamparono, che il Guerrazzi aveva scelta la rappresentanza di Rosignano, suo antico collegio. A Firenze poi si assicurava eleggerlo Livorno; a Rosignano facevasi diligenza perchè i deputati del Governo uscissero eletti.

Però quanto al Guerrazzi e' fu tempo perso, perchè a Livorno egli ordinò chenon rimettesseroi suoi pochi stabili al catasto in proprio nome, avendocegli cavati da parecchio tempo per sospetto di confisca;nè lo scrivesseroa titolo dicapacitàsopra le liste elettorali, ed all'ottimo signor Romanelli, vice presidente dell'Assemblea,che a lui inconsapevole fece il censo di suo, per benedue volte ricusò la deputazionedi Arezzo, schifando mostrare anco per ombra premura di tornare alla vita politica.

«Ormai, egli scriveva, le condizioni del paese e mie sono fatte tali, che per necessità avrei a procedere contrario a chi vi governa, e ai modi, che praticano, od io non mi rimarrei di venire a combatterlo costà; ma bisognerebbe che io avessi pegno in mano di condurre la Patria a porto fidato; ora questo pegno mi manca; in simile caso la opposizione piglia indole di astio privato con iscapito del credito di cui la fa, e danno del paese che la sopporta. Ad altri l'opera infelice di convertire lo Stato in arme per soddisfare il suo mal talento: quando un cittadino vuole vendicarsi di private offese (e il meglio è che non se ne vendichi) l'ha da fare con ispedienti privati; lasci stare lo Stato, ch'egli è sacro quanto l'ara di Dio.»

Io pertanto Piovano fo caso del Guerrazzi perchè popolo nacque, viscere di popolo sortì da natura, e confido, che benevolente del popolo ei morirà. Guardate quali i suoi fregi? Le carceri, gli esilii, le angoscie sofferte per la Patria; egli rappresenta la civileuguaglianza, altri ilprivilegio; egli lalibertà, altrii modi tirannici; eglisemplice, altriarrogante e superbo; egli si tira daparteeaspetta, altri sisbracciaeprocaccia, earruffa, eannaspa. Egli noncerca, nèdomandavoti, altrismaniaa impedire, che i suoi concittadini gli diano dimostrazioni diamore, ed ardiscono pigliare un nome sacro alla sventura e gittarglielo come un bastone in mezzo alle gambe perchè caschi. I suoi difetti gli ha di sicuro, e molti, chè Dio pesci senza lische, e uomini senza peccati io non saprei dirvi il perchè ma è certo, non li volle creare; ed io per questi lo raccomanderò nelle mie orazioni al Signore, e pregandolo altresì che si degni infondere pazienza, e conforto in cotesta anima esacerbata.

Figliuoli miei, ma come volete, che si compiaccia il Guerrazzi dell'odio, e non sapete che quando si fabbrica un ingegno l'Amore ci mette più che mezza la sostanza di suo?

E qui io Piovano, confiderei di essermi giustificato dall'accusa d'idolatria per l'uomo, che in sostanza era ciò, che premeva; ed ora nonostante questi stridori potrei vivere sicuro che all'Alvernia non mi ci avessero a mandare; mi appuntano eziandio d'idolatrare i suoi scritti; ma questo non monterebbe, però, che alla più trista significherebbe, che io sono un ciuco; ora pel bene delle anime come dei corpi la Chiesa non inscomunica, e il Codice criminale non condanna gli Asini. E poichè ciuchi si può essere quanto ci pare e ci piace senza ingiuria del prossimo, purchè non si scalci, massime alla traditora, così giudicherei questa come partita saldata, però non per me bensì per l'onore del paese stimo dicevole spenderci attorno alquante parole. Non penso già che taluno possa oppormi: «e chi te l'ha conferito il mandato di difendere il paese?» perchè risponderei: Dio,e la mia coscienza correndo obbligo a tutti, grandi e piccini, di mostrarci teneri della Patria più della pupilla degli occhi. Nego risoluto che in Toscana ci vivano così, i quali sfregino i doni di Dio; di tale generazione salvatichi cerchinsi altrove; qui si amano, qui si onorano i sacri ingegni, imperciocchè si considerino meno una proprietà dell'uomo, che un presto fatto dal Signore per consolazione della Patria; onde nelle opere create dai proprii concittadini pare ad ogni toscano averci la sua parte; e tale senso così penetra nel linguaggio ordinario, che anche su la bocca dei meno colti tu odi tuttodì: ilnostroDante, ilnostroMichelangiolo, sicchè tu non puoi credere quanto quel pronome possessivo, commuova l'animo a tenerezza. La è troppo peggio che fandonia dare ad intendere che il Giusti avesse tristo concetto del Guerrazzi; o questi di quello. Niccolini, Giusti, e Guerrazzi, e quanti altri hanno pregio di gentili cultori delle lettere, e dello idioma paterno amaronsi, si amano, e vivi o morti si ameranno sempre; anzi il Giusti spesso consultava il Guerrazzi sopra i suoi gioielli, e ai consigli di lui si adattava quasi sempre; una volta non gli dette retta, e fu nella satira intitolata laScritta, dove il Guerrazzi voleva levasse la descrizione delle pitture, ed ei ce la volle lasciare stare. Veramente in politica non occorrono termini di paragone fra loro, però che studii politici il Giusti non ebbe, e per natura fu pusillanime, di corpo caloscio, onde certa volta riprendendolo urbanamente il Guerrazzi dei suoi terrori gli ebbe a dire:«vedi, tu mi pai Sansone, che volendo schiacciare i Filistei scrolla le colonne, e poi ha paura dei primi calcinacci che gli cascano sul naso.» Ed io poichè mi viene permesso, e poichè stimo che abbia a ridondare a onore di tutti vo' porre qui un carteggio che chiarirà come in Toscana si pensi e si scriva tra uomini, che per disgrazia o non si amano, o cessarono amarsi, affinchè altri impari, e per suo conto vituperi, e si vituperi, ma non affibbii a noi sensi e linguaggio onninamente plebei. Nel 1849 l'Accademia della Crusca scelse il Guerrazzi socio; tornato il Granduca (che tra le altre cose era Arciconsolo dell'Accademia) cassò di posta il Guerrazzi ed in suo luogo pose, io credo, un principe tedesco. Dopo la rivoluzione dell'Aprile il signor Gino Capponi subentrò al Granduca nella carica di Arciconsolo; e quali casi rompessero l'amicizia tra il signor Capponi e il Guerrazzi non importa rammentare, deh! così non fossero accaduti mai; e tuttavolta questo non tolse, che egli proponente, fosse reintegrato il Guerrazzi dell'ufficio, e il signor Ridolfi, a cui se qualche rimprovero si potrà fare, non sarà certo quello di mostrarsi benevolo al Guerrazzi, con parole oneste confermò: ma lasciamo parlare a loro, che lo sanno fare meglio di me:

— «Illustre signore. Ho l'onore di significare a V. S. C. che l'Accademia della Crusca a cui da gran tempo doleva non registrare il nome di lei nel ruolo accademico per essere mancata all'atto suo del 27 marzo 1849 la sanzione del governo, e tale stata la condizione delle cosein questo intervallo da non potersi mai avventurare a domandarla, desiderosa, che avesse finalmente il pieno effetto una elezione, che altamente la onorava, ha esposto il caso al Governo della Toscana: e ne ha ottenuto il decreto, che qui le trascrivo: — Costando al Governo della Toscana della legittima elezione in accademico corrispondente della Crusca dell'A. F. D. Guerrazzi avvenuta fino del 27 marzo 1849 secondando in ciò i desiderii ultimamente esternati dalla Accademia medesima approva, che il nome dell'illustre letterato sia iscritto nel ruolo accademico. Dal ministero della pubblica istruzione 4 settembre 1859. — C. Ridolfi. — R. Nocchi.

«Mentre io vedo con piacere in questo fatto la riparazione di un torto, che più offendeva l'Accademia, che la sua persona ho fiducia, che V. S. C. vorrà accogliere questa benchè tarda ammenda con quella generosità d'animo, che in lei ben si accoppia al valore dello ingegno. Intanto ec. — Firenze 15 settembre 1859.»[7]

— Piaggierie, dirà taluno; sta bene, rispondo io; ma piaggierie agli esuli, e agli invisi in veruna altra parte del mondo si fanno; piaggierie, se volete, ma considerati i tempi, gli uomini, e le condizioni loro non si sanno distinguere dalle generosità. Il Guerrazzi scrisse al signor Capponi, poichè lo statuto vuole si mandino le lettere all'Arciconsolo. — «Mio signore. La lettera umanissima scritta dal segretario di cotesta illustre Accademia mi ha consolato, e ve ne rendo grazie col cuore perchè aveva proprio bisogno di conforto. — Però dopo avere meco stesso meditato il negozio con la maturità, che ho potuto maggiore, mi è parso non dovere accettare l'onore, che degnaste compartirmi. Ioreputo, mio signore, che nè voi, nè gl'illustri vostri colleghi aprendomi il vostro collegio abbiate posto mente abbastanza alla mia condizione. — Una sentenza della Corte Regia mi condanna all'ergastolo! — Il governo provvisorio toscano con certo suo atto, che chiamòamnistia, venne a confermare cotesta condanna, imperciocchè il perdono presupponga la colpa. Ora avendo stimato onesto rigettare cotesto atto duro sotto la pena, la quale, a quanto sembra, non reputa ingiusta nè manco il presente governo, dacchè ei sopportò che i giudici i quali la profferirono tengano lo ufficio.

«Tanto mi parve debito annunziarvi, affinchè poi fatta più sottile considerazione non vi aveste a pentire del vostro benefizio.

«So che altri non attese a condanne, nè ad amnistie; molto meno ai patti ond'erano accompagnate: io non mi arrogo il diritto di giudicare altrui; solo prego vogliansi rispettare le mie convinzioni; le quali sono: che le leggi ingiuste non si devano disprezzare bensì rovesciare. Se bene mi appongo commendatemi, se male compatitemi, chè alla mia età non si muta natura.

«Se un giorno mi fie concesso tornare in casa in modo più degno di me, e forse (non mi si ascriva a presunzione affermarlo) ancora della Patria, che non è l'amnistia, allora non che rifiutare l'onore, che mi fate, lo solleciterò io stesso non come uomo, che abbia dato esempii lodevoli di scrivere, bensì come cittadino che amò con tutta l'anima la lingua,glorioso e tenace vincolo sopravvissuto ad ogni maniera di tirannide, per riunire quando che fosse in un corpo solo le membra sparse della comune nostra madre l'Italia. — Con questi sentimenti, ecc. Genova 22 settembre 1859.»

Il signore Capponi rispondeva:

«Mio riverito signore. L'Accademia della Crusca, che vi elesse suo corrispondente negli ultimi giorni del marzo 1849, reputò sempre legale, e definitiva la elezione, che allora essa fece con pieni suffragi, nè mai cessava di onorarsene; sebbene i tempi togliessero all'Accademia la facoltà di pubblicare il vostro degno nome tra quelli degli accademici corrispondenti non potevano però mai togliere il diritto, anzi l'obbligo di contarvi come uno dei socii perchè la fatta nominazione era per essa irrevocabile. Nè veniva questa ricusata allora da Voi, nè vi era dato oggi negare all'Accademia la soddisfazione di porre in luce quello che in fatto, e in diritto già esisteva da dieci anni. L'Accademia vi ritiene per suo corrispondente, e tutti noi collega nostro; il gradimento che voi ne avete espresso a noi tutti con parole onorevoli ci conforta della sicurezza che vogliate sedere una volta in compagnia dei colleghi vostri, solo atto che manchi a empire il voto, e il desiderio di essi tutti e in particolare modo di chi ha il piacere di confermarsi, ecc. — Firenze 28 settembre 1859.»

A bene intendere la parte finale di questa lettera vuolsi sapere, che al nuovo eletto corre l'obbligo recarsi di persona all'Accademia perrecitarvi l'elogio dell'accademico a cui succede. Il Guerrazzi replicava a questa con due lettere entrambi al signore Capponi, una come Arciconsolo, altra privata.

«Mio signore. La infinita benevolenza vostra, e dei colleghi vostri vi persuadono a mettere le cose in siffatta luce che paiono avermi a fare forza: tuttavolta mi sia concesso dirvi con la debita reverenza, che non le stanno per lo appunto come l'esponete voi.

«Vera la nomina, certa l'accettazione del 1849, ma dopo il Granduca, col decreto di cui non rammento la data,annullòla nomina; e il decreto come mi fu notificato alle Murate così vidi io anco impresso nelMonitore toscano.

«E quando ciò non fosse, la pena delloergastolocolpisce il condannato di morte civile, epperò cessano in lui prerogative, onorificenze, e diritti.

«Dopo il decreto regio contro del quale veruno levò querela come quello che emanava da cui aveva potestà di farlo, ci fu mestieri nuova nomina, e voi signori per deferenza al mio nome la rinnovaste, ne procuraste la conferma, e me la partecipaste con lettera quanto umana altrettanto gentile. Io però persisto, e devo persistere a credermene indegno e lo sono.

«Non crediate, vi prego signore, che questa rinunzia sia atto unico o primo, o subitaneo del mio convincimento, imperciocchè a cagione dell'obbrobrio dell'ergastolo, e della più vituperosaamnistiaio rifiutassi essere ascritto al ruolo degli elettori di Livorno, e per bene duevolte io ricusassi allo amico mio signore Romanelli la deputazione di Arezzo, sempre allegando per causa, che nè sarei tornato in patria, nè avrei accettato cosa alcuna, che mi venisse dalla Patria dove prima non si togliessero viacoteste due infamie: però voi discretissimo comprenderete come le precedenti deliberazioni mi leghino.

«Dovrei poi reputarmi sfortunato davvero se da questo ufficio di benevolenza me ne dovesse venire soprassoma di fastidii quale sarebbe certamente quello di scapitare nel concetto onorevole di cui vi degnaste darmi pegno sì egregio. Per parte mia fermo di rinunziarlo non ne serberò meno l'animo grato, e vi professerei profondissima la riconoscenza se in attestato della sincerità delle mie parole voleste gradire due copie di due traduzioni non ha guari fatte di un mio libro in Inghilterra ed in America. — Però persuaso, che vi piacerà accettare la mia renunzia e non arrecarvene, mi confermo ecc.»

Ecco la privata:

— «Signore. Una volta ci fu dolce salutarci amici: almeno a me di certo; fortuna poi volle, che cessassimo esserlo, pure io stimo che tanto anco possa su voi, signore, la memoria dello antico affetto da non rivolgervi invano una preghiera, la quale è questa: non insistete, di grazia, a farmi accettare cosa, che mi contrista, e m'inacerbisce le piaghe, che qualche volta mi danno tregua. Voi conoscendo la mia natura sapete com'essa pendaal pertinace; e quando ti si aggiunga l'argomento della mente non penso, che di leggeri uomo possa svolgermi. —

«Condannato, esule, amnistiato, offeso nella salute come nelle sostanze, percosso da vecchie ingiurie, e da nuove, a me piace, a me giova durare così, finchè la Patria non reputi onesto riparare; e se non riparerà, io finirò lontano sempre contento, quando io la sappia felice, di quella parca felicità, che solo a noi è concesso di godere quaggiù. Vi auguro ogni bene; addio.»

Allora il signore Capponi da capo.

— «Amico pregiatissimo. Sentite dunque; l'Arciconsolo non vi risponde, e quello che io possa fare di più a modo vostro è proporre all'Accademia, che lasci stare le cose come stanno; che vi voglianodisaccademicare, adesso non lo sperate, nè pare a me dobbiate voi desiderarlo. Agli uffici di corrispondente voi non sarete chiamato mai, chè propriamente non ve ne sono; rimarrà anco in atti la vostra ultima lettera, testimonio, che volete (e me ne duole) quanto a voi non essere accademico, ma non però vi cancelleremo dall'elenco dei corrispondenti; dico addirittura che non lo faranno perchè conosco le intenzioni dei colleghi miei, e se volessi io dare un voto a modo vostro sarebbe perduto. A buon conto questa vostra repugnanza dipendendo da cause mutabili, deve cessare com'io confido cessando i motivi, e che si venga a questo fine io faccio voti. Quel che io vi ho scritto è quanto arriva la podestà mia di Arciconsoloindegno, e tratto a forza sul seggiolone per lo scampolo di pochi mesi..., e voi credetemi cordialmente vostro affezionatissimo amico ec. — Firenze 28 ottobre 1859.»

E poichè il Guerrazzi si trovò ad essere messo nella Crusca come lo misero alle Murate, e ci ebbe a stare; ma non è questo che io voleva dire, bensì palesare altrui quali i modi, e il linguaggio degli uomini di cui Toscana si onora, comecchè poco amici, e per avventura stati avversi fra loro. Certo ei parrà strano sentire, che qui tra noi non pregino il Guerrazzi, mentre da trent'anni a questa parte non passa anno, che una o due edizioni dei suoi libri si stampino; nè comparisce opera di lui che tre ristampe almeno non ne corrano fra il popolo, una regolare e due per opera e virtù dei pirati; e vi ha tal libro del Guerrazzi, che conta perfino 40 edizioni. La sua parola scorre per la Italia come lava di libertà; e l'Assedio di Firenze, io non dubito, che acquistasse più anime alla causa della patria che due dozzine di Apostoli non avrebbono saputo o potuto fare. La Europa sembra tenerlo in conto, poichè l'anno scorso comparvero a un tratto tre traduzioni dei suoi libri, una a Londra dello Scott, una ad Amburgo del Valentiner, l'altra a Brusselle del Potestà; ed ora sentiamo, che l'Hachette a Parigi sta per pubblicarne un altra; nè la Europa sola, ma l'America nel cinquantotto mise fuori due traduzioni delle opere del Guerrazzi, una della Schramm a Boston, e l'altra del Monti esule napolitano a Nuova Jorca; peròse sarà peccato riputare valoroso scrittore ilGuerrazzi ci consola che saremo molti peccatori; e se ci toccherà andare all'inferno per questo, noi ci andremo, secondo che sembra, in molta, e buona compagnia; onde la piglieremo in santa pace confortandoci col proverbio, che mal comune è mezzo gaudio.

Chiuderemo ripetendo, che la Chiesa madre di carità non iscomunica la ciucaggine, nè verun codice penale la condanna, nè manco il Chinese; padrone pertanto il Giornalista a rimanersi ciuco quanto gli piace, e (se possibile fia) a crescere quanto gli pare; solo i Toscani hanno diritto di pretendere ch'ei si faccia scorgere per conto suo, e smetta il vezzo di porre su le labbra di noi altri Toscani sensi, idioma e svarioni che non solo per noi, ma per gli Ottentotti, pei Caffri, anzi pure per gli Esquimesi parrebbero salvatichi. — Se egli è ebbro pigli l'elleboro, e se ha il diavolo dell'astio, e della malignità in corpo venga da me in Canonica, dopo vespro, che come prete gli farò la carità di esorcizzarlogratis.

Queste le cause per le quali non idolatriamo nessuno, che la idolatria dell'uomo offende Dio, e reca danno inestimabile alla libertà: bensì amiamo, e rispettiamo il Guerrazzi per le doti dell'ingegno, e più per quelle del cuore, ornamento della Patria nostra.

Io Arlotto MainardiPiovano di san Cresci a Maciuoli.Mano propria.

FINE

NOTE

1.Disse allo imbiancatore che la figura di santo Antonino lasciare vi si poteva, non già quella che pur ci avea di santo Ansano a cui per devozione da niuno era mai stata accesa una candela.Manni.

2.La notte che morì Pier Soderini — l'anima andò dello inferno alla bocca, — ma Pluto gli gridò: anima sciocca — che inferno? Va' nel limbo dei bambini.Macchiavelli.

3.Il Piovano ha commesso un anacronismo.

4.Bisogna avvertire che quando il carabiniere venne per mettere i ceppi alle mani al Guerrazzi (cosa, si ripete, che mai osò veruno sbirro in Toscana) egli disse prima: «Caporale è zelo vostro od ordine ricevuto:» e quegli: «ma che le pare! è proprio del signor Ministro.» Intanto sopraggiunto il Comandante del Porto, signor Bargagli, visto il turpe atto, si mise a piangere di rabbia ed ordinò si levassero le catene; non l'obbedirono paurosi di trasgredire agli ordini del Ministro. — Avvertasi, inoltre, che su i bastimenti da guerra, mentre si naviga, tolgonsi i ferri ai prigionieri, perchè in caso di sinistro si possano salvare. Il signor Ridolfi ordinava si facesse alla rovescia.

5.Dispacci Elettrici.

6.Victrix causa placuit Diis, sed victa Catoni.


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