CONFALONIERIE I PROCESSI POLITICI.
Si possono studiare in due modi, sotto due aspetti diversi, i rapporti fra un individuo ed una società.
La forma più generalmente studiata, quella che seduce per una maggiore precisione di cause ed uno svolgimento più evidente d'effetti, è l'influenza che un uomo esercita sull'ambiente in cui vive, sull'epoca da cui sorge. La forza dominante, in questi casi, appartiene all'individualismo sulla collettività. È il genio che si sprigiona dalle mistiche profondità dell'umanesimo, e combatte e vince fenomeni universali, trasformandoli intorno a sè, obbligandoli a percorrere traccie diverse, a subire legginuove, che talvolta si prolungano bene al di là del tempo e dell'ambiente.
Aristotele, Dante, Bacone da Verulamio creano e modificano ambienti sociali nella filosofia, nella letteratura, nella scienza; Giulio Cesare, Carlo Magno impongono al mondo organismi politici, la cui influenza durerà ben più lungamente che la vita degli individui creatori.
Si capisce che questi fatti colpiscano fortemente l'immaginazione degli scrittori; e che una folla di osservatori si stringa intorno a queste esistenze privilegiate, che appunto per la loro scarsità e pei forti contorni della loro fisonomia sono facili ad esaminare e a descrivere, se non facili ad imitare.
Ma ben diverse e più complesse sono le questioni e gli studi, allorchè si passa all'influenza che la collettività esercita sull'individualismo; allorchè si esamina in qual modo agisca un'epoca, con quale forza prema un ambiente sull'educazione, sulle attitudini, sugli istinti, sul pensiero dell'uomo che vi nasce e vi cresce.
Quanti uomini di genio sono soffocati da un'epoca di compressione? quante intelligenze lucide sono sviate o rese incerte da un'epoca di transizione? quanti caratteri robusti ed interidiventano tiranni od ipocriti, sotto la piegatura lenta e costante d'una società frolla, o bacchettona, o crudele? Terribili quesiti, che devono renderci bene indulgenti nel giudicare gli uomini, ben cauti nell'attribuire esclusivamente all'indole loro, deficienze o contraddizioni od eccessi, che talvolta a questa indole furono inoculati da forze estranee, da impulsi irresistibili di responsabilità collettive.
Un uomo può nascere con attitudini spiccate alla scienza od alla letteratura; gli basterebbe un incoraggiamento, un alito di libertà per segnare forse una traccia durevole nei campi dell'intelletto. Invece, si trova in mezzo ad un ambiente di compressione o di scetticismo; un censore ignorante gli mutilerà il suo primo libro; un'accademia formalista gli screditerà il suo trovato; avrà una fiera lotta da sostenere contro un editore avido od un pubblico arido; il genio in formazione si sentirà sfiduciato, schiacciato; l'homunculussi rimpiatterà nel suo germe; Tommaso Grossi farà rogiti di protesto cambiario; Piatti morirà povero e senza fama.
In ogni forma di attività questo fenomeno può manifestarsi; ogni carriera, ogni genio può essere alle prese colle rigide tenacità di un ambiente, può soccombere sotto la mole diun'epoca o di una società. Bonaparte, luogotenente d'artiglieria, trova innanzi a sè il mondo ridotto a frantumi, e diventa il genio della guerra per ricostruirlo a vantaggio suo; Cavour, scrittore di riviste, vede questo mondo bramoso di uscire dai ceppi antichi, e diventa il genio della politica per ricostruire la sua patria a vantaggio della libertà. Supponiamo che quelle due forze, quei due intelletti bisognosi d'azione avessero dovuto svolgersi nell'ambiente chiuso e tirannico in cui s'è trovata l'Europa dal 1815 al 1830; forse Bonaparte sarebbe divenuto colonnello nell'esercito del re di Francia; e il conte di Cavour avrebbe potuto aspirare al posto di direttore generale delle gabelle.
Se applichiamo criteri indagatori consimili alla storia milanese che va dall'eccidio del Prina agli albori del 1848, ci sarà forse più facile trovare la ragione dell'esaurimento politico in cui era caduta questa città, dove il periodo teresiano aveva prodotto gli eminenti economisti e giuristi del secolo scorso, e dove il periodo napoleonico s'era illustrato di Francesco Melzi, degli amministratori e dei generali, sorti con lui.
Quella fu un'epoca insieme di repressione e di transizione; di repressione in politica, ditransizione nei costumi e nelle idee. Fu allora che cominciarono a sostituirsi abitudini di fusione sociale alle rigide distinzioni di classe dei tempi scorsi. Disparvero allora gli ultimi codini, le ultime parrucche, le ultime calze di seta bianca, gli ultimi spadini, le ultime giubbe ricamate e arabescate; l'abito rappresentò coll'esterna uniformità quella comunanza di pensieri e d'interessi che nobili e borghesi traevano dalla eguale umiliazione politica; nelle case, ai ritrovi pomposi, ai balli cadenzati, ai mobili pieni d'oro e di angoli, succedettero forme più famigliari, preferenze sempre maggiori per le comodità e le vivacità della vita.
Gli ultimi Arcadi morivano, uccisi dal ridicolo, sotto i colpi di quell'audace scuola borealche tutto l'ingegno di Vincenzo Monti non era bastato a respingere ed a sfatare. Si sentiva tutto all'intorno un mondo che si sfasciava; e tra i ruderi del vecchio e l'ossatura del nuovo, gli spiriti erravano dubitosi, si slanciavano, retrocedevano, ripiegavano; la società lottava contro sè stessa per uscire dal passato, e si spaventava qualche volta d'avere già fatto troppo larghi passi verso il futuro.
Politicamente poi, il timore e il silenzio erano divenuti i capo-saldi della vita cittadina, dellaprudenza borghese. Dopo quelle sterminate catastrofi che avevano segnalato gli ultimi anni del regime napoleonico, dopo le coscrizioni doppie o anticipate che avevano spopolate e addolorate le pareti domestiche, dopo l'impressione di terrore che aveva lasciato negli spiriti l'ultima giornata del Regno Italico, s'era prodotta in paese una sete di tranquillità e di pace che nulla valeva a saziare.
Volevano corsi e carrozze e teatri e giornali di mode e sonni tranquilli e gendarmi per le contrade. L'Austria soddisfaceva ed ajutava questo indirizzo dello spirito pubblico. Venuta qui con larghe promesse d'indipendenza e di libertà, si accorse presto che poteva smentirle impunemente, e lo fece. In Europa le lasciavano ogni arbitrio, nel paese non trovava sufficiente scatto di opposizione. Ci diede il Codice civile e la Cassa di Risparmio, un Vicerè e una Vice-regina che facevano ballare e trottavano sul corso in tiro a sei, cantanti e ballerine di cartello, giornalisti che si accapigliavano per la Taglioni o per la Cerrito, gendarmi e poliziotti in abbondanza, sulle strade maestre, agli angoli delle vie, sotto i fumosi lampioni ad olio di noce, sugli impalcati delle vetture postali.
Sotto questo regime gli uomini che avevanoavuto l'abitudine dei discorsi politici si racchiudevano nel silenzio; i giovani ne sentivano difficilmente il bisogno; la polizia era divenuta la maggiore istituzione europea, e il principe di Metternich voleva sapere da Vienna di che cosa si discorresse sotto i platani del bastione o nei palchi del teatro alla Scala. A poco a poco, il regime europeo ci soverchiò e s'impose. L'Austria, che aveva vinto Napoleone, parve divenuta la potenza invincibile, eterna, a cui l'Italia non sarebbe sfuggita più.
Si accettò la vita com'era. Si andò ai balli del Governatore, del Vicerè. Gli ufficiali austriaci, che ci avevano liberati dalla canaglia del 20 aprile, avevano forme cortesi, si accettarono cortesemente. Si leggevano i giornali ufficiali, laGazzetta di Milano, laBiblioteca Italiana; più sovente i giornali musicali e teatrali, ilFigaro, ilPirata; più tardi l'Indicatoree l'Eco della Borsa; i più rivoluzionari, leggevano ilJournal des Débats. Ai giovani che crescevano, i padri, sfiduciati di cose vecchie e paurosi di cose nuove, raccomandavano prudenza, circospezione, rispetto ai superiori; il discorso di politica non si affrontava che sotto voce, fra gl'intimissimi, con mille reticenze di fatti e di nomi; si troncava presto, come di argomento che implicassedisgusto o pericolo; si parlava della Spagna o dell'Algeria, non dell'Italia. Le generazioni crescevano in quest'afa, sotto questa pressione, e perdevano a poco a poco ogni memoria, ogni coscienza di sè.
Com'era possibile uscire da queste molteplici difficoltà, vincere la compressione, sovrapporsi alla transizione, e riprendere in Lombardia la tradizione dei grandi caratteri e dei grandi intelletti?
Lo tentò e vi riuscì, con intero successo, un uomo solo, Alessandro Manzoni. Ma vi riuscì, allontanandosi da ogni complicità, da ogni attinenza colla politica contemporanea; vi riuscì, creando una letteratura nuova e potente, sotto cui i dominatori non avevano potuto indovinare nè punire l'alto sentimento di patria; vi riuscì, rigettando il suo genio fra le tenebre dei secoli precedenti, per trovarvi corruttele e discordie da flagellare, virtù ed audacie da segnalare, ad esempio dei tempi suoi.
Però intorno e al di sotto di lui, il pensiero politico, la vita pubblica trovavano pastoje difficili a superare, vincoli impossibili a rompere. Quei pochi, fra cui si conservava il fuoco sacro, o avanzi gloriosi del periodo militare napoleonico, o giovani sdegnosi di curvare laloro vita all'ossequio ignominioso dell'epoca, si riunivano, discutevano, deploravano, cercavano di sperare. Impotenti all'azione, si buttarono alla cospirazione; necessità dolorosa nei governi di servitù, deplorabile piaga nei liberi.
Quelle forme, quei segreti, quelle iniziazioni mistiche o paurose, ch'erano state fino allora espedienti per dare importanza ai mediocri od ai pessimi, cominciarono ad essere la seduzione dei cittadini migliori. Le società segrete pullularono, si moltiplicarono, si frazionarono secondo gli scopi, secondo le difficoltà materiali o morali d'ogni singolo centro. L'Italia fu piena di loggie, di vendite, di giuramenti, di motti, di segni di croce, di emblemi, di spade incrociate, di parole incomprensibili scritte col sangue o colla chimica. Tutti gli elementi di qualche valore intellettuale o di qualche vigore patriottico si ascrissero, per illusione di libere solidanze, ai frammassoni, ai carbonari, agli adelfi, ai federati, più tardi alla Giovane Italia. Le polizie non tardarono a fiutare i pericoli, a scoprire i misteri, e in ognuna di quelle illuse consorterie penetrarono elementi infidi, agenti diretti; che si acquistavano naturalmente fiducia, per essere sempre i più pronti e i più arditi nel manifestarsi.
Così l'organismo sotterraneo italiano cessava d'essere pericoloso pei governi e diventava invece un pericolo continuo pei patrioti. Il loro elenco, il loro censimento ufficiale stavano sul tavolino di tutti i direttori di polizia; i quali, ad ogni stormir di fronda, lanciavano i loro agenti a impadronirsi delle fila di congiure appena abbozzate, talvolta neanche pensate. E così passavano per le carceri, per le torture, per le forche uomini egregi, responsabili d'un biglietto ricevuto o d'un nome dato, ma che suscitavano colla loro riputazione o colla loro virtù i timori di un dispotismo, oscillante sulla stessa base della sua onnipotenza.
La storia d'Italia diventava null'altro che un protocollo di processi politici; la città del Parini e del Manzoni diventava l'ignobile anticamera d'una schiera di sbirri e di inquisitori, fra i quali erano destinati a trista celebrità un Trevisani, un Torresani, un Bolza, un Pachta, uno Zajotti, un Salvotti.
Il falso visconte di Saint-Aignan provocava e poi denunciava la cospirazione militare milanese del 1815; un Torelli complottava nel 1831 e poi svelava i complotti; il Boccheciampe tradiva, dopo averla incoraggiata, l'audace spedizione dei fratelli Bandiera; Attilio Partesottis'insinuava nelle grazie di Giuseppe Mazzini e svelava all'Austria i nomi e i progetti dei mazziniani.
Infinita fu la schiera dei giovani deboli e degli uomini forti che da queste insidie e da questi terrori furono tratti a rompere la vita e l'ingegno contro le sbarre di una fiera prigione. Per non parlare che dell'alta Italia, il processo del 1815 avvolse Teodoro Lechi, Giovanni Rasori, Filippo Demester, Pietro Varese e una dozzina dei loro compagni; il processo del 1818 condusse a duro carcere, fra molti altri, Antonio Villa, Antonio Solera, Fortunato Oroboni, e quei due maschi caratteri di Felice Foresti e di Giovanni Bachiega. Poi venne il processo del 1820 contro Melchiorre Gioja, Domenico Romagnosi, Silvio Pellico, Piero Maroncelli, il conte Giovanni Arrivabene ed altri. Poi si arresta, come emissario d'una setta straniera, Alessandro Andryane; poi nel 1821 il Confalonieri, il Pallavicino, il Castillia, Pietro Borsieri, Andrea Tonelli. Poi, altri processi nel 31, nel 33, nel 35, e sfuggono all'arresto Pietro de Luigi, Francesco Arese, e sono presi con altri, Luigi Tinelli, uno Zambelli, Gabriele Rosa e Cesare Cantù.
La resistenza era tutta concentrata nelle classisuperiori, fra i nobili soprattutto e fra i letterati. Le masse popolari non avevano ancora, come più tardi, aperte le loro fibre al fremito dell'indipendenza. Si commovevano alle sofferenze dei patrioti; ma non erano indifferenti alle feste dei persecutori. Subivano gli effetti dell'epoca di transizione. E l'imperatore Francesco e il principe di Metternich potevano, malgrado i processi iniqui e le più inique condanne, venire due o tre volte a Milano, senza che la moltitudine osasse turbare con atti di disapprovazione gli spettacoli e le luminarie. Soltanto uno studente dell'Università di Pavia, Tommaso Grossi, rispose nel 1819 alla sfida del viaggio imperiale, con una vigorosa e felicissima satira in dialetto popolano, laPrineide, che girò manoscritta e fu subito su tutte le bocche.
Fra questi tentativi politici, il più grave per la larghezza del disegno, per la qualità dei cospiratori, per le conseguenze che ne rimasero, fu certamente quello del 1821. E fra le vittime del tentativo, la figura più altera, la personalità più drammatica, il nome rimasto nella tradizione popolare e nel quesito istorico come il vero protagonista di quel dramma affannoso fuun patrizio milanese, il conte Federico Confalonieri.
Pochi uomini al tempo nostro sono stati più discussi di lui; pochi hanno avuto più devota schiera d'amici, più larga corrente di antipatie. Era nato al dolore e alla tragedia, come altri nascono all'idillio o all'amore. In tutte le fasi della sua vita, ha una pagina strana, che non lo porta mai al trionfo, ma che lo leva dal comune degli uomini. Giovane, è involto nei cupi andamenti di una rivoluzione che mette capo al delitto; sette anni dopo, gli si addossa la responsabilità di un altro movimento che mette capo a sconfitte e a supplizj; passa i quindici anni della sua virilità fra le nude pareti di un tetro carcere, amareggiato da ogni specie di sofferenze fisiche e di torture morali; muore, come pochi muojono, durante un viaggio, di pieno inverno, senza conforto di parenti o d'amici, in un albergo di villaggio, sulla cima del S. Gottardo. Il mistero s'è assiso, come dicono i poeti, al suo capezzale; lo offende nel 1814, lo perseguita nel 1821, esce con lui dallo Spielberg nel 1836, non lo risparmia nemmeno fra le pareti domestiche, in mezzo all'atmosfera di eleganza e di affetto che per pochi anni Teresa Casati ha potuto creargli intorno. È suodestino che lo si possa credere atto a cose grandi, capace di cose odiose. Nel complesso è una sfinge, contro cui non hanno cessato mai di scrosciare i venti e le tempeste, ma che resiste immota alle offese e che forza i viaggiatori del deserto a volgersi per guardarla e per occuparsi di lei.
Ora può dirsi giunto il tempo d'interpretare l'enigma di questa sfinge? possono dirsi vicini i posteri ad afferrare i confini di questa personalità, a strappare dalle pieghe dell'anima sua qualcuno fra i segreti, onde si compone e continuerà a comporsi la storia psicologica dell'ente umano?
Forse certi fenomeni dell'atavismo potrebbero essere utilmente invocati ad esplicare alcuni lati dell'indole di Federico Confalonieri.
Apparteneva al più antico patriziato milanese, senz'altro forse alla famiglia più antica; poichè, senza voler rimontare alla tradizione di S. Eustorgio, vi sono documenti del secolo ottavo, da cui appare già il privilegio dei Confalonieri di accompagnare nel loro ingresso gli arcivescovi di Milano. Fra i membri di quella prosapia parecchi avevano avuto vicende strane. Un Corrado, dopo avere appiccato incendj, s'era pentito, vedendo condannarsi alla morte unpovero contadino pel delitto suo, ed era corso a chiudersi in un eremo, presso Noto, dove stette 36 anni e d'onde uscì beato, poi santo. I Confalonieri furono alleati di Carlo Magno e di Federico Barbarossa. Nel secolo XIII Stefano Confalonieri va ad appostarsi sulla strada di Barlassina ed uccide di sua mano, per fanatismo d'eretici, quel Pietro inquisitore che la Chiesa ha poi canonizzato col nome di S. Pietro Martire. Non vi sarebbe dunque a meravigliare se dall'insieme di queste tradizioni gentilizie uscisse nel conte Federico un tipo rigidamente aristocratico, duramente accentuato, e in lotta continua fra istinti vigorosi di ribellione e vaghe aspirazioni a misticismo religioso.
Durante il Regno Italico, Federico Confalonieri non ci appare che sotto le sembianze eleganti d'un giovane della buona società. È il migliore cavallerizzo, il re delle danze, l'oracolo nelle questioni di buon gusto, di spirito, di duelli. Il Cantù ha pubblicato in un suo libro pieno di sbalzi:il Conciliatore e i Carbonari, alcuni versi di Giovita Scalvini, da cui appare la grande seduzione che esercitava il giovane Confalonieri sugli uomini.... e sulle donne. Teresa Casati, bellissima e dolcissima fanciulla, gli rompe coll'amor suo la vita da scapolo. Edegli è felicissimo di quell'amore; la giovane coppia conserva il primato delle simpatie cittadine; la Vice-regina vuole la sposa Confalonieri a sua dama di corte, e lo sposo vi acconsente senza entusiasmo.
Verso gli ultimi mesi del Regno, Federico Confalonieri comincia ad assumere atteggiamento politico. Non accetta un ufficio di Corte che Napoleone gli destina[29]; si astiene dallo intervenire ai ricevimenti del Vice-re; parla alto e forte contro le follíe dell'Impero e le sue guerre sterminatrici. Al 20 aprile, ha già fisi sopra di lui gli sguardi del pubblico, ed ogni suo passo è spiato, ogni mossa giudicata, piuttosto con diffidenza che con simpatia. È considerato già come il capo del partito italico; e si separano tanto da lui i capi della soluzione austriaca, il Verri, il Guicciardi, l'Armaroli, quanto egli cerca separarsi dal Melzi, dal Prina, dai capi della soluzione eugeniana. Come accade in tutte le giornate di tragiche commozioni, le accuse e le difese s'incrociano e non riescono a illuminare la scena. Il Verri asserisce di averlo visto nel cortile del Senato dare il segnale di applausi, ed egli afferma in unopuscolo[30]“nessuno potrà asserire d'avermi visto prender parte a que' clamori, sia di plauso, sia d'improbazione.„ L'Armaroli attribuisce a lui personalmente l'atto brutale di avere traforato coll'ombrello il ritratto dell'Imperatore dipinto dall'Appiani e di averlo buttato dalla finestra; e il Confalonieri risponde[31], denunciando al pubblico lo scrittore come “un vile calunniatore„ e protestando di “non avere mai posto, nell'aula del Senato, in quella giornata, il piede.„ Abbiamo visto come il duca di Lodi, uscendo dal suo cauto e silenzioso riserbo, rispondesse ad una lettera del Confalonieri, chiamando “uomini più che imprudenti„ i pubblicatori di quelle accuse contro di lui.
Certo, il Confalonieri agì in tutta quella giornata con impeti giovanili, dei quali pareva che il rancore, un rancore fiero e personale contro il principe Eugenio, fosse l'inspiratore. E s'è molto almanaccato, allora e poi, intorno a questo rancore. Gli si cercarono ragioni speciali, molto intime, punto politiche. Si sono immaginate imprudenze, passioni, vendette, di carattere medioevale.
Il nome, la gentilezza, la riputazione morale di Teresa Confalonieri ci pare che bastino a collocare simili supposizioni fra quelle troppo abusate a spiegare i fatti politici coll'elemento fantastico.
Può darsi che Federico Confalonieri fosse geloso. Lo si è quando si ama e quando non si ama. In tal caso, Dio gli ha riserbata una punizione ben grave. Ma dall'essere geloso ai cupi drammi che la tradizione popolare ha raccolto intorno a quell'altera figura, ci corre assai. Il principe Eugenio Beauharnais era un vagheggino; Teresa Confalonieri era bellissima; Federico era marito ed era orgoglioso; il dramma umano è lì, ma tutto induce a credere che sia stato unicamente lì. Ora, non basta una semplice galanteria di modi o di linguaggio a spiegare il contegno del Confalonieri verso il Vicerè. Un uomo dell'educazione e delle abitudini del conte non poteva spingere all'odio qualche momentanea irritazione per preferenze usate da un principe ad una bella signora, in un'epoca in cui le relazioni sociali non s'inspiravano a claustrali rigidità. D'altronde vi sono lettere del Confalonieri a sua moglie, da Parigi, nel maggio 1814, in cui si esprime intorno ad Eugenio nei termini della maggiore franchezza eintimità; con quell'accento verace di comunanza negli affetti e nei giudizj, che certo non avrebbe potuto usare, se il principe ormai spodestato fosse stato, in qualunque tempo, fra lui e sua moglie una causa di dolorosi rapporti. Si compiace con essa, p. es. perchè alla famiglia Beauharnais non sia stata riserbata, nelle trattative diplomatiche, nessunaprincipauté. Le dà ragguaglio d'un incontro fortuito avuto con lui nell'anticamera di lord Castelreagh; e le aggiunge scherzosamente: “Sostenni però la dignità della mia rappresentanza, ed egli certo trovavasi più di me imbarazzato.„ Un'altra volta, invitato a pranzo dal maresciallo Berthier, vi trova il conte Méjean, segretario di Eugenio, che gli dice essere stato il principe assai spiacente di non aver veduto da lui nessuno della Deputazione Italiana. E il Confalonieri risponde calmo “che una Deputazione politica non poteva agire individualmente e che anche la semplice urbanità doveva cedere alla posizione gelosa in cui si trovava, dovendo rispondere di sè alla nazione.„
Tutta questa corrispondenza insomma, dettagliata, intima, affettuosa, dimostra che nessuna nube gettava tra Federico e Teresa il nome del principe Eugenio. Sicchè è forza cercareuna ragione veramente politica alla condotta sdegnosa ed ostile del Confalonieri verso il più alto rappresentante del regime napoleonico in Italia. A questo regime egli era e s'era manifestato profondamente avverso. Come tutta la gioventù non militare del tempo suo, disperava di un'ambizione che nessuna strage poteva disarmare. Quella nuova Iliade aveva stancato; il nome di Napoleone, ancora pieno di prestigio sugli uomini di guerra, aveva cessato di rappresentare, innanzi agli uomini di pace e di governo, nessuna speranza di benessere o di stabilità. Dopo la campagna di Russia, un lutto profondo aveva regnato nelle famiglie lombarde; di ventisette mila Italiani ascritti al grande esercito, soltanto mille rivedevano, col generale Pino, la patria; altri ventidue mila erano rimasti fra le zolle insanguinate di Spagna. Le guardie d'onore, meno cinque, erano tutte perite[32]. Non bastava la gloria a consolare tante madri. Onde la coscienza pubblica, attonita a questo duello fra un uomo e l'Europa, non osava più ricordarsi dell'idolo antico, a cui l'adorazione aveva pur troppo insegnata la via del male; e si allontanava da quel gigante, sottoi cui passi, come sotto quelli del dio d'Omero, tremava la terra.
V'è una lettera di Confalonieri a sua moglie, da Parigi, pochi giorni dopo l'atto di abdicazione, in cui parla quasi con ira dell'uomo “che ha fatto scannare centomila vittime in sostegno di tutt'altra causa che la loro propria.„ Era veramente la nota dominante, ilgrido di doloredell'epoca.
E se a questa ragione di alta politica, un'altra dovesse unirsene d'indole personale, a giustificare l'antipatia che il Confalonieri nutriva pel Vicerè, non la cercheremmo in un amore ferito, ma in un'ambizione offesa. Il principe Eugenio aveva offerto al conte Federico di essere suo grande scudiere; e l'offerta dovette singolarmente umiliarlo. Al giovane altiero, che si sentiva un valore politico ed era forse troppo impaziente di politiche attività, quel posto di Corte, che gli dava il diritto o l'obbligo di cavalcare sul corso alla portiera del Vicerè, parve piuttosto un insulto che un segno di favore. Rifiutò sdegnosamente, e forse di lì muovono i primi impulsi alla sua tenace ostilità. Da una lettera sua alla moglie e da un'altra a lui scritta da Lodovico De Breme traspare quanto orgoglio venisse offeso da quell'incauta proposta vicereale.
Ad ogni modo, dopo la fatale giornata del 20 aprile, e malgrado l'incerta fama che ne rimane su lui, l'influenza politica del Confalonieri diventa subito grande.
La Reggenza Provvisoria di governo, tratta dal solo partito austriaco, lo sceglie fra i deputati inviati a patrocinare presso le potenze alleate le sorti del Regno. Ed egli, più giovane di tutti, è il capo morale della Deputazione, l'oratore incaricato di affrontare le questioni più delicate, i colloqui più decisivi.
Questa prima missione politica è piena di onore pel conte Federico. Il brillante ordinatore dei minuetti milanesi si muove come un diplomatico esperto frammezzo a quella plejade di imperatori e di marescialli. Non è imbarazzato, non è timido, non è provocante. Vede giusto fino dal primo giorno e non s'illude, nè illude. Il suo colloquio con lord Castelreagh, in cui quel plenipotenziario inglese gli annuncia chiaro e tondo che la Lombardia è data senza condizioni all'Austria, è stato già pubblicato[33]; ma non sono pubblicate ancora le molte lettere sue da Parigi alla moglie, in cui la informa della situazione di Parigie de' suoi colloqui coi sovrani di Russia e d'Austria.
È appena giunto, e scrive il 4 maggio: “Milano è nell'inganno. Egli è ben doloroso il doverne sortire, quando l'inganno è dolce.... Un mese prima eravamo ancora in tempo per far qualche passo alla nostra politica esistenza; or non ci resta che ad implorarla. Ci verrà essa accordata? l'Austria è l'arbitra, la padrona assoluta dei nostri destini. Non trattasi più di domandare alle Alte Potenze costituzione liberale, indipendenza, Regno, ecc. Trattasi d'implorare ciò che un padrone ci vorrà accordare.„
Assiste all'ingresso in Parigi di Luigi XVIII, e, meravigliato degli entusiasmi che l'accompagnano, scrive con vibrate parole: “Stordita nazione, ha bisogno d'esser condotta colla catena e col flagello! 24 anni di disastri non l'hanno ancor resa alla ragione. Ma l'orgoglio, ma la vanità francese è bassa.... si ubbidisce tremando a chi parla una lingua straniera....„
I suoi abboccamenti coll'imperatore Alessandro e coll'imperatore Francesco sono di notevole interesse storico. Alessandro riceve gl'inviati milanesi come illustri italiani, non come Deputazione. È garbato, ma breve e laconico, quasi per impedir loro affatto d'entrarein materia. Invano il Confalonieri e Alberto Litta prendono due volte la parola; egli la tronca con altiera urbanità sul labbro degli oratori, dice loro delle cose graziose e li congeda coi complimenti d'uso. Forse il contegno dell'imperatore Alessandro sarebbe stato diverso, se la Deputazione milanese avesse avuto il mandato di sollecitare una soluzione favorevole al principato indipendente di Eugenio Beauharnais. Questa soluzione avrebbe avuto tutto il favore dello Czar, che all'imperatrice Giuseppina lo aveva caldamente promesso. E forse in quel punto Federico Confalonieri avrà dovuto pensare come l'essere giovani e audaci non basti sempre a risolvere bene i gravi argomenti, e come il vecchio Melzi avesse avuto, nel suo tentativo politico di un mese prima, intuito più giusto e avvedimenti più sagaci de' suoi.
Quanto all'imperatore Francesco, le sue accoglienze sono egualmente cortesi, ma la sua volontà è inflessibile. “Voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista, vi amo come miei buoni sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore del vostro bene;„ ecco le prime parole con cui l'Imperatore accoglie la Deputazione lombarda. E il Confalonieriscrive alla moglie: “nulla vi ha di lusingante e di paterno che non ci abbia detto in più di mezz'ora di amichevole conferenza, ma egli parlava da padrone, nè vi era luogo a patti.„ Richiesto se almeno acconsentiva che la Corona di Ferro brillasse sul suo capo, unitamente alle altre, ma dalle altre staccata, rispose: “Io non ho progetti ambiziosi, mi occuperò di questa idea, desidero assai farvi contenti; Regno Italico no, perchè io non ispingo le mani a quello che può essere d'altri.„ E cercava in quei giorni di spodestare la dinastia di Savoja!
Alle richieste di Confalonieri per un esercito indigeno, per lo sviluppo degli stabilimenti sorti durante il periodo italiano, per la restituzione dei capi d'arte involati sotto il periodo francese, rispondeva evasivamente: “Lo veggo, avete bisogno di una Corte; vi manderò un Arciduca; sarà ammogliato.„ Quanta meschinità di criterj in così grande sommovimento di cose!
L'Imperatore desiderava però compromettere più a fondo i delegati milanesi; diceva loro che desiderava vederli altre volte per valersi dei loro lumi. Al che rispondeva con prudente fermezza il Confalonieri che “la Deputazionenon poteva allontanarsi dallo scopo per cui era stata mandata, senza avere nuove istruzioni.„
È rimasta nelle tradizioni storiche di quei giorni una grande oscurità intorno alla vera soluzione che il partito italico avrebbe voluto dare alle cose del Regno. Si conosce il programma dei Mellerio e dei Ghislieri, l'Austria assoluta; si conosce quello dei Verri, dei Guicciardi, della Reggenza, l'Austria con guarentigie amministrative; si conosce quello dei Melzi, dei Paradisi, dei generali italiani, il Regno autonomo colla dinastia di Beauharnais. Ma qual era il programma di Confalonieri, che a nessuno di questi aderiva e che di tutti s'era guadagnata l'ostilità?
Nessuno storico, a nostra conoscenza, l'ha finora accennato; ma fra le carte della famiglia[34]si trovano accenni ad una soluzione, che il conte Federico era forse allora solo a credere possibile, e che i tempi resero più tardi la soluzione trionfante. “Stiano gl'Italiani uniti„scrive alla moglie fino dal 13 maggio 1814 “non presentino che un solo voto, si dimentichino quel fatale e malinteso patriottismo di città per non servire che al patriottismo di nazione; pronuncino pure i loro sensi altamente, energicamente, li facciano giungere fin qua, e la loro causa non è ancor disperata.„ E più tardi scrive: “Bando alle idee municipali e pregiudicate; la miglior consistenza di uno Stato è legata colla sua compattezza e conveniente linea di confini. Le città non possono essere tutte capitali; e una città grande di uno Stato grande val meglio di una capitale in uno Stato piccolo. Se nel sistema delle reintegrazioni, la Casa di Savoja, già la più forte dell'Italia nordica, dovesse divenirlo di più, è meglio appartenerle che aumentare il numero o far parte dei frazionarj Ducati italiani.„
Da queste lettere spunta veramente un programma; un programma forse — come il diplomatico di Scribe — unitario senza saperlo. Ma l'uomo che fin dal 1814 vedeva nella Casa di Savoja, allora negletta ed umiliata, la soluzione dell'avvenire; l'uomo che, affrontando con largo animo la questione municipale, intuiva le discordie del 1848 e le concordie del 1859; l'uomo che fin d'allora consigliava a Milano,splendida capitale d'un grande Stato, di abdicare, per intenti superiori di nazione, ad orgogli che potevano sembrare legittimi, — quest'uomo doveva unire ad un forte intelletto politico un alto sentimento di convenienza e di generosità[35].
Chiuse le trattative e stabilito irrevocabilmente il destino della Lombardia, Confalonieri non volle spiccarsi da Parigi senza visitar Londra. La sua riputazione vi era giunta prima di lui, ed egli ebbe ovazioni dal partito liberale e dai membri dell'opposizione parlamentare, malcontenta già del trattato di Parigi e della condotta, piena di assenso a tutte le avidità imperiali, che vi aveva tenuto lord Castlereagh. Non volendo aggiungere pretesti a lotte politichein paese straniero, Confalonieri tornò subito a Milano. Vi prese atteggiamento di altiera disapprovazione per la condotta governativa dell'Austria e per la sleale dimenticanza delle sue promesse. Fu il rigido regolatore del piccolo partito nazionale rimasto in Milano; ed ebbe crude parole per le debolezze di amici suoi, del Pecchio fra gli altri e di Ugo Foscolo; col quale corsero sfide, perchè il suo contegno verso le autorità austriache non gli era parso così indipendente com'egli giudicava che il Foscolo avrebbe dovuto serbarsi. E forse dobbiamo alla severità morale del Confalonieri se quell'alto ingegno s'è potuto in quei giorni fermare sulla china pericolosa verso cui l'avviavano le spensierate prodigalità della sua vita gaudente; e se, determinandosi ad emigrare in Isvizzera e a Londra, trovò poi modo di rialzarsi a dignità di lavoro e di riconquistare l'amicizia dello stesso Confalonieri e degli altri liberali che a Milano ne avevano deplorata l'incerta condotta.
Dopo un anno di questa vita milanese, piena di virtù, di riflessioni, forse di pentimenti, il Confalonieri si decide a viaggiare; viaggia colla consorte, viaggia solo, con amici, percorre l'Italia, la Svizzera, e da capo la Franciae l'Inghilterra. Viaggia con molta serietà d'intenti, coll'animo sempre aperto alla patria e all'avvenire. Monsignor Pacca, governatore di Roma, annunciando a chi vi poneva interesse il passaggio per le Romagne del conte e della contessa Confalonieri, notava che a Roma e a Bologna essi frequentavano “la più cattiva compagnia.„ Voleva dire gli uomini che aspiravano a rivolgimenti d'indipendenza.
A Napoli il Confalonieri conosce i Poerio, i Carrascosa, i Cuoco, i Rossaroll e quei due generali Pepe, di uno dei quali, Guglielmo, scrive con tacitiana sentenza: “divenuto famoso senza essere nato a fama.„
In Toscana si stringe di nobile amicizia con quel Gino Capponi che è stato per tre generazioni il modello degli Italiani a cuor largo e a politica generosa. In Isvizzera visita gli istituti di Fellemberg e di Pestalozzi e vi si innamora delle questioni didattiche e dei metodi educativi. In Inghilterra studia tenacemente le istituzioni liberali; è ricevuto a braccia aperte da lord Holland, il patriarca dei liberali inglesi, e un fratello del Re, il duca di Sussex, lo inscrive nella loggia di Cambridge.
In Francia, si lascia attrarre dal vecchioBuonarroti nell'ambiente delle società segrete; nelle quali accetta di entrare, quasi con scettico disdegno, ricusando i giuramenti e gli altri vincoli della setta. È accolto ospite gradito nella compagnia del venerando Lafayette, e vi conosce i Broglie, i Dupin, i Constant, madama di Stael e Larochefoucault-Liancourt e Degerando e Alessandro Laborde. Dappertutto dove va, lo sentono uomo di valore e lo trattano come tale.
Al suo ritorno da questi viaggi, il suo nuovo programma è stabilito. “Federico mio„ gli aveva scritto in quei giorni un amico, profondo, si vede, nella conoscenza degli uomini “soffoca l'invidia colle azioni o l'invidia soffocherà te colle parole[36].„
E il Confalonieri agisce. Raduna un gruppo d'amici, colti, operosi, devotissimi all'Italia ed a lui. Si mettono a patrocinare nuove idee, ad iniziare progressi nuovi, introducono macchine per lavorare il lino, assettano la prima filanda a vapore, fanno solcare da un piroscafo di prova il lago di Pusiano, tentano in un palazzo di Milano[37]il primo esperimento d'illuminazionea gas. Il Confalonieri chiede al governo il permesso di aprire scuole popolari fondate sul sistema del mutuo insegnamento; sistema allora molto in voga per iniziative inglesi e francesi, ma del quale, come sovente, poteva rivendicarsi l'invenzione ad un nostro italiano, quel Castellino di Lecco la cui memoria è ricordata da una lapide municipale sopra una casa della via Alessandro Manzoni.
Il Governo accordava dapprima volentieri il permesso, ma poi, sospettoso degli scopi e visto il gran numero di scuole che si fondavano, ritirò l'autorizzazione e ne decretò la chiusura. Intanto, la novità aveva servito ad allacciare molte relazioni, ad agitare questioni d'istruzione pubblica, a mettere in evidenza la cultura e l'amor del paese che nutrivano i liberali. Il Confalonieri s'era posto in corrispondenza per tali imprese con uomini distinti d'ogni parte d'Italia, col Mompiani di Brescia, col conte Giovanni Arrivabene di Mantova; s'era fatto presentare per lettera da Gino Capponi a Carlo Alberto, principe di Carignano.
Per allargare e rassodare questo movimento di spiriti che doveva, secondo i suoi promotori, preludere a rinnovazioni politiche, si fondò un giornale, ilConciliatore; macchina di nazionalitàe di progresso, di cui s'era avuto cinquant'anni prima l'inspirazione nelCaffè, e di cui si avrebbe avuto trent'anni dopo nelCrepuscolouna gloriosa ripetizione.
Il conte Luigi Porro-Lambertenghi era il braccio destro di Confalonieri in tutto questo tramestio. Anzi fu lui che sostenne le spese della pubblicazione e ne diresse gli andamenti. E con lui sulConciliatorescrivevano, con pensieri rinnovatori, Gian Domenico Romagnosi, Giuseppe Niccolini, Silvio Pellico, Lodovico De Breme, il Sismondi, Ermes Visconti, Pietro Borsieri, Giuseppe Pecchio, Giovanni Arrivabene, Giovanni Rasori, Filippo Ugoni, Giovanni Berchet, tutto lo stato maggiore dell'ingegno lombardo, da cui sarebbero usciti i martiri e gli esuli del patriotismo.
Questo simpatico sodalizio ridava a Milano un po' di tono; si usciva ancora una volta dai discorsi volgari per muoversi in un'atmosfera di novità intellettuali[38]; in casa Trivulzio, in casa Porro, in casa Confalonieri, in casa Ciani, in casa Arconati si raccoglievano a piacevoli edotte conversazioni i più distinti e i più intelligenti cittadini; non vi mancavano illustri stranieri, che ricercavano con premura l'ingresso a quei circoli, — e lord Byron e M. Necker e lord Brougham e Schlegel e il chimico Davy e il duca di Richelieu. Lo stesso comandante supremo dell'esercito austriaco in Italia, il maresciallo Bubna, frequentava quelle sale del patriziato; dacchè era e si manifestava volentieri uomo di progresso; e nel paese, piuttosto che l'elemento militare, si avversava in quell'epoca l'elemento civile austriaco, perchè il vero colpevole delle smentite promesse e degli abusi della polizia.
Questa non tardò infatti a fermare il moto e a perseguitare i motori.
Nell'ottobre del 1819, ilConciliatoreveniva soppresso; nell'ottobre dell'anno successivo, si arrestavano Pellico, Gioja, Romagnosi, — il processo dei Carbonari — e non s'era che al principio; l'anno seguente, le carceri si riaprivano per nuovi illustri, e cominciava il mostruoso processo dei Federati.
A questa setta avevano politicamente aderito il Confalonieri e gli amici suoi lombardi; mentre la Carbonerìa aveva maggiormente invaso le Provincie venete, marchigiane e napoletane.
In queste ultime l'insurrezione era scoppiata nell'estate del 1820, e nell'inverno successivo cominciava a rumoreggiare in Piemonte.
Sui primi di marzo, parte da Parigi per Torino il principe Della Cisterna, gentiluomo nobilissimo e rispettabile, padre di quella che fu regina di Spagna e consorte ad Amedeo di Savoja. Un avviso segreto al conte Lodi, ministro della polizia, gli partecipava che in un doppio fondo della carrozza da viaggio del principe si sarebbero trovate carte compromettenti. La carrozza è visitata, e le carte si trovano. Si cominciano i primi arresti, lo stesso principe Della Cisterna, che parve estraneo alla congiura ordita per mezzo suo, il colonnello Ettore Perrone e il marchese di Priè. Quegli arresti provocano agitazioni, e a furia di spinte e di controspinte si giunge a quel movimento militare, il cui insuccesso procurò a Carlo Alberto così lunghe amarezze.
Il Confalonieri non voleva essere inerte spettatore delle novità piemontesi. Ma era malato di febbre e non poteva viaggiare. Incaricò due giovani amici suoi, Giorgio Pallavicino e Gaetano Castillia, di recarsi a Torino a proporre accordi. Quelli andarono, videro il generaleDella Torre, parlarono a Carlo Alberto, e tornarono persuasi che non v'erano sufficienti forze militari per attaccare gli Austriaci. Saputo ciò, il Confalonieri disdisse prudentemente in Lombardia ogni disposizione di moto, e scrisse anzi, trasmessa dal Pecchio, una lettera al conte di San Marzano, sconsigliandolo dal tentare invasioni inefficaci al di qua del Ticino[39].
La polizia austriaca aveva notato questi andirivieni e stava in agguato. Fra le carte trovate nella carrozza del principe di Cisterna, v'erano indirizzi di varj personaggi italiani, e fra i lombardi si raccomandava Federico Confalonieri. Bastava perchè fosse attentamente vigilato, come si vigilavano il Pallavicini e il Castillia. Questi era inoltre sospetto per frequenti relazioni sue colla Spagna, allora inauge presso i congiurati per la sua Costituzione del 1812 e per l'appoggio che dava loro in Torino l'inviato diplomatico conte Bardaxi. Sopra un anello che il Castillia portava in dito, si potè leggere un motto che fu subito considerato come linguaggio settario:leggi e non Re; Italia c'è. Si decide una perquisizione nella casa di Castillia e il commissario Bolza trova, involta in una camicia, una lettera scritta ad Emanuele Marliani, noto liberale italiano, allora in Ispagna. Ciò basta perchè il Castillia venga imprigionato; ma non basta perchè si scoprano complici e fatti. Per alcuni giorni si va a tentoni; interrogando a destra e a sinistra, specialmente delle signore.[40]
Allora l'imperatore Francesco istituisce, per avviare il processo, una Commissione straordinaria inquirente, affidandone la direzione all'acuto ed accanito Salvotti. Questi ottiene dal consigliere Pagani, direttore di polizia, una relazione scritta, per incarico suo, da Carlo Castillia, fratello dell'arrestato, che, avendo fatto parte di una seduta cospiratoria in casa di Pecchio, con Benigno Bossi, Borsieri e il conteArrivabene[41], ne aveva dato alla polizia i ragguagli ed informava su molte cose attinenti alla rivoluzione piemontese allora soffocata. Il processo comincia a prendere proporzioni e l'inquietudine si sparge fra i liberali.
Forse però sarebbe stato difficile procedere ad altri arresti, essendo il Pecchio fuori di Stato, se al marchese Giorgio Pallavicino, giovane di caldi sensi e di animo generoso, non fosse balenata una ispirazione che soltanto la mente affatto inesperta poteva fargli credere di antica virtù.
Supponendo che il Castillia fosse arrestato pel suo viaggio in Piemonte, si reca difilato dal direttore di polizia e gli dice: “Gaetano Castillia fu da me trascinato in Piemonte; se quel viaggio è riputato delitto, io solo sono il delinquente; io solo adunque sono meritevole di pena.„
È facile pensare che l'atto inconsiderato del marchese Pallavicino doveva perdere lui ed altri, non salvare nessuno. Per quel giorno lasciarono ritornare l'incauto giovane a casa e tesero le loro reti. La sera dopo, mentre il Pallavicino è nell'atrio del vecchio teatro Re, sivede a un tratto dirimpetto il conte Bolza, ai lati due gendarmi travestiti, e un altro commissario Cardani, che, con un sorriso sulle labbra, da disgradarne quello dei birri a Renzo, al momento di mettergli i manichini, gli dice rispettosamente: “signor marchese, il direttore generale di polizia vorrebbe dirle una sola parola.„
È la frase d'obbligo del tempo e del caso. Il Pallavicino non resiste, nè può resistere. Due giorni dopo, condotto innanzi alla Commissione inquirente, il Salvotti gli mostra sopra un pezzo di carta la firma del Confalonieri e gli dice che ha saputo da un esame suo tutte le circostanze della cospirazione. L'insidia volgare riesce; al giovane, già percosso di dolore e di stupore, richiamano alla memoria la madre sua che lo adora. Uno de' commissarj, con cinico inganno, dichiara d'averla or ora lasciata tutta convulsa ed in pianto. Il Pallavicino ha scritto egli stesso, con molta lealtà, la confessione di quel terribile quarto d'ora. “In quel momento io perdei l'uso della ragione; farneticavo, sopraffatto dal dolore.... caddi nel laccio.„
La deposizione del Pallavicino allarga il processo; si fanno arresti a Pavia, a Brescia, a Mantova. Invano lo sventurato, ravveduto dallacommozione e dall'inganno, cerca ritrattarsi, confondere i giudici, fingendosi pazzo e ostinandosi lungamente in questa finzione. Era troppo chiaro che una pazzia venuta dopo non poteva infirmare deposizioni fatte prima che quella sopraggiungesse.
Nella città intanto cresceva l'inquietudine, e tutti gli occhi si volgevano al Confalonieri, ritenuto il capo e l'anima di ogni cosa. Si arrestavano intorno a lui il Borsieri, il Tonelli, il colonnello Arese, ed egli non si moveva. Aveva fatto costruire nella sua alcova una scala segreta che metteva ad un abbaino, e aspettava. Invano gli amici lo esortavano a mettersi in salvo. Il maresciallo Bubna, trovatosi una sera colla contessa Confalonieri nel palco della duchessa Visconti di Modrone, le disse con marcato accento: “perchè il conte Federico non si reca in campagna? mi pare che l'aria libera gli farebbe gran bene.„ Vuolsi che la stessa moglie del maresciallo, dama di squisita educazione, avesse pregato, piangendo, la contessa Confalonieri a voler allontanarsi da Milano con suo marito.
Fu inutile. Quanto più pareva che il governo austriaco esitasse a mettere la mano sul grancolpevole, tanto più questi pareva ostinarsi a sfidarne le esitazioni. Era il pensiero che la sua fuga avrebbe potuto rendere più grave e più manifesta la colpa de' suoi amici nel carcere? Era, come fu più volte supposto, l'inconscio desiderio di un'espiazione patriottica per le responsabilità del 1814? Era, come altri gli rimproverarono, l'orgoglio di un uomo che si atteggiava a potenza, e che diceva, come Danton alla vigilia del suo arresto:non oseranno?
La sera del 31 dicembre 1821, Federico e Teresa sono soli in un gabinetto, nella loro casa, ora Lattuada, tra la via Romagnosi e il Monte di Pietà. Entra improvvisamente il solito conte Bolza con due commissarj. Vogliono solamente rovistare alcune carte, ma il Gonfalonieri ha visto nel cortile birri appiattati e comprende che l'ora del dolore è suonata. Teresa dà al marito in uno sguardo un poema di conforti, di ricordi e di addii. E mentre il commissario affetta di visitare lo scrittojo, Federico chiede il permesso di mutarsi d'abiti, entra nello spogliatojo ed apre l'usciuolo della scaletta segreta. Al remore, che non può interamente dissimularsi, il Bolza si precipita nella camera da letto, un altro commissario mette una pistola alla goladella contessa Confalonieri, gendarmi e birri entrano nelle stanze e inseguono su per le scale il fuggitivo. Questi giunge in tempo a calare dietro di sè la pesante botola che copriva la scaletta e si slancia verso il cancello dell'abbaino che ogni sera rimaneva aperto. Un urlo d'angoscia! il cancello è chiuso e la chiave non è sull'uscio.
Invano fruga con febbrile ansietà; invano scuote le rigide barre e cerca con disperato sforzo di sgretolare i mattoni; il tetto, lo spazio, la libertà son lì a due passi le sue mani vi si distendono traverso alle sbarre; ma la botola si risolleva; gli sbirri accorrono, si abbattono sulla loro preda; Federico Confalonieri dà un mesto addio al mondo, alla libertà, alla sua Teresa; è prigioniero.
Nessuno potè mai spiegare in qual modo la via di salvezza preparata con tanta cura si sia trovata al momento del bisogno così fatalmente ostruita. Un agente di casa Confalonieri asserì per molti anni che soltanto per misura di sicurezza interna, il maggiordomo di casa, ignaro del vero scopo di quell'apertura, avesse, qualche giorno prima, fatto chiudere il cancello. Nella famiglia durò lungamente la tradizione che un servitore, da poco tempo assunto, e boemodi nascita, avesse in quel mattino chiuso il cancello e nascosto la chiave.
Il processo del conte Confalonieri è una delle maggiori iniquità giuridiche di cui siano fecondi i moderni tribunali straordinarj. Nulla fu rispettato, nè le forme, nè la coscienza, nè i diritti del prigioniero. L'insidia e la ferocia ne vegliano le ore, durante il carcere d'inquisizione e durante quello di pena.
Domanda un Codice penale, e gli viene rifiutato. Esige, a tenore di legge, che due probiviri assistano agli interrogatorj per la regolarità del processo, e gli destinano due giudici tratti dal seno della Commissione straordinaria inquirente. Convintosi una volta della falsità di una deposizione presentatagli a firmare, la riassume nella sua risposta protocollata, ed il giudice gli straccia sul viso deposizione e protocollo, perchè non ne rimanga traccia negli atti. Si cerca interrogarlo di notte, rompendogli il sonno; durante accessi di febbre; subito dopo qualche colloquio colla moglie, da cui esca addolorato o commosso[42].
I capi d'accusa sono quattro. Gli contestano: 1.º di avere mandato ad annodare intelligenze col principe di Carignano; risponde di averlo fatto soltanto per gli scopi del mutuo insegnamento e sfida a produrre lettere che parlino d'altro; 2.º di essere notato fra le carte sequestrate al principe della Cisterna come l'individuo di maggiore influenza a cui far capo in Lombardia; risponde, non avere avuto corrispondenze di sorta, non essere responsabile di supposizioni o di opinioni che altri esponga sul conto suo; 3.º di essere entrato in conciliaboli diretti ad assassinare il maresciallo Bubna; risponde sdegnoso che le relazioni di amicizia personale esistente fra lui e il maresciallo lo avrebbero fatto correre in sua difesa se lo avesse supposto minacciato da altri; 4.º di avere insistito perchè i rivoluzionarj di Torino entrassero in Lombardia; risponde, provando d'avere scritto al San Marzano, per isconsigliarlo vigorosamente dal passare il Ticino.
Sopra nessun punto è debole, in nessun argomentosi lascia vincere dallo sconforto. È un inquisito che mette in contraddizione i suoi giudici, non lascia mettere sè. Non accusa nessuno, ma si scolpa d'ogni imputazione[43]. Un tribunale onesto avrebbe dovuto dimetterlo per mancanza di prove. La Commissione straordinaria lo condannò a morte.
Ma lo si voleva condannare. Volevano che non isfuggisse allo Spielberg la sua maggior preda; che Milano fosse percossa di terrore, vedendo troncato il suo più alto papavero. Un inquirente novizio, un giorno che Salvotti era assente, gli aveva detto: “Della reità sua, signor conte, nessuno può dubitare; ma il trovarne le prove è un affare imbrogliato. Per condannare tutti gli altri a morte, abbiamoprove più del bisogno; ma se non si potesse condannar lei, che cosa direbbe il pubblico?„ Un altro giorno finalmente lo stesso ingenuo gli dice: “Il Salvotti ha studiato tutti questi giorni il suo processo, e questa mattina era tuttocontento, dicendo d'averla trovata anche per lei.„
Che cosa aveva trovato questa tigre contenta? null'altro ancora fuorchè la lettera scritta al San Marzano per distoglierlo dalla spedizione. È quella il capo d'accusa, l'argomento che lo fa condannare a morte. Il Salvotti trova che non era scrittacon buono spirito. “Le intenzioni„ risponde calmo il Confalonieri, “le vede Iddio. La mia lettera ha servito ad impedire l'impresa e non a favorirla. Ecco tutto quello che posso dire[44].„
Gli episodj che seguono la condanna del Confalonieri sono strazianti. Bisognerebbe possedere la tavolozza di Ary Schäffer o la penna dell'autore dell'Ildegondaper descrivere le emozioni di quell'infelice famiglia, la costernazione del pubblico sentimento; per interpretare quell'immenso dolore e quell'immensa pietà.
Il vecchio padre Vitaliano, la giovane sposa, il fratello Carlo, il giovinetto cognato Gabrio Casati partono precipitosamente per Vienna il 2 dicembre (1823); il cupo imperatore li fa aspettare fino al 24; e sceglie la vigilia di Natale per ricevere, non Teresa, che non volle veder mai[45], ma il padre e i due giovani e annunciar loro che ha confermato la sentenza di morte.
Il vecchio padre è per isvenire dal dolore a così crudele notizia. Gabrio Casati, forte della sua giovinezza e della sua innocenza, parla, prega, scongiura; e il Tiberio austriaco risponde freddo e sentenzioso: “valga l'esempio di siffatto castigo a voi giovane e a tutta la lombarda gioventù, perchè abborriate dalle congiure.Se vi preme di abbracciare anche una volta il congiunto, correte precipitosi a Milano.„ E quelli corrono, e con essi corre la sventurata Teresa, a cui l'imperatrice Carolina, confondendo le proprie lagrime colle sue, aveva promesso che insisterebbe colla maggior seduzione presso l'imperiale marito.
E insiste infatti, e nella notte del Natale, giovata da un dubbio sulla legalità del processo e dalla ingrata impressione fatta sulla città e sull'aristocrazia viennese dall'implacabile linguaggio dell'Imperatore, ottiene che una staffetta sia spedita a Milano coll'ordine di sospendere l'esecuzione. La previdenza tutta femminile dell'imperatrice le fa aggiungere l'invio di una seconda staffetta; e infatti è questa che giunge in tempo, essendosi l'altra attardata per via.
Però, crudele perfin nel bene, Francesco II impedisce alla consorte di partecipare questa notizia alla Teresa, che viaggia con tanta angoscia nell'animo, mentre una parola avrebbe potuto lenirla d'assai.
A Milano sa che Federico è ancor vivo, ma non può rivederlo. Si raccolgono firme per un indirizzo all'Imperatore, e la città commossa ne offre a centinaja, prima fra queste quelladi Alessandro Manzoni. Gabrio Casati riparte a furia per Vienna, con queste firme, colle preghiere di grazia del Vicerè, dell'arcivescovo Gaisruck, di Maria Luigia, duchessa di Parma. E finalmente l'Imperatore, mosso piuttosto da pressioni viennesi che da preghiere italiane, faceva grazia della vita e permetteva che a Teresa fosse accordato un ultimo colloquio collo sposo infelice. Non permise però, — cuore di marmo, — che a Federico rimanesse un cuscino, trapunto dalle sue mani e su cui essa aveva versato tutta un'intimità di baci e di lagrime, atta a consolare per molti anni nella sua carcere il derelitto!
Il 20 gennajo 1824, i condannati, graziati della vita, furono esposti alla berlina fuori del palazzo criminale. Soldati e gendarmi circondavano il triste impalcato, e pur troppo non mancava una folla di mascalzoni e di baldracche all'ignobile esposizione[46]. La città fu quelgiorno sotto l'incubo del terrore e dell'angoscia; le porte dei palazzi signorili rimasero chiuse; nessuno uscì per visite o per passeggio; al teatro della Scala i palchi furono coperti di nero. S'aprì quel giorno tra il governo austriaco e l'aristocrazia milanese un largo solco, che a poco a poco doveva diventare un abisso.
Prima di essere rinchiuso in quella cella sepolcrale dove gli restavano a passare altri dodici anni di vita, il conte Federico Confalonieri doveva però subire un'altra prova, sottoporsi ad un'altra insidia politica.
Il Tabarrini ha già pubblicato in un suo libro intorno a Gino Capponi quel brano delle memorie inedite di Confalonieri, in cui narra il suo colloquio a Vienna col principe di Metternich. È una pagina epica. Quel potentissimo uomo che si presenta al suo prigioniero comeeguale innanzi ad eguale, che gli discorre lungamente, come uomo di Stato ad uomo di pensiero, che fa balenare innanzi a' suoi occhi tutti i miraggi della vita, dell'eleganza, del grado sociale, dell'influenza politica, per istrappare a questo prigioniero una rivelazione, una parola, su cui l'uomo potentissimo fonda tutta una speranza di sistemi e di combinazioni, — è un episodio storico degno di Polibio o di Tacito.
Quella parola, richiesta con tanta ansietà, il prigioniero non l'ha pronunciata. Si voleva da lui qualche cosa che compromettesse Carlo Alberto, che permettesse a' suoi nemici di chiudere ogni avvenire di regno a un principe italiano che pel quarto d'ora aveva contro di sè il sospetto e la sventura, ma nel quale l'Austria, infallibile nell'odio suo, presentiva da lungi il futuro determinato nemico. Federico Confalonieri ebbe in quell'ora nelle mani il destino d'Italia. E lo salvò; coll'intuizione del patriota, se non con quella del genio; lo salvò, sacrificando sè stesso, la sua gioventù, la sua gioja domestica. Il principe di Metternich gli offrì invano un colloquio liberatore coll'imperatore Francesco. Quel beneficio dell'augusta presenza, che il capo di un grande impero negava così duramente alla virtuosa moglie di un nobilegentiluomo, egli l'avrebbe accordato volentieri a quello stesso gentiluomo, fattosi delatore.
Ma il forte italiano ruppe i cupi disegni che sorridevano all'Imperatore e al ministro, e l'avvenire di Carlo Alberto fu libero. Il principe di Metternich si congedò dal suo interlocutore come un carnefice dalla sua vittima. “Signor conte„ gli disse colla più ironica disinvoltura “debbo intervenire ad un ballo e non posso farmi aspettare. Mi dispiace ch'ella si ostini a voler seguire diversa via.„ E, accendendo ad un doppiere il suo zigaro colla massima indifferenza, s'inchinò come avrebbe fatto a Milano nel palazzo Confalonieri, ed uscì dalla stanza.
Il richiudersi di quell'uscio dovette certamente essere pel conte Federico un istante di tremenda emozione. Aveva avuto un'ora di illusione dei vecchi tempi, degli urbani colloquj; ora gli si aprivano anni di umiliazioni, di fame, di catene. Quell'austero carattere non si piegò. Da quell'abboccamento il ministro usciva rimpicciolito, il prigioniero ingrandito. Il primo era un uomo di Stato che si tramutava in delegato di pubblica sicurezza, il secondo era un ribelle che si tramutava in uomo di Stato. Il primo s'avviava, uscendo da quella stanza, aiballi, ai congressi, a tutte le voluttà della vita, ma era e si sentiva vinto da quel pallido galeotto, che, avviandosi invece verso le regioni dello squallore, constatava ancora una volta in faccia alla storia l'impotenza della tirannide contro la virtù[47].
Del lungo martirologio di Confalonieri allo Spielberg possono avere esatta nozione tutti quelli che hanno letto i libri di Pellico o di Maroncelli o di Andryane o di Giorgio Pallavicino.Divenuto un numero, come tutti gli altri, Francesco imperatore li trattò tutti insieme coll'eguale squisitezza del tormentare[48]. Aveva nel proprio gabinetto il piano di quelle prigioni e credeva uno dei più sacri doveri dell'eccelsa dignità sua dirigere personalmente la gradazione di sofferenze de' suoi prigionieri. A lui si doveva ricorrere per aumentare o diminuire la razione di fagiuoli che si accordava ai condannati. Egli permise, dopo mesi di atroci dolori, che si amputasse la gamba a Piero Maroncelli. Ci volle un chirografo imperiale per munire il calvo capo di Costantino Munari d'una parrucca di pelo di cane. Il passero addomesticato, che era divenuto l'amico del prigioniero Bachiega, gli fu sequestrato, poi restituito, morto, per ordine dell'Imperatore. Fu egli che fece rinchiudere Giorgio Pallavicino in una cella con un matto furioso. Confalonieri pativa di asma e l'imperatore d'Austria fece togliere un cuscino disotto al capo dell'uomo che era stato ambasciatore presso di lui. La mente si confonde a pensare quanta ferocia può accumulare un odio politico nel cuore di un uomo che ha moglie, che ha figli, che prega Iddio! Perfinoquesto conforto del pregare era stato avvelenato al Confalonieri; ed egli, uomo di fede cattolica, dovette astenersi dalle pratiche religiose, perchè il sacerdote delle carceri ne approfittava per ispingerlo a confidenze, a rivelazioni, ad accuse contro Carlo Alberto.
Le discipline carcerarie erano vigilanti e rigorose; però gli affetti ch'egli aveva lasciato fuori del carcere si coalizzavano con efficacia ed erano riusciti a regolare un piano di fuga che aveva le maggiori probabilità di successo. Venutone a cognizione, il Confalonieri si dice avesse chiesto se al suo compagno di cospirazione e di carcere, Filippo Adryane, sarebbe pure stato concesso il mezzo di fuga. Rispostogli che la combinazione non poteva estendersi ad altri, senza certezza d'insuccesso, ricusò di approfittare solo di questo sforzo d'amici. La salute della contessa Confalonieri si aggravò del nuovo eroismo e del nuovo dolore.
Scrisse in carcere le sue Memorie; dieci fascicoli di carattere fitto che non si possono guardare senza emozione, pensando al luogo dove furono scritte e alle lagrime che avranno costato.
Le dirigeva, con affettuose parole, alla consorte Teresa, di cui certo in quegli anni avràapprezzato l'amore più che in ogni altra epoca della sua vita.
Si struggeva dal desiderio di poterla rivedere, e lo sperava. Ma un giorno entra nel suo carcere un commissario ruvido e impettito. “Numero sette„ gli dice “S. M. l'Imperatore si degna di farvi sapere che vostra moglie è morta.„ La pagina che segue nelle sue Memorie a questo annuncio è straziante. Cessa di scrivere perchè non ha più il Nume che lo inspirava. Nelle ultime pagine, le sue riflessioni si volgono di preferenza ad argomenti spirituali. Quando Francesco muore, e il suo successore spalanca, non senza restrizioni, le porte delle prigioni politiche, Confalonieri è un uomo, come Pellico e più di Pellico, avvolto nell'atmosfera di un misticismo religioso profondo. Sicchè dovette certo suonargli gradita l'epigrafe apposta ad un libro che trovò a Gradisca, inviatogli dal suo condiscepolo e quasi fratello, Alessandro Manzoni.
“Che può l'amicizia lontana per mitigare le angosce del carcere, le amarezze dell'esiglio, la desolazione di una perdita irreparabile? Qualche cosa quando preghi; chè, se sterile è il compianto che nasce nell'uomo e finisce in lui, feconda è la preghiera chevien da Dio e a Dio ritorna. — Milano, 23 aprile 1836.„
Rispettiamo l'evoluzione di queste coscienze, che, dopo 15 anni di colloquio col proprio dolore, hanno trovato una via. Quante cose, al mondo, sembrano diverse, guardate al lume della solitudine e della sventura!
Federico Confalonieri fu, nell'ultima fase della sua vita, uomo e patriota alto d'istinti, com'era stato nella prima. Il carcere non lo aveva domato, la libertà non lo sbilanciò. Condottosi in America, vi trovò accoglienze così romorose quali non potevano convenire al suo carattere chiuso ed austero. Vi era stato preceduto da un articolo dell'Edimbourg Rewiewche ne faceva altissime lodi. Più, v'era conosciuto e assai popolare il nuovo libro di Pellico:Le mie prigioni, la cui traduzione si leggeva anche nei più meschini abituri. Il Confalonieri fu dunque accolto con quegli entusiasmi, di cui la razza anglo-sassone non cede in alcune occasioni il privilegio alle razze latine. Lo chiamavano ilmartire del miglioramento umano; lo pregavano di benedire, di battezzare i bambini; domandavano al suo cameriere qualcuno dei suoi grigi capelli.
Il proscritto milanese si sottraeva, come equando poteva, a simili pubblicità. Studiava, secondo l'antica abitudine, uomini, istituzioni, movimento scientifico; e v'è una sua lunga lettera, in cui parla delle nuove applicazioni dell'elettricità, e suppone, con notevole preveggenza, che questa forza debba potere in seguito adoperarsi pei trasporti e per l'illuminazione.
In America trova Pietro Borsieri, suo compagno di sventura, e lo soccorre con fraterna larghezza; trova il principe Luigi Bonaparte, che lo colma di gentilezze, e vi risponde con severo riserbo.
Torna in Europa, va a Parigi, e Luigi Filippo lo sbandisce entro ventiquattro ore dal regno, per compiacere alle richieste dell'ambasciatore d'Austria.
Questi pretendeva che il Confalonieri avesse violato uno dei patti dell'amnistia concessagli, cercando di vivere in Europa. E lasciava che questa sua accusa si diffondesse, tanto che un giornale, ilTemps, la raccolse per conto suo e stampò un articolo abbastanza ingiusto per l'esule milanese. Il Confalonieri non accettò di sopportare in silenzio questa duplice ostilità. Scrisse alTempsuna lettera dignitosa per rivendicare i suoi diritti e ristabilire la veritàdelle cose[49]. L'incidente destò rumore; parve indegno che due governi si unissero per toglieread un uomo la libertà del suo domicilio; e il ministero francese, spaventato dalle fiere proteste dell'opposizione parlamentare, revocò il suo decreto.
A Vichy s'incontra per la prima volta, dopo lo Spielberg, con Giorgio Pallavicino; e fra quei due uomini, così duramente provati dal destino, la prima impressione è piuttosto d'imbarazzo che di simpatia. Le origini del processo pesavano sulla loro memoria. Ma quel broncio, in terra straniera, fra due vecchi patrioti, addolorava un giovane patriota, e Carlo D'Adda si prese l'assunto di ravvicinarli e riconciliarli. Strano a dirsi, non fu il Confalonieri l'uomo di cui si dovettero vincere le esitazioni.
L'amnistia del 1838 riapre al profugo illustre le mura della sua Milano, ed egli vi trova le antiche amicizie, risaldate dal rispetto che impongono le sofferenze nobilmente patite. Trova la situazione politica migliore di quella che vi aveva lasciata; perchè la rivoluzione del 1830 ha data una nuova sconfitta alla reazione; e perchè il suo sacrificio e quello dei suoi compagni ha ingagliardita la fibra popolare, rialzando, colla virtù dell'esempio, le coscienze prostrate. L'antico prigioniero è affranto, malaticcio,solitario, aspro di umore e di carattere; ma il rispetto dei patrioti e dei giovani lo accompagna; quando passa a cavallo, dinanzi al ginnasio di S. Marta, gli scolari escono per vederlo e si scoprono il capo dinanzi a lui; Giuseppe Mazzini gli scrive: “fin dai miei primi anni di gioventù ho imparato a stimarvi e ad amarvi.... Parmi che uomini come voi debbano essere serbati non solamente apatire, ma afare. E parmi che le occasioni non mancheranno.„
Sventuratamente, quando le occasioni vennero, Federico Confalonieri non v'era più. V'è e rimane la fama di lui, che per l'insieme dei fatti e per lo sdrucciolo delle odierne moralità politiche, bisogna sperare sia più vicina a crescere che a diminuire.
Quella generazione del 1821, resa sacra dal patriotismo, non possedeva nel suo complesso i requisiti necessari al còmpito che i tempi duri le avevano assegnato. Fra uomini colti e miti, come il Pellico, come l'Arrivabene, come l'Arconati, e giovani facilmente avventati, come il Pallavicino, il Trecchi, il Borsieri, soltanto Federico Confalonieri ebbe tutte le qualità del cospiratore, del capo di parte, dell'uomo di Stato. La generosità dell'indolesua è provata dalla grande solidità degli affetti che a molte persone superiori seppe inspirare. Dove si trovava era il primo, e nessuna gelosia turbava questa sua preminenza. Le lettere che gli scrivono Silvio Pellico, Lodovico de Breme, Pellegrino Rossi, il Mompiani, gli Ugoni sono calde di una vera amicizia. Teresa Casati crea per lui una leggenda di amor conjugale. Il Mazzini e il Manzoni lo amano di pari affetto. Alessandro Andryane gli dedica un culto idolatra. Quando i condannati camminano verso lo Spielberg, circondano lui d'ogni dimostrazione di simpatia e di rispetto. Il commissario che il conduce scrive: “sentivano essi ogni sua fisica e morale alterazione, nè di altro si occupavano che dello stato del Confalonieri[50].„
Un uomo che si concilia da persone così diverse, e in così diverse situazioni, sentimenti così profondi, doveva essere uomo di qualità superiori; la sola energia del carattere non sarebbe bastata a giustificarli. Forse le occasioni soltanto gli mancarono per essere un uomo grande. L'ambiente di compressione e l'epoca di transizione dovettero unirsi perimpedirgli maggiore svolgimento di facoltà e di azione[51].
Quando il Confalonieri morì, i suoi funerali servirono al popolo ed alla nobiltà milanese di occasione per confondersi insieme sulla piazza di San Fedele e compiere la prima di quelle dimostrazioni politiche, alla cui serie doveva seguire l'ammirabile concordia delle cinque giornate. E certo quel generoso spirito dovette essere lieto nell'infinito che il suo cadavere giovasse a così fecondo suggello delle sue speranze. Era stato, vivendo, il martire; doveva essere, morendo, il profeta del patriotismo.V'è qualche sintesi a trarre, in vantaggio dei tempi nostri, dall'insieme doloroso e glorioso dei fatti che siamo venuti esponendo o riassumendo? Se v'è, potrebb'essere questa.