II.LA RIVOLUZIONE.

II.LA RIVOLUZIONE.

Un moto popolare di natura politica ha bisogno, per essere efficace, di tre diversi stadj o fenomeni: la preparazione morale, la preparazione materiale e l'azione. Sopprimiamo la prima, avremo ordinariamente un tumulto; sopprimiamo l'ultima, resteremo nei limiti di una congiura; togliamo la preparazione materiale, cadremo, nove volte su dieci, in una ribellione repressa.

Il moto milanese del 1848 fu una vera e propria rivoluzione, coronata di successo, perchè non gli è mancato nessuno dei tre fenomeni necessarj.

Abbiamo visto quantapreparazione moraleavessero ammassata gli anni anteriori al 1848; dal 18 al 23 marzo l'azionenon poteva essere più decisa e più vigorosa; ma il primo trimestre dell'anno aveva veduto svolgersi unapreparazione materiale, che sarebbe ingiusto dimenticare, perchè non ebbe minori ostacoli nè minore virtù.

Infatti, le brutalità del 3 gennajo ebbero questo effetto immediato, di persuadere i direttori del movimento che la preparazione morale era completa e di spingerli a tutt'uomo verso la preparazione materiale. Della popolazione non si poteva più dubitare. Aveva chiaro l'istinto della situazione rivoluzionaria, aveva dimostrato di possedere in grado eminente il desiderio e l'intelletto della disciplina. Occorreva quindi stringere accordi rivolti a scopi pratici, avvicinarsi con altre operazioni al momento decisivo, che le occasioni avrebbero determinato.

Rinnovatesi a Pavia le stragi di Milano, una circolare segreta avvertiva che, per evitare nuovo sangue, si sarebbe posto fine alle dimostrazioni di carattere pubblico. “Adesso possiamo aspettare senza vergogna„ diceva; e infatti si aspettò, ma con una aspettazione piena di febbrile energia.

L'intento della concordia s'era ormai raggiunto al di là d'ogni previsione patriottica. I popolani ardevano dal desiderio di vendicare i loro morti e feriti, e traevano da questo stesso desiderio una fiducia, che nulla poteva scuotere, nei misteriosi scrittori dei bollettini. La parte più conservativa del patriziato aveva smesso, dopo il 3 gennajo, ogni esitazione; il conte Vitaliano Borromeo aveva voluto conoscere di persona Cesare Correnti, e in un colloquio tenuto in casa del marchese Anselmo Guerrieri, patrizio di scuola mazziniana e di larghissime aspirazioni, s'erano appianate le ultime difficoltà, schiarite e accettate le ultime modalità del programma.

Bisognavano denari, armi, alleanze; i tre nervi, le tre basi d'ogni guerra.

Le collette raccolte in casa Borromeo avevano fruttato più di 150 mila lire; primo fondo che servì a comperare utensili e mantenere operaj, ad organizzare un po' di spionaggio e di stazioni nelle campagne. Ma non era quella pel momento la maggiore preoccupazione. I forzieri del patriziato si sapevano pronti ad ogni richiesta, e infatti, appena sorsero le occasioni opportune, furono visti gareggiare di liberalitàe il duca Litta e il conte Arese e il duca Scotti e il marchese Arconati e il conte Annoni e il duca Visconti di Modrone e quanti insomma avevano pari all'antichità della stirpe o alla tradizione del patriotismo la larghezza del censo[62].

Di alleanze non si poteva cercarne che al di là del Ticino. Un solo Stato in Italia aveva esercito valido e politica indipendente; un solo sovrano aveva mostrato da qualche tempo comunanza di aspirazioni coi rinnovatori lombardi.

Carlo Alberto aveva infatti mantenuta ed accentuata, col progredir degli eventi, la situazione politica e personale da lui presa in Italia. Era sempre il Re cauto, ma deliberato, che fronteggiava l'Austria nella questione italiana. Non aveva smesse ancora le forme assolute di governo, ma se ne valeva per moversi più liberamente nell'orbita sua, con intonazioni democratiche, di cui forse un ministero costituzionale non gli avrebbe lasciato libertà. VisitandoGenova, durante il Congresso degli scienziati, s'era lasciato avvicinare, senza titubanza, da un giovane, non illustre allora, ma caldo di patriottismo, che ponendogli la mano ardita sulle briglie del cavallo, gli aveva detto, con voce squillante: “Maestà, bisogna prepararsi a combattere.„ Era Nino Bixio. Assai più tardi, recandosi a Casale per inaugurarvi congressi d'agricoltura, aveva detto a Lorenzo Valerio: “Quando l'ora sarà suonata, monterò a cavallo e combatterò per la patria come Sciamyl combatte nel Caucaso.„

Coi patriotti lombardi aveva sempre conservato indirette comunicazioni, specialmente per opera del suo segretario particolare, il conte di Castagneto, uomo di specchiata probità e di lealissimi sensi, a cui l'Italia deve, per quel periodo, una parte notevole della riconoscenza che sembra avere esclusivamente serbata per altri. Col Castagneto carteggiavano da parecchi mesi alcuni rappresentanti del patriziato, segnatamente il conte Gabrio Casati, col quale si dibattevano, senza chiasso, parecchie delle questioni fondamentali che l'unione presagita del Piemonte e della Lombardia metteva in primissima linea. Dopo il 3 gennajo, parve che a queste relazioni indirette fosse necessariosostituire azione più viva; che all'orecchio di Carlo Alberto dovesse giungere, con maggiore frequenza ed intimità, la parola di chi fosse più attivamente mescolato a tutta la situazione lombarda degli ultimi tempi.

Carlo D'Adda fu scelto a questa missione; ed egli recossi, secondo il desiderio degli amici, a Torino, dove il conte di Castagneto lo accolse con grande simpatia e lo presentò senza indugio a Carlo Alberto. Furono relazioni curiose quelle che si stabilirono allora fra questo Re di diritto divino ed un inviato, senza credenziali, d'un Comitato senza poteri. Carlo D'Adda saliva ordinariamente dal Re in ore eccentriche, in abito dimesso, condotto dal Castagneto per usci secreti, per corridoj polverosi, come un ladro... o come un adultero. Il Re lo riceveva ad ogni richiesta, accettava senza esitazione questi andamenti cospiratorj, voleva informazioni di persone e di fatti, dava assicurazioni, non si sdegnava di consigli. Uscito di lì, ripigliava la maschera severa, il linguaggio riservato e l'occhio freddo del monarca legittimo. Nessuno avrebbe indovinato il patriota sotto quella rigida fisonomia di Re; pochi si sarebbero accorti del Re, intrattenendo famigliarmente il patriota.

Nessuno ha finora raccontato pubblicamente un aneddoto caratteristico.

Un giorno, si aspettavano a Novara certe condotte di polveri, che dovevano essere tragittate in Lombardia. Le polveri non erano giunte col tramite per cui dovevano essere state inviate. Carlo D'Adda riceve un biglietto dal Comitato di Novara; un biglietto, scritto secondo lo stile di quei giorni, come l'impeto dettava, in fretta e in furia: “Nulla è arrivato, Carlo Alberto ci tradisce, come nel 1821.„ D'Adda si reca difilato dal Castagneto e il Castagneto lo conduce difilato dal Re. Ma v'è Consiglio di Ministri, e il Re non può assolutamente ricevere. La cosa pareva al D'Adda pressante. “Vuol far passare quel biglietto nelle mani di Sua Maestà?„ gli dice il conte di Castagneto. L'inviato milanese lo guarda meravigliato; ma l'aspetto severo, sicuro, dell'uomo non gli permette dubbio. E il biglietto crudele, naturalmente anonimo, è portato, in una busta, sul tavolino del Re. Dieci minuti di aspettazione, diciamo pure di ansia. Poi, un servitore gallonato, riporta, chiuso in un'altra busta, lo stesso biglietto, con un breve poscritto di mano reale: “Caro D'Adda, ho dato ordine in questo punto che le polveri partano.„

Quel biglietto è andato smarrito. Oggi sarebbe uno dei documenti più importanti e più curiosi della rivoluzione italiana.

Le polveri non si potevano adoperare senza le armi da fuoco. E a questo pure si pensò in quei due mesi; e se molto non potè farsi, certo si fece assai più che non consentissero le difficoltà e i rischj gravissimi dell'impresa, più che non sia comunemente noto per le pubblicazioni uscite intorno a quei fatti.

Nelle case dei cittadini saranno stati un trecento fucili da caccia, non più; poche pistole, pochissime armi da punta e da taglio; la vigilanza sulle botteghe d'armajuolo grandissima, e tale da non potersi eludere senza provocare immediate misure di cittadino disarmo. Si dovette dunque ricorrere all'importazione od alla riduzione di armi vecchissime ed inservibili, esistenti in casse o in soffitte, talune fin dall'epoca del primo Regno d'Italia. Pure, in poco tempo parecchie case di Milano furono tramutate in depositi d'armi; quasi tutte si munirono almeno di una per le sperate battaglie. I giovani del club della Cecchina trovarono modo, a peso d'oro, d'introdurre in città cento carabine inglesi e se le distribuirono. In casa Trotti, in casa Porro, in casa Dandolo, in casaSpini, nelle case Prinetti, Simonetta, Besana, in cento case v'era accolta di fucili e di pistole; Alessandro Antongini aveva riempiuto d'armi un magazzino fuori porta; ma il difficile era introdurle, e non si potè farlo che lentamente, senza giungere in tempo a farlo completamente. Si recavano i giovani, come a sollazzo, nelle osterie suburbane: rientravano, con apparenze gioconde, portando sotto il tabarro invernale o sotto il panciotto una canna, un calcio, una baionetta, i grilletti, tutte insomma le varie parti del fucile che si sarebbero più tardi ricomposte. Vera giudizio statario; ma chi vi badava? talvolta i pezzi non combaciavano, e la vita s'era arrischiata per nulla; si ritornava il giorno dopo a prendere i pezzi che combaciassero. Si diceva che queste armi erano male fabbricate, che sarebbero scoppiate in mano agli insorgenti nel giorno della battaglia. E altri giovani si prendevano il rischio e il compito di verificare le cose. Andavano in una cascina suburbana, proprietà d'un patrizio, il cui nome non permetteva sospetti austriaci, il conte Mellerio. S'erano procurati la doppia complicità patriottica d'un fittabile e d'un armajuolo; provavano le armi, facevano accomodare quelle che apparivano difettose, le reintroducevanosu carri agricoli, preparate e impagliate come peri o albicocchi.

Nelle case poi, smessi gli usati passatempi, le signore fabbricavano cartuccie, gli scienziati preparavano projettili e cotone fulminante; gli esercizi d'arme e lo studio dei manuali militari, delle opere di Iomini, di Montecuccoli, di Dufour, avevano sostituito i componimenti rettorici e la lettura dei trattati politico-legali pubblicati dai professori dell'Università di Pavia. Luciano Manara, Carlo de Cristoforis, Francesco Simonetta attingevano a questi studj coscienza di attitudini e di responsabilità militari; li seguivano, per ardore di belliche discipline, giovani minori d'anni, ma eletti di mente, Pietro Rasnesi, Emilio ed Enrico Dandolo, e quel simpatico e vivace ingegno di Emilio Morosini, che avrebbe certamente occupato un posto notevole nella vita politica contemporanea se una palla francese non gli avesse spezzato, sulle mura di Roma, il giovane cuore.

Dei vivi non parliamo; son molti e prodi. Parlandone, offenderemmo lunghe e silenziose modestie, provocheremmo vibrazioni importune di commossi ricordi. D'altronde agli uomini di quell'epoca una coscienza rimane intera: quella di non dovere, in così grande solidarietàdi fatti, rammaricarsi di nulla e di nessuno.

Un popolo intero era riuscito a vincere la legge delle eccezioni; e in un tempo in cui il segreto della patria era su tutte le labbra, non si ebbe ad arrossire nè di una corruzione nè di una viltà. Nessun'epoca della storia dimostrò più validamente come un gran sentimento patriottico equivalga a un gran sentimento morale.

Tutta questa agitazione non era sfuggita e non poteva sfuggire ai dominatori. Sicchè non mancavano tentativi di seduzione, indagini, sorprese, perquisizioni. Ma la complicità di tutti era all'erta contro i pericoli di ciascuno. E quando la polizia si moveva, un istinto, un Nume invisibile indicava dove sarebbe andata a scendere. Il vetturino allungava la strada, il portinaio alzava la voce perchè udissero al primo piano, il monello correva ad avvertire un amico, il cameriere non aveva la chiave d'un uscio, la cuoca offriva alle guardie un manicaretto, gl'inquilini aiutavano, le carte sparivano, le armi uscivano o per gli abbaini o per le fogne; e la polizia ritornava il più delle volte convinta d'essere stata mistificata, ma, come il demone della Basvilliana:

Vuota stringendo la terribil ugna.

Vuota stringendo la terribil ugna.

Quando l'Austria fu stanca di queste inutili attività, venne finalmente il decreto che ordinava le perquisizioni generali e l'immediato disarmo, sotto le pene del giudizio statario. Ma allora era già scoppiata la rivoluzione francese del 24 febbrajo, era già stato proclamato lo Statuto di Carlo Alberto. Dappertutto in Europa suonava ildies iræ. Giuseppe Sandrini, segretario del Governo, che aveva intelligenze coi liberali, trovò modo di far differire di alcuni giorni il principio delle perquisizioni. Quei giorni bastarono perchè scoppiasse la rivoluzione di Vienna e perchè a Milano giungesse il 17 mattina la notizia che gli studenti e i Polacchi avevano fatto le barricate e che il principe di Metternich abbandonava, ramingo, la capitale dell'Impero.

Qui comincia veramente il periodo attivo della rivoluzione.

Le notizie di Vienna, producendo in Milano sulle varie autorità e sui gruppi cittadini eguale commozione, avevano mosso impressioni e risoluzioni assai diverse.

L'autorità governativa civile era piombata addirittura nello scoraggiamento. Il Vicerè, subodorando gli eventi, aveva lasciato la città fino dal giorno prima. Il Governatore Spaur, il conte di Ficquelmont lo avevano preceduto a Vienna per altri provvedimenti. Restava solo in Milano a sostenere una sterminata responsabilità il Vice-presidente del Governo, conte O'Donnell, burocratico di buoni istinti, ma affatto inadeguato a tempi e cose difficili. Aveva fatto subito pubblicare un telegramma da Vienna, annunciante che s'era abolita la censura e che pel giorno 3 luglio sarebbero state convocate le rappresentanze lombardo-venete. Sperava che questo avrebbe calmata la popolazione, e l'accese. Parvero promesse ridicole, e lo erano. Annunciavano però una debolezza politica del governo straniero e il momento opportuno per approfittarne.

Sulle autorità militari l'impressione fu alquanto diversa. Persuaso che Milano fosse inetta a sforzi militari e che il terrore sparso nelle giornate di gennajo avesse fiaccata efficacemente ogni reazione cittadina, il maresciallo Radetzky s'adagiò nella fiducia che le concessioni di Vienna avrebbero, almeno per qualche tempo, dato un altro indirizzo alla pubblicaagitazione. In questo senso parlò a' suoi ufficiali e li prevenne che non dessero importanza a prossime adunanze di popolo perchè sarebbero state dimostrazioni di gioja e di fiducia nelle autorità. Non avevano veramente di queste illusioni ne il Torresani nè i suoi commissarj di Polizia; ma posti fra lo scoraggiamento dell'autorità civile e le ingenue speranze dell'autorità militare, si sentivano recisi i nervi ad ogni iniziativa di lotta.

Per questa triplice inazione, la cittadinanza fu, nei giorni 17 e 18, interamente padrona del campo. E in tutto il giorno 17, e nella notte dal 17 al 18, fu per la città, in tutte le riunioni private, un gran discorrere di quello che s'avesse a fare il giorno dopo, un grande incrociarsi di proposte, di piani, di accordi, di messaggi, di combinazioni.

V'erano tre opinioni, tre metodi principali in contrasto.

Carlo Cattaneo si manteneva risolutamente fedele all'attitudine presa. Non credeva opportuno e non giudicava fertile di successo un movimento armato. Estraneo a tutte le dimostrazioni[63]che s'erano fatte, e favorevole, traqueste, soltanto a quelle di carattere più conservativo, come ai reclami delle Congregazioni e delle Camere di Commercio, voleva che si facessero passi più larghi su quella via, ma non fuori di quella[64]. Non credeva che esistessero armi, disposizioni, attitudini militari. In una riunione che si tenne, la sera del 17, in casa sua, alla presenza del Brioschi, del Gadda, di Enrico Cernuschi, di altri, manifestò schiettamente questa opinione sua; sconsigliò pronunciamenti popolari di carattere rivoluzionario; disse doversi approfittare dei casi di Vienna per “stringere il governo alla vita„ per “tenere i nemici nel duro e spinoso campo della legalità„ per “estorcere immantinenti all'attonito governo quanto più si potesse di armamenti e di libertà„[65]. Con questi intendimenti preparava il primo numero del giornale che avrebbe pubblicato il giorno dopo, e certo l'avrebbe scritto da par suo.

A siffatto metodo, che in circostanze ordinarie sarebbe parso il più savio e il più sicuro,non s'acconciavano gli uomini del partito d'azione, i giovani che da tanti mesi arrischiavano la loro vita per adunare elementi d'insurrezione e di lotta. Temevano questi, — e a ragione, — che dopo tanti eccitamenti dati alle classi popolari, inalberare il vessillo della prudenza proprio nel momento in cui tutto pareva favorire quello dell'audacia, avrebbe ingenerato sfiducie o diffidenze difficili poi a dissipare più tardi. E d'altronde, il moto di Vienna poteva essere represso; una nuova reazione succedere nell'indirizzo del governo, e precipitare quelle misure di disarmo che si erano fino allora così fortunatamente evitate. A queste idee s'inspiravano i crocchi più attivi e più numerosi della città, e in una riunione tenutasi, pure in quella sera, nella trattoria del Rebecchino, alla presenza di Angelo Tagliaferri, del dott. Pietro Lazzati e di altri, Cesare Correnti aveva promesso pel giorno dopo novità grosse ed ardite.

Una terza schiera si proponeva d'agire con misti temperamenti. Si raccoglieva intorno al Municipio e specialmente al Podestà, conte Gabrio Casati, che per le sue molte aderenze cittadine, per le sue relazioni col governo piemontese, per la condotta vigorosa tenuta nellegiornate del settembre e del gennajo pareva l'uomo adatto a capitanare programma di cose nuove.[66]Far capo al Podestà, funzionario di nomina governativa, a nessuno doveva parere programma rivoluzionario. Nel tempo stesso, la scomparsa o lo sgomento delle altre autorità civili, autorizzava lo stesso Podestà ad assumere iniziative e poteri nell'interesse della pubblica sicurezza. Il Municipio si sarebbe tramutato man mano da autorità cittadina in autorità politica, senza provocare immediate ostilità militari e guadagnando alcuni giorni di tempo, per disporre l'insurrezione e sollecitare gli ajuti dell'esercito piemontese.

Come di solito accade, le risoluzioni presenon rispondevano a nessuna rigidità di programma; lasciavano al tempo, ai casi, all'energia delle persone gli svolgimenti dell'avvenire.

All'alba del 18, ciò che era stato possibile di concertare fu concertato. Nel pomeriggio, la popolazione si sarebbe agglomerata per le vie; avrebbe accompagnato, senz'armi, una deputazione municipale che si sarebbe recata dal Broletto al palazzo di governo per chiedere riforme d'urgenza; poi si sarebbe pubblicato un proclama, si sarebbero aperti gli arruolamenti per una guardia civica; poi si sarebbe veduto.

Alle due pomeridiane il programma era già sorpassato. La folla che accompagnava Gabrio Casati al palazzo di governo aveva tutta quella concitazione, quel fremito che non permette indugi, che non tollera transazioni. La rivoluzione era già nell'ambiente. Il Podestà era vestito di nero, con una coccarda tricolore all'occhiello, fra quattro pompieri non armati; lo precedeva una bandiera dai colori nazionali; forse ventimila persone lo seguivano. I balconi, le finestre, i tetti delle case si riempivano di uomini, di signore, già deliranti di entusiasmo, che agitavano fazzoletti, buttavano coccarde, gridavano: “viva l'Italia.„ I monelli s'arrampicavano sulle colonne, sui cornicioni. “Abbassogli uomini„ si gridava dalla folla; e gli uomini scendevano, ingrossavano il corteo, e le donne applaudivano, e la commozione patriottica prorompeva.

Il primo sangue fu versato innanzi alla porta dello stesso palazzo. Allo apparire sul ponte di S. Damiano, di quella folla imponente, due sentinelle avevano commessa l'imprudenza di scaricare il fucile. Un tal Zafferoni, studente, uscito di seminario, cavò una pistola di tasca e ne uccise una; l'altra fu trapassata d'un colpo di bajonetta. Poi la moltitudine invase il palazzo; il conte Giulio Porro Lambertenghi ebbe la presenza di spirito di chiudere a chiave l'appartamento dove stava, colla sua famiglia, la contessa Spaur ed impedì probabilmente qualche deplorevole eccesso[67]. Enrico Cernuschi stanò il Vice-presidente O'Donnell, che cercava nascondersi, e lo condusse in una stanza dove Gabrio Casati, Anselmo Guerrieri, Marco Greppi, Antonio Beretta, Carlo Taverna, il Correnti, il Clerici, l'Oldofredi stavano deliberando.

Fu lì che il povero rappresentante del governo austriaco firmò, tramortito, i tre famosi decreti laconici, che istituivano la guardia civica,destituivano la Direzione di Polizia, e incaricavano il Municipio di provvedere alla pubblica sicurezza. E di lì, ottenuti questi decreti, si restituiva la Deputazione municipale al Broletto, conducendo seco prigioniero il conte O'Donnell; allorchè, giunta a mezzo la via del Monte Napoleone, una scarica partita da un drappello di soldati appostato al sommo della contrada, uccise un popolano, Pietro Rainoldi; la folla si sbandò gridando armi e correndo a cercarne; il Casati ed i suoi si chiudevano nella casa Vidiserti, divenuta per dodici ore il quartier generale dell'insurrezione.

Mentre queste cose accadevano. Cesare Correnti aveva scritto il primo proclama che domandava una Reggenza provvisoria del Regno, la libertà della stampa e la riunione dei consigli comunali per la nomina dei delegati all'Assemblea nazionale. Il difficile era di trovare in quei momenti un tipografo abbastanza coraggioso da stampare siffatto proclama. Due amici di Correnti s'incaricano della cosa; vanno dal tipografo Guglielmini e gli mostrano il manoscritto. Il tipografo resiste, reagisce, ricorda le disposizioni del giudizio statario, dichiara che non cederebbe fuorchè alla violenza. Subito fatto. I due amici estraggono tranquillamenteun pajo di pistole e le appuntano al petto del tipografo, che allora passa il manoscritto in stamperia. Ohi ha conosciuto di persona questi due sicarj, questi uomini facinorosi così pronti alla violenza ed al sangue, dovrà stupirsi sapendo che portavano il nome di due fra i più colti e più miti uomini di lettere del tempo nostro: Giulio Carcano ed Angelo Fava.Haec mutatio dexteræ excelsi, avrebbe potuto dire anche in questa occasione il cardinal Federigo[68].

Ritornava da questa spedizione Angelo Fava quando trovò nel vicolo di Bagutta Carlo Cattaneoche s'avviava verso la contrada del Monte.

Il fiero dottrinario s'era bisticciato il mattino con alcuni amici suoi che volevano trarlo nel movimento. Chiedeva quanti combattenti avessero, quanti fucili, quali capi. E quelli rispondevano, colla fede dell'entusiasmo, che tutta la città sarebbe sorta, che v'era il Comitato, che v'erano fucili e più se ne attendevano dal Piemonte. E quegli replicava scettico: “andate prima a vedere se sono arrivati„[69]. Non s'erano potuti intendere ed egli era andato dallo stampatore a consegnare il manoscritto del suo giornale. Angelo Fava lo ferma e gli chiede de' suoi propositi per la giornata. “Quando i fanciulli scendono in piazza,„ risponde Cattaneo “gli uomini vanno a casa.„ Angelo Fava corse a casa egli pure; da buon cattolico, fece udire una messa ai suoi allievi, Dandolo e Morosini; poi li baciò, li vide armarsi, scendere sulla via; prese un fucile e scese con essi.

Il primo combattimento ebbe luogo al ponte di S. Damiano. Dopo quella tumultuosa invasionedel palazzo e dopo il suo sgombro, un drappello di soldati, furiosi per l'uccisione delle due sentinelle, s'era raccozzato e dal bastione di Monforte minacciava penetrare nell'interno della città. In fretta e in furia s'innalzò la prima barricata a ridosso del ponte. Tavoli, sedie, travi, mattoni, il selciato delle vie, tutto servì a costruire quella prima difesa, a cui tante centinaja dovevano seguitarne. Una buona donna cala da un terzo piano un suo mobiluccio e raccomanda che glielo si guasti il meno possibile. Passava sul ponte un carro, pieno di bariletti, quali vuoti, quali ancor pieni. In un attimo, il carro è rovesciato e i bariletti si accatastano l'uno sull'altro, a duplice uso, di terrapieno e di feritoja. Strilla il bottajo, che vede sciupata in un baleno la merce a cui forse aveva consacrati gli ultimi suoi risparmj. E quei reclami non sembrano, neanche in quella pressura di casi, privi di ragione. Qualcuno fa appello, come s'usava in quei giorni, alle borse guernite. Son lì presso, e sentono questo appello, due patrizj che aiutavano a fare la barricata. Giacomo Visconti Ajmi si fruga nelle tasche, non ha che sessanta lire e le dà; il conte Litta-Modignani straccia una pagina dal suo portafoglio, vi scrive un bono per L. 6000e lo porge al suo vicino, Antonio Lazzati, perchè se ne serva per quel caso e per casi analoghi. Era il sistema finanziario delle cinque giornate che s'inaugurava.

Da questo punto la storia perde la sua traccia e cominciano gli episodj. Ciascuna contrada ha il suo, ciascun quartiere la sua epopea, ciascuna casa il suo prode. Inutile cercar di riassumere in quadri sinottici o in rubriche cronologiche centoventi ore di febbre d'una città; impossibile delineare i sussulti, le depressioni, i delirj, i periodi, le allucinazioni. Se ogni sintesi è ardua, quando i fatti escono da volontà prefinite e disciplinate, eccede addirittura l'umano intelletto, quando si tratta di iniziative individuali, sparse, indipendenti, uniche nello scopo, ma affatto slegate nei mezzi e nel tempo. Le cinque giornate milanesi furono come l'assedio di Troja; Ajace che combatte da un lato; Diomede che resiste altrove; Ettore che è vinto in una terza località; Minerva sola vede tutto dall'alto dell'Olimpo, e scende dove la traggono le sue simpatie. Dove appariva un nemico, cominciava un combattimento; ogni edificio dove si chiudeva un drappello determinava un assedio. E l'ansia di quelle lotte parziali, di quei certami quasi individualiriempiva il tempo, l'attività d'ogni quartiere, d'ogni contrada, e non permetteva di allargare a movimenti d'insieme un'offensiva che ciascuno concentrava con energie personali intorno a sè. Pochi abbandonavano, per informazioni, per intelligenze col quartier generale, la barricata che avevano difeso, la caserma che avevano conquistato, l'amico che s'erano visti cadere allato. Ciascuno pensava, combattendo e vincendo, che tutti gli altri, vicini e lontani, avrebbero saputo combattere e vincere. Quando v'era un'ora di tregua, si rafforzava una barricata sfasciata dal cannone o se ne alzava un'altra venti metri più in là. E al nemico che si allontanava d'altrettanto, trasportando morti e feriti, rispondeva una nuova scarica dei combattenti, un nuovo urlo di gioja dai tetti delle case, dove uomini, donne, fanciulli, noncuranti delle granate che fendevano l'aria, tenevano pronti vasi, tegole, mattoni, projettili, per lanciare sui nemici, a piedi o a cavallo, che tentassero riprese offensive. E allora quei venti metri di terreno rappresentavano una grande conquista, equivalevano ad una grande vittoria. E si spiccavano messaggieri per annunciare al Comitato questo trionfo; e il Comitato, che riceveva nel tempo stesso venti di questi annunci,li riassumeva in un proclama che presagiva dappertutto successi definitivi; e questi proclami, affissi sulle muraglie o sulle barricate, destavano nuovi entusiasmi, determinavano impeti più vigorosi e un'altra conquista di avamposti nemici.

Tutte le case erano aperte ai combattenti; di notte come di giorno. Quando s'aveva fame o sete, s'infilava il primo uscio e si trovava un domestico che vi offriva del pane, una fanciulla che vi porgeva da bere. Le distinzioni, le antipatie della vita erano sparite dinanzi al gran pensiero, al gran desiderio di tutti; il popolano aveva dimenticato le invidie, il ricco non aveva più esclusivismi nè ripugnanze. Vitaliano Borromeo faceva la guardia alle barricate con una bajonetta ed una pistola; Giorgio Trivulzio era ferito da una fucilata al ponte di S. Celso; la signora Beretta, visto cadere ferito un giovane popolano in mezzo allo spesseggiare della mitraglia, stava per lanciarsi essa a raccoglierlo, se quattro altri popolani non l'avessero prevenuta. Non un furto disonorava quella fraterna e illimitata larghezza di ospitalità. Le grandi case dei Belgiojoso, dei Trivulzio, dei D'Adda, dei Beretta, dei Borromeo erano divenute istituti di pubblica necessita;vi si fondevano palle da fucile, vi si conducevano feriti da fasciare, prigionieri da custodire, provvigioni e munizioni da distribuire; e le gentili padrone di casa, fattesi per l'occasione infermiere, carceriere e magazziniere, sorreggevano dei loro entusiasmi le cose difficili, correggevano le cose dure colla loro bontà.

Per questo s'è potuto vivere e vincere in quei giorni; perchè gli elementi simpatici dominavano colla loro influenza le incognite del pericolo e del terrore; perchè la gentilezza patrizia e la virtù popolare, affratellate in un santo pensiero di resistenza, creavano un ambiente di patria così alto, così sereno, che gli uomini vi combattevano colla gioja sul viso, vi morivano colla speranza sul labbro.

La battaglia cittadina s'è continuata per cinque giorni sotto questi auspicj, in mezzo a queste effervescenze; dominate a loro volta da un altro fenomeno costante, universale, di effetto strano, ma irresistibile; il romore delle campane a martello, che per cinque giorni e per cinque notti, da tutte le torri della vasta città, interpretò, per così dire, l'anima guerriera della popolazione; romore ora stridente, ora cupo, pieno di vibrazioni e di minaccie; che di notte irritava i nemici, di giorno incoraggiava i cittadini;una specie ditam tamselvaggio che nè bombe, nè mitraglie valevano a far tacere; la fanfara delle barricate, — che portava lontano, fra le campagne e i villaggi, un grido di soccorso ed un appello all'esempio, — che piombava sugli Austriaci come un suono pregno d'ignoti spaventi, colla sua implacabile e fantastica continuità.

Alessandro Manzoni ha scolpito in una delle sue grandi pagine il linguaggio della campana notturna, che atterrisce i bravi e libera Menico. Moltiplicate quell'effetto per cinque giorni e per cinque notti, unitelo al rombo dei cannoni e al crepitare della moschetteria, ed avrete una pallida impressione di quel molteplice scampanío.

Dal labbro dei nemici si potrà, anche meglio che da qualunque descrizione, ritrarre il meraviglioso spettacolo di quelle giornate. “Milano è sconvolta dalle fondamenta„ scriveva il maresciallo Radetzki al conte di Ficquelmont “la natura di questo popolo mi sembra per incanto trasformata.„ E due ufficiali austriaci, fatti prigionieri a San Celso e chiusi in una anticamera, udendo di un forte assalto che i loro compagni davano in quel punto ad una delle barricate maggiori, espressero il desideriodi poter seguire da una finestra le fasi del combattimento. Al vedere quelle barricate imponenti, che si alzavano ai secondi piani delle più alte case, quel formicolio di combattenti e di difensori, quel coraggio con cui si affrontava la morte, quei balconi e quei tetti pieni di offensori e di offese, all'udire quelle grida umane, quei rintocchi del bronzo, quegli spari d'archibugio che s'incrociavano, partendo dalle finestre, dalle vie, dai tetti, dagli spiragli delle cantine, i due prigionieri si ritrassero attoniti nell'interno della stanza, dicendo: “Misericordia! e il maresciallo crede di poter riprendere questa città!„

Si capisce come, in una situazione siffatta, i partiti e i gruppi sorti di poi abbiano potuto sbizzarrirsi a reclamare, ognuno per sè, le glorio maggiori. Gli orizzonti erano molti e divisi, e ciascuno si onorava giustamente del proprio, credendolo più vasto o più importante degli altri. Probabilmente tutti i partiti furono veri nei fatti esposti a merito proprio; soltanto può darsi che nessuno sia stato esatto nell'esporre quelli a merito altrui. Ed anche può accordarsi a tutti la mitigante della buona fede; giacche, non essendovi stata mai una situazione dominante, molti possono credere d'esserestati i soli od i primi a far ciò che altri pure, tratti dagli stessi casi e dalle stesse necessità, avevano già fatto in altri luoghi, senza che gli uni potessero sapere degli altri.

Lo storico solo può rendere a tutti ragione severa ed imparziale; può dire che il popolo è stato sublime di coraggio e di devozione; che le classi medie e patrizie hanno gareggiato di energia direttiva, non risparmiando nè vita, nè ricchezze, nè responsabilità. Lo storico può dire che, come esigeva Nelson alla vigilia della battaglia di Trafalgar, tutti hanno fatto in quei giorni il loro dovere; può e deve dire di più, — che chi volesse scemare ad alcuno fra gli attori di quella rivoluzione qualche briciolo del loro patriottismo non riuscirebbe ad altro che a far dubitare del proprio.

Queste le impressioni, questi i caratteri generali della rivoluzione milanese.

Chè se si volesse tentare di riassumere in qualche modo con metodi sintetici quella moltiplicità di episodj, bisognerebbe forse raggrupparli intorno a tre questioni fondamentali; la questione strategica, la questione politica, la questione diplomatica.

L'ultima può esaurirsi senza molte complicazioni.Non ebbe e non poteva avere altro intento che l'ajuto del Re e dell'esercito piemontese.

Al primo rompere delle fucilate, il giorno 18, l'idea di spedire immediatamente a Torino persona di fiducia per annunciare il moto di Milano e chiedere l'intervento, era balenato agli uomini di senno, qualunque fosse la loro opinione politica. Enrico Cernuschi, fin dalla prima riunione in casa Vidiserti, ne aveva fatto formale proposta[70]. Ma già lo aveva prevenuto Luigi Torelli, che s'era recato dal conte Francesco Arese, sollecitandolo ad incaricarsi di questa necessaria missione.

L'Arese, messo alle strette dagli amici, rinuncia a malincuore alla lotta in cui sperava essere attore. Si reca da una cognata[71]e le consegna una forte somma in denaro, con ordine di distribuirne a quanti si presenteranno a richiederne per bisogni patriottici. Poi, si ficca in un carrozzino e corre alla più vicina barriera. Riesce a passarla, alcuni minuti primache le porte si chiudano; ma al Ticino trova maggiori ostacoli, li supera e giunge a Torino la sera del 19.

Prima però ch'egli potesse adempiere la sua missione, il Re, avuto sentore del movimento, aveva mandato a chiamare Carlo D'Adda, che, ricevendo notizie per altra via, le aveva comunicate a Carlo Alberto insieme colle più vive preghiere per un immediato intervento. Il Re non gli aveva nascosto la risoluzione di venire alla guerra, ma gli soggiungeva scherzando “sicchè dovrò andare a Milano a proclamare la Repubblica.„ “Certo è, Sire„ rispondeva il D'Adda “che la Repubblica sarà proclamata se Vostra Maestà non parte.„ Erano, su per giù, le stesse parole che due giorni dopo il Cattaneo stampava nel suo proclama: “la parolagratitudineè la sola che possa far tacere la parolarepubblica.„ Da che si vede come, in situazioni diverse, uomini diversissimi giudicassero pure con eguali criterj.

Subito dopo questo discorso, il conte Enrico Martini era stato inviato a Milano con una missione confidenziale, ed era già partito quando il conte Arese si presentò il 19, a tarda ora, e fu ricevuto dal Re.

A quell'egregio patriota ripetè Carlo Albertocon maggior precisione quello che già aveva detto al D'Adda e al Martini; anzi lo invitò a venire la mattina seguente nella piazza Castello per vedervi sfilare, avviata alle frontiere, la brigata delle Guardie[72].

Dopo aver veduto anche il ministro degli affari esteri e dopo avere assistito a quella consolante sfilata, l'Arese ripartiva immediatamente per Novara, sperando poter rientrare in Milano. Ma trovati ostacoli assai maggiori, e sapendo che il Martini aveva istruzioni più precise delle sue, insofferente d'ozio, si mischiò ad una colonna di volontarj improvvisati, varcò con essi il Ticino poco lungi da Oleggio e si diresse verso la città bloccata, non più diplomatico, ma bersagliere.

Intanto Enrico Martini s'era aggirato per molte ore intorno alla cinta esterna dei bastioni, senza trovar modo d'entrarvi. Finalmente, la mattina del 21, combinatosi col signor Angelo Cattaneo, commesso delle gabelle, che doveva portare del sale alle caserme in città, si travestì da garzone del magazzino, si caricò d'un sacchetto di sale, e potè non senza ostacolie rischi, penetrare fino al quartier generale, presentando le sue commendatizie.

Il Re desiderava due cose: che una mossa d'insorgenti o di disertori trascinasse il nemico a qualche violazione del territorio sardo: che gli venisse spedito un indirizzo, firmato da quanti più si potesse cittadini notabili per censo, per intelletto, per ufficj coperti, per influenze personali. Enrico Martini aggiungeva di suo, che si costituisse subito un Governo Provvisorio, col mandato di offrire a Carlo Alberto il dominio della Lombardia.

Quest'ultima proposta parve a tutti ancora intempestiva e non fu da nessuno accettata. Lo furono le due prime; e mentre alcuni fra i combattenti s'incaricavano di combinare una finta presso alla frontiera, Achille Mauri stese l'indirizzo, che fu portato subito da parecchi in giro per le case e fra le barricate, raccogliendo in poche ore parecchie centinaja di firme. V'era tra queste il nome di Alessandro Manzoni, che al conte Martini diceva: “prevenga Sua Maestà che se la mia firma è un po' tremolante, non è perchè io abbia paura, ma perchè sono vecchio.„ Parole che ricordano le altre celebri dell'anticomairedi Parigi, Bailly, quando, trascinato alla ghigliottina ingennajo, diceva: “je ne tremble pas de peur, mais de froid.„

Queste trattative erano necessarie per attutire un po' i romori della diplomazia europea; che a Torino pareva ostile ad ogni intervento piemontese; tanto che lo stesso ministro della nuova Repubblica Francese consigliava prudenza, e il ministro d'Inghilterra, signor Ralph Abercromby aveva in quei giorni dipinto al suo governo sotto cattivo aspetto la missione del conte Arese. Ad ogni modo, l'indirizzo non fu portato a Carlo Alberto che il giorno 23, poichè nè il 21 nè il 22 era stato possibile al conte Martini di sorpassare i bastioni. E il 23 mattina, come si sa, Milano era libera.

Le prime notizie di questa liberazione erano ancora giunte, dai paesi tra Milano e il Ticino, a Carlo D'Adda. E il Re lo aveva ancora mandato a chiamare per saperle; poichè erano tempi in cui i semplici cittadini conoscevano le cose prima dei governi. Giungono intanto gli speciali inviati del Governo provvisorio lombardo; Enrico Martini col suo indirizzo, e il conte Annoni con una lettera di Gabrio Casati pel conte di Castagneto, in calce alla quale Pompeo Litta, storico e veterano delle campagne napoleoniche, aveva aggiunto questoposcritto pel Re: “J'attends mon astre, è una medaglia che mi fu spedita e da me pubblicata. Le occasioni sono straordinarie e perciò rare. È la Provvidenza, è Iddio che le manda. Possiamo rifiutarci?„

Carlo Alberto lesse questo poscritto con molta emozione e incaricò Castagneto di esprimere all'illustre patriota i suoi sentimenti.

Frattanto una grande agitazione invadeva Torino. In quel giorno stesso, era comparso sulRisorgimento, il periodico del patriziato liberale piemontese, quell'energico articolo di Camillo Cavour che incominciava: “L'ora suprema della dinastia sabauda è suonata.„ Già i volontarj s'organizzavano e partivano in colonne da varie parti del Regno. Il ministero, frenato sempre dalla diplomazia, esitava ancora a lanciare la dichiarazione di guerra. E la moltitudine, desiderosa di risoluzioni governative, s'assiepava intorno al palazzo reale, domandando notizie.

Era notte fatta, e la folla cresceva. Allora Carlo Alberto, questo re dalle forme rigide e compassate, esce sul balcone, avendo da un lato il Martini, dall'altro il D'Adda, con due valletti che portano, a sinistra e a dritta, le torcie. E lì, dal balcone, di notte, con questoapparato, a quella folla clamorosa, che all'inconsueta apparizione si chiude in un silenzio religioso, il Re annuncia con brevi parole la liberazione di Milano, e prendendo l'estremità di una fascia tricolore che il D'Adda portava ai fianchi, l'agitò con gesto sicuro intorno al suo capo, come simbolo di una bandiera sventolata. Equivaleva, in quell'ora e da quell'uomo, a una dichiarazione di guerra. L'urlo d'entusiasmo che si levò da quella folla in delirio è più facile immaginarlo che descriverlo.

Poi, non essendo questa folla ancor soddisfatta, Carlo D'Adda scende alla porta; vi trova una carrozza a due cavalli che stava attendendo uno degli ospiti del palazzo; sale sul predellino del cocchiere, e in piedi, sventolando un fazzoletto, patriottico novelliere, snocciola lì per lì le notizie più diffuse e gli ultimi particolari della liberazione di Milano. E allora la folla è soddisfatta e si scioglie.

Fu nella stessa sera che il Re convocò il Consiglio dei Ministri, per notificare la deliberazione, già da lui presa, della guerra immediata e per redigere il proclama da indirizzarsi alle popolazioni lombarde.

A quel Consiglio furono invitati i due inviati milanesi, Martini e D'Adda; e bene intonavala situazione il vedere fra quelle Eccellenze, tutte gravi, tutte in uniforme, due giovani in abito da viaggio o da camera, che portavano la coccarda tricolore al posto degli ordini cavallereschi e dei medaglioni.

Il conte Sclopis leggeva ad alta voce lo schema del famoso manifesto; e il Re, volgendosi ai due milanesi, a preferenza che agli altri ministri, diceva loro: “va bene così?„ Interpellati direttamente, quelli credettero dover esporre la loro opinione. Nel manifesto si faceva accenno alla protezione di Dio, ma non si parlava punto di Pio IX. Carlo D'Adda si levò a suggerire che non mancasse in quel solenne documento il nome dell'uomo, allora così acclamato, sotto la cui invocazione tanti sacerdoti e tanti popolani s'erano battuti. L'osservazione parve giusta e l'inciso relativo a Pio IX fu inserito nel manifesto[73].

Della questione politica, durante le cinque giornate, si può sbrigarsi anche in minori parole.

Il Municipio, posto dagli avvenimenti di fronte a una situazione così piena d'ignoto e grossa di responsabilità, ebbe fin da principio un concetto fondamentale generico: uscire il meno possibile dalla legge; posarsi fra la città e il governo militare come autorità tutrice e intermedia, che non ostentasse risoluzioni implacabili, ma che rigettasse su altri la colpa d'uno stato di guerra, contro cui era ben necessario che la popolazione si premunisse.

Per ciò, ad una prima brutale intimazione del maresciallo Radetzki, che la sera stessa del 18 marzo, alle 6 e mezzo pom. ordinava al Municipio di pubblicare immediatamente un proclama di biasimo e di disarmo, sotto penadi bombardamento e con una spavalda allusione a centomila uomini e a duecento cannoni, Gabrio Casati rispondeva con molta e savia tranquillità: “Quanto il Municipio ha operato precedentemente, lo ha fatto d'accordo col Capo attuale del Governo civile. La Congregazione deve quindi riservarsi fino a domani per deliberare; ed intanto interessa l'E. V. a sospendere ordini, atti a null'altro che a partorire danni incalcolabiliper tutti.„

Non era infatti nè il primo nè il secondo giorno d'un movimento, il cui risultato pareva ancor dubbio ai più animosi, che il Municipio, tutore naturale della città, dovesse spogliarsi interamente d'ogni mezzo e d'ogni possibilità di una futura influenza mitigatrice. Di audaci la città in quei giorni non aveva difetto; ed era pur bene che, seguendo le costanti oscillazioni dei fatti umani, s'incaricasse qualcuno di tener deste le ragioni della prudenza.

Sicchè al mattino del giorno 20, senza mutar nome, nè dare alla propria autorità intonazioni ufficialmente provocatrici, il Municipio si aggiunse sei collaboratori, che parevano ed erano richiesti dalla maggior mole d'affari venuta a cadere sulle spalle della civica magistratura. Scelse a tal uopo il conte Francesco Borgia, ilgenerale Teodoro Lechi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, Anselmo Guerrieri e Giuseppe Durini.

Era così riuscito ad evitare fino allora nel centro dirigente dell'insurrezione la questione politica. Chi ve la portò fu, proprio in quel giorno stesso, Carlo Cattaneo, apparso nelle sale del quartier generale dopo due giorni di un'astensione gelosamente mantenuta e quasi accentuata.

Fu assai rimproverata al Cattaneo questa sua tarda partecipazione ad un movimento, in cui molti altri cittadini, di minore ingegno e di minore influenza, avevano fin dal primo giorno risolutamente gettata la loro responsabilità.

Forse questo rimprovero non è giusto. L'esitazione del Cattaneo non moveva da mancanza di patriottismo; bensì da minor fede nell'opportunità, nel consenso, nei mezzi della rivoluzione. Era un'opinione, già lo abbiamo detto, assai rispettabile, e che autorizzava per lo meno l'uomo da cui partiva a non assumere inziative da lui giudicate imprudenti. E non torna a suo biasimo, sibbene a sua lode se, esaminati gli andamenti di quei due giorni, e convintosi forse che ad ogni modo era giunta l'ora di spingere a fine quanto non s'era potutoda principio trattenere, il Cattaneo abbia creduto dover uscire dalla sua inazione ed offrire ai capi del movimento l'ajuto del suo consiglio e della sua attività.

Dove il Cattaneo ebbe torto fu nell'accentuare immediatamente un dissidio politico; e nello atteggiarsi quasi a censore ed a giudice degli uomini che fino allora, senza e prima di lui, avevano accettato, in faccia ad un nemico implacabile, quel posto d'onore e di pericolo che la forza delle cose, se anche non l'ingegno eminente, aveva loro additato.

Il Cattaneo portò un'idea e posò una questione. Quella era buona, questa era ingiusta. L'idea era di costituire un nucleo direttivo, esclusivamente preoccupato delle cose di guerra, lasciando in disparte ogni argomento relativo ad ordinamenti politici. E la proposta fu subito accolta, restando anzi il Cattaneo stesso investito di siffatto incarico, col Cernuschi, col Terzaghi, con Giorgio Clerici.

Ma egli aveva anche sollevata una questione di nomi. Diffidava così dei membri del Municipio come dei loro collaboratori. Per lui, Casati cercava unpadrone; Durini e Porro eranocortigiani; non voleva i Giulini, i Strigelli, i Borromei, perchè i loro padri, trentacinque anniprima, erano stati coll'Austria contro Beauharnais; trattava con un disdegnoso epiteto Enrico Guicciardi, che in quell'ora istessa i generali austriaci cercavano a morte, invadendogli la casa e cacciandone, tra le fucilate, i molti e piccoli figli.

Era strano che un pensatore come Cattaneo facesse così ricadere sui figli, secondo la teoria biblica, le colpe dei padri. Ed era anche più strano che proprio in quei giorni egli credesse necessario scoraggiare con dure parole quei giovani, di cui appunto il patriottismo aveva dovuto superare una prova maggiore, vincendo tradizioni di famiglia e vincoli di paterna autorità.

Ad ogni modo, nè il Cattaneo trovò intorno a sè adesioni bastevoli a rovesciare le influenze che non gli parevano buone, nè gli uomini da lui combattuti posero il menomo ostacolo all'azione ed al patriottismo di chi li combatteva.

Il Comitato di Guerra e la Commissione Municipale coesistettero, durante il combattimento, senza intralciarsi; altri comitati anzi furono istituiti per disciplinare le sussistenze, la polizia, le finanze; la Commissione Municipale accentuò meglio ogni giorno la sua trasformazione politica, e finalmente, ricostituitasi ilgiorno 22, sotto forma e nome di Governo Provvisorio, ne proclamava i nuovi componenti. Casati, Borromeo, Durini, Pompeo Litta, Strigelli, Giulini, Antonio Beretta, Marco Greppi, Alessandro Porro e Anselmo Guerrieri. Cesare Correnti era nominato Segretario Generale; e, secondo la richiesta dello stesso Cattaneo, Pompeo Litta era destinato a presiedere un nuovo Comitato di Guerra, a cui si aggiungevano il Lissoni, il Ceroni, il Carnevali, Luigi Torelli.

Fu nello stesso giorno che il Governo Provvisorio, posto fra diverse esigenze, emanò quel proclama che doveva più tardi essere cagione di tanti contrasti: “A causa vinta i nostri destini verranno discussi e fissati dalla nazione.„

In quell'ultimo giorno la concordia politica era già piuttosto nei sottintesi che nei propositi. Ad ogni modo, il dissidio sorse e si mantenne nella piccola cerchia degli uomini che governavano, turbò ed agitò assai più tardi gli uomini che combattevano.

In questi risiedeva davvero la questione strategica della rivoluzione; questione difficile a cogliere, forse impossibile a precisare, ma intorno a cui si svolsero pure gli episodj principali e i più numerosi delle cinque giornate.

Uno dei caratteri più salienti di quella strategia fu l'assoluta mancanza di capi strategici. Nei primi due giorni non ve ne fu neanche il tentativo; al terzo giorno ne apparve uno, degnissimo, Augusto Anfossi, che, appena nominato, cadde morto all'attacco del Genio Militare. Teodoro Lechi, vecchio generale napoleonico, era stato nominato comandante di tutte le forze insurrezionali, ma era stato fatto prigioniero al Broletto, fino dal primo giorno del movimento. Al quarto giorno si cercò dal Consiglio di Guerra sostituire in qualche modo il generale in capo. Senonchè, rispettabilissimi per patriottismo e per intelletto, quegli uomini parevano l'ironia del nome, nessuno d'essi avendo fatto la guerra. D'altronde, i loro ordini non sempre giungevano, traverso alle barricate, dove importava che giungessero. E se giungevano, non sempre erano obbediti; conseguenza del tipo necessariamente autonomo e dei molteplici ambienti di quella battaglia. L'ottimo Torelli racconta a questo proposito un incidente occorsogli e che basta a dipingere intera quella situazione strategica.

Era stato nominatoDirettore delle pattuglie, e in tal qualità si recava nel quartiere di Porta Ticinese per esaminare un posto. Al pieded'una barricata due individui armati lo arrestano. Declina il suo nome e il suo grado. “Ma che capo di pattuglie?„ rispondono “che Governo Provvisorio? Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di casa Trivulzio e non da altri. Venga con noi.„ E il Direttore generale di tutte le pattuglie dovette farsi riconoscere da un gentiluomo di casa Trivulzio, perchè i popolani di Porta Ticinese lo lasciassero in libertà. Questo era davvero discentramento.

L'istinto della difesa e il senso comune supplivano a questa mancanza di direzione centrale. Ogni mattina il bisogno suggeriva l'attitudine e ciascun giorno aveva la propria destinazione. Senza disposizioni di Stato maggiore, può dirsi che in tutte le parti della città il programma di quei cinque giorni fu identico.

Il 18 fu una sorpresa; l'insurrezione parve un problema a quelli stessi che l'avevano incominciata; la sera e la notte passarono in una completa incertezza sul carattere, sulle proporzioni, sulle conseguenze del moto.

Il 19 cominciò la difesa; fu la giornata classica delle barricate; ogni quartiere le innalzò coi mezzi e colle materie che aveva sotto mano, nei punti da cui si poteva più facilmente respingere la cavalleria o paralizzare l'artiglieria.I seminaristi adoperarono i loro letti e i lastroni del Corso; al teatro alla Scala, le sedie e le panche della platea; a Porta Romana, le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca; agli archi di Porta Nuova i materiali di fabbrica del cominciato palazzo d'Adda; al Cordusio, i bollettarj e le balle di carta degli ufficj di finanza; a S. Vicenzino, lastre di granito e terra e attrezzi di ferro, legati con solide catene attraverso la via. Si lasciava un pertugio della larghezza d'una persona; vi si metteva un uomo di guardia, perchè domandasse una parola d'ordine.... che tutti sapevano; e al buon umore ambrosiano non era mancata l'idea di collocare sulla cima della barricata il gatto tradizionale del proverbio lombardo[74].

Il 20 potrebbe dirsi la giornata della preparazione; si vollero sgombri i posti nemici collocati nell'interno della città; il Duomo, il palazzo di Corte, la Direzione di Polizia, il Broletto, le caserme. Fu in quel giorno che il conteBolza venne trovato nascosto in un abbaino sotto un mucchio di fieno, allibito e contraffatto per la paura. Forse in quell'ora gli passarono dinanzi alla corrotta coscienza le molte vittime sue e il povero Confalonieri da lui ghermito con funesto ghigno in un altro abbaino. È nota la condotta generosa che il popolo serbò verso di lui e la frase, veramente alta e inspirata, di Carlo Cattaneo: “se lo ammazzate, fate una cosa giusta; se non lo ammazzate, fate una cosa santa.„

Il 21 l'operazione generale è l'attacco. Ciascuna zona, fattasi le spalle sicure, cerca di allontanare l'inimico, di allargare e indebolire la sua cerchia, di respingerlo agli ultimi baluardi dell'esterna periferia. Questo è già concetto strategico, e alla sera del quarto giorno l'operazione può dirsi riuscita; l'esercito nemico, stanco e scorato, bivacca tutto sulle mura di Ferrante Gonzaga, ormai cacciato dall'interno della città.

Finalmente il giorno 22 ha luogo la mossa definitiva, l'impeto sopra un punto del cordone nemico, per isfondarlo e romperlo in due, aprendo il varco alle comunicazioni colle campagne e colle città insorte di Lombardia. Il Cattaneo aveva proposto a tal uopo l'attacco di PortaTicinese; fu scelta invece la Porta Tosa, e lì accadde il combattimento più lungo e più ostinato dei cinque giorni; dove Luciano Manara si coperse di gloria pel suo coraggio, dove Antonio Carnevali immaginava quelle fascine rotolanti, dietro a cui s'avanzavano i nostri in fitte schiere; dove si distinsero per freddo valore il pittore Borgo Carati e Andrea Cazzamini e il Croff e il Mangiagalli e il Dal Bono molti vivi.

Quando Luciano Manara, avanzandosi a petto scoperto contro le palle nemiche, appiccò di sua mano il fuoco a Porta Tosa, potè dirsi che lo scopo dell'insurrezione cittadina era raggiunto. Milano otteneva un risultato che in tutto il corso dei secoli non s'era visto mai: rovesciare fuor dalle mura un esercito straniero che vi si era accampato da anni e fornito di tutto ciò che ai cittadini mancava: capi, armi, disciplina, stromenti di distruzione.

Come s'erano lasciati vincere i quattordici mila uomini del maresciallo Radetzki? da quali armi s'erano lasciati snidare da tante caserme, da tanti palazzi, così facilmente difendibili? da poche centinaja di fucili buoni, da qualche migliaio di fucili cattivi, da 1523 barricate, dal suono incessante di cento campane a martello.Tutto ciò, ben inteso, aggiunto al valore individuale, che può essere elemento nuovo o mirabile in cittadini, ma che è o dovrebb'essere caratteristica costante e consueta in eserciti organizzati.

Questi combattenti borghesi potevano classificarsi in tre categorie. — La prima comprendeva quei pochi avanzi dell'antico esercito italico che avevano visto le guerre serie e i generali giganti. Ma erano per la massima parte vecchi, acciaccosi e, per le stesse rimembranze delle molte città conquistate e saccheggiate, poco inchinevoli a credere nell'efficacia delle barricate e delle campane a martello. D'altronde, Teodoro Lechi era stato, come dicemmo, fatto prigione fin dal primo giorno della rivolta e non fu liberato che il 23. Pompeo Litta, ballottato fra il Casati e il Cattaneo, s'ingegnava di metter pace fra i due, perchè una seconda guerra non s'aggiungesse alla prima. Il Lissoni, il Ceroni, il Iacopetti, il Cima si chiamavano ad organizzare i nuovi istituti militari in formazione, piuttosto che a dirigere il fuoco delle contrade. Soltanto Antonio Carnevali, ingegnere militare distinto, aveva potuto a Porta Tosa prestare attivamente l'opera sua.

La seconda categoria di combattenti constavadi uomini che, senza avere partecipato a guerre importanti, avevano indossato assise militari e preso parte a combattimenti, in eserciti e paesi stranieri, o in Ispagna, o in Grecia o in Africa. Erano pochi, ma si distinsero tutti per coraggio e per energia. Giuseppe Broggi, tiratore meraviglioso, aveva, quasi solo, impedito nei primi due giorni, l'avanzarsi degli Austriaci oltre i ponti di S. Damiano e del Corso, abbattendo gli ufficiali superiori, il generale Wocher fra gli altri. Una palla di cannone lo uccideva nel pomeriggio del giorno 19. Augusto Anfossi, dopo avere diretto l'occupazione degli archi di Porta Nuova e del palazzo del Genio, moriva di fucilata il giorno 20. Girolamo Borgazzi, ispettore delle ferrovie, trovava modo di scalare ben quattro o cinque volte le mura, per combinare col Comitato di Guerra attacchi simultanei; e cadeva all'ultimo giorno, mentre più di quattromila uomini radunati da lui davano a Porta Comasina l'ultimo assalto. Il conte Ottaviano Vimercati diresse con fermezza il giorno 21 un tentativo contro la Porta Vigentina, che alcune centinaja d'insorti raccoltisi nelle campagne avrebbero voluto sfondare per portare soccorsi nella città.

Ma la categoria di gran lunga più numerosadi combattenti era quella dei cittadini rimasti quasi tutta la vita entro le mura della loro città, e che per la prima volta imparavano a caricare una pistola o a scaricare un fucile. E fra questi troviamo Luciano Manara, elegantissimo, che il soffio di patria tramuta in un eroe di Plutarco; Giovanni Meschia, lattivendolo, che, appostato dietro il fumaiuolo d'un camino a Sant'Eustorgio, uccide ad uno ad uno i soldati saliti sopra il campanile per moschettare le vie; Pasquale Sottocorno che, vecchio e zoppo, correva a portar paglia e fuoco a Manfredo Camperio, mentre abbatteva con una scure il portone del Genio; e Giuseppe Guy e Luigi Stelzi, vittime dei primi giorni; e i Dandolo e Morosini e Mozzoni, studenti di 18 anni, che si trovavano dappertutto dove si combatteva e si moriva, al ponte di Porta Renza, agli archi di Porta Nuova, al palazzo del Genio, all'assalto di Porta Tosa.

Che dinanzi a siffatti elementi il maresciallo Radetzki dovesse trovare difficoltà grosse e lotte aspre, facilmente si capisce; ma che abbia dovuto soccombere, co' suoi quattordicimila uomini, i suoi duecento cannoni, il suo castello munito e le forti posizioni occupate nell'interno della città, sarebbe un fenomeno nella storiadelle guerre quasi eccezionale, se non concorressero a spiegarlo altre ragioni affatto estranee alla strategia.

Già era stata una sorpresa per gli Austriaci come pei cittadini la giornata del 18 marzo. Se l'insurrezione avesse avuto un capo, nulla sarebbe stato più facile che impadronirsi d'un colpo di tutto lo Stato Maggiore austriaco; poichè il maresciallo, col generale Wallmoden, tre altri generali e parecchi ufficiali, usciva dopo il tocco dalla casa Cagnola dov'era la cancelleria militare, senza il menomo sentore dell'agitazione che in quella stessa ora aveva già guadagnato le altre parti della città.

Se ne accorse quando vide chiudersi le botteghe e scendere i primi armati per le vie. E allora corse a furia in castello e deliberò la prima ed unica operazione offensiva di qualche importanza che in quei cinque giorni abbia potuto eseguire.

Pensando che alla sede del Municipio sarebbe stato il focolare della sommossa e la residenza dei capi, mandò verso sera buon nerbo di truppe ad accerchiare il Broletto, e dopo breve combattimento se ne impadronì. Colse infatti parecchie dozzine di cittadini che stavano preparando i quadri della guardia civica,e li fece trasportare, indegnamente maltrattati, in castello. V'erano anche tra questi dei personaggi d'influenza e di conto, il delegato Bellati, l'assessore Marco Greppi, il generale Teodoro Lechi, tre conti Porro, Guglielmo Fortis, Pietro Maestri, un Litta-Modignani, il Brioschi, il Tagliaferri ed altri. Ma quelli che intorno al Casati costituivano veramente il nucleo direttivo del movimento, fermati al palazzo Vidiserti da quella scarica di fucileria, non avevano potuto più ricondursi al Broletto, e s'erano invece trasportati, come in località più centrale e più difendibile, nel palazzo del conte Carlo Taverna in Via dei Bigli.

Dopo quella mossa offensiva riuscita a mezzo, parve che il maresciallo Radetzki avesse rinunciato ad ogni risoluto disegno di ostilità. Il secondo giorno lo passò in attitudine piuttosto di osservazione che di attacco. Lanciava da ogni largo imbocco di via scariche di plotone, che uccidevano o ferivano, ma non riuscivano ad impedire la costruzione delle barricate. Faceva avanzare drappelli di cavalleria, che retrocedevano di galoppo alla prima viva fucilata venuta dai cittadini. Eppure non è dubbio che, avendo in quel giorno ancora occupate militarmente tante forti posizioni nell'interno dellacittà, e non essendo la difesa di questa nè completata dall'intero sistema delle barricate nè spinta, come nei giorni successivi, al più alto grado dell'energia e della cooperazione universale, un vigoroso movimento di ripresa che fosse partito simultaneamente da tutte le porte della città, aiutato dalla sortita di tutti i presidii collocati nelle caserme e nei palazzi governativi, sarebbe bastato, certo non senza molta lotta e molta strage, a strozzare l'insurrezione.

Ma evidentemente non vi fu nei consigli militari austriaci in quei giorni nè calma, nè intelligenza. Lo scoppio così imprevisto di una così grossa rivolta paralizzò i verbosi ardimenti del vecchio maresciallo. Forse, le comunicazioni interrotte gli fecero credere sorpresi e prigionieri fin dal secondo giorno i corpi di guardia interni. Certo, pensava assai maggiore che non fosse la preparazione strategica della città; poichè al Ficquelmont scriveva: “è chiaro che direttori militari prestati dall'estero stanno a capo della sollevazione.„ Era la stessa impressione che faceva scrivere un dispaccio allaPressedi Parigi: “25 mille insurgés armés sont descendus dès le premier jour dans la rue„[75].

S'aggiungano le notizie di Vienna che, non lasciando ancora scorgere intere le proporzioni e le conseguenze del moto, non permettevano di abbandonarsi ai vecchi criteri di repressione militare sfrenata, coi quali potevano trovarsi in aperto contrasto nuovi indirizzi di governo e di governanti.

Tutto ciò rendeva in quei primi due giorni pieni di curiosa incertezza gli andamenti dell'autorità militare. Pareva quasi ansiosa di trovare ogni pretesto per mostrare spirito conciliativo. E alla duchessa Litta che, valendosi di antiche relazioni personali, aveva scritto al maresciallo, lagnandosi di guasti arrecati dalle truppe al suo palazzo, rispondeva quegli con molta umiltà “avrebbe provveduto a che non si rinnovassero, ma esortare egli pure la duchessa a non lasciare che le sue genti maltrattassero o provocassero soldati.„

Finalmente al terzo giorno, quando vede tutta la città asserragliata e l'insurrezione divampare minacciosa, si decide a moltiplicare i colpi. Ma allora si accorge altresì che le munizioni da guerra non rispondono agli intenti di distruzione. Quei trentaquattro anni di pace avevano lasciato un po' di ruggine sui ferri del dominio straniero. Le racchette fendevano l'ariae cadevano sui tetti senza scoppiare; le bombe scoppiavano con tanto ritardo che, dopo le prime esperienze, i fanciulli avevano il tempo di toglierne i luminelli e renderle innocue.

Forse quest'ultima ragione o le due insieme spinsero il maresciallo a desiderare proposte di accomodamento.

E cominciarono allora quelle pratiche per un armistizio, che diedero così gran pascolo alle immaginazioni ed alle passioni di parte.

Dai documenti del tempo, dai libri fra loro comparati e dalle attestazioni dei testimonj superstiti si può ad ogni modo cogliere intera la verità anche intorno a questo episodio.

Il maresciallo Radetzki aveva rilasciato sulla parola uno de' suoi ostaggi, il conte Marco Greppi, assessore municipale, perchè si recasse in città e giudicasse della convenienza di venire a qualche sospensione d'armi. Contemporaneamente si presentava al quartier generale di casa Taverna un ufficiale croato, il maggiore D'Ettinghausen, non già come inviato del maresciallo, ma coll'offerta individuale di farsi latore presso il maresciallo stesso “di proposizioniche valessero ad arrestare l'effusione del sangue.„

La Commissione Municipale esaminò la situazione militare, considerò la situazione politica e la propria responsabilità. S'era a mezzo di quel terzo giorno, in cui la rivoluzione non aveva preso ancora il suo maggior slancio. Per quanto le barricate fossero quasi dappertutto compiute, nessun posto importante era stato occupato; i nemici erano ancora padroni del tetto del Duomo, della Direzione di Polizia, del palazzo del Genio, del Gran Comando, di tutte le grandi caserme della città interna; dal di fuori non si sapeva nulla; il movimento delle provincie non si conosceva; nelle campagne circostanti appena qualche indizio di assembramenti si notava dall'alto dei campanili; nessuna notizia dal Piemonte, nessun'altra da Vienna; non una informazione sicura intorno allo spirito morale ed all'armamento del nemico che ci stringeva da tutti i lati. In questo cumulo d'incertezze, respingere qualunque proposta di accomodamento parve, e sarebbe stata, da parte della Commissione Municipale, una vera temerità. Essa poteva dirsi ancora rimasta nei limiti del suo primo programma; era autorità legale, non potere rivoluzionario. Seuna sconfitta, pur possibile, fosse seguita, quante maledizioni non sarebbero piombate su quei poveri capi, responsabili d'una risposta, e che sarebbero stati accusati d'imprevidenza da quelli stessi che, dopo il successo, li accusarono di debolezza!

Però, la Commissione Municipale propose patti larghissimi. La città doveva avere libere comunicazioni, da tutte le porte, col vicino contado. Il maresciallo doveva tener chiuse in otto determinati punti tutte le truppe. La guardia civica doveva essere organizzata regolarmente; mantenute tutte le situazioni occupate dai cittadini e conservato in istato pienamente servibile il sistema di difesa adottato. Su queste basi, la Commissione Municipale avrebbe autorizzato il Podestà a trattare col maresciallo Radetzki per un armistizio di quindici giorni.

Al barone d'Ettinghausen queste basi parvero inaccettabili. E allora la Commissione Municipale, volendo persuaderlo ch'esse erano le più moderate, anzi le uniche possibili, dirimpetto all'ardore guerriero dei combattenti, invitò nella sala le persone che si trovavano nel vicino appartamento del Consiglio di Guerra; ed entrarono infatti Carlo Cattaneo, AchilleMauri, Cesare Correnti, Giulio Terzaghi, Faustino Sanseverino ed Enrico Cernuschi. Esposta a questi signori la situazione, furono tutti d'accordo che le basi proposte dal Municipio erano anche troppo modeste; che i difensori delle barricate non avrebbero probabilmente accettato neanche quelle; e Carlo Cattaneo aggiunse che la conciliazione diverrebbe possibile soltanto quando il maresciallo acconsentisse a ritirare dal regno le truppe straniere e a comporre le guarnigioni con soldati italiani[76].

Discusso questo punto fra il Cattaneo e il maggiore croato, questi dichiarò che non avrebbe osato proporre al maresciallo simili condizioni; e la Commissione Municipale, facendo constatare al maggiore che la propria autorità era naturalmente limitata dalla forza delle cose, lo incaricò di riferire al maresciallo l'esito del colloquio, lasciando a lui, se veramente era desideroso di umani procedimenti, il considerare se altre basi gli paressero da proporre.

Fu allora che il D'Ettinghausen, sperando di trovare qualche appoggio maggiore presso gliuomini forniti, a' suoi occhi, di più alta responsabilità, si rivolse al conte Vitaliano Borromeo, ch'egli considerava, quale dignitario del Toson d'Oro, come cugino dell'imperatore, e gli domandò che cosa dovesse dire in suo nome al maresciallo Radetzki. Cattaneo ha obliato nel suo libro di riferire la risposta del conte Borromeo, che fu questa: “Dica al signor maresciallo che se continuerà la battaglia, i nobili di Milano sapranno farsi seppellire sotto le rovine dei loro palazzi.„

Le pratiche per l'armistizio non finirono lì. Furono riprese per iniziativa dei Consoli esteri la mattina seguente, il giorno 21; e furono essi che si presentarono al Castello, preceduti dal conte Marco Greppi, il quale, andate a vuoto le trattative del giorno prima, veniva lealmente a riconsegnarsi. Qui il maresciallo non volle essere meno magnanimo del suo prigioniero; ma, ammirando il contegno suo, gli concesse, senz'altre condizioni, la libertà. E, ristrettosi a colloquio coi Consoli, li incaricò di portare altre proposte alla Commissione Municipale.

Senonchè in questo frattempo la situazione militare e politica s'era mutata d'assai. Nella giornata antecedente i successi dell'insurrezione erano cresciuti; erano caduti in mano nostraparecchi dei presidj e dei punti militari interni; s'era cominciato a vedere che i mezzi di distruzione del maresciallo erano fiacchi; più, era giunto il messaggio del conte Martini, e il prossimo intervento dell'esercito piemontese appariva già una questione di ore. Non trattavasi dunque più d'un armistizio di due settimane per lasciar luogo a trattative politiche o ad istruzioni di Vienna; trattavasi d'un puro e semplice armistizio militare, limitato a tre giorni, che ciascuna delle parti combattenti doveva considerare sotto il solo punto di vista delle convenienze di guerra.


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