Ad una popolazione munita di siffatti antidoti offriva invano l'Arciduca Governatore i lenocinj della sua carezzevole amministrazione. Faceva infatti studiare progetti e miglioramenti d'ogni natura; largheggiava cogli artisti e coi letterati; dava splendidi balli.... a quelledieci o dodici ballerine che accettavano d'intervenirvi; nella speranza d'essere grato al popolo, sfoggiava eleganze nuove di cavalli, di equipaggi, di uniformi; e il popolo, acuto e burlesco, ne storpiava il nome con un bisticcio di lontano significato: “l'arciduca Mazza-Milano.„
Mandava ogni giorno a chiedere notizie del Manzoni ammalato; sperando sopra un'occasione di visita o di colloquio, che il fiero vecchio non accordò mai. Quando cominciò a discutersi dalCrepuscoloe nei pubblici ritrovi la questione dei disastri agricoli nella Valtellina, pregò Stefano Jacini di scrivere sull'argomento; e l'opuscolo dell'egregio scrittore fu un'acerba requisitoria contro l'amministrazione austriaca in quella provincia. Volendo far qualcosa e non sapendo che fare, vi si recò di persona col Bembo e col Valmarana. Da quelle autorità municipali ottenne fredde accoglienze e vigorosi reclami. Vi lasciò del denaro, — la solita goccia d'acqua che è la panacea dei dolori, pei principi assoluti e per gli amministratori impotenti.
Senonchè queste armi benevole si rintuzzavano non solamente contro la corazza patriottica dei milanesi, ma anche contro la disdegnosaostilità degli alti personaggi dell'Impero, militari e civili.
A Vienna si canzonavano queste velleità liberali del giovine principe. Il barone di Burger, suo luogotenente in Lombardia, gli moveva una sorda guerra e otteneva spesso dal Ministero imperiale istruzioni affatto opposte a quelle che l'Arciduca gli soleva impartire. A queste istruzioni poi l'Arciduca disubbidiva, e una sanatoria dell'augusto fratello veniva ordinariamente a por fine a simili conflitti. Ma il prestigio dell'autorità sua non ne avvantaggiava. Quando morì il maresciallo Radetzki, e il suo successore Giulay trasportò da Verona a Milano la residenza del Gran Comando militare, l'azione politica di Massimiliano ne subì effetto d'indebolimento. S'annullò quasi interamente, allorchè la nascita dell'arciduca Rodolfo diede al partito centralista dinastico un dominio indisputato nelle eccelse regioni del Governo imperiale. Fu agevole persuadere all'imperatore d'Austria che il programma di Massimiliano, non aiutato neanche da nessun principio di successo politico, metteva in pericolo quell'unità dell'Impero che ormai trovava nel nato erede un nuovo avvenire di solidità.
L'Arciduca raccolse le sue casse di studii edi progetti, e si recò a Vienna, nella speranza di vincere personalmente gli ostacoli che da lontano lo trattenevano. Fu accolto cordialmente, ma non riuscì a far discutere i suoi progetti. Lo tennero a bada, come uomo con cui fosse pericoloso inimicarsi, ma di cui fosse inutile conoscere le idee.
Fu in quell'epoca, nell'estate del 1858, che il duca Lodovico Melzi, trovandosi a Vienna, manifestò all'Arciduca la sua intenzione di partire per Parigi. Massimiliano gli diede una lettera per l'imperatore Napoleone, sulla quale fu allora almanaccato fra i giornali politici, avvezzi a credere sempre fecondo di cose grosse ogni incidente di carattere italiano.
Nel fatto, quella lettera non aveva altro obbiettivo che di cortesie e di affari privati dell'arciduca Massimiliano. Questi però aveva inspirato di sè tali diffidenze, che il Melzi parve ambasciatore pericoloso, e il plenipotenziario austriaco, barone di Hübner, colmandolo di gentilezze, seppe trovar modo che non vedesse Napoleone da solo a solo.
Escluso dunque ogni discorso politico, Napoleone invitò Melzi alle caccie di Fontainebleau, e frattanto partì per Plombières, dove ebbe luogo il famoso colloquio col conte di Cavour.Di questo colloquio, e della situazione che si stava preparando agli affari d'Italia, il patrizio milanese ne potè sapere quanto bastava a persuaderlo che le iniziative dell'arciduca Massimiliano mancavano ormai da un lato e dall'altro di ogni solida base.
Ritornato a Milano, radunò subito i suoi colleghi, e propose loro di dare le dimissioni, per non separarsi dal nuovo indirizzo che il paese seguiva con migliori probabilità di successo. Anche all'Arciduca espose rispettosamente i suoi dubbi, e lo pregò a considerare se non gli convenisse personalmente rinunciare alla sua missione in Italia, avendo perduto coll'appoggio dell'imperatore Napoleone la maggior forza su cui poteva contare per l'esplicazione del suo programma.
L'Arciduca rispose che la sua fedeltà verso l'Imperatore d'Austria gli imponeva di continuare una missione, di cui non si dissimulava l'inutilità[97]. I conti Bembo e Cittadella dichiararono che, per riguardi personali, non potevano abbandonare Massimiliano. Il duca Melzirassegnò per conto proprio il suo incarico a Corte e si ritirò a Genova fino dopo gli avvenimenti del 1859.
Tale fu lo svolgimento e la fine di questo singolare episodio, di cui fu discorso allora e dopo, nè con perfetta conoscenza di fatti, nè con perfetta giustizia di apprezzamenti.
Fu assai rimproverata, specialmente al duca Melzi, la partecipazione a siffatte trattative. E forse si può credere che non abbia il duca interamente misurata la responsabilità impostagli dall'illustre antenato, che aveva sostenuto quarantadue anni prima così diversa politica.
È certo però che la condotta degli uomini pubblici vuol essere considerata in rapporto alle circostanze, in rapporto all'ambiente che suole determinarla.
Gli uomini che s'erano lasciati attrarre dalla soluzione politica impersonata nell'arciduca Massimiliano avevano posto in prima riga una questione di riforme liberali, laddove il momento storico dava la preferenza ad una questione di agglomeramenti nazionali. Può essere stata da parte loro mancanza di previdenza, non più. E, come già abbiamo notato, nessuna ingerenza in altre politiche, in altre speranze, probabilmenteignorate, può aggravare in questo caso la mancanza di previdenza.
Appunto è dovere di quelli, al cui programma è stata prospera la fortuna, di non ispingere più in là del bisogno di lotta la riprovazione di un programma che è stato sconfitto. Le ipotesi che valgono a salvare od a perdere una nazione son molte, e la certezza della vittoria rade volte soccorre anche i capitani più eccelsi. Ned era senza preoccupazioni il partito della resistenza intransigente, pensando all'incerta fine di una politica, che una mancanza di successo all'ultimo istante avrebbe potuto far apparire, nell'opinione delle masse oscillanti, o meno savia o meno generosa di quello che fu. Napoleone III avrebbe potuto soccombere al pugnale di un sicario, la battaglia di Magenta poteva non essere una vittoria, il conte di Cavour poteva essere assalito due anni prima dal morbo che lo spense nel 1861. Ognuna di queste cause avrebbe obbligato ad una dura sosta il programma belligero e data, di ripicco, un'auge impreveduta al programma riformativo. D'altronde, al partito conservatore, che in ogni epoca è un numero, in ogni Stato una forza, in ogni istituzione una garanzia, non poteva negarsi il diritto di esprimere, col primo spiragliodi tolleranza, le proprie idee. Le quali, a voler essere giusti, rasentavano in quell'ora piuttosto l'audacia che la timidezza riformatrice; talchè avrebbero potuto servire perfettamente di base alla ricostruzione di uno Stato liberale, se la questione dell'indipendenza non avesse di tanto soverchiato quella dell'assetto organico. Ogni partito ha modi proprj di agire, che non si possono mutare senza distruggere con essi la stessa fisonomia del partito. E nella mutabilità dei pensieri e dei casi, vien sempre l'ora in cui un partito può rendere alla patria servigi che altri non potrebbero renderle più.
Sicchè, a voler guardare dopo trent'anni, e con criterj storici, l'episodio dell'arciduca Massimiliano in Lombardia, non ci pare che la tradizione italiana debba punto arrossirne. A buon conto ha dimostrato due cose: che, nella fatale ipotesi del rovescio di una politica, v'erano pronti degli elementi per sostituirne un'altra, atta a frenare le inevitabili reazioni; e che il paese aveva una fibra così energica e un apprezzamento così sicuro delle situazioni, da tracciare direttamente esso la via a' suoi consiglieri e a' suoi duci. Nel 1848 aveva risposto al Cattaneo: piuttosto la rivoluzione che le riforme; nel 1857 rispose al Melzi, all'Archinto, al Cantù: piuttostoche le riforme, la tirannia. “Nous ne demandons pas que l'Autriche nous gouverne bien„ scriveva da Parigi il Manin “nous lui demandons qu'elle s'en aille.„ Si può oggi e si poteva allora discutere sulla maggiore o minore convenienza pratica di questo concetto; ma non si può negare che il concetto fosse alto, e che torni a grande onore dell'intelligenza e della virtù nazionale l'averlo sostenuto in così diversi periodi con tenacità così fiera.
Le ultime pagine spiccate di questo decennio di lotta s'aggirano intorno a due tombe, a due funerali.
Quando morì, sul principio del 1858, vecchio di novantun anni, il maresciallo Radetzki, alle pressioni governative perchè il Municipio milanese onorasse della sua presenza il trasporto funebre, quei magistrati, pur non eletti dai loro concittadini, ma nominati dal Governo stesso, opposero un rigido rifiuto; memori di uno schifoso decreto del 1853 che poneva a carico del tesoro municipale le corde adoperate per le impiccagioni del 6 febbrajo. E v'erano pure fra quelli uomini, tali che potevano sembrare d'indole assai temperata per avere firmato in quell'epoca l'indirizzo all'imperatore d'Austria.
Ma quando, circa un anno dopo, si sparse per Milano la notizia che il lungo morbo aveva finalmente spenta la vita di Emilio Dandolo, la città si mosse tutta per onorare nel giovane morto l'eccellenza di quegli affetti e di quegli ardori da cui i vivi si sentivano penetrare. Fu invano che la polizia, indovinando questo scoppio di patriotismo, desse istruzioni severe e scaglionasse gran forze intorno alla casa, alla chiesa di S. Babila, lungo il percorso del corteggio funereo. Forse cinquantamila persone accompagnarono al cimitero quella nobile bara, trascinando in un fiotto irresistibile le stesse guardie incaricate di fermarlo e respingerlo. Nessuna misura precauzionale della polizia potette riuscire, nessun divieto suo fu rispettato. Sul feretro, portato da giovani patrioti e da intimi della famiglia, Lodovico Mancini ardì collocare una gigantesca corona di fiori, da cui spiccavano distintissimi i tre colori nazionali, e che nessun agente di polizia potè nè trattener prima, nè ghermir poi. Al cimitero parlarono con vivaci intonazioni d'attualità politica Antonio Allievi e Gaetano Bargnani. La polizia dovette quel giorno lasciar fare e lasciar dire, perchè impotente a reprimere.
Il giorno dopo, osò più sicura. Mandò a perquisiree ad arrestare quelli che trovò, un Carcano, il dottor Signoroni, Costantino Garavaglia; si sottrassero a tempo altri, cercati, come Lodovico Trotti, i fratelli Visconti-Venosta, Allievi, Bargnani, i fratelli Mancini. Ma erano più sgomenti gli arrestatori che gli arrestati. A questi i carcerieri si raccomandavano per essere perdonati della forzata custodia; si offrivano di portar loro abiti, cibi, giornali. La potenza era già passata dal terribile impero che aveva sul luogo duecentomila bajonette, a quei giovani inermi che rappresentavano unicamente un'idea.
Ma l'idea s'inoltrava. Già l'imperatore Napoleone aveva espresso al barone di Hübner il dispiacere di non essere più d'accordo col suo Governo; già il re Vittorio Emanuele aveva fatto echeggiare l'aula del Parlamento di quel maschio “grido di dolore„ che scosse dal sommo all'imo tutta l'atmosfera italiana. Contro queste due frasi l'Austria inviava cannoni e squadroni di cavalleria e truppe croate e boeme, che avrebbero voluto incutere terrore, e che i milanesi accoglievano con battimani, perchè dinotavano l'irrevocabilità della guerra. E la guerra si dichiarava proprio a voce alta nel teatro alla Scala, dove ogni sera al famoso corodella Norma il pubblico della platea e dei palchi si univa fremente d'entusiasmi, e a cui rispondevano irritati gli ufficiali austriaci stipati nelle sedie chiuse, gesticolando minacciosi ed estraendo a mezzo le sciabole dai foderi[98]. Nè queste erano guerre che si sarebbero fermate alle strida; poichè ogni sera ed ogni mattina i giovani schiamazzatori partivano solitarj o a drappelli, traversando, dove potevano e come potevano, il Po o il Ticino o il Lago Maggiore, per inscriversi nelle file dell'esercito sardo, o fra i volontarj di Garibaldi, o nelle scuole di Pinerolo e d'Ivrea.
L'Austria faceva dire alle sue gazzette che erano settarj, sobillati dalle fazioni anarchiche o mazziniane; e il conte di Cavour, soffregandosi le mani, additava nelle sue lettere e ne' suoi colloquj coi diplomatici europei i più bei nomi del patriziato storico lombardo, gli eredi dei Trivulzio, dei Litta, dei Visconti, dei Belgiojoso, dei Taverna, dei Del Majno, dei Borromei, arruolatisicome semplici coscritti nei battaglioni sardi, e pronti, per sentimento di patria, a portare sulle loro spalle le fascine pel rancio dei loro compagni.
In questa attitudine, che l'Austria avrebbe voluto più rivoluzionaria per poterla colpire, ma che trovava modo di rendere la rivoluzione efficace, trasportandola dall'interno all'estero, durò Milano fino alla battaglia di Magenta ed al memorabile ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III, dall'arco del Sempione.
In quell'urlo di entusiasmo, che ai superstiti dell'epoca servirà sempre di antidoto contro le indifferenze o le ingiustizie dei posteri, Milano estingueva, per così dire, il periodo millenario della storia lombarda e si rannicchiava serenamente in un cantuccio della futura storia italiana.
E noi chiuderemo a nostra volta la serie di queste ricordanze, dalle quali avranno tratto certamente maggior noja i nostri lettori che noi.
Abbiamo voluto indagare come nascessero e da chi fossero fecondati in Milano i germi di quella politica nazionale, che una legge storicaquasi costante, benchè inavvertita, condusse, attraverso i secoli, alla fusione dei grandi municipj italiani nella sintesi di una patria. E siamo giunti, quasi senza avvedercene, dal 300 al 1859, evocando tipi e studiando caratteri, di cui ignoravamo noi stessi i contorni e l'influenza.
Noi non affronteremo il problema politico, — se la nuova Italia abbia fatto ne' suoi ordinamenti moderni una parte sufficiente a questi illustri focolari dell'antico senno italiano, — se abbia tratto durevole virtù di organismo da quel concetto unitario che le popolazioni hanno seguito, piuttosto tratte da un alto istinto politico che da una pensata filosofia.
A noi è bastato lumeggiare in parte il problema storico, citare innanzi ai contemporanei gli attori del passato, per trarre da loro la testimonianza delle necessità che ci hanno spinti su quella via e delle virtù che ce l'hanno potuta spianare.
Ed ora che la fatica è finita, abbiamo voluto, come Renzo, cercare se da questi fatti si possa imparare qualcosa. E ci par questo: che, nelle cose pubbliche, il male è facile, il bene difficile; e che, a voler servire davvero la patria e non un partito, bisogna diffidare sopratutto diquelle conclusioni individuali, che paiono giuste unicamente perchè rispondono ad una passione, — lottare contro le impressioni momentanee, che il pregiudizio ingrossa in ventiquattr'ore, ma che la ragione impiega degli anni, — talvolta dei secoli, — a dissipare.
FINE.
NOTE:1.Narra il Constant nelle sueMemorie, che questo musico aveva spinto allora la sua singolare impertinenza fino a rispondere: “Signor général, si c'est oun bon air qu'il vous faut, vous en trouverez oun excellent, en faisant oun petit tour de jardin.„ Il Marchesi, per questa audace risposta, era stato messo in prigione.2.Morì d'improvviso, mentre sedeva ad un pranzo che il ministro Talleyrand aveva offerto ai più distinti italiani. Fu l'ultimo dei patrizj milanesi, che da S. Carlo in poi avevano retto, senza interruzione, la diocesi ambrosiana. Era uomo di alta rispettabilità e di grande influenza.3.Anzi il Coppi (Annali d'Italia) afferma che la Consulta in una seduta avesse già nominato il Melzi Presidente e l'Aldini Vice-Presidente.4.Termometro politico, anno 1796.5.Ha la data del 26 gennajo 1802, anno I.º6.Cusani, VI, pag. 165 e 318.7.Du Casse,Mémoire et Correspondance du Prince Eugène.8.Fra queste bisogna mettere in prima linea l'interesse vivo e costante che portò ai nuovi metodi inglesi d'istruzione e di educazione. Fu lui che acquistò nel 1812 da un Luigi Piccaluga l'antico convento di S. Maria delle Grazie in Lodi, per insediarvi appunto una di quelle istituzioni didattiche, venute più tardi in gran riputazione fra noi, sotto la denominazione diDame inglesi. I suoi eredi e successori continuarono e completarono in questa materia le intenzioni del loro glorioso antenato; e nel 1830 il duca Gio. Francesco cedette, con pubblico istromento, alla signora Maria Cosway, rappresentata da don Palamede Carpani, allora consigliere ispettore delle scuole elementari, tutto l'edificio di Lodi, in cui ebbe sede d'allora in poi, e mantenne alto il principio educativo, l'Istituto chiamato appunto delleDame Inglesi.9.Il nobile Felice Calvi, vice-presidente della Società Storica Lombarda.10.Al generale Fontanelli diceva Napoleone, passando in rassegna nel 1813 la sua divisione “con centomila soldati pari ai vostri, Eugenio sarebbe già sul Danubio.„11.Federico Coraccini,Storia dell'Amministrazione del Regno d'Italia durante il dominio francese.12.Archivio Melzi d'Eril.13.Archivio Melzi.14.Archivio Melzi.15.Francesco Cusani,Storia di Milano, vol. II, cap. 35.16.Archivio Melzi.17.Id. ibid.18.Una lettera scritta a Melzi dal Vicerè proprio il 20 aprile, e quindi tre giorni dopo che Melzi aveva presentato il suo programma al Senato, gli diceva che avendo letto sulMoniteurdel giorno 12 l'abdicazione dell'Imperatore, aveva scritto subito ai Sovrani Alleati, raccomandando loro l'indipendenza del Regno Italiano. Aggiungeva di sapere chespecialmente l'Imperatore di Russia gli era favorevolissimo e s'era espresso nel più simpatico modo coll'imperatrice Giuseppina. La lettera si conserva, con molti altri autografi importantissimi, nell'archivio della famiglia.Anche il Cusani, degnissimo di fede, racconta nella sua storia (Vol. VII, cap. 34) d'avere udito dal conte B. Colleoni, che fino dal 1812 abitava Parigi ed era intimissimo dell'ex-imperatrice Giuseppina, far menzione parecchie volte delle promesse di Alessandro, e ricordare lo sdegno di lui alla notizia della rivoluzione di Milano, che gli tolse di patrocinare la causa del Vicerè.19.Corresp. T. VII, pag. 478.20.Per una inesattezza, che è, bisogna dirlo, affatto eccezionale nel diligente Cusani, questi asserisce nella sua storia che “sopraggiunti Veneri e Guicciardi, confermarono il racconto, insistendo sull'imminente pericolo del Prina.„ Ora questo può essere pel Veneri, ma pel Guicciardi certamente non è, giacchè il Guicciardi era partito col senatore Castiglioni, fin dal 18 per Mantova, dove giunsero il 19, e fu lì, e alla stessa presenza del principe Eugenio, ch'essi udirono i fatti occorsi a Milano, riferiti al principe dai fuggitivi ministri, Vaccari e Méjean.21.I saria nen Piemonteis, dicono che rispondesse, con alpina fierezza, a chi gli suggeriva la fuga, come unico modo di conservare la vita.22.È quasi inutile avvertire che si allude qui allaPrineidedi Tommaso Grossi.23.Per l'importanza del punto controverso e per la nobiltà dello scritto, crediamo opportuno ripubblicare questa lettera, apparsa soltanto in qualche opuscolo del tempo e nella voluminosa opera di Giovanni Melzi che a pochi è concesso di leggere.Milano, 31 marzo 1815.Signor Conte Confalonieri.Ho ricevuto la lettera apologetica ch'ella si è compiaciuta mandarmi. Fu sempre mio vivo desiderio che gli avvenimenti egualmente vergognosi che funesti per la nostra patria rimanessero sepolti in eterno oblìo. Ma dappoichè uomini più che imprudenti ne richiamano la memoria con imputazioni personali azzardate, trovo ben giusto che chi ne è indebitamente gravato alzi la voce per isdossarsene. Ella lo ha fatto con pari dignità che saviezza ed io la ringrazio della compiacenza che mi procura nel veder dissipate accuse che, comunque per me dubbie, mi erano penose, aggravando persona tra le principali del paese, di cui importa che la fama sia intatta onde i talenti possano esserne utili. Nel momento in cui siamo importa sopratutto di riunire gli sforzi degli onesti cittadini a temperare le animosità. Le ire non s'infiammano senza grave danno della pubblica e privata causa. La discordia non è conciliabile con nessuna speranza di bene. Non si deve usurpare il dominio del tempo, perchè non è mai senza compromettere l'avvenire.Ho l'onore di riverirla colla più distinta considerazione.Duca di Lodi.24.Il senatore Marco Tabarrini.25.Mémoires et Correspondance du Prince Eugène.26.Melzi D'Eril,Memorie,documenti, ecc.27.Dobbiamo la conoscenza di questo documento e la facoltà di renderlo pubblico alla molta cortesia del duca Lodovico Melzi d'Eril, pronipote dell'illustre uomo di Stato.28.Fra le carte dell'archivio Melzi questa nota non è unita alla lettera.29.Confalonieri,Lettera ad un amico.30.La succitataLettera ad un amicodel 15 marzo 1815.31.Idem. ibid.32.Ventinovesimo bollettino,Cusani, VII, 9.33.Ugo Foscolo,Prose politiche. Appendice.34.Noi le abbiamo avute tutte a nostra disposizione, per larga e squisita fiducia dell'egregio e colto giovane, conte Gabrio Casati, abbiatico del celebre omonimo e bisnipote del Confalonieri. Cogliamo questa occasione per esprimergliene qui, pubblicamente, la maggiore riconoscenza.35.L'illustre Cantù, che nel suo libroConciliatore e Carbonari, ha pubblicato tante lettere e tanti aneddoti intorno a quell'epoca, si sbriga, al solito, del Confalonieri con una frase spicciativa, assai contrastata dalle stesse corrispondenze che stampa di lui e intorno a lui. “Non era uomo di alto ingegno, neppure di voglie generose.„ E basta. Non sappiamo se, conoscendo altre lettere ed altri scritti, avrebbe modificato o sarebbe disposto a modificare quel suo riciso giudizio. Ad ogni modo, dissentendo noi così radicalmente dall'autorevole storico intorno a questo personaggio, abbiamo creduto dover pubblicare alcuni brani di lettere che il Cantù non conobbe e che forse ci fanno scusati del pensare diversamente da lui.36.Cantù,Conciliatore, pag. 15.37.Quello del conte Porro Lambertenghi, ora Bethlem, in via Monte di pietà.38.Milan est aujourd'hui un foyer de pensées et il y a une espéce d'opinion publique. (Lettera inedita dell'abate De Breme alla contessa d'Albany, che noi possediamo.)39.Non sappiamo se sia stato concepimento di cospiratori o sogno di polizie visionarie, un governo provvisorio di cui doveva essere allora presidente il Confalonieri, vice-presidente l'avvocato Marocco, e membri il Pecchio, l'Arese, il consigliere Alberti, il sacerdote Sozzi, il conte Folchino Schizzi e un Olginati di Como. Il Cantù e il Cusani affermano questo progetto e questi nomi; però il vedervi quello del conte Schizzi, che fu poco dopo un assiduo ed operoso dignitario del governo austriaco, ci lascia alquanto dubbiosi sulla realtà di siffatta combinazione.40.Principali, fra queste, per vivacità e vigore di patriottismo, la contessa Fracavalli, Camilla Fè, Bianca Milesi, Matilde Dembrowski.41.Arrivabene,Memorie della mia vita.42.Di queste circostanze, che appaiono dalle stesseMemorie, ancora inedite, del Confalonieri, bisognerà che tengano conto i futuri pubblicatori dei processi politici del 1821, che esistono in bell'ordine e in regolari cartelle nel nostro Archivio di Stato. Noi non dubitiamo che questi costituti (di cuiottantarisguardano il solo Confalonieri) saranno, nelle loro forme giudiziarie, ineccepibili. Ma bisognerà andare assai cauti nello apprezzare la sostanza delle deposizioni, raccolte da inquisitori così superiori agli scrupoli.Quis custodiet ipsos custodes?43..... “Noi non abbiamo, è vero, raccolti maggiori fatti a carico di Confalonieri, ma vorrà ciò dire che non esistevano?„ Questo ragionamento, assai singolare in bocca di un magistrato penale, è dello stesso Salvotti, e basta a dinotare lo spirito di persecuzione e non di giustizia, con cui s'istruiva quel colossale processo. È un brano di relazione segreta, che il Cantù ha pubblicato nel summentovato libro:Il Conciliatore e i Carbonari. E dello stesso Salvotti ha pubblicato il Cusani (Storia di Milano, Vol. VIII.º) altri brani di un riassunto processuale, in cui dichiarava: “Le negative di Confalonieri tolsero di spargere su la congiura lombarda tutta la luce che la sua sincera confessione avrebbe irradiata.„44.Tutti questi particolari li abbiamo riassunti fedelmente dalle stesseMemoriedel conte Federico, che auguriamo e speriamo vogliano presto essere date in luce dal giovane conte, pronipote suo.45.Quantunque disposti, e per la grande autorità sua e per la sua qualità di testimonio quasi contemporaneo, a mettere molta fede in ciò che il Cantù scrive, relativamente a quei fatti, ci meravigliò non poco il racconto di quel colloquio tra l'Imperatore e la contessa Confalonieri, che si trova alla pagina 148 e 149 del libroIl Conciliatore e i Carbonari. Quel colloquio, descritto con colori così drammatici, può essere verosimile, ma non è vero. E come lo ha negato recisamente il senator Poggi nella sua ottimaStoria d'Italia dal 1814 al 1846, così possiamo negarlo noi, che ci ricordiamo d'aver udito il racconto di quella scena, in casa del compianto conte Francesco Arese, dallo stesso Gabrio Casati, testimonio ed interlocutore nel dialogo.46.Anche quì il Cantù, pur difendendo Milano a pagina 150, mediante la pubblicazione del rapporto d'un impiegato dell'epoca, scappa fuori ad accusarla a pagina 271, scrivendo: “il popolo e un vulgo ricco, e fin signore assistettero come a spettacolo a quella scena. Dio lo perdoni ai Milanesi!„ Noi abbiamo voluto raccogliere testimonianze di egregi contemporanei, il signor Negri, il signor Landriani, il conte Giberto Porro-Lambertenghi; e tutti ci hanno assicurato che il “popolo„ era proprio composto dell'ultima feccia, che il “vulgo ricco„ fremeva di dolore o di terrore nelle proprie case; e quanto alle “signore„ pur troppo vi assistette “come a spettacolo„una sola; sventuratamente nota per illustre casato come per eccessiva spensieratezza; e che un alto ufficiale austriaco, il conte Batthiany, aveva trascinato ad una finestra prospiciente il nefando spettacolo. Siamo un po' giusti anche con questi poveri “Milanesi!„47.Domandiamo scusa ai lettori se ci crediamo obbligati a metterli in avvertenza contro un'altra grave — forse la più grave — inesattezza contenuta nel libroIl Conciliatore e i Carbonari. L'illustre autore vorrebbe smentire, a pagina 152, ciò ch'egli allora chiamava “la tradizione„ del colloquio fra il Confalonieri e il principe di Metternich; e a pagina 192 ripete la sua smentita. Eppure già l'Andryane e il Gualterio e Gino Capponi avevano parlato di quel colloquio, che poi il Tabarrini riportò estesamente dallo stesso manoscritto del Confalonieri. Forse al Cantù, che aveva già proclamato quest'ultimo uomonon generosodoleva di ammettere la verità di un colloquio, che lo avrebbe senza dubbio obbligato a ricredersi. Anche gli uomini di maggiore ingegno possono talvolta cadere in siffatte contraddizioni dell'animo. Ad ogni modo, le ragioni per cui nega il Cantù consistono tutte in una sottile analisi di una testimonianza indiretta — molto indiretta — d'un commissario di polizia. In favore della verità del colloquio abbiamo le dichiarazioni di Gino Capponi, di Filippo Gualterio, di Marco Tabarrini, di Enrico Poggi, di Gabrio Casati, di Alessandro Andryane e di... Federico Confalonieri. Ci pare che bastino.48.Cantù, opera citata, pag. 271.49.Signor Redattore,“Nel punto di lasciare la Francia, lessi sul vostro giornale del 28 di questo mese l'articolo che mi riguarda. Qualunque sia il desiderio ch'io provo di non intrattenere il pubblico delle mie sventure, e qualunque e' sia il bisogno che ho di vivere nell'oscurità, cionondimeno mi sento obbligato, per difendere il mio onore che voi attaccate, di escire dal silenzio che io mi era così strettamente proposto.„“Lasciando da parte le prime asserzioni del vostro articolo, io devo tuttavia affermarvi positivamente che ho finora vissuto nella più completa ignoranza di tutti i fatti che vi siete permesso di asserire; ma mi trovo più particolarmente obbligato a smentire l'asserzione per la quale voi dite che, venendo io in Europa, ho mancato alla parola che avevo data al governo austriaco, di non lasciare l'America.„“Io dunque dichiaro formalmente chenon ho mai impegnato la mia parolain alcun modo e che nè io nè altri dei confinati, coi quali sono in perfetta parità di posizione, non abbiamo fatto altro chesottoscrivere una pura e semplice accettazione della deportazione con tutte le condizioni gravi che vi si trovano annesse; e fra queste condizioni trovasi che, tornando noi in Europa ed accadendo che fossimo ripresi dall'Austria, noi saremmo immediatamente ricondotti allo Spielberg.„“Conto abbastanza sulla vostra imparzialità, signor Redattore, per non dubitare punto che vorrete inserire questa mia dichiarazione nel vostro prossimo numero.„“Ho l'onore di essere, ecc. ecc.„“Federico Confalonieri.„Parigi, 29 settembre 1837.50.Cantù, op. cit., p. 153.51.Non vogliamo chiudere questa rubrica delle impressioni e dei giudizii altrui sul Confalonieri, senza aggiungervi il giudizio e l'impressione di altre due persone notevoli, non legate al celebre fuoruscito da nessuna comunanza di azione o solidarietà di sventura.Il conte Francesco Arese, che di uomini eminenti ne conobbe e ne praticò davvicino parecchi, trovandosi in America quando v'era il maggior numero dei rifugiati politici, così scrive da New-York, il 13 marzo 1837, all'amicissimo suo Pietro De-Luigi, pur esule per causa politica e rimasto a Londra: “... in totale, quello che per talento, cognizioni e viste, val meglio è Confalonieri che si può dire essere un uomo distinto„.E quella donna quasi perfetta che fu la marchesa Costanza Alfieri d'Azeglio così scrive al figlio Emanuele nel luglio 1843: “J'ai eu le plaisir de connaître Confalonieri, qui vient sonvent chez Maxime avec sa femme. C'est le point saillant de mon voyage. Je lui ai trouvé comme à Pellico cette douceur dans les manières si affectueuses qui est vraiment attachante. C'est un beau caractère. Soutenir avec fermeté un malheur si prolongé, sans apparence d'en sortir que par la mort; soutenir le malheur de leurs familles, sans se démentir jamais, quand, en capitulant avec leur conscience, ils pouvaient se racheter; on a beau dire, mais ce sont des hommes qui font honneur à notre époque, qu'ils l'aient comprise ou non; et je me sens en leur présence une vénération pour leur caractère et une satisfaction de les apprécier qui me dédommage de tant de choses qui choquent et blessent mes sentîments pour notre pays. C'est le contrepoids de tant de petitesses, bassesses et misères qui passent sous nos yeux...„52.Si allude qui alla parte sostenuta dal Cattaneo a Napoli, quando fervevano intorno al dittatore le dispute circa l'ordinamento politico dell'Italia meridionale e la sua annessione — pronta o differita — al Regno di Vittorio Emanuele.53.Cattaneo,Insurrezione di Milano, pag. 216.54.Ivi, pag. 205.55.Giov. Arrivabene,Memorie della mia Vita. Vol. I, pag. 253.56.Nel riferire questo duplice aneddoto — che del resto lascia la storia tal quale — avvertiamo che si legge in un libro del signor Petrucelli della Gattina:Preliminari della questione romana.57.Mémoires de Metternich, vol. VII, pag. 585.58.Il caffè Merlo, allora esistente sull'angolo tra il Corso Vittorio Emanuele (corsia dei Servi) e la piazzetta di San Paolo.59.Metternich, VII, 576.60.Figlio del conte Diego, di cui s'è parlato più volte nei precedenti capitoli. Morì a Milano nell'anno 1857.61.La copia di questo rapporto come di quello sopraccennato, di Giulini e Robecchi, si trovano entrambe fra i documenti raccolti nel Museo civico del Risorgimento Italiano.62.I tre duchi versarono ciascuno centomila lire; novantottomila il marchese Arconati. Più tardi poi, essendosi deciso di contrarre un prestito di dodici milioni, che il banchiere cav. Brot s'era assunto di collocare, i patrizi milanesi offersero l'ipoteca sulle loro terre, per garantire, a pro dello Stato, gli assuntori del prestito.63.Aveva detto al marchese Villani, attivodimostratoreegli pure: “una compagnia di dragoni vi spazzerà tutti.„64.“Egli consigliava che il Lombardo-Veneto accettasse le riforme, escludendo la presenza di soldati stranieri.„Alberto Mario,Biografia di CattaneonelRisorgimento Italiano, vol. I, dispensa V.65.Dell'Insurrezione di Milano, pag. 11, 17 e 21.66.È stato di moda per un certo tempo e per certi scrittori parlare del conte Gabrio Casati come d'un uomo affatto impari, per ingegno, alla situazione politica che il 1848 gli ha fatta. Eppure, se guardiamo alla media degli intelletti e delle esperienze che durante quell'epoca burrascosa si avvicendarono nelle regioni di governo, il Casati ci pare ergersi dal livello piuttosto che sottostarvi. A noi, p. es., hanno fatto molta impressione alcune lettere politiche da lui scritte in quegli anni e negli anni successivi, e che furono pubblicate nel volume delleCorrispondenzedi Antonio Panizzi. Quelle lettere rivelano, a non dubitarne, mente, cuore, sagacia, conoscenza di uomini. Sbaglieremo, ma crediamo che con questi quattro elementi un uomo di Stato è bell'e fatto.67.La sventurata signora fu poi tratta in salvo, subito dopo, per cura di Camillo Casati e del conte Oldofredi.68.Una nota apposta dall'egregio Massarani al suo bello ed onesto libro su Carlo Tenca (pag. 424.) sembra accennare ad un episodio consimile, quando non fosse l'identico; con questa differenza, che, invece del Carcano e del Fava, sarebbe stato lo stesso Tenca a portare, dietro preghiera del Correnti, il proclama da stampare al tipografo Guglielmini. Siccome la nota è tolta dagli stessi manoscritti del Tenca, noi teniamo la cosa come indisputabile. D'altro canto, chi ha riferito a noi questa particolarità e questi nomi è per ogni verso autorevole, oltrechè è il solo vivo fra tanti morti. Egli, se vorrà o potrà, ha modo di schiarire l'episodio. Fino a questi schiarimenti, a noi non urta affatto il credere che si tratti di due proclami diversi od anche di due copie dello stesso proclama, portate dal Correnti a più amici, per meglio garantirne la stampa. La situazione, l'urgenza, la stessa indole del Correnti renderebbero perfettamente credibile siffatta combinazione.69.C. Cattaneo,Dell'Insurrezione di Milano, pag. 22.70.Carlo Casati,Nuove rivelazioni sui fatti di Milano, ecc. ecc. Hoepli, 1885.71.La nobile Elisabetta vedova Majnoni, figlia del generale Fontanelli, antico ministro della guerra sotto il primo Regno d'Italia.72.Antonio Casati,Milano ed i principi di Savoja. Torino 1859.73.In un volume bene scritto e bene pensato,Casa di Savoja e la Rivoluzione italiana, storia popolare degli ultimi trent'anni, il compianto prof. Giuseppe Riccardi ha pubblicato quel famoso proclama, omettendo l'inciso di cui abbiamo dato la storia. Infatti il suo capoverso dice così: “Seconderemo i vostri giusti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.„ Invece il Cantù (Cronistoria, vol. II, parte II) e il Besana (Storia della rivoluzione di Milano nel 1848) danno intiero quel capoverso, che forse il Riccardi ha tolto da qualche prima bozza del proclama, rimasta fra le carte d'archivio. E i nostri lettori vedranno agevolmente come in questo capoverso completato, l'inciso relativo a Pio IX, suggerito dal D'Adda, riveli, nella stessa evoluzione del periodo, i caratteri di un'aggiunta introdotta: “Seconderemo i vostri giusti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio che è visibilmente con noi,di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.„74.A chi non conoscesse questo proverbio sarà bene far noto che in Lombardia, per esprimere che una cosa non si può fare, che un desiderio non si può raggiungere, che da un luogo non si può passare, s'usa anche da gente colta la frase popolare:gh'è su el gatt.75.NellaPressedel giorno 24 marzo.76.Casati,Milano e i principi di Savoja, eC. Cattaneo,Dell'insurrezione di Milano.77.Il signor Alberto Mario, patriota irreprensibile, ma uomo di parte pronunciatissimo, ha scritto: “Ci sono 3nonella storia d'Italia; ilnodi Pier Capponi a Carlo VIII; ilnodi Michelangelo al duca Alessandro De Medici; ilnodi Cattaneo al maresciallo Radetzki.„78.Nella primavera del 1884 si dava a Milano, sopra un teatro diurno, una rappresentazione intitolata: “Ilnodi Cattaneo.„79.Per l'importanza della trattativa e per la poca pubblicità che hanno finora ottenuto, ci par bene pubblicare quì i due documenti che riassumono la trattativa stessa, e che neanche il Cantù ne' suoi quattro volumi dellaCronistoria, così ricchi di scritture del tempo, non ha voluto o potuto inserire:Innspruch, 13 juin 1848.Monsieur le Comte,S. M. Imperiale et Royale, guidée par des sentiments d'humanité et de paix, désire vivement voir mis bientôt un terme à la guerre qui désole ses provinces italiennes.À cet effet je suis autorisé à ouvrir avec le Gouvernement Provisoire établi à Milan une négociation qui serait basée sur la séparation et l'indépendance de la Lombardie.... (seguono le condizioni circa il debito pubblico, il commercio, gli impiegati, ecc. ecc.)...Vous voyez, M. le Comte, que j'aborde dès le commencement la question avec toute la franchise possible. Je vous informe en même temps que S. M. I. vient de donner des ordres pour la conclusion d'un armistice a laquelle le Gouvernement Provisoire aimera sans doute à concourir.Il ne resterà qu'à nommer de part et d'autre des Plénipotentiaires pour conduire la négociation en question au but désiré.Recevez, ecc. ecc.Le ministre des affaires étrangèresBaron de Wessenberg.Au comte Casati Président du Gouv. Prov.Milano, 18 giugno 1848.Al sig. Antonio Beretta,Si affretta il Governo di porvi a parte della conferenza tenuta jeri dal Presidente e da alcuni altri suoi membri col sig. consigliere De Schnitzer, mandato dal ministro degli Affari Esteri austriaco, per trattare della pacificazione.Dal dispaccio del barone di Wessenberg, di cui si acchiude copia confidenziale e riservata, vedrete quali fossero le basi della negoziazione, e comprenderete subito come siansi dovute rigettare a bella prima,dichiarandosi impossibile fare di una causa italiana una causa lombarda. Speriamo che il Re, al quale vorrete comunicar la cosa, rigetterà pure qualunque proposizione d'armistizio che si accenna essersi egualmente incamminata.Casati, Guerrieri, Borromeo.80.Basta citare, per tutti, due nomi famigerati, Pietro Perego ed Angelo Mazzoldi.81.Spendeva una parte notevole delle sue rendite nell'acquisto di libri italiani e stranieri, i migliori che in ogni ramo di studj si pubblicassero. E la sua vasta biblioteca, specialmente moderna, era a disposizione di tutti quelli — non solamente amici suoi — che ne avessero vaghezza o bisogno. Spesso accadeva ch'egli comperasse a gran prezzo opere voluminose, unicamente per aver sentito o saputo che qualcuno degli studiosi del tempo avesse espresso il desiderio di consultarle. L'abbiamo udito più d'una volta lagnarsi perchè i suoi amici, di ristretta fortuna, spendessero qualche somma in acquisto di libri che egli sarebbe stato felicissimo di mettere a loro disposizione.82.Un comune amico, ancor vivo, e allora banchiere, dei più stimati, lo vide un giorno entrare nel suo studio per chiedergli un prestito di duemila lire. Avendogli l'amico espresso la sua meraviglia perchè di così piccola somma il conte Giulini facesse un'operazione di credito, lo udì rispondere quasi imbarazzato che questa somma doveva servire a scopi di beneficenza, e che non osava più farsela dare dall'intendente di casa, perchè gli aveva mosso osservazioni intorno alla frequenza di questi capitoli di spesa.83.Non s'illudeva sulla fine che gli sarebbe probabilmente toccata, se fosse stata scoperta l'opera sua. E ricordiamo d'averlo udito dire un giorno, in un piccolo crocchio d'amici, collaboratori o devotissimi, col suo schietto vernacolo e il tranquillo sorriso: “se no me impicchen sta volta, me impicchen pù.„84.In cui ebbe luogo la capitolazione, e Milano fu turbata dalle terribili commozioni popolari che precedettero il reingresso dell'esercito austriaco.85.Ne diede prova, lasciandosi sopprimere la parte politica del suo giornale e peggiorandone così le sorti finanziarie, piuttosto che aderire a scrivervi il menomo cenno — neanche l'annuncio — della venuta dell'imperatore d'Austria a Milano nel 1857.86.Tullo Massarani.—Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo.Milano, Hoepli, 1886.87.Una società speciale, p. es. si chiamava laVoce; un'altra laFratellanza Repubblicana, e così via.88.Il 17 giugno 1852.89.Abbiamo sentito esprimere meraviglia perchè finora nessun marmo, nessuna inscrizione milanese renda onore di ricordo a questo Trasea Peto dei tempi moderni. Forse che un'epoca così feconda di epiteti per le glorie parlamentari non si creda obbligata a trovarne uno per un uomo che ha preferito il morire al parlare? Giriamo a cui spetta questa meraviglia, che ci pare interamente giusta e pensosa.90.Non meno di quattordici individui, a cominciare dal Dottesio e a finire col Calvi, uomini tutti di alti spiriti e di colto intelletto, erano stati in pochi mesi spacciati per man del boja. Le corti marziali del Polesine e del Bolognese mandarono a morte vere folle di uomini, fra i quali, per dir vero, gli assassini erano i più. Nella suaCronistoria(Vol. III, parte prima) scrive il Cantù: “Si asserisce che l'Austria, la quale dal 1814 al 1848 non avea mandato al supplizio che settantuno assassini, e nessuno per colpa di Stato, in tre anni facesse morire quattrocento trentadue persone; il che saputo, l'imperatore inorridito ordinò si cessasse dalle procedure speciali, e attenuò le pene portate dal feroce Codice marziale di Maria Teresa.„91.Può, per alcuni, non essere superfluo ricordare che all'operajo Antonio Sciesa, avviato al patibolo per avere affisso sulle muraglie un proclama di rivolta, si offerse di lasciarlo andar libero, se rivelava da chi avesse avuto l'incarico di quell'affissione. Il leale operajo rispose senza esitazione:tiremm innanz(andiamo avanti); e certo la storia dell'umana intrepidità non ricorda nessuna frase più alta, più semplice, più generosa di questa. Lo impiccarono nel 1851.92.Fece tutte le campagne nazionali dal 1848 in poi. Scoppiato il cholera a Genova nel 1855, si ricordò d'avere studiato medicina e corse a rinchiudersi negli ospedali dei colerosi, dove rimase finchè il contagio durò. Nel 1860 diresse, col Finzi, per incarico di Garibaldi, l'amministrazione del milione dei fucili. Non l'abbiamo udito mai vantarsi di nessuna di queste cose.93.Un proclama firmato — pare impossibile! — da uomini di pensiero, Mazzini, Saffi, Maurizio Quadrio, diceva: “La superficie dell'Europa, dalla Spagna a noi, dalla Grecia alla santa Polonia, è crosta vulcanica. Dorme al disotto una lava, che si aprirà il varco a torrenti alla scossa d'Italia. Fra le Alpi e l'ultimo mare di Sicilia stanno venticinque milioni d'uomini nostri e centomila stranieri.È lotta d'un momento, sol che vogliate.„94.Cesare Cantù,Cronistoria, vol. III, parte prima.95.Mazzini ed io siamo vecchi; di conciliazione tra me e lui non si parli: le infallibilità muojono, ma non si piegano. Conciliarsi con Mazzini? vi è un solo modo possibile: ubbidirlo, e non me ne sento capace. Per parte mia io dico alla democrazia:... se giungete ad essere padroni delle sorti del vostro paese, non fate delle Babilonie. Sopratutto non seguite i precetti di Mazzini:siate tutti soldati, tutti ufficiali, tutti generali. Sarebbe cotesta la Babilonia delle Babilonie. (Epistolario di Giuseppe Garibaldi, pubblicato dalloXimenes; lettera 21 ottobre 1871, all'avvocato Petroni. Vol. I, pag. 389.)96.Il proclama del 31 marzo 1848, col quale Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi e Clerici scioglievano il Comitato di Guerra, si chiudeva con questa frase: “Possa Pio IX. presiedere fra pochi giorni in Roma il vittorioso Congresso di tutti i popoli italiani!„97.Può essere gradito ai cercatori di coincidenze storiche il notare che la stessa risposta aveva dato Eugenio Beauharnais ad un altro Melzi che lo sollecitava invece ad assumere una corona.98.Fu nella stessa epoca che, rappresentandosi un'altra opera del maestro Verdi, l'arguto spirito cittadino trovò nella parentela dell'illustre compositore le cinque iniziali della frase:Vittorio Emanuele Re d'Italia. E il grido:viva Verdidivenne un'altra forma — impune e coraggiosa nel tempo stesso — della manifestazione nazionale altamente affermata.
1.Narra il Constant nelle sueMemorie, che questo musico aveva spinto allora la sua singolare impertinenza fino a rispondere: “Signor général, si c'est oun bon air qu'il vous faut, vous en trouverez oun excellent, en faisant oun petit tour de jardin.„ Il Marchesi, per questa audace risposta, era stato messo in prigione.
1.Narra il Constant nelle sueMemorie, che questo musico aveva spinto allora la sua singolare impertinenza fino a rispondere: “Signor général, si c'est oun bon air qu'il vous faut, vous en trouverez oun excellent, en faisant oun petit tour de jardin.„ Il Marchesi, per questa audace risposta, era stato messo in prigione.
2.Morì d'improvviso, mentre sedeva ad un pranzo che il ministro Talleyrand aveva offerto ai più distinti italiani. Fu l'ultimo dei patrizj milanesi, che da S. Carlo in poi avevano retto, senza interruzione, la diocesi ambrosiana. Era uomo di alta rispettabilità e di grande influenza.
2.Morì d'improvviso, mentre sedeva ad un pranzo che il ministro Talleyrand aveva offerto ai più distinti italiani. Fu l'ultimo dei patrizj milanesi, che da S. Carlo in poi avevano retto, senza interruzione, la diocesi ambrosiana. Era uomo di alta rispettabilità e di grande influenza.
3.Anzi il Coppi (Annali d'Italia) afferma che la Consulta in una seduta avesse già nominato il Melzi Presidente e l'Aldini Vice-Presidente.
3.Anzi il Coppi (Annali d'Italia) afferma che la Consulta in una seduta avesse già nominato il Melzi Presidente e l'Aldini Vice-Presidente.
4.Termometro politico, anno 1796.
4.Termometro politico, anno 1796.
5.Ha la data del 26 gennajo 1802, anno I.º
5.Ha la data del 26 gennajo 1802, anno I.º
6.Cusani, VI, pag. 165 e 318.
6.Cusani, VI, pag. 165 e 318.
7.Du Casse,Mémoire et Correspondance du Prince Eugène.
7.Du Casse,Mémoire et Correspondance du Prince Eugène.
8.Fra queste bisogna mettere in prima linea l'interesse vivo e costante che portò ai nuovi metodi inglesi d'istruzione e di educazione. Fu lui che acquistò nel 1812 da un Luigi Piccaluga l'antico convento di S. Maria delle Grazie in Lodi, per insediarvi appunto una di quelle istituzioni didattiche, venute più tardi in gran riputazione fra noi, sotto la denominazione diDame inglesi. I suoi eredi e successori continuarono e completarono in questa materia le intenzioni del loro glorioso antenato; e nel 1830 il duca Gio. Francesco cedette, con pubblico istromento, alla signora Maria Cosway, rappresentata da don Palamede Carpani, allora consigliere ispettore delle scuole elementari, tutto l'edificio di Lodi, in cui ebbe sede d'allora in poi, e mantenne alto il principio educativo, l'Istituto chiamato appunto delleDame Inglesi.
8.Fra queste bisogna mettere in prima linea l'interesse vivo e costante che portò ai nuovi metodi inglesi d'istruzione e di educazione. Fu lui che acquistò nel 1812 da un Luigi Piccaluga l'antico convento di S. Maria delle Grazie in Lodi, per insediarvi appunto una di quelle istituzioni didattiche, venute più tardi in gran riputazione fra noi, sotto la denominazione diDame inglesi. I suoi eredi e successori continuarono e completarono in questa materia le intenzioni del loro glorioso antenato; e nel 1830 il duca Gio. Francesco cedette, con pubblico istromento, alla signora Maria Cosway, rappresentata da don Palamede Carpani, allora consigliere ispettore delle scuole elementari, tutto l'edificio di Lodi, in cui ebbe sede d'allora in poi, e mantenne alto il principio educativo, l'Istituto chiamato appunto delleDame Inglesi.
9.Il nobile Felice Calvi, vice-presidente della Società Storica Lombarda.
9.Il nobile Felice Calvi, vice-presidente della Società Storica Lombarda.
10.Al generale Fontanelli diceva Napoleone, passando in rassegna nel 1813 la sua divisione “con centomila soldati pari ai vostri, Eugenio sarebbe già sul Danubio.„
10.Al generale Fontanelli diceva Napoleone, passando in rassegna nel 1813 la sua divisione “con centomila soldati pari ai vostri, Eugenio sarebbe già sul Danubio.„
11.Federico Coraccini,Storia dell'Amministrazione del Regno d'Italia durante il dominio francese.
11.Federico Coraccini,Storia dell'Amministrazione del Regno d'Italia durante il dominio francese.
12.Archivio Melzi d'Eril.
12.Archivio Melzi d'Eril.
13.Archivio Melzi.
13.Archivio Melzi.
14.Archivio Melzi.
14.Archivio Melzi.
15.Francesco Cusani,Storia di Milano, vol. II, cap. 35.
15.Francesco Cusani,Storia di Milano, vol. II, cap. 35.
16.Archivio Melzi.
16.Archivio Melzi.
17.Id. ibid.
17.Id. ibid.
18.Una lettera scritta a Melzi dal Vicerè proprio il 20 aprile, e quindi tre giorni dopo che Melzi aveva presentato il suo programma al Senato, gli diceva che avendo letto sulMoniteurdel giorno 12 l'abdicazione dell'Imperatore, aveva scritto subito ai Sovrani Alleati, raccomandando loro l'indipendenza del Regno Italiano. Aggiungeva di sapere chespecialmente l'Imperatore di Russia gli era favorevolissimo e s'era espresso nel più simpatico modo coll'imperatrice Giuseppina. La lettera si conserva, con molti altri autografi importantissimi, nell'archivio della famiglia.Anche il Cusani, degnissimo di fede, racconta nella sua storia (Vol. VII, cap. 34) d'avere udito dal conte B. Colleoni, che fino dal 1812 abitava Parigi ed era intimissimo dell'ex-imperatrice Giuseppina, far menzione parecchie volte delle promesse di Alessandro, e ricordare lo sdegno di lui alla notizia della rivoluzione di Milano, che gli tolse di patrocinare la causa del Vicerè.
18.Una lettera scritta a Melzi dal Vicerè proprio il 20 aprile, e quindi tre giorni dopo che Melzi aveva presentato il suo programma al Senato, gli diceva che avendo letto sulMoniteurdel giorno 12 l'abdicazione dell'Imperatore, aveva scritto subito ai Sovrani Alleati, raccomandando loro l'indipendenza del Regno Italiano. Aggiungeva di sapere chespecialmente l'Imperatore di Russia gli era favorevolissimo e s'era espresso nel più simpatico modo coll'imperatrice Giuseppina. La lettera si conserva, con molti altri autografi importantissimi, nell'archivio della famiglia.
Anche il Cusani, degnissimo di fede, racconta nella sua storia (Vol. VII, cap. 34) d'avere udito dal conte B. Colleoni, che fino dal 1812 abitava Parigi ed era intimissimo dell'ex-imperatrice Giuseppina, far menzione parecchie volte delle promesse di Alessandro, e ricordare lo sdegno di lui alla notizia della rivoluzione di Milano, che gli tolse di patrocinare la causa del Vicerè.
19.Corresp. T. VII, pag. 478.
19.Corresp. T. VII, pag. 478.
20.Per una inesattezza, che è, bisogna dirlo, affatto eccezionale nel diligente Cusani, questi asserisce nella sua storia che “sopraggiunti Veneri e Guicciardi, confermarono il racconto, insistendo sull'imminente pericolo del Prina.„ Ora questo può essere pel Veneri, ma pel Guicciardi certamente non è, giacchè il Guicciardi era partito col senatore Castiglioni, fin dal 18 per Mantova, dove giunsero il 19, e fu lì, e alla stessa presenza del principe Eugenio, ch'essi udirono i fatti occorsi a Milano, riferiti al principe dai fuggitivi ministri, Vaccari e Méjean.
20.Per una inesattezza, che è, bisogna dirlo, affatto eccezionale nel diligente Cusani, questi asserisce nella sua storia che “sopraggiunti Veneri e Guicciardi, confermarono il racconto, insistendo sull'imminente pericolo del Prina.„ Ora questo può essere pel Veneri, ma pel Guicciardi certamente non è, giacchè il Guicciardi era partito col senatore Castiglioni, fin dal 18 per Mantova, dove giunsero il 19, e fu lì, e alla stessa presenza del principe Eugenio, ch'essi udirono i fatti occorsi a Milano, riferiti al principe dai fuggitivi ministri, Vaccari e Méjean.
21.I saria nen Piemonteis, dicono che rispondesse, con alpina fierezza, a chi gli suggeriva la fuga, come unico modo di conservare la vita.
21.I saria nen Piemonteis, dicono che rispondesse, con alpina fierezza, a chi gli suggeriva la fuga, come unico modo di conservare la vita.
22.È quasi inutile avvertire che si allude qui allaPrineidedi Tommaso Grossi.
22.È quasi inutile avvertire che si allude qui allaPrineidedi Tommaso Grossi.
23.Per l'importanza del punto controverso e per la nobiltà dello scritto, crediamo opportuno ripubblicare questa lettera, apparsa soltanto in qualche opuscolo del tempo e nella voluminosa opera di Giovanni Melzi che a pochi è concesso di leggere.Milano, 31 marzo 1815.Signor Conte Confalonieri.Ho ricevuto la lettera apologetica ch'ella si è compiaciuta mandarmi. Fu sempre mio vivo desiderio che gli avvenimenti egualmente vergognosi che funesti per la nostra patria rimanessero sepolti in eterno oblìo. Ma dappoichè uomini più che imprudenti ne richiamano la memoria con imputazioni personali azzardate, trovo ben giusto che chi ne è indebitamente gravato alzi la voce per isdossarsene. Ella lo ha fatto con pari dignità che saviezza ed io la ringrazio della compiacenza che mi procura nel veder dissipate accuse che, comunque per me dubbie, mi erano penose, aggravando persona tra le principali del paese, di cui importa che la fama sia intatta onde i talenti possano esserne utili. Nel momento in cui siamo importa sopratutto di riunire gli sforzi degli onesti cittadini a temperare le animosità. Le ire non s'infiammano senza grave danno della pubblica e privata causa. La discordia non è conciliabile con nessuna speranza di bene. Non si deve usurpare il dominio del tempo, perchè non è mai senza compromettere l'avvenire.Ho l'onore di riverirla colla più distinta considerazione.Duca di Lodi.
23.Per l'importanza del punto controverso e per la nobiltà dello scritto, crediamo opportuno ripubblicare questa lettera, apparsa soltanto in qualche opuscolo del tempo e nella voluminosa opera di Giovanni Melzi che a pochi è concesso di leggere.
Milano, 31 marzo 1815.Signor Conte Confalonieri.Ho ricevuto la lettera apologetica ch'ella si è compiaciuta mandarmi. Fu sempre mio vivo desiderio che gli avvenimenti egualmente vergognosi che funesti per la nostra patria rimanessero sepolti in eterno oblìo. Ma dappoichè uomini più che imprudenti ne richiamano la memoria con imputazioni personali azzardate, trovo ben giusto che chi ne è indebitamente gravato alzi la voce per isdossarsene. Ella lo ha fatto con pari dignità che saviezza ed io la ringrazio della compiacenza che mi procura nel veder dissipate accuse che, comunque per me dubbie, mi erano penose, aggravando persona tra le principali del paese, di cui importa che la fama sia intatta onde i talenti possano esserne utili. Nel momento in cui siamo importa sopratutto di riunire gli sforzi degli onesti cittadini a temperare le animosità. Le ire non s'infiammano senza grave danno della pubblica e privata causa. La discordia non è conciliabile con nessuna speranza di bene. Non si deve usurpare il dominio del tempo, perchè non è mai senza compromettere l'avvenire.Ho l'onore di riverirla colla più distinta considerazione.Duca di Lodi.
Milano, 31 marzo 1815.
Signor Conte Confalonieri.
Ho ricevuto la lettera apologetica ch'ella si è compiaciuta mandarmi. Fu sempre mio vivo desiderio che gli avvenimenti egualmente vergognosi che funesti per la nostra patria rimanessero sepolti in eterno oblìo. Ma dappoichè uomini più che imprudenti ne richiamano la memoria con imputazioni personali azzardate, trovo ben giusto che chi ne è indebitamente gravato alzi la voce per isdossarsene. Ella lo ha fatto con pari dignità che saviezza ed io la ringrazio della compiacenza che mi procura nel veder dissipate accuse che, comunque per me dubbie, mi erano penose, aggravando persona tra le principali del paese, di cui importa che la fama sia intatta onde i talenti possano esserne utili. Nel momento in cui siamo importa sopratutto di riunire gli sforzi degli onesti cittadini a temperare le animosità. Le ire non s'infiammano senza grave danno della pubblica e privata causa. La discordia non è conciliabile con nessuna speranza di bene. Non si deve usurpare il dominio del tempo, perchè non è mai senza compromettere l'avvenire.
Ho l'onore di riverirla colla più distinta considerazione.
Duca di Lodi.
24.Il senatore Marco Tabarrini.
24.Il senatore Marco Tabarrini.
25.Mémoires et Correspondance du Prince Eugène.
25.Mémoires et Correspondance du Prince Eugène.
26.Melzi D'Eril,Memorie,documenti, ecc.
26.Melzi D'Eril,Memorie,documenti, ecc.
27.Dobbiamo la conoscenza di questo documento e la facoltà di renderlo pubblico alla molta cortesia del duca Lodovico Melzi d'Eril, pronipote dell'illustre uomo di Stato.
27.Dobbiamo la conoscenza di questo documento e la facoltà di renderlo pubblico alla molta cortesia del duca Lodovico Melzi d'Eril, pronipote dell'illustre uomo di Stato.
28.Fra le carte dell'archivio Melzi questa nota non è unita alla lettera.
28.Fra le carte dell'archivio Melzi questa nota non è unita alla lettera.
29.Confalonieri,Lettera ad un amico.
29.Confalonieri,Lettera ad un amico.
30.La succitataLettera ad un amicodel 15 marzo 1815.
30.La succitataLettera ad un amicodel 15 marzo 1815.
31.Idem. ibid.
31.Idem. ibid.
32.Ventinovesimo bollettino,Cusani, VII, 9.
32.Ventinovesimo bollettino,Cusani, VII, 9.
33.Ugo Foscolo,Prose politiche. Appendice.
33.Ugo Foscolo,Prose politiche. Appendice.
34.Noi le abbiamo avute tutte a nostra disposizione, per larga e squisita fiducia dell'egregio e colto giovane, conte Gabrio Casati, abbiatico del celebre omonimo e bisnipote del Confalonieri. Cogliamo questa occasione per esprimergliene qui, pubblicamente, la maggiore riconoscenza.
34.Noi le abbiamo avute tutte a nostra disposizione, per larga e squisita fiducia dell'egregio e colto giovane, conte Gabrio Casati, abbiatico del celebre omonimo e bisnipote del Confalonieri. Cogliamo questa occasione per esprimergliene qui, pubblicamente, la maggiore riconoscenza.
35.L'illustre Cantù, che nel suo libroConciliatore e Carbonari, ha pubblicato tante lettere e tanti aneddoti intorno a quell'epoca, si sbriga, al solito, del Confalonieri con una frase spicciativa, assai contrastata dalle stesse corrispondenze che stampa di lui e intorno a lui. “Non era uomo di alto ingegno, neppure di voglie generose.„ E basta. Non sappiamo se, conoscendo altre lettere ed altri scritti, avrebbe modificato o sarebbe disposto a modificare quel suo riciso giudizio. Ad ogni modo, dissentendo noi così radicalmente dall'autorevole storico intorno a questo personaggio, abbiamo creduto dover pubblicare alcuni brani di lettere che il Cantù non conobbe e che forse ci fanno scusati del pensare diversamente da lui.
35.L'illustre Cantù, che nel suo libroConciliatore e Carbonari, ha pubblicato tante lettere e tanti aneddoti intorno a quell'epoca, si sbriga, al solito, del Confalonieri con una frase spicciativa, assai contrastata dalle stesse corrispondenze che stampa di lui e intorno a lui. “Non era uomo di alto ingegno, neppure di voglie generose.„ E basta. Non sappiamo se, conoscendo altre lettere ed altri scritti, avrebbe modificato o sarebbe disposto a modificare quel suo riciso giudizio. Ad ogni modo, dissentendo noi così radicalmente dall'autorevole storico intorno a questo personaggio, abbiamo creduto dover pubblicare alcuni brani di lettere che il Cantù non conobbe e che forse ci fanno scusati del pensare diversamente da lui.
36.Cantù,Conciliatore, pag. 15.
36.Cantù,Conciliatore, pag. 15.
37.Quello del conte Porro Lambertenghi, ora Bethlem, in via Monte di pietà.
37.Quello del conte Porro Lambertenghi, ora Bethlem, in via Monte di pietà.
38.Milan est aujourd'hui un foyer de pensées et il y a une espéce d'opinion publique. (Lettera inedita dell'abate De Breme alla contessa d'Albany, che noi possediamo.)
38.Milan est aujourd'hui un foyer de pensées et il y a une espéce d'opinion publique. (Lettera inedita dell'abate De Breme alla contessa d'Albany, che noi possediamo.)
39.Non sappiamo se sia stato concepimento di cospiratori o sogno di polizie visionarie, un governo provvisorio di cui doveva essere allora presidente il Confalonieri, vice-presidente l'avvocato Marocco, e membri il Pecchio, l'Arese, il consigliere Alberti, il sacerdote Sozzi, il conte Folchino Schizzi e un Olginati di Como. Il Cantù e il Cusani affermano questo progetto e questi nomi; però il vedervi quello del conte Schizzi, che fu poco dopo un assiduo ed operoso dignitario del governo austriaco, ci lascia alquanto dubbiosi sulla realtà di siffatta combinazione.
39.Non sappiamo se sia stato concepimento di cospiratori o sogno di polizie visionarie, un governo provvisorio di cui doveva essere allora presidente il Confalonieri, vice-presidente l'avvocato Marocco, e membri il Pecchio, l'Arese, il consigliere Alberti, il sacerdote Sozzi, il conte Folchino Schizzi e un Olginati di Como. Il Cantù e il Cusani affermano questo progetto e questi nomi; però il vedervi quello del conte Schizzi, che fu poco dopo un assiduo ed operoso dignitario del governo austriaco, ci lascia alquanto dubbiosi sulla realtà di siffatta combinazione.
40.Principali, fra queste, per vivacità e vigore di patriottismo, la contessa Fracavalli, Camilla Fè, Bianca Milesi, Matilde Dembrowski.
40.Principali, fra queste, per vivacità e vigore di patriottismo, la contessa Fracavalli, Camilla Fè, Bianca Milesi, Matilde Dembrowski.
41.Arrivabene,Memorie della mia vita.
41.Arrivabene,Memorie della mia vita.
42.Di queste circostanze, che appaiono dalle stesseMemorie, ancora inedite, del Confalonieri, bisognerà che tengano conto i futuri pubblicatori dei processi politici del 1821, che esistono in bell'ordine e in regolari cartelle nel nostro Archivio di Stato. Noi non dubitiamo che questi costituti (di cuiottantarisguardano il solo Confalonieri) saranno, nelle loro forme giudiziarie, ineccepibili. Ma bisognerà andare assai cauti nello apprezzare la sostanza delle deposizioni, raccolte da inquisitori così superiori agli scrupoli.Quis custodiet ipsos custodes?
42.Di queste circostanze, che appaiono dalle stesseMemorie, ancora inedite, del Confalonieri, bisognerà che tengano conto i futuri pubblicatori dei processi politici del 1821, che esistono in bell'ordine e in regolari cartelle nel nostro Archivio di Stato. Noi non dubitiamo che questi costituti (di cuiottantarisguardano il solo Confalonieri) saranno, nelle loro forme giudiziarie, ineccepibili. Ma bisognerà andare assai cauti nello apprezzare la sostanza delle deposizioni, raccolte da inquisitori così superiori agli scrupoli.Quis custodiet ipsos custodes?
43..... “Noi non abbiamo, è vero, raccolti maggiori fatti a carico di Confalonieri, ma vorrà ciò dire che non esistevano?„ Questo ragionamento, assai singolare in bocca di un magistrato penale, è dello stesso Salvotti, e basta a dinotare lo spirito di persecuzione e non di giustizia, con cui s'istruiva quel colossale processo. È un brano di relazione segreta, che il Cantù ha pubblicato nel summentovato libro:Il Conciliatore e i Carbonari. E dello stesso Salvotti ha pubblicato il Cusani (Storia di Milano, Vol. VIII.º) altri brani di un riassunto processuale, in cui dichiarava: “Le negative di Confalonieri tolsero di spargere su la congiura lombarda tutta la luce che la sua sincera confessione avrebbe irradiata.„
43..... “Noi non abbiamo, è vero, raccolti maggiori fatti a carico di Confalonieri, ma vorrà ciò dire che non esistevano?„ Questo ragionamento, assai singolare in bocca di un magistrato penale, è dello stesso Salvotti, e basta a dinotare lo spirito di persecuzione e non di giustizia, con cui s'istruiva quel colossale processo. È un brano di relazione segreta, che il Cantù ha pubblicato nel summentovato libro:Il Conciliatore e i Carbonari. E dello stesso Salvotti ha pubblicato il Cusani (Storia di Milano, Vol. VIII.º) altri brani di un riassunto processuale, in cui dichiarava: “Le negative di Confalonieri tolsero di spargere su la congiura lombarda tutta la luce che la sua sincera confessione avrebbe irradiata.„
44.Tutti questi particolari li abbiamo riassunti fedelmente dalle stesseMemoriedel conte Federico, che auguriamo e speriamo vogliano presto essere date in luce dal giovane conte, pronipote suo.
44.Tutti questi particolari li abbiamo riassunti fedelmente dalle stesseMemoriedel conte Federico, che auguriamo e speriamo vogliano presto essere date in luce dal giovane conte, pronipote suo.
45.Quantunque disposti, e per la grande autorità sua e per la sua qualità di testimonio quasi contemporaneo, a mettere molta fede in ciò che il Cantù scrive, relativamente a quei fatti, ci meravigliò non poco il racconto di quel colloquio tra l'Imperatore e la contessa Confalonieri, che si trova alla pagina 148 e 149 del libroIl Conciliatore e i Carbonari. Quel colloquio, descritto con colori così drammatici, può essere verosimile, ma non è vero. E come lo ha negato recisamente il senator Poggi nella sua ottimaStoria d'Italia dal 1814 al 1846, così possiamo negarlo noi, che ci ricordiamo d'aver udito il racconto di quella scena, in casa del compianto conte Francesco Arese, dallo stesso Gabrio Casati, testimonio ed interlocutore nel dialogo.
45.Quantunque disposti, e per la grande autorità sua e per la sua qualità di testimonio quasi contemporaneo, a mettere molta fede in ciò che il Cantù scrive, relativamente a quei fatti, ci meravigliò non poco il racconto di quel colloquio tra l'Imperatore e la contessa Confalonieri, che si trova alla pagina 148 e 149 del libroIl Conciliatore e i Carbonari. Quel colloquio, descritto con colori così drammatici, può essere verosimile, ma non è vero. E come lo ha negato recisamente il senator Poggi nella sua ottimaStoria d'Italia dal 1814 al 1846, così possiamo negarlo noi, che ci ricordiamo d'aver udito il racconto di quella scena, in casa del compianto conte Francesco Arese, dallo stesso Gabrio Casati, testimonio ed interlocutore nel dialogo.
46.Anche quì il Cantù, pur difendendo Milano a pagina 150, mediante la pubblicazione del rapporto d'un impiegato dell'epoca, scappa fuori ad accusarla a pagina 271, scrivendo: “il popolo e un vulgo ricco, e fin signore assistettero come a spettacolo a quella scena. Dio lo perdoni ai Milanesi!„ Noi abbiamo voluto raccogliere testimonianze di egregi contemporanei, il signor Negri, il signor Landriani, il conte Giberto Porro-Lambertenghi; e tutti ci hanno assicurato che il “popolo„ era proprio composto dell'ultima feccia, che il “vulgo ricco„ fremeva di dolore o di terrore nelle proprie case; e quanto alle “signore„ pur troppo vi assistette “come a spettacolo„una sola; sventuratamente nota per illustre casato come per eccessiva spensieratezza; e che un alto ufficiale austriaco, il conte Batthiany, aveva trascinato ad una finestra prospiciente il nefando spettacolo. Siamo un po' giusti anche con questi poveri “Milanesi!„
46.Anche quì il Cantù, pur difendendo Milano a pagina 150, mediante la pubblicazione del rapporto d'un impiegato dell'epoca, scappa fuori ad accusarla a pagina 271, scrivendo: “il popolo e un vulgo ricco, e fin signore assistettero come a spettacolo a quella scena. Dio lo perdoni ai Milanesi!„ Noi abbiamo voluto raccogliere testimonianze di egregi contemporanei, il signor Negri, il signor Landriani, il conte Giberto Porro-Lambertenghi; e tutti ci hanno assicurato che il “popolo„ era proprio composto dell'ultima feccia, che il “vulgo ricco„ fremeva di dolore o di terrore nelle proprie case; e quanto alle “signore„ pur troppo vi assistette “come a spettacolo„una sola; sventuratamente nota per illustre casato come per eccessiva spensieratezza; e che un alto ufficiale austriaco, il conte Batthiany, aveva trascinato ad una finestra prospiciente il nefando spettacolo. Siamo un po' giusti anche con questi poveri “Milanesi!„
47.Domandiamo scusa ai lettori se ci crediamo obbligati a metterli in avvertenza contro un'altra grave — forse la più grave — inesattezza contenuta nel libroIl Conciliatore e i Carbonari. L'illustre autore vorrebbe smentire, a pagina 152, ciò ch'egli allora chiamava “la tradizione„ del colloquio fra il Confalonieri e il principe di Metternich; e a pagina 192 ripete la sua smentita. Eppure già l'Andryane e il Gualterio e Gino Capponi avevano parlato di quel colloquio, che poi il Tabarrini riportò estesamente dallo stesso manoscritto del Confalonieri. Forse al Cantù, che aveva già proclamato quest'ultimo uomonon generosodoleva di ammettere la verità di un colloquio, che lo avrebbe senza dubbio obbligato a ricredersi. Anche gli uomini di maggiore ingegno possono talvolta cadere in siffatte contraddizioni dell'animo. Ad ogni modo, le ragioni per cui nega il Cantù consistono tutte in una sottile analisi di una testimonianza indiretta — molto indiretta — d'un commissario di polizia. In favore della verità del colloquio abbiamo le dichiarazioni di Gino Capponi, di Filippo Gualterio, di Marco Tabarrini, di Enrico Poggi, di Gabrio Casati, di Alessandro Andryane e di... Federico Confalonieri. Ci pare che bastino.
47.Domandiamo scusa ai lettori se ci crediamo obbligati a metterli in avvertenza contro un'altra grave — forse la più grave — inesattezza contenuta nel libroIl Conciliatore e i Carbonari. L'illustre autore vorrebbe smentire, a pagina 152, ciò ch'egli allora chiamava “la tradizione„ del colloquio fra il Confalonieri e il principe di Metternich; e a pagina 192 ripete la sua smentita. Eppure già l'Andryane e il Gualterio e Gino Capponi avevano parlato di quel colloquio, che poi il Tabarrini riportò estesamente dallo stesso manoscritto del Confalonieri. Forse al Cantù, che aveva già proclamato quest'ultimo uomonon generosodoleva di ammettere la verità di un colloquio, che lo avrebbe senza dubbio obbligato a ricredersi. Anche gli uomini di maggiore ingegno possono talvolta cadere in siffatte contraddizioni dell'animo. Ad ogni modo, le ragioni per cui nega il Cantù consistono tutte in una sottile analisi di una testimonianza indiretta — molto indiretta — d'un commissario di polizia. In favore della verità del colloquio abbiamo le dichiarazioni di Gino Capponi, di Filippo Gualterio, di Marco Tabarrini, di Enrico Poggi, di Gabrio Casati, di Alessandro Andryane e di... Federico Confalonieri. Ci pare che bastino.
48.Cantù, opera citata, pag. 271.
48.Cantù, opera citata, pag. 271.
49.Signor Redattore,“Nel punto di lasciare la Francia, lessi sul vostro giornale del 28 di questo mese l'articolo che mi riguarda. Qualunque sia il desiderio ch'io provo di non intrattenere il pubblico delle mie sventure, e qualunque e' sia il bisogno che ho di vivere nell'oscurità, cionondimeno mi sento obbligato, per difendere il mio onore che voi attaccate, di escire dal silenzio che io mi era così strettamente proposto.„“Lasciando da parte le prime asserzioni del vostro articolo, io devo tuttavia affermarvi positivamente che ho finora vissuto nella più completa ignoranza di tutti i fatti che vi siete permesso di asserire; ma mi trovo più particolarmente obbligato a smentire l'asserzione per la quale voi dite che, venendo io in Europa, ho mancato alla parola che avevo data al governo austriaco, di non lasciare l'America.„“Io dunque dichiaro formalmente chenon ho mai impegnato la mia parolain alcun modo e che nè io nè altri dei confinati, coi quali sono in perfetta parità di posizione, non abbiamo fatto altro chesottoscrivere una pura e semplice accettazione della deportazione con tutte le condizioni gravi che vi si trovano annesse; e fra queste condizioni trovasi che, tornando noi in Europa ed accadendo che fossimo ripresi dall'Austria, noi saremmo immediatamente ricondotti allo Spielberg.„“Conto abbastanza sulla vostra imparzialità, signor Redattore, per non dubitare punto che vorrete inserire questa mia dichiarazione nel vostro prossimo numero.„“Ho l'onore di essere, ecc. ecc.„“Federico Confalonieri.„Parigi, 29 settembre 1837.
49.
Signor Redattore,“Nel punto di lasciare la Francia, lessi sul vostro giornale del 28 di questo mese l'articolo che mi riguarda. Qualunque sia il desiderio ch'io provo di non intrattenere il pubblico delle mie sventure, e qualunque e' sia il bisogno che ho di vivere nell'oscurità, cionondimeno mi sento obbligato, per difendere il mio onore che voi attaccate, di escire dal silenzio che io mi era così strettamente proposto.„“Lasciando da parte le prime asserzioni del vostro articolo, io devo tuttavia affermarvi positivamente che ho finora vissuto nella più completa ignoranza di tutti i fatti che vi siete permesso di asserire; ma mi trovo più particolarmente obbligato a smentire l'asserzione per la quale voi dite che, venendo io in Europa, ho mancato alla parola che avevo data al governo austriaco, di non lasciare l'America.„“Io dunque dichiaro formalmente chenon ho mai impegnato la mia parolain alcun modo e che nè io nè altri dei confinati, coi quali sono in perfetta parità di posizione, non abbiamo fatto altro chesottoscrivere una pura e semplice accettazione della deportazione con tutte le condizioni gravi che vi si trovano annesse; e fra queste condizioni trovasi che, tornando noi in Europa ed accadendo che fossimo ripresi dall'Austria, noi saremmo immediatamente ricondotti allo Spielberg.„“Conto abbastanza sulla vostra imparzialità, signor Redattore, per non dubitare punto che vorrete inserire questa mia dichiarazione nel vostro prossimo numero.„“Ho l'onore di essere, ecc. ecc.„“Federico Confalonieri.„Parigi, 29 settembre 1837.
Signor Redattore,
“Nel punto di lasciare la Francia, lessi sul vostro giornale del 28 di questo mese l'articolo che mi riguarda. Qualunque sia il desiderio ch'io provo di non intrattenere il pubblico delle mie sventure, e qualunque e' sia il bisogno che ho di vivere nell'oscurità, cionondimeno mi sento obbligato, per difendere il mio onore che voi attaccate, di escire dal silenzio che io mi era così strettamente proposto.„
“Lasciando da parte le prime asserzioni del vostro articolo, io devo tuttavia affermarvi positivamente che ho finora vissuto nella più completa ignoranza di tutti i fatti che vi siete permesso di asserire; ma mi trovo più particolarmente obbligato a smentire l'asserzione per la quale voi dite che, venendo io in Europa, ho mancato alla parola che avevo data al governo austriaco, di non lasciare l'America.„
“Io dunque dichiaro formalmente chenon ho mai impegnato la mia parolain alcun modo e che nè io nè altri dei confinati, coi quali sono in perfetta parità di posizione, non abbiamo fatto altro chesottoscrivere una pura e semplice accettazione della deportazione con tutte le condizioni gravi che vi si trovano annesse; e fra queste condizioni trovasi che, tornando noi in Europa ed accadendo che fossimo ripresi dall'Austria, noi saremmo immediatamente ricondotti allo Spielberg.„
“Conto abbastanza sulla vostra imparzialità, signor Redattore, per non dubitare punto che vorrete inserire questa mia dichiarazione nel vostro prossimo numero.„
“Ho l'onore di essere, ecc. ecc.„
“Federico Confalonieri.„
Parigi, 29 settembre 1837.
50.Cantù, op. cit., p. 153.
50.Cantù, op. cit., p. 153.
51.Non vogliamo chiudere questa rubrica delle impressioni e dei giudizii altrui sul Confalonieri, senza aggiungervi il giudizio e l'impressione di altre due persone notevoli, non legate al celebre fuoruscito da nessuna comunanza di azione o solidarietà di sventura.Il conte Francesco Arese, che di uomini eminenti ne conobbe e ne praticò davvicino parecchi, trovandosi in America quando v'era il maggior numero dei rifugiati politici, così scrive da New-York, il 13 marzo 1837, all'amicissimo suo Pietro De-Luigi, pur esule per causa politica e rimasto a Londra: “... in totale, quello che per talento, cognizioni e viste, val meglio è Confalonieri che si può dire essere un uomo distinto„.E quella donna quasi perfetta che fu la marchesa Costanza Alfieri d'Azeglio così scrive al figlio Emanuele nel luglio 1843: “J'ai eu le plaisir de connaître Confalonieri, qui vient sonvent chez Maxime avec sa femme. C'est le point saillant de mon voyage. Je lui ai trouvé comme à Pellico cette douceur dans les manières si affectueuses qui est vraiment attachante. C'est un beau caractère. Soutenir avec fermeté un malheur si prolongé, sans apparence d'en sortir que par la mort; soutenir le malheur de leurs familles, sans se démentir jamais, quand, en capitulant avec leur conscience, ils pouvaient se racheter; on a beau dire, mais ce sont des hommes qui font honneur à notre époque, qu'ils l'aient comprise ou non; et je me sens en leur présence une vénération pour leur caractère et une satisfaction de les apprécier qui me dédommage de tant de choses qui choquent et blessent mes sentîments pour notre pays. C'est le contrepoids de tant de petitesses, bassesses et misères qui passent sous nos yeux...„
51.Non vogliamo chiudere questa rubrica delle impressioni e dei giudizii altrui sul Confalonieri, senza aggiungervi il giudizio e l'impressione di altre due persone notevoli, non legate al celebre fuoruscito da nessuna comunanza di azione o solidarietà di sventura.
Il conte Francesco Arese, che di uomini eminenti ne conobbe e ne praticò davvicino parecchi, trovandosi in America quando v'era il maggior numero dei rifugiati politici, così scrive da New-York, il 13 marzo 1837, all'amicissimo suo Pietro De-Luigi, pur esule per causa politica e rimasto a Londra: “... in totale, quello che per talento, cognizioni e viste, val meglio è Confalonieri che si può dire essere un uomo distinto„.
E quella donna quasi perfetta che fu la marchesa Costanza Alfieri d'Azeglio così scrive al figlio Emanuele nel luglio 1843: “J'ai eu le plaisir de connaître Confalonieri, qui vient sonvent chez Maxime avec sa femme. C'est le point saillant de mon voyage. Je lui ai trouvé comme à Pellico cette douceur dans les manières si affectueuses qui est vraiment attachante. C'est un beau caractère. Soutenir avec fermeté un malheur si prolongé, sans apparence d'en sortir que par la mort; soutenir le malheur de leurs familles, sans se démentir jamais, quand, en capitulant avec leur conscience, ils pouvaient se racheter; on a beau dire, mais ce sont des hommes qui font honneur à notre époque, qu'ils l'aient comprise ou non; et je me sens en leur présence une vénération pour leur caractère et une satisfaction de les apprécier qui me dédommage de tant de choses qui choquent et blessent mes sentîments pour notre pays. C'est le contrepoids de tant de petitesses, bassesses et misères qui passent sous nos yeux...„
52.Si allude qui alla parte sostenuta dal Cattaneo a Napoli, quando fervevano intorno al dittatore le dispute circa l'ordinamento politico dell'Italia meridionale e la sua annessione — pronta o differita — al Regno di Vittorio Emanuele.
52.Si allude qui alla parte sostenuta dal Cattaneo a Napoli, quando fervevano intorno al dittatore le dispute circa l'ordinamento politico dell'Italia meridionale e la sua annessione — pronta o differita — al Regno di Vittorio Emanuele.
53.Cattaneo,Insurrezione di Milano, pag. 216.
53.Cattaneo,Insurrezione di Milano, pag. 216.
54.Ivi, pag. 205.
54.Ivi, pag. 205.
55.Giov. Arrivabene,Memorie della mia Vita. Vol. I, pag. 253.
55.Giov. Arrivabene,Memorie della mia Vita. Vol. I, pag. 253.
56.Nel riferire questo duplice aneddoto — che del resto lascia la storia tal quale — avvertiamo che si legge in un libro del signor Petrucelli della Gattina:Preliminari della questione romana.
56.Nel riferire questo duplice aneddoto — che del resto lascia la storia tal quale — avvertiamo che si legge in un libro del signor Petrucelli della Gattina:Preliminari della questione romana.
57.Mémoires de Metternich, vol. VII, pag. 585.
57.Mémoires de Metternich, vol. VII, pag. 585.
58.Il caffè Merlo, allora esistente sull'angolo tra il Corso Vittorio Emanuele (corsia dei Servi) e la piazzetta di San Paolo.
58.Il caffè Merlo, allora esistente sull'angolo tra il Corso Vittorio Emanuele (corsia dei Servi) e la piazzetta di San Paolo.
59.Metternich, VII, 576.
59.Metternich, VII, 576.
60.Figlio del conte Diego, di cui s'è parlato più volte nei precedenti capitoli. Morì a Milano nell'anno 1857.
60.Figlio del conte Diego, di cui s'è parlato più volte nei precedenti capitoli. Morì a Milano nell'anno 1857.
61.La copia di questo rapporto come di quello sopraccennato, di Giulini e Robecchi, si trovano entrambe fra i documenti raccolti nel Museo civico del Risorgimento Italiano.
61.La copia di questo rapporto come di quello sopraccennato, di Giulini e Robecchi, si trovano entrambe fra i documenti raccolti nel Museo civico del Risorgimento Italiano.
62.I tre duchi versarono ciascuno centomila lire; novantottomila il marchese Arconati. Più tardi poi, essendosi deciso di contrarre un prestito di dodici milioni, che il banchiere cav. Brot s'era assunto di collocare, i patrizi milanesi offersero l'ipoteca sulle loro terre, per garantire, a pro dello Stato, gli assuntori del prestito.
62.I tre duchi versarono ciascuno centomila lire; novantottomila il marchese Arconati. Più tardi poi, essendosi deciso di contrarre un prestito di dodici milioni, che il banchiere cav. Brot s'era assunto di collocare, i patrizi milanesi offersero l'ipoteca sulle loro terre, per garantire, a pro dello Stato, gli assuntori del prestito.
63.Aveva detto al marchese Villani, attivodimostratoreegli pure: “una compagnia di dragoni vi spazzerà tutti.„
63.Aveva detto al marchese Villani, attivodimostratoreegli pure: “una compagnia di dragoni vi spazzerà tutti.„
64.“Egli consigliava che il Lombardo-Veneto accettasse le riforme, escludendo la presenza di soldati stranieri.„Alberto Mario,Biografia di CattaneonelRisorgimento Italiano, vol. I, dispensa V.
64.“Egli consigliava che il Lombardo-Veneto accettasse le riforme, escludendo la presenza di soldati stranieri.„Alberto Mario,Biografia di CattaneonelRisorgimento Italiano, vol. I, dispensa V.
65.Dell'Insurrezione di Milano, pag. 11, 17 e 21.
65.Dell'Insurrezione di Milano, pag. 11, 17 e 21.
66.È stato di moda per un certo tempo e per certi scrittori parlare del conte Gabrio Casati come d'un uomo affatto impari, per ingegno, alla situazione politica che il 1848 gli ha fatta. Eppure, se guardiamo alla media degli intelletti e delle esperienze che durante quell'epoca burrascosa si avvicendarono nelle regioni di governo, il Casati ci pare ergersi dal livello piuttosto che sottostarvi. A noi, p. es., hanno fatto molta impressione alcune lettere politiche da lui scritte in quegli anni e negli anni successivi, e che furono pubblicate nel volume delleCorrispondenzedi Antonio Panizzi. Quelle lettere rivelano, a non dubitarne, mente, cuore, sagacia, conoscenza di uomini. Sbaglieremo, ma crediamo che con questi quattro elementi un uomo di Stato è bell'e fatto.
66.È stato di moda per un certo tempo e per certi scrittori parlare del conte Gabrio Casati come d'un uomo affatto impari, per ingegno, alla situazione politica che il 1848 gli ha fatta. Eppure, se guardiamo alla media degli intelletti e delle esperienze che durante quell'epoca burrascosa si avvicendarono nelle regioni di governo, il Casati ci pare ergersi dal livello piuttosto che sottostarvi. A noi, p. es., hanno fatto molta impressione alcune lettere politiche da lui scritte in quegli anni e negli anni successivi, e che furono pubblicate nel volume delleCorrispondenzedi Antonio Panizzi. Quelle lettere rivelano, a non dubitarne, mente, cuore, sagacia, conoscenza di uomini. Sbaglieremo, ma crediamo che con questi quattro elementi un uomo di Stato è bell'e fatto.
67.La sventurata signora fu poi tratta in salvo, subito dopo, per cura di Camillo Casati e del conte Oldofredi.
67.La sventurata signora fu poi tratta in salvo, subito dopo, per cura di Camillo Casati e del conte Oldofredi.
68.Una nota apposta dall'egregio Massarani al suo bello ed onesto libro su Carlo Tenca (pag. 424.) sembra accennare ad un episodio consimile, quando non fosse l'identico; con questa differenza, che, invece del Carcano e del Fava, sarebbe stato lo stesso Tenca a portare, dietro preghiera del Correnti, il proclama da stampare al tipografo Guglielmini. Siccome la nota è tolta dagli stessi manoscritti del Tenca, noi teniamo la cosa come indisputabile. D'altro canto, chi ha riferito a noi questa particolarità e questi nomi è per ogni verso autorevole, oltrechè è il solo vivo fra tanti morti. Egli, se vorrà o potrà, ha modo di schiarire l'episodio. Fino a questi schiarimenti, a noi non urta affatto il credere che si tratti di due proclami diversi od anche di due copie dello stesso proclama, portate dal Correnti a più amici, per meglio garantirne la stampa. La situazione, l'urgenza, la stessa indole del Correnti renderebbero perfettamente credibile siffatta combinazione.
68.Una nota apposta dall'egregio Massarani al suo bello ed onesto libro su Carlo Tenca (pag. 424.) sembra accennare ad un episodio consimile, quando non fosse l'identico; con questa differenza, che, invece del Carcano e del Fava, sarebbe stato lo stesso Tenca a portare, dietro preghiera del Correnti, il proclama da stampare al tipografo Guglielmini. Siccome la nota è tolta dagli stessi manoscritti del Tenca, noi teniamo la cosa come indisputabile. D'altro canto, chi ha riferito a noi questa particolarità e questi nomi è per ogni verso autorevole, oltrechè è il solo vivo fra tanti morti. Egli, se vorrà o potrà, ha modo di schiarire l'episodio. Fino a questi schiarimenti, a noi non urta affatto il credere che si tratti di due proclami diversi od anche di due copie dello stesso proclama, portate dal Correnti a più amici, per meglio garantirne la stampa. La situazione, l'urgenza, la stessa indole del Correnti renderebbero perfettamente credibile siffatta combinazione.
69.C. Cattaneo,Dell'Insurrezione di Milano, pag. 22.
69.C. Cattaneo,Dell'Insurrezione di Milano, pag. 22.
70.Carlo Casati,Nuove rivelazioni sui fatti di Milano, ecc. ecc. Hoepli, 1885.
70.Carlo Casati,Nuove rivelazioni sui fatti di Milano, ecc. ecc. Hoepli, 1885.
71.La nobile Elisabetta vedova Majnoni, figlia del generale Fontanelli, antico ministro della guerra sotto il primo Regno d'Italia.
71.La nobile Elisabetta vedova Majnoni, figlia del generale Fontanelli, antico ministro della guerra sotto il primo Regno d'Italia.
72.Antonio Casati,Milano ed i principi di Savoja. Torino 1859.
72.Antonio Casati,Milano ed i principi di Savoja. Torino 1859.
73.In un volume bene scritto e bene pensato,Casa di Savoja e la Rivoluzione italiana, storia popolare degli ultimi trent'anni, il compianto prof. Giuseppe Riccardi ha pubblicato quel famoso proclama, omettendo l'inciso di cui abbiamo dato la storia. Infatti il suo capoverso dice così: “Seconderemo i vostri giusti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.„ Invece il Cantù (Cronistoria, vol. II, parte II) e il Besana (Storia della rivoluzione di Milano nel 1848) danno intiero quel capoverso, che forse il Riccardi ha tolto da qualche prima bozza del proclama, rimasta fra le carte d'archivio. E i nostri lettori vedranno agevolmente come in questo capoverso completato, l'inciso relativo a Pio IX, suggerito dal D'Adda, riveli, nella stessa evoluzione del periodo, i caratteri di un'aggiunta introdotta: “Seconderemo i vostri giusti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio che è visibilmente con noi,di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.„
73.In un volume bene scritto e bene pensato,Casa di Savoja e la Rivoluzione italiana, storia popolare degli ultimi trent'anni, il compianto prof. Giuseppe Riccardi ha pubblicato quel famoso proclama, omettendo l'inciso di cui abbiamo dato la storia. Infatti il suo capoverso dice così: “Seconderemo i vostri giusti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.„ Invece il Cantù (Cronistoria, vol. II, parte II) e il Besana (Storia della rivoluzione di Milano nel 1848) danno intiero quel capoverso, che forse il Riccardi ha tolto da qualche prima bozza del proclama, rimasta fra le carte d'archivio. E i nostri lettori vedranno agevolmente come in questo capoverso completato, l'inciso relativo a Pio IX, suggerito dal D'Adda, riveli, nella stessa evoluzione del periodo, i caratteri di un'aggiunta introdotta: “Seconderemo i vostri giusti desideri, fidando nell'aiuto di quel Dio che è visibilmente con noi,di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.„
74.A chi non conoscesse questo proverbio sarà bene far noto che in Lombardia, per esprimere che una cosa non si può fare, che un desiderio non si può raggiungere, che da un luogo non si può passare, s'usa anche da gente colta la frase popolare:gh'è su el gatt.
74.A chi non conoscesse questo proverbio sarà bene far noto che in Lombardia, per esprimere che una cosa non si può fare, che un desiderio non si può raggiungere, che da un luogo non si può passare, s'usa anche da gente colta la frase popolare:gh'è su el gatt.
75.NellaPressedel giorno 24 marzo.
75.NellaPressedel giorno 24 marzo.
76.Casati,Milano e i principi di Savoja, eC. Cattaneo,Dell'insurrezione di Milano.
76.Casati,Milano e i principi di Savoja, eC. Cattaneo,Dell'insurrezione di Milano.
77.Il signor Alberto Mario, patriota irreprensibile, ma uomo di parte pronunciatissimo, ha scritto: “Ci sono 3nonella storia d'Italia; ilnodi Pier Capponi a Carlo VIII; ilnodi Michelangelo al duca Alessandro De Medici; ilnodi Cattaneo al maresciallo Radetzki.„
77.Il signor Alberto Mario, patriota irreprensibile, ma uomo di parte pronunciatissimo, ha scritto: “Ci sono 3nonella storia d'Italia; ilnodi Pier Capponi a Carlo VIII; ilnodi Michelangelo al duca Alessandro De Medici; ilnodi Cattaneo al maresciallo Radetzki.„
78.Nella primavera del 1884 si dava a Milano, sopra un teatro diurno, una rappresentazione intitolata: “Ilnodi Cattaneo.„
78.Nella primavera del 1884 si dava a Milano, sopra un teatro diurno, una rappresentazione intitolata: “Ilnodi Cattaneo.„
79.Per l'importanza della trattativa e per la poca pubblicità che hanno finora ottenuto, ci par bene pubblicare quì i due documenti che riassumono la trattativa stessa, e che neanche il Cantù ne' suoi quattro volumi dellaCronistoria, così ricchi di scritture del tempo, non ha voluto o potuto inserire:Innspruch, 13 juin 1848.Monsieur le Comte,S. M. Imperiale et Royale, guidée par des sentiments d'humanité et de paix, désire vivement voir mis bientôt un terme à la guerre qui désole ses provinces italiennes.À cet effet je suis autorisé à ouvrir avec le Gouvernement Provisoire établi à Milan une négociation qui serait basée sur la séparation et l'indépendance de la Lombardie.... (seguono le condizioni circa il debito pubblico, il commercio, gli impiegati, ecc. ecc.)...Vous voyez, M. le Comte, que j'aborde dès le commencement la question avec toute la franchise possible. Je vous informe en même temps que S. M. I. vient de donner des ordres pour la conclusion d'un armistice a laquelle le Gouvernement Provisoire aimera sans doute à concourir.Il ne resterà qu'à nommer de part et d'autre des Plénipotentiaires pour conduire la négociation en question au but désiré.Recevez, ecc. ecc.Le ministre des affaires étrangèresBaron de Wessenberg.Au comte Casati Président du Gouv. Prov.Milano, 18 giugno 1848.Al sig. Antonio Beretta,Si affretta il Governo di porvi a parte della conferenza tenuta jeri dal Presidente e da alcuni altri suoi membri col sig. consigliere De Schnitzer, mandato dal ministro degli Affari Esteri austriaco, per trattare della pacificazione.Dal dispaccio del barone di Wessenberg, di cui si acchiude copia confidenziale e riservata, vedrete quali fossero le basi della negoziazione, e comprenderete subito come siansi dovute rigettare a bella prima,dichiarandosi impossibile fare di una causa italiana una causa lombarda. Speriamo che il Re, al quale vorrete comunicar la cosa, rigetterà pure qualunque proposizione d'armistizio che si accenna essersi egualmente incamminata.Casati, Guerrieri, Borromeo.
79.Per l'importanza della trattativa e per la poca pubblicità che hanno finora ottenuto, ci par bene pubblicare quì i due documenti che riassumono la trattativa stessa, e che neanche il Cantù ne' suoi quattro volumi dellaCronistoria, così ricchi di scritture del tempo, non ha voluto o potuto inserire:
Innspruch, 13 juin 1848.Monsieur le Comte,S. M. Imperiale et Royale, guidée par des sentiments d'humanité et de paix, désire vivement voir mis bientôt un terme à la guerre qui désole ses provinces italiennes.À cet effet je suis autorisé à ouvrir avec le Gouvernement Provisoire établi à Milan une négociation qui serait basée sur la séparation et l'indépendance de la Lombardie.... (seguono le condizioni circa il debito pubblico, il commercio, gli impiegati, ecc. ecc.)...Vous voyez, M. le Comte, que j'aborde dès le commencement la question avec toute la franchise possible. Je vous informe en même temps que S. M. I. vient de donner des ordres pour la conclusion d'un armistice a laquelle le Gouvernement Provisoire aimera sans doute à concourir.Il ne resterà qu'à nommer de part et d'autre des Plénipotentiaires pour conduire la négociation en question au but désiré.Recevez, ecc. ecc.Le ministre des affaires étrangèresBaron de Wessenberg.Au comte Casati Président du Gouv. Prov.
Innspruch, 13 juin 1848.
Monsieur le Comte,
S. M. Imperiale et Royale, guidée par des sentiments d'humanité et de paix, désire vivement voir mis bientôt un terme à la guerre qui désole ses provinces italiennes.
À cet effet je suis autorisé à ouvrir avec le Gouvernement Provisoire établi à Milan une négociation qui serait basée sur la séparation et l'indépendance de la Lombardie.... (seguono le condizioni circa il debito pubblico, il commercio, gli impiegati, ecc. ecc.)...
Vous voyez, M. le Comte, que j'aborde dès le commencement la question avec toute la franchise possible. Je vous informe en même temps que S. M. I. vient de donner des ordres pour la conclusion d'un armistice a laquelle le Gouvernement Provisoire aimera sans doute à concourir.
Il ne resterà qu'à nommer de part et d'autre des Plénipotentiaires pour conduire la négociation en question au but désiré.
Recevez, ecc. ecc.
Le ministre des affaires étrangères
Baron de Wessenberg.
Au comte Casati Président du Gouv. Prov.
Milano, 18 giugno 1848.Al sig. Antonio Beretta,Si affretta il Governo di porvi a parte della conferenza tenuta jeri dal Presidente e da alcuni altri suoi membri col sig. consigliere De Schnitzer, mandato dal ministro degli Affari Esteri austriaco, per trattare della pacificazione.Dal dispaccio del barone di Wessenberg, di cui si acchiude copia confidenziale e riservata, vedrete quali fossero le basi della negoziazione, e comprenderete subito come siansi dovute rigettare a bella prima,dichiarandosi impossibile fare di una causa italiana una causa lombarda. Speriamo che il Re, al quale vorrete comunicar la cosa, rigetterà pure qualunque proposizione d'armistizio che si accenna essersi egualmente incamminata.Casati, Guerrieri, Borromeo.
Milano, 18 giugno 1848.
Al sig. Antonio Beretta,
Si affretta il Governo di porvi a parte della conferenza tenuta jeri dal Presidente e da alcuni altri suoi membri col sig. consigliere De Schnitzer, mandato dal ministro degli Affari Esteri austriaco, per trattare della pacificazione.
Dal dispaccio del barone di Wessenberg, di cui si acchiude copia confidenziale e riservata, vedrete quali fossero le basi della negoziazione, e comprenderete subito come siansi dovute rigettare a bella prima,dichiarandosi impossibile fare di una causa italiana una causa lombarda. Speriamo che il Re, al quale vorrete comunicar la cosa, rigetterà pure qualunque proposizione d'armistizio che si accenna essersi egualmente incamminata.
Casati, Guerrieri, Borromeo.
80.Basta citare, per tutti, due nomi famigerati, Pietro Perego ed Angelo Mazzoldi.
80.Basta citare, per tutti, due nomi famigerati, Pietro Perego ed Angelo Mazzoldi.
81.Spendeva una parte notevole delle sue rendite nell'acquisto di libri italiani e stranieri, i migliori che in ogni ramo di studj si pubblicassero. E la sua vasta biblioteca, specialmente moderna, era a disposizione di tutti quelli — non solamente amici suoi — che ne avessero vaghezza o bisogno. Spesso accadeva ch'egli comperasse a gran prezzo opere voluminose, unicamente per aver sentito o saputo che qualcuno degli studiosi del tempo avesse espresso il desiderio di consultarle. L'abbiamo udito più d'una volta lagnarsi perchè i suoi amici, di ristretta fortuna, spendessero qualche somma in acquisto di libri che egli sarebbe stato felicissimo di mettere a loro disposizione.
81.Spendeva una parte notevole delle sue rendite nell'acquisto di libri italiani e stranieri, i migliori che in ogni ramo di studj si pubblicassero. E la sua vasta biblioteca, specialmente moderna, era a disposizione di tutti quelli — non solamente amici suoi — che ne avessero vaghezza o bisogno. Spesso accadeva ch'egli comperasse a gran prezzo opere voluminose, unicamente per aver sentito o saputo che qualcuno degli studiosi del tempo avesse espresso il desiderio di consultarle. L'abbiamo udito più d'una volta lagnarsi perchè i suoi amici, di ristretta fortuna, spendessero qualche somma in acquisto di libri che egli sarebbe stato felicissimo di mettere a loro disposizione.
82.Un comune amico, ancor vivo, e allora banchiere, dei più stimati, lo vide un giorno entrare nel suo studio per chiedergli un prestito di duemila lire. Avendogli l'amico espresso la sua meraviglia perchè di così piccola somma il conte Giulini facesse un'operazione di credito, lo udì rispondere quasi imbarazzato che questa somma doveva servire a scopi di beneficenza, e che non osava più farsela dare dall'intendente di casa, perchè gli aveva mosso osservazioni intorno alla frequenza di questi capitoli di spesa.
82.Un comune amico, ancor vivo, e allora banchiere, dei più stimati, lo vide un giorno entrare nel suo studio per chiedergli un prestito di duemila lire. Avendogli l'amico espresso la sua meraviglia perchè di così piccola somma il conte Giulini facesse un'operazione di credito, lo udì rispondere quasi imbarazzato che questa somma doveva servire a scopi di beneficenza, e che non osava più farsela dare dall'intendente di casa, perchè gli aveva mosso osservazioni intorno alla frequenza di questi capitoli di spesa.
83.Non s'illudeva sulla fine che gli sarebbe probabilmente toccata, se fosse stata scoperta l'opera sua. E ricordiamo d'averlo udito dire un giorno, in un piccolo crocchio d'amici, collaboratori o devotissimi, col suo schietto vernacolo e il tranquillo sorriso: “se no me impicchen sta volta, me impicchen pù.„
83.Non s'illudeva sulla fine che gli sarebbe probabilmente toccata, se fosse stata scoperta l'opera sua. E ricordiamo d'averlo udito dire un giorno, in un piccolo crocchio d'amici, collaboratori o devotissimi, col suo schietto vernacolo e il tranquillo sorriso: “se no me impicchen sta volta, me impicchen pù.„
84.In cui ebbe luogo la capitolazione, e Milano fu turbata dalle terribili commozioni popolari che precedettero il reingresso dell'esercito austriaco.
84.In cui ebbe luogo la capitolazione, e Milano fu turbata dalle terribili commozioni popolari che precedettero il reingresso dell'esercito austriaco.
85.Ne diede prova, lasciandosi sopprimere la parte politica del suo giornale e peggiorandone così le sorti finanziarie, piuttosto che aderire a scrivervi il menomo cenno — neanche l'annuncio — della venuta dell'imperatore d'Austria a Milano nel 1857.
85.Ne diede prova, lasciandosi sopprimere la parte politica del suo giornale e peggiorandone così le sorti finanziarie, piuttosto che aderire a scrivervi il menomo cenno — neanche l'annuncio — della venuta dell'imperatore d'Austria a Milano nel 1857.
86.Tullo Massarani.—Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo.Milano, Hoepli, 1886.
86.Tullo Massarani.—Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo.Milano, Hoepli, 1886.
87.Una società speciale, p. es. si chiamava laVoce; un'altra laFratellanza Repubblicana, e così via.
87.Una società speciale, p. es. si chiamava laVoce; un'altra laFratellanza Repubblicana, e così via.
88.Il 17 giugno 1852.
88.Il 17 giugno 1852.
89.Abbiamo sentito esprimere meraviglia perchè finora nessun marmo, nessuna inscrizione milanese renda onore di ricordo a questo Trasea Peto dei tempi moderni. Forse che un'epoca così feconda di epiteti per le glorie parlamentari non si creda obbligata a trovarne uno per un uomo che ha preferito il morire al parlare? Giriamo a cui spetta questa meraviglia, che ci pare interamente giusta e pensosa.
89.Abbiamo sentito esprimere meraviglia perchè finora nessun marmo, nessuna inscrizione milanese renda onore di ricordo a questo Trasea Peto dei tempi moderni. Forse che un'epoca così feconda di epiteti per le glorie parlamentari non si creda obbligata a trovarne uno per un uomo che ha preferito il morire al parlare? Giriamo a cui spetta questa meraviglia, che ci pare interamente giusta e pensosa.
90.Non meno di quattordici individui, a cominciare dal Dottesio e a finire col Calvi, uomini tutti di alti spiriti e di colto intelletto, erano stati in pochi mesi spacciati per man del boja. Le corti marziali del Polesine e del Bolognese mandarono a morte vere folle di uomini, fra i quali, per dir vero, gli assassini erano i più. Nella suaCronistoria(Vol. III, parte prima) scrive il Cantù: “Si asserisce che l'Austria, la quale dal 1814 al 1848 non avea mandato al supplizio che settantuno assassini, e nessuno per colpa di Stato, in tre anni facesse morire quattrocento trentadue persone; il che saputo, l'imperatore inorridito ordinò si cessasse dalle procedure speciali, e attenuò le pene portate dal feroce Codice marziale di Maria Teresa.„
90.Non meno di quattordici individui, a cominciare dal Dottesio e a finire col Calvi, uomini tutti di alti spiriti e di colto intelletto, erano stati in pochi mesi spacciati per man del boja. Le corti marziali del Polesine e del Bolognese mandarono a morte vere folle di uomini, fra i quali, per dir vero, gli assassini erano i più. Nella suaCronistoria(Vol. III, parte prima) scrive il Cantù: “Si asserisce che l'Austria, la quale dal 1814 al 1848 non avea mandato al supplizio che settantuno assassini, e nessuno per colpa di Stato, in tre anni facesse morire quattrocento trentadue persone; il che saputo, l'imperatore inorridito ordinò si cessasse dalle procedure speciali, e attenuò le pene portate dal feroce Codice marziale di Maria Teresa.„
91.Può, per alcuni, non essere superfluo ricordare che all'operajo Antonio Sciesa, avviato al patibolo per avere affisso sulle muraglie un proclama di rivolta, si offerse di lasciarlo andar libero, se rivelava da chi avesse avuto l'incarico di quell'affissione. Il leale operajo rispose senza esitazione:tiremm innanz(andiamo avanti); e certo la storia dell'umana intrepidità non ricorda nessuna frase più alta, più semplice, più generosa di questa. Lo impiccarono nel 1851.
91.Può, per alcuni, non essere superfluo ricordare che all'operajo Antonio Sciesa, avviato al patibolo per avere affisso sulle muraglie un proclama di rivolta, si offerse di lasciarlo andar libero, se rivelava da chi avesse avuto l'incarico di quell'affissione. Il leale operajo rispose senza esitazione:tiremm innanz(andiamo avanti); e certo la storia dell'umana intrepidità non ricorda nessuna frase più alta, più semplice, più generosa di questa. Lo impiccarono nel 1851.
92.Fece tutte le campagne nazionali dal 1848 in poi. Scoppiato il cholera a Genova nel 1855, si ricordò d'avere studiato medicina e corse a rinchiudersi negli ospedali dei colerosi, dove rimase finchè il contagio durò. Nel 1860 diresse, col Finzi, per incarico di Garibaldi, l'amministrazione del milione dei fucili. Non l'abbiamo udito mai vantarsi di nessuna di queste cose.
92.Fece tutte le campagne nazionali dal 1848 in poi. Scoppiato il cholera a Genova nel 1855, si ricordò d'avere studiato medicina e corse a rinchiudersi negli ospedali dei colerosi, dove rimase finchè il contagio durò. Nel 1860 diresse, col Finzi, per incarico di Garibaldi, l'amministrazione del milione dei fucili. Non l'abbiamo udito mai vantarsi di nessuna di queste cose.
93.Un proclama firmato — pare impossibile! — da uomini di pensiero, Mazzini, Saffi, Maurizio Quadrio, diceva: “La superficie dell'Europa, dalla Spagna a noi, dalla Grecia alla santa Polonia, è crosta vulcanica. Dorme al disotto una lava, che si aprirà il varco a torrenti alla scossa d'Italia. Fra le Alpi e l'ultimo mare di Sicilia stanno venticinque milioni d'uomini nostri e centomila stranieri.È lotta d'un momento, sol che vogliate.„
93.Un proclama firmato — pare impossibile! — da uomini di pensiero, Mazzini, Saffi, Maurizio Quadrio, diceva: “La superficie dell'Europa, dalla Spagna a noi, dalla Grecia alla santa Polonia, è crosta vulcanica. Dorme al disotto una lava, che si aprirà il varco a torrenti alla scossa d'Italia. Fra le Alpi e l'ultimo mare di Sicilia stanno venticinque milioni d'uomini nostri e centomila stranieri.È lotta d'un momento, sol che vogliate.„
94.Cesare Cantù,Cronistoria, vol. III, parte prima.
94.Cesare Cantù,Cronistoria, vol. III, parte prima.
95.Mazzini ed io siamo vecchi; di conciliazione tra me e lui non si parli: le infallibilità muojono, ma non si piegano. Conciliarsi con Mazzini? vi è un solo modo possibile: ubbidirlo, e non me ne sento capace. Per parte mia io dico alla democrazia:... se giungete ad essere padroni delle sorti del vostro paese, non fate delle Babilonie. Sopratutto non seguite i precetti di Mazzini:siate tutti soldati, tutti ufficiali, tutti generali. Sarebbe cotesta la Babilonia delle Babilonie. (Epistolario di Giuseppe Garibaldi, pubblicato dalloXimenes; lettera 21 ottobre 1871, all'avvocato Petroni. Vol. I, pag. 389.)
95.Mazzini ed io siamo vecchi; di conciliazione tra me e lui non si parli: le infallibilità muojono, ma non si piegano. Conciliarsi con Mazzini? vi è un solo modo possibile: ubbidirlo, e non me ne sento capace. Per parte mia io dico alla democrazia:... se giungete ad essere padroni delle sorti del vostro paese, non fate delle Babilonie. Sopratutto non seguite i precetti di Mazzini:siate tutti soldati, tutti ufficiali, tutti generali. Sarebbe cotesta la Babilonia delle Babilonie. (Epistolario di Giuseppe Garibaldi, pubblicato dalloXimenes; lettera 21 ottobre 1871, all'avvocato Petroni. Vol. I, pag. 389.)
96.Il proclama del 31 marzo 1848, col quale Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi e Clerici scioglievano il Comitato di Guerra, si chiudeva con questa frase: “Possa Pio IX. presiedere fra pochi giorni in Roma il vittorioso Congresso di tutti i popoli italiani!„
96.Il proclama del 31 marzo 1848, col quale Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi e Clerici scioglievano il Comitato di Guerra, si chiudeva con questa frase: “Possa Pio IX. presiedere fra pochi giorni in Roma il vittorioso Congresso di tutti i popoli italiani!„
97.Può essere gradito ai cercatori di coincidenze storiche il notare che la stessa risposta aveva dato Eugenio Beauharnais ad un altro Melzi che lo sollecitava invece ad assumere una corona.
97.Può essere gradito ai cercatori di coincidenze storiche il notare che la stessa risposta aveva dato Eugenio Beauharnais ad un altro Melzi che lo sollecitava invece ad assumere una corona.
98.Fu nella stessa epoca che, rappresentandosi un'altra opera del maestro Verdi, l'arguto spirito cittadino trovò nella parentela dell'illustre compositore le cinque iniziali della frase:Vittorio Emanuele Re d'Italia. E il grido:viva Verdidivenne un'altra forma — impune e coraggiosa nel tempo stesso — della manifestazione nazionale altamente affermata.
98.Fu nella stessa epoca che, rappresentandosi un'altra opera del maestro Verdi, l'arguto spirito cittadino trovò nella parentela dell'illustre compositore le cinque iniziali della frase:Vittorio Emanuele Re d'Italia. E il grido:viva Verdidivenne un'altra forma — impune e coraggiosa nel tempo stesso — della manifestazione nazionale altamente affermata.