Giuliano sentiva qualche cosa nell'aria. La minaccia, per esempio, d'una spiegazione, che ora, suggerita dal prete, gli pareva di nuovo formidabile ad incontrarsi. E fu per lui un vero sollievo quando udì dalla cameriera che la signora, stanchissima, aveva raccomandato la lasciassero riposare.
Milla aveva riposato...; ma ora era spossata.... Quel riposo era stato in realtà una delle più aspre battaglie intime del suo povero cuore offeso e innamorato a un tempo. La religione avevadato un consiglio; e la natura e la gioventù l'avevano avvalorato, con un assenso segreto...; ma l'orgoglio aveva avuto anch'esso la sua ribelle parola.
Il crepuscolo invernale, prolungato dal bianco riflesso della neve caduta e da quella tuttora cadente, scendeva lento, in una mezza luce grigiastra. Nella progressione graduata della penombra, il letto ampio, coi parati di raso sbiadito spiccava netto. La bianchezza del visino di Milla si confondeva col morbido bianco dei guanciali, pareva quasi assumere l'area sfumatura di contorni d'una larva.
—Comanda la lucerna?—chiese a bassa voce la cameriera.
—No,—rispose Milla, con voce stranamente affievolita. Va pure.... voglio riposare.
La giovane uscì, in punta di piedi.
Il silenzio della stanza era grave e solenne. Giuliano provava un'angoscia inesplicabile, guardava, come affascinato il candore opaco del letto,tentava d'afferrar nettamente, collo sguardo, l'incerto contorno di quel corpicino femminile che giaceva, spossato, sotto alle lenzuola e pareva quasi farsi di nebbia, illanguidire nell'ombra cupa che andava invadendo la stanza. Avrebbe voluto parlare a Milla, udire la sua voce, ne sentiva come un bisogno angoscioso. E mentre pensava come potrebbe rivolgere a Milla una domanda anche indifferente, ma che la obbligasse a rispondere, ecco che per l'appunto quella povera e debole vocetta s'alzò in seno al silenzio pesante e misterioso, pronunziando una parola, che, da tempo non s'era sprigionata dalle labbra di Milla.
—Giuliano!
Egli trasalì e si chinò sul letto, premurosamente, con un terrore indistinto di quell'ora e di quell'accento.
Ella gli porse la sua manina tanto smagrita.
—Giuliano....—ripetè lentamente, non debbo.... non bisogna che io me ne vada. E per ciò.... sai....
Oh! non la sapeva recitare quella lezione; così sublime e così crudele. Tremava.... si confondeva.
—Sai....—proseguì con uno sforzo eroico, volevo dirti che.... che io non mi ricorderò più di niente. Ma bisogna che anche tu... se vuoi ch'io....
Egli non la lasciò finire. Si gettò in ginocchio, le afferrò le mani, le chiese perdono, con accento rotto, appassionato, le giurò ch'egli l'adorava, che non era realmente colpevole, che ciò ch'ella aveva udito non era stato che l'espressione d'un momento di delirio passeggero.... un capriccio passeggero, senza base, senza conseguenze.... E iterava proteste, ardenti e sincere, com'era in quel momento, ardente e sincero il suo ravvedimento. E in quella tempestosa reazione, in quel subito rinnovarsi del suo amore per la donna ch'egli temeva di perdere; Giuliano riesciva eloquentissimo e si presentava sotto un aspetto nuovo, l'aspetto cioè ch'egli, nella placida sicurezza del suo dominio su Milla, non si era mai curato d'assumere per lei.
—Ma tu m'ami, dunque, tu m'ami?—chiese l'ammalata, balzata in quel momento in una calda e rapida transazione del suo amore, che le faceva ancora scusare, perdonare, scordar tutto, che la consegnava cieca, sorda, smemorata, in braccio ad una più potente, ad una più salda illusione.
Egli la copriva di baci. Oh! se l'amava! Se aveva sofferto.... Oh la sua Milla! la sua Milla adorata! Non era punto: creolo.... in quel momento!
Allora Milla ebbe un subito e febbrile risveglio delle forze. S'alzò a sedere sul letto, s'avvinghiò colle braccia scarne al collo di Giuliano e gli si strinse convulsa sul petto, con un grido supremo di trionfo e di desiderio: Vivere!... vivere!...
La villa era ancor tutta sottosopra. Poche ore prima il Duca e la Duchessa erano partiti per Napoli, dove li avrebbe raggiunti la vecchia Duchessa Lantieri.
La partenza era recente e l'ardore dei commenti non era pur anche venuto meno. Veramente la signora non era al tutto ristabilita; stava però assai meglio. Ma ne aveva patito del male, poveretta! E che festa per tutti, quando, era scesa a desinare per la prima volta!
Non la scorderebbero così presto, quella sera. Il pranzo era stato preparato, non già nel salone grande, ma in un salottino caldo, caldo, ornato delle più belle camelie della serra! Finito il desinare, la Duchessa, appoggiata al braccio di suo marito, era venuta un momento sotto il portico, per ringraziare quella brava gente che aveva tanto gridato: Evviva! Aveva parlato quasi a tutti, aveva riconosciuta la vecchia portinaia, salutata la fattora, poi aveva osservato che ci erano due guardiani dei pascoli e persino Drollino, il quale, da quel selvaticone che sarebbe sempre, se ne stava mezzo nascosto, dietro uno dei pilastri. Anzi, lo fece chiamare.
—Ho saputo—gli disse soavemente—chetu pure venivi spesso a chieder mie nuove. Ti ringrazio.
Egli la guardava fisso.... come incantato. Com'era bella e pallida.... e com'era diversa dalle altre!
Giuliano, che aveva bevuto delJohannisbergmolto vecchio in onore della Duchessa, era di lietissimo umore!
—Certo....—sclamò benignamente—veniva ogni giorno a chiedere alla Carolina.... eh!... eh!... guarda.... Drollino!
Drollino guardò infatti il Duca, e in modo siffatto che questi, pur continuando a ridere, non proseguì a toccar quel tasto. E un momento dopo, temendo che Milla fosse stanca, la condusse via.
Milla non si oppose; senz'avvedersene, ricadeva invincibilmente nella obbedienza cieca e fiduciosa dell'amor suo.
Partirono adunque sui primi di dicembre, contenti, felici, e in perfetta armonia. In casa rimaneva tuttora parte della servitù, quella cheavrebbe più tardi raggiunti i padroni a Napoli, e quella fissa per tutto l'anno ad Astianello.
La sera stessa si trovarono riuniti in cucina, attorno all'allegra fiammata del caminone. Drollino ci andò pure un momento, prima di recarsi a letto.
Nel crocchio si discutevano, naturalmente, gli ultimi avvenimenti di quella fortunosa villeggiatura.
—E la Russa?—chiese a un tratto il paggetto.
Il capo cuoco alzò una mano a livello del mento, e con una vivace smorfia soffiò rapidamente sul palmo.
—Andata!—soggiunse con un'espressione comicissima, come un prestidigitatore che fa scomparire una pallina di sughero.
E fu una risata generale.
Ma il paggetto maligno insistè:
—Per sempre?...
Il cocchiere alzò le spalle con un'aria da filosofo.
—Caro mio, chi sa l'avvenire?... Speriamo di sì! Certo è che, in grazia di quella diavolessa, la nostra povera signora è stata a un brutto rischio.
—Io dico che se le capita un'altra volta....—prese a sentenziare il maggiordomo.
—Muore, eh, muore davvero?—interrogo premurosamente il paggetto.
—Al diavolo i monelli—rispose stizzosamente il maggiordomo;—che c'entri tu, bardassa, a far cotesti discorsi?
E per fargli vedere che non c'entrava proprio, accennò ad allungargli una pedata.
Ma non l'allungò, e si mise a ridere.
Drollino uscì dalla cucina senza che nessuno se ne accorgesse, e si recò in scuderia.
In quell'ambiente vasto, l'atmosfera aveva un tepore dolce, e l'occhio si riposava in una semioscurità, rotta ad intervalli dal chiarore di certe lampadine appese alle arcate della volta. In fondo, presso alta porta d'uscita, un piccolo lume adolio ardeva vacillando davanti ad un quadretto di Sant'Antonio e socio. In unboxaperto e disoccupato, il sorvegliante di servizio, coricato su di una branda ed avvolto nel suo bigio mantellone, russava saporitamente.
In scuderia non c'erano in quei giorni più di una quindicina di cavalli. Stavano quieti. I più dormivano, alcuni si movevano ogni tanto, con un lieve scalpitìo, accusando le proprie mosse col rumore delle palle di legno appese allecavezze.... che si urtavano contro le pareti esterne delle mangiatoie.
Mia era ultima nel compartimento di destra, e dormiva stesa di fianco sulla paglia; ma quando Drollino, avvicinandosi, la chiamò sommessamente per nome, la povera bestia, destandosi, si rizzò impetuosamente, con quel moto così rapido proprio del cavallo fino che non si vuol lasciar sorprendere in una posa d'inazione. Voltò la testina intelligente, e fissò il padrone coi grandi occhi espressivi.
—Mia!—disse Drollino col tono monotono di chi parla in sogno, e accarezzando la lucida groppa della cavalla.—Mia!... è partita!...
Il riverbero del lumicino di Sant'Antonio accendeva un punto luminoso nella pupilla attenta di Mia.
—Mia!—continuò Drollino collo stesso accento—se lei fosse morta.... io l'avrei ammazzato.... sai?...
Uno dei cavalli vicini diè un forte strappo alla corda, e la palla picchiò rumorosamente contro la barriera.
—Ohe!—borbottò il mozzo, fra il sonno e la veglia.
Una gran quiete regnò in scuderia.
Maggio e i suoi fiori, maggio e il suo cielo sereno, le sue nuvole passeggere e i suoi tepori precoci! Maggio che sorride alla villa d'Astianello, e Milla che sorride alle rose di maggio e d'Astianello.
In giardino ce n'è un'infinità, di tutte le qualità, di tutti i colori; ce n'è persino una tutta verde, che non è punto bella, e il cui arbusto costa un occhio del capo.
È una rarità, s'intende. Quella onesta varietà della specie avrebbe il buon senso di non voler nascere a casa nostra, ben sapendo quanto sfiguri in mezzo alle sue splendide sorelline. Ma noi, anzichè saperle grado del suo accorgimento estetico e della sua ritrosia, ne la castighiamosforzandola invece a crescere stentatamente e a fiorire di mala voglia nei nostri giardini.
Milla è stata china, a guardar la macchia, per un po' di tempo. Finalmente si rizza, e, voltandosi, chiama:
—Giuliano!
Ogni traccia di malattia è scomparsa dal suo visino il quale è ormai più tondeggiante e suffuso d'un lieve incarnato. La personcina è sempre snella e minuta, ma le angolosità d'un tempo si vedono più. Milla veste un'elegantissimamatinèedi mussola bianca ricamata, adorna d'un profluvio di fiocchi azzurri e fiorellini rosa.... Sta veramente benino quella gentile creatura; il vento fresco del mattino le ha alquanto scomposta la capigliatura, ed i capelli biondi piovono alla rinfusa sulla fronte, adombrando quei cari occhi castani, pieni di luce, di gioia e d'amore.
—Giuliano!—ripetè a voce più alta, voltandosi verso la finestra d'un salottino a terreno.
Giuliano, obbedendo a quel gaio appello, comparvefinalmente nel vano interno della finestra. Il suo busto emergeva nello sfondo bruno del vuoto, e la sua faccia campeggiava bene, così bianca, e con tanto oro di capelli e di barba. Guardandolo, però, pareva un poco invecchiato, e, sotto ai suoi begli occhi azzurri, alcune rughette, appena percettibili, s'eran dato convegno. Aveva anch'egli un'espressione ilare e soddisfatta, ed il profumo del suo biondo sigaro d'Avana giungeva sino alla macchia delle rose, mischiandosi in istrana guisa coi loro forti e vari olezzi.
Milla lasciò la macchia e s'accostò al davanzale. Colla destra teneva sola la famosa rosa verde, colla sinistra serrava un mazzo di stupende roseGloire de Dijon.
—Sai, Giuliano, non mi piace!
—Cosa?
—Questa rosa.
—E perchè non ti piace?
—Perchè non è una rosa schietta come le altre; ha voluto far l'originale, e ciò non va bene.
—No?...
—No! bisogna aver buon senso, e fare ciò che fanno gli altri. E di ciò son tanto persuasa, che non voglio predicar bene e razzolar male. Non voglio essere come la rosa verde. Dunque, a giugno, andremo ai bagni!
—Ma, mia cara, che bisogno c'è di andare ai bagni, se non ne hai voglia? Potremmo benissimo rimanere qui.
—Sì, che ne ho voglia! E poi è giusto; so che, a lungo andare, la campagna ti annoia. Andremo ai bagni.... dove vorrai tu, ben inteso, e poi.... torneremo qui! Ah, qui si sta così bene, non è vero?
—Certo!—disse allegramente Giuliano; ma un'ombra fuggitiva gli passò sulla fronte.
—Dunque—ricominciò Milla—dove andiamo? a San Moritz?
—Eh! vada per San Moritz.
—O a Recoaro, Lucca, Sorrento, Villa d'Este? Basta, decideremo poi. Già, abbiamo tutto il meseper pensarvi. E quest'inverno, per un mese o due, torneremo a Napoli?
—Certo, dove vuoi! Ammenochè gli affari....
—Oh! gli affari!—disse Milla con un'adorabile smorfietta.—Sai che sei insoffribile con questi affari! Dacchè ti sei messo in capo di rivendicare quei possessi nel Genovesato, ti sei cacciato a capo fitto, nei litigi, nei processi, nei consulti d'avvocati, tanto che mi diventi tu pure un vero leguleio.
Rideva, così dicendo, e cercava invano d'assumere un'aria indispettita; ma in cuor suo era tutt'altro che avversa alle occupazioni di Giuliano. Le avevan detto, e s'era persuasa, che una occupazione indefessa, accaparrante poteva benissimo riescire una salvaguardia.
—Orsù—continuò con una soave ipocrisia di pazienza—speriamo che sipossaandare a Napoli. Ti ricordi di Napoli?
—Sì—diss'egli lietamente, rimovendo la cenere dall'estremità dello sigaro.
—Oppure, andremo a Nizza. E di Nizza ti rammenti?
—Sì—disse ancora Giuliano, ma non lo disse lietamente.
—Oh! io mi ricordo, sai! La passeggiata degli Inglesi, il Circolo dellaMéditerranée, et laplace Massena, e ilRestaurant français, dove abbiam fatta quella famosa colazione. E ilVallon obscur? E Cannes? E Montecarlo? A proposito, bada che, se andiamo a Nizza, stavolta voglio proprio venire anch'io a Montecarlo.
Egli aggrottò le ciglia e parve scontento.
—Oh, bella!—continuò Milla, sempre più infervorata nei suoi progetti.—Ci vanno tutti, ci voglio andare anch'io. E voglio vedere a giocare; chissà che non m'arrischi io pure; sapessi quanto mi rincrebbe di non poter venir con te il giorno in cui ci andasti! Ti ricordi di quel giorno? Non mi sentivo bene, e rimasi a casa. Non volevo far parere, ma mi struggevo di venir anch'io a Monaco!
Giuliano fece una strana smorfia, e balbettò fra i denti qualche parola.
—Ma stavolta—continuò Milla—questo capriccio me lo voglio levare. Sissignore, giocherò anch'io, e vedremo se la perdita di qualche migliaio di lire farà venire, a me pure, la faccia da scomunicato che avevi tu, la sera, quando tornasti.
Le venne voglia di ridere, e rise infatti, celando il visino nella profumata bianchezza delle rose.
Egli s'era voltato bruscamente; per buttar via lo sigaro.
Una brezza freschina passava di lì, suscitando nell'erba un tremolìo di amoerro, e facendo dimenar le cime alle rose, come se fossero tante testine di piccole fate dubbiose. Milla alzò di nuovo il viso, aspirando con gioia la frescura di quell'arietta.
Girò attorno lo sguardo, vide quella bella villa signorile, così idilica, colla sua verde cintura diarrampicanti. Vide il giardino ridente e il piano maestoso e i colli vicini, e tutto ciò le parve bellissimo. Allora pensò che Giuliano, il suo fedele Giuliano, era pure molto bello. E la vita dunque non era forse bellissima anch'essa?... Chiuse gli occhi, e, paga, col cuore riboccante di gratitudine e di dolcezza gioconda, mormorò sommessamente:
—Oh Giuliano! come sono felice!
Rimase per un istante come raccolta nel pensiero della sua felicità, mentre Giuliano, pallido, tormentava fra le dita paffute, i ciondoli del suo orologio.
Milla schiuse gli occhi e diede un sospiro.
—Che peccato che tu debba sempre andar laggiù, a Genova a conferire con quell'avvocato! Non potrebbe venir qui lui ogni tanto?...
—Impossibile!—rispose recisamente Giuliano, mordendosi le labbra.—Ma sarò assente per pochi giorni, te lo prometto.
—E penserai a me?—chiese timidamenteMilla, ridendo, e colla vaga intuizione di dire una gran sciocchezza.
—E tu, penserai a me?—rispose Giuliano, colla coscienza di dir cinque parole orribilmente vane e stonate.
—Uhm!—rispose Milla—secondo.... se avrò tempo. Perchè,—soggiunse con un fare soavemente biricchino—se tu hai delle occupazioni.... può darsi che ne abbia anch'io.... e che siano importanti come le tue.
Egli la guardò, con un'espressione indefinibile.
—Come?...—mormorò—che intendi dire?...
—Sei curioso, eh? Ci ho gusto. Oh bella! perchè non avrei anch'io i miei affari.... come li hai tu?...
—Perchè....—ripetè Giuliano—perchè?...
—Via, via, non far quegli occhiacci. Sai pure che di affari, propriamente detti, non posso sentir a parlare per cinque minuti consecutivi, senza addormentarmi. Ho piena coscienza che, se mene immischiassi, non sarei nulla più d'una guastamestieri; e poi non sei forse tu che te ne occupi, che pensi e provvedi a tutto onde risparmiarmi ogni briga?
Un profondo ed amaro turbamento si dipinse per un secondo sul volto di Giuliano.
—Cara Milla!...—sussurrò quasi involontariamente, con voce soffocata.
—Zitto là, Giuliano, e torniamo a bomba. Dicevo dunque che le mie occupazioni, le ho anch'io. Ammetto che non somiglino alle tue, ma ciò non scema la loro importanza, e un giorno o l'altro.... forse.... ne vedrai il risultato.
—Oh! oh!—disse Giuliano, ch'era tornato a rasserenarsi,—e non si può saper niente ora?
—Niente affatto. È una sorpresa; resterai con tanto di naso.
E rideva, allegra come una bambina, assaporando anticipatamente la sorpresa e la soddisfazione di suo marito.
Questi le afferrò una mano, abbandonata sul davanzale.
—Milla!—chiese con accento rotto ed angoscioso—Milla! sei felice, nevvero?
Milla tralasciò di ridere. Sporgendosi colla persona oltre il davanzale, chinò il capo sulla spalla di lui. Egli sentiva il battere concitato di quel vero cuor di donna e il calore di quella fronte, ove piovevano scomposti i ricciolini d'oro.
Drelin, drelin, drelin.... la campanella della colazione!
Si divisero ridendo, movendosi entrambi, l'una al di qua, l'altro al di là della finestra, e riuscirono ad incontrarsi sotto il portico.
—A proposito,—disse Milla a suo marito,—ricordati stavolta, di portarmi ilpan doucee i canditi. E quando avrai finiti i tuoi affari, andremo ai bagni.—Non voglio essere la rosa verde,—soggiunse ridendo e appuntandosi sul petto una delle rose bianche.
Giuliano partì il giorno susseguente. Milla tenne dietro, sino oltre il cancello del viale all'elegantephaètonche, guidato dal Duca stesso, s'avviava verso la stazione. Poi tornò indietro, asciugandosi gli occhi un po' rossi. Si fermò a terreno e mandò a chiamar Drollino.
—Senti, Drollino,—gli disse appena se lo vide davanti, serio e muto come al solito,—di devi fare un piacere. Sceglimi in scuderia una bestia buona, sicura, proprio quieta.
—Ci sarebbe Calif,—rispose Drollino, dopo aver pensato alquanto.
Calif, ai suoi giorni, era stato un fiero corridore, ma ora era vecchietto assai e aveva smesso ogni baldanza.
—Bravo! Calif; per l'appunto. Sai cosa voglio fare?... Voglio montare a cavallo.
—Lei!—disse Drollino attonito.
Era noto a tutti, nella tenuta, che quell'angiolo della Duchessa aveva sempre avuto una paura terribile dei cavalli.
—Sicuro....—continuò Milla.—Il Duca avrebbe tanto caro che imparassi. E ora, capisci,approfittando delle sue assenze, voglio fargli questa sorpresa.
Drollino represse una specie d'amaro sorriso, e stette immobile, ascoltando.
—A Nizza avevamo provato, in maneggio; ma sai, non vi riuscivo bene. Ho paura di non esser molto coraggiosa.... Oppure non sapevano insegnarmi. Ma ora, m'insegnerai tu, nevvero?
—Io?—disse impetuosamente, quasi spaventato, Drollino.
—Tu, sì....—rispose Milla ridendo—cominciando da oggi. Ho la sella e tutto l'occorrente. Va a far sellare Calif, e aspettami in maneggio. Io mi vestirò frattanto, e fra mezz'ora scenderò.
E così accadde che Drollino divenneipso factomaestro di equitazione della Duchessa.
Sulle prime, la cosa durò fatica ad avviarsi. Milla era terribilmente impacciata nella sua lunghissima gonnella di amazzone, e non sapeva raccapezzarsi in nulla. Era molto bellina però, e nell'ampiezza del maneggio la sua figurina delicata,acquistava una nuova leggiadria. Il collo pareva veramente finissimo, quasi esile, così stretto nel collettino ritto, fortemente insaldato, o compito alla chiusura da un nodo di cravatta color verde cupo. Il visino tanto giovane e fresco, coi capelli, strettamente raccolti sulla nuca, e adombrato dalla breve falda d'unpioppinoinglese, pareva quello d'un giovanotto di primo pelo. Drollino durava fatica talvolta a non distrarsi, guardandola in quell'aspetto nuovo, che tanto armonizzava colle aspirazioni della sua irresistibile vocazione. E per due ore al giorno, sinchè fu assento il Duca, egli si trovò colla Duchessa, così vestita e affidata completamente a lui. Toccò a lui a metterla in sella, a insegnarle il maneggio delle redini, le chiamate, le attitudini. Milla trovava la cosa ancor più seria di quanto s'era immaginata; non andava avanti che a furia di buona volontà, facendo sforzi eroici per vincere la paura. Ma questa ogni tanto ritornava, invincibile, e Milla, nei suoi sgomenti irragionevoli, temendo sempre di cadere, smarrita,soffocando la voglia di gridare, afferrava con mano convulsa il braccio di Drollino. Questi sentiva alla sua volta uno strano rimescolìo, un intimo turbamento lo sconvolgeva tutto. Ma senza fermarsi a chiedere cosa fosse, lo dominava, e, calmo egli stesso, rassicurava la Duchessa, ripetendole, col suo accento vibrato, di non temere, di fidarsi di lui. Le faceva animo; con un sorriso che aveva qualcosa d'imperioso e di supplichevole ad un tempo, con qualche raro:—Brava!—Milla si fidava, e ciò le giovava immensamente. Persisteva nella sua impresa, sostenuta dal pensiero che tutte queste difficoltà le incontrava per Giuliano, per procurargli il piacere di una sorpresa. E nei momenti critici, quando le pareva proprio di non poter più reggersi in sella, guardava intensamente Drollino, attingendo il sangue freddo nella calma scintillante di quello sguardo, certa che, in ogni caso, la mano di lui l'avrebbe sorretta. Ah, sì, Drollino era proprio un buon maestro!
Siccome il tempo era limitato, le lezioni si ripetevanoogni giorno, benchè, a dir vero, quell'esercizio violento, al quale non era abituata, stancasse non poco la Duchessa. Quando scendeva di sella, a mala pena si reggeva in piedi, e bene spesso, per uscir dal maneggio, doveva appoggiarsi al braccio di Drollino. Oh, com'era stanca.... tanto, che s'abbandonava quasi, così spossata com'era, sul saldo braccio del giovane maestro.
Il ritorno del Duca pose fine al primo periodo delle lezioni.
Egli era pallido, sbattuto; ma ne accagionò presso Milla la stanchezza della nottata, trascorsa in ferrovia. Era un po' nervoso, un po' inquieto; gli affari si complicavano, ma egli voleva spuntarla ad ogni costo, e però gli toccherebbe d'assentarsi ancora, forse, più volte. Portò, oltre aipandouceed ai canditi, una splendida collana di corallo e una ventina di gingilli in filagrana. Milla ne fu così lieta che si mise a piangere di contentezza, e non rifiniva di ringraziare suo marito.Ma Giuliano non pareva gustare moltissimo quella sfuriata di ringraziamenti, e forse per interromperli chiese d'un tratto:
—E la sorpresa?
—Non ancora—rispose Milla ridendo—sarà per quest'altra volta.
Ma non fu nemmeno per «quest'altra volta,» benchè, appena ripartito Giuliano, la Duchessa ricominciasse di gran lena le lezioni con Drollino. Quando il Duca tornò, non s'era per anco usciti dal maneggio. Stavolta le portò in regalo un anello in brillanti, ma non chiese della sorpresa. E, in capo a quindici giorni, ricevette delle lettere d'affari che l'obbligarono a ripartire.
Milla, che sulle prime, e per la ragione che sappiamo, aveva fatto buon viso alle nuove occupazioni di Giuliano, cominciava a trovarle ora un tantino indiscrete. Ora per l'appunto, quando egli era diventato così dolce, così compiacente, così premuroso per lei, glielo portavano sempre via.... sempre.... quei benedetti affari!
Milla era veramente felice, dimenticava il passato come si dimentica un brutto sogno. Giuliano s'era completamente ravveduto da quella sciagurata sorpresa dello scorso autunno. In fin dei conti, un po' di colpa ce l'aveva avuta anche lei, colla sua imprudenza. No, ora capiva bene com'è l'esistenza. Bisogna esser prudente, fuggire le occasioni, non mettere la paglia accanto al fuoco! Ora non c'era più pericolo di sorta, ed ella ormai era sicura di nuovo, meglio anzi di prima, del cuore di Giuliano!
Il giorno dopo la terza partenza di suo marito, Milla, nello scendere in maneggio, ebbe una sorpresa. Invece di Calif, trovò ad aspettarla Mia, già insellata e tenuta a mano da Drollino.
Esitò un momento, guardando il giovane.
Egli arrossì, ma disse dolcemente:
—Salga, signora Duchessa.
E quando l'ebbe bene adagiata sulla sella, soggiunse a bassa voce:
—Ho pensato che adesso, coi progressi cheabbiamo fatto, sarebbe bene di provare un cavallo nuovo.
—Ma non ti rincresce?—chiese Milla ridendo.
—No—rispose Drollino—e lei ci avrà più piacere a cavalcare Mia.
Infatti, era tutt'altra cosa! Mia aveva il boccato straordinariamente fino, le mosse pronte e leggere. Milla a poco a poco smetteva la paura, e prendeva a gustare l'indicibile soddisfazione del cavalcare. Cominciava a tenersi bene in sella, ad acquistare destrezza e disinvoltura; e Drollino provava un grande orgoglio quando vedeva la leggiadra amazzone, franca ormai e sicura, sul dorso di Mia. Gli parevano tutt'e due, nella bellezza aristocratica delle rispettive loro razze, creature privilegiate, incomparabilmente pregevoli. Entrambe in quel momento gli erano soggette, entrambe egli guidava colla voce, col gesto, collo sguardo; sentiva per entrambe come una bizzarra analogia di ammirazione appassionata;per Milla come per Mia, sarebbe stato capace di tutti i sacrifizi. L'ora della lezione era diventata per lui la più bella ora del giorno; l'aspettava ansiosamente, ma pure non senza un certo vago, nuovo timore, che a lui, così impavido, riesciva inesplicabile. Se a Milla, per esempio, succedesse qualcosa?... se cadesse?... se si facesse male?...
Gli accadeva, certe volte, di dover frenare un tremito quasi doloroso, quando serrava sullo stivaletto inglese della Duchessa la fibbia della staffa, o quando, dandole la briglia, le sua dita s'impigliavano fra quelle della signora. Certe volte, gli venivano delle strane idee; nella sua mente si combinavano certe insensate ipotesi. Se, per esempio, i loro cavalli, prendendo subitamente il morso fra i denti, fuggissero di conserva, e così a rompicollo li portassero lontano lontano.... in un sito d'onde non si potesse far ritorno...; se Mia s'impennasse, ed egli potesse salvare la Duchessa.... magari anche, morendo per lei!...Ma tutta queste vacue immaginazioni frullavano solo per un momento, e di rado, in quella testa di 22 anni, o meglio la sfioravano appena, e subito svanivano, di fronte alla logica semplicissima della realtà.
Il bello fu quando si cominciò ad uscire dal maneggio!
La lezione allora aveva luogo per lo spazio infinito dei pascoli. Drollino, nella sua qualità di maestro, cavalcava a pari della Duchessa; e questa, che non era mai stata altiera co' suoi dipendenti, non sdegnava di rivolgergli la parola, parlandogli alla buona, e facendolo parlare, come quando erano bambini. Drollino era fiero di poter condurre la signora per l'ampio verde dei pascoli che le appartenevano; faceva sfilare le mandre davanti a lei, le spiegava le consuetudini dell'allevamento, le insegnava a discernere le qualità che costituivano il pregio dei prodotti. Le impartiva alcune fra le immense cognizioni ch'egli possedeva sull'allevamento, e sapeva porgerle in unmodo che non era nè pedante, nè grossolano. Si infervorava, parlandole di quelle cose che per lui erano intimamente collegate alla forza, all'ardore della sua vocazione; i suoi accenti assumevano una specie di schietta e virile energia, in cui vibrava come un'eco lontana di passione invincibile.... La scena era bella, infinita, davanti a loro. Milla respirava a pieni polmoni l'aria calma e libera della pianura, e si compiaceva d'interrogare Drollino su quanto le cadeva sott'occhio.... Altre volte invece la Duchessa non si sentiva disposta a parlare, ed essi percorrevano in silenzio lunghi tratti di via, al galoppo, mentre lo scalpitìo dei loro cavalli risuonava così unito, così uguale sul terreno da parere il ritmo affrettato d'un ritornello senza fine.
Milla aveva preso a voler bene a Mia; le portava dello zuccaro e l'accarezzava di frequente. E a Drollino succedeva qualche volta, dopo aver ricondotta la cavalla in scuderia, di rimanere per lungo tempo immobile, collo sguardo fisso, collamano posata sulla lucente criniera di Mia, precisamente al posto dov'era scesa per un istante la carezza lieve della Duchessa.
Quando il Duca era in villa, le cose mutavano affatto, e Drollino evitava con ogni sua possa di trovarsi coi padroni. Stava molto in scuderia, e lo si trovava ordinariamente vicino alboxdi Mia.
In casa era tornato il tempo lieto. Quello delle scene era passato: il padrone s'era radicalmente corretto..., la malattia della Duchessa aveva fatto miracoli. Egli non pensava neppur per idea a lagnarsi della solitudine, non pareva sentir bisogno alcuno di svago, era affettuosissimo per Milla, e le portava ogni volta bellissimi regali. Tutti dicevano ch'era una vera consolazione, e che ormai la signora Duchessa era proprio felice. E per persuadersene non bastava forse vedere il Viso illuminato, raggiante di Milla? Essa metteva in opera certe raffinatezze, certe civetterie a cui perl'addietro non avrebbe certo pensato. Ogni tanto giungevano da Parigi delletoiletteselegantissime, che la giovane signora sfoggiava ad ogni ritorno di Giuliano. Era sempre in moto per casa, nel giardino s'udiva di frequente la sua esile, ma graziosa vocetta tentare qualche strofa di gentili romanze.
Era più che mai soave ed affabile, profondeva ai poveri vistose elemosine, avrebbe voluto poter sollevare tutte le miserie che la cadevano sott'occhio. Colmava costantemente di fiori gl'innumeri vasetti del suo salotto, e si cullava per ore ed ore nell'hamac, sognando, mezza desta, colle labbra semiaperte, in una dolcezza quasi estatica di sorriso.
Ma un giorno chiese impazientemente a Drollino:
—Ora posso andare sola col Duca?
Drollino rimase un momento in silenzio, come se non avesse afferrato bene il senso di quella domanda, ch'era pur tanto semplice:
—Dico—insistè la Duchessa—se possoandare per conto mio.... senza maestro, insomma?
Egli esitò un poco poi, con voce fioca, disse:
—Non ancora.
Milla, scontenta, tormentava la punta del suo frustino.
—Ha ancora bisogno d'impratichirsi un poco....—soggiunse Drollino dolcemente.—Ma presto potrà andar sola....
Essa fece un gesto annoiato.—Sola! non ho nessuna idea di andar sola.... Va pure—disse poi distrattamente a Drollino.
Drollino s'inchinò e tornò in scuderia. Camminava a passo lento, a capo chino.... come un uomo che ha ricevuto sul collo un colpo di bastone.
Certo.... la cosa era semplicissima; tanto semplice ch'egli chiedeva a sè stesso come mai non l'avesse avuta sempre davanti agli occhi. Sicuro! quella era la conseguenza immediata del suo zelo nell'insegnar l'equitazione alla Duchessa.... metterlain grado d'accompagnare.... anche a cavallo, suo marito.
Ancora qualche giorno, e le lezioni sarebbero finite.... ed egli diventava inutile a Milla.
Ebbene.... tanto meglio!... Egli era stanco di quella vita, ne sentiva talvolta come una specie d'uggia dolorosa, provava da qualche tempo in qua un'irritazione latente, ma incessante. Sentiva, così ad intervalli, un desiderio febbrile d'allontanarsi di lì, di mutar vita.... d'imbattersi in qualche distrazione nuova, potente, che lo togliesse alla vita stupida, inerte che avrebbe condotto ad Astianello quando fossero finite le lezioni dell'arte ch'egli idolatrava!...
L'antica tentazione riprese il suo impero sul cuore di quel giovane impetuoso. Egli si sentiva spostato ad Astianello, sapeva che i suoi compagni non l'avevano caro. In quanto ai padroni.... Del Duca, in fondo, non si poteva lagnare. Perchè, dunque, continuava ad odiarlo?... perchè, quando lo vedeva giungere bello, placido, colla barbad'oro così ben pettinata, si sentiva fremere e ribollire il sangue? Oh, no! non s'era mai potuto avvezzare a vederlo, a saperlo padrone, quell'intruso, quel gaudente, che tutto doveva all'amore d'una donna, e che, per rimeritarla, l'aveva un tempo resa infelice, l'aveva quasi condotta sull'orlo della tomba!... Drollino taceva, mordendosi le labbra, quando sentiva dai suoi compagni, o dai contadini, vantare l'attuale condotta di Giuliano; e quando lo vedeva accanto alla Duchessa, gli venivano degl'impeti violentissimi d'avversione. La diffidenza continuava, acre, spietata, nutrendosi del proprio elemento. Ora che non aveva più una ragione positiva di odiare quell'uomo, Drollino capiva d'odiarlo maggiormente. C'era dei momenti in cui gli veniva come un insano rammarico che Giuliano avesse lasciata la Russa. Pure egli avrebbe data la vita perchè Milla fosse felice.... Cos'era dunque questa contraddizione strana.... questa sensazione? Rimaneva come sbigottito da questa lotta interna, ch'egli non sapevaspiegare a sè stesso, e che lo tormentava. E un bel giorno, così all'improvviso, Drollino prese una decisione.
—Impossibile!—sclamò la Duchessa, quando l'agente venne ad informarla che il capo di scuderia s'era congedato per la fine del mese.
—Impossibile!—ripetè, con vero dispiacere,—Ma perchè vuol andar via Drollino? cos'è accaduto?... che ragioni dà?
—Ragioni, a dir vero, non ne dà nessune, signora Duchessa. È venuto nello studio stamane e ha detto che se n'andava, ecco tutto!
Milla non poteva capacitarsi.
—Provi a mandarlo da me, chissà che io non venga a capo di scoprir qualcosa. Dev'essere un malinteso. E lei, signor Damelli, non ha proprio nessun sentore dei motivi, delle intenzioni di quel giovane?
—Nessuno, signora Duchessa.—A meno che... non so.... m'hanno detto ch'egli avrebbe l'idea di farsi soldato.
—Soldato?... ripetè Milla. Soldato?
Il signor Damelli si congedò e di lì a cinque minuti capitò Drollino.
La Duchessa si trovava in quel tal salotto chinese dove tanti anni addietro, aveva saputo ottenere per Drollino, il dono di Mia e dove aveva dato a questo, per forza, quel memorabile bacio.
Milla avrebbe voluto ora far della diplomazia con Drollino. Ma la diplomazia non era mai stato il forte di quella cara donnina. Si limitò dunque a chiedere impetuosamente al giovane, il quale stava muto, grave dinanzi a lei:
—Oh Drollino! è vero che vuoi andar via?
—È vero, signora Duchessa.
—Ma perchè.... che idea!... ma ti pare?... Ti hanno fatto qualche torto, qualche soverchieria?
—No.... signora Duchessa.
—Di' la verità.... Hai qualche motivo?
—Nessun motivo, signora Duchessa. È così.... una mia idea.
—Vuoi che ti faccia aumentare il salario?vuoi tornare alla tenuta? Se desideri qualcosa, dillo francamente. Lo sai che sono sempre contenta di te e che t'ho sempre voluto bene.
—Lo so, rispose Drollino con voce tremante. E una specie di sorriso, stranamente triste passò sul volto dei giovane.
—E anche mio marito,—proseguì Milla, anche lui, adesso, ti vuol bene.
Il sorriso scomparve in un baleno dal volto di Drollino e gli succedette una lieve contrazione nervosa.
—Sicuro,—continuò Milla, con soave insistenza, avevamo anche fissato di mandarti a Londra, perchè accompagnassi qui i cavalli nuovi, pel tiro a quattro.
Ma la Duchessa dovette accorgersi, studiando la fisonomia inflessibile di Drollino, che neppure quella splendida suggestione, valeva a farlo recedere dal suo proposito.
Non insistette. Quell'ostinazione invincibile la offendeva.
—Allora,—disse con subita alterigia, quand'è così, va pure.
Ma un momento dopo, sentì una lagrima spuntarle sul ciglio. Ella voleva bene ai suoi; a quelli di casa sua. E ne rimanevano pochi ormai ad Astianello. I nuovi servitori, scelti dal Duca, avevano a poco a poco, accaparrati i posti migliori.
E ora.... anche Drollino. Era un altro lembo del passato che scompariva.
Egli vide quella lagrima e rimase inchiodato al suo posto pallido, atterrito.
—Signora Duchessa,—disse con voce tremante; creda.... anch'io.... mi perdoni....
—Oh Drollino! sclamò Milla, smettendo subito il fare risentito, perchè mi dai questo dispiacere?
Egli fece un passo avanti.
—Oh no.... non dica così.... signora Duchessa.... creda.... anzi.... che io....
—Ti assicuro—proseguì Milla, che faresti tanto dispiacere anche al Duca.
Drollino diè un passo indietro, volle parlare, ma non gli venne fatto....
—È impossibile! disse finalmente—bisognache vada.
Ma il suo viso aveva un'espressione così turbata, che Milla non seppe più adirarsi.
—Dimmi almeno il perchè?—chiese mestamente.
Il giovane scosse il capo.
—Che vuole—signora Duchessa, m'è venuto un desiderio, che so io, una smania di girare il mondo, di veder degli altri siti, delle altre tenute. Ma mi ricorderò sempre sa, di lei.... della sua bontà per me. E forse, di qui a un po' di anni.... chissà che non torni.... già.... a cercare ancora.... i miei cavalli.... qui a Astianello.
Drollino non sapeva più quel che dicesse. Milla, invece, cominciava a persuadersi.
—Ah! Drollino!... mi rincresce tanto. Avevo certe idee.... certi progetti.... Pensa.... andar via ora, dopo che m'avevi insegnato a montar a cavallo.
Il giovane si morse le labbra.
—Sicuro....—rispose—così adesso si divertirà.... Adesso che può andar sola....
Un momento di silenzio regnò nella sala. Poi Drollino disse timidamente, con uno sforzo terribile:
—Signora Duchessa, vuol tenere Mia?
—Mia!...—esclamò la Duchessa, maravigliata e commossa.
—Sì, signora...; scuserà se mi prendo questa libertà, ma ho visto che vanno così bene loro due.... e son persuaso che la tratterà sempre bene, nevvero?... e così forse.... si ricorderanno qualche volta di me....
—Oh! Drollino—disse intenerita la Duchessa—vuoi proprio lasciarmi Mia?... Ma non ti rincresce.... davvero?
—No, no.... non mi rincresce.... Tanto, non saprei come fare a condurla ora.... e poi è giusto.... perchè, si ricorda?... è stata lei che me l'ha fatta avere....
Gli pareva di compiere un doloroso atto di giustizia. Aveva la mente e gli occhi pieni del ricordo della scena accaduta lì.... in quella stessa sala, tanti anni prima. Si vedeva, bambino, debole, agitato, sentiva ancora sulle labbra un'impressione che gli pareva quella d'un ferro rovente, l'impressione d'un bacio di bambina.
Milla, con un atto inconsulto, gli stese la mano.... Ma subito, memore che non andava fatto, la ritrasse. Ma era indicibilmente commossa, mormorò:
—Oh Drollino, oh Drollino!...—con un accento di gratitudine che valutava e compensava tutto il sacrificio di quel povero ragazzo.
Egli tremava lievemente, e teneva il capo chino come un colpevole.
In quel bizzarro colloquio successe una pausa bizzarra anch'essa.... piena per entrambi d'indefinibili incertezze.
—Senti, Drollino—disse finalmente la padrona—vedo che tu.... hai proprio fissato diandar via.... Ma non farmi il dispiacere di farlo ora, mentre siamo qui. Tanto, fra poco, andiamo ai bagni.—Sperava che in quel tempo si ravvedesse, chi lo sa, che rinunziasse a quel suo assurdo progetto.
Egli rimase scontento, combattuto. Avrebbe preferito andarsene subito. Un segreto istinto gli suggeriva di rifiutare, di lasciare Astianello al più presto. Ma gli occhi castani di Milla, ancora umidi diquellalagrima, erano alzati a guardarlo, senza alterigia di sorta, pieni di benevolenza e di dolcezza. Egli non seppe dir di no.... Fece un cenno d'adesione, e chinò ancora il capo.
—In quanto a Mia—disse Milla affettuosamente—ti ringrazio.... la terrò sempre cara, e non ti dimenticherò mai.
Egli se ne andò colle labbra strette strette, cogli occhi semi-chiusi.
Il Duca, quando riseppe la cosa, non mostrò, a dir vero, tutto il rincrescimento che Milla gli aveva generosamente attribuito. Non gli facevanè caldo, nè freddo, ora che non c'erano ospiti in villa. Non perdette però quell'occasione di canzonare Milla, pei gusti vagabondi dei suoi protetti. Non si commosse nemmeno pel dono di Mia. Chiese solo a sua moglie quanto aveva avuta la dabbenaggine di pagargliela a colui.
—Pagarla.... sclamò Milla—che cascava dalle nuvole.... pagarla?... Ma t'accerto che non è stato nulla di simile.... Non abbiamo scambiata una parola, su questo proposito.
—Eh! lo so anch'io che con te, non avrà parlato di prezzo. Ma te ne avvedrai quando farai i conti col signor Damelli.
—Credi.... proprio?... E io che m'ero commossa!... Ma pure....
—Per bacco, mia cara, è chiara come il giorno. Voleva liberarsene; non sapeva come, e te l'ha affibbiata; ecco tutto! Ora poi sarei curioso di sapere ciò che pretendi fare di quella bestia, tu che non hai mai voluto saperne di cavalcare.
—Ah!—rispose Milla, lieta del suo mistero.—Non importa, lascia fare a me!... L'attaccherò allagiardiniera, e imparerò a guidare.
—Uhm!—disse il Duca—è troppo forte per lagiardiniera, andrebbe meglio colphaèton. È ancora una buona cavalla. Quasi quasi, ora che non è più di quel biricchino, avrei una mezza idea di provarla io stesso. Domani forse....
Drollino era fermo sulla soglia del cancello di fronte al viale. E quivi per l'appunto vide Mia, la sua Mia, attaccata alphaètone guidata dal Duca.
Non molto ben guidata, a dir vero; Giuliano la conduceva come un dilettante conduce, per lo più, un cavallo che sta provando. Alquanto a casaccio, cioè, tirando indiscretamente i filetti ora a destra, ora a sinistra, tormentandole il morso in bocca, spingendola, con certe mosse intempestive delle redini che dovevano torturare la povera bestia, abituata alla mano salda, mirabilmente esperta, di Drollino.
Questi divenne livido, sentì nell'interno dell'animo come uno schianto. Cogli occhi spalancati, immoto, come impietrito, guardò quello spettacolo, che lo straziava.
Il Duca non s'avvide di lui. S'indispettiva contro Mia che non voleva ubbidirlo, e, in difetto di più persuasivi argomenti, le rovesciò addosso una furia di scudisciate.
Drollino trattenne un grido. Ah! quelle scudisciate! gli parve d'averle ricevute lui, attraverso alla vita! Ebbe un impulso violento e prepotente di spiccare un salto, di precipitarsi verso ilphaèton, d'afferrare lui lo scudiscio e di....
Ma si contenne. Si morse a sangue le labbra, e torse lo sguardo. Mia si avviava con un trotto incerto, rotto, pesante, mentre il Duca, con una aria avvezza, dimenava trionfalmente la frusta.
Drollino s'accorse d'esser tutto sudato. Un pensiero crudele gli passò pel capo:—Oh! se Mia potesse impennarsi in quel momento, far cadere colui.... fargli rompere il collo....
Oh, se avesse saputo.... se avesse potuto prevedere.... Egli, che aveva fatto quel supremo sacrifizio per lei.... per la Duchessa.... perchè avesse una buona cavalla e un motivo di ricordarsi.... del passato. Oh! se avesse saputo.... Mia.... la sua Mia!
Un'onda di torbide fantasie gli sconvolse per un momento il cervello; gli parve di smarrire ogni idea che non fosse dolore, ira, rabbia impotente.
No, non poteva far nulla.... ormai.... Certo.... egli era stato un grande imbecille; la colpa era sua. Doveva pur saperlo ciò che il Duca era per Milla. Un idolo a cui tutto era dovuto, persino l'omaggio ultimo.... il dono lasciato a lei, per lei da un povero cavallaro che se ne andava. Non ebbe un pensiero di rimprovero per Milla. Ma la sua avversione per Giuliano prese da quel punto le proporzioni d'una passione tormentosa.
Se ne andò verso il pascolo, e non tornò alla villa se non tre giorni dopo, quando seppe cheGiuliano era andato di nuovo per la quarta volta a Genova, onde conferire con quella celebrità d'avvocato che trattava i suoi affari.
Non si doveva risapere, eppure si riseppe. Fu per tutti una gran maraviglia, e se ne parlò molto, sottovoce, con una vera grandine di commenti. Va via per questo, per quest'altro. Non si poteva adottare la versione nuda e semplice dell'affare: un capriccio di Drollino. Ci doveva esser qualche motivo segreto, qualche grossa magagna scoperta di recente.
—Eh!—osservò sghignazzando Battista in un conciliabolo tenuto allo scopo di discutere la questione—avranno scoperto qualche cosa di questo genere.—E fece colle dite aperto il gesto come di chi pizzica le corde dell'arpa.—E siccome è uno della casa, e lo proteggono a spada tratta, avranno accomodato le cose alla chetichella.... e fanno figurare che....
—Non è vero, non è vero niente—urlò inviperitala Carolina, prendendo le difese di Drollino con un calore, con una energia che le valsero addirittura un subisso di allusioni più o meno riguardose; ma tutte dirette a constatare lo stato veramente anormale del suo cuore. Tanto che, sentendosi così accanitamente attaccata, la giovane battè una pronta ritirata, e si rifugiò nei solinghi recessi della guardaroba a piangere le sue speranze perdute, e a disperarsi della partenza di Drollino e dell'insolenza di Battista.
Anche il conciliabolo ebbe un'eco, mentre sarebbe stato assai più desiderabile che non l'avesse avuto. E fu la Carolina stessa che, vantandosi apertamente della sua difesa, disse a Drollino cos'aveva detto di lui quel birbante di Battista. Drollino l'ascoltò in pace, non le fece nè ringraziamenti, nè scuse. Non si indignò delle accuse del cameriere; ebbe un'ombra strana, pallida di sorriso. Forse non si maravigliò; certo è che non accennò d'esser maravigliato. La Carolina rimase scontenta e perplessa. Aveva sperato,senza confessarlo a sè stessa, che Drollino sarebbe rimasto più colpito dal suo generoso intervento e avrebbe data maggior importanza alla sua rivelazione. Ma invece se ne andrebbe quietamente, senza rompere il muso a quella canaglia di Battista.
Poichè, è d'uopo confessarlo, il cameriere del signor Duca non godeva affatto le simpatie dei suoi colleghi. Non si poteva negare la sua valentìa, egli possedeva in tutto e per tutto l'arte del suo mestiere.
Ma la sua onestà non era neppur più problematica ed egli, da qualche tempo in qua, si trascurava non poco. Battista era bene spesso ubbriaco, e s'andava ingolfando in certe avventure rustiche, tutt'altro che perdonabili e pur sempre, se non perdonate, ignorate dall'inesauribile indulgenza del Duca. Ora poi, in assenza del padrone, Battista abusava assolutamente della sua libertà.... al punto di passare quasi tutta la giornata, nonchè parecchie ore della sera, in una botteguccia con spaccio di liquori, situata allaestremità del paese e dove trovava del rhum più forte di quello della dispensa, un'ostessa tarchiata e tre o quattro buoni compagni, ai quali egli insegnava dei bellissimi giuochi di carte di una facilità maravigliosa, e che ogni persona che si rispetta deve aver famigliari. I buoni compagni avevano un'ammirazione illimitata per quel personaggio così ben vestito e colle tasche così ben guarnite.
Drollino non aveva certamente fatto gran caso del riferto della Carolina. Ma nella sua mente, così logica e risoluta, invece della gratitudine, si levava per l'appunto una specie di rammarico e l'idea che la cameriera avesse fatto male a dirgli come fosse andata la cosa. Ora, tornava proprio indispensabile, prima ch'egli lasciasse Astianello, ch'egli si prendesse la briga di cacciar quattro denti in gola, a quella canaglia.
Lasciò passar qualche giorno; poi si decise. Già.... non lo aveva mai potuto soffrire colui; quel protetto del signor Duca!
Andò a cercarlo la sera stessa, nel noto botteghino. Laggiù si giocava molto e sicuri, dietro la complice ombra d'una cortina di cotone verde che separava dalla bottega propriamente un bugigattolo scuro, stretto, sucidissimo. La rustica sirena era andata ad una sagra vicina e in vece sua stava al banco un ragazzotto mezzo addormentato.
Drollino non penetrò nell'antro dove si giocava, stette in bottega aspettando, paziente ed immobile, davanti ad un bicchierino d'anisette.
Dietro la cortina verde, si sentiva un vocìo assordante ed un continuo moto di bicchieri, e ogni tanto lo squillo d'una moneta che risonava sul tavolo. Allora soltanto il ragazzo si riscoteva, destandosi come al suono d'una musica gradita e collo sguardo stupido, ma già vizioso, ammiccava confidenzialmente Drollino.
—È il signor Battista! disse alfine e con voce misteriosa. È proprio lui.... se sapesse.... quanti!...
—Quanti?... Che?... rispose Drollino distrattamente.
—Oh bella? denari. Non sa cheluiperde sempre; e sempre paga.
Il bello della cosa, pel ragazzo, era per l'appunto che il perdente pagasse. Drollino invece non esternò nessuna meraviglia. Ma con un susseguirsi, macchinalmente ragionato, di pensieri, egli finiva col chiedere a sè stesso: Come fa?...
Battista aveva un forte salario; questo si sapeva. Ma si sapeva pure che aveva dei vizi, anzi molti vizi, e che a mantenerli tutti, non sarebbero bastate tre di quelle splendide paghe. E ora giocava così rovinosamente e pagava.... pagava....
Di là, si sentivano correre le monete sul tavolo ma eran gli avversari che vincevano. Era facile, ascoltando, tener dietro alle varie fasi del giuoco.
—Come mai? chiedeva ostinatamente Drollino a sè stesso.
Finalmente ebbe termine la partita, ed i giocatori entrarono tutti nel botteghino, che si riempì subito d'un denso fumo di pipe, e dell'eco di grossolane esclamazioni, di parolaccie, di sguaiatiscoppi di risa. I vincitori facevano gazzarra, ma il vinto era anch'esso di buonissimo umore e rideva, più rumorosamente degli altri. Anzi volle pagare ancora un bicchiere di vino bianco alla compagnia.
—Diavolo!—urlò al ragazzotto che vedendoli già alticci, esitava a servirli, hai capito di stappare? Hai paura, forse, che non ti si paghi? Sappi, brutta faccia di pagnotta, che dove c'è Battista, la miseria non ci può stare e che a casa mia quando non ce n'è più, ce n'è ancora.
Scoccava già la mezzanotte, quando la comitiva si sciolse.
Battista uscì ultimo, e Drollino, il quale lo aveva sempre aspettato in silenzio e senza unirsi ai buoni compagni, gli tenne dietro. Lo lasciò andare avanti finchè non ebbe oltrepassato il villaggio. Non voleva provocar chiassi e baruffe in vicinanza dell'abitato. Le ragioni che aveva da dirgli gliele direbbe all'aperto, sulla strada maestra.
Senonchè, quando furono usciti dall'ombra delle case, egli s'accorse che colui aveva un modo bizzarro di camminare, tutto a sbalzi e a zig-zag.
—Ho capito, pensò Drollino; è ubbriaco.
Non volle profittare di quella circostanza, cimentandosi con un uomo che non avrebbe potuto tenergli testa.
—Sarà per un'altra volta! mormorò fra sè e sè.
E si pose a camminare frettolosamente, senza altro intendimento che di far pronto ritorno alla villa.
Ma, oltrepassando il cameriere, s'avvide che questi era affatto incapace di raccapezzare dove metteva i piedi. Era uno sconcio spettacolo quell'uomo che camminava barcollando sulla strada, battuta dal lume di luna, in vicinanza della villa... Bell'onore per la casa.... se qualcuno lo vedeva.
E, sotto l'impero di questo timore, Drollino risolse di ricondurre egli stesso Battista per evitare, se si poteva, ogni scandalo. Gli s'accostò e lo chiamò forte per nome.
—Ah!—rispose l'altro fermandosi....—sei tu, Drollino?... Bel nome davvero.... E un bel giovanotto, anche.... ma allegro come un martôro. E dunque eh! ho sentito che te ne vai.... Fai bene, perdio.... Si vegeta in questa baracca, in questo nido di.... colombini.
E strizzava gli occhi sorridendo sguaiatamente, con un'espressione che tentava d'essere ironica.
—Bisogna vedere il mondo.... ragazzo mio.... Andare di qua, di là..., a Parigi.... a Londra.... fare come ho fatto io col signor Duca.... Ah! allora però.... non erano i tempi buoni come adesso!... Denari, ora, denari come terra.... Il signor Duca.... non dice mai di no.... quel briccone! Sfido io, sfi....
Ora si trattava di mettersi pel viale, e c'era da passare la porticina. Fu una vera impresa che Drollino condusse a buon fine, impiegandovi però più d'un quarto d'ora. Poi dovette aiutare colui a percorrere il viale, evitando di urtare i tronchi degl'ippocastani, in quell'ombra fitta cheBattista faceva risonare delle sue frasi sempre più sconnesse d'ubbriaco di buon umore. Ma, come Dio volle, giunsero sulla spianata.
Erano scoccate le dodici; la villa dormiva quietamente, con tutte le finestre chiuse, nel silenzio della notte.
Battista continuava a parlare, consigliando fervorosamente Drollino a imitarlo, a star allegro, ad assicurarsi.... le bontà del padrone. Gl'insegnava che i padroni vanno tenuti per il collo, vanno! E non bisognava star ingrognati, bisognava essere come lui, allegri, sollazzevoli.
E subito, colla voce avvinazzata, si pose improvvisamente a cantare le prime strofe d'una canzonaccia.
—Cristo!—sclamò a bassa voce Drollino, tappandogli la bocca colle mani,—taci, mascalzone; potresti destar la signora Duchessa!
—Ah!—rispose impermalito l'ubbriaco—che maniere!... va al diavolo tu e la Duchessa!... Me ne importa tanto di quella faccia di carta!
Ma di subito cangiò parere.
—A proposito,—disse con somma confidenza a Drollino—se vuoi venir qui.... ho una cosa da dirle.... alla signora Duchessa. Ho da dirle....
E alzava la voce. Drollino, fremendo, lo interrompeva, cercava di condurlo via in fretta, ma Battista, incaponito in un'ideaccia tutta sua, non voleva muoversi, e seguitava a parlar forte.
Drollino stava per afferrarlo alla vita, portarlo via a forza, e quindi gettarlo in un angolo remoto del giardino a smaltire il suo vino; ma invece rimase immobile come impietrito, guardando l'ubbriaco con uno sguardo spaventato. Una, fra le insensate frasi dello sciagurato cameriere l'aveva colpito.—Valla a chiamare.... voglio dirle la verità.... di Genova e del signor Duca.
—Il signor Duca?...—chiese cautamente Drollino, chinandosi verso Battista.—Genova?..
—Sì, sì—ripeteva con voce gorgogliante l'ubbriaco—tanto bisogna che lo sappia.... ungiorno o l'altro.... che la Russa.... E l'avvocato.... ah! l'avvocato!...
L'occhio di Drollino ebbe un lampo di feroce ansietà. Egli si chinò ancora di più sull'ubbriaco, che seguitava:
—L'avvocato! l'ho visto io, l'avvocato!... Eh uno strascico lungo lungo di seta e tanti bei ricciolini, e quelle spalle bianche. Per Dio, ha ragione il Duca.... è bella quella Russa....
Di subito l'ubbriaco si fece malinconico.
—Poverina!—disse, tentando di accennare le finestre della facciata—poverina, povera donnina, mi fa pena.... se sapesse?...
E si mise a piagnucolare: l'ubbriachezza in lui si faceva tenera, sentimentale! E nell'iterarsi di grotteschi singhiozzi, in quel lagrimare ributtante, le frasi riuscivano smozzicate, e le parole, rotte, non avevan più senso.
Drollino rimase un momento in forse:—Vino o verità?—chiese angosciosamente a sè stesso, guardando Battista, che, colpito improvvisamentedal sonno plumbeo dell'ebbrezza, s'era buttato sull'erba e pareva già addormentato.
—Bisogna saperlo.... ad ogni costo—mormorò sotto voce Drollino.—E se è vero!...
Nel vivo lume della luna, una mano bruna, nervosa si protese con un gesto di minaccia implacabile.
Poi Drollino afferrò l'ubbriaco, inetto ormai ad opporgli la minima resistenza; se lo cacciò sulle spalle come un sacco di biada, e, passando dalla scala interna di servizio, lo portò nella propria cameretta, quella che occupava attualmente al terzo piano della villa. Lo gettò sul letto in modo abbastanza ruvido; ma il sonno dell'ubbriaco era ormai così profondo ch'egli non se ne risentì per nulla.
Drollino sedette appiè del letto, e rimase desto per tutta la notte, vegliando Battista.
Era giorno fatto quando il cameriere si risentì; girò attorno gli sguardi, attonito di trovarsi lì, in camera di Drollino.
—Cosa diamine?—chiese.
—Nulla, mio caro.... Ti ho trovato per via e t'ho portato qui.
—Oh!—rispose Battista confuso, ma tentando un risolino.—Ho capito. Eh, son traditori questi vostri vinetti leggieri; e poi un po' di rhum.... sicuro.
Non era più brillo, ma aveva ancora la testa balorda, lo stomaco sconvolto, o parlava con un fare melenso.
—Sicchè—continuò, alquanto impacciato—m'hai proprio trovato per via? Sarà, sarà.... non mi ricordo più! E dormivo, eh?
—No, allora non dormivi; non facevi che strillare e chiacchierare.
—Ah! sì, chiacchieravo?—E divenuto subitamente inquieto, soggiunse in tono negligente:—Oh bella, chiacchieravo? e, così per curiosità.... cosa dicevo?
Drollino alzò le spalle, e si sforzò a sorridere. L'altro non ardiva insistere, ma lo guardava, dubbioso.
—Mio caro—continuò Drollino—sta tranquillo. Hai detto un monte di bestialità. Per fortuna che c'ero soltanto io a udirti, e ciò che tu dicevi lo sapevo da un pezzo.
—Tu...!—sclamò Battista con vivo malcontento.—Sapevi già.... cosa?
—Ma certo!—continuò freddamente Drollino.—Credevi d'esser tu solo a possedere il segreto del signor Duca?
—Ma come diavolo hai fatto a sapere?
—Ch'egli si reca là a Genova....—ed esitò ammiccando.
—Sì, per trovarsi con lei!—finì brutalmente Battista—con la Russa. Capirai, tutte questo reticenze, che sugo hanno adesso? Il diavolo ci porti.
—Questo—rispose pacatamente Drollino—è affar mio e non ti riguarda.
—Ma, allora, perchè non me ne hai mai parlato?
—Perchè? Perchè non m'accomodava. Cosac'entro io con questo cose? Io me ne vado fra poco, e buona notte. E può essere che, per tacere, avessi anch'io delle buone ragioni come le hai tu.
Battista non arrossì, e si pose vivamente le mani in tasca.
—Non ce n'è quasi più—disse, facendo ballare fra le dita due o tre monete.—Io però le godo e sto allegro, e fo star allegri gli altri, mentre tu.... Che bocca amara m'è rimasta!... A dir vero, il Duca fa le cose bene.... da gran signore, non è vero?
Drollino assentì. Certo; il Duca pagava bene il loro silenzio.
—Eh!—continuò Battista con una risata maligna—non gli conviene a far diversamente. Davvero, si troverebbe in un bell'impiccio se a me saltasse il ticchio.... Perchè, capisci, l'andrà; finchè mi pare, ma se un bel giorno colui mi rompesse proprio le tasche, io vado da lei, e le rifiato tutto quanto; capisci?
—Ah! le rifiati tutto quanto.... Andiamo, via, non sei capace!
—Io non son capace!... L'avresti a vedere. Vado là, franco come uno schioppo, e le conto la storia. Signora Duchessa; succede così e così. Il suo signor marito va a Genova per abboccarsi coll'avvocato.... E l'avvocato, Dio mi danni, è la Russa.... quella Baronessa che.... se l'è tornato a prendere per vendetta.
—Per vendetta?—chiese tranquillamente Drollino, stendendo appiè del letto la sua snella persona.
—Sicuro—continuò Battista, che, passato il primo momento di dispetto, trovava ora un certo gusto a potere finalmente parlar con qualcuno di quella cosa così gustosa e proficua.—Ce l'aveva amara con la Duchessa, perchè qui erano accadute quelle scene, ti ricordi? Bene, dunque, quando noi fummo a Napoli, essa scrisse al padrone. Ma questi aveva ancora la paura che gli morisse la moglie, e non rispose. Allora quellas'impuntigliò, e gli tenne dietro a Nizza. La signora era un po' indisposta e usciva di rado. Un giorno, lui se ne va a Montecarlo, e ci trova la Russa. Stette ancora un poco sul tentennare, poi ci ricascò.... meglio di prima. Ecco qua.... la sapevi tu com'era andata?