Mimi Bluettefiore del mio giardinoGUIDO DA VERONAMimi Bluettefiore del mio giardinoROMANZOSettima Edizione—Dal 111oal 160oMigliaioR. BEMPORAD & FIGLIO—EDITORI—FIRENZEMCMXXPROPRIETÀ LETTERARIAI diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesiStab. Tipo–Litogr. FED. SACCHETTI & C.—MILANO—Via Zecca Vecchia, 7DELLO STESSO AUTORE:Lʼamore che torna—1908Ultima edizione—dal 100oal 150omigliaioRomanzoColei che non si deve amare—1910Ultima ediz.—dal 131oal 180omigliaioRomanzoLa vita comincia domani—1912Ultima ediz.—dal 105oal 155omigliaioRomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo—1914dal 41oal 71omigliaioStoria di una giornataLa donna che inventò lʼamoreUltima ediz.—dal 96oal 145omigliaioRomanzoMimi Bluette fiore del mio giardino—1916Ultima ediz.—dal 111oal 160omigliaioRomanzoIl libro del mio sogno errante—1919Ultima ediz.—dal 51oal 100omigliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena—1920Terza ediz,—dal 101oal 150omigliaioRomanzoLe altre opere sono esaurite o fuori commercio e lʼA. ne vieta la ristampa.Nota degli EditoriPerdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese dʼAprile, per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le quali sono per natura destinate a non esserlo più.Quel giorno aveva circa diciottʼanni; era bella, fresca, e si voleva bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad un altro di volerle bene insieme con lei.Questʼaltro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio dʼamido male insaldato.Presentava, così al primo vedersi, un aspetto confortevole dʼetisia. Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile dannunziano.Questʼuomo, per lei, rappresentò lʼamore; la forza irresistibile del primo amore.Nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città, vʼè sempre qualche ragazza di diciottʼanni che può innamorarsi dʼuno studente in medicina.Sua madre non ne fu contenta.Sua madre viveva con la pensione dʼun Banchiere stanco; regalava cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e, quando incontrava taluno che volesse pagarsi—anche a buon prezzo—il capriccio di verificarlo, non diceva di no.Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono mese: qualche volta anche prima.Entrambe le consigliarono di rinverginire.In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere un canino falso, e partì.Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non fosse accaduto niente.Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione.Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino di mughetti nella fresca cintura, coprendosi lʼamabile viso con un ombrellino da sole.Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una tanta madre, lʼintiepidito fuoco dʼamore della sua passione giubilata.Era un uomo dʼoltre cinquantʼanni e sapeva che il denaro è la poesia della vita.Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la seconda sua verginità.Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta.Che brava bambina!Questʼultima volta bisognava darsi ad un conoscitore;bisognava scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita, rimanere «il suo primo amante».Cʼera un Irresistibile.Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini, mazzarelle di tutte le specie: portava lʼocchialetto e si chiamava Conte.Non faceva nientʼaltro che fare lʼIrresistibile. Tutte le belle cittadine avevano dormito con lui: qualcuna in verità, molte altre in sogno.Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse allʼIresistibile.Le mondane si davano per niente allʼIrresistibile.Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità lʼIstituto di Bellezza, forse avrebbero pagate volentieri le grazie dellʼIrresistibile.Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo. Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria fotografia. Con dedica.Nel cuore della donna lʼIrresistibile sapeva leggere a prima vista. Era così esperto in materia di psicologia femminile, che, al suo cospetto, ammutolivano i più fini conoscitori. Nel proprio inventario contava ogni anno circa una mezza dozzina di vergini. E questo è un buon numero, perchè ai tempi nostri le vergini sono difficili a trovarsi. Ma lʼIrresistibile ne trovava, e—pare—con grande facilità.Certa sera, in un teatro, al fianco della sua madre baldanzosa, ella portava con modestia un bellʼabito regalatole dal Banchiere.LʼIrresistibile, dopo averla saettata con la fiamma delsuo terribile occhialetto, si volse agli amici, per dir loro che la biondina di terza fila era indiscutibilmente una magnifica ragazza.Tutti furono dʼaccordo nel trovarla una magnifica ragazza.LʼIrresistibile mandò la fioraia del teatro ad offrirle quel che aveva di più leggiadro nel suo galeotto paniere.Questa fioraia ben sapeva come si porgono mazzi di fiori alle signorine con madre in cerca di marito. Alla fine dello spettacolo, presso lʼuscita, lʼIrresistibile in cravatta bianca le invitò a cena.La gentildonna dal seno classico dovette naturalmente rispondere:—«Ma le pare?... Non è davvero possibile, gentilissimo signore!»Tuttavia si lasciarono accompagnare sino al portone di casa. E ciò che piacque molto alla vergine fu il saluto che lʼIrresistibile fece, descrivendo nellʼaria un movimento perfetto con il suo guanto bianco ed il suo cappello a tuba.La saggia madre disse alla vergine, su per le scale:—Con quei tipi, mia cara, bisogna stare attente a non scivolare sopra un canapè.La vergine, in risposta, non disse nulla. Perchè forse quel grande pericolo non le incuteva una soverchia paura.Allora, il primo giorno, fecero una passeggiata sentimentale.Il secondo giorno, in vettura chiusa, ella si lasciò molestare.Il terzo giorno, con molta cipria su la gola, si recò dalui per confessargli chʼera vergine...La sera dellʼultimo giorno, il consumato Irresistibile riuscì a persuadersi, o beata innocenza!... che il fatto era innegabilmente vero;—e per la terza volta le rubò quel fiore che i pedanti chiamano verginità.Sʼinnamorarono.Questa luna di miele tramontò col volgere del secondo mese, quando lʼIrresistibile, che aveva in quei tempi un soverchio lavoro, la cedette con molte raccomandazioni ad un amico facoltoso.Ella ne fu certamente un poco triste. Poichè lʼamico facoltoso, non saprei quali difetti avesse, ma come uomo proprio non le piaceva.Era un signore logico e serio, meticoloso come una dieresi, tetro di abiti e con la barba ispida.Ondʼella cominciò a fargli mansuetamente le corna con i suoi giovani amici eleganti, scegliendo quelli che sapessero ballare con più grande vertiginosità.Poichʼella sentiva per la danza una passione da vera innamorata e la musica dʼunʼorchestra le dava quella ebbrezza che il poeta cerca di esprimere nel ritmo della poesia. Sua madre inoltre le consigliava di andare qualchevolta, fra le quattro e le sei del pomeriggio, nelle case di convegno.Questo, perchè lʼuomo facoltoso, con barba ispida, era piuttosto avaro.La casa di convegno è lʼultima eredità pagana che forse durerà perpetua nelle città cattolicissime. In esse, per tutte le classi di cittadine, come già fu nei templi di Babilonia e di Efeso, la prostituzione è sacra. La tenitrice, in molti casi, è una brava madre di famiglia, che si confessa parecchie volte allʼanno e frequenta iritrovi della piccola borghesia. Non di rado è più bella che le sue belle clienti; ma non è cosa molto agevole farle commettere peccato. Suo marito è geloso, e quando non cʼè il marito, vʼè un amante fiero ed energico, il quale sorveglia la sua castità, ma sopra tutto i suoi incassi.La casa di convegno è una scuola di filosofia: là sʼimpara che la bellezza deve rassegnarsi al piacere del primo venuto, e che, per godere le gioie del mondo, bisogna sempre lasciar lʼideale in portineria.Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi Bluette.Come cʼera un Irresistibile, così cʼera un Pittore. Uno di queʼ pittori che giornalmente stemperano un poʼ di poltiglia colorata sopra una tela cattolica od ortodossa, e per ciò solo divengon noti, qualche volta celebri.Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava nel caso dar torto alla natura, non a lui. Un critico dʼarte, fra quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia, aveva messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, lapastosità del nudo, che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo Pittore.Le attrici alla moda—quelle che hanno inventata una maniera trascendentale per esprimere lʼinteriezione: Ah...—si recavano soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata, chiamandolo: Maestro...Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi mettere in cornice da lui.Con le ragazze Americane faceva il seminudo.Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, lʼaltra no, nella celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza dʼuna cassa da morto. Lʼappartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere. Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, chʼera gelosa come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano lʼappetito.Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza e nelle bottiglierie.Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro, molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè misurava non meno di duemetri per tre. Gli occorreva un certo seno speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di Cecilia Malespano.Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli propose di giocarsi la bibita ai dadi.Il Pittore fece nove.Il nottambulo tre. Perdette.Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo battagliero Maestro di scherma.Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:—Va molto bene, mia cara piccina...E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più su, di faccia e da tergo, si andava di benein meglio, questo Pittore scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un facchino perchè Cecilia non istava mai ferma.Oltre il prezzo di modella, per qualcosa chʼegli si volle accordare inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in compenso era molto originale.Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine, le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo nome da teatro.Il quadro doveva chiamarsi: «Lo Specchio della Felicità»—oppure: «La felicità di guardarsi nello specchio»—oppure, semplicemente: «Lo specchio».Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario contemporaneo.In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per avventura questo bel nome azzurro: Mimi Bluette.Il nome gli piacque tanto, che, detto fatto, lʼappiccicò sul quadro.Allʼapertura dellʼEsposizione, la ragazza ed il Pittore si recarono a Venezia.Non saprei dire se ricevette più elogi questi o più visite quella, ma il fatto sicuro è il seguente: che tutti volevano Mimi Bluette.Mimi Bluette non era Caterina Seconda, e poteva tuttʼalpiù ricevere due volte al giorno, serbando il decoro necessario per non subire troppe rimostranze dal morigerato Segretario dellʼalbergo.Alle rimostranze trovò rimedio, lasciandosi cadere nelle braccia del sullodato Segretario, chʼera un bel giovine, poliglotta, il quale piaceva molto alle malinconiche forestiere.Ma, quanto allʼaffluenza, non trovò che una via dʼuscita: far salire strepitosamente il conteso prezzo deʼ suoi baci.Questa risoluzione, che pare tanto semplice, non venne in mente alla dolce Bluette. Era una brava ragazza, poco interessata, piena dʼanima nascosta e di nascosta poesia. Non aveva in sè che un unico amore: la danza, non viveva che per un grande sogno: lasciarsi portar via dalla musica, diventare un giorno ballerina.Chi le dette questo consiglio fu per avventura un certo bellimbusto elegante, il quale proteggeva le ragazze inesperte nei casi difficili della vita loro.Mimi Bluette era una stordita. Non diede retta, se non in parte, ai buoni consigli di questo Protettore. Alla chiusura dellʼEsposizione di Venezia ella possedeva tuttavia molti bauli pieni dʼabiti costosi, molte cappelliere piene di franceserie stravaganti e fiorite, qualche gioiello ragguardevole, nonchè un bel gruzzolo, che doveva bastarle a compiere gli studi per divenir ballerina.Ma il Protettore non la perdeva dʼocchio, e si permise un giorno di somministrarle due schiaffi stupefacenti, perchè, dopo essere stata sua più di una volta, quella sera, con il pretesto dellʼemicrania, gli disse di no.Erano i primi due schiaffi che Bluette riceveva da un uomo; la cosa le fece più maraviglia che dolore.Poi eran dati bene, senza preamboli, prima col palmo, poi col rovescio della mano, tanto chʼella vide ben due volte rifulgere il prisma del brillante che il Protettore portava in dito.Non seppe cosa rispondergli, povera Mimi Bluette.... ma si avvide, come per miracolo, che lʼemicrania era passata. Si guardò nello specchio, si mise molta cipria su le guance arrossate, poi dolcemente cominciò a slacciarsi la camicetta.Solo, quando fu in letto, vicino a lui, scoppiò in un dirotto pianto.Il Protettore si commosse. Aveva i bei capelli neri che gli cadevano su la faccia oscura. Spiegò a Bluette che le voleva bene, chʼera geloso di lei, anzi la preferiva senza paragone a tutte lʼaltre donne della sua vita.Forse, in quel momento, non mentiva.Incominciò a baciarla, ma in quel modo particolare che solo intendono i maschi avvezzi a tutte le donne, i maschi avvezzi ad essere amati dalle donne.Bluette apriva gli occhi lucenti sotto le grandi lacrime; lo guardava traverso il biondo vapore deʼ suoi capelli arruffati. Sentiva di essere stata battuta, e questo le dava una passiva ebbrezza fisica, un dolore di novità quasi riconoscente.Non voleva essere donna, per quellʼamante bello e temibile; ma si coricava, si coricava sempre più, con un turbamento insolito, sotto quella bocca forte.Egli le prese il piacere nel pianto;—ed infatti ella piangeva di piacere.Divenne curiosa di lui, come una ragazza che legga un libro dʼamore proibito.Si accorse della sua bellezza virile, che prima non aveva quasi neanche osservata, e con gli occhi fermi ascoltava il suono della sua voce ambigua, osservava il riso deʼ suoi bianchissimi denti. Era lì, con lei, disteso come un cattivo leopardo vicino ad una piccola preda; con lei sola, nella notte inoltrata; sentiva chʼera uomo forse da ucciderla,—e questo le piaceva.Le piaceva molto una specie di obliquità che, nel riso, prendevano i suoi occhi, neri come perle nere; le piaceva molto la robusta magrezza del suo corpo flessibile, quel braccio arido che si affondava, premendo i suoi capelli sparsi, nel profondo cuscino.Le parlava con vivacità, con evidenza, dʼaltre donne chʼerano state sue, che si erano piegate per lui a molti sacrifizi, che si erano contese, talvolta con acerbe gelosie, con piccole tragedie, il suo capriccioso amore.Le raccontava queste cose pianamente, con una specie di negligente fatuità, saltando con brio di cosa in cosa, da un particolare nellʼaltro, dal nome di una amante nobile a quello dʼuna ballerina, tra i molti paesi ovʼera stato, fra le avventure più dissimili,—e tutto questo con verità.Bluette si accorse dʼimprovviso che gli altri maschi erano effeminati al suo confronto, che a lui non si poteva disubbidire, chʼegli solo era un uomo.Non si moveva più; quella voce ambigua lʼaveva soggiogata; si raffigurava ed invidiava le donne chʼerano state sue. Non aveva profferito ancora una parola, si era lasciata prendere in silenzio, nascondendo il suo piacere, facendo quasi uno sforzo per chiudere tutte lesue vene a quellʼamore troppo forte che lʼassaliva... E poi sʼera stretta fra le spalle bianche, sotto i capelli biondi, per ascoltarlo mentre parlava. Ma dʼun tratto le parve dʼessere ubbriaca, di non avere più memoria, le parve dʼessere una donna come le altre, innamorata e gelosa di lui...Di colpo gli serrò le braccia intorno al collo, fece un nodo con se stessa, ed in silenzio, con tutte le sue vene, gli promise:—Anchʼio...Cʼè una notte in cui la ragazza galante sʼaccorge dʼessere ancor paurosa ed innocente come la fanciulla chʼesce da un educandato.Il Protettore si chiamava Max.Questʼuomo pieno di esperienza le spiegò che lʼItalia è un paese dove le belle donne si sciupano senza trovare adeguata fortuna. Le insegnò allora dieci vocaboli francesi, parlandole con molto buon senso della gaia Repubblica Transalpina.Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del «Frou–Frou».Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno, diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino alla morte:—«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de Lyon».Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e reboando come un ciclopico mammut.Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose: «Merci, bonjour!»—e si sentì felice come una Parigina.Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più grande, con la Tour Eiffel.Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessereafferrata nel vortice dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte, ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri. Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli bianchi dei camerieri da caffè.Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina; e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima Maximum chez Dusausoy—Bouillons Maggi—le Matin sait tout—la Revue de lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien—Le Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant; Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie et Lélie, società in accomandita, della quale eragerente un emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»; Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere, jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers, ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio; poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali, durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo favorito.Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di tutto imparò qualche frase dʼargot.Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette dimenticarlo.Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri tipi era coerente con il bisogno di camparela sua vita. Così ella perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore dei buoni provinciali.La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua lunga sigaretta russa: —Fi!... tʼes une gourde!E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»—Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da parere in piedisovra due stampelle; una fisionomia di cera con due grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità. Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka, tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di positivo.Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.Gli raccomandarono Bluette.Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:—Faut achalander, ma poule!...«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.Garcia–Pois lourd, boxeur deluso, per quanto a sua volta non fosse un aborigeno, diede tuttavia la spiegazione:—«Eh, bon Diô! ça vô dire tirrer les cliannts! Achalandèrr, achalandèrr, quoi!...»Micaello, creatore dʼuna valse chaloupée, si assunse lʼincarico di farne in poche settimane «la premièrre dansôse de la Scalà.» Era un bel ragazzo, agile come una pallottola, con occhi da Saraceno. «Et tou me payeras quand tou auras plous de gallette!... Ze ne suis pas compatriote pour rienn, ze ne suis pas!...»Quando seppe il Cake–walk, la Sailorʼs–dance, laChaloupée e tutto il resto, Jennie–Minnie–et Lélie vennero a proporle di fare un numero insieme: Micaello vestito da negro e lor quattro vestite col bianco della loro pelle. Max e Jean Kiki avevano scoperta frattanto unʼAmericana, ossigenata e robusta, che sfruttavano in società.Il numero di bianco e nero mandò in visibilio quel rispettabile pubblico, e, sebbene le altre avessero più scuola, quella che piacque fu Bluette.Il Régisseur la ficcò nella Rivista, indi la portò a cena.Il Régisseur era un uomo scrupoloso, che pagava lo Sciampagna sei franchi sotto il prezzo della lista e diceva al maggiordomo:—Voyons, Ernest, ne mʼembête plus avec ta cousine! Si elle ne parvient pas à relever son gros derrière, qui lui tombe sur les mollets, comment veux–tu que jʼen fasse une Commère?Quanto a Bluette, le disse:—Je ne te donne rien, ma petite, mais aussi je ne te demande rien: ce qui est fort gentleman de ma part.Bluette si mise a ridere, passandogli una mano leggera sul cocuzzolo calvo.Soltanto lo pregò di farle portare carta penna e calamaio, perchè voleva scrivere due parole a sua madre.«Cara mammina.Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Manon importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese. Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio; mammina; ti manda un bacio la tuaBluette»Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della rottura fra Max e Bluette.In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere; non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.—Enfin, ce collier?—diceva la Grande Rouquine, con la sua voce cavernosa e combusta.—Zut!... laisse–moi dire...—fece Bluette.—Laisse–la dire, la Grande!—insistette Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, con la sua voce di fenomeno da fiera.—Tu vois bien quʼelle les a, ses perles!... Sans quoi elle aurait gueulé comme une bécasse: il mʼa volé mes perles!... il mʼa volé mes perles, ce grand salaud!—Tais–toi, Koff. Tu mʼembêtes!—rispose Bluette.—Je ne suis plus une gourde à lʼheure quʼil est! Mesperles, je les avais données a Lélie, pour quʼelle me les garde.—Si tu mʼavais choisi moi,—fece Boblikoff—tʼaurais pas eu tant de déboires!Pʼtit–Béguin era seduto quasi in braccio a Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, che gli carezzava i capelli brillanti, color del mogano, forse innamorata di lui perchè faceva il suo stesso mestiere.Florina–Bey si bisticciava con un compare di rivista nominato Patrik Audel.Poco dopo entrò Max, torvo e coi denti serrati. Senza guardare nessuno si mise in un angolo, coi due gomiti su la tavola.Bluette gli andò vicino, con lʼintenzione visibile di riaccendere la lite. Gli altri la seguirono, e stando lʼuno dietro la spalla dellʼaltro, si tenevano pronti ad assumere le difese di Bluette.—Eh bien, je te dis, moi, que tu peux faire ton sac et décamper quand tu voudras!—gli espose Bluette con le mani sui fianchi.—Voilà quinze mois que tu mʼexploites, et je nʼai rien dit parce que je suis douce...Gli occhi obliqui di Max la fissarono con un cattivo riso. Poi squadrò velocemente le fisionomie dei presenti, ma dovette accorgersi che gli erano ostili.—Oui, douce... et tout le monde peut le dire! Mais jʼen ai plein le dos, mon bellâtre! Va–t–en chez ta momie américaine! Si elle a du goût pour toi, quʼelle se le passe! Quant à moi, je te dis: La barbe! et lorsque Bluette a dit: La barbe...—zut, mon pʼtit, cʼest pour toujours!—Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!—bassoprofondò Boblikoff.—Penses–tu?—fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi, afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:—Vas–y tout droit, et rentre!Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento le immense braccia di Boblikoff.Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta, gridava con la sua voce cauterizzata:—Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je siffle afin quʼon tʼ coffre!Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della «Noche de Garufa».Del tutto inutile anche «La Noche de Garufa»! Max, torcendo fra le sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno. Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.—Sauve–moi Koff....—pregava Bluette sottovoce.—Mince! laisse–la, je te dis!—ruggì Boblikoff, diventando bianco.—Fous–moi la paix, cosaque!—bestemmiò Max. Allora, col braccio sinistro, Boblikoff sollevò leggermenteil peso di Bluette, e simile ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo toccava per tentare di farlo muovere.Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro Boblikoff.Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia, poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno. La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad altri ciondoli.Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli pareva dʼavere lo stomaco fracassato.Quando fu il momento di stendere il processo verbale:—Mais quel procès–verbal!—celiò la Grande Rouquine.—Ce pauvre Max a tellement bu, quʼil va rendre ses intestins! Fichtre!... et ma Vieille Chartreuse? Oh, la, la... cʼquʼil est bath quand il est poivre!... Sʼpas Max, que tʼen a bu un coup de trop? Ecoute bien ce que dit la Grande... Quand tu seras degrisé, tu nʼauras quʼà répondre au Commissaire:—«Voyons! quelle foutaise!... jʼen avais une telle pochetée!... le rigolo est parti tout seul...»E Limka, battendo lʼarchetto sul violino, piegato su la spalla il suo ceffo da irresistibile roso dal vaiolo, riattaccava, per mettere le cose al posto, il tango malinconico della «Noche de Garufa».
Mimi Bluette
fiore del mio giardino
GUIDO DA VERONA
fiore del mio giardino
ROMANZO
Settima Edizione—Dal 111oal 160oMigliaio
R. BEMPORAD & FIGLIO—EDITORI—FIRENZE
MCMXX
PROPRIETÀ LETTERARIAI diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi
Stab. Tipo–Litogr. FED. SACCHETTI & C.—MILANO—Via Zecca Vecchia, 7
DELLO STESSO AUTORE:
Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e lʼA. ne vieta la ristampa.
Nota degli Editori
Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese dʼAprile, per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le quali sono per natura destinate a non esserlo più.
Quel giorno aveva circa diciottʼanni; era bella, fresca, e si voleva bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad un altro di volerle bene insieme con lei.
Questʼaltro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio dʼamido male insaldato.
Presentava, così al primo vedersi, un aspetto confortevole dʼetisia. Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile dannunziano.
Questʼuomo, per lei, rappresentò lʼamore; la forza irresistibile del primo amore.
Nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città, vʼè sempre qualche ragazza di diciottʼanni che può innamorarsi dʼuno studente in medicina.
Sua madre non ne fu contenta.
Sua madre viveva con la pensione dʼun Banchiere stanco; regalava cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e, quando incontrava taluno che volesse pagarsi—anche a buon prezzo—il capriccio di verificarlo, non diceva di no.
Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono mese: qualche volta anche prima.
Entrambe le consigliarono di rinverginire.
In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere un canino falso, e partì.
Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non fosse accaduto niente.
Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione.
Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino di mughetti nella fresca cintura, coprendosi lʼamabile viso con un ombrellino da sole.
Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una tanta madre, lʼintiepidito fuoco dʼamore della sua passione giubilata.
Era un uomo dʼoltre cinquantʼanni e sapeva che il denaro è la poesia della vita.
Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la seconda sua verginità.
Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta.
Che brava bambina!
Questʼultima volta bisognava darsi ad un conoscitore;bisognava scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita, rimanere «il suo primo amante».
Cʼera un Irresistibile.
Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini, mazzarelle di tutte le specie: portava lʼocchialetto e si chiamava Conte.
Non faceva nientʼaltro che fare lʼIrresistibile. Tutte le belle cittadine avevano dormito con lui: qualcuna in verità, molte altre in sogno.
Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse allʼIresistibile.
Le mondane si davano per niente allʼIrresistibile.
Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità lʼIstituto di Bellezza, forse avrebbero pagate volentieri le grazie dellʼIrresistibile.
Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo. Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria fotografia. Con dedica.
Nel cuore della donna lʼIrresistibile sapeva leggere a prima vista. Era così esperto in materia di psicologia femminile, che, al suo cospetto, ammutolivano i più fini conoscitori. Nel proprio inventario contava ogni anno circa una mezza dozzina di vergini. E questo è un buon numero, perchè ai tempi nostri le vergini sono difficili a trovarsi. Ma lʼIrresistibile ne trovava, e—pare—con grande facilità.
Certa sera, in un teatro, al fianco della sua madre baldanzosa, ella portava con modestia un bellʼabito regalatole dal Banchiere.
LʼIrresistibile, dopo averla saettata con la fiamma delsuo terribile occhialetto, si volse agli amici, per dir loro che la biondina di terza fila era indiscutibilmente una magnifica ragazza.
Tutti furono dʼaccordo nel trovarla una magnifica ragazza.
LʼIrresistibile mandò la fioraia del teatro ad offrirle quel che aveva di più leggiadro nel suo galeotto paniere.
Questa fioraia ben sapeva come si porgono mazzi di fiori alle signorine con madre in cerca di marito. Alla fine dello spettacolo, presso lʼuscita, lʼIrresistibile in cravatta bianca le invitò a cena.
La gentildonna dal seno classico dovette naturalmente rispondere:—«Ma le pare?... Non è davvero possibile, gentilissimo signore!»
Tuttavia si lasciarono accompagnare sino al portone di casa. E ciò che piacque molto alla vergine fu il saluto che lʼIrresistibile fece, descrivendo nellʼaria un movimento perfetto con il suo guanto bianco ed il suo cappello a tuba.
La saggia madre disse alla vergine, su per le scale:
—Con quei tipi, mia cara, bisogna stare attente a non scivolare sopra un canapè.
La vergine, in risposta, non disse nulla. Perchè forse quel grande pericolo non le incuteva una soverchia paura.
Allora, il primo giorno, fecero una passeggiata sentimentale.
Il secondo giorno, in vettura chiusa, ella si lasciò molestare.
Il terzo giorno, con molta cipria su la gola, si recò dalui per confessargli chʼera vergine...
La sera dellʼultimo giorno, il consumato Irresistibile riuscì a persuadersi, o beata innocenza!... che il fatto era innegabilmente vero;—e per la terza volta le rubò quel fiore che i pedanti chiamano verginità.
Sʼinnamorarono.
Questa luna di miele tramontò col volgere del secondo mese, quando lʼIrresistibile, che aveva in quei tempi un soverchio lavoro, la cedette con molte raccomandazioni ad un amico facoltoso.
Ella ne fu certamente un poco triste. Poichè lʼamico facoltoso, non saprei quali difetti avesse, ma come uomo proprio non le piaceva.
Era un signore logico e serio, meticoloso come una dieresi, tetro di abiti e con la barba ispida.
Ondʼella cominciò a fargli mansuetamente le corna con i suoi giovani amici eleganti, scegliendo quelli che sapessero ballare con più grande vertiginosità.
Poichʼella sentiva per la danza una passione da vera innamorata e la musica dʼunʼorchestra le dava quella ebbrezza che il poeta cerca di esprimere nel ritmo della poesia. Sua madre inoltre le consigliava di andare qualchevolta, fra le quattro e le sei del pomeriggio, nelle case di convegno.
Questo, perchè lʼuomo facoltoso, con barba ispida, era piuttosto avaro.
La casa di convegno è lʼultima eredità pagana che forse durerà perpetua nelle città cattolicissime. In esse, per tutte le classi di cittadine, come già fu nei templi di Babilonia e di Efeso, la prostituzione è sacra. La tenitrice, in molti casi, è una brava madre di famiglia, che si confessa parecchie volte allʼanno e frequenta iritrovi della piccola borghesia. Non di rado è più bella che le sue belle clienti; ma non è cosa molto agevole farle commettere peccato. Suo marito è geloso, e quando non cʼè il marito, vʼè un amante fiero ed energico, il quale sorveglia la sua castità, ma sopra tutto i suoi incassi.
La casa di convegno è una scuola di filosofia: là sʼimpara che la bellezza deve rassegnarsi al piacere del primo venuto, e che, per godere le gioie del mondo, bisogna sempre lasciar lʼideale in portineria.
Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi Bluette.
Come cʼera un Irresistibile, così cʼera un Pittore. Uno di queʼ pittori che giornalmente stemperano un poʼ di poltiglia colorata sopra una tela cattolica od ortodossa, e per ciò solo divengon noti, qualche volta celebri.
Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava nel caso dar torto alla natura, non a lui. Un critico dʼarte, fra quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia, aveva messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, lapastosità del nudo, che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo Pittore.
Le attrici alla moda—quelle che hanno inventata una maniera trascendentale per esprimere lʼinteriezione: Ah...—si recavano soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata, chiamandolo: Maestro...
Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi mettere in cornice da lui.
Con le ragazze Americane faceva il seminudo.
Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.
Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, lʼaltra no, nella celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza dʼuna cassa da morto. Lʼappartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere. Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, chʼera gelosa come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano lʼappetito.
Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza e nelle bottiglierie.
Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.
Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro, molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè misurava non meno di duemetri per tre. Gli occorreva un certo seno speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di Cecilia Malespano.
Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli propose di giocarsi la bibita ai dadi.
Il Pittore fece nove.
Il nottambulo tre. Perdette.
Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.
Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.
Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo battagliero Maestro di scherma.
Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.
Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.
La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:—Va molto bene, mia cara piccina...
E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più su, di faccia e da tergo, si andava di benein meglio, questo Pittore scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un facchino perchè Cecilia non istava mai ferma.
Oltre il prezzo di modella, per qualcosa chʼegli si volle accordare inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in compenso era molto originale.
Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.
I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine, le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo nome da teatro.
Il quadro doveva chiamarsi: «Lo Specchio della Felicità»—oppure: «La felicità di guardarsi nello specchio»—oppure, semplicemente: «Lo specchio».
Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario contemporaneo.
In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per avventura questo bel nome azzurro: Mimi Bluette.
Il nome gli piacque tanto, che, detto fatto, lʼappiccicò sul quadro.
Allʼapertura dellʼEsposizione, la ragazza ed il Pittore si recarono a Venezia.
Non saprei dire se ricevette più elogi questi o più visite quella, ma il fatto sicuro è il seguente: che tutti volevano Mimi Bluette.
Mimi Bluette non era Caterina Seconda, e poteva tuttʼalpiù ricevere due volte al giorno, serbando il decoro necessario per non subire troppe rimostranze dal morigerato Segretario dellʼalbergo.
Alle rimostranze trovò rimedio, lasciandosi cadere nelle braccia del sullodato Segretario, chʼera un bel giovine, poliglotta, il quale piaceva molto alle malinconiche forestiere.
Ma, quanto allʼaffluenza, non trovò che una via dʼuscita: far salire strepitosamente il conteso prezzo deʼ suoi baci.
Questa risoluzione, che pare tanto semplice, non venne in mente alla dolce Bluette. Era una brava ragazza, poco interessata, piena dʼanima nascosta e di nascosta poesia. Non aveva in sè che un unico amore: la danza, non viveva che per un grande sogno: lasciarsi portar via dalla musica, diventare un giorno ballerina.
Chi le dette questo consiglio fu per avventura un certo bellimbusto elegante, il quale proteggeva le ragazze inesperte nei casi difficili della vita loro.
Mimi Bluette era una stordita. Non diede retta, se non in parte, ai buoni consigli di questo Protettore. Alla chiusura dellʼEsposizione di Venezia ella possedeva tuttavia molti bauli pieni dʼabiti costosi, molte cappelliere piene di franceserie stravaganti e fiorite, qualche gioiello ragguardevole, nonchè un bel gruzzolo, che doveva bastarle a compiere gli studi per divenir ballerina.
Ma il Protettore non la perdeva dʼocchio, e si permise un giorno di somministrarle due schiaffi stupefacenti, perchè, dopo essere stata sua più di una volta, quella sera, con il pretesto dellʼemicrania, gli disse di no.
Erano i primi due schiaffi che Bluette riceveva da un uomo; la cosa le fece più maraviglia che dolore.
Poi eran dati bene, senza preamboli, prima col palmo, poi col rovescio della mano, tanto chʼella vide ben due volte rifulgere il prisma del brillante che il Protettore portava in dito.
Non seppe cosa rispondergli, povera Mimi Bluette.... ma si avvide, come per miracolo, che lʼemicrania era passata. Si guardò nello specchio, si mise molta cipria su le guance arrossate, poi dolcemente cominciò a slacciarsi la camicetta.
Solo, quando fu in letto, vicino a lui, scoppiò in un dirotto pianto.
Il Protettore si commosse. Aveva i bei capelli neri che gli cadevano su la faccia oscura. Spiegò a Bluette che le voleva bene, chʼera geloso di lei, anzi la preferiva senza paragone a tutte lʼaltre donne della sua vita.
Forse, in quel momento, non mentiva.
Incominciò a baciarla, ma in quel modo particolare che solo intendono i maschi avvezzi a tutte le donne, i maschi avvezzi ad essere amati dalle donne.
Bluette apriva gli occhi lucenti sotto le grandi lacrime; lo guardava traverso il biondo vapore deʼ suoi capelli arruffati. Sentiva di essere stata battuta, e questo le dava una passiva ebbrezza fisica, un dolore di novità quasi riconoscente.
Non voleva essere donna, per quellʼamante bello e temibile; ma si coricava, si coricava sempre più, con un turbamento insolito, sotto quella bocca forte.
Egli le prese il piacere nel pianto;—ed infatti ella piangeva di piacere.
Divenne curiosa di lui, come una ragazza che legga un libro dʼamore proibito.
Si accorse della sua bellezza virile, che prima non aveva quasi neanche osservata, e con gli occhi fermi ascoltava il suono della sua voce ambigua, osservava il riso deʼ suoi bianchissimi denti. Era lì, con lei, disteso come un cattivo leopardo vicino ad una piccola preda; con lei sola, nella notte inoltrata; sentiva chʼera uomo forse da ucciderla,—e questo le piaceva.
Le piaceva molto una specie di obliquità che, nel riso, prendevano i suoi occhi, neri come perle nere; le piaceva molto la robusta magrezza del suo corpo flessibile, quel braccio arido che si affondava, premendo i suoi capelli sparsi, nel profondo cuscino.
Le parlava con vivacità, con evidenza, dʼaltre donne chʼerano state sue, che si erano piegate per lui a molti sacrifizi, che si erano contese, talvolta con acerbe gelosie, con piccole tragedie, il suo capriccioso amore.
Le raccontava queste cose pianamente, con una specie di negligente fatuità, saltando con brio di cosa in cosa, da un particolare nellʼaltro, dal nome di una amante nobile a quello dʼuna ballerina, tra i molti paesi ovʼera stato, fra le avventure più dissimili,—e tutto questo con verità.
Bluette si accorse dʼimprovviso che gli altri maschi erano effeminati al suo confronto, che a lui non si poteva disubbidire, chʼegli solo era un uomo.
Non si moveva più; quella voce ambigua lʼaveva soggiogata; si raffigurava ed invidiava le donne chʼerano state sue. Non aveva profferito ancora una parola, si era lasciata prendere in silenzio, nascondendo il suo piacere, facendo quasi uno sforzo per chiudere tutte lesue vene a quellʼamore troppo forte che lʼassaliva... E poi sʼera stretta fra le spalle bianche, sotto i capelli biondi, per ascoltarlo mentre parlava. Ma dʼun tratto le parve dʼessere ubbriaca, di non avere più memoria, le parve dʼessere una donna come le altre, innamorata e gelosa di lui...
Di colpo gli serrò le braccia intorno al collo, fece un nodo con se stessa, ed in silenzio, con tutte le sue vene, gli promise:—Anchʼio...
Cʼè una notte in cui la ragazza galante sʼaccorge dʼessere ancor paurosa ed innocente come la fanciulla chʼesce da un educandato.
Il Protettore si chiamava Max.
Questʼuomo pieno di esperienza le spiegò che lʼItalia è un paese dove le belle donne si sciupano senza trovare adeguata fortuna. Le insegnò allora dieci vocaboli francesi, parlandole con molto buon senso della gaia Repubblica Transalpina.
Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del «Frou–Frou».
Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno, diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino alla morte:—«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»
Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de Lyon».
Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e reboando come un ciclopico mammut.
Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose: «Merci, bonjour!»—e si sentì felice come una Parigina.
Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più grande, con la Tour Eiffel.
Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessereafferrata nel vortice dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte, ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri. Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli bianchi dei camerieri da caffè.
Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina; e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima Maximum chez Dusausoy—Bouillons Maggi—le Matin sait tout—la Revue de lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien—Le Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.
Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant; Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie et Lélie, società in accomandita, della quale eragerente un emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»; Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.
Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere, jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers, ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio; poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali, durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo favorito.
Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di tutto imparò qualche frase dʼargot.
Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette dimenticarlo.
Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri tipi era coerente con il bisogno di camparela sua vita. Così ella perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.
Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore dei buoni provinciali.
La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua lunga sigaretta russa: —Fi!... tʼes une gourde!
E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.
Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»
—Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!
Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.
La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da parere in piedisovra due stampelle; una fisionomia di cera con due grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità. Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.
Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.
Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka, tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.
Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di positivo.
Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.
Gli raccomandarono Bluette.
Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:—Faut achalander, ma poule!...
«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.
Garcia–Pois lourd, boxeur deluso, per quanto a sua volta non fosse un aborigeno, diede tuttavia la spiegazione:—«Eh, bon Diô! ça vô dire tirrer les cliannts! Achalandèrr, achalandèrr, quoi!...»
Micaello, creatore dʼuna valse chaloupée, si assunse lʼincarico di farne in poche settimane «la premièrre dansôse de la Scalà.» Era un bel ragazzo, agile come una pallottola, con occhi da Saraceno. «Et tou me payeras quand tou auras plous de gallette!... Ze ne suis pas compatriote pour rienn, ze ne suis pas!...»
Quando seppe il Cake–walk, la Sailorʼs–dance, laChaloupée e tutto il resto, Jennie–Minnie–et Lélie vennero a proporle di fare un numero insieme: Micaello vestito da negro e lor quattro vestite col bianco della loro pelle. Max e Jean Kiki avevano scoperta frattanto unʼAmericana, ossigenata e robusta, che sfruttavano in società.
Il numero di bianco e nero mandò in visibilio quel rispettabile pubblico, e, sebbene le altre avessero più scuola, quella che piacque fu Bluette.
Il Régisseur la ficcò nella Rivista, indi la portò a cena.
Il Régisseur era un uomo scrupoloso, che pagava lo Sciampagna sei franchi sotto il prezzo della lista e diceva al maggiordomo:—Voyons, Ernest, ne mʼembête plus avec ta cousine! Si elle ne parvient pas à relever son gros derrière, qui lui tombe sur les mollets, comment veux–tu que jʼen fasse une Commère?
Quanto a Bluette, le disse:—Je ne te donne rien, ma petite, mais aussi je ne te demande rien: ce qui est fort gentleman de ma part.
Bluette si mise a ridere, passandogli una mano leggera sul cocuzzolo calvo.
Soltanto lo pregò di farle portare carta penna e calamaio, perchè voleva scrivere due parole a sua madre.
«Cara mammina.
Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Manon importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese. Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio; mammina; ti manda un bacio la tua
Bluette»
Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della rottura fra Max e Bluette.
In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere; non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.
—Enfin, ce collier?—diceva la Grande Rouquine, con la sua voce cavernosa e combusta.
—Zut!... laisse–moi dire...—fece Bluette.
—Laisse–la dire, la Grande!—insistette Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, con la sua voce di fenomeno da fiera.—Tu vois bien quʼelle les a, ses perles!... Sans quoi elle aurait gueulé comme une bécasse: il mʼa volé mes perles!... il mʼa volé mes perles, ce grand salaud!
—Tais–toi, Koff. Tu mʼembêtes!—rispose Bluette.—Je ne suis plus une gourde à lʼheure quʼil est! Mesperles, je les avais données a Lélie, pour quʼelle me les garde.
—Si tu mʼavais choisi moi,—fece Boblikoff—tʼaurais pas eu tant de déboires!
Pʼtit–Béguin era seduto quasi in braccio a Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, che gli carezzava i capelli brillanti, color del mogano, forse innamorata di lui perchè faceva il suo stesso mestiere.
Florina–Bey si bisticciava con un compare di rivista nominato Patrik Audel.
Poco dopo entrò Max, torvo e coi denti serrati. Senza guardare nessuno si mise in un angolo, coi due gomiti su la tavola.
Bluette gli andò vicino, con lʼintenzione visibile di riaccendere la lite. Gli altri la seguirono, e stando lʼuno dietro la spalla dellʼaltro, si tenevano pronti ad assumere le difese di Bluette.
—Eh bien, je te dis, moi, que tu peux faire ton sac et décamper quand tu voudras!—gli espose Bluette con le mani sui fianchi.—Voilà quinze mois que tu mʼexploites, et je nʼai rien dit parce que je suis douce...
Gli occhi obliqui di Max la fissarono con un cattivo riso. Poi squadrò velocemente le fisionomie dei presenti, ma dovette accorgersi che gli erano ostili.
—Oui, douce... et tout le monde peut le dire! Mais jʼen ai plein le dos, mon bellâtre! Va–t–en chez ta momie américaine! Si elle a du goût pour toi, quʼelle se le passe! Quant à moi, je te dis: La barbe! et lorsque Bluette a dit: La barbe...—zut, mon pʼtit, cʼest pour toujours!
—Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!—bassoprofondò Boblikoff.
—Penses–tu?—fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi, afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:—Vas–y tout droit, et rentre!
Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento le immense braccia di Boblikoff.
Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta, gridava con la sua voce cauterizzata:
—Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je siffle afin quʼon tʼ coffre!
Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della «Noche de Garufa».
Del tutto inutile anche «La Noche de Garufa»! Max, torcendo fra le sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno. Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.
—Sauve–moi Koff....—pregava Bluette sottovoce.
—Mince! laisse–la, je te dis!—ruggì Boblikoff, diventando bianco.
—Fous–moi la paix, cosaque!—bestemmiò Max. Allora, col braccio sinistro, Boblikoff sollevò leggermenteil peso di Bluette, e simile ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.
Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo toccava per tentare di farlo muovere.
Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro Boblikoff.
Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia, poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.
Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno. La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».
Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.
Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad altri ciondoli.
Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»
«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli pareva dʼavere lo stomaco fracassato.
Quando fu il momento di stendere il processo verbale:—Mais quel procès–verbal!—celiò la Grande Rouquine.—Ce pauvre Max a tellement bu, quʼil va rendre ses intestins! Fichtre!... et ma Vieille Chartreuse? Oh, la, la... cʼquʼil est bath quand il est poivre!... Sʼpas Max, que tʼen a bu un coup de trop? Ecoute bien ce que dit la Grande... Quand tu seras degrisé, tu nʼauras quʼà répondre au Commissaire:—«Voyons! quelle foutaise!... jʼen avais une telle pochetée!... le rigolo est parti tout seul...»
E Limka, battendo lʼarchetto sul violino, piegato su la spalla il suo ceffo da irresistibile roso dal vaiolo, riattaccava, per mettere le cose al posto, il tango malinconico della «Noche de Garufa».