II.PER L'AFFRANCAMENTODELLA LIBRERIA ITALIANA

Seigneur, faut-il qu'elle aille, elle aussi, dans l'abîme?

Seigneur, faut-il qu'elle aille, elle aussi, dans l'abîme?

E Dio, con l'abituale misericordia:

Ne jetez pas ce qui n'est pas tombé.

Ne jetez pas ce qui n'est pas tombé.

Questa fantasia victorughiana, tra sublime e grottesca, m'è spesso tornata alla mente, in questi ultimi tempi, a proposito della cultura tedesca. Dopo che il tentativo di sopraffazione alemanna ebbe mostrato qual nòcciolo si nascondesse dentro la grassa e rubiconda polpa della Kultur, si cominciò ad esaminare di che qualità fosse anche codesta polpa. E piú d'uno scienziato italiano si diede alla salutifera analisi.

I loro scritti, sepolti in riviste scientifiche poco accessibili, o addirittura contese al gran pubblico, dovrebbero essere ristampati in edizioni popolari e aver larga diffusione in Italia. Mi sia lecito intanto ricordarne alcuno dei piú notevoli.

Il professor Bossi, direttore dell'Istituto ginecologico della Università di Genova, in una conferenza di chiusura dell'anno 1915, dimostrava come oramai, non solo nel campo ostetrico, bensí in genere in tutto il campo chirurgico, i tedeschi, piú che medici, siano da considerare dilettanti d'assassinio[36].

Federico Patetta, dell'Università di Torino, in un discorso inaugurale pronunciato il 4 novembre 1915, sottoponeva a minuta e profonda indagine di raffronto la civiltà latina e la germanica. E illuminava per ogni verso, rigorosamente, inconfutabilmente, con dottrina e genialità inesauribili, la ineliminabile barbarie tedesca[37].

Dante Bertelli, professore di anatomia a Padova, già nel 1912, nelDiscorso inaugurale per il Convegno della Unione Zoologica italiana, protestandocontro il mal vezzo di mandare i nostri giovani a perfezionarsi, cioè a incretinirsi, in Germania, scriveva queste sacrosante parole: «Oramai vediamo che giovani educati unicamente nel nostro Paese, pubblicano lavori i quali nulla hanno da invidiare a quelli eseguiti nelle piú culte nazioni. I nostri vecchi grandi anatomici si educarono in Italia e furono maestri alle genti: ci siamo liberati dal servaggio straniero politico, dobbiamo anche liberarci dal servaggio scientifico»[38].

Piú lungo discorso meriterebbero gli scritti di Ernesto Lugaro. Ernesto Lugaro è proprio il tipo dello scienziato italiano, quale era prima dell'intossicamento tedesco, quale dovrà tornare domani, quando l'intossicamento sarà neutralizzato, e speriamo per sempre. Egli è scienziato profondo e preciso: ma tuttavia, artista d'intuito e di studio, possiede una forma che gli potrebbero invidiare parecchi dei suoi colleghi di lettere, i quali, tirati su a pillole dimetodo scientifico, scrivono come veri emarginatori di pratiche letterarie. Egli sa quanto altri mai isolarsi nel silenzio e nell'ombra del suo laboratorio; ma, ben lungi dalla frigidità di tanti castroni, i quali, con la bella scusa chel'uomo di scienza non deve occuparsi di politica, evitano e si rifiutano di pronunziare il loro giudizio, del resto piú che superfluo, sui misfatti della Germania, sin dal principio della guerra ha rivolto il suo spirito appassionato ai multipli problemi che quella coinvolge. E in una serie di scritti vibranti, coloriti, suggestivi, ha dimostrata la insanabilità ed i pericoli della follia collettiva che ha invasa la Germania. Non sarà inutile riportare, per nostro mònito, le parole conclusive del suo primo scritto: «Molti segni mostrano come ci sia in Germania chi sente che già troppi legami sono rotti col mondo, e che bisogna cercare di salvare quelli che restano ancora.

«E qui sta il pericolo per l'avvenire. Bisogna tenerlo bene a mente, e ripeterselo sempre: questi legami che si voglion salvare sono le vie per cui si potrà rinnovare l'insidia; essi possono permettere di preparare a scadenza piú o meno breve il colpo piú sicuro. Questi legami vanno tagliati sino a quando la Germania, profondamente cambiata nella sua struttura politica, non dia serie garanzie d'intenzioni oneste e ragionevoli.

«La Germania deve persuadersi che il mondo può fare a meno di essa. Noi italiani, forse piú degli altri, dobbiamo estirpare dal nostro suolo lemaligne radici germaniche che voglion succhiare ogni principio di vita»[39].

E qui m'interrompe il longanime lettore. Che cosa c'entrano, di grazia, tutte queste belle considerazioni, con Giovanni Boccaccio, con Victor Hugo, con la piuma dell'arcangelo?

Ecco come c'entrano. Grazie all'opera dei sullodati e di tanti altri valentuomini che sarebbe lungo ricordare (non tacerò l'infaticabile Ezio Maria Gray), gli Italiani hanno cominciato a guardare un po' piú attentamente, e senza occhiali affumicati, il colosso mastodontico della famigerata Kultur. E si sono accorti, salvo qualche tempestivo o precoce rammollito, indurito nella tedescolatria, che il piú dell'oro era princisbecche, il marmo cartapesta, l'avorio celluloide. Ma una fede rimase intatta: la fede nella eccellenza assoluta ed insuperabile dei tedeschi come stampatori e come editori. Su questo punto niuno osò muover dubbio. E gli ex germanofili, ora patrioteggianti, e pronti domani, per loro esplicita confessione, a ricacciare il pensiero d'Italia sotto il giogo tedesco,questi signori, dico, si aggrapparono a quest'ultima trincea, per tener ferma la loro posizione. Per questo lato, almeno, i tedeschi rimanevano maestri al mondo: e noialtri poveri diavoli non potevamo che ammirarli ed imitarli.

Era anche questa, come tutte le asserzioni dei germanofili, una solenne impostura. Anche come editori, i tedeschisono stati grandi. Sono stati grandi, sebbene a loro modo — ma sarebbe stolto pretendere che un uomo o un popolo tradiscano il proprio genio — nel periodo eroico degli studî, che va, su per giú, dal Winckelmann al Mommsen. Allora ebbero studiosi che consacrarono tutta la loro vita ad un autore, magari di quart'ordine, e riuscirono a stamparlo in modo pressoché ineccepibile. Ma ultimamente buona parte degli studiosi tedeschi erano divenuti mestieranti e cerretani della peggiore specie. Il libro d'erudizione tedesco si spacciava assai in tutto il mondo, grazie alla connivenza idiota o furbesca di tutti gli affiliati alla onorata società filologica che i lettori han trovata descritta in questo volume. E visto che ilgenereandava, ifilologisi erano dati a fabbricarlo a diluvio, due o tremila pagine ciascuno ogni sei mesi; e intascavano i quattrini dei gonzi; e questo era diventato il vero ed unico scopo della loro attivitàscientifica.

Per disgrazia, dare la dimostrazione di tale asserto non è facile. Facile sarebbe mostrare qualche indice esterno della volgarità senz'amore in cui era caduta l'arte libraria. Tutti avranno viste le famigeratissime edizioni di Lipsia spedite con fascicoli slegati, e senza copertina. I clienti erano citrulli, e il mercante li trattava da citrulli. Ma al di là di questi indici esterni, se io mi industriassi a dimostrare che, poniamo, ilSofocledi Mekler è per molti versi, e dal lato editoriale per ogni verso, una birbonata; che ilPindaro(minore) dello Schroeder, ad onta di qualche strombazzatura nostrana, vale cinquanta centesimi: se m'industriassi a svolgere tale dimostrazione: da quanti potrebbero essere apprezzate le mie ragioni, d'indole necessariamente filologica? Qualcuno dei famuli della sede centrale berlinese risponderebbe che quelle edizioni sono bellissime; e, fra i due contendenti, la maggioranza, per fortuna sua non filologica, non saprebbe a chi dar retta.

Ma il vecchio Dio favorisce palesemente le giuste aspirazioni; sicché, dopo parecchie ricerche, spero di aver trovato un documento meridiano definitivo ed inconfutabile della odierna bestialità libraria alemanna.

È il fascicolo d'invito ad una edizionemonumentaledelDecamerone, perpetrata dalla casa Inseldi Lipsia. La casa Insel è una delle piú celebri, anzi quella piú in voga della Germania; e a proposito delle sue edizioni, i bravi tedeschi parlavano volentieri dirinascenza del libro. Riproduco senz'altro le quattro pagine dell'invito, che debbono documentare le mie conclusioni.

Facsimile pag. 1Facsimile pag. 2

Facsimile pag. 3Facsimile pag. 4

Ora che il lettore ha gustate le finissime incisioni, e si è associato agli elogi, senza dubbio disinteressati, che l'editore tributa al genio italiano, cominci a leggere il testo delDecamerone, e veda con quale attenzione scrupolosa e veramentescientificaè curato il testo del nostro prosatore immortale. Per agevolargli il compito, dò dei piú solenni sfarfalloni un elenco che nella sua nudità riuscirà piú convincente di qualsiasi commento.

Pag. 3, colonna sinistra, rigo 4: simili adora, correggi: oro — rigo 14:rispodendo, correggi: rispondendo — rigo 18-19: chiarafronte, correggi: fonte.Pag. 3, colonna destra, rigo 3; che il nostro Reme tanta, correggi: me a tanta — rigo 4-5:mag-nificenza, diviso cosí fra due righe — rigo 6:bellazza, correggi: bellezza — Titolo della novella: Novella d'un cavaliereserveal re di Spagna — rigo 26 (ultimo): delquala, correggi: del quale.Pag. 4, colonna sinistra, rigo 1: ciascun altro signoretrapassataequei tempi, correggi: a quei tempi — rigo 8: sifee, correggi: si fece — rigo 23:famig-liare, diviso fra due righe.Pag. 4, colonna destra, rigo 10: e come che molte ne ricogliessetucamminando tutto il dí seco. Iltuè una piacevole aggiunta dell'editore tedesco — rigo 20:perehè, correggi: perchè — rigo 31:con-osciuto, diviso cosí — rigo 34:dìcevocorreggi: dicevo — rigo 45:si come, correggi: sì — rigo 47:in presenza molti, correggi: di molti (questo forse si può difendere) — rigo 50:ogn'-altradiviso cosí.

Pag. 3, colonna sinistra, rigo 4: simili adora, correggi: oro — rigo 14:rispodendo, correggi: rispondendo — rigo 18-19: chiarafronte, correggi: fonte.

Pag. 3, colonna destra, rigo 3; che il nostro Reme tanta, correggi: me a tanta — rigo 4-5:mag-nificenza, diviso cosí fra due righe — rigo 6:bellazza, correggi: bellezza — Titolo della novella: Novella d'un cavaliereserveal re di Spagna — rigo 26 (ultimo): delquala, correggi: del quale.

Pag. 4, colonna sinistra, rigo 1: ciascun altro signoretrapassataequei tempi, correggi: a quei tempi — rigo 8: sifee, correggi: si fece — rigo 23:famig-liare, diviso fra due righe.

Pag. 4, colonna destra, rigo 10: e come che molte ne ricogliessetucamminando tutto il dí seco. Iltuè una piacevole aggiunta dell'editore tedesco — rigo 20:perehè, correggi: perchè — rigo 31:con-osciuto, diviso cosí — rigo 34:dìcevocorreggi: dicevo — rigo 45:si come, correggi: sì — rigo 47:in presenza molti, correggi: di molti (questo forse si può difendere) — rigo 50:ogn'-altradiviso cosí.

Rimane, poi, apagina 1, il nome dell'autore, che da Boccaccio è divenutoDi Boccaccio. Credo che la particella gentilizia sia una aggiunta dell'editore, per accreditar l'opera. E confesso che in questo caso sono anzi stati assai discreti a non scrivere addirittura un VON BOCCACCIO. Ma qui non son sicuro del fatto mio, cioè non son sicuro che in qualche pergamena non esista la forma Di Boccaccio; e però questo rilievo non vuol essere tanto una condanna all'editore di Lipsia quanto un dubbio rispettosamente rivolto agli scienziati storici della letteratura italiana.

Sono dunque, in due pagine, sedici spropositi: sollazzevoli tutti: ed alcuni da pigliar con le molle.Per una edizionemonumentale, davvero non c'è malaccio.

Se non che un mio conoscente, súccubo intellettuale della Germania, al quale sottoposi questo ghiotto spicilegio, dopo esser rimasto qualche attimo interdetto, sollevò la fronte irraggiata da una luce improvvisa. «E se quegli errori ci fossero anche nel testo italiano, e l'editore tedesco li avesse mantenuti perscrupolo scientifico?»

E allora si schiuse alla mia mente tutto un nuovo orizzonte, e meditai di prendere il direttissimo, e di recarmi in fretta e furia alla Biblioteca nazionale di Parigi, per controllare la cosa. Perché se cosí fosse, oh allora, resterebbe dimostrata, non piú la goffa e mercantile incuria d'un editore, bensí la insanabile innocenza intellettuale dei tedeschi. E mi sarebbe avvenuto come a quell'eroe della Bibbia, che, uscito per cacciare un cervo, trovò un regno.

Ma io sono pigro, e il disagio del viaggiare in tempo di guerra mi distolse dall'eroico proposito. E d'altronde non bisogna pretender troppo dalla Provvidenza celeste. Il viaggio sarebbe certo riuscito vano, perché basta riflettere un minuto per convincersi che gli errori non sono certo imputabili all'editore italiano del 1492, bensí all'editore tedesco del 1913.

E quindi, rinunciando a quella generale illazione, contentiamoci di enumerare le conclusioni che senza possibile contrasto si ricavano da queste quattro paginette.

1) Quando un tedesco vuole fare una cosa nuova e degna,riproduce. Riproduce quello che hanno fatto gli altri, coi mezzi meccanici inventati da altri.

2) Questa pedestre riproduzione, molto simile ad una appropriazione, a lui, testone indomabile quanto prosuntuoso, sembra unacreazione: onde scrive pari pari (pag. 2, rigo 7):nous créons avec ces gravuresleplus beau Décameron qui existe.

3) Sa lanciare bene l'affare (vedi i prezzi), in modo da ricavare dal furterello una buona dose di marchi.

4) Salvate le apparenze, non si cura affatto della sostanza, e lascia correre per le pagine della conclamata edizione tali e tanti spropositi, quali e quanti non se ne trovano nella piú turpe edizione stampata alla macchia in questa Italia povera ed ignorante.

5) Le ragioni della incuria sono da cercare probabilmente nella bestiale prosunzione germanica. A Lipsia, credo, non era difficile trovare un italiano, sia pure di modestissima cultura, cherivedesse le bozze di stampa. Ma l'editore avrà creduto che un Italiano non fosse capace di tanto; e avrà ricorso a qualche melenso tedescaccio, laureato infilologiaitaliana o romanza in qualche università tedesca.

E tutto questo va bene. Una cosa sola va male. Codesta edizione non dovevano poi chiamarlamonumentale. Dovevano chiamarlakolossal. Kolossal come la bestialità teutonica.

Dobbiamo soffiare sull'ultima piuma?

Questo breve articolo apparve nelCorriere della Seradel 27 marzo 1917. I filologi «scientifici» lo attaccarono con la solita virulenza, ma, viceversa, finirono per aderire inconsciamente a tutte le mie proposte. Riferisco in nota i luoghi da cui risultano tali adesioni; non per il gretto gusto di coglierli in contraddizione; ma per allineare alcuni dei punti su cui dovrà necessariamente passare la linea del futuro accordo, richiesto dal buon senso italiano. Vedi introduzione.

Questo breve articolo apparve nelCorriere della Seradel 27 marzo 1917. I filologi «scientifici» lo attaccarono con la solita virulenza, ma, viceversa, finirono per aderire inconsciamente a tutte le mie proposte. Riferisco in nota i luoghi da cui risultano tali adesioni; non per il gretto gusto di coglierli in contraddizione; ma per allineare alcuni dei punti su cui dovrà necessariamente passare la linea del futuro accordo, richiesto dal buon senso italiano. Vedi introduzione.

Tra le molte proposte fiorite ad alleviare il regime di guerra, ci fu anche quella di chiudere a due battenti le Università. Non attecchí, e le Università rimangono sempre aperte. Onde io, in conformità a un certo piano di studî, debbo quest'anno svolgere un corso sul teatro d'Euripide. E siccome reputo che sia metodo eminentemente scientifico, ma anche eminentemente balordo quello di impiegare un anno a discutere le varianti di un centinaio di versi, poniamo, dellaMedea, e che in otto mesi si debba invece e si possa condurre i discepoli ad una conoscenza tutt'altro che superficiale di tutti i drammi d'Euripide, al principio dell'anno prescrissi l'acquisto dell'intero teatro[40].

Ma una edizione italiana d'Euripide non c'è: una edizione francese accessibile non c'è: quella di Lipsia non si può far venire, e poi, prima di spedire in Germania oro che ci torni convertito in piombo, manderei al diavolo non il solo Euripide, ma tutta la letteratura greca. Rimaneva la piccola edizione di Oxford. E venti giorni prima che incominciassero le lezioni, la feci richiedere.

Ma due settimane dopo l'inaugurazione dell'anno accademico, giunse la risposta che Euripide era in ristampa. Pausa. Nuova richiesta. E nuova risposta: era stampato e tirato, ma non rilegato. — Mandassero pure i fogli slegati. Nuovo e lungo silenzio. E forse prima d'Euripide arriverà l'auspicata chiusura delle Università.

Questo per Euripide. Ma se invece d'Euripide avessi scelto Eschilo, che so io, Sofocle, Aristofane, Pindaro, Omero, Tucidide, Erodoto, i poemi omerici, mi sarei trovato su per giú nelle medesime angustie. In Italia mancano assolutamente leopere completedi tutti i classici greci. È questa una delle più gravi lacune della libreria italiana.

E ciò che fa piú stizza è vedere che una dose anche minima di buona volontà basterebbe a colmarla.

Aprite, per esempio, un catalogo Loescher. E nella collezione dei classici annotati trovate dellaIliade commentata dallo Zuretti il libro I, e poi i libri dal V al XXIV. Essendo annotata, costa 12 lire e 20, e non è completa. — Aprite il catalogo Albrighi e Segati, e troverete quasi tutti i libri della Odissea, pubblicati in altrettanti volumetti commentati. E su per giú il medesimo può ripetersi per i principali editori scolastici, per i principali autori greci e latini. Ne trovate le varie parti disperse, in edizioni commentate: l'autore completo non lo trovate mai.

Ora, per rimanere al primo esempio, sul quale se ne possono modellare infiniti altri, come mai non è passato per la mente al Loescher di adoperare la composizione già pronta nei suoi magazzini, di 21 libri della Iliade, aggiungere i tre altri, e darci l'Iliade completa? Per gli usi della scuola avrebbe vantaggiosamente sostituito le edizioni tedesche, e ci saremmo cosí liberati dal vergognoso tributo che le nostre scuole hanno per tanti anni pagato alla Germania. E quel che è detto per la Iliade e per la Odissea va ripetuto per infiniti classici. E la rapidità con cui la ditta Paravia va stampando un Euripide (7 tragedie commentate in meno d'un anno), dimostra che la libreria italiana può far da sé, e può far presto e bene.

La colpa di tale deficienza ricade in parte sugli editori, i quali in genere badano al piccolo utile immediato, e producono quello che corrisponde alla piú frequente richiesta. Ma neppure saprebbero andare scevri da biasimo gli studiosi, i quali, per antico e pessimo vezzo, lavorano un po' come càpita, senza prima dare un'occhiata generale allo stato della cultura e delle scuole, e vedere quali ne siano le lacune, e come e in qual misura convenga riempirle. Ma è inutile rivangare colpe o responsabilità. L'essenziale è che gli editori italiani colmino presto questa lacuna, mirando ciascuno a completare gli autori per cui hanno piú materiale pronto, e dando cosí prestissimo all'Italia edizionicompletedei classici[41]. Non sarà impresa eccessivamente proficua, almeno per ora, perché tali edizioni complete serviranno piú che altro alle Università. Ma anche i professori dei Licei avrannopresto il buon senso di preferire e di consigliare le edizioni complete, invece di quei miseri fascicoletti nei quali i poveri studenti sono abituati a vedere sbrindellate le membra dei grandi scrittori.

«Adagio, signor mio! — obietta qui un filologo scientifico. — Codeste vagheggiate edizioni non saranno edizionicritiche scientifiche: e quindi non potranno servire, come voi v'illudete, alle Università».

La risposta è assai facile. Codeste edizioni, nella maggior parte dei casi, saranno repliche delle famose edizioni di Lipsia, che voi dichiarate ottime. Stampate, sono stampate non meno correttamente di quelle. E se vi piace, i nostri editori potranno, con poca spesa in piú, riprodurre anche i famosiapparati critici. — Appropriazione indebita? E via, cari signori, tante volte avete dichiarato che il lavoro scientifico è patrimonio comune,acquisito alla cultura mondiale! E poi, non mi sembra eccessivosottrarre qualcheapparato criticoa chi estorce alla Francia, al Belgio, alla Romania, qualche cosa di ben piú sostanzioso. E poi, Carlo Pascal, nella Biblioteca di classici latini iniziata presso la ditta Paravia, va dimostrando che un apparato critico lo sappiamo fare anche in Italia, senza mendicarlo dai tedeschi.

Del resto, dico tanto per dire. Perché dopo la guerra tutti intenderanno, speriamo, che spiegare il teatro d'Eschilo, non potrà significare discutere con grottesca compunzione le innumere scimunitaggini spiattellate dai filologi tedeschi alle spalle del titano d'Eleusi. Ed Eschilo, e Sofocle, e Pindaro, e tutti gli autori greci e latini, li studieremo egregiamente, e ne deriveremo tutto quello che si deve derivarne per la cultura italiana, senza attendere la vostra famigerataedizione critica italiana dei classici, che di qui a due o tre secoli vanterà, al solito, qualche libro d'Omero e qualche opuscolo di Senofonte. Ne riparleremo.

Ma due altri punti voglio oggi sottoporre alla attenzione degli editori e degli studiosi italiani.

Primo, le edizioni commentate. In séguito al funesto prevalere dell'indirizzofilologico scientifico alla tedesca, si è fatta, in Italia, una specie di classificazione dei varî lavori filologici. E mentre compilare un catalogo o ricopiare e magari fotografareun codice veniva dichiaratoscientifico; il commento d'un classico era invece screditato a priori, come lavoro semidilettantesco. Conseguenza necessaria, i migliori ingegni, anche per necessità materiali, se ne distolsero. E cosí avviene che, ad onta di parecchie belle eccezioni — bellissima quella di Paolo Ubaldi, il quale sta dando all'Italia un Eschilo che si lascia dietro di gran lunga i migliori commenti tedeschi — il commento dei classici fu troppo spesso abbandonato ad inetti e mestieranti. Il fascicoletto commentato in modo da facilitare il passaggio agli scolari poltroni si vendeva a sfascio: e a furia di fascicoletti qualche commentatore si fabbricava perfino l'automobile. Questo sconcio e questo preconcetto debbono cessare. Commentare un classico, quando il commento è fatto con coscienza e con gusto, è opera piú che degna ed elevata. E il mal vezzo di gettar via nei concorsi i commenti solo perché commenti, deve sparire, come in parte è sparito[42].

Secondo cómpito. Dare all'Italia la grande edizioneitalianadei suoi classici e dei classici greci. Non già l'edizione critico-scientifica, quella a cui ho già accennato, e che si dovrebbe fare ricominciandoab ovola disamina di tutti i codici di ciascun autore, e tenendo conto di tutte le grullerie, e son tante, passate per la mente ai filologi perdigiorni. Ma l'edizione che oggimai si può fare in tempo relativamente breve, servendosi dell'immenso materiale filologico e archeologico raccolto dai tempi dell'umanesimo ai dí nostri, e dando ad esso l'impronta della sobrietà e del gusto latino.

L'idea è bella e suggestiva e molti l'hanno accarezzata. Ed hanno... ed hanno fatto riunioni, ed hanno nominate commissioni. Come dicono i sapientoni di Pascarella?

— Sa? je fecero, senza complimentiQui bisogna formà 'na commissione.

— Sa? je fecero, senza complimentiQui bisogna formà 'na commissione.

Pare impossibile che la vita non insegni mai nulla a nessuno, nemmeno quella che viviamo oggi dolorosamente giorno per giorno. Pare impossibile che tante egregie persone (egregie senzaironia) non abbiano ancora inteso che per condurre a buon fine una qualsiasi impresa val meglio un solo mediocre che cento ottimi.

E per fare la grande edizione italiana dei classici greci e latini, non occorrono tante riunioni e tante commissioni. Occorrono due uomini. Un editore di larghi mezzi e di buona volontà: uno studioso non privo di gusto, e non impegolato, neppure un briciolo, del vischioscientificotedesco.

Eccoti offerto ignudo il mio seno, o ironia filologica! Ma per concludere, dichiaro che se l'editore di larghi mezzi mi proponesse tale edizione, io la esigerei cosí bella e dispendiosa, che la sua buona volontà naufragherebbe forse dinanzi allo spauracchio dei preventivi.

DalGiornale d'Italiadel 24 luglio 1917.

Dico la verità. Quando ho visto, nelGiornale d'Italia, tante e tante autorevoli interviste allinearsi come le perle d'una preziosa collana, ho sentito vacillare in me le piú salde e meditate convinzioni. Mi mancava il conforto d'una parola concorde. E poiché mi veniva rivolto pubblico invito a cercare nelle «sfere dell'alta coltura» tanti studiosi che consentissero meco quanti erano quelli che tiravano a palle di fuoco sul mio callosoScimmione, mi colse un attimo la tentazione di mettermi a tale ricerca.

Un attimo appena. E subito dopo, un dilemma inevitabile mi trattenne fra i suoi corni acutissimi. «O tu invece che alleati trovi nuovi contradittori; e la tua solitudine risulta perfetta e fatale. O ti dànno ragione. E tu, che nelloScimmionehai proverbiata l'Università italiana perché suddita ai metodi alemanni, avrai contribuito a dimostrarla invece italiana, italianissima. E allora sí, ti sarai data la zappa sui piedi».

E allora, mi balenò un'idea — è una cosa che può accadere a tutti: quella d'intervistare qualcuno dei nostri grandi del passato, di quando la germanofilia non era stata ancora inventata.

E incominciai da Ugo Foscolo. Né tedierò adesso il lettore narrandogli come, sviluppando un piano di Wells, potei giungere, nel regno delle ombre, a quel Grande. Ma della fedeltà fonografica della intervista tutti potranno accertarsi confrontando le parole del Foscolo, che io riferisco, con la edizione Le Monnier delle sue opere, che io cito scrupolosamente, tomo per tomo e pagina per pagina. Tronco il preambolo, e comincio.

***

Io— Io reputo, Maestro, che fra i grandi Italiani sii tu quegli che ha conosciuto piú profondamente ed intimamente la lingua e gli autori greci. Forse piú del divino Leopardi; e certo un po' piú di Ruggero Bonghi, che ti vorrebbe apporre, ma ti doveva aver letto poco. Ed anche dei Latini fosti dottissimo. E assai chiaro insegnasti, e provasti con l'opera, qual succo vitale si possa derivare dallo studio dei classici per le nostre lettere e per la vita civile. Perciò a te mi rivolgo, affinché tu disciolga alcuni gravi dubbî che m'irretiscono oggi il pensiero.

Foscolo— Io so che tu sin da fanciullo assai ti nutristi dei miei scritti, e molto mi amasti e venerasti. Onde voglio appagarti. Di' liberamente.

Io— Arde oggi gran guerra tra i letterati ed i filologi d'Italia. E alcuni, e dei famosi, sostengono che l'unico lavoro possibile e serio intorno agli autori classici sia quello strettamente filologico: cioè copiare e collazionare codici, e allestire edizioni critiche. E hanno lanciato alla Patria un bando, che, se raccogliesse consenso, convertirebbe tutti gli studiosi, e massime quelli di piú forte ingegno, in una repubblica di stampatori. Che dici di questa idea. Maestro?

Foscolo— Dico che «io vorrei che cessasse questa libidine di codici e di varie lezioni. Questi sono i fasti della bella letteratura italiana nei secoli passati. E la libidine ricomincia a penetrare le fibre cornee degli eruditi italiani, che, violando le prime ed ottime edizioni di Dante Alighieri, vanno ripescando strane lezioni nelle tarlature dei codici». (I, 403).

Io— Lascia Dante e la letteratura italiana. È un altro vespaio, dove per ora non voglio cacciarmi. Torniamo ai classici greci e latini. E dimmi: con quale altro mezzo, se non con questo cercar nelle tarlature dei codici, si potrà stabilire sicuramente iltestodei grandi autori?

Foscolo— Il testo, il testo! Sii pur certo che quanto piú ci allontaniamo dal nostro grande Umanesimo, tanto piú i testi si corrompono ed imbarbariscono. Rammenti che cosa intervenne a me, quando volli tradurre laChioma di Berenice? «In tanta battaglia ed incertezza di lezione, mi rifuggii alla piú antica, ove non riuscisse inintelligibile e assurda; prendendomi per esemplare l'edizione principe, e quella dell'età Aldina: certo almeno che sono estratte dai codici». (I, 241).

Io— Lasciamo la critica dei testi, vedo che è poco nelle tue grazie. Non vorrai però negare che ci sono altre importantissime bisogne filologiche, volte adassodare, come dicono ora, le minime verità, che son pure indispensabili a conoscere le grandi, ed è cómpito della scienza indagarle. Pensa. Siamo ancora perplessi se debbasi direVirgiliooVergilio: sussistono dubbî se Plauto si chiamasseAcciooMaccio; e chi scriveintelligens, e chiintellegens; e chi scrivecum, e chiquum....

Foscolo— «Fuggiamo, figliuol mio, fuggiamo a tutto potere le litide literis vocumque apicibus! Se debbasi scriverecumoquum,lacrimae,lacrymaeolachrymae,coelumocaelum, e siffatte quisquilie grammaticali, ho creduto sempre riverenza a chi legge, a me stesso, ed al tempo, il non disputare». (I. 242). «A chi vedi che possano giovaredei volumi sull'abbiccí o sull'uso d'un pronome?». (I, 403).

Io— Tu non m'hai lasciato finire. Non è quistione solo di incertezze e quisquilie grammaticali, bensí anche d'altre cose assai piú palpabili e massicce. Il presidente dell'Atene e Roma, palladio in Italia degli studî classici, ebbe a sentenziar pubblicamente che «la visione storica del mondo antico non può aver luogo se non si volga l'attenzione anche alleminime e meno estetichemanifestazioni di vita intellettuale e morale». (Giornale d'Italia, 27 aprile).

Foscolo— «Rispondigli con Seneca che indagare chi fu la madre di Enea, e se Saffo si concedeva o non si concedeva a prezzo, e se Anacreonte fu piú vinolento o piú salace, questa e simili cianfrusaglie, anziché volerle apprendere, chi le sa converrebbe le dimenticasse». (I, 228).

Io— E sia! Lasciamo anche i fatti minuti. Ma, e le chiose, e i commenti, e le discussioni, che servono a far meglio penetrare nello spirito degli autori antichi? Guarda laquestione omerica....

Foscolo— Chétati, figlio, per l'amor del cielo! «Chi ad ogni verso dell'Iliadeo dell'Odisseaponesse dieci volumi di chiose, sarebbe forse discreto, sí immensa è la biblioteca degli scrittori commentatori d'Omero dal secolo di Pisistrato al nostro. Quanto profitto ne abbia ricevutola poesia nostra, quale profitto abbiano in noi fatto tante lezioni d'ogni genere, dall'analisi grammaticale sino alle teorie metafisiche intorno ad Omero, non veggo». (I, 317).

Io— Mi sembra, con sopportazione, che tu sii dotto, ma vivace ed esagerato. Se concludono tanto poco queste ricerche e discussioni e teorie metafisiche, come spieghi il fatto che solennissimi dotti consumano in esse tutta la loro vita? Come potrebbero sussistere tanta dottrina e tanta capinsaccaggine?

Foscolo— Ricorda le parole, ch'io feci mie, di Gian Giacomo Rousseau: «I dotti hanno la piú parte mente ancor di fanciulli. La loro vasta erudizione risulta piú da una moltitudine di immagini che non da una moltitudine di concetti. Le date, i nomi proprî, i luoghi, tutti gli oggetti isolati e spogli d'idee, ricordano solo per la memoria dei segni». (I, 409).

Io— E non ti pare già essa da sola mirabilissima dote, questa memoria?

Foscolo— Mai no. «Non v'è molto da meravigliarsi che la facoltà della memoria sia fortissima, quand'è procacciata a spese di tutte le altre facoltà. Quando il cuore si rimane senza affezioni domestiche, l'immaginazione senza illusioni, il raziocinio senz'attività nelle altre operazionidell'intelletto, la memoria, anche senza essere naturalmente straordinaria, trova libero il campo ad agire senza interruzione né impedimenti. La mente umana in siffatta situazione è piú inerte e meno industriosa ch'altri non crede». (IV, 279).

Io— E questa è la bella stima che tu fai degli eruditi? Li reputi anime e cervelli vuoti?

Foscolo— Vuoti no, ma colmi di stoppa. «Hanno sí pieno il capo di alfabeti e di citazioni, che il cervello fugge e va a stanziare ove dovrebbe esservi il cuore: ed il cuore.... dov'ei sia, né io né tu né essi lo sanno». (I, 407).

Io— E come spieghi dunque la reputazione grande che riscuotono presso la gente?

Foscolo— Varie ne sono le ragioni, ed io t'esporrò le principali. Innanzi tutto, «pochissimo scrivono» (II, 144), e questo pochissimo in «latino barbaro, in italiano semibarbaro,con formole matematiche: un caos pieno di citazioni e di note che non possono stare né col testo né senza il testo: come i carciofi vecchi, spine di sopra, barbaccia irta di sotto». (II. 269). Poi «nei loro libri recitano a un tempo da sofisti e da poetastri, assottigliando il fumo, e gonfiando le minime cose. E minacciano e gridano per dar peso alle loro inette tragedie, di che van pieni infiniti volumi chefanno noiosa la lettura dei classici». (I, 242). Terzo «son gente clamorosa, implacabile, intenta ad angariare i sudditi ed a scomunicare i ribelli». (I, 242). Sicché, tra per non potere leggerli né capirli, e per credere alle loro apologie, e per temere le loro furie, la gente si tace e li ammira. Aggiungi poi che, sebbene si azzannano e dilaniano fra loro perennemente, dinanzi alle credule turbe non ristanno dal magnificare le opere uno dell'altro. Già Addison, con parole che pure ho riferite nei miei scritti, osservava come questi rugumatori di pergamene «fan grido l'uno all'altro assai piú che non le persone di vero ingegno. A leggere i titoli magni ond'essi onorano chi, verbigrazia, stampò un classico o collazionò un manoscritto, lo crederesti gloria della repubblica letteraria e meraviglia dell'età sua. E, se cerchi bene, avrà rettificata una particella greca o aggiustato un periodo fra le sue virgole». (I, 228).

Io— Dunque non è cosa tanto difficile procacciarsi fama di erudito?

Foscolo— No no: «fu sempre ed è agevole impresa l'usurparsi titolo di Maestro con poco sudore, e l'ostentare al volgo dei letterati e dei grandi certo lusso d'inoperosa dottrina». (II, 79).

Io— Beh, insomma è inutile insistere: tu hai proprio in uggia grammatici dotti ed eruditi.

Foscolo— Assai piú che non immagini. «Io l'ho giurata all'anima dei pedanti. Il cane è nemico del gatto, il gatto del topo, il ragno dei moscherini, il lupo delle pecore ed io de' pedanti». (I, 407).

Io— E nessun conto fai di quella multiforme attività che essi dichiarano «severamente filologica» o «filologica scientifica»?

Foscolo— Dovresti oramai avere inteso che secondo me «le vane congetture e le correzioncelle e le faticose bazzecole dei critici sono meri giuochi e futili ostentazioni d'ingegno che servono ad affaticar l'animo del lettore anziché ad erudirlo» (I, 228), e a «far noiosa la lettura dei classici». (I. 242).

Io— Sta, ch'io t'ho colto in fallo. Tu disprezzi e beffi questi compilatori di congetture e correzioncelle e aridi commenti. E di che cos'altro hai tu rempiuto il tuo commento allaChioma di Berenice, che d'intorno a quarantasette distici si venne gonfiando per trecento pagine in ottavo grande?

Foscolo— Ah, ah, ah, tu vuoi farmi ridere! Anche tu «hai preso per moneta giusta quel mio scritto?» (I, 407). «E non sai tu dunque che tutto questo lavoro non è altro che una grave e continuata ironia sulle verbose disquisizioni dei commentatori? Non sai tu che da prima dispensaiad arte poche copie dell'opera; indi, vedendo effettuato il mio disegno, misi fuori i rimanenti esemplari, con un'appendice che chiamai l'addio ai miei lettori, dove, mentre svelo l'inganno,FACCIO CONOSCERE I MISTERI E GLI ABUSI DELLA FILOLOGIA?». (XI. 308).

Io— Questo e non altro, hai voluto fare?

Foscolo— Sí, appunto. Scrissi «tale quale avrebbe scritto un solenne pedante o grecista o grammatico o bibliotecario, ch'ei son, poco piú poco meno, lo stesso cervello in diversi petti». (I, 407).

Io— E perché sobbarcarti a tanta fatica?

Foscolo— «Perché i pedanti e grecisti e bibliotecarî quando io ridevo dei loro libri non gridassero piú: fate altrettanto!; e lo han pur gridato, quelle anime di cimici!». (I, 407).

Io— Oggi ti direbbero d'usare espressioni «piú parlamentari». Ma lasciamola lí. E concludiamo. Codici no, collazioni no, emendazioni no, erudizione neppure, metafisica meno che meno: mi sai dire che diamine si dovrebbe fare intorno a questi benedetti autori classici?

Foscolo— «Si deve fare un commento critico per mostrare la ragione poetica: filologico per dilucidare il genio della lingua e le origini delle voci solenni: istorico per illuminare i tempi ne'quali scrisse l'autore ed i fatti da lui cantati: filosofico acciocché dalle origini delle voci solenni e dai monumenti della storia tragga quelle verità universali e perpetue, rivolte all'utilità dell'animo, alla quale mira la poesia. Chi piú congiunge queste doti, quegli, a mio parere, consegue l'essenza d'interprete, che io definisco: far intendere la lettera e lo spirito dell'autore». (I, 242).

Io— Quanta roba! E quanta copia di domande mi si affolla nell'animo! E dimmi, prima di tutto: a codesto riduci l'ufficio della filologia? ad un esercizio di etimologia?

Foscolo— Qui tu mi sembri futile e precipitoso. Che etimologia vai dicendo? Hai tu lette le mie osservazioni sul modo di tradurre il cenno di Giove in Omero?

Io— E puoi chiederlo, Maestro? Se ho fatto mai nulla di meno indegno nella interpretazione dei poeti greci, ho imparato piú da quelle tue poche pagine che dai mille volumi della dottrina alemanna. Così Voi Grandi insegnate a noi discepoli.

Foscolo— E dunque, vedi in quello scritto che cosa intendo per dilucidare il genio della lingua: ché ora non ho piú tempo di spiegartelo. Sta sano....

Io— Ma no: spiegami almeno che cosa intendi per commento critico, storico, filosofico....

Foscolo— Un'altra volta, figliuolo.

Io— Dimmi almeno questo. Ai tempi tuoi, i filologi tedeschi e intedescati, quando s'impancavano a spiegare i classici, spacciavano tante scempiaggini quante ne spippolano oggi? Un amico mio, in un suo volume recente, ne ha raccolto un sollazzevole manipolo.

Foscolo— Figúrati! Ti basti questa. «L'eruditissimo Walkenaer espungeva il verso in cui Callimaco chiama fulgente la chioma di Berenice perché la costellazione berenicea essendo piú oscura delle altre sue vicine,non poteva esser detta fulgente se non da un poeta senz'occhi. E cosí un letterato che logorò gli anni e gli occhi addosso agli antichi, non imparò che ogni poeta chiamerebbe splendida nei suoi versi anche la costellazione meno visibile, quando in essa vi fosse la chioma bionda d'una giovine donna». (II. 227).

Io— Questa è proprio gemella del sangue di porco del Blass, degli stornelli di Lamporecchio messi sul labbro a Clitennestra dal Wilamowitz, e all'uccellin volò volòdel von Keck, denunciati dall'amico mio nel volume ch'io ti dissi. Ma come spieghi tu tali aberrazioni?

Foscolo— Egli è, figliuol mio, che «poeta e grammatico non se la dicono». (II, 211). Egli è che «gli eruditi non hanno né un atomo di mente poetica,né grande abbondanza di retta logica». (II, 226). E le aberrazioni o meglio castronerie di cui tu favelli, dipendono «dalla poca mente di coloro che volendo parlar di letteratura senza sapere né poter essere letterati, architettano vane e inettissime teorie». (II, 81).

Io— Un'ultima domanda, e non t'importuno piú. Non mi pare che tu dimostri in genere molta simpatia per i tedeschi. Ai tempi tuoi, però, erano certo diligenti e coscienziosi.

Foscolo— Disingànnati figlio! Anche allora «gli autori tedeschi lavoravano perché alla fiera di Lipsia i loro scolari e i librai della Germania si provvedessero di volumi stimati nuovi quando erano raffardellati di nuovo titolo e di rancide citazioni». (IV, 91).

Io— Raffardellati? Rancide citazioni? Vuoi tu bestemmiare che le prendessero di seconda mano?

Foscolo— Giusto appunto. «Sedevano con la pipa in bocca, con la bottiglia allato e la penna in mano, e leAntiquitatesdi Grevio e di Gronovio davanti gli occhi, a comporre e pubblicare ogni mese de' volumi in latino moderno, conditi di greco e di dottissime villanie, onde appurare le faccende dell'antichità». (IV, 46).

Io— Quelle che l'amico mio chiama «i fatti di casa del mondo antico».

Foscolo— Fa' conto che sian quelli. Addio.

Io— No, resta un momento. Ed anche allora gli Italiani avevano lo stolto ossequio d'oggi per i filologi d'Alemagna?

Foscolo— Figúrati! Ci fu perfino un tipografo, che, ristampando l'Alcesti secondadell'Alfieri, «rase dal volumetto le otto pagine di schiarimento ai lettori, perché gli parve indecente un sorriso sulle labbra dell'Alfieri, massimamente contro ai dotti di Lipsia». (II, 229).

Io— Lasciamo anche i tedeschi. Dimmi. Solevano ai tempi tuoi gli eruditi inferocire contro chi, opponendosi alle loro congreghe, esprimesse le proprie idee liberamente?

Foscolo— Se inferocivano? Bada a ciò che intervenne a me. «Quando pubblicai lo scritto intorno alla traduzione dei due primi canti dell'Odissea, preti, rètori,FRATI, cortigiani, ruffiani e mercanti di letteratura, bibliotecarî, vocabolaristi, pedanti.Fiorentini sconosciuti, ciarlatani e impostori insomma,aizzati, ispirati e presieduti da una vecchia Antisibilla, mi vennero addosso, e m'uccidevano quasi, e mi provocavano con gazzette quotidiane per le taverne e i crocchi e i caffè; e le calunnie mi afflissero, e me ne accorai. Di ciò mi vergogno: ma me ne accorai». (II, 201).

Io— Tutto bene. Ma poco mi capacitano quei Fiorentini che si pigliano una scalmana per due libri tradotti dell'Odissea. Vedi che non fossero metèci.

Foscolo— O frati, può essere. T'occorre piú altro?

Io— Anzi la cosa principale. Ti dirò tutto il vero, Poeta. L'amico di cui t'ho parlato, e che ha scritto il libro contro la filologia tedesca e intedescata, sono io medesimo. E me gli eruditi e i filologi d'Italia investono e proverbiano e calunniano come fecero a te quei messeri che tu dici. Ed io ero incerto se dovessi continuar la battaglia o ripiegare dinanzi al numero. Ma ora che tu m'hai parlato cosí, io stimo piú il giudizio tuo che non quello di tutti gli altri presi in fascio. E voglio gagliardamente combattere, parola per parola, senza ripiegar d'un pollice.

Foscolo— Pessimo divisamento mi sembra il tuo, figliuolo. Pensa che tu devi attendere ad altre opere; e gli eruditi e i grammatici altra mèta non sogliono prefiggere alla lor vita che d'accapigliarsi in queste inutilissime gare. Onde tu sarai stanco quando quelli penseranno di non avere pur incominciata la zuffa.

Io— E dovrò dunque tacere, e tollerare in pace che si confondano miseramente le mie idee, e, strappataquesta o quella dal suo contesto, e grottescamente camuffata, si trascini dinanzi alla gente per confutarla e vituperarla?

Foscolo— Non dartene pensiero. Fa' come feci io nella evenienza che ti dissi. «Io scrissi la risposta, ma la dignità dell'animo mio risorse, e non mi avvilii a pubblicarla». (II, 201). O ricorri all'altro espediente che escogitai quando ero piú maturo d'anni e di esperienza. «Facevo puntualmente ristampare gli stessi articoli di giornali e gazzette, epigrammi, dissertazioni, censure morali e accuse politiche pubblicate a mio lume dai suddetti letterati miei concittadini e stranieri, e tutti maestri miei. Cosí ristampate senza alterare sillaba loro né aggiungervi sillaba mia, io le lasciava distribuire agli amici miei, a' noti e agl'ignoti; ed io usciva di ogni pensiero di quella faccenda». (IV, 77).

Io— Il conto mi tornerebbe poco. Mali tempi corrono, Poeta, e la carta e la stampa costano un occhio.

Foscolo— Odi allora un sogno ch'io feci quando piú contro me infierivano i pedanti gabbati dalla miaChioma di Berenice. La rupe di Mènnone, onde io avevo ragionato nelle chiose, m'apparve fra le tenebre, e mi disse: «Poeta, io mi levo sul deserto,sola, immobile, gelida nel basalto negro. Si abbattono su me stormi d'augelli, e non vi annidano: nugoli di germi, e non vi allignano: scrosci di piogge, e non mi corrodono. Le genti additano da lungi la mia aridità e la mia solitudine. Ma come il sole sorge, al suo raggio, al suo fuoco, le mie fibre segrete vibrano come le corde d'una lira, e da tutta la mia sostanza si effonde un'armonia purissima, come da un fiore il profumo. Poeta, la rupe risponde solamente al sole».


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