IV.LA MACCHINA IN FUNZIONE

Dunque, la formidabile macchina dellafilologia scientifica, incominciò ad entrare in funzione.

E prima di tutto, mutò laposizionedel filologo dinanzi alle materie del suo studio. Il povero umanista, di fronte alle opere degli antichi, stava, come un innamorato, in atto di perenne adorazione. Ifilologiscientifici se lo figurarono e lo gabellarono per un semplicione tutto facilonità e dabbenaggine, pronto a sdilinquire per ognipius Aeneasdi Virgilio (testuale). Su questo fantoccio tirarono a palle di fuoco, lo abbatterono, lo calpestarono. E assunsero poi, di fronte ai poeti, ai pensatori, agli storici antichi e moderni, laposizione obiettiva.

Sicuro. «Loscienziato— dicevano — non deve lasciarsi prender la mano dall'entusiasmo. Che direste d'un chimico, d'un anatomico, d'un patologo, che indulgesse al sentimento, alla passione, alla sensibilità estetica, nella determinazione d'unpeso atomico, nell'analisi d'un fascio di fibre, nella descrizione d'una colonia di batterî? Lo scienziato deve rimanere sereno, freddo e impassibile. E sereno, freddo e impassibile deve rimanere il filologo,che è anch'esso uno scienziato, nello studio dei fenomeni storici letterarî artistici».

«L'interprete filologo — scriveva ancor ieri un macellaro filologo, che ha sconciamente sbrandellato Virgilio, e che studiosi italiani hanno avuto il fegato di lodare — deve, a servizio delle sue ricerchetrascendentali, trattare il coltello con mano sicura, e piantarlo a fondo,senza riguardo a ragioni sentimentali»[16].

E in base a questi ragionamenti, la cui fallacia fu chiarita nello scorso articolo, ecco il filologuccio tedesco inforcar gli occhiali a stanghetta, sedere a scranna, e assumere con molto sussiego, dinanziad Omero ad Eschilo a Tucidide a Lucrezio ad Orazio a Tacito, laposizione obiettiva. Lasciate cioè le frasche sentimentali, passionali, estetiche, Herr Philologus si mise, come i cultori delle scienze esatte presi a scimmieggiare, a fabbricare strumenti di precisione, a dettare norme metodiche, a creare algoritmi, a fondar teorie, a scuoprire leggi.

Strumenti di precisione. — Dizionarî generali, dizionarî speciali, grammatiche, repertorî, prontuarî, manualetti e manualoni, e indici di ogni specie, costruiti con meticolosità infinita. Ne ho parlato e ne riparlerò.

Norme metodiche. — Anche di queste ho fatto cenno. Nella bisogna filologica si presentano varie operazioni. Decifrare i codici, trascriverli, raffrontarli, compilare liste di varianti, portare tutto al tipografo, correggere le prime, le seconde, le terze bozze, e via dicendo. Tutte queste operazioni furono scrupolosamente distinte, classificate. E per ciascuna di esse si stabilirononorme metodiche. Già dissi che qualsiasi persona intelligente codeste norme le possiede pel solo fatto che ha un cervello. Esempio: se due codici,AeB, presentano il medesimo testo, si possono fare due ipotesi: o l'uno dei due deriva dall'altro, o tutti e due derivano da un terzo. Herr Philologus pensò che questa e simili altre peregrine verità non potesserobalenare alla prima a qualsiasi mente, e le espresse con formule teoriche, e le raccolse in appositi manuali ad uso dei neofiti.

Algoritmi. — Son dunque i segni e le cifre convenzionali che la matematica e le altre scienze esatte creano per rendere piú spicci i calcoli. La filologia si fabbricò anch'essa algoritmi, stabilendo un segno convenzionale per ciascunnumerodel bagaglio classico (opere, codici, etc), e per ciascuno strumento della sua ricchissima suppellettile scientifica. Il terzo canto dellaIliade? Basta scrivere Γ, spiccio spiccio. — Il quinto dell'Odissea? Basta ε. — Rendiconti dell'Accademia di Monaco? Stz. d. b. Ak. — Codice laurenziano d'Eschilo? Si scriva A, e bott lí.

Tutte cose, in apparenza, innocenti come l'acqua, e magari, a tempo e luogo, opportune ed utili. Se non che, quando Herr Philologus si trovò a manovrare con codeste siglemisteriose, immaginò subito d'essere un nuovo Newton alla caccia di qualche nuova legge universale. Guardate un po'. L'astronomo scrive, per esempio:

A + D - π = η3

Ed Herr Eselkopf scrive:

θέλεν ΜθέλειA b f del. Karst.N. I. Ph. III, 48, 3, cfr. Wil. Her. 121.

Quale delle due formule è piú scientificamente decorativa? Quella dell'astronomo o quella del filologo? — Herr Eselkopf nuotava nel latte e miele: e cominciò a concepire per le menome deiezioni del suo cerebro augusto, una tenerezza, una stima, una ammirazione illimitate. E coniò una terminologia cònsona ai sentimenti. Se scavizzolava in qualche ignoto scoliasta la notizia che Euripide, putacaso, mangiasse busecca nelle feste Lenèe, questa era lascopertadi Eselkopf. Se si figurava che Sofocle avesse imitato alcuni versi di Eschilo, questa era lateoriadi Eselkopf. Se con una accurata statistica vi dimostrava che quella mala zeppa di Aristofane nutriva spiccatissima predilezione per una certa parola alla quale dànno vivo sapore d'attualità i virili costumi della Germania di Guglielmo, la dimostrazione di questa predilezione diveniva laleggedi Eselkopf.

Ma voi capite che quando un mortale ad ogni pie' sospinto fa unascoperta, ad ogni parola sputa unateoria, con ogni articolo stabilisce unalegge, allora questo mortale è lontano assai dalla misera terra, è già prossimo, oh Pindaro, alle bronzee soglie d'Olimpo.

***

Coi nuovi acuminati strumenti Herr Philologus procede' alla revisionescientificadelle letterature antiche e moderne.

E prima di tutto, accumulò sassolini, sassolini, sassolini, cioè fatti, fatti, fatti. Col sussidio dei suddetti strumenti, mercé i quali il primo venuto può fare in dieci minuti una ricerca che, per esempio, ad Enrico Stefano sarebbe costata mesi e mesi, Herr Philologus si fu presto cacciato in tutti gli anditi, in tutti i ripostigli ed i buchidell'arte e del pensiero antico. In ogni momento della sua vita egli vi sapeva dire quanti και si trovano in ciascun dialogo di Platone, e in che proporzione; vi enumerava tutti gli schemi metrici delle elegie di Tibullo; vi diceva quante volte fa e quante volte non fa posizione la tal consonante doppia in Omero. Ma ancora questi fatti non erano abbastanza positivi, abbastanza cibanti, per lo stomaco di Eselkopf, uso alla salsiccia, alla birra, al sauerkraut. Eselkopf ne cercava di piú sostanziosi. E non dormiva i sonni tranquilli finché non avesse saputo per filo e per segno che qualità di papiro adoperasse Pericle per scrivere i bigliettini dolci ad Aspasia, con che lardo Orfeo ungesse i bischeri della sua cetera, e come si chiamassero e che mestiere esercitassero lo zio e il prozio e l'arcibisnonno di qualche tanghero scazzottatore celebrato da Pindaro (Wilamowitz). E quando poi si trovò cosí addentro nei fatti di casa del mondo classico, quando ebbe frugato e rifrugato ben bene in tuttigli angoli, anche nei meno puliti, allora Eselkopf si credette e si proclamò sovrano assoluto di quel mondo. Come se il topo della reggia, che va a ficcare il muso in buchi inaccessibili anche ai mozzi di stalla, si figurasse di regger lo scettro, e di sedere in trono, ammantato di porpora.

***

Un sovrano assoluto può introdurre nel suo regno le mutazioni che piú gli garbano. Ed Eselkopf procede' bravamente a parecchie riforme che gli sembravano urgenti.

Prima mutò le livree. Dalle sue sterminate cognizioni gli risultava che, per esempio, gli scrittori greci del quinto secolo non adoperassero, per designare il suonos, quei segni σ e ς che s'erano usati sino alla nuova proclamazione scientifica; bensí l'unico segno ϲ. Alla squisita sensibilità estetica di Eselkopf, tutti quei σ davano noia. E con gran solennità, nelle nuove edizioni, introdusse la nuova, cioè la piú antica forma.

Dalle livree passò a qualche ritocco sulla viva carne, come si mozza la coda o si tosa il pelo a un bull-dog o ad un maltese. Per esempio, Eselkopf sapeva che Saffo aveva scritto in dialetto eolico; e vedeva che certe forme delle poesie diSaffo giunte sino a noi non corrispondevano alle forme eoliche quali avrebbero dovuto essere secondo i paradimmi dei suoi manuali. Ed Eselkopf mutò senza esitare le forme: perché, secondo lui, Saffo, artista liberissima e capricciosissima, in un tempo in cui non esistevano né regole né grammatiche, avrebbe dovuto scrivere in dialetto eolico obbligato.

À tout seigneur tout honneur.Il tiro piú bello lo fecero ad Omero. Un certo Fick — che dico? l'insignissimo filologo scientifico Fick, fittosi in capo che la forma originaria dei poemi omerici dovesse essere differente da quella che possediamo, in un dialetto eolico ricostruito teoricamente, si prese la scesa di testa di tradurre da cima a fondo i poemi di Omero in codesto eolico teorico, e di presentarli al mondo scientifico come la vera autentica lezione, quella uscita diritta diritta dalle labbra del non mai esistito cantore d'Achille. E non lo mandarono al manicomio. Anzi io rammento di averlo sentito proclamare solennemente, da una cattedra dell'Università di Roma (non di letteratura greca, per fortuna),principe degli omeristi.

E dopo le tosature, vennero i tatuaggi e le multiformi mutilazioni degli emendamenti. Tutte le volte che non capiva, ed è incredibile quanto spesso i tedeschi non capiscano le cose piú ovvie, Eselkopf, senza esitare un momento,emendava. Nonsaprei dire a che punto giungesse la aberrazione degliemendamenti. Aprite l'Eschilocommentato dal Wecklein. Ad ogni pie' sospinto, dove non ce n'è il menomo bisogno, dove tutto è chiaro, Wecklein sovrappone o sostituisce il tran tran del suo grecuccio teutonico alla divina armonia di Eschilo, e spesso senza neppure avvertirvi della sostituzione. È uno spasimo. Se avete senso d'arte, una ribellione vi solleva le intime viscere. E nessuno dei poeti greci e latini si salvò dalle oscene manipolazioni.

***

Se non che, numera και, cambia terminazioni, volta in eolico, avvenne a poco a poco un fenomeno curioso: avvenne che ad Herr Philologus codesti famosi classici non parvero poi quelle meraviglie che avevano detto gli umanisti. Ed è naturale. Prendete Elena argiva, uccidetela, scuoiatela, e non vi rimane che un pezzo anatomico ributtante. E analogamente, nelle opere di poesia e di pensiero, fate astrazione dagli elementi sentimentali, passionali, estetici, e vi resta una putrescente poltiglia di vocaboli. Herr Philologus, pituita grossa come gli scarponi, non sentiva il lezzo di cadavere. Herr Philologus procedeva gagliardo alla bisogna, numerava, comparava, moltiplicava sillabe, punti, virgole.E siccome, manipola, manipola, codesta grandezza magnificata dagli esteti Herr Philologus non la vedeva; e siccome Herr Philologus, scienziato per grazia del kaiser e dell'accademia di Berlino, non poteva ammettere d'essere un ottuso; con un rapido passo delle zampe elefantesche, Herr Philologus passò dalla obiettività alla svalutazione.

Già. Avvenne proprio come quando, ai tempi barbari, non raggiando ancora sul mondo la luce dellaKultur, un povero europeo naufragava in qualche inospite plaga dell'Africa o dell'Australia: che gli aborigeni, prima lo pigliavano per un dio e lo adoravano; poi, a mano a mano, gli tiravano il naso e le orecchie; quindi lo mettevano in una stia ad ingrassare; e infine lo accoppavano e ne imbandivano succulenti manicaretti. Cosí i filologi tedeschi. Cominciarono, con Winckelmann, con Lessing, con Goethe, a idolatrare i Greci e i Romani, e ad assumerli modelli per dirozzare i proprî costumi, la lingua, lo stile. Poi, preso coraggio, vennero le benevole confidenze: il ganascino a Catullo, una tiratina d'orecchi a quello sporcaccioncino di Tibullo, un colpetto di palma sulla pancetta pulcinellesca di Plauto. Poi cominciarono le parole grosse e gli scappellotti. Cicerone era un mozzorecchi, Livio un leccazampe contafrottole, Orazio uno scimmiotto dei Greci, e bazza a chitocca. Ma le incursioni tentate dalla bordaglia scientifica in territorio latino, gustosissimamente scorbacchiate in una poesia dello Zanella, sono note a tutti. Meno risaputo è che da qualche tempo i filologi lanzi hanno rivolto i quattrocentoventi del loro metodo contro il Partenone.

Sicuro. Per esempio, il signor Richter,oberlehrer(leggi caporal maggiore) nel ginnasio di Breslau, in un aureo libro in cui una serie di riassunti (il forte dei tedeschi) si dàn l'aria d'uno studio tecnico sulla drammaturgia di Eschilo, dirà pari pari, a proposito della prodigiosaOrestea, cheappena si riesce a concepire una maniera piú unilaterale e superficiale di trattare la poderosa materia[17]. Oh, se l'avesse trattata il caporal maggiore, con la rinocerontesca profondità alemanna!

Pindaro, quei campanari dei Greci suoi coetanei si deliziavano tanto all'armonia dei suoi versi, che incisero in lettere d'oro tutta una sua lunga ode, la Olimpica VII, sulle pareti del tempio di Atena Lindia. Ma il Wilamowitz, quello chescuoprele fonti d'Eschilo negli stornelli di Lamporecchio, e che è professore all'Università di Berlino e consigliereintimo del kaiser, ha l'orecchio piú fine di tutti gli antichi Greci messi in un fascio. E quindi assevera che il poeta di Tebe,essendo beota, non riusciva ad esprimere bene i suoi concetti, non sapeva costruire bene le sue frasi e render chiaro il nesso dei suoi pensieri mediante le ricche particelle della lingua greca, non aveva il menomo orecchio per molte regole di eufonia universalmente riconosciute(in Germania?): sicché le sue perifrasi convenzionali penzolano flosce flosce[18]. Ho tradotto alla lettera. E che bocciatura gli avrebbe appioppata, Wilamowitz a Pindaro, se questi si fosse presentato all'esame di greco a Berlino! — E in Italia lo spalleggiarono. Sicuro. Un uomo di gran nome accademico, che non era ellenista, ma era filologo[19], popolarizzando in un suo scritterellocodeste preziosità wilamowitziane, precluse la via perfino alla discussione, sentenziando che in simili questioni avevan diritto di giudizio solamente iPARI. Intendeva forse gli accademici di Berlino.Deutschland ueber alles!Vada al diavolo l'arte classica, ma rimanga intatta, e neppur sospettata, la moglie di kaiser, l'accademia di Berlino, che dà le croci di ferro. E non soltanto di ferro.

Adesso poi l'hanno presa anche con Omero. Ed ecco come.

Corinna, emula di Saffo, gli antichi la chiamaronomosca, e non certo per dimostrarle soverchia ammirazione. Quello che di lei conoscevamo fino a poco tempo fa era davvero troppo poco per valutare la convenienza di tale epiteto; ma nel 1906 uno dei famosi papiri ci diede un paio di frammenti abbastanza importanti. Si faccia coraggio il lettore, e scorra la versione, che io gli sottopongo, del piú lungo di essi. C'è dunque un profeta, il quale consola il fiume Asopo, indignato, non sappiamo perché, contro i Numi, e gli rammenta che questi ebbero la degnazione di fecondargli nove figliuole[20].

«Delle tue figlie, tre ne possiede Giove padre, sovrano d'ogni cosa; tre ne sposò il signore che governa il ponto; di due Febo governa i talami;ed una l'ebbe Ermete, il buon figlio di Maia: ché cosí Amore e Cipride li convinsero a venire nascostamente alla tua casa, a rapire le nove giovinette.Esse daranno alla luce una stirpe d'eroi semidei, e saranno molto feconde ed esenti da vecchiaia, secondo mi convince il tripode fatidico.Questa dote ottenni solo io fra cinquanta gagliardi fratelli, e fui profeta degli àditi venerandi, avendo ottenuto di profetare senza menzogna.Ché il figlio di Latona concesse ad Euonimo di bandire per primo oracoli dai suoi tripodi. — Lo scacciò poi dalla terra, e conseguí per secondo tale onore, Urièofiglio di Posídone; e poi lo ebbe Oarione, mio genitore, che riconquistò la sua terra. Ma esso ora abita in cielo, ed io ottenni questa carica.Perciò dico i veri responsi. E tu desisti dalle tue liti con gl'Immortali[21].Cosí disse il santissimo vate. Ed Àsopo, lietamente presolo per la mano, e versando pianto dagli occhi, gli rispose cosí».

«Delle tue figlie, tre ne possiede Giove padre, sovrano d'ogni cosa; tre ne sposò il signore che governa il ponto; di due Febo governa i talami;

ed una l'ebbe Ermete, il buon figlio di Maia: ché cosí Amore e Cipride li convinsero a venire nascostamente alla tua casa, a rapire le nove giovinette.

Esse daranno alla luce una stirpe d'eroi semidei, e saranno molto feconde ed esenti da vecchiaia, secondo mi convince il tripode fatidico.

Questa dote ottenni solo io fra cinquanta gagliardi fratelli, e fui profeta degli àditi venerandi, avendo ottenuto di profetare senza menzogna.

Ché il figlio di Latona concesse ad Euonimo di bandire per primo oracoli dai suoi tripodi. — Lo scacciò poi dalla terra, e conseguí per secondo tale onore, Urièo

figlio di Posídone; e poi lo ebbe Oarione, mio genitore, che riconquistò la sua terra. Ma esso ora abita in cielo, ed io ottenni questa carica.

Perciò dico i veri responsi. E tu desisti dalle tue liti con gl'Immortali[21].

Cosí disse il santissimo vate. Ed Àsopo, lietamente presolo per la mano, e versando pianto dagli occhi, gli rispose cosí».

Coraggio lettori, la risposta dell'Asopo non c'è, e l'altra poesia ve la risparmio. Se la traducessi, comincereste a comprendere sempre meglio lamoscadegli antichi: questi due frammenti son proprio ronzii. Ma insomma, il caso potrebbe anche aver giuocato un brutto tiro alla povera Corinna; e né io né voi ci arrischieremmo a pronunciare ancora un giudizio.

A Wilamowitz questo coraggio non manca. I discorsi di Pindaro non gli vanno giú[22]; ma questa pappolata dell'ignoto profeta di Corinna proprio gli rifinisce: e fa alla signora poetessa tanti bei complimenti. Etranseat, e vada a conto della cavalleria, il forte dei nipoti di Wodan. Ma non è contento, se, per effetto di contrasto, non tira un calcio a un poeta maschio; e questa volta azzecca Omero. Asseverato che i frammenti corinnei offrono, comependantall'epica ionica (quella d'Omero), un saggio dell'epica dorica,proclama al mondo che essilo soddisfano assai piú delle sganasciate opere dei rapsodi che vanno sotto il nome di Omero e di Esiodo[23].

Quando ho veduto questa roba, ho creduto sul serio d'aver le traveggole; tanto piú che mi sembrava di ricordare che, sulla base dei frammenti di Corinna già conosciuti, miseri anch'essi, ma certo piú graziosi dei nuovi, il Wilamowitz in altri tempi avesse espressi giudizî poco favorevoli sulla povera poetessa. Ho riletto la pagina due o tre volte, ho provato a leggere dall'ultima parola alla prima, ho messo insieme le lettere iniziali, per vedere se in queste apparenti grullaggini il Wilamowitz avesse nascosto, per manía acrostica, qualche arcano aforisma filologico. Niente: dice proprio cosí: Corinna gli piace piú d'Omero[24].

E poi ho cominciato a farmi una ragione, badando ad un suo accenno a qualche somiglianza che intercede fra Corinna e i poeti ellenistici e gli alessandrini. E qui conviene fare un'altra sosta, e parlare d'un bestialissimo dirizzone che stanno pigliando ai nostri giorni i filologi biasciapiri.

Tutti sanno che, conclusa la serie dei grandissimi artisti greci con Euripide, con Platone, con Demostene, incomincia un periodo di carattere assai diverso: l'alessandrino. È assai difficile significare l'impressione di asfissia che prova chi, dopo aver vagato attraverso le foreste magiche della gran poesia classica, si affaccia alle soglie dell'alessandrinismo. Di colpo, quasi per malefico sortilegio, vediamo sparire tutte le mirabili doti dell'arte greca: la spontaneità, la schiettezza, la luce, la libertà, la fantasia, la virtú plastica, l'ampiezza di linea, la musicalità profonda, quell'aderenza alla realtà e insieme quel perenne battito d'ala verso l'azzurro; e ci troviamo d'innanzi all'artificio, alla frigidità, alla pedanteria. Dai liberi campi dove s'incrociavano tutte le luci e tutte le fragranze, passiamo di colpo nel chiuso, tra polvere di libri e tanfo di lucerna. Salvo qualche eccezione — luminosissima Teocrito, che per altro non era greco, ma siciliano — i poeti alessandrini,a cominciare da Callimaco, sono proprio aurei mediocri, cioè aurei seccatori. Prima c'era solamente l'arte: con loro incomincia la letteratura per la letteratura, peste e flagello della umanità sofferente.

Se non che, questi frigidi poeti erano meravigliosi eruditi, bibliotecarî, raccoglitori di libri, compilatori di edizioni. Oltre che la letteratura, inaugurarono essi la filologia.

Ora appunto questa attività filologica provoca, per affinità elettiva, la simpatia dei filologi scientifici. Non solo; ma quella loro gessosa poesia, tutta compaginata di fatti precisi e documentati (Nulla canto che non sia documentato, diceva Callimaco), limata, stropicciata in ogni giuntura di sillabe con lo smeriglio della pedanteria, assoggettata spesso e volentieri a rompicapi di regole cretine, è l'unica che i moderni emarginatori di filologia, sordi alla grande arte classica, possano comprendere e gustare sinceramente.

Per un po' hanno taciuto, ché i nomi di Omero, di Pindaro, di Eschilo, si imponevano, e il filologo in genere è rispettoso delle opinioni belle e fatte. Poi, a mano a mano, hanno preso animo a ragliar fuori le vere predilezioni delle loro animule stoppacee. Pindaro non sa il greco, ma Callimaco è il principe dei poeti. Corinna è una poetessa grande, e l'Iliadee l'Odisseadue chitarronate.

Ah no, signori miei, fermi un momento: a che giuoco si giuoca? Voci alte e fioche, in questa benedetta terra d'Italia, hanno invocata a vostro favore la «libertà del cattivo gusto», hanno ammonito, con pituitosa sapienza, che la infinita dottrina concede al Wilamowitz il diritto di esprimere qualsiasi giudizio gli frulli pel capo.

No, signori miei. Queste carte di libero transito per le insidiose bestialità non possiamo concederle. L'arte non è un passatempo, è una fede. È la sola virtú capace di sollevare gli spiriti dalle miserie terrene; e non per nulla la religione cattolica, che è, non solo la piú alta ed umana, ma anche la piú saggia delle religioni, la volle compagna in ogni sua manifestazione[25]. Cento e cento grandi artisti hanno pianto, sorriso, fremuto d'entusiasmo alle sacre pagine dell'Iliadee dell'Odissea. Noi, che non siamo sciocchi, ritroviamo, ogni volta che torniamo ad esse, quel pianto, quel sorriso, quegli entusiasmi. Se un frigido sofista viene, senza altri argomenti se non quello della sua sterminata erudizione, a dirci chequelle pagine sono chitarronate, non rimane che il gesto di Gesú contro i mercanti invasori del tempio: pigliare la frusta.

***

Dunque, i filologi scientifici andavano facendo tabula rasa dell'arte classica. Ma non perché si svalutasse la materia perdevan credito gli strumenti che erano serviti alla svalutazione. Anzi, quanti piú guasti esercitavano, tanto piú acquistavano prestigio. Si capisce. Il fàscino che esercita sugli spiriti gentili un bel quattrocentoventi è in ragione diretta col numero delle statue che gitta giú, di un sol colpo, dalle nicchie di una cattedrale. Ma ci pensate! Gli strumenti della filologia scientifica servivano, non soltanto a penetrare sino negli intimi recessi delle opere, ma anche a dimostrare che in fondo queste opere non erano gran cosa.

In fondo avevano un solo vero pregio: quello di offrire ad Eselkopf rottami onde costruire i depositi dei suoi dizionarî, i trinceroni dei suoi manuali, i reticolati dei suoicontributi. Ed Herr Philologus, sulle rovine fumiganti del mondo classico, distrutto una volta da lui, riedificato da lui, ridistrutto da lui, si sentí simile ad un Saturnoteutonico, padre di tutte le cose, che genera figli e li trangugia a piacere.

Che piú ti resta? Infrangereanche alla morte il telo,e della vita il nèttarelibar con Giove in cielo.

Che piú ti resta? Infrangereanche alla morte il telo,e della vita il nèttarelibar con Giove in cielo.

***

Eselkopf si sentiva grande. Se non che, quanto piú crescevano la sua grandezza e la perfezione del suo metodo, tanto piú vedeva la gente disinteressarsi delle sue lucubrazioni, allontanarsi da lui. Eselkopf si sentiva grande ed incompreso. E allora vagheggiò la secessione, pensò di allontanarsi dai rozzi profani, in un tranquillo rifugio, insieme con altri grandi della sua risma. E cosí avvenne. I filologi autentici, serî, scientifici, scrupolosamente depurati di ogni scoriadilettantesca, cioè d'ogni sentimento, d'ogni passione, d'ogni sensibilità, si ritirarono, lontani dal mondo e dalle sue pompe, in una loro torre d'avorio (leggi celluloide), parlando fra loro il loro incomprensibile gergo, sdegnosi di comunicare i lorocontributi scientificial vulgo dei profani (die Laien), pei quali si davano tanto da fare quei babbioni degli umanisti. — E i profani non ci trovarono a ridire. Dauna parte avevano sentito che quell'arte, quel pensiero, quella letteratura non erano piú gran cosa; dall'altra non capivano il gergo degli eselkopfiani: perché avrebbero dovuto trattenerli per le falde della giubba?

Ma gli eselkopfiani pretesero di piú. Pretesero di essere mantenuti, come a Sparta gli antichi savî, a spese dello stato. — Veramente, avrebbero potuto rispondere i profani, lo stato vi paga coi quattrini nostri; e non si dovrebbero pagare se non i servigi realmente prestati; i quali, avvenuta la secessione, non sussistono piú. — Ma gli eselkopfiani risposero col ragionamento che abbiamo già esposto: che cioè la filologia era una scienza, e che gli scienziati non avevano altro obbligo se non quello di scoprire verità e leggi, senza punto occuparsi delle possibili applicazioni. E i profani abboccarono. Abboccarono: un po' perché non videro la fallacia dell'argomentazione; un po' per il misterioso rispetto che incuteva il gergo eselkopfiano. Il mondo è sempre il medesimo, dagli antichi àuguri ai tavoli spiritici: avido, ingordo, insaziabile di mistificazioni. Per lui chi piú parla difficile piú è bravo.

È tanto umano! Se io, per esempio, mi esprimo cosí: «Caio accetta la tal correzione che nel codice tale dellaIliadeuna seconda mano ha sovrapposto alla prima. Ma ne risulta un esametro con unasillaba lunga nella tal sede, mentre i computi di Tizio hanno dimostrato che per lo piú Omero evita la lunga in quella sede dell'esametro» — : se mi esprimo cosí, tutti capiscono che cosa ho voluto dire; ma tutti capiscono pure che per arrivare a questo ragionamento non c'è bisogno d'una mente galileiana. Ma se io scrivo invece: «Lateoriadi Caio (Phil. Unt., II, s. 55) che in A 139, m si ha da preferire ad M è dimostrata insostenibile dallalegge, di Tizio, DGR3. 185»; la gente penserà che codeste cifre sibilline racchiudano dio sa quale astrusa e miracolosa speculazione, inaccessibile a chi è fuor del santuario; e mi piglierà per un'arca di scienza. E anche nella ipotesi, tanto spesso verificatasi, che quelle formule, invece d'una anodina osservazione, racchiudano qualche solennissima corbelleria, un ministro della pubblica istruzione non potrà ragionevolmente opporsi ad affidarmi, con l'articolo 69, una cattedra di letteratura greca.

Dunque, i profani abboccarono. E assai piú volentieri abboccò lo stato germanico, il quale, col fiuto commerciale che nessuno saprebbe onestamente contendergli, aveva subodorato nelfilologo scientificoun ottimo articolo spiologico. E cosí l'arido rifugio dei filologi austeri venne consolato dalla manna mensile di centinaia e centinaia di marchi. La Tebaide con lo stipendio.

***

Ma l'uomo è un animale socievole. Dalla loro torre di celluloide, i filologi cominciarono a guardarsi intorno. Che tristezza, aver tante belle cose da dire, e non trovare un cane che voglia ascoltarle! Il canto degli eselkopfiani si sperdeva tristamente nel deserto. Ma che è, che non è, ecco altre voci, fioche, ma pur voci, giungere sulle ali dei venti, da lungi, dalle terre straniere. Oh diamine! E come non averci pensato prima! Sicuro! I filologi delle altre terre, di Francia, Inghilterra, Russia, America, Grecia, Spagna, San Marino, Italia! Quelli potevano imparare la loro lingua, accordarsi al diapason dei loro pensieri, formare con essi una umanità di pari, molto al disopra della povera umanità solita, nel nome e sotto gli auspici della filologia scientifica! E dalla torre di celluloide partí un'altra bomba, carica di gas veramente asfissiante: l'Internazionalizzazione della filologia.

Ma naturale, per bacco! E il mondo in tanti secoli non se n'era accorto! Diamine! E che la scienza conosce patria o confini? E che c'è una fisica tedesca, e poi tante altre fisiche, francesi, russe, inglesi? Fisica è tutta! E analogamente, filologia è tutta! Le letterature di tutto il mondocostituiscono una materia unica, da studiare col medesimo metodo, il filologico, infischiandosene altamente di tutta quella roba che ci andavano a cercare dentro i bisnonni dei nostri arcibisnonni: i pensieri generosi, la commozione, la celebrazione delle glorie avite, l'incitamento a magnanime gesta.

Io non so se questo ragionamento internazionale fosse ispirato agli eselkopfiani da malizia o solamente da matta bestialità. So che esso serviva molto bene ad uno scopo per essi altamente nazionale: cioè alla supervalutazione della letteratura tedesca.

Io non sono partigiano denigratore della letteratura tedesca. La ammiro, non ciecamente, ed ho soprattutto sicura coscienza di conoscerla, direttamente, assai meglio di tanti fanatici germanofili ed ex-germanofili. Potrò errare nell'apprezzamento, ma so quel che mi dico. Ora, la letteratura tedesca, incominciata assai tardi, quando tutte le letterature d'Europa contavano secoli di vita rigogliosa, vanta un solo poeta di primissimo ordine, il Goethe, una sola fioritura veramente geniale, il romanticismo. Ed io ho sempre avuto simpatia, anzi ho sempre sentita vera affinità elettiva con questa candida e rosea fioritura dello spirito umano, che conteneva tanti germi di pensiero di poesia e d'entusiasmo, presto brutalmente calpestati dalle suole fangose del militarismo prussiano. Io ho molto amato Hoffmann,Gian Paolo, Achim von Arnim, Brentano; ed ancora mi son cari, ché non saprei renderli responsabili dell'infamia e del cinismo dei loro tristi nipoti. Ma anche la fioritura romantica è piú di aspirazioni che di opere. È anemica, sporadica, informe. Non è un Olimpo, è un Limbo. E se si guarda a fondo, il suo prestigio piú grande lo deriva dalla musica, da Schubert, da Weber, da Schumann, da Beethoven, che immerge le radici nel classico settecento, ma apre tutti i suoi fiori nel piú ardente romanticismo. Né mai i poeti tedeschi giungono al sereno equilibrio tra l'ispirazione e l'arte cosciente, che costituisce l'intima essenza dei capolavori classici. O tentano il cielo; e si perdono tra le nubi della follia, come Nietzsche, o in una frigidità cristallina, come, assai sovente, lo stesso Goethe. Oppure vogliono tuffarsi nella umanità, e divengono sentimentali, come molti dei romantici, declamatori, come spesso Schiller, frivoli e sgarbati, come non raramente Heine. Forse la lingua stessa, tuttora nel periodo in cui i singoli temi che informano ciascuna parola non sono bene amalgamati, non è matura alle grandi creazioni[26].Il rinnegato Chamberlain, come tutti sanno, sostiene che codesta imperfetta fusione costituisca invece una superiorità; perché ciascuna parola tedesca lascia sempre sentir tutti gli elementi che la compongono: sicché, quando un tedesco dice, per esempio: Finger-hand-schuh (scarpa dei diti della mano, cioè guanto), sente simultaneamente, nell'armonioso vocabolo, le dita, la mano e la scarpa. Ma per confezionare simile ragionamento ci vuole tutta la zucconaggine di chi, nato inglese, s'industria a diventar prussiano. Sarebbe come dire che una cattedrale allora è una vera opera d'arte, quando l'abbiate sbarazzata, magari coi quattrocentoventi, delle sue statue, delle sue vetrate, dei suoi veli di marmi versicolori, dei suoi rutilanti musaici, e ne abbiate messe a nudo le travature, le grappe, i mattoni e il calcestruzzo. La verità è che la parola latina è una gemma iridescente, nella quale sonoperfettamentefusi tutti i minerali che l'hanno formata; e la parola tedesca è tuttora il fondiglio non amalgamato di un crogiuolo forse mal costruito.

E va bene. Ma stabilito il principio che le opere dei poeti e degli scrittori sono pura materia di scienza, da trattare con la medesima obiettività scientifica, che, dunque, non può far differenza tra il diamante e il carbone: ne risulta che, comedinanzi alla infinita grandezza di Dio si agguagliano il moscerino e l'elefante, cosí dinanzi aSua Maestà la Filologia scientificatanto vale la letteratura alemanna, quanto, poniamo, la letteratura greca; alla quale, del resto, gliusseri della mortedella filologia paragonano insistentemente la letteratura tedesca, in ardite punte volanti eseguite fuori del trincerone scientifico.

Un altro effetto dell'internazionalismo era poi lo svalutamento di tutti i titoli nobiliari artistici e letterarî. È bensí vero che quando Virgilio aveva scritto da un pezzo l'Eneide, i Germani d'Arminio ululavano i loro belluinibarditi; ma, ammessa la concezione «scientifica», quale nipote di Virgilio vorrebbe essere tanto rètore da inorgoglirsene di fronte a un nipote d'Arminio?

Previde la Germania, calcolò le conseguenze dell'internazionalismo filologico? Inutile dimanda. Sussiste il fatto che, mentre dal lato estetico esso tendeva a svalutare quello che in ciascuna letteratura è piú prezioso, cioè ilcarattere: dal lato etico mirava a scancellare quanto v'è nell'animo umano di piú profondo e di piú nobile; e in primissimo luogo, il sentimento nazionale.

Pensate un po'. Noi non siamo Italiani e non ci sentiamo orgogliosi di essere Italiani, perché siamo nati fra tanti gradi di latitudine e tanti dilongitudine. Bensí perché abbiamo comuni certe memorie, certe fedi, certe speranze, certi sentimenti, certe passioni. Questo patrimonio comune è retaggio dei nostri antichissimi padri; e viene trasmesso, di secolo in secolo, dalla letteratura. La letteratura è il ponte gittato fra il passato e il presente, il mezzo per cui i nostri grandi avi rimangono sempre fra noi, ci favellano, ci dànno continuamente il frutto prezioso della loro secolare esperienza. E perché questo patrimonio è tanto ricco e fulgido, noi ci sentiamo orgogliosi di possederlo. Ogni scritto è composto, sí, di parole; ma di parole che cadendo nelle anime germogliano vita. Le parole di Dante, le parole del Petrarca, del Machiavelli, dell'Alfieri, del Foscolo, tennero desta nel cuore degli Italiani la sacra coscienza della propria nobiltà, che, trionfando infine d'ogni insidia barbarica, eruppe dalle tenebre alla nuova luce fulgente.

Ma quando Herr Philologus vi fa persuasi che il primo dovere degli Italiani non è quello di sapere a memoria laDivina Commedia, bensí quello di collazionarne minutamente tutti i codici, o di riformarne la grafia e la punteggiatura, sino a rendere illeggibili i versi piú sublimi; allora, quando vi siate bene imbevuti di codesta persuasione, sarete pure convinti che cercare nei nostri grandi scrittoririevocazioni di memorie o incitamenti a grandi opere, è superficialità, è retorica, è dilettantismo. E dal '60 in giú, quanti e quanti, in Italia, si lasciarono instillare da Herr Philologus codesta persuasione!

Dunque, o in buona o in mala fede, la Germania sparpagliò per tutto il mondo sciami e sciami difilologi scientifici, a diffondere il nuovissimo perfido verbo. E per non trovarsi ad averne penuria, cominciò a fabbricarli a macchina; né la materia prima poteva mancare. Abbiamo visto come la concezione scientifica spalancasse le porte a due battenti allepiú deboli forze. Le piú deboli forze corsero all'appello. Come, quando la gran patria chiama, miopi, sciancati, varicosi, denutriti, gibbosi, accorrono a sgozzare Belgi o Serbi; cosí microcefali, deficienti, maniaci, corsero allo squillo della filologia scientifica. E quando furono debitamente ferrati sulmetodo, e, con la patente didottore in filologia, ebbero acquistata la incontrastabile signoria di quelle ventiquattro, quarantotto, novantasei discipline che abbiamo descritte, andarono, con sulle natiche callose ilmade in Germanydella sacra accademia di Berlino, a disseminare ai quattro venti il glutinoso polline della filologia scientifica.

E lavorarono bene. In poco d'ora, in tutti i paesi civili, Francia, Inghilterra, Russia, America,Grecia, e specialmente in Italia, la bruna Mignon sempre sospirata dal sentimentale scimmione teutonico, sorsero, come per incanto, tante e tante torricelle di celluloide, immediatamente collegate con mille fili al gran torrione centrale di Berlino.

E dentro queste torricelle, bene isolati dalla comune dei mortali, vissero e vivono i filologi ortodossi, favellando un lor gergo speciale, ragionando con una specialissima logica, adottando usi e costumi peculiari, strani, ben differenti da quelli della misera gente profana.

E non hanno avuto ancora il loro Figuier.

Prima di passare al punto capitale della mia ricerca, cioè alla infiltrazione tedesca nella scuola e negli studî italiani, diamo un'occhiata agli ultimi risultati del metodo filologico scientifico in Germania.

Tali risultati sono, con matematica inflessibilità, conseguenti alle premesse. Dichiarati superflui e nocivi, e banditi dagli studî storici, letterarî, artistici, il sentimento ed il gusto, ridotto tutto ad un appuramento e una raccolta di fatti, si giunse, e non si poteva non giungere, al repertorio, alla compilazione. Repertorî e compilazioni pure e semplici sono oggimai tutti i libri tedeschi che pomposamente si intitolanoStoria della letteratura,Dottrina metrica,Grammatica scientifica,Storia della mitologia.

Storia della letteratura il famosissimo Christ? Sono date di nascita e di morte, fatti materiali, riassunti. Se ne leggete venti pagine di fila, avreterapita la palma a Didimo, che per la sua coriacea resistenza di leggitore, fu chiamatostomaco di bronzo. Dottrina metrica il Gleditsch? È un inventario, una poltiglia di schemi ritmici, senza neppure il tentativo di studiare l'essenza del ritmo, di stabilirne i principî, d'indagare le ragioni naturali, storiche, estetiche delle sue multiformi manifestazioni. Le grammatiche del Krüger e del Kühner non sono che repertorî di fatti, e sia pure precisi, precisissimi. Si potrà dichiararle utili a scopi professionali (io le trovo inutilissime); ma per ammirarle ed entusiasmarsene, ci vuol proprio la zucconaggine dei puri grammatici, i quali non sanno deviare un millimetro dalle vecchie rotaie, e sembra non sospettino neppure alla lontana la verità, già a suo tempo mirabilmente formulata dal Giordani, che «la grammatica è parte di metafisica la piú sublime»[27]. E vorreste chiamareStoria della mitologiail Gruppe? È una bioscia indigesta, una bigutta, unaolla podrida. I fatti vi sono buttati a a casaccio, senza ordine, senza discernimento, senzacritica, come nel truogolo si gittano al ciacco ossa di manzo, bucce di patate, torsoli di cavolo.

E a mano a mano, neppure come repertorî servono piú codeste opere. Se ne spacciano molte copie in Germania, e fuori di Germania, e massime in Italia. E le nuove edizioni, spesso curate da nuovi filologi, anche piúscientificidegli originarî compilatori, si vanno via via, sulla scorta dellerecentissime scoperte, rigonfiando, idropizzando, di fatti, di fatti, di fatti. E tutta codesta abbondanza, che, secondo il concetto scientifico, dovrebbe rendere piú profonda la conoscenza, serve a non far capire piú nulla. Conoscenza è scelta, sceveramento, sintesi. Per esempio, scrivere la grammatica d'una lingua, dovrebbe significare approfondirne l'organismo con criterio filosofico, e scuoprirne i principî regolatori, ai quali possa poi ciascuno agevolmente riferire tutti i singoli fenomeni morfologici e sintattici. Ma se voi trascurate l'analisi profonda dei principî, e mi date invece tutti i singoli fatti, come appunto usano Krüger, Kühner e compagni di Germania, mi trovo precisamente, punto e da capo, a dover rifare per conto mio il lavoro di scelta, di sintesi, d'ordinamento. — Ma pensare, l'abbiamo visto, è antiscientifico. Scientifico è raccoglier sassolini. E mucchi di sassolini, anzi di tritissima sabbia sono appunto codesti recentissimimanuali tedeschi. Per esempio, il dizionario mitologico del Roscher, incominciato, tanti e tanti anni fa, abbastanza bene, è divenuto una selva cosí fitta e intricata di fatti e fattucci e fatterellucci, che per cercare una notizia dovete impiegare una settimana; e poi finite per non scovarla tra quel minutissimo tritume, e dovete ricorrere a qualche altro lessico, per esempio a quello inglese dello Smith, che è del 1815, ma è fatto da un uomo che aveva la testa sulle spalle, e perciò è quel che dev'essere un dizionario, vale a dire offre agevole risposta a ciascuna domanda. Vero è che proprio negli ultimi tempi c'è stato qualche sintomo di reazione «estetica» anche in Germania. Sicuro. Herr Philologus, sebbene lautamente stipendiato, sebbene dichiarato, in Germania, e massime in Italia, vir summus, sebbene pezzo grosso dell'accademia di Berlino, ha cominciato a sentire, cosí a fiuto, che codesta sua produzione «severamente scientifica» è un po' roba da ufficiale di scrittura. Herr Philologus ha riscosso allora, nelle adipose budella, il vecchio sentimento tedesco, e ha cominciato a largire ai profaniinterpretazioni estetiche. Abbiamo visto di che risma: e, sempre a richiesta dei filologi increduli, eccomi pronto a moltiplicare gli esempî.

Troppo tardi, Herr Philologus! Nessuno, neanche un Latino, cioè un uomo che pur nasce con ottimedisposizioni all'arte, può fabbricarsi di punto in bianco una giusta sensibilità artistica: il tirocinio dell'arte è assai piú lungo, cari signori, che non sia il tirocinio della vostra scienza. Voialtri poi, carissimi lanzi, doti native di intelligenza artistica non ne avetepunto, e dovete fabbricarvele artificialmente, come hanno tentato tutti i vostri migliori, a cominciare dal Goethe. Lavoro doppiamente lungo. I vostri nonni e bisnonni ci si erano sobbarcati. Ma avevate appena incominciato a tirarvi su, a furia d'iniezioni di ellenismo, di romanesimo, di italianismo, e voi, ciechi nepoti, pieni di voi perché avevate fabbricato cannoni, attivate industrie, allineate ferrovie, presumeste scuotere quei gioghi volontariamente accettati, e voleste rifar tutto al solo ed unico lume dei vostri cervellacci. Cosí, raschiata in brev'ora la vernice di umanesimo applicata con tanta pena, è riapparsa in tutta la sua rozzezza la vostra mentalità originaria.

Cosí siete tornati a non capire la grande arte classica, e nel vostro puzzolentissimo orgoglio l'avete dichiarata inferiore. Cosí quando volete spiegarla a voi stessi ed agli altri, spacciate, ad onta delle vostre sterminate cognizioni scientifiche, tali corbellerie, che il piú tarpano scolaretto, il piú inculto uomo del popolo che ha avuto lafortuna di nascere in Italia, può rilevarle e ridere alle vostre spalle massicce.

Tal sia di voi, lanzi. Il vostro male è oramai profondo e immedicabile. Davvero non vorrò io cercarne i rimedî. Cosí potesse la vostra barbarie venir ricacciata, e per sempre, nelle selve originarie, dalle quali uscite ogni tanto per tuffare l'umanità in orrendi lavacri di sangue.

***

Ma il vostro morbo s'è appreso all'Italia. L'Italia ha bevuto per lunghi e lunghi anni, come nettarei farmachi, i tòssici pestiferi che voi le andavate propinando. Questo mi avvilisce e mi cruccia: e non è avvilimento e cruccio estemporaneo. E adesso, deposto lo spirito di cordiale antipatia che sinora animava le mie pagine, mi accingo a studiare il male della nostra patria, con l'ansia dolorosa di chi vede languire e sempre piú estenuarsi una persona diletta.

E non è studio facile. Anche qui abbiamo un intreccio fittissimo di cause e di effetti, un corrodimento tenace e dannoso, che, esercitandosi per piú di mezzo secolo nella scuola, nella cultura, nello spirito italiano, ha prodotto effetti rovinosi. Il processo deleterio fu di quando in quando avvertitoda uomini di spirito indipendente; e sorsero voci di allarme. Ma troppo piú numerose, arroganti, sicure, si levaron le proteste dei tedescofili; e quelle voci rimasero solitarie, furono soffocate. Nessuno tentò una vera diagnosi. La relazione della Commissione pel riordinamento universitario è opera di persone fornite di molta dottrina e di molto ingegno. Ma ha il difetto originario di tutte le relazioni: non è lavoro organico, bensí compilazione di opinioni e vedute spesso diametralmente opposte. Le singole osservazioni, prese ciascuna per sé, saranno eccellenti: messe a raffronto, risultano quasi sempre contradittorie: sicché nel complesso sembrano il discorso di un uomo cultissimo, il quale affermi che il tale oggetto è bianco, e per provarlo dimostri che è nero, e per rispondere a previste obiezioni sostenga che è verde pisello. Per giungere a qualche risultato, conviene invece raccogliere ed elaborare tutti gli elementi della discussione nel fuoco d'una sola mente. Ed è questo il tentativo a cui appunto mi accingo.

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E dunque, il giorno in cui la patria nostra fu ricostituita a dignità ed unità di nazione, fra gli altri compiti si presentò anche quello di rianimaree riordinare la cultura languida e dispersa. Come principalissimo tramite di tale riordinamento, si presentavano, naturalmente, le Università. E quindi si procede' ad organizzare ed unificare le molte Università italiane, che, per ben cognite ragioni, erano diversamente ordinate, e s'erano andate immiserendo, dove piú, dove meno, in tutte le regioni.

Stabilito il piano unico di riforma (legge Casati del 1859), emerse la necessità di crear nuovi professori. E, quasi per miracolo, si trovò un nucleo d'uomini insigni per dottrina, per ingegno, per carattere: Carducci, De Sanctis, Settembrini, Bonghi, Comparetti, D'Ancona, Amari, Villari, Bartoli (Atto Vannucci, storico insigne, e per nostra vergogna quasi dimenticato, non ebbe, ch'io sappia, cattedra universitaria).

Questi uomini non provenivano da veruna scuola tedesca. Erano tutti di fabbrica paesana. Il De Sanctis, come tutti sanno, usciva dalla Scuola del Puoti. Il poeta deiGiambi ed epodiaveva studiato dagli Scolopi. Il Settembrini s'era tirato su per avvocato, per avvocato il Bartoli, per notaio, e l'esilio gli troncò gli studî, Alessandro D'Ancona. Michele Amari era impiegato alla Tesoreria di Stato in Sicilia, Ruggero Bonghi «o bene o male, venne su da sé». Il Comparetti spiccò l'altissimo volo verso il mondo ellenico dagli alberelli e dalleteriache d'una farmacia. Alla stretta dei conti, furono tutti un po' autodidatti, e si fecero, piú che altro, studiando gli autori, allacciandosi alle tradizioni italiane. E ciò non ostante, nessuno vorrà dire che abbiano tenuto con poco onore le cattedre ad essi affidate.

Se non che, di alcune discipline recentissime, per esempio glottologia, sanscrito, lingue neo-latine, scarseggiavano o mancavano cultori. Ed anche per le discipline piú coltivate, il numero degli studiosi era insufficiente, anche perché le Università italiane erano troppe. Erano troppe, e non si ebbe il coraggio di ridurle: germe di male, questo, che difficilmente si potrà estirpar mai dalla patria nostra.

Dunque, occorrevano professori. E l'Italia fece quello che fanno in simili occorrenze gli acquirenti giudiziosi, che ricorrono ai magazzini meglio forniti e accreditati. Né credito né merce mancavano alle Università di Germania, che da tempo erano divenuteun'ampia manifattura di filologia, come con singolare chiaroveggenza osservava fin dal 1845 il Giordani[28], il quale, dal Bonghi in giú, vien dichiarato, da ragazzi e da non ragazzi, puro stilista, cioè puro babbione, e invece espose, in quasiogni suo scritto, ed anche in quistioni di cultura e di studio, verità profondissime, e da meditarle anche noi modernissimi, acutissimi, profondissimamente rihegeliani. E l'Italia si provvide in Germania. E si provvide in due maniere. Togliendo di peso professori tedeschi che venissero a effonder direttamente fra noi qualche raggio del loro sapere sublime; e mandando in Germania studiosi italiani che si illuminassero alle empiree fonti di Berlino, di Lipsia, di Gottinga, e tornassero poi a darcene qualche riverbero.

E cosí, dal '60 in giú, ebbe luogo laorganizzazione scientificadelle Università italiane; e tutte le cattedre, le antiche, le nuove e le nuovissime, furono affidate ad autentici rappresentanti del metodo scientifico. A poco a poco, la organizzazione scientifica fu compiuta. E in un suo scritto, il buon Pascoli, che era molto fino, ma in certe questioni travedeva stranamente, compiacendosi dello stato attuale della cultura italiana, osservava che oramai gli stranieri badavano anche a noi, e ci lodavano. «Oh bravi, guarda! Ci siete arrivati anche voi?» — Sí, oh buono e grande poeta, che guardavi molto i campi e poco le miserie accademiche: sí, la Facoltà di lettere nelle Università italiane è divenuta istituto perfettamente scientifico: sí, ci siamo proprio arrivati anche noi.

***

Ci siamo arrivati anche noi. Però, miei colleghi universitarî, deponete ogni male inteso amor proprio, e rispondetemi in coscienza. Diamoci un'occhiata attorno. Dopo cinquant'anni d'intenso lavoroscientifico, lascienza filologicaitaliana ha prodotto opere che si possano equiparare allaStoria della letteratura italianae aiSaggidel De Sanctis, aiDiscorsi sullo svolgimento della letteratura nazionalee ai cento altri studî del Carducci, allaStoria dei Mussulmani in Siciliadell'Amari, alVirgilio nel Medio Evodel Comparetti, e ai lavori in genere del D'Ancona, del Settembrini, del Bonghi, del Vannucci, del Bartoli? — No, è vero? La risposta non può essere dubbia. Andiamo avanti.

È vero o non è vero che, ad onta di tanti perfezionamenti di metodi e di tanta folla di studiosi, ci troviamo imbarazzatissimi a cuoprire degnamente le cattedre vacanti, e specialmente quelle delle discipline piú importanti, specialmente quelle di letteratura italiana, specialissimamente quelle di letteratura latina? Anche questo non saprete negarmelo.

E ditemi ancora. Quando nei concorsi alle cattedre di scuole medie abbiamo esaminato centinaia e centinaia di giovani aspiranti, dobbiamo o nondobbiamo deplorare quasi sempre che questi giovani, pure usciti da codeste nostre università filologiche scientificamente organizzate alla tedesca, non sappiano leggere con giusta pronunzia né a senso una canzone del Petrarca, non scrivere una paginetta di latino senza infiorarla di spropositi, non intendere a prima vista autori latini che i nostri padri e i nostri nonni,scolari dei preti, sapevano a memoria, interpretavano dormendo?

E quante volte, ricordate,in camera charitatis, abbiamo dovuto deplorare che nelle aule di lettere, e massime dopo il miglioramento degli stipendi, si affollino giovani che per gli studî letterarî non nutrono la menoma passione, che non leggono mai né una storia, né un romanzo, né un poeta, che non dimostrano, in genere, veruno sfavillio di pensiero: e che i giovani di piú fervido ingegno corrano invece tutti alle altre Facoltà, quelle di legge, di medicina, di scienze?

E, uscendo dalla scuola, vi siete accorti che oramai professore e seccatore sono divenuti sinonimi quasi assoluti? Avete badato al fatto che gli artisti, i quali un tempo solevano vivere in fraterna dimestichezza con i dotti, adesso, al solo fiuto delprofessore, scappano a gambe levate? Avete mai osservato che i grandi movimenti di pensiero e di cultura avvengono, oramai, fuori dell'università,e contro l'università? E le violente ribellioni dei giovani contro la dottrina ufficiale ed accademica, ultima e piú clamorosa il futurismo, le crederete davvero ispirate tutte ad ignoranza, a malanimo, ad astio, ad invidia, insomma a sentimenti ignobili, e quindi da spregiare, da non badarci, da non curarsene?

Sono sintomi gravi, cari colleghi. Tutta la cultura italiana è viziata, attossicata. E dunque, non vi rincresca, se pure avete a cuore le sorti della nostra patria, di studiare anche voi il male, di aiutare la mia ricerca. Io potrò sbagliare la diagnosi, i rimedî che suggerirò potranno sembrare inefficaci o inopportuni. Confutatemi, e riconoscerò volentieri l'error mio. Ma non cadiamo, per carità, nella solita presunzione di crederci ciascuno unico depositario della verità, e di soffocare problemi di capitale importanza, con le velate allusioni maligne, con le insinuazioni personali, con le materiali occulte opposizioni.

***

La maggior parte degli uomini chiamati, intorno al '60, a rianimare la cultura d'Italia, erano principalmente studiosi di letteratura italiana; e da persone di senno e di coscienza quali erano,incominciarono con l'esaminare le condizioni della loro disciplina, per scuoprirne le lacune e studiare il modo di colmarle. Ora, questi uomini cosí diversi di cultura, d'ingegno, d'indirizzo, si incontrarono tutti in un punto: nel sostenere che occorreva sostituire ai metodi allora imperanti nelle università un indirizzo severamente positivo. Non parliamo del Carducci e del D'Ancona, è cosa nota; ma perfino il De Sanctis, sospetto, ingiustamente, di spregiare la precisione dei fatti, scriveva testualmente queste parole: «Gl'impazienti ci regalano ancora delle tesi e dei sistemi: sono stanche ripetizioni che non hanno piú eco. La vita non è piú là. Ciò che oggi può essere utile, sono lavori serî, e terminativi nelle singole parti»[29].

E s'intende bene il perché di questa concordia. Da un lato occorreva reagire ai pessimi vezzi della cultura italiana, al fatuo rimbombo delle cattedre d'eloquenza, allo schematismo vacuo pedantesco dei puristi, alle cicalate e alla zazzera degli epigoniromantici: dall'altro molti campi ancora inesplorati della letteratura italiana richiedevano l'applicazione del metodo che dicemmo ottimo, anzi unico, nelle fasi iniziali di ciascuno studio, quello severamente filologico.

E seguirono anni ed anni di austera disciplina. Se non che, nessuno di quegli uomini perde' mai di vista alcune verità fondamentali. E cioè:

1) Che questi studî positivi avevano carattere di mezzo e non di fine.

2) Che quindi l'indirizzo positivo, ottimo ed unico per preparar materiale, non doveva uscire dal gabinetto dello studioso, il quale, e nella cattedra, e nei libri, doveva offrire una elaborazione superiore di quel materiale.

3) Che la ragion d'essere di questo indirizzo sarebbe venuta a mancare quando fosse compiuta la raccolta del materiale tutt'altro che inesauribile: che dunque tale indirizzo aveva carattere di transitorietà: che era programma di lavoro, e non poteva diveniremetodo, di valore assoluto, immanente.

Ho detto che questi uomini non perderono mai di vista tali verità. Forse è piú esatto dire che la coscienza intima di tali verità diresse sempre la loro attività pratica. A nessuno di loro passò mai per la mente di spacciar dalla cattedra, di raccogliernei libri, fatti nudi e crudi, e di convincere i gonzi come fanno i tedeschi, che quei semplici fatti fossero storia, storia della letteratura, critica letteraria. E non parlo del De Sanctis né del Carducci ché sarebbe superfluo. Ma Alessandro D'Ancona, il quale passa per l'antesignano piú genuino dell'indirizzostorico positivo, elaborava con ogni forza intellettuale e con ogni finezza stilistica le sue lezioni universitarie; ed ogni pagina dei suoi numerosissimi scritti è impregnata del suo simpatico, argutissimo spirito. Altro cheimpersonalitàscientifica, signori miei!

La intima coscienza non si oscurò dunque mai. Ma negli ammonimenti teorici, seguitarono forse a predicare troppo assolutamente il verbo del positivismo storico, anche quando il periodo in cui questo tornava utile, era già trascorso. Forse occorreva già reagire alle esagerazioni del metodo, ciecamente abbracciato e seguito, al solito, dalle «piú deboli forze», quando invece, nel 1883, il Graf, il Novati e il Renier fondavano ilGiornale storico della letteratura italiana, e bandivano, con rinnovata baldanza, il verbo storico positivo[30].

Ma questo non m'importa per ora. M'importa stabilire che il metodo storico, autorevole per quei nomi insigni, accreditato da opere eccellenti, divenne ottimo addentellato al metodo filologico scientifico, piovutoci di Germania, specialmente pel tramite della filologia classica. Se si fossero presentati cosí all'improvviso, senza preparazione degli spiriti, gli imperativi categorici di quel metodo si sarebbero mostrati, quali sono in realtà, e quali li abbiamo dimostrati, risibili sciocchezze. Ma gli Italiani erano già preparati da molti e molti anni dimetodo storico. Questo e il nuovo metodo tedesco poterono sembrare, e non erano, rami divelti dal medesimo albero. Il metodoscientificotedesco si innestò sul solido tronco del metodo storico italiano, attecchí, e con la fecondità delle male erbe coprí in breve tutti i campi della cultura italiana d'un fittissimo intrico di cardi, di rovi, di lappole, di pugnitopi. Ed anche in questa macchia impervia entriamo risolutamente, anche a costo di graffiarci le mani, e di lasciare attaccato alle spine qualche lembo delle vesti o della viva carne.

***

Di studiosi specialmente versati nelle letterature classiche, in Italia ce n'era in fondo uno solodi grande valore: Domenico Comparetti. E il Comparetti, un po' per l'isolamento, che esclude i contrasti e i loro fecondi risultati, un po' per il suo temperamento, non professorale, non vago di teorie, non paziente di propaganda, non si propose il problema delle condizioni e dei bisogni della sua disciplina in Italia. Per lo meno, non lo studiò con l'ardore del Carducci, del D'Ancona, del De Sanctis: tirò diritto per la sua via, ampia e luminosa. E quindi, per gli studî dell'antichità classica si andò un po' alla cieca. Si chiamarono professori e studiosi tedeschi, come una volta i principotti chiamavano capitani e soldatesche di ventura; e si mandarono, dicemmo, Italiani ad imparare in Germania, come una volta i figli di regoli barbari andavano a dirozzarsi ad Atene o a Roma.

I tedeschi chiamati in Italia non furono moltissimi: l'Italia non è la Turchia, non è la Grecia, non è nemmeno l'America; e il piú elementare sentimento estetico rendeva insopportabile un professore che veniva a raccontarci i fasti di Roma, balbettando e deturpando la lingua di Dante. Non furono moltissimi, ma non furono nemmeno tanto pochi. Per rimanere solamente nel campo degli studî letterarî, ci fu un tempo in cui lo straniero che fosse venuto nella dolce Italia a studiareantichità classiche, avrebbe trovato sulla cattedra di Palermo, ad insegnare storia antica, Adolfo Hiolm. A dirigere il Museo di Bari, Max Meyer. A Roma, alla cattedra su cui aveva seduto Ruggero Bonghi, Giulio Beloch era stato chiamato dalla fiducia del governo italiano ad esporre la storia Romana. Emanuele Loewy (un gentiluomo, questi; e ce ne sarà stato qualche altro; ma ciò non vuol dire) insegnava la storia dell'arte. Adolfo Berwin dirigeva, con la brutalità d'un caporale prussiano, la Biblioteca di Santa Cecilia. La Galleria Corsini era sotto la guida di Paolo (mi pare) Kriststeller. A Torino il Müller insegnava letteratura greca. Questi, e tanti e tanti altri professori d'altre discipline, occupavano posti ufficiali, retribuiti dal governo italiano. Ma in ogni grande città d'Italia c'erano poi istitutiscientificitedeschi, formicolanti, come s'intende, di persone altrettanto scientifiche, stabili o di passaggio. Per rimanere a Roma, e lasciando stare il padre Ehrle, direttore della Biblioteca vaticana, il quale dunque operava su terreno neutro, c'erano i due grandi covi dell'Istituto storico prussianoe dell'Istituto archeologico germanico.

Del primo, non so gran cosa. Le vicende del secondo sono note anche al gran pubblico, perchése ne è parlato nei giornali. Sorse come istituto internazionale; ma con uno dei suoi abilissimi colpi di mano, la Germania se ne rese padrona assoluta. Sicché ora, sfolgorante di stonate policromie, e sempre olezzante di grassa cucina, ricetta una sceltissima falange di giovani archeologi, venuti in Roma a raffinare il gusto nativo con lo studio dei libri tedeschi; e dalla vetta solenne del Campidoglio, in bella simmetria col Monumento al Padre della Patria, attesta all'Urbe la gloria di Guglielmo imperatore e del metodo scientifico alemanno.

Nei primi tempi dell'alleanza fu sede ai dottissimi idillî degliscienziatitedeschi e italiani. Questi frequentavano la biblioteca e assistevano alle sedute: quelli scendevano per tutta Roma, e massime nel Foro, a scavare e far da padroni. Largivano anche, ai piú fedeliaficionadositaliani, diplomi di soci corrispondenti, ricercatissimi e gustatissimi.

Ma col tempo, il miele diventa fiele, il vino diventa aceto, l'amore diventa uggia. Un bel giorno, a dirigere gli scavi del Foro fu mandato Giacomo Boni, il quale con molto garbo chiuse le porte in faccia agli ex padroni. — «Ma noi rappresentiamo la scienza tedesca». — «E io rappresento il buon senso italiano». — Da quel giorno gli scavi cominciaronoa dare i risultati che tutto il mondo conosce ed ammira[31].

Ma anche da quel giorno cominciarono i malumori. La cortesia teutonica si appannò d'un velo. I direttori sí, rimasero corretti verso gli ospiti italiani; ma lasciarono mano franca ad un bull-dog, inserviente ma spadroneggiatore, il quale invigilava gli studiosi italiani come il gatto guarda il sorcio, e piombava su loro alla menoma infrazione ai centomila regolamenti della biblioteca. I diplomi divennero piú rari: fioccarono invece restrizioni su restrizioni. Ad un bibliotecario gentile se ne sostituí da Berlino, per direttissima, uno cerbero. E ad ognuno dei menomi incidenti agrodolci a cui dette origine la politica un po' oscillante degli ultimi anni, partiva dall'Istituto la minaccia di chiudere la biblioteca agli studiosi, e il rimprovero di ingratitudine agli Italiani, perché, avendo quel po' po' di agevolezza di poter usufruire d'una tale biblioteca, non erano abbastanza pronti a curvar la schiena ad ogni beneplacito del divo kaiser e dei suoi rappresentanti di Roma.

Dicevano proprio cosí. È cosa enorme, e pur vera. I tedeschi sono venuti qui da noi per secoli e secoli a sfruttare le nostre biblioteche, le nostre gallerie, i nostri musei e i nostri scavi. Hanno ristampato i nostri classici, riprodotti i nostri quadri e le nostre statue, ed hanno sparpagliato le edizioni e le riproduzioni per tutto il mondo, e specialmente in Italia, e ci hanno convinti che il popolo geniale non erano gli Italiani che avevano create quelle opere, bensí i tedeschi che le riproducevano. Con le riproduzioni hanno fatto fior di quattrini; e fior di quattrini hanno fatto esercitando, legittimamente ed illegittimamente, il commercio delle nostre antichità. Ma il semplice concederci l'uso di una loro biblioteca, era tal servigio da poterlo compensare solamente il nostro piú assoluto vassallaggio. E quando al vassallaggio ci cominciammo a ribellare, ancora assai prima che scoppiasse la guerra, le porte di quel paradiso archeologico furono infine inesorabilmente chiuse ai reprobi Italiani. E chiuse restino, e non si riaprano mai piú. E speriamo che quel goffo baluardo teutonico, e l'annesso palazzo dell'ambasciata, nelle cui sale si pompeggiano, dipinte a fresco, le gesta d'Arminio, e si erge, pronto a ricevere l'incommensurabile kaiser, il rutilante trono imperiale, spariscano una volta per sempredal Campidoglio, che dovrebbe essere per noi sacro, e fieramente conteso al calpestio di ogni piede barbarico.

E accanto agli istituti c'erano poi sciami di tedeschi «scientifici» che venivano ad appollaiarsi sol suolo di Roma. Chi erano? Donde venivano? Perché non cercavano un posto in patria? Come campavano?

E chi lo sa? Piombavano a Roma con certi visi patiti, si strofinavano alle porte dell'Università, facevano la corte a professori, a giornalisti, a uomini politici, piangendo miseria, piatendo un posto qualsiasi, tanto da poter vivere qui a Roma, ché in Germania c'erano troppo freddo e troppa concorrenza. Ma anche se non carpivano il posto, rimanevano lo stesso, e si ficcavano nella società, scientifica e non scientifica. E dopo qualche mese, si fabbricavano ciascuno il suo bravo villino, attiravano gente, tenevano circolo, predicavano la grandezza della Germania, miagolavano le cantate di Bach, mettevano su cattedra, vera cattedra, non metafisica (Amelung), per consolarsi di quella non potuta espugnare all'Università.

Come campavano? — E chi potrebbe dirlo? Di qualcuno s'è poi risaputo, che, convinto di vergognose speculazioni di cimelî archeologici, dove' in fretta e furia lasciare i posti e restituire le onorificenzeottenute dalla dabbenaggine del governo italiano. Ma gli altri, la maggior parte, rimanevano enigmatici come tanti cavalieri del San Graal scientifico. — Mai devi domandarmi! — E il governo italiano, Machiavelli o non Machiavelli, si guardava bene dal curiosare.

Il danno prodotto dalla invasione di queste cavallette filologiche fu enorme. Ma forse anche piú grande fu quello che arrecarono, in buona fede, gli Italiani andati ad intedescarsi in Germania. E lo vedremo nel prossimo articolo.


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