VI.LA FILOLOGIA DI VENTURA

«Plutarco era un gran cretino!» — Queste parole, scandite con incertezza fonica e con pretta sicumera teutonica, mi percossero in pieno petto la prima volta che io, giovinetto, misi piede nelle aule dell'Università di Roma. Le pronunciava Giulio Beloch, chiamato dalla acefala Minerva, che presiede alle sorti dell'istruzione pubblica, ad insegnare storia antica a giovani d'Italia. E mi diedero subito una chiara visione della nobiltà di sentimento, della elevatezza di forma che dovevano aleggiare in quella scuola sacra alle rievocazioni classiche, e, dunque, anche italiche: Plutarco era un gran cretino!

Nel mio ultimo articolo, a proposito dei professori tedeschi piovuti ad insegnare in Italia, tentai il confronto coi soldati di ventura che una volta scendevano d'Alemagna per rialzare le sorti di questo o quel signorotto d'Italia: né penso di dover abbandonare tale confronto.

E infatti, se esiste verità apodittica, questa è che ciascun popolo deve conservare gelosamente i suoi segni specifici, quelli per cui si distingue da tutti gli altri popoli, ed afferma il proprio carattere[32]. Quindi, a rinnovare, a rinsanguare la cultura d'un paese, conviene, sí, strappare i germi maligni, ed anche tentare prudenti innesti da piante esotiche; ma occorre innanzi tutto ricercare amorosamente tutti gli antichi virgulti e gli antichi germi calpestati e imbozzacchiti, e risollevarli e rieducarli con ogni sollecitudine: occorre studiare a fondo la mente, il carattere, i costumi del popolo, per vedere quali forme di cultura gli convengano e possano riuscirgli utili, quali invece disutili o addirittura deleterie. Ora, questa è opera di devozione, d'amore, opera di figli: la compierono, in Italia, Giosuè Carducci, Francesco De Sanctis, Alessandro D'Ancona, tutti gli altri uomini insigni di cui discorsi nell'ultimo articolo.

Ma si poteva pretendere, era ragionevole sperare che si sobbarcassero a tale bisogna professori tedeschi spinti sino a noi dalla plètora scientificache inturgidiva le loro università, o mandati con una missione di fiducia dal governo del kaiser? Santa ingenuità di tanti che se la bevvero! Nella migliore ipotesi, si limitavano a travasare frigidamente nei vasi di coccio italiani quel po' po' di panacea che da un pezzo, come vedemmo, andava inacidendo nelle ferree botti d'Alemagna. Nella peggiore, erano spioni camuffati da «persone scientifiche» che, grazie alsèsamo apritidella filologia berlinese, intrufolavano il grifo in tutti i ripostigli, scientifici e non scientifici. Nel maggior numero dei casi, esercitavano quella forma media di spionaggio, inventata e praticata con entusiasmo da tutti i nipoti di Lutero, e che si esplica nel render convinta ogni persona della supremazia unica ed assoluta della scienza tedesca, della politica tedesca, della vita tedesca: nello iniettare in tutti gli spiriti la persuasione che la somma felicità di tutte le creature umane consisterebbe nel divenire scimmie dei tedeschi e tributarie del kaiser. Natural corollario di questa cavalleresca propaganda, era, come s'intende, lo svalutamento di quanto fosse italiano. Le Pleiadi — direbbe Pindaro — non possono rimaner lungi da Orione.

Tutti i tedeschi, abbiamo detto, s'adoperavano a questa santa predicazione; ma s'intende facilmente qual pulpito prezioso dovesse essere unacattedrascientifica! Abbiamo visto, negli scorsi articoli, come i tedeschi, grazie almetodo filologico, avevano dimostrato, fra tante altre belle cose, che la nostra famosa romanità, in ordine civile e giuridico valeva assai poco, in ordine artistico e letterario, zero. Dal momento che queste erano verità indiscutibili, acquisite alla scienza, come il fatto che idrogeno piú ossigeno fa acqua, era non solo lecito, bensí doveroso insegnarle dove che fosse: dunque, anche in Italia, anche a Roma.

Ora lasciamo stare che codeste famoseveritàerano invece asinerie e menzogne degne di frusta e di capestro. Ma anche se avessero racchiuso qualche parte di vero, conveniva proprio lasciarle predicare sopra una cattedra italiana da un professore straniero? Avrei un po' voluto vedere come i tedeschi avrebbero conciato un professore italiano, il quale fosse andato, poniamo, a Berlino, a dimostrare che Martin Lutero era uno sporcaccione, e che le qualità predominanti dei tedeschi sono la brutalità, la caparbietà, e la tontaggine! Se non che la bonarietà degli italiani è, come la misericordia di Dio, senza fine; e la sozza propaganda fu tollerata: perché alla menoma obbiezione, Giulio Beloch, per esempio, rispondeva che l'università era il «tempio sereno della scienza pura».

Giulio Beloch, peraltro, meriterebbe un monumentino di riconoscenza nazionale. Ecco perché.

A codesta opera di esaltazione della germanità e di svalutazione del latinesimo, nessun pulpito, come ho detto, era meglio adatto d'una cattedra universitaria. I giovani, si sa bene, e massime i piú ribelli, sono molli e plasmabili come cera; e un professore tedesco o tedescofilo, razza prolifica come gli insetti nocivi, ha presto fatto di mettervi al mondo una nidiata di tedeschini. E questa opera deleteria si può compiere alla chetichella, senza menare scalpore, magari cuoprendosi con un costellato manto d'italofilia. Le parole volano, e specialmente volano le parolette gittate là, a caso, con qualche droghetta d'ironia alemanna, fra l'una e l'altra dimostrazione scientifica.

Le parolette volano, ma gli articoli restano. E l'egregio Giulio Beloch, prototipo per eccellenza della professoraggine tedesca in Italia, si lasciò trascinare una volta a scrivere un articolo.

Ed ecco come. Un bel giorno, lontana essendo ancora la guerra, influendo ancora gliscienziatidi Berlino, come del resto influiscono tuttora, vergognosamente, perfino sulle attribuzioni di cattedre universitarie italiane, qualcuno pensò ad affidare a Guglielmo Ferrero una cattedra di storia romana in Roma: vicino, dunque, a Giulio Beloch.

Giulio Beloch fiutò subito i non lievi pericoli d'un confronto, fra lui storico scientificissimo e soporiferissimo, e un giovane italiano che forse era meno scientifico, ma coi suoi libri di storia aveva saputo interessare il mondo. E corse ai ripari. Corse ai ripari, scrivendo un articolo polemico: e cosí avviene che nellaRivista d'Italia1911, 15 dicembre, si trovi conservato il piú bel documento, lucido, meridiano, definitivo, della mentalità professorale tedesca, in sé, e nei suoi rapporti con la nostra grama Italia. Proporrei che se ne tirassero a spese del pubblico erario cento o duecentomila copie da distribuire alle persone culte d'Italia, aggiungendovi come appendice la risposta che a volta di corriere (gennaio 1912), gli fece, nella medesima rivista, Ettore Pais.

Lo scritto di Ettore Pais è un piccolo capolavoro di forza logica e d'umorismo. L'immagine del gatto e del topo ha la barba lunga parecchie spanne; ma leggendo questo scritto, non riusciamo a discacciarla dalla nostra fantasia.

Beloch è proprio il povero sorcio, un sorcio tedesco, per giunta, impacciato quanto lurco: Pais un gatto dalle unghie affilatissime; e si diverte per pagine e pagine, costringendolo ai piú strani ed inaspettati capitomboli.

Rimando il gentile lettore all'articolo del Pais,assicurandolo che sarà ampiamente compensato del breve disagio di cercar la rivista; ed espongo in brevi parole il perfido ed esilarante scritto di Giulio Beloch.

***

«C'è qualcuno — dice Giulio Beloch — che vorrebbe offrire una cattedra di Storia Romana a Guglielmo Ferrero. Ma se la cosa dovesse avvenire, gli studî di storia antica ripiomberebbero nello stato in cui si trovavano una ventina d'anni fa.

«Una ventina d'anni fa— riferisco alla lettera le sue parole —la scienza storica italiana era tanto screditata, che all'estero non si teneva conto alcuno dei lavori di storia antica pubblicati di qua dalle Alpi.

«Invece in questo momentol'Italia tiene il primato nel campo della Storia romana.

«E come ha conseguito questo primato?

«L'ha conseguito mediante quattro lavori. Cioè:

1) LaStoria romanadi Ettore Pais, il quale èscolaro di Mommsen.

2) LaStoria dei Romanidel De Sanctis.

3)Due volumi di Giovanni Costa, cheraccolgono e vagliano criticamente tutto quello che è necessario per preparare una edizione dei fasti consolari di Roma.

4)Uno scritto di Prospero Varese, chepone su una nuova base(non accettata, per quanto io sappia, da nessun competente)la cronologia della prima guerra punica».

Siccome poi il De Sanctis, il Costa e il Varese sono scolari del Beloch, è logico ed onesto aggiungere un quinto paragrafo, quinto d'ordine e primo di valore:la Scuola di Giulio Beloch.

Ora, Ettore Pais è, senza iperbole, un colosso. Il De Sanctis è uomo d'immensa dottrina, d'acume straordinario, d'attività prodigiosa. Onde, se il Beloch, dovendo scegliere i luminari della scienza storica in Italia si fosse attenuto solamente ai loro due nomi, si sarebbero potute, senza dubbio, deplorare parecchie omissioni; ma non si sarebbe potuto gridargli la croce addosso.

Ma gli altri due eletti dal Beloch a completare il quartetto, erano giovani appena usciti dalla università, e quei lavori, le loro tèsi di laurea. E lasciamo stare che «i loro metodi e i risultati ottenuti non sono giudicati favorevolmente dai piú autorevoli rappresentanti della stessa loro scuola» (Pais, articolo citato). Erano, ripeto, giovani, e ben si poteva sperare che facessero, in seguito, qualche cosa di buono. Ma quando due ragazzi e due speciali lavori di laurea vengono citati come documenti del primato dell'Italia negli studî storicinell'anno di grazia 1911, allora il piú modesto cultore di studî dell'antichità doveva domandarsi:

«Corpo di Bacco, ma che cosa hanno fatto, dunque, tutte quelle brave persone che occupano cattedre universitarie, e che si sono procacciata bella fama negli studî di storia antica? Che cosa hanno fatto Giacomo Boni, Rodolfo Lanciani, Ettore De Ruggiero, Dante Vaglieri, Luigi Cantarelli, Iginio Gentile, Attilio De Marchi, Oberziner, Cocchia, De Petra, Pirro, Columba, Ciaceri, Niccolini, e, passando al diritto, che è tanta parte della storia romana, che cosa hanno dunque fatto Vittorio Scialoia, Carlo Fadda, e il Bonfante, il Pacchioni, il Costa, il Riccobono? Questi bravi signori, evidentemente, hanno scroccato fama e prebenda, se tutto il loro lavoro, per mole almeno, gigantesco, deve cedere il passo, che dico, deve senz'altro andare eclissato dinanzi alle dissertazioni di laurea di due ragazzi!»

Ma, lettor mio buono, quei due ragazzi uscivano dalla scuola del Beloch, dunque erano di fabbrica tedesca. Di fabbrica tedesca erano anche, secondo il Beloch, sebbene erano e sono italianissimi, il De Sanctis e il Pais,scolaro del Mommsen. Dunque, se l'Italia ha conseguito il primato negli studî di storia antica, gli è che un italiano s'è andato a perfezionare nel paese della birra, e un tedesco è venuto a insegnare nel paese del vino.Gli altri, senza bollo tedesco, sono un branco di ciuchi.

Che questo ragionamento lo facesse un tedesco, nessuna meraviglia. Un asino spalanca il gorgozzule, non chiedetegli un trillo di rosignolo. Avrebbe invece potuto far meraviglia che codeste castronerie si trovi in Italia una rivista che le stampa, gonzi che se le bevono, succubi intellettuali che le applaudono e fanno la corte a chi le ha scritte.

***

Avrebbe potuto e potrebbe far meraviglia: ma non fa a chi conosca da vicino il feticismo per la Germania che imperava e che impera tuttora, per quanto opportunamente larvato, nelle nostre università. Mi sono un po' seccato delle documentazioni; e siccome documentazioni di tal fatta si rinvengono a prima vista negli scritti di qualsiasi universitario, stralcio dai miei ricordi personali qualche aneddoto ameno.

Tizio, discepolo, in una discussione di laurea, riferisce a Caio, suo esaminatore e filologo di grido, certe argomentazioni illogiche, al solito, e puerili, di un qualsiasi Eselkopf alemanno. Caio fraintende, crede che le suddette argomentazioni siano di Tizio; e, siccome fuori della filologia è persona di buonsenso e di mente acuta, ne riconosce la goffaggine e la puerilità, e le combatte con finezza e con arguzia, divertendocisi, senza badare alle proteste di Tizio. Il quale, solo dopo l'intera confutazione riesce a far intendere che quegli argomenti non sono suoi, bensí di Eselkopf, e che egli anzi vuole confutarli. Momento di silenzio imbarazzato: e poi, incredibile se non l'avessi udito con le mie orecchie, gli argomenti di Eselkopf sono accettati come assiomi, e confutata animosamente la confutazione di Tizio.

Un altro filologo, a un giovine che gli ha inviato un volume di cinque o seicento pagine, risponde: «Ho letto con piacere il suo diligentelavoretto. Ha consultato l'operadel Wilamowitz?» (saranno state una dozzina di pagine sí e no).

Terzo ed ultimo aneddoto. Ad un esame, uno scolaro dice che sotto l'apparenza scherzosa le satire d'Orazio nascondono un contenuto serio. E il filologo professore, perentoriamente: «Un tedescole ha chiamateeine lachende Satir». Capite? Mica Buecheler, o, che so io. —Un tedesco.Tanto nomini nullum par elogium. — E per non essere bocciato, lo scolaro dove' striderci.

***

Ma — interrompe a questo punto l'arguto lettore, — e che razza d'uomini erano quelli invasida cosí cieco fanatismo? Asini? Citrulli? Procaccianti?

Neanche per sogno. Erano, tranne qualche eccezione, uomini di gran coscienza, di molta dottrina, e spesso non privi di un certo gusto letterario. Se non che erano intossicati sino alle midolla dai batterî dellaFilologia scientifica, che ho isolati e studiati a lungo nel corso dei miei articoli.

E poi, c'era anche un'altra ragione, d'indole non interamente intellettuale, bensí pratica; ma non però meno efficace e spiegabile.

Gli studiosi italiani che dal '70 all'80 circa si recavano in Germania, lasciavano un paese dove gli studî erano tenuti in pochissimo conto, gli studiosi remunerati poco o nulla, le biblioteche sprovviste, le facoltà universitarie incomplete o addirittura informi. E in Germania trovavano invece una organizzazione perfetta, cattedre per qualsiasi ramo dello scibile, scuole di magistero, biblioteche ricchissime, ordinatissime, larghissime nei prestiti, bene illuminate e ben riscaldate.

Il professore italiano, si chiamasse pure Giosuè Carducci o Francesco De Sanctis, era in Italia un povero diavolo, che abitava al quarto piano, in un quartiere fuori mano, magari operaio, dentro una casuccia meschina, sguernita, spesso fragrante di cucina e sonora di querele e di risse puerili.

Ed Herr Professor, fosse pure uno impermeabile zuccone, abitava un villino suo, sopra un declivio aprico, con un giardino a roseti e viali di ghiaia, dove scherzavano bimbi rosei, biondi, paffuti, nettissimi. Apriva l'uscio una correttissimaFräulein(possibile fosse una cameriera?) in attillato abito nero. E per una sfilata di ampie stanze ben mobiliate, tra una fresca fragranza di atomi resinosi, il povero neofita italiano (il pidocchioso italiano, come ci chiamano i tedeschi nei momenti d'intimità affettuosa), giungeva nelsancta sanctorum, cioè nello studio di Herr Professor: due, tre stanze, con magnifici scaffali, libri con rilegature di gran lusso, busti, fiori, quadri e diplomi per le pareti, secondo i gusti, il busto dell'imperatore; e in un angolo, serio ed impassibile come un automa, il segretario, che ricopia a mano o a macchina le lucubrazioni di Herr Professor.

E chi poteva essere quello spirito indipendente, quello straccione filosofo, quel protervo buddista, che dinanzi a tanta magnificenza osasse proporre a sé stesso l'irriverente quesito se per caso, ad onta di cosí rutilante allestimento scenico, Herr Professor potesse essere un solennissimo lavaceci?

Arrogi che Herr Professor, venerato dagli studenti e dai cittadini come un Indigete, era in genere cortese ed accogliente verso l'umile ospite:sicché questi vedeva riverberato sopra la sua misera persona qualcuno dei raggi che sprizzavano dalla calva fronte e dai lucidi occhiali del dotto alemanno. Arrogi tutti gli elementi della cultura extra-scolastica, riviste, teatri, concerti, gipsoteche, gallerie, facili, a portata di mano. Arrogi una vita scrupolosamente ordinata, come conviene agli studiosi, una sapida cucina, un confortevole riscaldamento. E tu vedrai, paziente lettore, come al povero studioso che giungeva dal disordine e dalla incuria italiana, la Germania apparisse come la vera patria dell'aspirante alla cattedra universitaria.

E quasi tutti erano giovani, negli anni in cui l'animo si protende avido e duttile per ricevere le impressioni che rimarranno poi incancellabili. Tali impressioni, per questi uomini, si inquadrarono in sagome tedesche. E la immagine del primo amore, che non vanisce mai dall'anima umana, anzi la impronta della sua luce per tutta la vita, ebbe per essi le gote rosee e le chiome bionde d'una sentimentale Margherita.

Ora intenderete bene come tutti i giovani studiosi che trascorsero in Germania gli anni del loro noviziatoscientifico, tornati qui in Italia, guardassero poi sempre alla Germania come al paradiso, all'eldorado, al paese di cuccagna degli studî, e vagheggiassero il sogno di costruirne inItalia uno simile a quello. Piú piccino, s'intende, ma perfettamente uguale in ogni sua parte. E per riuscire a tale costruzione, occorreva dunque non perder mai di vista l'originale, il modello da copiare. E cosí fecero quelle brave persone; e cosí dissero che bisognava fare ai loro scolari.

Dunque, le intenzioni erano buone: la condotta di quegli uomini era coscienziosa e umanamente spiegabile.

E riuscí fatale alla cultura italiana.

Quando in Italia si procede' al riordinamento degli studî classici, la raccolta e l'epurazione del materiale, non solo per i grandi autori, ma anche per i minori e per molti dei minimi, attraverso le grandi trafile dei periodi filologici che abbiamo esaminati (cap. II), erano già compiute: anzi si poteva scorgere qua e là qualche sintomo del decadimento, che s'è poi manifestato, dovuto alla manía di far qualche cosa di nuovo dove tutto era già stato fatto.

E perciò sarebbe stato perfettamente inutile che gli Italiani ricominciassero questo lavoro per proprio conto. Essi avrebbero dovuto piuttosto profittare di quel materiale, elaborarlo secondo la propria indole, e dare al loro paese tutto quanto mancava nel campo della cultura classica: ristampe corrette di classici, classici commentati, traduzioni di tutti gli autori, lessici, studî generali e speciali intorno alla letteratura, la storia, la filosofia greca e latina.

«Un momento — m'interrompe qui un puro filologo —. Gli eroi della filologia alemanna erano andati ben oltre il semplice lavoro di preparazione. Essi avevano anche date alla patria tedesca tutte quelle ulteriori elaborazioni, tutti quei lavori di sintesi che voi avreste vagheggiati per la patria italiana. Dal momento che, come voi dite, avremmo dovuto servirci del loro lavoro analitico, perché non profittare anche delle sintesi? Era piú comodo e sbrigativo».

Adagio, signor mio. La prima parte, dico la preparazione del materiale, cioè la bisogna strettamente filologica, è realmente opera di carattere oggettivo; sicché, salvo imponderabili differenze, tanto vale la edizione critica d'un tedesco, quanto quella d'un francese. Ma in ciascuna ulteriore elaborazione entrano subito in folla elementi fortemente soggettivi: il gusto, il sentimento, la passione, in una parola quel complesso di doti che costituiscono il carattere specifico, vuoi d'una persona, vuoi d'una stirpe: complesso ineliminabile, senza il quale nessuna opera di pensiero sarà mai altro se non grama tediosa compilazione. Ora quei libri, composti bene, e spesso benissimo, per la patria tedesca, non potevano convenire, e non convengono infatti, a cominciar dagli ottimi, alla intelligenza, al carattere, al sentimento italiano. E qualiinsidie possano poi nascondersi in simili travasamenti, fu ben mostrato da Aldo Sorani, con l'esempio di certi volumetti fatti tradurre dal tedesco in italiano, a edificazione dei giovani e delle persone culte, da quei filologi medesimi che reclamano la originalità del lavoro italiano nelle trascrizioni dei codici. In uno di quei volumetti, per non citar che un esempio, si insinua con molto garbo che l'impero tedesco è il legittimo erede del potere della saggezza e del gusto di Atene e di Roma[33].

Torniamo a noi. Gli studiosi di cose classiche avrebbero dovuto in Italia dedicarsi a questa ulteriore elaborazione. Ad essa li esortavano la opportunità del momento, la nativa attitudine degli Italiani, meglio disposta alla sintesi che non alla semplice analisi, e infine i grandi precursori, dal Poliziano, al Leopardi, al Foscolo; i quali tutti, e coi precetti, e con l'esempio, insegnarono che precipua dote dello studioso di cose classiche dev'essere, non la pazienza, dichiarata dai tedeschi requisito supremo del filologo, bensí il fine intuito letterario[34].

Ma i valentuomini chiamati allora a riformare, a dirigere tali studî, erano infatuati, imbevuti, intossicati sino all'intime fibre di germanesimo e di metodo scientifico. Scientifico è, vedemmo, secondo i novissimi filologi, solo l'appuramento di fatti precisi, per quanto minimi e in apparenza trascurabili. E però, stringi stringi, vennero dichiaratiscientificisolo i lavori di questo genere:

1) Trascrizioni di codici (magari fotografie: anzi, piú scientifiche, perché piú fedeli).

2) Collazioni dei medesimi.

3) Cataloghi (anche spropositati).

4) Discussioni e accertamenti di fatti singoli, purché «ben limitati; perché tanto piú è limitato, e tanto piú chiaro riesce il campo d'osservazione». Microcefalico, ma testuale.

5) Congetture. Questa è la piú gran fabbrica di mulini a vento. Ma era di gran moda in Germania, e strideteci.

Questi dunque, ed altri di tale risma, lavori scientifici: gli altri tutti, dove bisognasse far lavorare un po' il cervello, bollati in blocco come fantasticaggini, castelli in aria, esercitazioni da dilettanti.

Ora, poiché la maggior parte, anzi, tutti quelli che in Italia si dedicavano a tali studî erano, come tuttora sono, persone che debbono guadagnarsi ilpane quotidiano; poiché dinanzi a loro non c'era aperta altra via se non la cattedra; poiché, infine, per giungere alla cattedra, bisognava passare sotto le forche caudine di esaminatoriscientifici, i quali nel giudicare ititolinon sempre sapevano fare astrazione del genere, e giudicare il valore intrinseco: ne venne, ineluttabile conseguenza, che tutti questi studiosi, convinti o non convinti, si diedero anima e corpo alla sedicente produzione scientifica, trascurando l'altra; che, o mancò assolutamente, o rimase affidata a mestieranti.

Uno dei corollarî pratici di tale uniforme indirizzo fu che la scuola italiana, sino ai nostri giorni, rimase sprovvista quasi interamente di strumenti proprî, e dove' dipendere dalla Germania. E adesso che, se Dio vuole, le vie della Germania sono chiuse, ce ne siam dovuti accorgere.

Ma questo sarebbe il meno. Gli è che codesto cieco esclusivismo, con un sottilissimo ingranaggio di cause e d'effetti, condusse ad una strana svalutazione dell'ingegno italiano, agli occhi degli stranieri, e agli occhi nostri medesimi. Esaminiamo anche questo processo.

Il cosí dettometodo scientifico, fu, come vedemmo, invenzione tedesca. Esso si adattava perfettamente, senza una grinza, alle loro facoltà di formiche: onde nel maneggiarlo sono e rimarranno sempresuperiori a tutti; ma meno di qualsivoglia popolo riusciranno ad emularli gli Italiani, immaginosi, nervosi, insofferenti. Essi invece si lasciarono scioccamente indurre alla impossibile gara. E poiché la loro inferiorità riuscí piú che tangibile, con la loro morbosa prontezza a denigrar sé stessi, si affrettarono a riconoscerla. I tedeschi presero atto, con benevolo sussiego.

Anche piú palese fu la miseria dei risultati. E questa, oltre che dalle minori attitudini degl'Italiani, derivava necessariamente da un'altra ragione. Come abbiamo già detto, quando l'Italia fu spinta nel nobile arringo della filologia scientifica, il meglio del lavoro era già compiuto. Le vigne erano state già vendemmiate, s'era fatta anche la ribrúscola. Non rimaneva che qualche acino qua e là, sfuggito agli occhi líncei delle spigolatrici. Fruga fruga, i poveri Italiani trovavano poco o nulla. Onde, in quella cinquantina d'anni che durò questo travaglio da pitocchi, gl'Italiani, paragonando alla produzione veramente colossale della filologia tedesca quel pochissimo che riuscivano a mettere insieme, si sentivano striminzire, sentivano via via germinare in fondo al caro cuore lo scoraggiamento e la disistima di sé medesimi, e giganteggiarvi sempre piú l'ammirazione per gli eselkopfiani.

«Non siamo ancora abbastanza scientifici! — badavano pertanto a gridare i maestri. — In Germania, in Germania! Lí sono le uberrime fonti del sapere!». I poveri neofiti sgobbavano, vincevano le borse di perfezionamento, correvano in Germania, facevano ogni sforzo per intedescarsi. Ne ho conosciuto qualcuno che, non miope, inforcava occhiali di puro vetro, non calvo, si radeva la zucca a fil di rasoio, per somigliare anche nell'aspetto ad un filologo tedesco. Ma tutto era inutile. Qui, dove fiorisce il mirto, la filologia scientifica non si acclimava. Veniva su stentata, cachettica, con le fibre attossicate.

Herr Eselkopf, per quanto benevolo, non poteva non accorgersi di tanta miseria. Non ritirò l'augusta sua protezione, ma trattò i famuli di qui e la loro produzione col massimo disprezzo. Tutti i sassolini fan brodo (son proprio brodi di sassolini): ma quelli italiani, Eselkopf non li raccattava neppure. Vo' dire che i filologi tedeschi, pur proclamando che «bisogna tener conto di tutto», dei lavori scritti in Italia non tenevano il menomo conto, anzi si guardavano bene pur dal citarli. E i filologi italiani talvolta strepitavano un po'. Ma come i cúccioli, che guàiolano lí per lí alle legnate, ma finiscono per ritenere dotato di poter sovrumano chi glie le ha appioppate sul groppone.

***

Questo per la produzione. Nelle aule delle Facoltà di lettere il metodo scientifico produsse poi un effetto deleterio, allontanando dagli studî letterarî quei giovani appunto che a tali studî avevano inclinazione e reali disposizioni.

I giovani che si presentano nelle Facoltà di lettere si dividono nettamente in due categorie.

1) Quelli dotati di reale passione per gli studî letterarî.

2) Quelli che mirano al diploma, e basta.

I primi, ebbri del giovanile amore per l'arte e per la poesia, che nel cuore degli eletti avvampa con piú furia di ogni altro amore, vengono alla Università a chiedere una parola di luce, a chiedere la rivelazione d'un mondo appena intravisto nelle scuole secondarie. Nel Liceo, pensano, tutto è necessariamente monco, superficiale, annegato nella miseria scolastica. Ma nell'Università tutto sarà elevatezza e fulgore. Qui spazieremo infine a nostro agio, dietro le orme di guide sapienti, nei giardini meravigliosi, nelle foreste incantate della poesia e della storia. Qui apprenderemo, infine, a cogliere la magica poesia d'un inno di Pindaro, la ermetica saggezza d'un canto di Lucrezio, la luce armonizzata d'un canto delParadiso. Il lorocuore trepida come quello dei Coribanti sulla soglia del santuario.

Entrano nel santuario, e che cosa trovano? O, per meglio dire, che cosa trovavano, poiché il metodo scientifico ebbe stesa in tutte le Università la ferrea tirannide che oramai, per fortuna, da qualche anno in qua, comincia a vacillare?

Ahimè! Un soporifero semibalbuziente, per cinque o per dieci lezioni, attraverso un formicolio di nomi e di opinioni tedesche, stillava frigidi sudori per decidere se convenisse dire Virgilio o Vergilio, Marco Accio Plauto o Tito Maccio Plauto. E questa era la letteratura latina.

Un altro consacrava un anno intero per allineare tutte le opinioni, e abbiamo detto quanto possano concludere, schiccherate dai perdigiorni tedeschi e seguaci intorno alla famigerata questione omerica. Omero magari non si leggeva. E questa era la letteratura greca.

Un terzo dettava da qualche suo scartafaccio, per un anno o due, schemi metrici copiati da qualche codice inedito, o impiegava qualche lezione a stabilire se il tal poeta fu battezzato il 14 a sera o il 15 mattina. Questa si chiamava letteratura italiana.

Un quarto, e poi basta, ché anche il ricordo mi nausea, vi metteva sotto il naso qualche cronicaccia medievale, e vi faceva trascorrer l'anno aleggiucchiare e tentare emendamenti del testo spropositatissimo. Quando per un paio d'anni avevate ingoiata simile bigutta, par di sognare, ma vi assolvevano ad insegnarestoria moderna.

Il povero neofita cascava dalle nuvole. E vuoi subito, vuoi dopo qualche vano tentativo di resistere a quel martirio, fuggiva per disperazione le aule soporifere. E a mano a mano, tale aureola di papavero ebbe circondate le Facoltà di Lettere, che i giovani d'ingegno neppure le cercarono piú, ma tentarono lor ventura in plaghe meno paurose, nella libera letteratura o nel giornalismo: e formarono, e formano tuttora, un nucleo di cultura interamente separato dal mondo universitario.

Ora poi, mentre i giovani forniti di attitudini artistiche e letterarie venivano a mano a mano dissuasi o respinti dalle Facoltà di Lettere, gli altri, quelli del diploma, venuti senza reali attitudini, e, del resto, senza neppur presunzione d'averne, si trovarono d'un tratto a sentirsi cresciuto, come per miracolo, il piú pronunciato bernoccolo per laletteratura scientifica. Molti che nel Liceo ce la sfangavano sí e no, col minimo dei punti, che stentavano a legger correntemente un brano di latino, detestavano i poeti greci, sudavan freddo a mettere giú una paginetta d'italiano e a leggere a garbo una terzina di Dante: tutti questiragazzi si trovarono come confezionati apposta da Domeniddio per gli studî universitarî. Riveder codici, frugacchiare archivî, stender cataloghi, allineare le opinioni altrui, respingere come dilettantesimo ogni velleità di gusto, ogni aspirazione artistica, erano mestieri che parevano inventati apposta per loro. Ci si buttavano a corpo perduto, c'ingrassavano a vista d'occhio. E non vi so dire se i professori scientifici, sempre piú inaciditi via via dal palese abbandono in cui li lasciava intanto il mondo culto non accademico, tenevano cari quei docili apostoli. Li accoglievano, li tiravano su a bricioline e pillole di severità metodica, li assolvevano dottori, e poi cominciavano ad arrabattarsi e mestare per procurare ad essi il viaggio di perfezionamento a Gottinga, la cattedra di Liceo, la cattedra, poverini, d'Università. Erano, sí, un po' ridicoli e scocciatori; erano svaniti di molto e cacasenni; ma anche erano, càttera, i puri rampolli del buon seme scientifico, quello procurato in Germania. E a suo tempo avrebbero spigato altri cacasennini piú piccinini, ma sempre a loro immagine e somiglianza. E cosí finalmente la filologia italiana sarebbe divenuta davvero e per sempre, quali essi la vagheggiavano, tritume, polverume, poltiglia di parolette. E le facoltà di lettere si avviavano gloriose e trionfanti al rimbambimento completo.

Aggiungiamo subito che non ci sono arrivate e non ci arriveranno mai. È ben difficile che dall'Italia vada assolutamente in bando il buon senso. Reazioni sursero qua e là, alcune ebbero buon esito, molte ridicolaggini furono proscritte. Tuttavia è indiscutibile che nel loro complesso le Facoltà di Lettere italiane sono tuttora infeudate ai metodi, e ahimè, purtroppo, ai professori tedeschi. Anche ora, in tempo di guerra, l'atto d'autorità d'uno di quei padreterni squinternati, conta, agli occhi delle «persone serie», piú che non le logiche argomentazioni e gli incontestabili documenti d'un povero diavolo italiano.

Cosí dunque, per anni ed anni, si venne esercitando, nelle Facoltà di Lettere, una vera selezione alla rovescia. Allontanati gli eletti, furono allevati con gran cura quelli negati all'arte e alla letteratura; i quali, o bene o male, formarono dunque un gruppo a sé, il gruppo che diremo classico-scientifico, recisamente opposto all'altro, che diremo letterario artistico. Fu un vero scisma. E, naturalmente, le due parti si guardarono in cagnesco.

***

Questa scissione implicò uno snaturamento profondo degli studî, dell'arte, della mente italiana.

Pensate un po', infatti, al tipo del letterato italiano, quale, delineatosi fin dagli albori della nostra vita nazionale, s'è poi mantenuto sino agli ultimi tempi. Dante scrive trattati teorici di letteratura, di lingua, di politica e di scienze, e compone laVita Nuova, ilCanzonieree laDivina Commedia. Il Boccaccio si sprofonda nella piú minuta e riposta erudizione, e dalla vita piú libera e godereccia toglie i colori pel suo libro immortale. Petrarca è padre dell'umanesimo, veglia le notti a decifrare codici, scrive lettere e libri e un poema in latino; e la piú sottile e viva psicologia, il piú raffinato sentimento musicale ispirano le rime d'amore a cui deve la sua fama perenne. Poliziano inizia la filologia, usa come lingue native il latino e il greco; ma gli studî e le cure minute non ottundono la sua sensibilità artistica, anzi gli offrono incomparabili strumenti alla espressione poetica. Machiavelli notomizza Livio e scrive leStorie fiorentine; ma nellaMandragolaabbandona tutte le briglie alla comicità piú salace e piú sfrenata. Ma che giova moltiplicare gli esempî? Per tutti i nostri grandi, dall'Ariosto al Foscolo, dal Berni al Parini, dal Tasso al Leopardi, l'arte e la dottrina non furono mai due cose, bensí una sola, indivisibile: questa è il terriccio prezioso onde quella attinge linfe purificate e arricchite nel travaglio dei secoli:perciò i frutti ne sono cosí opulenti e fragranti. Questa indissolubile unione è tanto profonda nel sentimento italiano, i genî della nostra stirpe ne ebbero cosí profonda coscienza, che persino i grandi cultori delle scienze esatte non persero mai il contatto con l'arte. E per non parlare del sommo Galilei, basti ricordare il Mascheroni, o il Redi, che lascia le squisite analisi naturalistiche per dispiegare alle nostre pupille attonite l'arazzo luminoso versicolore del «Bacco in Toscana».

Il metodo scientifico spezzò in due, con un netto colpo brutale, quella bella unità; e i due tronconi si divincolano ancora, uno qua, uno là, in agonia spasmodica. Da una parte lo scienziato. Lo scienziato tutto irto di cifre, impermeabile a qualsiasi finezza d'arte, che scrive come un emarginator di pratiche, che dichiara indegna dell'austerità scientifica (oh, la volpe e l'uva!) ogni cura di forma e di stile. Dall'altra, il poeta, il romanziere, il drammaturgo, il giornalista, i quali respingono violentemente ogni contatto con la cultura ufficiale, e dal loro orizzonte hanno escluso, a mano a mano, prima il mondo greco, poi il latino, quindi l'italiano classico, e ultimamente ogni e qualsiasi elemento della cultura passata. Tanto ha potuto l'odio suscitato dall'imbestiamento scientifico.

Il benigno lettore avrà visto a sufficienza qualecordiale antipatia io nutra per quel tipo di dotto. L'ammirazione che esso, grazie alla facoltà mnemonica, riscuote da tanta gente, è scroccata. La semplice dote della memoria, scompagnata dall'acume e dalla sensibilità estetica, è vilissima facoltà, di molto inferiore a quella dei grandi calcolatori, i quali pure non dovrebbero riscuotere, salvo nelle fiere, eccessiva ammirazione. Quando tutte le altre facoltà dormono, non è meraviglia che quell'unica cresca e giganteggi[35].

E se non deve destare ammirazione per sé, odiosa e repugnante diviene tale facoltà quando quelli che la possiedono unica se ne servono per attaccare chi vale infinitamente piú di loro. L'arma è insidiosa. Quanto piú velocemente in un cervello le idee si trasformano in successive compagini — e in genere il valore d'una mente è in ragione diretta con la velocità di tali metamorfosi — tanto piú difficile riesce che in mezzo al continuo tramutare rimangano immobili nelle loro caselle le notizie precise. Fate che uno di quei microcefali pedanti colga in fallo magari un grande artista, un gran poeta, ed eccolo gridare ai quattro venti: «Vedete!Tizio la fa da pensatore e da poeta; ma per quantogratti la sua cetranon giungerà mai a sapere quello che so io, filologo scientifico, autenticato dal bollo di Berlino». Il caso s'è verificato. E il pubblico applaude il microcefalo, perché il pubblico ammira i calcolatori prodigiosi, anche se hanno la coda e le orecchie.

Simpatico è invece, in genere, il tipo dell'artista libero, romanziere, drammaturgo, giornalista, quale s'è venuto formando, massime dall'80, in cifra tonda, ai giorni nostri. Si voglia o non si voglia, questi giovanotti che abbandonarono le aule universitarie, e si diedero all'articolo volante, alla polemica, alla corrispondenza di guerra, hanno essi creata una prosa italiana moderna, disinvolta ed efficace; e, stringi stringi, han dovuto imparare da loro anche quelli che avevano altro fondamento e altra serietà di studî. Piaccia o non piaccia ai critici bocche amare, la produzione dei nostri novellieri, dei romanzieri e dei drammaturghi è tutt'altro che da buttar via: e, secondo me, molti dei moderni drammi italiani possono reggere vantaggiosamente il confronto coi migliori di Francia, sebbene questi siano piú appariscenti e continuino ad occludere le scene italiane per un complesso di ragioni che non è qui luogo di esaminare.

Ma concesso tutto ciò di buon grado, convieneanche riconoscere che quanti abbiano larga e piena conoscenza delle letterature del passato, le quali, volere o non volere, rimarranno pur sempre ineliminabile modulo a valutar la presente, sentono che in tutte le opere contemporanee, non escluse le migliori, manca pur sempre qualche cosa: qualche cosa che troviamo invece in tutti i nostri classici, dall'Ariosto al Leopardi, al Manzoni, al Carducci: qualche cosa che mal tollera definizioni, ma pure è quasi un'intima essenza, pel cui alito un'opera ci sembra come sempre esistita, o, meglio, coeva ad ogni età della stirpe nostra.

Ché se cerchiamo d'analizzare questa intima virtú, noi la vediamo complessa di talune doti fondamentali nelle quali s'impernia e si conclude il genio della stirpe. La coscienza sicura del valore dei vocaboli, quale fu in ogni momento della loro variazione ideologica, risalendo dall'italiano al latino, al greco, cosí da poterlo agevolmente flettere a significare i piú sottili atteggiamenti del pensiero. La sicurezza dello stile, non rivolta a virtuosismo, bensí a stringere idee ed immagini in linee sobrie perfette. La tenacia nel ponderare il proprio soggetto, nel contemplarlo a lungo entro lo specchio del nostro animo, sin che non se ne vegga illuminato ogni anfratto piú riposto. La sobrietà nel trascegliere dalla visione i punti essenziali, i qualipoi, nella favellata espressione, bastino a suscitare l'intero fantasma. E infine, la scienza dellaforma, intesa in senso alto e musicale: scienza che, ad onta di illusorie parvenze, è andata sempre immiserendo, e che si vede fulgere via via, risalendo i gradi della nostra tradizione artistica, dagli Italiani ai Latini, da questi ai Greci insuperati.

La semplice enumerazione di queste doti dice come per conseguirle sia indispensabile un forte e tenace studio, non solo dei grandi Italiani, bensí anche dei Latini e dei Greci. Insomma, le basi di ogni seria disciplina letteraria non si possono fondare che sullo studio dei classici.

È dunque tempo che in Italia abbia fine la scissione fra il mondo degli studî e il mondo dell'arte. Ne abbiamo già analizzati gli effetti funesti. Tornino a comporsi in bella armonia; e matureranno ancora i frutti luminosi fragranti onde il nome dell'Italia nostra brillò, segnacolo d'arte e di luce, anche quando la brutalità straniera la teneva costretta di materiali catene.

La mia diagnosi è finita.

O, meglio, il mio abbozzo di diagnosi: non piú che abbozzo è quello da me tracciato, e ciascuna sua parte potrebbe avere ben lungo svolgimento: anzi infinito, come infinita è la serie dei guasti che gli abusi e i soprusi della filologia scientifica hanno prodotti nella vita intellettuale d'Italia. Ma, dice Pindaro, è sazietà anche del miele e degli aurei doni di Afrodite: anche la caccia alle bestialità filologiche m'ha oramai tediato. Riprenderò un'altra volta, quando ne avrò voglia, quando ce ne sarà bisogno.

Se non che, alla diagnosi, un buon medico dovrebbe far seguire la prescrizione di una cura: dovrebbe suggerire i rimedî.

E intorno ai rimedî avevo appunto incominciato a scrivere un ultimo capitolo. Ma scrivi scrivi, il capitolo diveniva libro, faceva parte a sé, non s'inquadrava piú, né per la materia, né per lospirito, inMinerva e lo scimmione. Infatti, la sua parte sostanziale consisteva in un piano di riforma universitaria. Inutile pubblicarlo in un momento in cui sarebbe folle sperarne, non dico l'attuazione, ma pur la semplice discussione.

Del resto, da ogni pagina del mio scritto riesce suggerito assai chiaramente, mi sembra, quale sia l'antidoto principale, che io credo appropriato ai mali osservati. È l'abolizione del sedicente «metodo filologico scientifico».

La filologia, come abbiam visto, era un tempo ancella, ed ottima ancella. A poco a poco s'è data delle arie, s'è imbaldanzita, ha preso la mano, e adesso fa da padrona, e governa il regno dello spirito coi criterî appunto e con l'anima che può avere una fantesca.

Questo fatto, oltre che molto antiestetico, è anche molto dannoso. Bisogna dunque finirla: bisogna richiamare la sguaiata fanticella ai suoi piú umili ufficî.

E no, questa della serva padrona non è ancora una immagine precisa ed esauriente. La cosí dettafilologia scientificameglio si potrebbe assimigliare ad una vischiosa pianta parassitaria, che, abbarbicatasi a tutte le discipline, ne ha succhiato le linfe migliori, per crescerne gambi gonfi di tossici, maligne infiorescenze senza profumo, grosse bacchestoppose. Ora, questi ibridi prodotti possono senza dubbio riuscire molto utili a conquistar cattedre, sguisciare nelle accademie, far la ruota in clandestinicongressi classiciinternazionali; ma per i fini della cultura italiana non saprebbero davvero sostituire i frutti delle piante terrigene che essi nascondono o sopprimono. Perciò bisogna estirpare il parassita sin dalle radici. Perciò sin che la filologia pretenderà di mantenersi nei posti dov'ella s'è intrusa con malo arbitrio, non mi stancherò di ripetere le non ambigue parole che si leggono in fronte a quest'ultimo capitoletto:ceterum censeo philologiam esse delendam.

Nella suaFin de Satan, Victor Hugo immagina che quando l'arcangelo ribelle piombò giù dal cielo, una penna delle sue ali rimase, pura e candida, all'orlo degli abissi interminati. Un angelo la raccolse, e, rivolto al cielo sublime, lanciò, con carità di collega, una suggestiva domanda:


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