XXVI.

XXVI.Nei peccati adunque del Purgatorio sapevo mancare l’aversione da Dio e di essi punirsi soltanto la conversione a un commutevole bene. Al contrario in quelli dell’Inferno, si puniva con pena eterna l’aversione da Dio. Il Purgatorio era tutto d’uomini conversi a Dio; l’Inferno era d’uomini aversi da Dio. Il che vedevo significato dal Poeta col fare che nessuno de’ rei pronunziasse il nome di Dio; salvo Capaneo, il violento contro Dio, che nomina sdegnosamenteGiove(Inf.XIV 52), e Vanni Fucci, il finto violento, che con lo sconcio gesto grida:Togli, Dio(Inf.XXV 3). Quante volte un dannato vuole significare Dio, accenna o vela; e così Francesca (V 91) dice,il Re dell’universo; e Farinata,il Sommo Duce(X 102); e Ulisse,altrui(XXVI 141); e Maestro Adamo,la rigida giustizia(XXX 70); nello stesso modo che Virgilio, il quale pure pronunzia il nome di Dio, accenna però e vela quello di Cristo, chiamandoloun Possente(IX 53);Colui che la gran preda Levò a Dite(XII 38),l’Uom che nacque e visse senza pecca(XXXIV 115). E tralascio, come evidente a tutti, che l’Inferno stesso è volto alla parte contraria a quella donde si sale a Dio e che, rispetto a Dio, Lucifero etutto il suo gregge doloroso sono capovolti. Ora io notava che in ogni peccato mortale è aversione e conversione; ma che tuttavia il peccato carnale ha più della conversione, e lo spirituale più dell’aversione, e che perciò questo è più grave di quello (S.1ª 2aeLXXIII 5). E questo sapeva essere la ragione per cui Dante aveva collocato i peccati carnali, dei quali per lui era anche l’avarizia, fuori di Dite e oltre lo Stige. Men Dio offende, dice esso, l’incontinenza; tuttavia l’offende e con conseguenza anche di pena eterna. Perchè, mentre in ogni peccato mortale è aversione e conversione, in alcuni peraltro è principale quella, in altri questa; e l’una porta con sè l’altra (S.2ª 2aeXX 1). Così nel peccato di lussuria, è la conversione al piacere carnale che porta seco l’aversione da Dio e nel peccato di superbia è invece l’aversione da Dio che produce la conversione a qualcosa di terreno. E gli altri peccati carnali sono come la lussuria, e gli altri spirituali, come la superbia. E la superbia, dice S. Tomaso (2ª 2aeCLXII 6), ‛excedit in aversione’. Il che, come dà l’esatta spiegazione dell’ordine, in cui sono puniti nell’Inferno questi sei peccati, lussuria, gola, avarizia, carnali, ira, invidia, superbia, spirituali, così ci illumina di nuova luce la profonda coscienza di Dante. Poi che noi vediamo come egli punisca tra i lussuriosi gli adulteri Paolo e Francesca, significando con ciò che in loro la conversione aveva preceduto l’aversione; che colpa d’amore era la loro, d’amor che a cor gentil ratto s’apprende,d’amor ch’a nullo amato amar perdona; che nel loro adulterio incestuoso non era peccato d’ingiustizia; che l’uccisore della moglie e del fratello, sebbene colpevoli, era più reo di loro; e mostrando così prima ancora di venir meno e cadere, la pietà per i duo cognati. E vediamo altresì che, nei peccati spirituali, l’aversione da Dio per desiderio o di primazìa assoluta, o di podere, onore, grazia e fama, o di vendetta, doveva suggerire all’intelletto volto al male un’ingiuria contro Dio e contro chi di Dio più tiene o contro gli uomini, oppure alla passione, al core, un’ingiuria contro Dio, contro sè stesso, contro il Prossimo; perchè ella fosse eternalmente punita. Così Dante non poneva nell’Inferno la superbia se non come tradimento, l’invidia se non come frode, l’ira se non come bestiale violenza contro il prossimo, contro sè stesso, contro Dio, la Natura e l’Arte.

Nei peccati adunque del Purgatorio sapevo mancare l’aversione da Dio e di essi punirsi soltanto la conversione a un commutevole bene. Al contrario in quelli dell’Inferno, si puniva con pena eterna l’aversione da Dio. Il Purgatorio era tutto d’uomini conversi a Dio; l’Inferno era d’uomini aversi da Dio. Il che vedevo significato dal Poeta col fare che nessuno de’ rei pronunziasse il nome di Dio; salvo Capaneo, il violento contro Dio, che nomina sdegnosamenteGiove(Inf.XIV 52), e Vanni Fucci, il finto violento, che con lo sconcio gesto grida:Togli, Dio(Inf.XXV 3). Quante volte un dannato vuole significare Dio, accenna o vela; e così Francesca (V 91) dice,il Re dell’universo; e Farinata,il Sommo Duce(X 102); e Ulisse,altrui(XXVI 141); e Maestro Adamo,la rigida giustizia(XXX 70); nello stesso modo che Virgilio, il quale pure pronunzia il nome di Dio, accenna però e vela quello di Cristo, chiamandoloun Possente(IX 53);Colui che la gran preda Levò a Dite(XII 38),l’Uom che nacque e visse senza pecca(XXXIV 115). E tralascio, come evidente a tutti, che l’Inferno stesso è volto alla parte contraria a quella donde si sale a Dio e che, rispetto a Dio, Lucifero etutto il suo gregge doloroso sono capovolti. Ora io notava che in ogni peccato mortale è aversione e conversione; ma che tuttavia il peccato carnale ha più della conversione, e lo spirituale più dell’aversione, e che perciò questo è più grave di quello (S.1ª 2aeLXXIII 5). E questo sapeva essere la ragione per cui Dante aveva collocato i peccati carnali, dei quali per lui era anche l’avarizia, fuori di Dite e oltre lo Stige. Men Dio offende, dice esso, l’incontinenza; tuttavia l’offende e con conseguenza anche di pena eterna. Perchè, mentre in ogni peccato mortale è aversione e conversione, in alcuni peraltro è principale quella, in altri questa; e l’una porta con sè l’altra (S.2ª 2aeXX 1). Così nel peccato di lussuria, è la conversione al piacere carnale che porta seco l’aversione da Dio e nel peccato di superbia è invece l’aversione da Dio che produce la conversione a qualcosa di terreno. E gli altri peccati carnali sono come la lussuria, e gli altri spirituali, come la superbia. E la superbia, dice S. Tomaso (2ª 2aeCLXII 6), ‛excedit in aversione’. Il che, come dà l’esatta spiegazione dell’ordine, in cui sono puniti nell’Inferno questi sei peccati, lussuria, gola, avarizia, carnali, ira, invidia, superbia, spirituali, così ci illumina di nuova luce la profonda coscienza di Dante. Poi che noi vediamo come egli punisca tra i lussuriosi gli adulteri Paolo e Francesca, significando con ciò che in loro la conversione aveva preceduto l’aversione; che colpa d’amore era la loro, d’amor che a cor gentil ratto s’apprende,d’amor ch’a nullo amato amar perdona; che nel loro adulterio incestuoso non era peccato d’ingiustizia; che l’uccisore della moglie e del fratello, sebbene colpevoli, era più reo di loro; e mostrando così prima ancora di venir meno e cadere, la pietà per i duo cognati. E vediamo altresì che, nei peccati spirituali, l’aversione da Dio per desiderio o di primazìa assoluta, o di podere, onore, grazia e fama, o di vendetta, doveva suggerire all’intelletto volto al male un’ingiuria contro Dio e contro chi di Dio più tiene o contro gli uomini, oppure alla passione, al core, un’ingiuria contro Dio, contro sè stesso, contro il Prossimo; perchè ella fosse eternalmente punita. Così Dante non poneva nell’Inferno la superbia se non come tradimento, l’invidia se non come frode, l’ira se non come bestiale violenza contro il prossimo, contro sè stesso, contro Dio, la Natura e l’Arte.


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