XXX.

XXX.Avevo veduto come Dante reputasse non solo vili, ma vilissimi i re malvagi o inetti. Il perchè egli assegna (Conv.IV 7) col paragone d’uno, che non avendo, per andare in alcun luogo, se non a seguire le vestigie lasciate da un altro, ‛erra e tortisce per li pruni e per le ruine, ed alla parte dove dee, non va’. E conclude chiamando valente il primo che trovò la via, e non valente o vile, anzi vilissimo, l’altro che la via già trovata non seppe seguire. Donde ricavavo che l’opposto di accidia era per Dante, oltre nobiltà e fortezza, anche valore. Ma meglio ancora comprendeva perchè il Poeta indicasse, come tra gli accidiosi dell’Antinferno, ‛l’ombra di colui Che fece per viltate il gran rifiuto’, così tra quelli dell’Antidite i gran regi; poi che veramente e singolarmente accidioso è chi, dovendo per operare bene, fare uno sforzo minimo, vi si rifiuta; lasciando che il suo operare è sopra tutto utile, e il non operare, dannoso ad altrui, come dimostra Marco Lombardo; colui che amò il valore abbandonato dai degeneri del mondo d’allora; concludendo:Ben puoi veder che la mala condottaÈ la cagion che il mondo ha fatto reo.[50]E qui notavo che tale dimostrazione è fatta nello scaglione dell’ira e da un iracondo, per accennare che se è male andar di là dell’ira, è male, e per Dante peggio, restar di qua. Certo nulla al Poeta coceva più che l’ignavia dei re e degl’imperatori, e, in genere, il tralignare degli uomini. Mi venivano subito in mente due luoghi, uno nel Purgatorio, l’altro nel Paradiso, dove Dante parlava più particolarmente dei re del suo tempo. Sordello, il cui abbracciare aveva dato argomento alla digressione in cui è acerbamente punto Alberto Tedesco (Purg.VI 76 e segg.), mostra nella Valletta dei fiori i Principi che vi sedevano (Purg.VII 64 e segg.); e la sua dimostrazione si aggira sopra un punto cardinale:Rade volte risurge per li ramiL’umana probitate.Nella spera di Giove le anime luminose che avevano di sè formato prima le parole,Diligite iustitiam qui iudicatis terram, e poi la testa e il collo dell’aquila, cantano i dispregi dei re, de’ quali il primo è Alberto, figlio di Ridolfo che è il primo mostrato da Sordello nel Purgatorio. E nel luogo del Purgatorio (114 e 117) e in quello del Paradiso (25: ‛Che mai valor non conobbe nè volle’) si legge la parola valore, come propria dei re. Che concludevo da questi raffronti? Dal fatto che nel cielo di Giove, dalle anime di Principi amanti della Giustizia si condannano i Principiallora regnanti, concludevo che detti Principinon valenti, che non conobbero cioè nè vollero valore, spiacevano per la loro mancanza di giustizia e che per questo erano vili. Ma c’era altro. Io domandava: dove è la Valletta amena? e che significa ella? In tanto io sapeva che cosa era la mala striscia. Leggevo nelde Monarchia(I 13):notandum, quod iustitiae maxime contrariaturcupiditas,ut innuit Aristoteles in quinto ad Nicomachum. Remotacupiditateomnino nihil iustitiae restat adversum. E nell’Epistola ai Principi italiani leggevo ancora (V 4):nec seducat illudenscupiditas,more Sirenum, nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans; E nell’Epistola ai Fiorentini (5):nec advertitis dominantem cupidinem... sanctissimis legibus, quae iustitiae naturalis imitatur imaginem, parere vetantem. Era la cupidità, dunque, e tralascio il molto che potrei soggiungere: quella cupidità che si mostra nel mal volere (Par.XV 3) e che è bene il nostro avversaro, il serpente antico che seduce. Poi che è ben la Cupidigia, che sotto sè affonda i mortali (Par.XXVII 121), come quella che fa iniqua la volontà; che è l’origine di tutti i peccati d’ingiustizia, e che, simboleggiata nella Valletta dall’antico serpente che ammalia, è altrove raffigurata in bestie fameliche, nel leone che ha la rabbiosa fame, nella lupa, che ha tutte brame, che dopo il pasto ha più fame che pria, che fu dall’invido Nemico scatenata nel mondo e perciò equivaleal serpente. E di passaggio osservavo che la lupa significava avarizia più ristrettamente nel Purgatorio (XX 10 e segg.); ma nell’Inferno (I 49 e segg., 94 e segg.) tutto al più ad avarizia equivaleva nel senso di Agostino (De lib. arb.III 17):avaritia... non in solo argento vel in nummis, at in omnibus rebus quae immoderate cupiuntur intelligenda est, e nel senso di Tomaso (2ª 2aeCXVIII 2):nomen avaritiae ampliatum est ad omnem immoderatum appetitum habendi quamcumque rem... quod avaritia est non solum pecuniae, sed etiamaltitudinis.... Il che ci porta a Lucifero e alla superbia e all’origine d’ogni peccato. Ma la Valletta dove dunque è sita? Chiaro che ella è nell’Antipurgatorio, nel quale indugiano, più o meno, quelli che indugiarono al fin li buon sospiri, quelli che furono peccatori infino all’ultim’ora. E consideravo, oltre l’andare delle anime trapassate in contumacia della Chiesa, che ‛movieno i piè ver noi E non pareva, sì venivan lente’, e il loro subito arrestarsi, lo stare delle altre anime, all’ombra dietro al sasso, ‛Come l’uom per negghienza a star si pone’, e specialmente l’atteggiamento e le parole di Belacqua che si mostrava più negligente ‛Che se pigrizia fosse sua sirocchia’, coi suoi atti pigri e le parole corte, tra le quali queste: ‛Va su tu, che se’ valente’. Vedevo inoltre, che come nel passaggio dello Stige Dante faceva prova di quella ‛ira per zelum’, che nell’uomo nobile o perfetto ha da essere, così nell’Antipurgatoriodava la riprova dello stesso concetto facendo parlare Ninosegnato dello stampoNel suo aspetto di quel dritto zeloChe misuratamente in core avvampa.[51]Tutto diceva a me che con la necessità di stare fuor della porta del Purgatorio per il tempo che vissero, o per trenta volte il tempo della loro contumacia, si puniva in quelle anime un’accidia, o negligenza, o pigrizia; un’accidia analoga a quella che impediva il passaggio d’Acheronte agli sciaurati dell’Antinferno e il passaggio di Stige alle genti fangose dell’Antidite. Di questi accidiosi negligenti o pigri o meno valenti erano i gran regi della Valletta, non ostante che d’uno d’essi, Sordello, dica che ‛D’ogni valor portò cinta la corda’. Ma perchè nella Valletta questi Principi? Il perchè tralasciavo di scrutare, sebbene mi paresse chiaro che questa valle fiorita era in relazione sì del brago, in cui dovevano essere tuffati altri, sì della Giovial facella, dove altri volitavano; ma correvo subito a un altro luogo di Dante, dove era il medesimo concetto di segregazione e d’onore, e dove Dante, come qui da un balzo, vedeva da un luogo aperto luminoso ed alto, nobili spiriti. La valle insomma dell’Antipurgatorio mi condusse al nobile castello del Limbo. E allora sentii come il ventare nuovo einterrotto della terra lontana, che volevo scoprire; e per molti segni capii che tra poco ella sarebbe stata in vista dell’ardito navigatore. E l’oscura Minerva mi dimostrò un lampeggiar di riso.

Avevo veduto come Dante reputasse non solo vili, ma vilissimi i re malvagi o inetti. Il perchè egli assegna (Conv.IV 7) col paragone d’uno, che non avendo, per andare in alcun luogo, se non a seguire le vestigie lasciate da un altro, ‛erra e tortisce per li pruni e per le ruine, ed alla parte dove dee, non va’. E conclude chiamando valente il primo che trovò la via, e non valente o vile, anzi vilissimo, l’altro che la via già trovata non seppe seguire. Donde ricavavo che l’opposto di accidia era per Dante, oltre nobiltà e fortezza, anche valore. Ma meglio ancora comprendeva perchè il Poeta indicasse, come tra gli accidiosi dell’Antinferno, ‛l’ombra di colui Che fece per viltate il gran rifiuto’, così tra quelli dell’Antidite i gran regi; poi che veramente e singolarmente accidioso è chi, dovendo per operare bene, fare uno sforzo minimo, vi si rifiuta; lasciando che il suo operare è sopra tutto utile, e il non operare, dannoso ad altrui, come dimostra Marco Lombardo; colui che amò il valore abbandonato dai degeneri del mondo d’allora; concludendo:

Ben puoi veder che la mala condottaÈ la cagion che il mondo ha fatto reo.[50]

Ben puoi veder che la mala condotta

È la cagion che il mondo ha fatto reo.[50]

E qui notavo che tale dimostrazione è fatta nello scaglione dell’ira e da un iracondo, per accennare che se è male andar di là dell’ira, è male, e per Dante peggio, restar di qua. Certo nulla al Poeta coceva più che l’ignavia dei re e degl’imperatori, e, in genere, il tralignare degli uomini. Mi venivano subito in mente due luoghi, uno nel Purgatorio, l’altro nel Paradiso, dove Dante parlava più particolarmente dei re del suo tempo. Sordello, il cui abbracciare aveva dato argomento alla digressione in cui è acerbamente punto Alberto Tedesco (Purg.VI 76 e segg.), mostra nella Valletta dei fiori i Principi che vi sedevano (Purg.VII 64 e segg.); e la sua dimostrazione si aggira sopra un punto cardinale:

Rade volte risurge per li ramiL’umana probitate.

Rade volte risurge per li rami

L’umana probitate.

Nella spera di Giove le anime luminose che avevano di sè formato prima le parole,Diligite iustitiam qui iudicatis terram, e poi la testa e il collo dell’aquila, cantano i dispregi dei re, de’ quali il primo è Alberto, figlio di Ridolfo che è il primo mostrato da Sordello nel Purgatorio. E nel luogo del Purgatorio (114 e 117) e in quello del Paradiso (25: ‛Che mai valor non conobbe nè volle’) si legge la parola valore, come propria dei re. Che concludevo da questi raffronti? Dal fatto che nel cielo di Giove, dalle anime di Principi amanti della Giustizia si condannano i Principiallora regnanti, concludevo che detti Principinon valenti, che non conobbero cioè nè vollero valore, spiacevano per la loro mancanza di giustizia e che per questo erano vili. Ma c’era altro. Io domandava: dove è la Valletta amena? e che significa ella? In tanto io sapeva che cosa era la mala striscia. Leggevo nelde Monarchia(I 13):notandum, quod iustitiae maxime contrariaturcupiditas,ut innuit Aristoteles in quinto ad Nicomachum. Remotacupiditateomnino nihil iustitiae restat adversum. E nell’Epistola ai Principi italiani leggevo ancora (V 4):nec seducat illudenscupiditas,more Sirenum, nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans; E nell’Epistola ai Fiorentini (5):nec advertitis dominantem cupidinem... sanctissimis legibus, quae iustitiae naturalis imitatur imaginem, parere vetantem. Era la cupidità, dunque, e tralascio il molto che potrei soggiungere: quella cupidità che si mostra nel mal volere (Par.XV 3) e che è bene il nostro avversaro, il serpente antico che seduce. Poi che è ben la Cupidigia, che sotto sè affonda i mortali (Par.XXVII 121), come quella che fa iniqua la volontà; che è l’origine di tutti i peccati d’ingiustizia, e che, simboleggiata nella Valletta dall’antico serpente che ammalia, è altrove raffigurata in bestie fameliche, nel leone che ha la rabbiosa fame, nella lupa, che ha tutte brame, che dopo il pasto ha più fame che pria, che fu dall’invido Nemico scatenata nel mondo e perciò equivaleal serpente. E di passaggio osservavo che la lupa significava avarizia più ristrettamente nel Purgatorio (XX 10 e segg.); ma nell’Inferno (I 49 e segg., 94 e segg.) tutto al più ad avarizia equivaleva nel senso di Agostino (De lib. arb.III 17):avaritia... non in solo argento vel in nummis, at in omnibus rebus quae immoderate cupiuntur intelligenda est, e nel senso di Tomaso (2ª 2aeCXVIII 2):nomen avaritiae ampliatum est ad omnem immoderatum appetitum habendi quamcumque rem... quod avaritia est non solum pecuniae, sed etiamaltitudinis.... Il che ci porta a Lucifero e alla superbia e all’origine d’ogni peccato. Ma la Valletta dove dunque è sita? Chiaro che ella è nell’Antipurgatorio, nel quale indugiano, più o meno, quelli che indugiarono al fin li buon sospiri, quelli che furono peccatori infino all’ultim’ora. E consideravo, oltre l’andare delle anime trapassate in contumacia della Chiesa, che ‛movieno i piè ver noi E non pareva, sì venivan lente’, e il loro subito arrestarsi, lo stare delle altre anime, all’ombra dietro al sasso, ‛Come l’uom per negghienza a star si pone’, e specialmente l’atteggiamento e le parole di Belacqua che si mostrava più negligente ‛Che se pigrizia fosse sua sirocchia’, coi suoi atti pigri e le parole corte, tra le quali queste: ‛Va su tu, che se’ valente’. Vedevo inoltre, che come nel passaggio dello Stige Dante faceva prova di quella ‛ira per zelum’, che nell’uomo nobile o perfetto ha da essere, così nell’Antipurgatoriodava la riprova dello stesso concetto facendo parlare Nino

segnato dello stampoNel suo aspetto di quel dritto zeloChe misuratamente in core avvampa.[51]

segnato dello stampo

Nel suo aspetto di quel dritto zelo

Che misuratamente in core avvampa.[51]

Tutto diceva a me che con la necessità di stare fuor della porta del Purgatorio per il tempo che vissero, o per trenta volte il tempo della loro contumacia, si puniva in quelle anime un’accidia, o negligenza, o pigrizia; un’accidia analoga a quella che impediva il passaggio d’Acheronte agli sciaurati dell’Antinferno e il passaggio di Stige alle genti fangose dell’Antidite. Di questi accidiosi negligenti o pigri o meno valenti erano i gran regi della Valletta, non ostante che d’uno d’essi, Sordello, dica che ‛D’ogni valor portò cinta la corda’. Ma perchè nella Valletta questi Principi? Il perchè tralasciavo di scrutare, sebbene mi paresse chiaro che questa valle fiorita era in relazione sì del brago, in cui dovevano essere tuffati altri, sì della Giovial facella, dove altri volitavano; ma correvo subito a un altro luogo di Dante, dove era il medesimo concetto di segregazione e d’onore, e dove Dante, come qui da un balzo, vedeva da un luogo aperto luminoso ed alto, nobili spiriti. La valle insomma dell’Antipurgatorio mi condusse al nobile castello del Limbo. E allora sentii come il ventare nuovo einterrotto della terra lontana, che volevo scoprire; e per molti segni capii che tra poco ella sarebbe stata in vista dell’ardito navigatore. E l’oscura Minerva mi dimostrò un lampeggiar di riso.


Back to IndexNext