INDICE

— Io di qui. Arrivederci...

— Fra quanto?

— Fra un paio d'ore.

Ci separammo alla cantonata della via traversa.

Avevamo conservato un'abitudine d'innamorati e di sposi: quella di voltarci, e benchè oramai vecchi, non isbagliavamo mai il momento.

Mi voltai proprio quando essa si voltava, e dandole quell'ultimo saluto silenzioso (ne chiedo scusa alla gente seria) trovai alla solita tenerezza il sapore leggermente amaro del mio piccolo inganno.

Sì, perchè io aveva detto una bugia, e invece di andare al tribunale, mi avviava semplicemente al cimitero.

Non avevo voluto mettere delle idee melanconichein capo a mia moglie; essa probabilmente si sarebbe ostinata a volermi accompagnare in quella visita a suo padre, ed io sapeva per esperienza come queste visite andavano a finire.

Quanto a me, mi sentiva forte; poteva assaggiare la malinconia senza timore che mi desse al capo, come per lo più succede: e poi da un pezzo non visitavo più quella tomba... chi sa di quanti seccumi bisognerebbe mondare il rosaio? Camminavo a passo celere, ora che Evangelina non mi poteva più vedere.

— Sei nonno! — mi diceva qualcuno —nonno!prova a ripetere questa parola — e io provavo. — Tu ricominci la vita per la terza volta; ti sembrava quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero; ora ecco un altro scopo: la culla d'un altro figlio.

Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più dinanzi alla mente se non la tomba di mio suocero, ma aveva le cortine di mussola bianca, come una culla.

Quando io fantastico, corro — è Laurina che me n'ha avvertito; — le mie gambe avevano vent'anni quel giorno; nondimeno per le giravolte che m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia moglie.

Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia medesima idea; ed era là, dinanzi a me, che s'avviava fra le tombe.

Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi sentì, si volse e mi sorrise. Che piacere! potevaancora sorridere, non era troppo mesta! la raggiunsi e la presi a braccetto con molta gravità, senza dir parola, mentre essa mi veniva guardando negl'occhi per godersi il mio corruccio burlesco.

— Signora! — cominciai tragicamente...

— Signore! — mi rispose con un fil di voce...

Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò a dirmi con la sua voce e con la sua maniera solite:

— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto!

— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto. Ma come mai — soggiunsi, adattando la voce al luogo — come mai ti è venuta la mia stessa idea?

— Come mai ti è venuta la mia stessa idea?

— E come hai fatto per arrivare prima di me?

— È un segreto — mi rispose sottovoce.

— Davvero non capisco, eravamo fuori di strada tutti e due, e ho le gambe più lunghe delle tue.

— Non ti voglio far penare — mi disse, con l'aria di farmi una gran confidenza. — Sono venuta in carrozza.

Mi picchiai la fronte e sclamai come ispirato:capisco!E mia moglie conchiuse:bravo!

Allora ci fu impossibile tenerci dal ridere, ma lo facemmo con discrezione.

— Siamo vecchi — entrò a dire mia moglie — siamo quasi nonni, facciamo come i monelli, e forse offendiamo i morti.

— Non aver questo scrupolo — risposi alzando un po' la voce perchè mi sentissero i morti piùvicini: — se i morti ci possono intendere, avranno cara questa allegria serena che visita le loro tombe. Si viene sempre in cimitero a dire ai morti che si soffre della vita e che si vorrebbe raggiungerli presto. Essi saranno contenti di sapere che nella vita si ama ancora, e che quando si ama molto, quasi quasi non si soffre.

Evangelina mi strinse il braccio per ringraziarmi di queste parole e si staccò da me per rizzare una croce posta come segnale sopra una fossa recente. Poi proseguimmo la via in silenzio.

— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto Evangelina, mostrandomi un mazzolino di viole che teneva sotto il mantello.

Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo, guardando mia moglie negli occhi. Non era mesta, non le tremava la voce, ma ancora non ero sicuro che la vista della tomba di suo padre...

Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina intera, sul cui capitello s'intrecciano due corone: a mio padre, a mio nonno...

Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi dinanzi alla tomba, io le rimasi alle spalle cercando con gli occhi i seccumi del rosaio fiorito... Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo per farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva vero, e spensieratamente le dissi:brava!

Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio l'opera di mondare il salice e il rosaio dai seccumi.

— Bada — dissi — non istaccare quelle foglieaccartocciate: è una specie di bruco intelligente che le ha accomodate così per la sua famiglia.

Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline come in un cannocchiale, poi lasciò ricadere il ramo, e sorrise.

Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad attaccare i suoi fili dalla colonna al rosaio; e quando ebbe distrutto con la pezzuola tutta quell'opera bella e faticosa, mi disse per giustificarsi:

— Questo non era un nido, era una trappola.

Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo del cimitero non l'aveva potuto trattenere; l'alito suo aveva risvegliato mille forme di vita fra le tombe.

Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa vicina, io vedeva il corpicino d'una lucertola bruna così immobile che pareva di bronzo, e chinandomi a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene ancora oggi a mio suocero, io misi allo scoperto l'ingresso di un formicaio, dove si faceva un gran lavoro.

Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del nostro caro vecchio, per ritornarvi cariche di preziosi fardelli, sembravano lì per essere interrogate.

— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina, che non sapeva staccare lo sguardo da quella piccola gente nera...

— Ti direbbero che i morti non hanno alcun bisogno di noi, e che dobbiamo pensare ai nostri figli.

Le mie parole erano solenni; ma l'accento concui le pronunciai era facile e leggiero, come era facile e leggiera, quel giorno, tutta l'anima mia.

Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte, dicemmo addio al caro vecchio e ci separammo da lui senza dolore.

Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse il nome di una bimba di quattro anni, e disse mestamente:

— Anche i bimbi muoiono!

Io sospirai:pur troppo!e il mio egoismo si affrettò a soggiungere a bassa voce che questo pericolo per due dei miei figli era passato, e che il terzo aveva ancora da nascere... pur troppo.

E sospirai un'altra volta.

Nemmeno quest'ultimo sospiro potè guastare la mia serenità; facevo lo scontento per ipocrisia, ma in fondo non desideravo nulla.

Nulla, proprio nulla, no. Desideravo un maschio; avevo anch'io questa debolezza, e come a punirmi dell'offesa anticipata che venivo facendo alla mia nipotina, mi affrettai a scrivere a mia figlia per raccomandarle di nutrirsi bene, di non correre, di scendere le scale pacatamente, di non fare degli sforzi gravi (per esempio, sollevare dei pesi enormi... e che altro?), insomma di condurre il negozio con giudizio, senza badare alsesso.

***

Fu la pallida mammina che, sollevando il corpicciolo della creatura tanto aspettata, la collocò con molta precauzione nelle braccia del nonno.

Poi disse:

— Babbo, sei contento? — e lo veniva guardando negli occhi con la certezza di leggervi la felicità.

Il nonno non rispose neppure; volle baciare la nipotina, che lo guardava con molta attenzione, e non seppe come fare; volle accarezzare il visino con la mano, ed ebbe paura di soffocarla; volle correre col suo prezioso fardello per tutte le stanze, volle ridere, volle piangere.

Fino a poche ore prima aveva accarezzato col pensiero un bel maschio, robusto più del necessario per quell'età, panciuto come il nonno; e dinanzi a quella neonata color di rosa si domandava come avesse potuto desiderareun altro.

Sua moglie e suo genero lo stavano a guardare e ridevano; e la mammina gli domandava inutilmente:

— Babbo, sei contento?

Ebbene, no, non era contento, e lo disse:

— Vorrei baciarla e non posso, per causa dei baffi; vorrei farle delle carezze, e non posso servirmi che d'un dito; vorrei rapirla, fuggire conessa, e non posso perchè ho paura che si costipi. Come vuoi che io sia contento?

Per consolare il nonno gli fu detto che la neonata era tutta lui, negli occhi, nella fronte e perfino nel naso.

Quando mi ripetono queste cose (perchè sono io il nonno) mi afferro gravemente il naso come per pigliarne le misure e lo confronto col nasino non più grosso di un cece della neonata. Faccio lo scettico, per decoro. Faccio di più: ammetto che la mia bimba somigli anche un poco alla nonna, e un po' alla mamma, e un pochino (pochino davvero) a suo padre — ma che essa abbia una somiglianza strana con me non vi è ombra di dubbio. Me lo dicono tutti.

FINE.

INDICEA chi legge(prefazione alla Iª edizione)Pag.9Prima che nascesse11Le tre nutrici55Coraggio e avanti115Mio figlio studia169Intermezzo199La pagina nera215Mio figlio s'innamora245Il marito di Laurina288Nonno!357


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