LA PAGINA NERA
I.
Avevo il cuore turbato, ma la faccia ridente per ingannare Evangelina.
— Che hai? — mi disse vedendomi.
— Nulla; i bambini?
— Giocano.
Sorrisi meglio, e volli darle un bacio, ma a mezza via ella tirò indietro il capo per guardarmi negli occhi. Allora mi vidi scoperto.
— Che hai? — insistette; e la paura, entrando nel suo cuore di sposa e di madre, le faceva abbassare la voce.
— Nulla — ripetei. — I bambini giocano?
— Sì... Augusto! Laurina! — gridò la povera mamma.
Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto è il primo, e con un salto mi viene sulle braccia; Laurina, che lo segue da vicino, mi si butta tra le gambe.
È un assalto di baci e di domande: Augusto parla, Laura ripete le sue parole. Ma oggi io non ascolto quella musica, quasi non l'intendo. Le guardo a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento per la prima volta un sapore amaro alla mia grande dolcezza. Uno sguardo pietoso di Evangelina mi va cercando l'anima; comprendo che la poveretta soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina, poi lascio scivolare Augusto.
— Andate a giocare, ma state buoni, non correte troppo, per non sudare... la finestra è chiusa?
I bimbi non rispondono; sono già in cucina.
— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle calcagna per fare l'esercito.
La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui tremavano tutte le corde materne:
— Che è stato?
***
— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi.
— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata.
— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona di nostra conoscenza...
Io vidi sulla faccia della mia povera compagna qualche cosa che non m'aspettavo dal mio paragone spropositato; allora m'interruppi e dissi cambiando tono di voce:
— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario; all'avvocato Marozzi è morto il figlio l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo appunto che non è una buona ragione...
— È morto di angina maligna? — interruppe Evangelina, che si era fatta pallidissima.
— Già, di angina maligna — balbettai; — ma venivo dicendo a me stesso che non è una buona ragione di spaventarsi tanto... che quando una tegola cade sul capo, mettiamo pure di un amico, non perciò esciamo di casa con la tremarella e abbiamo paura di tutte le grondaie.
Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette in ascolto; dalla cucina e dall'anticamera giungeva fino a noi il chiasso del tamburo di guerra, interrotto con gran frequenza dagli ordini del generale. La disciplina non impediva all'esercito di unire ogni tanto la sua voce a quella del comando.
— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando gli occhi nella parete — robusto, forte, ed è morto così?
— In pochi giorni...
— E i medici?
— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano la gola, gli davano del chinino; ieri l'altro stava meglio, ieri è morto.
Evangelina si coprì la faccia con le mani, poisi scosse, e le brillava negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta:
— Augusto! Laura!
***
Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare della licenza per venire ad abbracciare la mamma.
Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale.
— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora ricacciatela dentro...
Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì, a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco, giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che ridere!» e non rise più.
— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti un po' male al capo,e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?
Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.
— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire prontamente.
— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina frugando nel suo vestitino senza tasche; la mamma la interruppe con un bacio.
— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi sentite un po' di male al capo o in gola. Ed ora andate pure a giocare; ma non correte troppo per non sudare.
Invece di sfoderare le molle del comando, mio figlio sciolse alla nostra presenza la corda che gli serviva di cinturino, e dichiarò alla sorella che bisognava cambiar giuoco.
— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu sarai l'ammalata ed io verrò a guarirti.
— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco del medico.
Era entrato un nemico in casa nostra, la paura. La nostra felicità medesima gettava una grande ombra intorno a sè; ogni nostra contentezza moriva in un'idea superstiziosa: «siamo stati troppo fortunati finora!».
Con la speranza di leggere che l'angina maligna era scomparsa interamente, o che avevano trovato il rimedio infallibile per combatterla, io apprendeva mattina e sera il numero deicasi, e tutte le dicerie strane che si facevano intorno alla nuova malattia.
— Un giorno un medico condotto, che subito pigliò agli occhi miei l'aspetto di un genio sagrificato in un paesello, mandò la prima ricetta contro l'angina maligna, assicurando che con quel sistema di cura tutti i suoi ammalati erano guariti.
Ed io sentii la tentazione di correre in piazza e radunarmi molta gente intorno per leggere la ricetta, e mi domandai sul serio se non vi fosse mezzo di obbligare tutti i medici, fossero anche famosi, a tentare la cura di quel medico condotto.
«Perchè già, pensavo malignamente, a questi signori medici della città non parrà decoroso lasciarsi fare la lezione da un collega della campagna».
A buon conto io tagliai con le forbici quella ricetta preziosa e la serbai nel taccuino.
Ma il giorno dopo, altri due medici di campagna si credettero in dovere di far conoscere al pubblico il loro metodo di cura; ed erano due metodi differentissimi fra di loro; e, cosa bizzarra ma crudele nella sua amenità, non rassomigliavano neppure al metodo del primo medico, sebbene fossero infallibili tutti e due.
Io tagliai con le forbici anche quelle ricette, e serbai anche quelle per iscarico di coscienza, salvo a decidere se meritasse la preferenza il sugo dilimone, l'acido fenico, o il ghiaccio puro. Un po' di scetticismo era già entrato nella mia mente turbata, ma credevo ancora che uno di quei tre rimedi fosse ilbuono.
In seguito le ricette si moltiplicarono, e icasipure.
Continuavo per abitudine la mia raccolta, finchè un giorno Evangelina mi disse con un sorriso amaro:
— Che cosa dovrebbe fare una povera madre? Mettere tutte le ricette in un cappello e farne estrarre una dal suo piccolo ammalato...
— Oppure — dissi — provarle una dopo l'altra.
— Ieri — mi rispose con voce rauca — un bambino di sei anni fu colto dalla malattia mentre giocava ed è morto stamane; l'altro giorno il figlio di un medico se ne andò all'altro mondo in poche ore.
— Come lo sai? — chiesi.
Anche mia moglie da qualche tempo leggeva le gazzette.
Io la udiva da un pezzo la voce arcana che annunzia il dolore, ma cercavo d'ingannare me stesso e di riconfortare Evangelina.
— Le nostre traversie le abbiamo avute — dicevo; — abbiamo penato la nostra parte.
E frugavo nel passato cercando di radunare tutti i dolori dimenticati della nostra vita per farmene uno scongiuro, o per lo meno una speranza.
— Ti ricordi quel giorno che in tutta la casa dell'avvocato Placidi non era rimasto un quattrino?
— E che ti toccò mettere a pegno il tuoVacheron... Se me lo ricordo! — sospirava mia moglie.
— Non fu una volta sola — insistevo frugando ancora; mi sta fisso in mente un certo Natale che ci rimangiammo il poveroVacheron, tante volte mangiato e rimangiato. E ti ricordi quando Augusto s'ammalò stando a balia! che sgomento! E quando Laurina ebbe quel grosso furuncolo e bisognò far venire un chirurgo dell'Ospedale Maggiore per tagliarlo — che orrore!... E la costipazione tremenda che ti aveva tolto la voce! E... e...
— E la morte violenta del nostro merlo per avere inghiottito un ago da cucire? — diceva Evangelina mettendo una nota schietta in quella falsa elegia.
— Tu scherzi ora; ma di' non fu anche quello un dolore?
— Non dico di no.
— Sta zitta — concludevo con un gemito da ipocrita — che abbiamo sofferto abbastanza.
Non era vero, e lo sentii ben io quando Evangelina soggiunse in buona fede:
— Sì, ma è passato tanto tempo, ed ora siamo così felici! E quante gioie non abbiamo avuto in compenso!
Stette un po' a pensare, e in un momento potèraccogliere nel passato tante contentezze comuni, e le vide uscire dalla dimenticanza così vive e così fresche ancora, che la sua faccia s'illuminò d'un sorriso.
— Non ci badasti mai? — mi disse poi. — Le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori no, il cuore li seppellisce.
— No, non me ne sono mai accorto.
— Io sì; quando mi provo a rifarmi col pensiero i godimenti vecchi vi riesco, ed è un godimento nuovo; e se volessi addolorarmi sul serio perchè tanti anni fa ti toccò mettere a pegno il tuoVacheron, o perchè l'anno scorso Laurina ebbe un rosso furuncolo...
— E se fosse morta? — interruppi brutalmente.
Essa ammutolì e mi guardò in viso sbigottita.
Povero cuor di madre!
Invano io mi chiudo all'immagine del dolore; il dolore è qua, e mi dice: — «prepàrati a soffrire».
Eravamo a tavola.
Augusto aveva mangiato la zuppa dichiarando che lo faceva per accontentare la mamma; non gli avevamo badato — era tanto burlone! Ma quando venne in tavola il lesso, egli prese il suo piatto e lo capovolse bruscamente.
— Che maniere sono queste? — domandò mia moglie.
— Non voglio mangiare — rispose Augusto.
— Che hai? Non ti senti bene?
Sostenne che non aveva nulla, ma che non voleva mangiare.
— Fa come il Nini — entrò a dire Laurina. — L'ha visto fare al Nini; il Nini fa sempre così a tavola.
Poteva essere. La vigilia era stato invitato a desinare da un vicino di casa per far compagnia al Nini, una personcina potentissima, che trattava i suoi genitori con molta severità.
— È uno scherzo — dissi allora.
Non era uno scherzo.
— È un capriccio? — chiesi sentendo che mi bisognava far la voce grossa. — Dà qua il piatto.
Allora Augusto, invece di ubbidire, mi guardò in viso, scostò la seggiola dalla mensa, e lasciandosi scivolare a terra, fece atto di allontanarsi.
Fummo in piedi a un tempo, Evangelina ed io, tremanti entrambi.
— Augusto! — balbettai.
— Augusto mio — gridò la povera madre — che hai?
— Non ho nulla — disse il piccolo ribelle.
Gli toccai la fronte. Scottava.
Sentendosi finalmente compreso, Augusto non si ribellò più. Io lo presi in braccio e corsi a deporlo, così vestito, nel suo lettuccio.
Evangelina mi era venuta dietro.
Pallidi, muti, ci curvammo sopra di lui.
Egli non aveva voglia di rispondere alle nostre domande, ed era già pentito d'aver fatto il cattivo; per contentarci cercava di sorridere.
— Bisognerà avvertire il medico — mi disse Evangelina affannosamente; — manda la fantesca, io lo spoglio e lo metto a letto.
M'avviai come un condannato; gli occhi di Augusto mi accompagnarono fino sull'uscio.
Passando dinanzi alla stanza da pranzo, vidi Laurina, che era rimasta a sedere sulla sua seggiola alta.
Essa mi chiamò:
— Babbo? perchè Augusto faceva il cattivo?
— È ammalato — risposi senza muovermi.
— Senti, babbo — mi disse — vieni qua.
E quando le fui vicino, volle che mi chinassi per dirmi all'orecchio:
— Non l'hai sgridato, non è vero?
Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo ammalato.
Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e si è portato viatutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che canta.
A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia aveva letto la propria condanna.
Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.
In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere:
— V'è pericolo?
— Non si può dire nulla per ora — rispose il medico: — queste malattie sono insidiose; vedremo stasera. Bisognerà pure allontanare la sorellina.
Allora soltanto balbettai:
— Angina maligna, non è vero?
— Già, già — disse il medico — angina maligna.
— Però non è delle più gravi?
Volevo essere ingannato ed egli mi comprese:
— Non pare delle più gravi; vedremo stasera.
Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia l'un dell'altro, dimentichi della vita, del dovere, del nostro dolore medesimo, perfino della nostra creatura, per singhiozzare come fanciulli.
— Ah! non piangere così, almeno tu — mi disse Evangelina; — mi fa troppo male.
E io sorrisi, me ne ricordo...
In quel mentre udii parlare nella cameretta di Augusto; accorsi. La piccola Laurina era là, al capezzale del fratellino, e si rizzava in punta di piedi per guardarlo.
— Va via — gridai con collera.
Essa mi guardò, non mi comprese e venne a buttarmisi fra le ginocchia ridendo.
Quella sera medesima Laurina ci abbandonava; quando attraversò il cortile tenuta per mano da un amico, che non aveva avuto paura di portarsi a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori che stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno subito», mi parve che se ne andasse l'ultima immagine ancora intatta della nostra felicità.
La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu non la rivedrai se non quando il tuo destino sarà compiuto». E un'altra voce mi disse:Coraggio. Era quella di Evangelina.
Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo incontro al fantasma della morte.
Cominciarono giorni crudeli, passati nell'aspettazione delle paure notturne.
Ah! quelle notti eterne vegliate al capezzale di una creatura adorata, solo, con la mente ingombra di terrori, in una cameretta, le cui sembianze si trasformavano paurosamente agli occhi miei allucinati dal sonno!
Io lo vedo ancora il mio bimbo malato; veglio e mi par di dormire, dormo e mi par di vegliare, e ancora lo guardo, povera sentinella dell'amore, quando non discerno più nulla.
Poi mi scuoto, interrogo l'orologio, mi avvicino, muto le pezzuole agghiacciate sulla gola del mio bimbo e comincio l'invariabile tortura.
— Augusto!
Non mi risponde: apre un occhio, mi guarda, m'implora.
— Augusto, bisogna prendere la medicina.
Egli geme; il chinino non gli piace, e suo padre è inesorabile.
— È la cosa d'un momento, un sorso solo. Piglialo per farmi piacere.
Egli guarda me, guarda la medicina, vuol farsi forza.
— Sì, sì... ora la piglio, ecco... un momento ancora... aspetta.
Prego e comando, scherzo e minaccio d'andar in collera, poi guardo l'orologio... ah! i minuti volano, e se non piglia il chinino, il mio bimbo morrà!
— Senti — gli dico allegramente — lo piglierai da solo; io vado un momento di là, torno e tu lo hai preso. Vediamo un po' se sei capace di far questo!... Poi lo diremo alla mamma, che sarà contenta di te.
Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia la bevanda amara; ed io respiro perchè ho mezz'ora di pace!
Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli spettri melanconici della veglia; i mobili scricchiolano, e a ogni nuovo rumore è una orrenda immagine.
A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia un'immensa pietà di me stesso. Quale rovina! Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse. Mi pare che si venga formando nel mio cervello un pensiero egoistico capace di lottare con la sventura e vincerla. Già dico fra me e me: «che bella cosa essere indifferenti a tutto!»
Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso.
«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza che m'è costata tanto? Che m'importa del mio nome, della mia fama? Sono stato veramente uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere solo a sfidare la povertà e la vita!
Non avrei oggi mio figlio morente! E dove sarebbe Augusto? E di chi sarebbe la mia Evangelina che amavo tanto? L'amore! Che cosa è l'amore? Il dolore forse. E il dolore che cos'è?»
Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica col sonno.
— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono qua io.
Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e melanconico. Mi sembra d'amare ancora.
— Hai dormito? — domando a mia moglie.
— Sì, e ho fatto un bel sogno; come ho io potuto fare un bel sogno?
— Un bel sogno! — ripeto senza avvedermene.
Essa mi comprende, mi piglia per mano e mi conduce presso al letto della nostra creatura.
— Non ti sembra che stia meglio? — mi dice. — Il suo sonno è tranquillo. Tu sei stanco — soggiunge: — povero Epaminonda!
— Povero Epaminonda! — ripeto con un sorriso amaro.
Allora essa mi stringe forte la mano, si rizza in punta dei piedi e mi porge la guancia.
— Bacia qua — mi ordina con dolcezza; — così; ora bacia tuo figlio in fronte senza svegliarlo, e ora va a riposare.
Sento che un po' di quella forza femminile penetra nel mio cuore.
Mi vado a buttare vestito sopra un letto, e provo a chiamare il sonno; ma il sonno, cacciato per lunghe ore come un importuno, ora non viene. Chiudendo gli occhi vedo delle figure strane accostarsi al mio letto; mi sembra d'essere caduto in mezzo a una popolazione smorfiosa e occupata unicamente di me. Sono faccette sorridenti o beffarde; e basta ch'io apra gli occhi perchè si rimpiattino negli angoli della stanza.
Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi almeno dormire! Potessi dimenticare per un'ora sola la mia sventura!
Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi; provo a fissare col pensiero altre immagini, e riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma essi, tenaci, sempre al mio capezzale.
Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con lei sola; il dolore mi ha fatto ingiusto; e in questi giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in questo momento? Dorme. E io la vedo in una camera ignota, in un letto non suo, con la manina sotto la guancia e con le labbra socchiuse.
Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità del desiderio me la raffiguravo in quell'atto, centofantasmi mi sono passati dinanzi e mi hanno fatto la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di donna che sorride, una testa scapigliata di fanciulla che sorride ancora, una faccia dolente che non sorride più, un volto rugoso che minaccia.
Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non so quando, non so come, la folla si dirada, scompare, e io torno al capezzale d'Augusto. Finalmente dormo.
Dormo, ed ecco il mio sogno.
È notte alta. Evangelina si riposa nella camera vicina, e io veglio co' miei pensieri al capezzale di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa dal giorno che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie gioie, e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze; perchè quando io avea assaporato una comodità domestica o una soddisfazione d'amor proprio, si sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei figli.
Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli con l'immenso dolore presente, mi sembrano indegni d'avermi fatto soffrire. Non aveva io perduto l'appetito la prima volta che il cronista di una gazzetta aveva scritto di me che ero troppo grave, e della mia eloquenza che era vecchiotta e sentimentale, portando invece alle stelle l'arguzia e l'efficacia dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi ripetere dallo stesso cronista le medesime censure, e sentendo dire ancora dell'avvocato Righi che eraargutoedefficace, e ciò alla distanza di un mese, con le identiche parole, come se l'industriosocronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo, anzichè stampate in un'effemeride, non avevo io avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del mio tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza e della mia gravità per vedere d'emendarmi?
Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo.
E penso: se quel cronista mi volesse fare la compitezza di stampare domani che io sono un asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi è un colosso?
Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino; l'altro è un colosso, e io non me ne avvedo perchè sono un cretino.
E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista; mordo la mia vanità d'avvocato per calmare l'ambascia paterna; così nei dolori cocenti troviamo un sollievo pizzicandoci a sangue le carni.
E se domani quel critico mi venisse innanzi per godersi il mio imbarazzo, ed io dovessi aprirmi il petto con le mie unghie, per dirgli: «Guarda, il mio bimbo è morto».
Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a quel grido, e che il mio bimbo mi chiami al suo capezzale per dirmi:
«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma, io muoio».
Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco d'essere nel mio letto e d'aver sognato, spalanco gli occhi nel buio e tremo. Se il mio sogno fosseun avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire! Se agonizzasse ora! Se fosse morto!
Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore, poi il canterano scricchiola e l'armadio gli risponde. Ah! È un segnale!...
— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio della cameretta.
E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato della mia sventura; il nostro bambino che soffre, la povera madre, che volge verso di me la faccia patita ma serena.
Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la minaccia della morte.
Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio, a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare su quelle monche visioni.
«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono di unaccattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle, pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome».
La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la mia sventura.
Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora.
Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi riaffacciare alla vita.
Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.
«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» — «No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina... Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini.
Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede.
Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio giuoco; vi è anche la sorpresa.
E vi è altro.
Uno strano rumore giunge fino a me; non èun passo, non è la ruota d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!
O severa natura, quale spettacolo!
Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando le gambe paralitiche e contorte.
Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra, si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.
Dove va? Dove andiamo?
Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio:
— Augusto, bisogna prendere la medicina.
Un giorno Evangelina vuole che io esca, che vada a respirare una boccata d'aria buona, ed io ascolto la strana proposta crollando il capo. E mia moglie insiste.
— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto non istà peggio del solito; va a spasso, ti farà bene.
È vero, Augusto non sta peggio del solito; e io non sto meglio affatto. Una boccata di aria buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò retta ad Evangelina, esco.
Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di risalire le scale; non ho cuore di abbandonare la mia creatura.
Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è dietro i vetri, mi sorride per incoraggiarmi. Veggo un vicino di casa, che mi guarda curiosamente; mi incammino.
Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano è più buona, farò un giro sui bastioni, uno solo, poi tornerò a casa.
Per via, la gente che mi conosce mi guarda e mi saluta in una maniera insolita, in cui mi pare di scorgere una specie d'ammirazione, e non me ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza da cui sono dilettato nel mio dolore, e il senso di vanità che provo al pensiero che molti diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre io stesso ho di me un più alto concetto, mentre non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e non veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono fatto tanto umile, da non sapere nemmanco più che cosa sia la superbia.
«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco in noi certe qualità che si perdono nella contentezza; e forse sarà perchè l'uomo quando soffre è sempre un po' bambino; egli ha conservato un balocco, almeno uno, e lo vuol nascondere.
«Perchè nasconderlo?
«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui alla palla, alla trottola, a rimpiattino. Se mio figlio guarisce!»
Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più lunga per andare ai giardini.
«Ho sbagliato strada!» penso; e mi avvedo allora che l'istinto mi sta portando verso la casa in cui abita la mia Laurina.
L'addormentato desiderio si sveglia e grida dentro di me: «Voglio vederla!»
Ma è impossibile: io porto meco il contagio dell'angina maligna; poc'anzi un amico, vedendomi da lontano, ha scantonato, ed io gli perdono: ha una figlioletta che adora.
Ecco le finestre della casa; a quest'ora la mia bimba giuoca con la bambola, pensa a me forse, forse piange, e una voce segreta non le dice di accostare una sedia alla finestra, per salutare il babbo attraverso i vetri.
L'aspetto un po'; la gente che mi vede guardare in su, alza gli occhi, crolla il capo e sorride, e una donnetta volonterosa, passandomi rasente, mi getta un'occhiata ad uncino.
Io vedo tutto ciò come in sogno, poi mi scuoto e mi stacco da quel posto di osservazione; mamentre mi volto ancora, con la speranza che la mia bimba sia venuta in questo mentre alla finestra, mi sento stringere le gambe in una maniera conosciuta. Abbasso lo sguardo.... anima mia! è proprio Laurina!
Essa tornava dalla passeggiata con la fantesca, mi ha visto da lontano, e mi è corsa incontro.
— Babbo — mi dice — conducimi con te; voglio tornare a casa, voglio vedere la mamma!
— Laurina! Laurina mia! — balbetto — sei tu? e come stai?
Un terrore mi lega le membra, non oso chinarmi per carezzarla, non oso accostare il suo visino alla mia faccia.
— Babbo, perchè non mi dài un bacio?
La piglio, la sollevo, me la stringo al petto, e la bacio sulla fronte e sui capelli.
Poi la depongo in terra, le raccomando di star buona, le prometto di venire a prenderla per portarla a casa; le parlo di Augusto, della mamma; le riempio la testina di speranze, di idee gentili e allegre; le getto in cuore disordinatamente tutte le dolcezze che trovo, la promessa di una bambola nuova, i baci della mamma, le passeggiate col babbo, i giuochi col fratello guarito; poi l'abbandono un po' sbigottita ancora, e fuggo per non lasciarmi tentare un'altra volta.
Essa mi grida dietro:
— Babbo, tanti baci alla mamma! — e s'avvia tranquillamente come una donnina.
Allora io mi arresto a guardarla, e la seguocon gli occhi finchè scompare: poi guardo in alto cercando qualcuno per dirgli amaramente:
«Puniscimi; non ho saputo trattenermi, ed ho baciato in fronte mia figlia».
Prima di rientrare nella camera del mio dolore, svanisce l'imagine di Laurina, ed io dico per consolarmi:
«Non l'ho baciata in bocca!»
La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non ho pianto più; ma da due giorni il mio piccino mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico anzi nota un leggero miglioramento, e pure io non oso guardare nel mio cuore, dove è entrata una strana paura.
Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo soli al capezzale di Augusto, sua madre e io; egli ci guarda per un poco faticando a tener gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore greve da cui suole uscire ad intervalli, afferrandosi la gola con tutte e due le mani e spasimando.
È acceso in volto, e quel rossore della febbre non ci lascia scorgere quanto sia patito.
Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto Evangelina si scosta dal letto e va nella cameravicina, io le vengo dietro e la trovo con la testa appoggiata al muro. Piange.
— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi?
— Tu pure piangi.
— Non è vero....
— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non lo sai nemmeno. Lo so io, perchè non speri più nulla.
Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina si asciuga gli occhi e dice:
— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma il poveretto vive ancora, non dobbiamo abbandonarlo. Vieni.
Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre come un fanciullo.
················
Egli visse!
Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione del mio dolore; mi pare d'essere un ingrato se non grido la mia gioia.
Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice il babbo e la mamma.
Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori no, perchè il cuore li seppellisce.