NONNO!

NONNO!

I.

Se ne vanno! Ecco Laurina che asciuga in fretta le lagrime e si affaccia allo sportello per darci l'ultimo addio, mentre lui è contento come una pasqua — il mostro! — e continua a sorriderci dal finestrino accanto.

Anche noi continuiamo a sorridere: mio suocero, Evangelina e io, tutti e tre abbiamo messo fuori il nostro lumicino acceso. Ma la luminaria sta per ispegnersi; la locomotiva fischia e sbuffa, il treno si scuote, rincula e si avvia.

Voglio dare un'ultima stretta di mano a mia figlia, e riesco appena a toccarle la punta delle dita, perchè qualcuno mi avverte di tirarmi indietro. Accompagno un po' il visino bianco che si perde nello spazio: poi veggo sventolare la pezzuola che ha asciugato tante lagrime... poi non veggo più nulla, perchè ho anch'io negli occhi qualche lagrima ribelle.

Mi volto: mio suocero e la mia Evangelina, cheavevo dimenticato un istante, non sorridono più; la luminaria è spenta.

In questo momento vi è un uomo solo al mondo che sorrida? Sì, ve n'è uno di sicuro, ed è lui, che si porta via la nostra creatura, per sempre.

Io continuo a vederlo nello spazio: Laurina piange in un canto, ed egli si curva per dirle che i compagni di vagone la guardano, poi si volta e sorride.

I compagni di vagone, me ne sono accertato, sono due vecchietti soltanto; essi non hanno avuto paura di assistere alle tenerezze di due sposi che fanno il loro viaggio di nozze, e sono rimasti, mentre un giovinotto e due signore mature fuggivano.

— Avranno buona compagnia — dissi. — Quei vecchietti hanno il biglietto per Parma.

— Viaggeranno meglio da Parma a Firenze — osservò mio suocero, provandosi ad essere malizioso — purchè siano soli.

Allora Augusto, senza dir nulla, diede il braccio a sua madre; ci avviammo.

— È stato un buon pensiero — uscì a dire mio suocero per rompere la monotonia del silenzio — è stato un buon pensiero quello di avvertire gli amici e i conoscenti che non s'incomodassero a portare altri augurii agli sposi fino alla stazione.

— Sì, è stato un buon pensiero — risposi subito.

Mia moglie si voltò un momentino verso di noi, e disse anch'essa:

— Sì, è stato un buon pensiero — dopo di che proseguimmo taciturni fino a casa.

Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio d'Augusto e gli disse:

— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai dell'università, ma dell'università senza esami, tutta scolaresca e niente professori.

Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso di ambizione contenta.

— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma e il babbo con un cenno del capo, e si allontanò con molta disinvoltura a braccetto del nonno.

Gli accompagnammo un breve tratto con lo sguardo; parevano due vecchi amici.

***

Evangelina non era proprio allegra.

— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena entrati in casa, lasciandosi cadere sopra un canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al mondo, a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno ci voltano le spalle per seguire il mondo che li chiama.

Un pensiero press'a poco simile stavo facendo anch'io. Mi ero accorto che Augusto aveva imparato all'università a salutare il babbo e la mamma con un grazioso movimento del capo di sotto in su, quando vi era pericolo di essere colto in flagrante reato di tenerezza filiale; poc'anzi poi avevo notato che, dopo quel saluto molto contegnoso, chedoveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata virilità, mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto del nonno, senza neppure voltarsi. E da dieci minuti, aspettando che io gli badassi, l'avvocato Placidi veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale della mia indulgenza paterna.

Accolsi dunque le parole di mia moglie con un sospiro spontaneo e genuino, che arrivai però in tempo a prolungare esorbitantemente per pigliare il tono della celia.

— Hai proprio ragione — dissi: — i nostri figli ci abbandonano, pigliano marito e partono col treno diretto, oppure, col pretesto di studiare la legge, se ne vanno all'università. E lasciano noi, che abbiamo penato tanto a metterli al mondo...

Non rise, come io sperava, anzi crollò il capo melanconicamente, ed io mi feci serio.

— Hai visto come ci saluta Augusto se qualcuno può vederlo?

— No, non ho visto — risposi; e allora essa mi fece vedere, dicendo:

— Così ha fatto.

Aveva proprio fatto così.

— E non si è neppure voltato!

— To'! — esclamai — perchè volevi che si voltasse? Ci siamo separati sul portone...

Evangelina lesse l'anima mia con un'occhiata pietosa, e crollò ancora il capo dicendo:

— S'egli non ha sentito che gli occhi di suo padre e di sua madre lo accompagnavano, di chila colpa? Una volta lo sentiva. La colpa è anche nostra — soggiunse; — noi vogliamo che i nostri figli imparino tante cose belle, ma credo che non ci occupiamo abbastanza d'insegnare loro ad amarci.

— L'amore filiale non s'insegna; è un istinto.

— E l'istinto si educa — ribattè mia moglie, che era disposta a sentirsi infelice. — Augusto ci vuol bene, io lo so, ma in pubblico se ne vergogna.

— Distinguo — interruppi; — non si vergogna di volerci bene, solo di dimostrarcelo; egli crede che, per esser uomo quanto vorrebbe, gli bisogni prima di tutto parere; non può sapere ancora che, per parere uomo, basta esserlo. Per affrettare la propria virilità, egli comincia dal romperla pubblicamente con tutte le tenerezze passate. La tenerezza, non è la forza, egli ne è sicuro. Come vedi, è una piccola evoluzione intima, in cui la scuola non entra per nulla. Chi terrebbe cattedra di amor filiale all'università?

Non pretendeva questo nemmeno Evangelina, solo che qualche cosa bisognasse fare.

— Se sulla porta d'una scuola — proposi — s'incidesse per esempio: onora tuo padre e tua madre?

— Ti pare che sarebbe inutile? Io credo di no, dal momento che Augusto, perchè ha ventidue anni, si vergogna di baciare sua madre in pubblico!

— Non si vergognerà fra un anno o due; e poi contentiamoci della sostanza delle cose: io so che tuo figlio ti adora, e mi basta.

— Basta anche a me — disse volgendomi la faccia melanconica; — ma mi sento così sola, ora che quella poveretta è partita...

— Cosìsola! — mormorai, cercando nel suono di questa parola il suo senso arcano — cosìsola.

***

Laura non èsola— cominciai lentamente dopo un breve silenzio. — Laura non èsola, nè poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci.

Avevo indovinato il sentimento di Evangelina, la quale mi guardò e mi sorrise.

— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento più vivace — ho sempre dinanzi agli occhi la sua cameretta abbandonata; appena entrata in casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la forza; ora mi ritorna, andiamo.

Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso le stanze... Eccoci nella cameretta gentile, in cui prima di noi è entrato un raggio di sole.

Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando appena, per non far fuggire il caro fantasma che abita ancora quel luogo; poi mia moglie va lentamente a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la faccia nel guanciale di sua figlia.

Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze di quella cameretta, indifferenti al raggio di sole che penetrava dalla finestra, non mi sorridevano più come una volta. Persino i putti rosei, che avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle tende, si lamentavano dell'abbandono.

Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola, e vi fissai l'occhio fantasticando.

Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla piccola scrivania di Laura, su cui erano sparse poche carte, e istintivamente radunavo le pagine sparse, quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte con mano mal sicura:

«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè sappia che l'ultimo mio pensiero di fanciulla è stato per essa».

Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia ritta al mio posto, in abitò di nozze; scriveva coi guanti e in fretta per non farsi aspettare, poi si voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per sempre il nido che suo padre e sua madre avevano fatto bello per lei; intanto deponeva la penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la penna rotolava a terra... Eccola appunto!

— Evangelina! — chiamai con voce commossa. Mia moglie sollevò il capo a guardarmi, e fu indovina.

— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva, io mi chinai a raccogliere la penna.

— Angelo caro! — mormorò la povera madre contenta.

***

— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per te — cominciai a dire lasciandomi cadere sopra una seggiola, a piedi del letto; — ma il penultimo fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non sia scritto.

Evangelina temette di scorgere nelle mie parole un'ombra di gelosia, e mi guardò alla sfuggita; io la rassicurai soggiungendo:

— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo di suo marito, perchè la vede sorridere, immagina che abbia dimenticato il babbo e la mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad essere innamorata di lui: tutti così i mariti.

— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne a sedersi in faccia a me, nell'unica seggiola rimasta, al capezzale del letto. Sembrava che visitassimo una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione.

— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera madre; ed era svanita ogni nube dalla suafronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando, nell'avvenire, la felicità di sua figlia.

— Laurina — entrai a dire con la gravità di un giudice — Laurina è buona, e ha diritto d'essere felice.

— La felicità — rispose mia moglie, abbassando la voce — non è sempre di chi la merita. Vi sono delle anime tanto buone, che paiono venute al mondo per far bella la sventura.

Io dissipai quella idea superstiziosa assicurandole che Laurina, diventando moglie, saprebbe trovare un paio di difetti nel suo sangue paterno... — (O materno — interruppe Evangelina ridendo: e io feci l'aggiunta senza ridere; — o materno)... tanto da meritare il castigo della felicità per sè, per il marito e per i figli nascituri.

— Suo marito è buono — disse Evangelina contenta — è proprio buono.

— Ha un cuore d'oro, e vuol bene a nostra figlia.

— Non vi è pericolo che egli si guasti, come è accaduto a tanti; è un uomo serio... fin troppo... Ecco — prosegui mia moglie trattenuta da quell'idea maligna — se dovessi proprio dire tutto il mio pensiero, mi pare troppo serio...

— Se dovessi dire tutto il mio pensiero — soggiunsi — mi pare anche troppo lungo.

Rise e subito l'idea maligna la lasciò andare.

— La serietà del marito — dissi allora — è un pericolo quando la moglie è frivola, o quando il marito non ha conosciuto il mondo.

— Il dottor Lelli lo ha conosciuto?

— Lo ha conosciuto.

— Come lo sai?

— Me lo diceva lui stesso. A formare l'uomo moralmente sano — mi diceva — devono concorrere alcuni elementi malsani, che si formano e si dissolvono. È press'a poco ciò che il signor De' Liberi, suo rivale, te ne ricordi? chiamava «le curiosità contente dell'uomo maturo pel matrimonio». Salvo che egli aveva avuto troppe curiosità, e per contentarle tutte ci aveva messo del gran tempo.

— E il dottore ti ha confidato?...

— Non mi ha confidato... ma ho capito; ho capito che non è un ingenuo, che sa la sua parte di mondo...

Mia moglie non era soddisfatta; trattandosi del marito di sua figlia, aveva anch'essa una grande curiosità da contentare. Allora mi ricordai d'essere avvocato. Nei momenti difficili dell'arte oratoria, che cosa mai ci salva, se non è la rettorica?

— Bisogna avere bevuto una volta almeno un po' di feccia, per imparare a bever la vita senza intorbidarla.

— Nostro genero ne ha bevuto della feccia?

— Nostro genero ha imparato a vivere.

Evangelina stette un po' in silenzio, e a me parve di poterla abbandonare un istante alle sue fantasticherie, per seguire col pensiero gli sposi che si allontanavano col treno diretto.

A un tratto mia moglie esclamò:

— A quest'ora sono a Codogno, stanno per arrivare a Piacenza.

— Sbagli — dissi; — non possono essere che a Lodi.

— Vediamo l'orario?

— Vediamo l'orario.

E alla povera madre sembrò d'essere ancora avvicinata alla sua creatura, quando, interrogato l'orario, l'ora e il minuto, potè affermare che gli sposi dovevano essere a mezza via tra Casalpusterlengo e Codogno.

— Un po' più che a mezza via — corressi scrupolosamente.

Per tacito accordo, tenendo l'orologio in mano, aspettammo che il treno si fermasse a Codogno; allora ci guardammo in viso senza dubitare della serietà di quell'atto.

— Sono arrivati a Codogno! — disse mia moglie gravemente.

— Non ancora — esclamai con uno scatto che la fece ridere; — il treno è in ritardo di due minuti.

***

Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso l'avvenire dei nostri figli; in quelle terre incognite io veniva innanzi aprendo il passo a mia moglie; e quando l'inquietudine materna faceva spuntare uno sgomento dove il padre ingenuo aveva seminato una speranza, affrettavo l'andatura e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma perquanto io facessi, il nostro cielo si oscurava ogni tanto; noi e i figli nostri e i figliuoli dei nostri figli avevamo cento maniere accertate d'essere felici, e una sola di non essere; ma quest'una valeva più di cento, si chiamava l'ignoto.

— La felicità non si governa con le leggi delle probabilità — disse ad un certo punto Evangelina.

— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio e il faceto. — Essi possono sperare.

E mia moglie ripetè con un tremito nella voce, e proprio sul serio:

— Beati gl'infelici! Essi possono sperare.

Ma giunse fino a noi un rumore di passi che si avvicinavano. Ci rimase appena il tempo di sorriderci a vicenda per prepararci a sorridere al nonno.

Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino azzurro che mia figlia portava al collo la vigilia; me ne impadronii passando e lo cacciai nel taschino del panciotto.

Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza sapere perchè, ne fui contento.

— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a suo padre, che entrando nella camera di Laurina sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo si stupiva.

— È di là che studia; quel povero ragazzo non ha in capo che la sua laurea. Già!... — sospirò guardandosi intorno — la gabbietta era graziosa, ma vi mancava il nido, e la rondinella è andata a farselo. Dite un po'; eravate qui a sospirare voi altri?

— Manco per sogno! — proruppi. — Lo sai? Tutto ben esaminato e ponderato, Laurina ha fatto un matrimonio magnifico, e sarà felice e farà felice suo marito.

Mio suocero prese a guardare prima me, poi sua figlia, e di nuovo me con una curiosità corbellatoria.

— Saranno felici — mormorò Evangelina.

— Proprio? — chiese lui con una gran voglia di beffarci; ma non seppe vincersi ed esclamò ingrossando la voce:

— Io vi dico che saranno felici e che avranno dei figliuoli! Questo ve lo dico io: e li avranno presto... almeno uno!

— Maschio? — domandai.

— Non lo so — rispose ingenuamente il povero uomo.

Si capiva che oramai egli era di facile contentatura, e che, pur d'avere un pronipote, non avrebbe guardato al sesso.

Lo dissi un giorno: i nostri figli sono la nostra seconda gioventù, anzi sono la gioventù vera; chi non ha avuto moglie e figliuoli non è stato mai giovane,tutt'al piùcelibe.

Tutt'al piùera detto per celia, il rimanente sul serio, e mia moglie l'aveva inteso alla prima, senza altro commento fuor quello degli avvenimenti della vigilia.

Una mattina era arrivata la prima lettera di Laura sposa; aspettata con ansia, letta con trepidanza, quella lettera, dettata dal nuovo amore di moglie e dal vecchio amore di figlia, ci diceva felicità che noi conoscevamo.

E un altro giorno erano finalmente arrivati gli sposi medesimi, che, con un inganno dolcissimo, ci erano piombati in casa ventiquattro ore prima dell'ora prefissa: quel ritorno non somigliava menomamente a un altro; mancavano gli indifferenti, mancavano i via vai delle carrozze e la voce rauca che gridava le gazzette del giorno innanzi. E pure a me, a Evangelina, e probabilmente anche a mio suocero, ne ricordava un altro: il nostro.

Il nonno non aveva dimenticato la sua parte: egli girava in salotto attorno a Laurina con la stessa curiosità maliziosa con cui venticinque anni prima, alla stazione, aveva fatto arrossire sua figlia. Ecco un'altra porzione del nostro passato che ci veniva restituita.

Poi era venuta l'ora di separarci un'altra volta dai nostri figli, poichè l'università di Pavia voleva il suo professore e il suo studente, e il professore non era disposto a rendere la propria preda.

Mio suocero un po' imbronciato, non così per la partenza dei nipotini, come per non avere ancora potuto fare la minima scoperta sicura nel bagagliodegli sposi — egli diceva propriamentebagaglio— per consolarci dell'abbandono in cui eravamo lasciati, non sapeva far altro che dirci:

— Ora lo dovete intendere che cosa significa avere cuore di padre; quando mi piantavate in Monza per venirvene a Milano, non lo sospettavate neppure... la gran lezione ce la dànno i figli.

Sì, la gran lezione ce la dànno i figli; essi ci ridanno il meglio di noi stessi, ci rivelano i genitori nostri, ci riconducono così fino alla sorgente degli affetti!

***

Fu per un po' una gran melanconia.

La nostra casa abbandonata, che ci parlava così forte dei nostri assenti, era come un amico nella desolazione; le volevamo un gran bene, ma la sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a spasso, Evangelina e io; e ci accadeva di ritrovare per via una traccia perduta dai nostri figli con maggior piacere che a casa.

Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano allegramente delle nostre creature che avevano conosciuto appena, mentre in casa ogni cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi, ogni mobile, ogni tenda parlavano dei loro compagni con accento lagrimoso.

Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo,anche per consolare il nonno, il quale era scontento di certe notizie contraddittorie che giungevano periodicamente da Pavia, e minacciava ogni tanto di lasciarci per andarsene a stare coi nipoti e farli morire di vergogna.

Si faceva anche il sofisma:

— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo noi propriamente felici? Forse lo siamo troppo ed è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare continuamente che ogni antico voto è stato esaudito, e goderci così a tutte le ore lo spettacolo della nostra felicità. Ma ciò soverchia le forze umane. Avremmo bisogno di esser messi a contatto della felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse e ce la rendesse sopportabile, facendo nascere in noi altri desiderii.

E un altro momento, senza badare alla contraddizione, ci trovammo d'accordo a dire:

— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci manca: ebbene, godiamocelo questo qualche cosa che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio a condire un'esistenza felice.

Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava il capo. Il pizzico di desiderio egli ce l'aveva, e pure non era felice.

Esagera la dose — si diceva.

E indagando ancora filosoficamente, si venne a concludere che il desiderio puro e semplice non serve se non è corretto da un po' di speranza, e sopratutto se lo inacidisce l'impazienza.

Il povero uomo aveva un desiderio robusto e non gli mancava la speranza; ma era impaziente e guastava ogni cosa.

Non gli si poteva dar torto: procedendo per via d'indagini, Evangelina riusciva ad accertare che il nostro caro vecchio doveva aver passato i... Ma che non vi fosse modo di sapere appuntino quanti anni aveva?

— Molti e troppi — rispondeva lui, scotendoseli dalle spalle; — gli anni sono come i quattrini che i bambini buttano nel salvadanaio; non contandoli più, si moltiplicano.

La nuova amica di casa, la filosofia, mi tirava per la falda dell'abito e mi assicurava che a una certa età io pure sarei ridiventato bambino per non contare più gli anni.

A me pareva d'essere già rassegnato ad invecchiare; ma l'amica mi faceva osservare con malizia che rassegnarsi prima del tempo non è difficile.

A contentare il nonno, il quale non vedeva l'ora di recarsi a Paviaper vedere, e non aveva cuore di abbandonarci, sopraggiunse un avvenimento festoso: la laurea del nostro Augusto.

Io chiesi una dozzina dirinvii, dando la posta ai clienti ed agli avversari per la quindicina successiva,e me ne andai a Pavia con la gioia di uno scolaretto in vacanza.

Sapevo che mio figlio aveva scelto a tema della sua tesi lapersona giuridicasecondo il diritto romano, ed avevo notato con molto piacere che, sapendo le lingue morte come me, aveva nondimeno potuto puntellare tutti i suoi argomenti con citazioni latine, come avevo fatto io al mio tempo.

Una tesi di diritto romano è sempre una tesi rispettata dalla scolaresca, ed anche dai professori, e forse mio figlio l'aveva scelta per questo; ma non per questo solamente. Giudicatene: lapersona giuridicarichiede anzitutto la persona fisica; e la persona fisica che cosa richiede? Qui nasce baruffa fra i commentatori; vi è chi si accontenta che la creatura umana sia nata viva, e vi è chi la vuole vitale. A ventidue anni Augusto si era fatto delle opinioni salde su questo proposito, e non gli spiaceva di far vedere al mondo che alla vigilia di diventare dottore inutroque, non vi è ombra di dubbio, si è già uomini consumati.

Egli mi sbalordì propriamente con la quantità di testi che si era messo in bocca per confondere i contraddittori. Quando io mi provai a fingere l'eloquenza degli avversari e sfoderai la mia citazione irruginita:Septimo mense nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter auctoritatem Hippocratis doctissimi viri...passò un sorriso sulle sue labbra — o dottissimo Ippocrate, quale sorriso! — poi gridò:distinguo!

E distinse fra ilperfecte natuse ilparto vitalecon tanta sottigliezza, e invocò in suo aiuto tanti celebri fisiologi ed anatomisti contemporanei, compreso suo cognato presente, che ildoctissimus virfece la più grama delle figure.

Fu anche peggio alla laurea.

Quando mio figlio si sentì addosso la mantellina nera del candidato, quella mantellina stretta e svolazzante, che non copre nulla, che non promette nulla, salvo il ridicolo al laureando il quale per sua sciagura fosse per diventare mutolo; quando Augusto si sentì preso per gli omeri e per il collo da quel desiderio di toga, capì che la sua ora era venuta, s'inchinò dinanzi ai professori senza guardare in faccia a nessuno, ed aspettò di piè fermo la prima botta.

Allora fu visto il professore di diritto canonico dire una parolina all'orecchio del professore di medicina legale, poi salutare il candidato.

«Ci siamo! — pensò un altro dentro di me: il diritto canonico è il rivale del diritto romano; chissà dove andrà a trovare il lato debole? ad ogni modo l'urto sarà tremendo».

—Septimo mense— cominciò il professore masticando le parole a una a una —nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter auctoritatem doctissimi viri Hippocratis...

Il professore s'interruppe, per assicurarsi che le signore presenti non avevano capito un'acca e per aumentare la propria disinvoltura con una presa di tabacco; dopo di che soggiunse:

— Così sta scritto nei codici; o perchè dunqueElla sostiene che la vitalità non è necessaria alla persona fisica dei Romani?

Udendo l'argomentatore incominciare come avevo incominciato io, capii che mi verrebbe voglia di ridere più tardi; ma non ero ancora rassicurato; temevo che il sussiego del professore facesse perdere la bussola al mio laureando. Egli era là, rigido come un arco teso, pronto a scoccare la sua risposta; guardava davanti a sè, proprio in faccia a Ippocrate, e non mi vedeva.

Aspettando le prime parole di Augusto, le udivo innanzi che gli uscissero di bocca, dimesse e timide, oppure baldanzose e spropositate... Tacevano tutti; — toccava a lui...

Fu un colpo da maestro.

Mio figlio cominciò in latino tale e quale come il professore, e continuando la citazione interrotta, disse:

— «... et ideo credendum est, eum qui ex justis nuptiis septimo mense natus est, justum filium esse. — Dunque l'autorità d'Ippocrate — proseguì in lingua volgare rinvigorita da un sorriso di trionfo — è invocata per stabilire la presunta legittimità dei figli, non per determinare la personalitàfisica...

«Se non che questaauctoritas doctissimi viri— proseguì temendo che non gli si presentasse più l'occasione di confondere Ippocrate (che non gli aveva fatto nulla) — dev'essere accettatacon beneficio d'inventario...(il professore di diritto civile sorrise, il professore di medicina legale si dimenò in modo da lasciar intendere a tutti che egli erail più competente a giudicare il valore di quanto il candidato stava per dire) — giacchè la fisiologia moderna e la benefica medicina legale (furbone!) hanno stabilito che la persona fisica può essere perfetta anche prima del termine prefisso da Ippocrate.

«Basti ricordare — proseguì Augusto con una eloquenza crescente — il caso di Fortunato Licetti, il quale, nato dopo quattro mesi e mezzo di gestazione, morì a ottant'anni. Forse che per i Romani Fortunato Licetti non sarebbe stato un uomo?»

Il professore di diritto canonico rispose, dandogli torto, ci s'intende, con dell'altro latino; col sorriso gli dava tutte le ragioni: all'ultimo gli rivolse un cenno di approvazione con la mano, e tacque.

Fu la volta del professore di diritto civile, il quale cominciò in italiano, col latino alle spalle:

— «Ella ha sostenuto fin qui che la persona giuridica non richiede la vitalità, ma solo che la creatura umana sia nata viva: io vado più in là, e sostengo che non richiede neppure la nascita, ma si accontenta del concepimento...»

« —Nasciturus pro jam natur abetur» — interruppe mio figlio.

Egli commetteva un'imprudenza togliendo di bocca al suo professore la citazione latina; ma non se n'ebbe a pentire, perchè il professore ne aveva in serbo altre dieci e le mise innanzi pacatamente, cercando di confondere le idee del candidato. Allora mio figlio invocò un altro testo: «ventri tutor dari non potest, curator potest» — e il professore rimase contento.

Così passando incolume dall'uno all'altro avversario, il laureando si coprì di gloria; e quando fu proclamato che Augusto Placidi figlio di Epaminonda era dottore inutroque, molti mi vennero a dire che l'aula magnanon vedeva spesso trionfi simili.

La modestia in quel momento solenne non mi abbandonò del tutto, ma mi toccò fare una gran fatica per trattenerla. Mio suocero invece si vantava; diceva a quanti lo volevano intendere:è di razza.

In mezzo a quell'onda di compiacenza, un'idea gli oscurava il volto ogni tanto; e appena giunto a casa egli si piantò solennemente in faccia a Laurina per dirle:

— Abbraccia tuo fratello, che ha parlato latino come un messale, e domandagli che ti spieghi con suo comodo il casetto di Fortunato Licetti.

— Che casetto?

— Domandalo a lui — e soggiunse guardando al soffitto: — quattro mesi e mezzo possono bastare, ma questa disgraziata ha preso marito per giocare con la bambola!

Io feci osservare timidamente che Fortunato Licetti era un fenomeno, ma egli crollò le spalle.

Per avere un pronipote avrebbe accettato anche un fenomeno!

Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano male, si era rimesso a letto.

— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza — è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto: è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure. Evangelina, sei ben coperta?

Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro affanno.

— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo...

Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto fiducia nelle medicine.

— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.

— Sto benone — rispose battendo i denti.

Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi.

— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il medico — aggiunse volgendosi a noi.

Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò modo di andare in collera; fors'anche, poichè le apparenze erano salve, poichè non si recava offesa a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre sano, non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza, e si offrì all'esame del dottore con sufficiente rassegnazione.

Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un gesto di approvazione; guardò la lingua e si mostrò contento; ascoltò il petto e le spalle e parve soddisfatto.

— Quanto a polmoni — disse mio suocero con un'ombra di compiacenza — sto benone, ma mi sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo.

Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi nel letto e gli tirò le coltri sul petto, raccomandandogli di star coperto.

Gli parlava come a un bambino; non ancora rassicurati, noi trattenevamo il respiro.

— Le scriverò una pozione calmante — disse il dottore; — ne dovrà pigliare una buona cucchiaiata ogni ora.

— Purchè non sia troppo dolce.

— Non sarà troppo dolce.

— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò l'ammalato — che io sono in fil di vita; sarebbero capaci di crederlo.

Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire.

— Ebbene? — domandai.

— La cosa non pare gravissima per sè, ma può diventarlo per l'età. Quanti anni ha?

— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina.

— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario possiamo... (il medico accennò che non era necessario); — deve però aver passato i settanta.

— Speriamo — concluse il medico; — stasera avrà la febbre, ritornerò domani; bisogna prepararlo a ricevere le mie visite, e fargli pigliare le medicine.

Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa. All'idea della sventura mi sentivo venire un gran coraggio: pensavo ad Evangelina.

Essa era già al capezzale del padre, il quale batteva i denti e cercava di leggerle negli occhi la sentenza del medico.

— Ha detto che sono spacciato, non è vero? Non gli date retta.

Evangelina ebbe la forza di ridere.

***

La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca speranza di conservarci il caro vecchio.

Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il dottor Lelli, nostro genero. Loaccompagnava Laurina, alla quale pochi mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta.

Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro per esclamare unoh!di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere.

— Sorridi — disse — mi fa bene.

— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?

— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la testa stanca dalla febbre.

— Dov'è tuo fratello?

Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.

— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli scriveremo...

Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi disse forte:

— Sei venuta per portarmi la buona notizia?

Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò le labbra all'orecchio dell'infermo, e noi vedemmo la faccia del nonno trasfigurata dalla gioia.

Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare la nuova felicità, e non lasciò andare la mano di Laurina.

— Come ti senti? — domandò Laura, quando egli finalmente si decise a riaprire gli occhi.

— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con voce spenta; e parve addormentarsi.

Laura stette lungamente immobile, non osando togliere la propria mano da quella stretta amorosa, finchè il nonno non l'ebbe rallentata. Allora ci venne incontro lacrimando.

— Che cosa gli hai detto? — domandai; e aveva anch'io un filo di speranza dinanzi agli occhi.

— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero nonno!

— Era necessario! — aggiunse mio genero.

— Hai fatto bene! — disse Evangelina.

Convenni anch'io che aveva fatto bene, non potendo far di meglio.

***

La medicina di mia figlia parve miracolosa a tutti, quando, dopo due ore di assopimento, la voce del vecchio tuonò nella stanzetta melanconica rompendo il nostro bisbiglio sommesso.

— Laurina! — chiamò egli con accento fermo.

E la buona creatura si affrettò a mettere nelle labbra e negli occhi la menzogna innocente per accorrere al capezzale dell'infermo.

Egli la guardò con una specie di affanno, poi chiese titubando:

— Ho sognato, o è proprio vero?...

— È vero.

— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio rifatta limpida come nei bei tempi — io vi dico che sono guarito, e che domani sarò in piedi; anzi mi leverò subito.

Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto, ma giungemmo in tempo a trattenerlo.

— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore; sarà per domani.

Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato, sebbene egli protestasse che si sentiva benone.

Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio disperato con una parola baldanzosa:allegri!

Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita.

Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura.

Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa sulla sua faccia disfatta.

— Come ti senti? — gli chiesi.

— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita!

Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci obbligò a guardarlo negli occhi.

— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare; sono stato felice, me ne vado contento...

Poi allungò il braccio con fatica, come cercando qualche cosa.

A uno a uno andammo a mettere la nostra mano nella sua, ed egli ce la strinse debolmente.

Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa.

A me disse e non me ne vergogno:

— Tu sei buono!

Disse a sua figlia:

— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto; e mi darai un bacio, io lo sentirò ancora.

E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole che stringeva il cuore:

— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi un po' di bene.

Ripigliò un po' di forza e chiese:

— Dov'è Augusto?

— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai bene... verrà...

— Sto bene — mormorò; — gli direte che...

Non potè soggiungere altro; una specie di sopore cadde sopra di lui e gli troncò le parole.

— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre quella mano, imbiancata e ingentilita dalla malattia.

Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora.

Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente.

— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le sue labbra si schiusero a sorriderci dall'altra vita.

— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si coprì la faccia con le mani.

Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a scegliere una sepoltura all'aperto, e vi piantammo con le nostre mani un rosaio; poi, facendo la scoperta che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni, mi venne in mente il paragone del salvadanaio a cui egli ricorreva per nascondere l'età, e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio è spezzato!

Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel viale del cimitero il giorno della sepoltura, ma non mi sovviene più nulla di quanto accadde nel mio cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata incominciarono a rivivere malinconicamente un desiderio, una speranza, un'idea allegra, e poi a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze, tutto ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella tomba.

Per quello sbigottimento, che lascia la morte quando ci colpisce in una persona cara, ci eravamosentiti come morti in lui, e allo stesso tempo avevamo avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo stati per un po' come in aspettazione di qualche cosa, che correggesse l'errore del nostro pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a noi stessi, ci costringesse a guardare in faccia a un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei l'avvenire!»

Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino della tomba recente. Dinanzi all'incanto del golfo di Napoli, egli si sentiva accendere un estro nuovo, e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di comune con l'eloquenza del foro, cercava di far intendere ai genitori il proprio entusiasmo, e di tentare il nonno.

«Nonno mio — gli diceva in un proscritto dedicato a lui solo — tu non sei vecchio, tu sei ancora capace di gran cose; eccone qua una: mandami col telegrafo una sola parola, ma questa sia: aspettami, e io ti aspetterò, e passeremo la vita tra Posilippo e Sorrento, chiedendone scusa alla mamma e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se tu non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni».

Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai per consolarla.

Non avevamo voluto che la notizia dolorosa trovasse nostro figlio solo, in un paese non suo, e gli rendesse penoso il lungo viaggio del ritorno; perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre prima ci era sembrato di far bene, ora di quel silenzio avevamo rimorso.

— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciarequel povero ragazzo nell'inganno perchè scriva di queste lettere.

E io ci pensava un po', domandandomi se veramente fosse una cosa crudele e verso chi.

Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere affannata alla scrivania, e sul primo biglietto di carta capitatole scrisse rapidamente a suo figlio. Io lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro silenzio fosse stato una crudeltà, e se quelle linee nere che Evangelina veniva schierando in colonna con mano tremante, fossero l'atto pietoso che doveva correggerla.

Quando Evangelina ebbe colmato in breve la prima facciata, voltò il foglio per proseguire, ma lo trovò scritto in magnifico rondo da uno scrivano dell'avvocato Volli, mio avversario nella quistione di un prato irrigatorio, e sottoscritto con uno sgorbio dell'avvocato medesimo. Allora mia moglie si arrestò come ad un segnale convenuto; depose la penna tranquillamente, e mi disse che forse era meglio continuare a tacere fino al ritorno di Augusto.

— Sì, è meglio — dissi.

— Però gli scriverai che venga; se si potesse prepararlo senza fargli male?...

«Figlio caro — scrissi subito, sopra un altro foglio, dopo essermi assicurato che nè l'avvocato Volli, nè altri mi sarebbe venuto a interrompere — prima d'ogni altra cosa, sappi che il nonno è un po' ammalato, e che alla sua età lo possiamo perdere da un momento all'altro...».

A questo punto però mi arrestai; mi pareva che se il caro vecchio fosse stato vivo, non avrei scritto a quel modo...

Ma, per preparare nostro figlio senza farlo soffrire, non vi era altro. Ripigliai a scrivere più lentamente, pesando le parole; Evangelina leggeva stando dietro la mia seggiola e diceva ogni tanto benissimo, quando la porta si aprì alle nostre spalle e apparve il dottor Lelli, mio genero.

Quell'apparizione improvvisa mi fece balenare alla mente due idee.

— Disgrazie!

— Niente affatto — diss'egli sorridendo senza l'entusiasmo che avrei voluto. E l'altra idea si nascose.

— Augusto — proseguì — arriverà domani.

— Domani! se scrive a noi che arriverà fra otto giorni!

— Arriverà domani o stasera — insistè mio genero.

— È arrivato! — balbettai...

— È di là — esclamò la madre.

Era più vicino ancora, proprio dietro l'uscio, e appena Evangelina volle andare di là, si sentì stretta da due braccia poderose.

Una melanconia profonda correggeva la gioia di Augusto.

— Come mai?... — chiesi. Ed egli mi rispose:

— È stata una lettera di mia sorella; ho indovinato tutto; non ho potuto rimanere lontano da casa nel momento del dolore.

Non disse altro; volle visitare la cameretta abbandonata dal nonno, e stette lungamente a guardare un ritratto del vecchio; poi si avviò, per fargli visita, al cimitero.

Faceva tutto ciò con gravità insolita; e io compresi che il primo dolore della sua vita maturava a un tratto tutta la parte di lui che sarebbe rimasta acerba chi sa quanto.

Mio figlio è uomo.

Non è uomo soltanto, è anche avvocato.

Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata, e saltò bravamente l'ultimo fossatello che lo separava dalla curia, giurando nelle mani del consigliere Longhi, mio buon amico, di essere il campione della vedova e del pupillo, tale e quale come suo padre.

E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato in giro per tutta la casa con la toga indosso, per misurarsela, consegnò il prezioso indumento al vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato, un mariuolo di prima forza, più volte recidivo, non poteva ragionevolmente sperare di cavarsela senza un po' di carcere.

— Ascolta — avevo detto a mio figlio — neldifendere un accusato, tu non domandare nè a lui nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu cerca di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti con cui l'uomo riesce a persuadere sè stesso sono sempre i più felici, i più nuovi, i più sottili. Sopratutto non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se credi alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro. Le verità assolute nel foro erano due ai miei tempi, cioè che la verità per un avvocato è sempre relativa, e che la giustizia umana è fragile. In questi ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato è un errore di ragionamento generato da una anormalità del cranio, per lo più dal cervello che si attacca alle pareti ossee. La medicina legale lavora a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio siano puniti solamente quando li commettano i galantuomini, perchè si deve ragionevolmente supporre che l'organismodella gente onesta sia perfetto e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia tutta in lui; quanto ai furfanti, la loro cattiveria è nel cranio, è nella materia grigia, è nella membrana, o nel che so io, non in essi.

Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo:

— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa, e io m'ingegno di contrapporre una difesa; la giustizia ascolti e pesi.

L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che egli si preparava a incominciare dove io, senza quasi averne coscienza, ero andato a finire per forza d'abitudine.

Quel giorno, in mezzo al profano volgo che assisteva al dibattimento, l'usciere solo, con suo inenarrabile dolore, vide, o indovinò, l'avvocato Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione, si era accontentato di stare in piedi, con le spalle addossate al muro e con un garzone macellaio addossato alla propria pancia.

Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi con le conclusioni feroci.

Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si rimise a sedere.

— La parola alla difesa — disse il presidente.

Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio, e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico, dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era meglio.

— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: — Signori!...»

Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così bello,ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un infelice.

Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora più bella:

— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me, ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella panca».

Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro ora tutta la mia gratitudine.

Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza, di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità; diceva anch'io:è di razza!

Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona mezz'ora: aveva l'accento giusto, la voce armoniosa, il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo posso dire senza peccato? — faceva quasi come me; e minacciava di fare — questo lo posso dire senza peccato — minacciava di fare anche meglio di me in seguito.

Quando affermò che un padre amoroso, un marito esemplare come quello che sedeva sulla panca dell'umiliazione, doveva essere restituito alla sua famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel pubblico, e il presidente dovette minacciare di far sgombrare la sala.

Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più là a sancire quel trionfo! Egli se n'era andato poco prima della perorazione; dopo aver interrogato due volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale insanguinato, dopo essersi arrestato un po' sull'uscio, aveva dovuto obbedire alla voce del dovere che lo chiamava dal macello.

Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli venne un giorno con le lacrime agli occhi a ringraziare il suo avvocato, e a promettergli di scolpirsi in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare mai più in carcere. Ma l'uomo è debole e il peccato è robusto. Il poveraccio con le migliori intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda metà della promessa; ne fece una più grossa della prima, e fu condannato alla reclusione dove si trova ancora.

Io sono disposto a credere che gli sia riuscito più facile a mantenere la prima parte della promessa, e che abbia serbato eterna gratitudine al suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro.

Le cose si mettevano benone; mio figlio, per mia virtù, non doveva attraversare nessuna delle burrasche che a suo tempo avevano sbattuto l'avvocato Epaminonda. Egli non doveva logorarsinell'aspettazione inquieta del primo cliente; non aveva che a scegliere nello studio di suo padre fra le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo innanzi pian pianino, pei sentieruoli della procedura; poteva pigliarsene una tutta per sè; oppure passare dall'una all'altra, e fare nello stesso giorno una citazione, una comparsa, una domanda d'appello o di rinvio. Così faceva, e divenne in breve un collaboratore prezioso.

Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava gusto a presentarsi in tribunale, io di buon grado lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava in comune, a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa del nostro cliente, ma per lo più era lui che faceva la chiacchierata ai signori giudici e ai signori giurati.

Parlava bene, con una bella voce baritonale, non ancora velata da un po' di catarro come la mia. Da principio esponeva le cose con ordine e con pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un impeto che pareva irrefrenabile; ma si frenava di repente all'ultimo; e quel passaggio rapido dalla foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande effetto oratorio.

Le ultime sue parole erano lente e sommesse, tanto che i giurati, i giudici e il pubblico dovevano tendere bene tutte e due gli orecchi per udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio teatrale.

Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio metodo era tutt'altra cosa.Pacata da principio alla fine, amena e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio, persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo.

— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore?Fortes creantur fortibus...

Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie, una modestia che era la vanità in persona.

— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così ordinata... un garbo oratorio così...

E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno; parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia...

Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu l'usciere che me lo diede.

Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentirecome venisse giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi passò da parte a parte.

— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di questa classe d'uomini di legge — suo padreparlavabene anche lui, maquesto qui...

Questo quiera mio figlio!

Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè l'avversario si picchiava con le proprie mani.

Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre tenerezze simili?

Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio anche l'ombra di quel sentimentomaligno non l'avevo sospettato mai, e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi.

Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici, che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio.

— Vi farà onore — mi rispondevano.

— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato.

Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor proprio.

Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi, perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare mai più in tribunale.

Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro.

Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i trionfi di mio figlio l'aumentarono;perchè quando egli faceva per innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero bugiarde:

— Bisognava sentir suo padre!

Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo; lo diceva a tutti, lo diceva a me stesso.

E io? Ero quasi tentato di crederlo.

Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione; la filosofia, la fisiologia, l'esempio del nonno e il nostro esempio medesimo avevano contribuito a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti coll'Eterno Padre.

Avevo detto ad Evangelina:

— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la prima idea di Augusto... te ne ricordi? Farà così anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non riuscirà a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda nascerà più robusto.

— Spero bene — aveva risposto Evangelina — sperobene che non ti metterai in capo di battezzarlo Epaminonda?...

Al che avevo ribattuto solennemente:

— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli...

E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni, e non si decideva a farci nonni.

— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo avere un nipotino, non ci rimane altro scampo che pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere in un tranello.

— Che sarebbe a dire...

— Dargli moglie!

Era una buona idea anche quella. Perchè mai Augusto non pigliava moglie? Forse non vi pensava, e basterebbe dirglielo. Quanto a farci nonni, non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe il negozio alla lesta. Già, io aveva sempre sospettato un po' di mio genero, e cominciavo a mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia non era capace di comportarsi così; aveva avuto ben altri esempi in famiglia; una delle sue bisnonne aveva messo al mondo sei figli: l'altra nove, due dei quali gemelli.

— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le riflessioni ad alta voce.

— Perchè mio? — domandò Evangelina.

— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore mi era sembrato troppo lungo, non avevo torto; è una pianta venuta su all'ombra...

Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo, nostro genero aveva fatto di tutto per contentarci;senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla propria scienza medica profonda, non si avvide d'essere padre se non quando la sua paternità avrebbe cavato gli occhi ad un cieco.

La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle alle mogli dei professori di medicina.

Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare il suocero e la suocera con una lettera piena di dubitativi.

«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il sugo dell'epistola, la quale finiva minacciando a mia figlia un consulto.

— Te li figuri tu i professori della facoltà medica di Pavia, tutti intorno a nostra figlia? Quel disgraziato tratta sua moglie come un caso patologico... perchè non raduna addirittura un congresso?

Glielo domandai in persona il giorno successivo:

— Perchè non raduni addirittura un congresso? Guarda... fammi il piacere... guarda...

Laurina mi fuggì di mano, e io le corsi dietro per raccomandarle di non correre.

Mio genero rideva con grande indulgenza; ed Evangelina si asciugava una lagrima di nascosto.

— Perchè piangevi poco fa? — le chiesi.

Non me lo volle dire, ma io indovinai.

***

Viaggiando il giorno dopo col treno omnibus, notai in me due sentimenti opposti: il rammarico di abbandonare Pavia, e l'impazienza di arrivare a Milano.

Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno doveva accompagnarmi perfino nell'andare al tribunale.

Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo ora tutte le singolarità dell'amore geloso del nonno per i miei figli; sentivo in embrione, come cosa che si venisse formando nel mio cervello, quella teorica che il nostro caro vecchio mi aveva già dimostrato inutilmente a suo tempo: i nostri figli appartengono più al nonno da parte di madre, che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero a vantare diritti più autentici del mio sul nascituro.

Certamente la donna sopporta la gioia meglio dell'uomo, il che non significa (come la nostra vanità potrebbe essere tentata di soggiungere) che noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se non sdegnassimo di aprire più spesso le valvole che furono date all'umana natura, cioè il riso ed il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro.

Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio;con una dolcezza penetrante il suo sguardo veniva leggendo tutta l'anima mia senza fallare.

Sentivo questo così bene, che a un certo punto mi chiusi bruscamente in me stesso, dandomi un'aria svogliata e indifferente, perchè non si leggesse d'un mio segreto disegno.

— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora dopo.

— Dò una capata in tribunale, e torno subito e tu?

— Esco anch'io.

Non mi disse dove andava, e io non lo domandai, per risparmiarmi un'altra interrogazione.

Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon tratto Evangelina. Fu lei la prima a dire:

— Io devo passare di qui.


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