PRIMA CHE NASCESSE

PRIMA CHE NASCESSE

I.

Non lo aspettavamo più: anzi, per dire il vero, non lo avevamo aspettato mai. Ci eravamo sposati senza secondi fini, unicamente per isposarci, e il giorno delle nozze parve a me il più bello di tutta la mia vita, perchè con esso incominciava finalmente la vita nostra. Vedere qualche cosa di là da un grande amore, immaginare un'altra gioia diversa da quella di attraversare il mondo a braccetto nello stesso sentiero, Evangelina ed io, mi sarebbe sembrata l'offesa d'un nano al gigante che nutrivamo nel petto. Io scrivo «nutrivamo», perchè anche Evangelina mi amava molto, senza di che non si sarebbe adattata a diventare la signora Placidi.

A quel tempo non avevo ancora scavato la miniera del codice di procedura civile, e lo studio dell'avvocato Placidi era poco più di una buonaintenzione. Per giunta avevo allora, ed ho anche oggi, un nome di battesimo grottesco, di quelli che smorzerebbero un incendio amoroso. Mia moglie mi chiama Onda (ed è già una tribolazione), ma il mio vero nome — non lo credereste — tutto quanto il mio nome è Epaminonda.

Si diceva dunque che non lo aspettavamo più, cioè che non lo avevamo aspettato mai, perchè ci eravamo sposati senza secondi fini. E sì che non erano mancati gli eccitamenti!

Al nostro ritorno dal viaggio di nozze, parenti, amici, amiche, quanti ci aspettavano alla stazione, ci accolsero con certi sorrisi, che mi avrebbero messo in impiccio se non mi fossi preparato a ridere; la mia Evangelina, poveretta, era indifesa, e quanto più io rideva, tanto più essa si faceva rossa. Era quello che i parenti e gli amici volevano; si sarebbe detto che non mancasse altro alla loro felicità.

— Ce l'hai? ce l'avete? — E guardavano negli occhi di mia moglie, la sottoponevano a un interrogatorio pieno di allusioni, di cui la poverina non capiva gran cosa, poi guardavano me dandosi l'aria di complici, o mi cacciavano un gomito nelle costole, socchiudendo un occhio. Mio suocero, un ometto pieno di buon umore e di vivacità, non faceva altro che girare intorno alla sua figliuola, e chiederle: — Me l'hai portato? — come se dovesse averlo nella valigia.

Ci fu persino un professore di aritmetica, ilquale, abusando della sua professione e della sua scienza, fece un calcolo ardito dinanzi alla mia Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo sposati in luglio,luidoveva venire in marzo, con le prime viole. Naturalmente tutti costoro non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma non era difficile intendere che si trattava di mio figlio.

Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità dei pronostici fu inconciliabile. Per mio suocero non correva dubbio, era un maschio (un ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale si offriva di tenere la nostra creatura al fonte battesimale, diceva che doveva essere una femmina, e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo, che il meglio che la nascitura Semplicetta potesse fare sarebbe di copiare col tempo le grazie semplici della madrina. Per accontentarli tutti, io rispondeva invariabilmente che mio figlio era neutro. E lo diceva ridendo, senza farmi un'idea della tortura inflitta a tutti i padri in erba di dover adorare per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora a lasciare in pace la mia poveretta, non mancava mai un pensatore più arguto di me, il quale suggeriva serio serio a mia moglie il modo migliore di accontentare il babbo e la madrina: — Faccia il paio — diceva lui — posto che ci si è messa.

Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa! A quattr'occhi avremmo riso dell'inganno di quella buona gente, se non ci fossimo fatto uno scrupolo.Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla, la povera creaturina, che ad ogni costo doveva venire con le viole; di parlarne qualche volta come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria di respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma.

L'aritmetica del professore cominciò a servire anche a noi, ma senza ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le viole verranno prima di lui — e si era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti e con le ciliege.

E ogni mese che passava, mentre leggevamo lo sconforto sulla faccia di mio suocero, la zia Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche, con tutte le gradazioni della pietà e della misericordia, ci facevano intendere che eravamo due buoni a nulla.

Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole, vennero i mughetti, non recando altro che il loro profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!... sole.

Questo figliuolo, che non si decideva a nascere, turbava già la nostra pace; io vedeva bene che sotto il riso allegro di mia moglie si celava un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di cancellare coi baci le nuvole della sua fronte.

Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva sul cucito, ma senza mettere un punto, con gli occhi fissi a terra; me le accostavo pian pianino, la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi diceva: — Cattivo! — perchè le avevo fatto paura, e in ultimo mi mostrava la faccia sorridente; ma checchè ella facesse e dicesse, io indovinava unalagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso dolce, vedevo ancora un pensiero fuggitivo e mesto. Quale?

Me lo disse un giorno: tremava, la poverina, di non bastare alla mia felicità; era vergognosa e sgomenta di non sapermi regalare un bamboletto color di rosa. E per quanto io le dicessi che non me ne importava, che non sapevo che farmene, ella, guardandomi negli occhi e sospirando, soggiungeva:

— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello che pensavamo noi, e quando ti sarai persuaso che il nostro poteva metter meglio...

Non le lasciavo finire la frase; le chiudevo la bocca con un bacio, la costringevo a fare per la camera un giro di valzer, e se non bastava ancora, me la pigliavo in braccio come una bambina e la portavo per tutte le stanze del nostro appartamento, che erano quattro, senza contare un bugigattolo per la fantesca. Finiva col ridere.

Mia moglie non era leggiera, ed io non la deponeva mai a terra senza protestare che per un uomo come me il peso di una moglie come lei era sufficiente, e per carità non istesse a mettermi sulle spalle un marmocchio che non conoscevo.

Beffavo la mia prole futura allegramente; avrei fatto di peggio; non mi sarebbe spiaciuto di sembrare un padre snaturato, tanto per mostrarmi a lei quello che ero per davvero: un marito esemplare.

Con queste arti mi riuscì di persuaderla che il meglio che le rimanesse a fare era di mostrarmi la sua faccia gioconda, e di allietarmi la vita col lume dei suoi occhi sereni.

E una volta mi disse:

— È proprio vero che tu non l'hai desiderato mai?

— Chi?

— Tuo figlio.

— Mai — risposi solennemente.

Essa inorridì per celia; poi tirò innanzi.

— Io m'era proprio messa in capo che tu lo aspettassi, che non potessi più far di meno di lui, che lo amassi più di me... e ne ero gelosa.

— To'! — esclamai — se non era nemmeno concepito, come lo poteva amare?

— È quello che pensavo anch'io: come fa ad adorare un nascituro, che non vuol nascere, solo perchè nascendo dovrebbe essere suo figlio? In fin dei conti è uno sconosciuto. E pure ti guardavo di nascosto, ti vedevo pensoso e dicevo dentro di me: «Vi pensa, non sa darsi pace, lo adora!».

Povera Evangelina! Mi amava proprio.

Amava anche l'ordine, anzi qualche cosa di più dell'ordine, la simmetria; poichè non bisogna confondere queste due virtù domestiche. L'ordine può essere un abito; la simmetria è un sentimento, ed è sempre più severa.

Per comprendere quanti piccoli sacrifici mi fosse costato l'accontentare quella simmetria tiranna,bisogna essersi trovati a metter su casa con una borsa magra ed aver avuto dinanzi agli occhi quattro pareti, in cui decentemente non potevano stare che quattro quadri od otto, mentre voi avevate la mezza dozzina giusta.

Basta, mia moglie amava prima me, poi la simmetria, ed io sosterrò in faccia a tutti che essa aveva collocato bene i suoi affetti, almeno rispetto alla simmetria. Quando mi conduceva misteriosamente per mano in una stanza, e mi abbandonava poi al mio stupore dicendomi: — Guarda — ed io guardavo e non vedevo nulla, e finalmente vedevo e mi stupivo che ella avesse trovato modo di migliorare una simmetria che pareva perfettissima, allora non tralasciavo mai di dirle: Brava!

Talvolta soggiungevo: — Vedi un po' queste sei seggiole disposte così bene, due ai capi della tavola, quattro a farsi riscontro nelle pareti; non ti hanno l'aria di avere un intendimento e di obbedire ad una intelligenza tacita? Muovine una, e l'intelligenza che le anima se ne va, le seggiole ridiventano niente più che seggiole; e pazienza se fossero di un legno prezioso e foderate di damasco, ma sono di noce e hanno il fondo di paglia.

Evangelina rideva, perchè era contenta; ed io tiravo innanzi:

— Se quel monello che a quest'ora doveva essere al mondo si decidesse mai a venire per davvero, sai tu la bella prodezza che imparerebbecol tempo?... Imparerebbe a tormentare la tua simmetria, a cacciarla di casa come fanno certi artisti che conosco io, i quali, invece di dipingere dei bei quadri o scrivere dei buoni libri, trovano più comodo di passar per genii, facendo la guerra agli istinti da borghesuccio, alconvenzionalismoed ai sentimenti comuni.

— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina con uno sgomento adorabile.

Si sott'intende: «a quel monello».

E mi toccava ripeterle per la centesima volta che ero felice così, che non desideravo nulla, e cheanzi...

— Dillo, dillo, cheanzi...

Lo devo dire? Non solo ero felice e non desideravo nulla, ma mi pareva che un figlio mi avrebbe dato più noia che piacere. Che farne di un erede prima d'aver avviato benino lo studio di avvocato per affidarlo a lui nella mia vecchiaia? Aspettavo con una certa impazienza la clientela, questa sì: ma alla progenitura non pensavo quasi senza un po' di terrore.

Tiravamo innanzi a forza di risparmio, peccando sette volte al giorno di desiderio, e fabbricando certi castelli, che sfidavano con arroganza tutte le leggi dell'equilibrio. Poveretti tutti e due, Evangelina con la sua dote mingherlina, io co' miei codici e col mio diploma dottorale, facevamo galloria spendendo l'avvenire.

Pensandoci bene, doveva esser chiaro a tutti che un figlio per noi sarebbe stato un lusso pernicioso;e non capivo come quel buon uomo di mio suocero, che aveva sudato a mettere insieme la dote e sui miei tesori non s'era mai fatto alcuna illusione, si ostinasse a credere che l'appendice di un figlio fosse necessaria alla nostra felicità.

— I figli — diceva io filosoficamente — vengono al mondo nudi e pieni di appetito.

E questa massima semplice e profonda ispirava altre riflessioni meno semplici, e non meno profonde, a mia moglie, la quale era in tutto della mia opinione.

— Un figlio — diceva essa — sarebbe forse una bella cosa, ma bisognerebbe non andar più al caffè la sera, nè al teatro.

— Quanto a questo — rispondevo — basterebbe che io smettessi di fumare... è un sacrifizio, ma per mio figlio lo farei.

E mi pareva d'essere un eroe ogni volta che accendevo il sigaro.

Avevamo preso l'abitudine d'andarcene a desinare alla trattoria, variando ogni giorno.

— Che bella cosa! — diceva mia moglie ingenuamente. Io non mi secco a far la spesa, non mi adiro mai perchè la fantesca abbia pagato troppocari i legumi primaticci; non ho la noia di veder soffiare in un fornello che non si vuol accendere, quando ho appetito; non vi è pericolo che lo stufato pigli il bruciaticcio o che la minestra sappia di fumo. La nostra mensa è imbandita a tutte le ore del giorno; d'inverno si va in una bella sala, molto più larga delle nostre quattro stanze insieme, si sceglie un deschetto accanto ai vetri per veder la gente che passa; d'estate si sta al fresco in giardino, e basta picchiar sul bicchiere con la forchetta per aver tutto quanto si può desiderare... proprio come nei palazzi delle fate.

— Pagando all'ultimo — notava io ridendo.

Ma allora Evangelina, facendosi forte della sua esperienza di buona massaia, mi dimostrava come due e due fan quattro che, tirati bene i conti, lo stesso desinare della trattoria ci sarebbe costato molto più in casa; e a me non rimaneva che inchinarmi alla sua dottrina, e pregarla con un sorriso di perdonare ad un grosso ignorante la felicità di cui non aveva merito.

Avevamo scelto a modello del nostro più tardo avvenire una coppia di vecchietti pieni di rughe e di buon umore. Costoro venivano ogni giorno alla trattoria; lei si toglieva un certo cappellino che pareva un imbuto, lui si affrettava ad appenderlo pe' nastri all'attaccapanni, poi si mettevano a sedere, mostrando la loro canizie intatta. Si consultavano a bassa voce e lungamente prima di decidersi a chiedere il medesimo cibo, poi lo chiedevano col cuore leggiero, e lo vedevano venire sorridenti, ese lo mangiavano con raccoglimento, rallegrandosi ogni tanto con un'occhiata della scelta giudiziosa che avevano fatto. Quando se ne andavano a braccetto, pareva che fosse scomparsa l'allegria. Evangelina ed io si stava un po' zitti; poi l'uno o l'altro diceva:

— Anche noi faremo quella figura; non avendo figliuoli nè altri impicci, noi pure ce ne andremo sempre a desinare alla trattoria.

Insomma ci volevamo bene, ed eravamo persuasi entrambi che il mondo cominciasse e finisse in noi.

Bisognava vederci, quando uscivamo a braccetto dalla trattoria: io con lo stuzzicadenti in bocca, ritto, impettito, superbo; la mia Evangelina serena e sorridente; lieti l'uno e l'altro della bella luce del tramonto, o del bel temporale estivo che minacciava di farci correre a casa, o della magnifica nevicata; bisognava vederci allora per comprendere quanto sentimento squisito emani da una digestione facile compiuta in due.

Si va? Si rimane? Si corre o si tira innanzi adagino? Si faceva come si voleva.

Non vi era pericolo che, durante la nostra assenza, i nostri figliuoli rotolassero giù dalle scale, o si picchiassero da buoni fratelli, o mettessero fuoco alle lenzuola del letto con un fiammifero rubato in cucina.

Senti? E' un marmocchio che strilla come una prima donna, od è una prima donna, che...? Non vi è dubbio, è proprio un marmocchio.

Si alza uno sguardo di compassione al terzo piano, donde scendono quelle note di soprano, e si tira innanzi; quel marmocchio non è il nostro. E si pensa: pazienza, povere mammine, i vostri angioletti ve li manda il cielo!

Poco più oltre s'incontra un altro bimbo, che fa i primi passi; quanto è carino! barcolla tutto, vi viene voglia di corrergli sempre dietro con un guanciale in mano per buttarglielo ai piedi prima che cada e si faccia male. Ma eccolo che si pianta in mezzo alla via e non si vuol più muovere; la madre, il padre, la fantesca s'ingegnano di persuaderlo; non riescono a nulla: provano a pigliarlo per mano, e l'omino caccia strilli così forti da far cessare a un tratto quelli del suo collega del terzo piano, il quale sta probabilmente ad ascoltare. A quel chiasso si raduna un po' di gente... Che è stato? Niente di strano; un fenomeno naturale; la povera madre si fa rossa, il padre si guarda intorno cercando un abisso, la fantesca raccoglie ogni cosa e tira innanzi; la famigliuola affretta i passi verso casa, qualcuno ride, la folla si dirada.

E noi ci guardiamo in faccia alla muta; poi dico scherzando:

— Sono le prime consolazioni che un marmocchio bene allevato si crede in dovere di dare a babbo e mamma.

— E sono nulla forse al paragone di quelle che riserba loro nella vecchiaia — dice Evangelina.

— Quando sarà all'Università di Pavia — proseguo io — e farà la conoscenza d'una certa signoraRosa, amica degli studenti, e del venti per cento il mese.

— E quando, per due parole dette troppo forte al caffè, andrà sul terreno, come dicono, con un compagno di scuola.

— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da un'idea compassionevole — se quel povero padre potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di sicuro... ma non ora — soggiungo, pensando meglio.

— Perchè non ora? — domanda Evangelina.

Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere così forte, che i passanti ci guardano, poi si voltano indietro per guardarci ancora. Ne sentiamo di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono felici! — Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza, e mi piglia una gran tentazione di dir loro:

— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non è molto che ci siamo sposati, ci vogliamo bene e siamo felici.

Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno, ma con giudizio: era un amico discreto che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio, pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretenderepiù di quello che gli potevamo dare. Non era una fenice, come potreste credere, ma solo della famiglia. E come si chiamava? Si chiamavamerlo, senza perciò essere propriamente un merlo. Non era neppure uno storno e nemmeno un passero solitario; cantava come un tenore di cartello, fischiava come un abbonato; allo stato in cui era rimasta la scienza ornitologica per me e mia moglie, quel pennuto era un merlo. E ad ogni modo esso visse e morì portando questo nome non suo e facendone l'uso migliore.

Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal mattino il nostro compagno, potrei dire nostro figlio, se ne stava in un cantuccio della gabbia, immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava a beccare svogliatamente un insetto che gli cadeva dal becco; rimaneva indifferente alle seduzioni dei lombrichi più squisiti che possano fare la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che pensare, chiedeva ai vicini ed ai lontani che malattia poteva essere quella del suo merlo, e come andasse curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa diede prova di un cuore veramente materno, prodigando mille tenerezze a quella povera bestiola, chiamandola con cento vezzeggiativi; invano. Dopo essere stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina alata doveva morire nel fiore degli anni, come si dice, senza farci sapere il suo nome vero. E nessuno me lo toglierà dal capo: quel poveretto si era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad un mondo pieno d'ingiustizia e d'ignoranza — perchèil portinaio che lo aveva avuto in cura negli ultimi giorni e prometteva solennemente di salvarlo, scoprì, facendo l'autopsia, che il defunto aveva trangugiato un ago da cucire. Il ferro micidiale gli aveva passato il ventricolo da parte a parte; il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e tra tutti e due si andò d'accordo di dar sepoltura onorata al morto, senza svelare a mia moglie l'occulto dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe crudele.

Non vorrei fare un sospetto maligno a danno del mio prossimo, ma lo feci allora, ed a ripeterlo oggi non mi pare che la colpa si aggravi tanto da non poterla portare: da un certo impaccio del portinaio, da una penna traditrice che gli si era attaccata come un'accusa ad un lembo della giacchetta, e più che altro dalla singolare premura di farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto in giardino, io fui fatalmente indotto a credere che la sepoltura viva fosse lui, come se gli leggessi l'epitaffio sul panciotto.

Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non gli avevano tolto l'appetito, e fino al giorno in cui aveva fatto il nero proposito di uccidersi con un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva beccato gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità del merlo più ben intenzionato della creazione. E vorrei sbagliare, e vi troverei una specie di conforto, ma temo che appunto perchè non era un merlo, sia stato il più saporito dei merli.

Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe,io trovai la forza di ridere e di scrivere un epitaffio, e il mio solo rammarico fu di non poterlo scolpire sul sepolcro autentico.

La perdita di quella creaturina incognita che ci salutava ogni mattina a gola spiegata, che veniva a beccarci amorosamente le dita, e che non ci era costata alcun dispiacere, aveva commosso anche me. Per un pezzo, sempre che vidi una gabbia vuota, mi tornò in mente il compagno del nostro talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo la mia Evangelina intenerita, mi affrettavo a consolarla dicendole che, stando alla migrazione delle anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora un cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di nascere uomo... e figlio alla signora Evangelina, moglie dell'avvocato Placidi.

L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto, che era di metterci di buon umore.

— Pensa un po' — mi diceva qualche volta mia moglie — se, invece di perdere un merlo, avessimo perduto un figlio!

Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci madri disperate per aver perduto le loro creature, un padre impazzito, un altro padre suicida per la stessa causa; e conchiudevo serio serio che per non vedersi morire un figliuolo, la sola precauzione consigliata dall'esperienza è di non vederlo mai nascere.

E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento, e sentivo di far contenta la compagna della mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi e lanostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio modesto, — il primo cliente.

Oh! il primo cliente!

Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei codici per esser preparato a riceverlo degnamente, davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio le mie carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più esercitato a riconoscere che non fossero pratiche bene avviate. Qualche volta il mio primo cliente veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza con sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo di trascinarmelo dietro senza soverchia fretta per le scale di tutti i tribunali competenti, iniziandolo ai misteri della procedura civile.

Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone difficile che mi usciva di bocca, spalancava certi occhi che parevano finestre, e se ne andava sbalordito della mia scienza e disposto a farmi la procuraad lites. Cari sogni!... Da questo sonnambulismo egoistico e dolce mi svegliai un giorno di repente.

La mia Evangelina soffriva; da una settimana non mangiava quasi, si lamentava di certe doglie, di un certo malessere, di un po' di languore. — Non sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo anch'io: — Non sarà nulla.

Ma una mattina si svegliò più malata del solito.

— Oh, cielo! — pensai — se mi morisse!

E scesi le scale per chiamare un celebre medico che stava al primo piano, faceva le sue visite in carrozza, e doveva guadagnare in un giorno tutta la mia rendita d'un mese.

Mentre egli veniva su, pensavo: — Il difficile sarà pagarlo, ma avrò tempo; ora bisogna salvare la mia Evangelina. — E prima di entrare in casa fui tentato di dire a quell'uomo celebre: — Per carità, mi salvi la mia Evangelina! — Me ne trattenne una certa dignità virile che volevo serbare anche nella sventura.

Il medico visitò mia moglie, le guardò la lingua e le toccò il polso, le fece certe interrogazioni, a cui essa rispose titubando; all'ultimo rise, e sentenziò che non era nulla.

— Non vi è pericolo? — chiesi con voce tremante.

— Signor no, almeno per ora. — E mi trasse in un canto per dirmi furbescamente: — Gliela dia lei la notizia alla signora...

— Sarebbe mai?...

— Sicuro.

Invece di accompagnare il medico sul pianerottolo, come volevo, mi pare d'averlo spinto garbatamente fuori dell'uscio; dopo di che, senza nemmeno chiudere la porta, corsi al capezzale della mia ammalata.

— Lo sai come si chiama la tua malattia? Non lo sai? Vuoi saperlo?

— Come si chiama?

— Si chiama Augusto...

Evangelina mi gettò le braccia al collo e mi coprì di baci, mormorando fra le lagrime:

— Era dunque per questo che io sentivo di amarti di più! Perchè eravamo in due a volerti bene.

— Sono guarita! — mi disse Evangelina.

— Lo vedo!... Ma che fai ora?

— Mi levo, non so più stare in letto...

Io la trattenni dolcemente, le accomodai i guanciali sotto il capo, le tirai le coperte fino alla gola, le lisciai la rimboccatura e la fronte e stetti un istante a contemplare la mia opera in silenzio.

Evangelina mi aveva lasciato fare senza resistere, perchè le piaceva godersi lo spettacolo della mia gravità carezzevole; ma quando mi vide ritto e immobile dinanzi a lei, prima mi pregò di non guardarla in quel modo, poi tornò a dire che assolutamente non voleva stare a letto, che si sentiva benissimo, e perchè io tenni duro, essa mi voltò le spalle con l'atto dispettoso d'un fanciullo viziato, subito si volse ancora e mi sorrise.

Allora le dissi serio serio:

— Non bisogna far pazzie; il tempo vano è passato, il tempo frivolo non tornerà più; dobbiamo mettere giudizio e pensare alla famiglia.

— Sentitelo! — esclamò Evangelina. — Il tempo vano in cui ci volevamo bene è passato; non tornerà più quel tempo frivolo, quando il signorino non pensava ad altro che a farmi contenta.

Le volli chiudere la bocca con un bacio, e non riuscii, essa si lasciò baciare mezza la bocca, e, con l'altra metà, continuò a dire:

— Già, il signorino me lo dice in faccia; quando avrà suo figlio non mi guarderà neppure; ma non l'ha ancora suo figlio, ed io sono capace...

Bontà divina! Di che cosa non doveva essere capace quella mia pallida faterella, che stava facendo il miracolo eterno!

— Taci — le dissi sottovoce — taci; non bisogna scherzare su questo, non dobbiamo sfidare la sorte. Lo sai bene quanto t'amo; e non hai detto tu pure che ti pareva d'amarmi di più, ora che siete in due a volermi bene?

Evangelina stette un po' in silenzio, sorridendo alle prime sue idee materne; poi mi disse sbadatamente:

— Amalo, sì, amalo; non ne sono gelosa.

Il suo pensiero era altrove, il mio correva per l'aperta campagna.

In quel mentre la nostra fantesca ci portò il caffè; noi ci guardammo alla sfuggita, sorbimmo la bevanda gravemente, e non ci uscì parola di bocca, finchè la nostra gazza domestica non si accinse a tornarsene in cucina.

— Mi farai il piacere di fermarti un poco di più — le disse allora mia moglie; — il signore deve uscire, io non sto molto bene e non voglio rimaner sola.

— Che cos'ha? — domandò la fantesca.

— Sono un po' costipata, non sarà nulla.

— La mia cara costipata! — esclamai quando fummo soli — come le sai dire le bugie!

— Ho fatto male forse? Dovevo dire le cose come stanno a quella ciarliera perchè fra un quarto d'ora tutta la casa, dal pianterreno al soffitto, e tutti gli inquilini, a cominciare dai cavalli del dottore in scuderia fino ai passeri del tetto, sapessero che io sono...?

— Hai fatto benissimo, anzi bisognerà tenerla segreta la nostra felicità; ci sembrerà più nostra; non la deve conoscere anima viva, neppur tuo padre.

— E perchè mio padre no?

— Ebbene tuo padre sì, ma lui solo; nessun altro ne sospetti fino a tanto che non sia più possibile nasconderla.

E facevo un gesto largo, un gesto enorme, alla cui vista la mia Evangelina fu presa da terrore.

— Non voglio — disse; ed io ridendo restrinsi successivamente le linee circolari de' miei gesti, finchè mi parve che li vedesse con rassegnazione.

— Perchè hai detto cheil signoredeve uscire? — le domandai.

— Ma... l'ho detto senza pensarci... mi pareva...

— Mi mandi via — dissi — confessa che sei tu che vuoi rimaner sola... me ne vado...

E mi valsi di questo per non confessare che anch'io sentivo un bisogno prepotente di andarmene a girellare un pochino co' miei pensieri, mentre non sapevo indurmi a lasciar sola la mia malata preziosa.

— Vado — dissi.

— Aspetta... ed ora va, e pensa sempre a me.

Dove ho messo tanti puntini, si capisce che allora era bisognato mettere un bacio.

— Sempre a te — risposi, e fuggii con la spensieratezza mista di rammarico di un marito frivolo, il quale corra ad una festa, lasciando a casa la moglie.

Scesi le scale a salti come un monello, sotto gli occhi meravigliati d'un inquilino del secondo piano, che usciva lui pure di casa, e dovette abbrancarsi alla ringhiera per lasciare passare la mia valanga.

Sul portone di strada mi arrestai come uno smemorato. Guardavo a destra e a mancina, probabilmente per decidere da qual parte mi convenisse meglio avviarmi, ma non ne avevo coscienza; e quando l'inquilino che mi ero lasciato alle spalle m'ebbe raggiunto e, datami un'occhiata rapida ed indagatrice, si fu incamminato verso i bastioni, io lo seguii a passo lesto e gli passai innanzi un'altra volta.

Che diamine mi frullasse pel capo, ancora non lo sapevo; erano molte cose insieme; fra tutte una idea indistinta si affacciava ogni tanto, ed era che io fossi uscito di casa ed avessi sceso le scale a precipizio per incontrar sulla via un cotale chepoi non v'era. E chi poteva essere costui? Io non lo sapevo, ma mi pareva proprio che qualcuno mi mancasse, ed alla prima cantonata mi fermai da capo a guardare di qua e di là.

Vidi distrattamente l'inquilino del secondo piano, il quale, avendomi raggiunto un'altra volta, si credette in diritto di lanciarmi in piena faccia un'occhiata di rimprovero, dopo di che affrettò il passo singolarmente, perchè io vedessi bene che non era stato lui, con la sua sbadataggine, a cagionare la disgrazia dei nostri tre incontri in tre minuti.

— Povero diavolo! — pensai.

Nient'altro. E mi venne la tentazione di raggiungerlo, di infilare il mio braccio nel suo e di tirarmelo dietro riluttante per le vie luminose della mia festa; invece non mi mossi e lo lasciai dilungare nel suo squallore.

A un tratto mi sentii stringere le gambe; dalle nuvole, in cui girellavo col pensiero, abbassai lo sguardo ai piedi... e vidi allora quel che cercavo: un bambinello sgambucciato, con gli omeri ignudi, la faccia ridente.

Tutto si faceva chiaro! Se avevo sceso le scale a precipizio, doveva essere perchè sentivo il bisogno segreto di portare una carezza ad un bimbo; e se due volte ero passato innanzi all'inquilino del secondo piano, certo lo aveva fatto, perchè, senza pensarlo, mi pareva che non potessi uscire di casa con altro fine; e volevo essere il primo a pigliarmi sulle braccia questo omino che aspettava sulla cantonata.

Lo presi, lo baciai, volli sapere se mi volesse bene, ed egli, ripetendo la sua prima lezione, mi rispose che me ne volevatanto così. Non era poco, perchè, nel dire, allargava le braccia come se volesse toccare i confini di due orizzonti.

Si adirino pure i filosofi, i quali corrono dietro alla verità: io dico che quella piccola bugia su quelle piccole labbra mi rese più felice d'ogni loro vero più verosimile.

Mi guardai intorno; non passava anima viva in quel punto, e il bimbo mi sorrideva; era da far venire la tentazione di nasconderlo sotto la giacchetta e rubarlo... Ad impedire il delitto si affacciò da una bottega vicina la testa gioconda d'una mammina gentile che aveva visto tutto.

Ella chiamò con accento, che non sapeva essere severo, una volta, due: — Emilio, Emilio!

Ma Emilietto non si mosse: fissava gli occhioni stupefatti in un mio bottoncino da camicia, che era di vetro sfaccettato e pareva a lui un brillante d'acqua purissima.

Allora la giovane madre uscì, attraversò la via e venne a pigliarmi dalle braccia il bambinello dicendo:

— È mio.

E soggiunte poche parole di scusa che io non intesi, se ne andò col suo tesoro.

Io tirai innanzi a mani vuote, ma col cuore pieno d'una dolcezza insolita, con la mente scompigliata da un turbine di nuovi pensieri.

Ogni tanto, di mezzo a una folla d'immaginiancora indistinta, usciva una donna sorridente, la mammina di poc'anzi, e mi ripeteva con dolce sicurezza:

— È mio.

Allora io spingeva lo sguardo su quel cielo purissimo, e co' pochi cirri vaganti, mi componevo le sembianze d'una creaturina di paradiso impaziente di venire al mondo, e dicevo io pure con baldanza:

— È mia!

Già ne sentivo la presenza: l'avevo al fianco, o mi precedeva facendo tutte le moine dell'infanzia, ma certo era là per darmi dei baci che sembrassero aliti d'un venticello smarrito nella infinita calma di quel mattino di maggio.

Così fantasticavo; ma ad un tratto mi pareva sentirmi abbandonato, e dicevo a me stesso:

— Ora è corso a casa per non ingelosire la mamma: tornerà fra poco...

L'aspettavo davvero, piantandomi in mezzo al viale e porgendo la faccia alle sue carezze.

Non occorre d'essere molto poeti per avere delle idee simili; è lecito essere anche avvocati senza clientela, come vedete. Quello che non vi parrà vero è che possiate invecchiare, e che tutta l'esperienza degli anni e il senno maturo non vi sappiano far dono migliore che restituirvi le care stravaganze di un tempo. Oggi ho settant'anni sonati (non sono molti, no, non sono molti) e ricomincio a sognare press'a poco come allora (però senza aspettare più nessuno; sono arrivatitutti da un pezzo!), e dico che vi sono sentimenti veri in un quarto d'ora della vita soltanto, e che bisogna trovarne uno, dopo averli dimenticati tutti, per riconoscere come quello che diciamo stravagante, il più delle volte sia solo naturale e semplice.

Oggi ho settant'anni sonati e non mi paiono molti; quel giorno che camminavo in quel viale a passo concitato, con la testa alta, chiedendo le carezze al venticello e interrogando la natura, quel giorno ne avevo appena venticinque, e mi parevano troppi.

Abbracciavo tutta la mia vita passata con uno sguardo di misericordia e mi facevo rimprovero di aver perduto la gioventù, perchè in essa non ritrovavo un pensiero, un sentimento degni del mio stato presente.

— Sono stato cieco fino a mezz'ora fa — dicevo — ho attraversato la giovinezza brancicando fra le ombre; mio figlio ha avuto pietà di me, e mi ha tolto la benda; io non ho mosso un dito per cavarmela dagli occhi. Ho fatto il cinico per vezzo, lo scioperato per abitudine, gli esami di laurea per necessità, il marito per imitazione; e il pensiero che oggi occupa tutto me stesso non l'ho avuto mai, ed io nulla ho fatto per rendermi degno della mia nuova missione. Se è vero che d'ogni azione, buona o cattiva, commessa da scapoli, c'è il pericolo di specchiarsi nei propri figli, quante cosaccie rischio di vedere nel mio povero nascituro! Ah! egli meritava un padre migliore!

E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo i miei lamenti, mi meravigliavo di non sentire il minimo strazio di rimorso, nè alcuna desolazione di sconforto; al contrario, ero contento, ero soddisfatto di me medesimo; padre generoso e felice, assolvevo tutte le mie colpe di giovinotto.

E se vi fu giorno che avessi un altissimo concetto del mio valore, non è quello temuto, in cui vinsi la prova dell'esame di diritto canonico all'Università di Pavia, nè l'altro memorando in cui mi furono infilati l'enorme anello dottorale e la toga sterminata, nè l'altro in cui, dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina per sempre; l'altissimo concetto del mio valore l'ebbi quel giorno solo in cui sentii d'essere padre.

Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita, si dovesse vedere la mia grandezza. E quando in quei viali solitari, ritrovo di amanti e di sfaccendati, dove sembra che non si debba fare altro che passi lenti, qualcuno si voltava a guardare questo genitore superbo, che camminava frettoloso e con la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come di una lode concessa al mio segreto trionfo.

All'ombra delle acacie, sopra una panca di granito, vedevo un vecchierello canuto, che guardava la sabbia lucente del viale con occhi spenti, e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella medesima panca, nella stessa positura, con quello sguardo tale e quale, e pensavo: — Se costui, quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fossearrestato un istante nella sua via a considerare i granelli luminosi che gli parevano gemme preziose ed erano sabbia, certo avrebbe piegato a diritta od a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi e tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità. Ed avrebbe ora una casa, e avrebbe un figlio forte e generoso, una giovine quercia, che lo proteggerebbe nei giorni di vento, lui, povera canna fragile e cadente.

Il vecchio alzava il capo vedendomi passare; pensava, certo, che i suoi figli avrebbero avuto la mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di farlo nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il mondo è stato un gran tavoliere; che ha voluto le commozioni del giocatore, che si è giocato la vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele nella mia felicità, ero tentato di tornare indietro per dirglielo. E se resistevo alla tentazione, non era perchè quel vecchio poteva ridermi in faccia e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto colazione poco fa e mi piace venirmene a digerire in questo bel viale»; ma perchè poteva rompere in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la mia gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono morti; il povero padre è rimasto solo a piangerli; quando guardo la sabbia del viale, penso adessiche dormono là sotto...».

E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le voci del mio cuore contento.

Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti anni che lo vedo, sempre immobile ed immutabile,con quella faccia scura d'ogni stagione e di ogni giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento braccia nere per mostrarmi il verde pallido delle sue ultime foglie, i piccoli germi dei suoi frutti, dei suoi figli.

Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni folata del venticello blando accarezza con le larghe foglie la sua prole ispida e pungente; ed ecco un olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito continuo, come nell'aspettazione e nella trepidanza: gli è nato un piccolo rampollo ai piedi, sa che fra poco il giardiniere passerà col falcetto, e trema pel suo neonato.

Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che si muovono nell'azzurro del cielo, io cammino spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi per le falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa della siepe; e mentre io m'arresto a districarmi e sorrido di quello scherzo innocente d'una bella annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio nel fitto dei suoi rami e vedo il nido incominciato d'un fringuello. Ed ecco il futuro padre della prole alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada pei fatti miei; l'acacia mi abbandona; io le raccomando col pensiero di celare il suo tesoro agli occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi.

Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si inseguono e i pesciolini d'oro, e in ultimo mi abbandono sopra un sedile di sasso a contemplareuna processione di formiche, che si avviano cariche di fardelli enormi al formicaio lontano.

E da quelle sabbie popolose, dalle frondi dell'acacia, dell'olmo, dell'ippocastano, dalle acque tranquille del piccolo lago, per tutto, dalla terra e dal cielo si alza una voce trepida che ripete: — Mio figlio!

Io guardo all'azzurro profondo, in cui si apre l'occhio del sole, alla prateria tranquilla e verde, alle acque rugose; sento l'aria balsamica agitata appena dai voli e dai canti, e indovino il fine segreto, il fine unico e grande di tutte le cose create; mi par di penetrare il fascino occulto della bellezza, l'irresistibile ed ignota potenza dell'amore, ed esclamo commosso: — Oh! i dolci inganni della natura!

Tutto ciò che ride ai baci del sole, tutto ciò che lavora nel silenzio, tutto ciò che abbella e si fa bello, tutto tende allo stesso fine.

Quale?

Per l'occhio distratto che ammira, pel senso che si diletta, per lo spirito leggiero che si compiace, per l'anima che obbedisce credendo di costringere l'universo ai suoi voleri, è l'amore. Per la mente indagatrice, per l'occhio scrutatore, per lo spirito non mai contento, è la figliolanza.

Vaghi fiori del prato e delle aiuole, uno solo è il segreto della vostra bellezza ed io l'ho nel cuore; domani sarete appassiti e spregevoli per gli altri, non per me che spingo l'occhio fra le chiuse cortine dei vostri letti nuziali.

Mi guardo intorno con l'anima piena della mia idea e dico:

— Quell'albero ama, quel passero ama, amano quei fiori e quegli insetti e quella nuvola che porta in grembo tante consolazioni di rugiada; ama il sole che ci guarda, ed amano le stelle che ammiccano agli amanti nelle notti serene, e tutto ciò che ama è vittima d'un caro inganno dei sensi.

Alla svolta d'un viale, in una panca di sasso che si nasconde fra le spire della glicinia, ecco appunto due vittime.

Essa non è bella, ma ha una faccetta capricciosa, un naso aquilino, due occhioni azzurri, e porta con grazia un monte di capelli biondi; aluinon guardo; ma dev'essere bello, perchè quella donnina ha buon gusto.

Sono così occupati a interrogarsi negli occhi, che non mi vedono neppure, ed ho tempo di piegare a mancina.

Me ne vado per non disturbare quelle due creature semplici, che vanno cercando insieme una felicità ignota. Io le so tutte le bugie che va loro dicendo il cuore.

Perchè quella donnina bionda ha messo un fiore del prato fra tanti capelli non suoi? — Perchè l'ippocastano si è vestito di foglie, perchè il bruco deforme ha sfoderato le ali di farfalla.

La parola che trema in ogni labbro di giovinetta è l'amore; ma le mille voci della natura ripetono come nenia carezzevole un accento più profondo e più vero: — Mio figlio! Mio figlio!

Mio figlio!Tutta la vita è in queste parole; svelate alla famiglia il santo inganno dell'amore che la prepara, svelate alla società i cento inganni o generosi o stolti delle passioni, dei bisogni che la tengono insieme; che rimane? —Mio figlio!

Avevo fantasticato abbastanza; il pensiero ritornava alla mia casetta, dove mi aspettava un cuore di donna pieno di quell'inganno tanto dolce al mio cuore, e le gambe mi portavano frettoloso dove correva il pensiero.

Rividi passando la processione delle formiche, che si disegnava come un filo nero sulla sabbia lucente; rividi l'acacia discreta, il pioppo tremante, l'ippocastano enorme, e poichè era destino che io, così felice, dovessi quel giorno dare un'afflizione al mio prossimo, rividi anche il vicino del secondo piano, il quale se ne tornava a casa col suo passo invariabile. Che importa? egli probabilmente mi mandò al diavolo, ma io non v'andai, gli venni innanzi, infilai l'uscio di casa prima di lui, e feci i gradini a quattro a quattro non mi arrestando che sull'ultimo pianerottolo, dove per verità stentai a ripigliare fiato.

Mentre allungavo la mano per afferrare il pomo del campanello un tremendo pensiero venne amozzarmi le aluccie d'oro che mi sentivo alle spalle: — Se non fosse vero niente, se io avessi fatto un sogno baldanzoso... — Di repente la porta mi si schiuse in faccia; mi apriva Evangelina medesima, Evangelina che si era levata da letto e mi aveva visto venire dal finestrino, Evangelina in cui io fissava gli occhi sospettosi ed inquieti.

— Sai? — mi disse sfuggendo al mio sguardo con un certo impaccio — sai? non era vero niente.

Ma il sorriso che avevo posto sul labbro domandava misericordia, e la poveretta n'ebbe e mi buttò le braccia al collo. Mi disse subito che mi voleva castigare, perchè ero stato tanto tempo fuori di casa; ma mi perdonava e perciò tutto andava benissimo.

— Che hai fatto in quest'ora? — le chiesi.

Tante cose aveva fatto in quell'ora e un quarto (perchè era passata un'ora e un quarto, anzi un'ora e venti minuti, e dovetti convenirne io stesso per non dar del bugiardo al nostro unico orologio a pendolo), aveva fatto tante cose. Prima di tutto si era levata dal letto, poi si era vestita, aveva dato sesto alle stanze, ed aveva avuto voglia di una limonata.

— E l'hai bevuta?

Non l'aveva bevuta, perchè le era mancato lo zucchero e non aveva il limone.

— Bisognava mandarne a prendere... — esclamai — bisognava...

Evangelina m'interruppe:

— Bisognava mettere giudizio e farsi venire un'altra voglia.

— E che voglia ti sei fatta venire?

— Di darti un bacio — mi rispose — ed ora me la cavo, questa è una voglia lecita, perchè non costa nulla. Non siamo ricchi!

— Lo so! — esclamai — la colpa è mia!

— Di tutti e due — corresse Evangelina ridendo.

— Di nessuno — soggiunsi ridendo anch'io. — La colpa è del mio primo cliente, che non sa risolversi a litigare; venuto il primo, gli altri seguiranno; vedrai.

— Vedremo — disse Evangelina, parlando per sè e pel nascituro.

— Pure — insistei — una limonata non è una fiumana e non può travolgere neppur una casa spiantata come questa... E pensa se la nostra creaturina avesse a venire al mondo con la faccia color di limone!

— Corbellerie! — mi disse Evangelina con molto sussiego — i medici assicurano che le così dette voglie non dipendono tanto dalla voglia sentita, quanto dall'ansia di certe madri sciocche, che si mettono in capo questo sproposito. Lagestazione...

Io la guardava a bocca aperta.

— Quali medici? — interruppi.

Volle dirmi una bugia; non le riuscì e mi confessò tutto. Fra le tante cose fatte nell'ora e un quarto della mia assenza, era questa: arrampicarsi sullo scaleo con un coraggio da matrona, prendere nell'ultimo palchetto della mia libreria un grosso volume infolio, che trattava d'ostetricia.Facendo salti enormi e pericolosi, poteva dirlo d'averlo letto tutto.

Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le aveva risparmiato la caduta in un certo capitolo, dove si parla di certi ferri e del modo di servirsene, con un linguaggio che a suo tempo mi aveva messo i brividi.

Evangelina, avendo confessato il proprio peccato, mi svelò anche la sua intenzione di rileggere con comodo quel libraccio, senza perderne una sillaba; ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea, che ella si arrese e mi pose fra le braccia il grosso volume. Più tardi lo chiusi a chiave nella scrivania, come un cattivo soggetto.

Qualche giorno dopo quel memorando mattino di maggio, venne mio suocero dalla campagna; gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli accorreva, lasciando i bacherozzoli, per portarci i consigli della sua esperienza.

A sentir lui, il nasciturodoveva essereun maschio, un ingegnere alto e robusto, bruno, con la barba nera, pieno di ingegno; non pretendeva che gli somigliasse nel naso e negli occhi, perchè riconosceva modestamente che in fatto di nasi e di occhi si poteva far meglio; ma infine, se mai... non sarebbe scontento, tutt'altro.

Quando la mia Evangelina sentì parlare della barba nera del suo nascituro, cominciò a ridere e non smise per un pezzo.

La sera però mi chiese:

— E' proprio necessario che sia un maschio?

— Necessario, no...

E non aggiunsi altro per timore d'offendere la mia figliuola, se mai fosse tale.

Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo con mio suocero; il mio piccino io lo voleva biondo, ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che non fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia moglie era della mia opinione.

Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica, avevo da starmene contento; perchè, a conti fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio e questo pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi intelletti dell'umanità. Veramente la cosa mi era parsa stramba, quando l'avevo appresa la prima volta, ma allora mio figlio non era concepito e io poteva beffarmi della statistica.

Non me ne beffavo più ora.

Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano in mente, ed altre ne andavo leggendo ogni giorno sulle influenze dirette ed indirette che uomini e cose hanno sui nascituri.

L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento; mio padre e mio nonno non andavano soggetti a certe malattie che si chiamano ereditarie; io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè nostro figlio si doveva rallegrare che non gli toccherebbe un'eredità di malanni, invece dei quattrini che ci mancavano.

Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere alla tentazione di portarmene una favorevole in casa. Quando si è letto in un libro serio che sele donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le belle forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e che il tipo greco si è conservato in virtù dell'arte ellenica, quando si è letto questo e altro, a un povero padre in erba non rimane scampo; bisogna che egli si faccia amiche le belle arti. Così feci io, al più buon patto possibile. Comprai due copie di capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci, tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina in due diversi momenti della giornata; in uno rideva, perchè aveva preso un uccellino; piangeva all'altro perchè le era scappato. Feci ridere il mio bimbo di gesso in stanza da letto, lo lasciai piangere in salotto; così, in qualunque ora della giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano, o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse le amiche, o leggesse nel vano della finestra, la mia Evangelina doveva sempre avere dinanzi agli occhi il suo modello classico.

Passavano i giorni, le settimane e i mesi.

La grossa minaccia che io aveva creduto di fare per celia alla mia Evangelina si veniva compiendo e pareva oramai certo che sarebbe superata dal fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta, si rassegnava.

Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse un maschio, posto che doveva essere un colosso.

Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina, guardavo con sospetto i camicini che ella preparava con compiacenza, mi parevano soverchiamente piccoli, e lo tenevo per me.

Un giorno, per altro, preso nascostamente uno di codesti indumenti minuscoli, provai a misurarlo al puttino di gesso, a quello che rideva. La cosa non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva una bizzarra figura così conciata, e non volli privare mia moglie di uno spettacolo curioso. Essa venne e rise, ed io allora notai, senza aver l'aria di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto.

— Per la statua — disse Evangelina, — per lui sarà fin troppo largo; l'ho tenuto più grande del modello.

— Sarà grosso — osservai scherzando.

— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata.

Nostro figlio era già vivo prima che nascesse; ci consolava, ci migliorava, educando la nostra mente ed il nostro cuore.

Fu da lui che mia moglie apprese come, per quanto possa parere il contrario, sia fredda ed uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli, dove non si consuma il sagrifizio del pane e del vino a colazione, a desinare, e magari anche a cena. E fu da lui che io imparai a rifornire il mio bagaglio scientifico, senza disperare della clientela che non veniva.

Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo;trovava tutte le vie per giungere al nostro cuore; prestava un pensiero occulto a ogni cosa e affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere ed approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita che si moveva intorno a noi; ci dava la pietà, la pazienza e la rassegnazione; quando era l'ora ne infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese me umile e superbo, come deve essere l'uomo che pensa e sente; parlandoci di sè stesso, obbligandoci a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi, nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi futuri bisogni, ci schiuse mille scrigni riposti dove stanno le piccole verità date all'uomo nella vita: e ci fece ricercatori desiderosi della verità grande che si cela.

Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse; nè mai amico o parente era penetrato così addentro nell'anima nostra come quel nascituro.

Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con cui si attenderebbe un vecchio amico morto, al quale fosse concesso di tornare al mondo.

Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità era mio suocero.

Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente in casa, dicendo: —Devevenire oggi o domani, perchè io non ho tempo da perdere. — Parlava del nipotino, il quale, per obbedienza, la mattina successiva avvisò la mia povera Evangelina della sua venuta.

Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina cominciò col piangere, perchè aveva paura;poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare e venire per la casa come un'eroina.

Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero l'aveva perduta tutta quanta; camminava su e giù per la camera toccando le fasce, i camicini, le pezzuole senza far nulla e credendo in buona fede di darci un aiuto poderoso. Venne la levatrice, venne un'amica zelante, e venne il medico, che doveva rimanere con noi in salotto.

Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio profondo occupasse le nostre povere stanze; ero come smemorato; mio suocero mi veniva ogni tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi nulla: io non istaccava lo sguardo pauroso di dosso al dottore, il quale, indifferente e tranquillo, leggeva un libro che aveva trovato sul tavolino.

Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un gemito straziante, io mi feci così pallido e mio suocero si fece così rosso, che il medico si rizzò, toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci pregò d'andare a spasso un quarticino d'ora.

— Che fanno qua tanto tanto?

A noi pareva di far molto; in verità non facevamo nulla; e il medico espresse più chiaro il suo pensiero dicendoci: che «se mai occorresse l'opera sua, saremmo di impiccio».

— Ma non occorrerà?... — chiesi io.

— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta, se ne vadano.

Ce ne andammo come due scolari cacciati dal signor maestro.

Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente entrambi, mio suocero ed io, ad ascoltare se mai si udisse ancora uno di quei gemiti che ci avevano toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo tornati indietro di sicuro. Non si udiva nulla; ci avviammo.

Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio, e sentendo che il cuore mi batteva forte, cominciò a consolarmi a modo suo.

— Sarà un maschio — mi disse.

Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso i bastioni.

La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi e coperti di neve, la sabbia dei viali indurita dal gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le formiche operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste tutte le creature; solo qualche passero affamato saltellava qua e là.

A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva trattenuto, e spinsi l'occhio fra i suoi rami spogli, cercando il nido — era scomparso; certamente, dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola alata, aveva fatto la gioia di un monello.

Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle cose! La mia Evangelina soffriva crudelmente, ed io avrei quasi rinunziato a una felicità che doveva costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi incoraggiato dieci volte dicendomi: — Sarà un maschio! — ebbe un momento di sconforto, e mi disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse un maschio!

Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non era un maschio, doveva essere una femmina.

A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle e mi disse con sicurezza:

— Andiamo, a quest'ora è nato.

Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo.

Camminavano a passi celeri, come se davvero fossimo aspettati.

Entrando nel portone di casa mia ci guardammo in volto; nessuno era là a dirci con lo sguardo la nostra sorte. La portinaia attendeva alle sue faccende in un'altra stanza, e s'affacciò appena appena a guardarci.

Mi pareva che doveva essere informata di tutto; invece, disgraziata! non sapeva nulla.

E vidi uscire dal buco profondo, in cui si erano celati, i cento avversari crudeli ed impotenti d'ogni umana felicità, terrori, sospetti, minaccie di disgrazie orribili...

Mi diedi a correre, salii le scale a precipizio... Ad un tratto mi arrestai, mi volsi ansante, mi buttai nelle braccia di mio suocero.

Avevo udito il grido, che è una nota di paradiso; la vocetta, che è una musica; il pianto, che è una carezza!


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