VIII.

Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto:

— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.

Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli fece paura, volle fuggire,ed ecco il drappello di fanciulle che alla nota voce del pianoforte accorre e lo circonda.

Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete:

— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!

Ahi! Povero signor Paolo!

Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di sì, non può dire di no, è preso, è spinto, è messo a sedere, e le sue dita strappano dalla tastiera l'accordo della disperazione.

— In si bemolle! — esclama una voce.

Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi.

Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco e, col pretesto di mettersi alle spalle dell'infelice pianista, si spinge in mezzo alle ragazze fino al fianco di mia figlia.

Il signor Paolo non ode più nulla; suona un galoppo vertiginoso, come per istordirsi, suona a capo basso, guardando sotterra; e suona benissimo.

Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi.

— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda la padrona di casa.

Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze si vuol cimentare. Allora il signor De' Liberi si volge a mia figlia e, pigliandola per mano:

— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani, non è vero signorina?

Evangelina, disgraziata!, ride.

Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi tutti due. La vecchia volpe incomincia a farci paura sul serio.

Il signor De' Liberi, sia fatta giustizia, attaccò con grande sicurezza, e perchè la mia figliuola, alquanto sbigottita in principio, toccò un bemolle che non era in chiave, egli le disse che andava benissimo, ma che in chiave non v'erano che quattro bemolli. Dopo di che camminarono di conserva entrambi, senza alcun intoppo, fino all'ultima battuta.

Fu un subisso d'applausi, di cui il vecchio mariuolo non volle pigliare la porzione che gli spettava per farne omaggio a mia figlia, aggiungendovi anzi i propri battimani tranquilli.

Avvenne poi un rimescolìo di persone, durante il quale mia figlia si trovò respinta dal pianoforte per lasciare il posto a tre signorine impazienti di sonare a quattro mani. Si udì appena, appena:

— Sonate voi altre...

— No, voialtre.

E quella che si era tirata alquanto indietro per aggiungere un po' di mimica modesta alle proprie parole, fu subito lasciata in disparte.

Le due povere ragazze sonarono, sonarono bene, sonarono anche forte per vincere il chiasso delle ciancie, ma tanto tanto nessuno le udì, tranne, forse,la terza signorina la quale era rimasta in piedi alle loro spalle, e, voltando le pagine, misurava la distanza che separava le amiche dall'ultima battuta.

Il Cavaliere dichiarava il signor De' Liberi un pianista di prima forza, e il signor De' Liberi rifiutava quest'onore dicendo che tutto il merito era di mia figlia; che quanto a lui da più di un anno non toccava un pianoforte — (Doppio merito!» osservava giustamente il Cavaliere); — che quando si fa la vita disordinata dello scapolo non si trova tempo a nulla, e non ci vuole meno di una piccola maliarda per stimolare l'estro artistico (io gli scagliai un piccolo fulmine, ma egli guardava Laurina che era distratta); che del resto si proponeva di risvegliare il proprio pianoforte più tardi.

Dicendo le ultime parole mi guardava; io guardai lui fissamente e gli dissi alla muta no; egli resse all'urto e ripetè sì, poi cercò lo sguardo di Laurina.

— Va a correre in giardino se n'hai voglia — dissi a mia figlia — ed essa vi andò, ma senza correre.

Subito il signor De' Liberi troncò le ciancie, prese a braccetto il padrone di casa e lo trasse in giardino.

Si udirono benissimo gli accordi del pezzo a quattro mani che giungeva al termine; grandi applausi che le due signorine fecero benone a non raccogliere, poi silenzio.

E uno uscì a dire all'improvviso:

— Che persona simpatica quel signor de' Liberi!

— Quanti anni avrà? — chiese un altro.

— Cinquantacinque soltanto — risposi malignamente.

— Ne dimostra sessanta! — esclamò una voce vendicativa.

Era il bell'Arturo, che parlava per la prima volta; ma con poca fortuna, perchè tutte le signore e le signorine rimaste in sala protestarono in coro che era una calunnia, che il signor De' Liberi non dimostrava più di cinquant'anni, anzi meno, non più di quarantacinque, anzi meno.

***

Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi diventò uno dei più assidui in casa del Cavaliere. Era là il suo palcoscenico, dove egli metteva in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza mai tradire la smania impaziente che guasta tante belle imprese terrene.

Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare accelerato d'una locomotiva e il canto del gallo con tanta perfezione da ingannare gl'inquilini del pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della notte, la risposta d'un galletto corbellato, e si usciva a ridere in coro, il signor De' Liberi si faceva serio per dichiarare che non voleva darci noia.

Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sìnoi stessi, compreso mio suocero, lo scongiuravamo di fare ancora il temporale cogli occhi, o il fuoco d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si schermiva con arte sopraffina, e cambiava discorso.

In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima dei mercoledì del Cavaliere; l'ombra sua non solamente oscurò, ma cancellò perfino dalla memoria d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze di un paio di burloni di seconda e di terza qualità, che tante volte erano stati i soli a ridere delle proprie celie. Costoro continuavano a venire per forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente gravi tutti e due, e per istinto si andavano a sedere l'uno accanto l'altro; così quando il signor De' Liberi ne faceva una delle sue, si provavano invano a star serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava che ridessero anche loro.

Naturalmente, come aveva subito approfittato della licenza scroccatami per venire a far visita «alla mia signora,» così approfittò della domestichezza nata e cresciuta in casa del Cavaliere per trapiantarla in casa mia. Egli fece questo con tutte le cautele che richiedeva una pianticella neonata, preparandole prima il terreno e dandole poi un tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni giorni si potè vantare in faccia mia che la nostra amicizia saprebbe sfidare le tempeste.

Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato a ogni pazza idea sopra mia figlia. Ma no, egli abusava dell'ospitalità e dell'amicizia per insinuarsi perfidamente nell'animo di Laurina, la quale ridevaad ogni parola di lui, e cominciava a trovare che egli tardava sempre a venire e che se ne andava troppo presto.

Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi s'industriava per piacere a mia figlia, se qualche volta, in presenza di tutti noi, le dichiarava con accento scherzoso che era innamorato di lei e che la voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una parola che la nostra Laura potesse pigliare sul serio. Il suo disegno, che parrà per lo meno ardito, se a me pareva impertinente, era questo: «innamorare la fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter vivere senza di lui, costringere i genitori ed il nonno a buttargliela nelle braccia per disperazione».

Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto gli abiti, dalle cui maniche faceva uscire quattro buone dita di polsini insaldati e lucidi, si radeva ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere. Così accomodato, a me pareva una rovina, ed avrei gridato a mia figlia: «guardati!» — ma all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa sembrava?

Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico De' Liberi, per guadagnarsi la sposa: screditava la gioventù, metteva in burletta i giovani.

Seguendo a dritto filo una delle sue teoriche, si arrivava a questa conclusione che, passata la infanzia, noi attraversiamo gli anni in una specie di sonnambulismo erotico, per risvegliarci, intorno ai cinquantacinque sonati, maturi perl'amore.

La sua dottrina insegnava ancora che i giovani d'oggi sono guasti, sono frolli, sono scontenti e corrono incontro al suicidio.

— Vi vadano soli! — esclamava: — le ragazze di buona famiglia dovrebbero rifiutarsi di accompagnarli!

E perchè i colpi astratti non gli sembravano abbastanza sicuri, egli pigliava ad uno ad uno i giovanotti che frequentavano la casa del Cavaliere e la mia, e con un'industria felicissima ne scopriva le debolezze, le imitava, esagerandole, e ci faceva ridere alle loro spalle. Diceva, per esempio, del signor Paolo:

— Gran bravo giovane! ottimo cuore, bell'ingegno... un po' timido; — e dicendo queste parole, i gesti serrati alla persona, l'accento dimesso, il sorriso che chiedeva misericordia e perfino gli occhi del signor De' Liberi erano quelli del signor Paolo tali e quali.

La volpe astuta spacciava così i suoi avversari col ridicolo, senza ricorrere alla maldicenza.

Intanto passavano i mesi, e mariti non se ne presentavano. Mia figlia, per quello che mi pareva, si veniva facendo sempre più belloccia; andava a genio a molti, non dispiaceva a nessuno, e tutto ciò inutilmente.

Se non fosse stato di mio suocero, il quale perdeva la pazienza, e del signor De' Liberi che non la perdeva, i diciassette anni di Laura avrebbero fatto tranquillo me, come facevano tranquilla sua madre; ma con quei due vecchi al fianco, il problemad'un marito a mia figlia cominciava ad inquietarmi.

Talora vi pensavo non senza terrore; e per avere il diritto di scusarmi agli occhi miei di una inquietudine intempestiva, cominciava dall'accusare tutti i padri dell'universo mondo per la trascuranza che mettono nel ricercare a tempo un buon marito alle loro figliuole.

Non erano poche le ragazze di mia conoscenza che non avevano trovato marito. Mi venivano dinanzi a una a una: la rassegnata, l'inquieta, l'irascibile, l'ascetica e la sentimentale; le bionde, tutte troppo magre o troppo grasse; le brune col labbro e col mento ornato da una peluria maligna. Un tempo erano state belloccie anch'esse, alcune bellissime e ricche; ed avevano tutte indistintamente fatto per lunghi anni le scale del pianoforte senza arrivare a nulla.

«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare la stessa sorte!»

Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici della mia felicità, nemici vecchi e codardi che avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi mostravano il pugno da lontano.

«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non sei più robusto come una volta; già le tue digestioni sono lente, la tua vista si è indebolita e il tuo sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini; un giorno te ne andrai del tutto, ma consolati, ti faremo un bel funerale, v'interverrà tutto il foro milanese».

Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava, facendomi vedere la mia creatura sola nel mondo, senza una casa sua, senza un amore suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi, il quale, con quindici anni più di me sulle spalle, se la rideva, sicuro di arrivare all'ottantina.

— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica fibra.

— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava mio suocero.

— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero? Ce ne vorrebbero almeno venti.

Era quella la mia convinzione, che le dottrine del vecchietto ardito venivan scrollando a poco a poco.

***

Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia; sì, invecchia; non ostante il pettine, il rasoio e i polsini inamidati; a dispetto del sarto, del parrucchiere, del dentista; checchè egli faccia e dica, cammini o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere d'un temporale, o sbuffi come una locomotiva, egli invecchia, ed io ne sono contento. Osservo con un piacere amaro che dopo il temporale egli non si rasserena mai interamente, perchè gli rimangono tre rughe sulla fronte, e che al contrario nell'imitare la pioggia e i fuochi d'artifizio ha ancoraperfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un altro dente.

Ma quando su quella faccia tosta sono venuto scoprendo i segni del tempo vendicatore, non è raro che sorga qualche donnina o qualche fanciulla a dichiarare che il signor De' Liberi ringiovanisce ogni giorno.

Aimè! anche Laurina è della stessa opinione!

— Questo è ancora nulla — osserva imprudentemente il signor De' Liberi: — bisognerà vedermi un giorno!

Qual giorno? È il suo segreto.

***

E il tempo passa e di mariti nemmeno l'ombra. Se dopo aver fatto tante smorfie, si dovesse finire col dare la nostra Laura a questo vecchio ben conservato, non sarebbe meglio dargliela addirittura? Sebbene il signor De' Liberi faccia intendere che egli sa e può aspettare, perchè la fisiologia gliene dà il permesso, anche mio suocero è d'opinione che si vanti.

Questo pensiero ipocondriaco balena appena, ed è subito ricacciato. È rimasto ancora un grosso capitale di buon senso in casa nostra, ed è Evangelina che ne ha la chiave. Io posso spendere allegramente per un pezzo, pensando che mia figlia va alla scuola e studia la storia, ed è coi re longobardi.Prima che arrivi all'evo moderno ci vorrà del tempo, ed io non avrei nemmanco piacere che Laura andasse a nozze senza essere informata almeno almeno della rivoluzione francese.

In fondo chi ogni tanto mi mette in capo la malinconia di pensare al matrimonio di mia figlia, è il nonno impaziente, quel povero vecchio che non ha tempo da buttar via, e lo sa, ed è tutt'occhi e tutt'orecchi per cogliere in casa e fuori di casa un'occhiata incendiaria, o un sospiro assassino che siano diretti a Laurina.

«Lo assistano i cieli! — dico a me stesso — io non voglio più pensare;» — e i cieli non lo assistono, e io vi ripenso.

Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro dell'anno.... Lasciamo stare l'anno.

Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare col bicchiere in mano il primo vagito dell'anno nuovo. Io dico vagito, non per amore di metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò con un vero e proprio vagito, che ci venne fatto udire attraverso l'uscio della sala, con voce di ventriloquo, dal signor De' Liberi.

Ho una memoria confusa di ciò che seguì inquella notte: ricordo che il Cavaliere fu molto occupato a stappar bottiglie venerabili ed a mandare in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle ballarono con frenesia, per lo più fra di loro, non bastando i nuovi cavalieri reclutati nella guarnigione di Milano, e che qualcuno fu messo a sedere dinanzi al pianoforte un po' prima delle nove, e tenuto là, a forza di ringraziamenti, di sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in punto. Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici, fu prima un gran silenzio, poi qualcuno cominciò ad apostrofare con enfasi l'anno spirato, senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme e ridere in coro...

E ricordo che risi più forte più tardi, quando mi fu appreso che cosa avrebbe detto qual tale se gli avessero lasciato finire la sua invettiva: «Va, va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai più;» raccomandazione di cui l'anno mille ottocento e tanti non aveva alcun bisogno.

Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi abbracciava le più belle ragazze e sgambettava come un ossesso, col pretesto di polca e di mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta della gioventù frolla dei nostri tempi, e che perseguitava la mia Laurina per farla ridere quando le permetteva di ballare con altri.

Non ricordo proprio null'altro, fino al momento in cui, usciti all'aperto per tornarcene a casa, mio suocero, invece di pigliarsi a braccetto mia moglie,lasciò che le nostre donne — egli disse proprio lenostre donne— si avviassero innanzi e prese me con molto mistero, e trascinandomi prima alcuni passi in silenzio, mi disse poi solennemente e semplicemente:

— L'ho trovato.

— Chi?

— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che diventerà marito a un nostro cenno; ne aveva già un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina chi è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo a cui avrei pensato... indovina...

— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?... ho anche la testa un po' confusa...

— È il signor Paolo!...

— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia figlia!

Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne era accorto.

— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse mio suocero — non si è mosso un momento, e io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto dove andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano sulla tastiera, ho notato che la sua faccia buona... ha la faccia buona il signor Paolo... pareva una luminaria, appena Laura cessava di ballare ed andava a ringraziarlo, e si faceva scura quando Laura ballava con quel signore lungo... Chi è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma il nome mi è uscito di mente.

Era nello stesso caso anch'io; avevano presentatoanche a me quel signore lungo, ma al nome non avevo nemmeno badato.

— Dicevi che il signor Paolo...

— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho le prove.

Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia; ma egli era sicuro del fatto suo.

— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai tu la mia pezzuola di seta?

— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma tastandosi istintivamente nelle tasche.

— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nelcotillon...

— Sì, ma te l'ho restituita...

— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver frugato in tutte le tasche.

Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che era inutile...

— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta.

— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti puoi buscare qualche malanno.

— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio — gliel'ha rubata...

— Chi?

— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore, per baciarla, e cacciarsela intasca; dopo di che si è fatto così pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...

— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto.

— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.

— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...

Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante.

— Anche il guanto!

— Crederesti?

— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.

— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.

— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto.

— E Laura?

— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli; lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il nido, m'hanno detto...

Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.

***

Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi sgomento.

«Succede sempre così — pensai. — In fondoal calice d'ogni allegria è un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».

Non era di questa opinione il nonno.

— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte; egli ha toccato il tasto che significasegreto amore; e Laura l'ha capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po' più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di chimica.

Era l'impazienza che lo faceva parlare così.

Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo, si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato, e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento, senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.

— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.

— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.

Non vi era pericolo cheegliparlasse. Era diventato maestro nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i mazzolini e glispilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla.

Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale non si faceva pregare.

Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente sopra tutte e due le mani di Laurina.

E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli dicevabravoebravissimo(non osava dirbravissimae nemmenobrava), voltava le pagine ed era felice.

Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi.

Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale, perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che nel coro delle risate metteva la nota robusta.

Se per disgrazia qualche motto saporito del signorDe' Liberi, giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.

Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino.

— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla finita; invitalo a venire a casa il sabato...

— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso.

Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.

Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana; ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio. Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor Paolo.

— Disgraziato! — gli gridammo insieme.

Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte nella vetrata.

E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.

Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi sentii tirare per la manica in anticamera.

— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere.

— Agli ordini suoi — risposi.

Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di mia moglie e di mia figlia, per aiutarle a deporre il manicotto, lo sciallo e il cappello; altri gravi uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento alle signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento di conversazione ai taciturni; dimodochè, dopo aver svegliata la mia curiosità, mi obbligò a tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne chiese più tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato ancora una volta che tutto andava benino, che la conversazione era animata, che le ragazze facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e che il pianoforte gemeva per virtù del signor Paolo, cominciò così:

— Ho una missione delicata da compiere presso di lei... le chiedo scusa fin d'ora, io non ne ho colpa...

L'esordio prometteva un cattivo cliente. Sorrisi per incoraggiare la confidenza e stetti ad ascoltare il resto.

— Si ricorda d'aver visto in casa mia il dottor Lelli, un medico di reggimento, un giovane pieno d'ingegno...

— L'avrò veduto, ma non me ne ricordo...

— Venne in casa mia una volta sola, di passaggio; andava a Pavia per concorrere ad una cattedra operativa... ha poi vinto il concorso e lascerà il reggimento... non ha che ventinove anni...

Il disordine con cui il Cavaliere mi veniva descrivendo il dottor Lelli prometteva non un cliente buono o cattivo, ma un marito per Laurina. Cercai mio suocero cogli occhi; egli era là alle spalle del signor Paolo che aveva messo al pianoforte, e gli voltava le pagine della musica.

Il signor Paolo sonava una nota romanza scelta da lui non senza malizia; le parole che egli si guardava bene dal pronunziare, esprimevano appunto lo stato d'animo d'un giovanotto senza giudizio, il quale vorrebbe dire tante cose alla innamorata, e non osa, e si raccomanda successivamente alle quattro stagioni dell'anno e ai quattro elementi perchè vadano a fare la difficile ambasciata.

Il dottor Lelli era stato più pratico.

— È un caro giovane — proseguì il Cavaliere — figlio d'un mio antico compagno d'armi, rimase orfano a venti anni e deve il proprio stato a se stesso; non già che sia senza un soldo; ha anzi un piccolo patrimonio... Ma dunque non si ricorda proprio d'averlo visto, un bel giovane alto?...

— Molto alto?

— Sì molto alto... ma non troppo... una magnifica statura...

— Bruno?

— Baffi neri e capelli neri, occhi dolci...

— Mi pare di ricordarmelo; ed è dottore di reggimento?

— Era dottore di reggimento fino a ieri l'altro; ora è professore all'Università di Pavia.

— Ebbene? — chiesi.

— Ebbene, quel povero giovane ha visto la sua Laurina, ha ballato con essa, se n'è innamorato... e vorrebbe sposarla! Ho detto.

Aura di maggio tepidaLe parla al cor commosso,Svela l'occulto palpitoCh'io dir non posso,

Aura di maggio tepidaLe parla al cor commosso,Svela l'occulto palpitoCh'io dir non posso,

Aura di maggio tepida

Le parla al cor commosso,

Svela l'occulto palpito

Ch'io dir non posso,

canticchiava il signor De' Liberi in tono minore, e tutte le ragazze erano attente ad ascoltarlo.

— Possibile! — dissi — una sera è bastata...

— Sono bastate poche ore; a queste cose devono bastare pochi minuti — sentenziò il Cavaliere; — mi scrive una lunga lettera che le farò leggere se permette.

(A questo punto troncò la frase e si precipitò a raccogliere il ventaglio caduto ad Evangelina).

— Io non so dare consigli ad una faccenda così grave — proseguì tornato al mio fianco — mi accontento di esporre i fatti. Il dottor Lelli è giovane, robusto, studioso, ha uno stato che deve al proprio ingegno; farà certamente felice la donna che...

— Laura è proprio una fanciulla — osservai — ha diciassette anni.

— I diciassette anni della sposa non hanno mai guastato un buon matrimonio.

Questa era anche l'opinione del signor De' Liberi, il quale, non vedendo la nube che oscurava il suo orizzonte matrimoniale, cantava, dando delle occhiate a mia figlia:

Estivo sol, che al gelidoLabbro non dài calore.Tu la segreta illuminaAnsia del core!

Estivo sol, che al gelidoLabbro non dài calore.Tu la segreta illuminaAnsia del core!

Estivo sol, che al gelido

Labbro non dài calore.

Tu la segreta illumina

Ansia del core!

E il signor Paolo accompagnava tutto questo!

Feci un cenno a mio suocero ed egli accorse; protetti dal chiasso vocale ed istrumentale, ci mettemmo d'accordo così: il dottor Lelli verrebbe a far visita al Cavaliere; noi ci troveremmoper casoin un dato giorno, e quando il candidato piacesse a mia figlia...

Edille, cantò il vecchio pazzo:

E dille, o melanconicaStagion dell'anno estrema,L'amor che, in petto indocile,Sul labbro trema.

E dille, o melanconicaStagion dell'anno estrema,L'amor che, in petto indocile,Sul labbro trema.

E dille, o melanconica

Stagion dell'anno estrema,

L'amor che, in petto indocile,

Sul labbro trema.

Fu un subisso d'applausi; dopo di che il signor De' Liberi dichiarò che il protagonista della canzonetta era un imbecille; che le stagioni dell'anno non servono per dire a una bella ragazza che le si vuol bene, se non si ha la lingua in bocca...

— O negli occhi — soggiunse bersagliando mia figlia.

Si scostò dal pianoforte e venne difilato incontro a noi.

Io credo che fiutasse il pericolo.

— I tempi si fanno brutti — sospirò mio suocero; — il commercio ch'è il termometro, il vero termometro, ci avverte...

Non vi starò a dire di che cosa il commercio ci avvertisse per bocca di mio suocero.

Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina, perchè, trovandosi poi col dottor Lelli, si desse la briga di guardarlo e di dichiararci se le piaceva o no. Questa parte spettava di diritto a Evangelina, e la povera madre non si sapeva decidere, e vedeva delle difficoltà.

— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non ci perderà la sua disinvoltura di fanciulla...

— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di trovarsi quasi sposata senza sapere com'è fatto il naso dello sposo.

Evangelina non si spaventava di questo pericolo.

— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre un giovanotto, anche se non lo guarda.

— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza,e la piccina che non era molto lontana, accorse innanzi al domestico tribunale.

Al primo vederla, acquistai la coscienza che non avevamo nulla di nuovo da dirle.

— Questa briccona sa tutto! — osservai forte.

Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non sapeva nulla.

— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due mani perchè non mi fuggisse. — Vi è un signore lungo lungo che ti vuol bene, che ti vorrebbe sposare; ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina; quel signore non mai finito è un dottore, e si chiama Lelli; tu hai ballato con lui l'altra sera, e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti piaccia o non ti piaccia...

Approfittò d'un momento che allentai la stretta per isprigionarsi e fuggire piangendo.

Sua madre le andò dietro.

***

Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio, eravamo tutti un po' impacciati, ma meno di tutti Laurina.

Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva; si sentiva donna, e questo sentimento nuovo era una forza.

Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione.

Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro; il giovane dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi suoi e quelli di Laurina s'incontrarono subito e dissero: «per tutta la vita!»

Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci il disinvolto senza avvedermene, e quando me ne avvidi non mi stupì niente affatto.

— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse il Cavaliere.

— Ci conosciamo! — gridò mio suocero.

Intanto la signora Amalia, non dimenticando la scenetta combinata col marito, dichiarò senza batter ciglio che non si aspettava la nostra visita. Questa bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie.

— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato all'ultimo momento.

Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta gravità.

— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando la mano di mia figlia.

Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca.

***

— A primavera le nozze — sentenziò più tardi mio suocero; — intanto Laurina non andrà a scuola, e prometterà solennemente al babbo di studiare la storia moderna in casa; fino a primavera silenzio con tutti!

— Silenzio!

Era cosa giurata.

Forse perciò il sabato successivo gli amici erano informati di ogni cosa. Chi aveva parlato? Chi era il traditore? Ci guardammo in faccia e ridemmo.

Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e per tutta la settimana successiva non si lasciò vedere. Non era ammalato, tutt'altro; sopportava con coraggio la propria sventura e stava benone. Un giorno finalmente ci piombò in casa all'improvviso: era ilare, svelto. Si rallegrò con mia figlia e con noi, strinse la mano dello sposo e ci annunciò le sue nozze future.

— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi è la sposa?

La sposa era la signorina Alice, compagna di scuola di Laurina.

— È proprio una bambina — esclamò il vecchio pazzo in aria compunta. — Non ha ancora diciotto anni.

— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò mio suocero. — Qualche mostriccino in gonnella, spero?

Ohimè, no! la disgraziata era anche bella!

Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu visto per alcune sere aggirarsi nei dintorni di casa mia, come un'anima di pena; poi se ne tornò al suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta.


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