The Project Gutenberg eBook ofNabuco

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Title: NabucoAuthor: Ferdinando FontanaRelease date: May 3, 2008 [eBook #25312]Most recently updated: January 3, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Title: Nabuco

Author: Ferdinando Fontana

Author: Ferdinando Fontana

Release date: May 3, 2008 [eBook #25312]Most recently updated: January 3, 2021

Language: Italian

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the

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(Concorso SICCARDI)

Nabuco il Grande re di Babilonia, figlio di Nabopolassar, assediò due volte Gerusalemme e conquistò la terra. Orgoglioso delle sue vittorie, osò credersi superiore a Dio, che lo punì rendendolo pazzo; sicchè egli andò errando come bruto nelle foreste. Non ricuperò la ragione che poco tempo prima di morire.

PRESSO L'AUTORE-EDITOREPiazza Monforte, 1MILANO

LECCO 1893Tipografia e CartoleriaA. ROTA

Questo poema,—benchè opera a sè,—nella mia mente di autore-editore è il primo volume d'unaCollezioneche avrà per titolo generale «L'orrenda Macchia» e nella quale è mio desiderio di pubblicare scritti d'ogni sorta e d'ogni autore che giovino alla propaganda contro la guerra.

Oggi, iniziandola colNabuco, mi sia permesso, oltre qualche idea fondamentale, d'esporre anche i criteri speciali, che mi indussero a comporre un poema, anzichè un lavoro letterario di indole diversa.

*

La fine del nostro secolo, caratterizzata dagli eserciti immani, rassomiglia ad una foce strozzata da rupi enormi, alla quale faccian capo molti fiumi. Tutte le grandi quistioni, che agitarono sempre l'umanità, vi ribollono e vi rigurgitano, volendo ogni onda, ogni opinione passare per la prima; ma, fino a quando le rupi enormi—gli immani eserciti—staranno, sobboliranno invano le contese di priorità e rigurgiteranno ben anco in dolorose reazioni, poichè la paralisi, cioè la confusione, cioè la menzogna (che è il peggior male di tutti!), laddove impera lo spettro della guerra, si impadronirà sempre più di ogni partito, accada ciò nelle monarchie o in una repubblica come la francese.

Mentono infatti i conservatori d'ogni tinta, chiusi fra le crescenti spese d'armi, che la loro politica richiede, e la necessità di non poterla abbandonare; e si cammuffano da liberali, persino da socialisti, pur di procrastinare la propria rovina. Mentono i repubblicani delle monarchie e quelli della repubblica francese: impotenti i primi a smuovere popoli inermi, dinanzi ai quali stanno falangi tanto raffinatamente armate, da valere ogni loro soldato un battaglione di vent'anni fa; impotenti i secondi a fondare una vera repubblica, cioè federale come la svizzera e l'americana, e a compiere le riforme sociali, sola missione che possa avere una repubblica moderna. Mentono persino i socialisti, che, pur tanto numerosi e tanto bene organizzati in Germania, anzichè poter mettere in pratica il loro programma, debbono ancora, o chinar la testa agli ulani minacciati dall'imperatore, o limitarsi a lottare, sul campo ristretto d'un parlamentarismo eunuco com'è il tedesco, contro un'aumento di spese militari.

La necessità prima, dunque, la più urgente, è quella di abbattere quelle rupi; e il prender parte all'agitazione di chi mira a tale scopo è obbligo di ogni uomo che voglia pretendere il nome di civile, qualunque sia la sua opinione politica. Poichè, egli non può accampare il solito sofisma: «esser la guerra unanecessità storica» dovendo parergli evidente che lenecessità storichesono un derivato puro e semplice degli ambienti sociali; sicchè, se in tempi dal giure ristretto, quasi ancor schiavo della forza, poteva esser necessità il mantenimento della guerra, nei nostri, dal giure allargato, cioè capace di surrogarsi ai metodi arcaici della forza, diventa appunto necessità storica la sua abolizione.

Nè queste ragioni son di quelle, come si suol dire, campate in aria; no; poichè già abbiamo popoli che ce le mostrano ogni dì in pratica, quali la Svizzera e gli Stati-Uniti, che—per consenso universale,—sono afattipiù innanzi di noi nei metodi di civiltà.

Ivi la donna (pietra ai paragone, questa, per i popoli e per gli individui) è meglio trattata; non da mercanti di schiave truccati da cicisbei, come da noi, ma da galantuomini: nell'educazione, nelle leggi; tantochè essa può sperarvi molto meno lontana la propria compartecipazione alla vita politica. Il fanciullo più amato, non vezzeggiato soltanto. Il debole meno schiacciato dalla forza brutale, da balzelli, dal caro dei viveri, dalle fiscalità.¹ Il giure così perfezionato da render sacra l'ospitalità ai perseguitati politici. L'istruzione diffusa, larga, popolare. E, finalmente, i partiti politici, base prima della vitalità d'un popolo, nettamente definiti; non essendovi possibilità di confusione là dove tutte le opinioni possono essere ampiamente discusse, non soffocate da quei cannoni, i quali, come argutamente disse Filippo Turati, «hanno sì le bocche rivolte al confine, ma sparano dalla culatta».

¹ Negli Stati-Uniti le leggi obbligano il Governo a non far lavorare più di 8 ore tutti i suoi impiegati ed operai; colà non esiste il terribilelibrettodegli operai, il salario dei quali è, in media, 4 volte maggiore di quello d'un operaio italiano, mentre i viveri vi sono più a buon mercato che in Italia; colà finalmente gli operai sono armati, tantochè, prima di porsi in sciopero, gli operai di Homestead poterono esercitarsi alle armi liberamente su piazze pubbliche, preparandosi alla difesa!

*

Poichè è bene intenderci: Coloro che accusano gli amici della pace di voler ridurre gli uomini ad esser conigli o capponi, non possono essere che sciocchi o gente in mala fede; l'opera degli amici della Pace mirando appunto evidentemente allo scopo diametralmente opposto.

No, non contro ladifesadelle genti, ma contro l'offesa, muove la propaganda degli amici della Pace, dei demolitori dei grandi eserciti; essa mira, non a togliere le armi che ognun può impugnare a propria salvaguardia, ma a sciogliere la coalizione delle armi fatta a danno di tutti; non a toglier la rivoltella a chi deve attraversare un bosco, ma a strappar i tromboni dalle mani dei briganti che attendono al varco.

Ciò è tanto evidente, che gran parte della loro propaganda ha per argomento laNazione Armatae che i migliori loro uomini, come il Colajanni, ad essa dedicano attività di studi indefessi[1] volgarizzando, sì, l'odio all'arme liberticida, disumana, ma, in pari tempo, l'amore all'arme che si brandisce per il diritto; dimostrando a luce meridiana, che, perchè la guerra non sia, occorre chetuttiabbiano un arme; che quello delle armi non deve essere un mestiere, ma un diritto; che padrone dell'armi deve essere soltanto il popolo, la collettività, non una parte sola di esso; che la sola forza di un paese sta nel programma: «Tutti militi, nessun soldato» La qual cosa accade appunto nella Svizzera; laddove, (secondo gli stessi scrittori appartenenti ad eserciti permanenti) non solamente lo spirito militare è senza paragone immensamente più sincero, la mobilitazione più facile, la difesa sacrosanta della patria più sicura; ma la pace vi è naturalmente mantenuta, poichè ogni infame idea di conquista, cioè di aggressione alla patria altrui, vi sarebbe impossibile, chè gli stessi cittadini si solleverebbero contro a colui che osasse loro proporla, adoperando così quelle loro armi non per la guerra, ma contro alla guerra. Forte popolo, forte davvero, perchè fornito del buon senso di quel barcajolo, (di cui, forse, leggerete più innanzi) il quale, interrogato se in certo viaggio dovevasi portare una spada, che pur aveva servito a orribili gesta, esclamava:

Un arme?… Sempre!… Finchè è tristo il mondo!

¹ VediRivista Popolarefascicoli III, IV e V. (Luglio—Settembre 1893)

*

Chi non vede queste cose è un cieco; chi le vede e le nega è un iniquo; chi, giudicando l'età presente alla stregua delle passate, va predicando che i «bagni di sangue» sononecessità storicheè un rètore; chi crede che l'umanità potrà progredire,—cioè perfezionarsi fisicamente e moralmente, strumento vivo (nelle mani d'una forza ignota) la cui missione è di debellare la materia colle scienze, colle arti, con ogni umano ingegno—senza sciogliere prima la coalizione degli eserciti, senza prima escludere le cause d'ogni terrore, d'ogni inciampo, d'ogni indebolimento, d'ogni impellente menzogna giornaliera, che la obbliga a vivere nel minuto e non nel tempo,—costui è un visionario; chi odia la guerra e non offre, per quel che vale, la propria forza a coloro che si agitano per abolirla, è un vigliacco.

E poichè in memoria di quell'uomo veramente civile che fu Francesco Siccardi, l'Unione Lombardafece appello agli scrittori italiani per un opera letteraria, che rispondesse e giovasse ai suoi ideali, io credetti mio dovere di scrittore e di uomo civile di rispondere a quell'appello presentando al pubblico questopoema drammatico.

*

E qui, certo, qualcuno esclamerà: «Un poema drammatico!…—Ma credi proprio tu, che questa fosse la miglior forma letteraria, che potevi scegliere, specialmente a questi lumi di luna di verismo, e specialmente ora (e si può dire da molti anni) che i versi trovano, sui palcoscenici e nelle platee, avversari così numerosi e quasi nessun amico?»

In parte rispondo nelPrologoa queste osservazioni. In linea generale rispondo quì:

Il temperamento letterario italiano è innegabilmente lirico: lo provano le schiere innumerevoli dei nostri musicisti; lo prova il fatto, che, non soltanto furono e sono poeti due terzi almeno dei nostri grandi scrittori, ma poeti furono altresì la maggior parte dei nostri grandi uomini; che poeti furono: e scultori come Michelangelo, e pittori come Salvator Rosa, e principi come Lorenzino De-Medici e Vittoria Colonna, e prosatori come Boccaccio, e statisti come Macchiavelli, e matematici come il Vinci; e furon persino uomini di governo Dante stesso ed Ariosto.

Aggiungasi l'attitudine al verso ed al canto delle nostre plebi; la devozione con cui, a Napoli, a Palermo, a Roma, il popolo oggi ancora sta a sentire i declamatori dellaGerusalemmee dell'Orlando; i molti poeti vernacoli d'ogni provincia d'Italia (notate: quasi nessun prosatore vernacolo!) cioè i poeti più ingenui, direi quasi più indigeni, fra i quali molti sommi davvero e innegabilmente eguali, se non superiori, a poeti e scrittori nella lingua nazionale, come il Porta, il Meli, il Belli.

Che più!—Dopo tante lotte e tanti trionfi alterni di classici, di romantici, di veristi, ecc.; dopo tanta letteratura di indole così varia e così mirabile, che ci venne d'oltr'alpi, il temperamento lirico degli italiani è rimasto tal quale; sicchè si può affermare con sicurezza che basta ricordare iSepolcridel Foscolo, tanto al più raffinato critico guanto al mediocrissimo dei lettori d'Italia, perchè la loro ammirazione scoppi egualmente sincera, come se tutta l'intima loro natura si risvegliasse, non sminuita neppure dal giusto tributo offerto ad altre forme letterarie nostrali o forestiere che sieno.

*

Ma il temperamento italiano non soltanto è lirico, è altresì teatrale.

I nostri musicisti, infatti, sono quasi esclusivamente operisti; l'opera, anzi, è nata qui. Il risorgimento delle lettere vi dà, addirittura ai primordi, commedie dello stesso Macchiavelli e di Bruno, insuperate ancora nell'arditezza. Il poema di Dante si chiamaCommedia! Decisamente il teatro noi italiani l'abbiamo nel sangue, se—come alla lirica—statisti e filosofi al par di quelli, gli dedicano parte della loro vita.—L'abbiamo tanto nel sangue, che gli anglo-sassoni ci chiamano persino una «nazione teatrale».—Al che si potrebbe rispondere: che l'indole d'ogni popolo è fatale, ed ognuno—anche l'anglo-sassone—ha la propria, coi suoi difetti e colle sue virtù, colle sue esagerazioni e coi suoi equilibri. Ma si potrebbe soggiungere: che, per noi, il conservar questo temperamento teatrale è quistione anche di gratitudine; poichè esso ebbe la benefica influenza di tenerci vivi, nel mondo e fra noi, quando lo straniero ci schiacciava; quando, cioè, non potendo combattere battaglie, Guerrazzi scriveva dei libri, sì, ma, sulle scene, Goldoni era in fiore, e vi risonavano le melodie di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di Verdi e i versi di Alfieri, di Niccolini, di Manzoni e di Romani.

Quanto al gusto, alla moda odierna, mi sembra esagerata l'affermazione di coloro, i quali ritengono che al pubblico ripugni il verso sulla scena drammatica.

Al pubblico ripugna soltanto la monotonia, e piace la varietà. Il verso gli venne in uggia quando se ne abusò, come gli venne in uggia la commedia a tesi, e come sta per venirgli in uggia lapochadeper lo stesso motivo.—Ma già, nelPrologo, accenno a queste cose; qui mi sia concesso di osservare: che i fatti danno torto, anche nel presente, a quella affermazione; poichè, laddove il verso compare ancora sulla scena drammatica (e non son rare le volte) purchè vi compaja come varietà e non come consuetudine, e purchè gli attori siano eccellenti, il pubblico, specialmente la classe popolare, affolla ancora il teatro più dell'ordinario.

L'esser poi tali rappresentazioni quasi esclusivamente fatte appunto dai migliori attori, dimostrerebbe che esse richiedono maggior ingegno e maggior studio; cioè, che sono, in linea d'arte, d'unalegasuperiore alle ordinarie; sicchè sarebbe ignobile cosa, non solo il prestar ajuto al pregiudizio che le avversa, ma il non affrontarlo.

*

Dato adunque quest'evidente temperamento lirico-teatrale del popolo al quale io volevo rivolgermi, e del quale io sono parte, dovetti convincermi che avrei fatto opera disonesta—e di fronte ad esso e di fronte a me medesimo—col lasciarmi vincere da quel pregiudizio, il quale, nel rendermi dimentico delle tradizioni sue, avrebbe tolto a me la più preziosa e proficua dote d'un'artista: la lealtà; quanto dire: la franchezza di fare quel che si sente.

E, d'altronde, la forma del Poema drammatico—schiudendomi l'adito ad uno dei mezzi più efficaci di volgarizzamento qual è il teatro drammatico,—mi lasciava aperte anche, in pari tempo, le altre vie letterarie: cioè illibro, laconferenzae lascena melodrammatica.

Nulla infatti impedisce ad un poema (fosse pure il mio)—anzi gli può giovare—di esser letto e ponderato: vale a dire di poter ottenere il giudicio anche di quel pubblico più ristretto, è vero, ma più esigente, che non frequenta il teatro, ma si occupa di cose letterarie.—Quanto al servir di conferenza, G. Giacosa, colla suaChallant, ha dimostrato che in Italia non manca il pubblico da ciò.

Circa la possibile rappresentazione del mio poema le migliori assicurazioni mi furono date da eminenti attori:¹ e A. Ghislanzoni e molti musicisti mi tolsero ogni dubbio riguardo la sua possibile riduzione a melodramma, e alcuni maestri di musica, anzi, mi espressero già il desiderio di mettersi al lavoro.

¹ Giovanni Emanuel mi scriveva: «Non solo credo Nabuco rappresentabile, ma, se messo in scena come si deve, d'esito certissimo. Figurati con che cuore io te lo farei se stessi in Italia, ma debbo ripartire per l'estero…. e tu sai perchè! In Italia, pur non essendo degli ultimi, ed essendo, in ogni caso, fra gli studiosi e coscienziosi artisti, non riesco a…. E dire che ci starei tanto volentieri in questa Italia bellissima!… Il mio sogno era di far quattrini in America per poi tornar quì a dedicarvi all'arte nostra tutta la mia vitalità e la mia esperienza… Ma…. è un sogno ancora!… Basta…. lasciamo le geremiadi. Ti auguro un gran successo».

Mi permetto soggiungere cheNabucoverrà rappresentato dalla nuova compagnia di L. Pilotto e di E. Zaccone.

*

Non tacerò che, oltre le tradizioni del temperamento del popolo al quale io dovevo rivolgermi; oltre l'onestà mia di scrittore, che mi obbligava (anche per il mio meglio) a seguire la forma che sentivo dippiù; oltre lo scopo, non ignobile, parmi, d'andar contro ad un pregiudizio; oltre il criterio, che la forma del poema poteva darmi adito all'opinione pubblica per mezzo di ogni esplicazione letteraria—libro, conferenza, dramma, melodramma;— specialmente questo pensiero «di poter sposare alla musica l'opera mia» mi decise e determinò.

Herbert Spencer ha ragione: «la musica è linguaggio Universale.» Ed è perciò, che, dacchè l'umanità tende ad un ravvicinamento, ad un raggruppamento di tutte le sue forze verso quell'alta armonia di perfezione, che consiste nel maggior dominio possibile della materia (vale a dire nella maggior possibile felicità derivante da giustizia), la musica, presso le società antiche negletta, desta un'attrazione sempre più viva. Nessuna arte, adunque, più della musica,—più di questo linguaggio universale, che ha la magìa di commovere del pari facilmente uomini di disparatissimi paesi,—è meglio adatta a sposare l'idea universale che ispira il mio poema. Pensiero e linguaggio, allora, troveranno la loro completa forma artistica.

Certamente un poema non può essere un trattato, un volume di dati statistici. Trattati e dati statistici avranno il lor posto, del resto, nellaCollezione. Ora è un'opera d'arte soltanto; ed essendo tale, mira, come ilProximus tuusdi A. D'Orsi, più che a risolvere una quistione, a tenerla viva, a chiamar a raccolta tutti coloro nei quali sta il germe della risoluzione.

«La strofa d'oggi sarà un'articolo di codice domani» scriveva A. Ghislanzoni.

Sicchè l'opera mia,—per quel che vale,—avrà raggiunto il proprio scopo, se susciterà, almeno in un solo dei suoi lettori e ascoltatori, il desiderio di passare, eccitato dalla strofa, al campo del codice,—dal sentimentale al positivo;—il desiderio, cioè, di studiare gli scritti, che uomini eminenti, come il Siccardi, dedicarono a questa nobilissima causa.

IL PROLOGONABUCODAÌRAARGIASPZALAJEROBOÀM, EssenoAFRAISAB, gigante

KUNAREND |BÈRHAM |DARAB |GHEV | Capitani

BALTAZÀR |FASKUN |LORASP |TOGHRUL |GURGHIN | Cortigiani

NUSHÈH |MAHAFERID |GERIRÈH | Dame

EFRAIM, schiavo ebreoJERAK, magoORMUZDE, battelliere

Soldati—Satrapi—Sacerdoti—Schiavi medî, egizi, sciti, ebrei—Dame, Danzatrici, Citarede.

A Babilonia.—600 a. C. circa.

Io sono il vecchio Prologo, ma vecchioCosì per dir; poichè l'Arti non hanno(Ed il Teatro, mio padron, con esse)Un'età. Ben lo so: la moda e il gergoDei critici, talor, sembrano imporreAll'Arti Belle coll'età un costume….Ma ridon l'Arti di critici e mode!Figlie d'un Vero, che Finzion si chiama,Piace ad esse vestir gli idoli e l'areIn varie foggie. Ad ogni nova foggiaI critici invasati afferman «quella«Esser la sola che accettar si debba».Ma ancor finito d'affermar non hanno,Che i devoti s'annojano, esclamando:«O classici, o romantici, o veristi,«Siete uguali per noi!… Se mutar foggia«Vi garba,… meglio!… A noi basta del Nume«La presenza sentir!»

Ond'è, signori,Che il buon pubblico ancor del pari ammiraGoldoni e Shakespear, Ibsen e Labiche;Nè, forse, gli dorrà che sia poemaQuesto spettacol scenico, per l'altoConcetto suo.

Lagrime e sangue grondanoDella Storia le pagine; e di tanteVittime e tante, che immolò la guerra,Ignoto è il nome; sol vive il ricordoDei più truci carnefici.—FeliciFuron costoro almen?—No!—Dell'umanaLetizia fecondar non può le ajuoleLa rugiada del sangue.—Da quei campi,Ove sepolti i cadaveri a milleA fior di terra stanno, o abbandonatiTra solchi immondi, un vibrïon s'adergeA vendicarli!—E te, forse, alla golaGhermì a Sedan, o Federico, o biondoImperator, che pur mite nascesti;E te, o Nabuco, al cerebro ghermìa.

Or dunque, o genti, perchè ancor vorresteEsser vittime voi, se neppur dànnoFelicità ai carnefici quel sangueChe per lor voi versale, e quelle lagrimeChe versano per voi le vostre donne?Qui Nabuco evochiamo; ed egli stesso,Egli, l'orrendo sacerdote anticoDi questa orrenda religion dell'armi,Urli e ripeta colle labbra sue:«Anatèma alla guerra!»

Del poetaQuesto il pensiero,—A lui, siate cortesi.

Nella reggia di Babilonia.—Grande atrio in fondo.—Al di là dell'atrio vasto terrazzo, dal quale, per uno scaleo, si scende al cortile d'onore.—Il trono a destra, verso il proscenio.—Sul trono lo scettro e la corona.

DAÌRA e ARGIASP

(Daìra vien frettolosa dalla destra, in fondo—Argiasp l'insegue).

Perchè sempre mi sfuggi?

E perchè sempreMi segui tu?…—La figlia di MitràneIo sono; di colui, che fra i nemiciFu di tuo padre.

E n'hai tu colpa?…

(dopo averla amorosamente fissata un istante, prendendole una mano)

VuoiEsser mia sposa?

DAÌRA (ritraendosi)

No….

Chi preferirmiDunque potresti?…—È vero, io re non sono;Ma Nabuco, partendo, a me affidavaIl poter suo; sicchè nessun m'è eguale.Polvere son gli umani eventi. Il soffioDel destin li sconvolge e li rimuta!È Nabuco lontan; per lui qui stannoLa lealtà d'Argiasp, i parassitiDella sua stirpe, e l'eco affascinanteDelle vittorie sue.—Ma s'ei morisse?…S'io lo tradissi?… Se, genìa mal fida,Dei cortigiani il gregge a un re novelloRivolgesse la fronte, e la vittoriaA lui le terga?—Qual sarebbe alloraLa tua sorte, o fanciulla?…—Io sol salvartiPotrei…. se m'ami….

E s'io non t'amo?

Ha l'odioArdenti impeti in me come l'amore!

E sia. Dunque al tuo amor dica il tuo odio: ch'io non lo voglio; e all'odio tuo l'amore Risponda: ch'io non so temerlo.

(fa atto d'allontanarsi)

(le prende un lembo della veste per trattenerla e, inginocchiandosi, lo bacia).

Ah…. no….Fèrmati!

Addio!

(Essa gli strappa il lembo dalle mani e scompare per lo scaleo, mentre, a destra, sopravviene Zala).

ARGIASP (in ginocchio)

Io maledico, o Sole,Al tuo splendor!… Di qualche torvo incantoLa preda io son, perchè ai suoi piedi io possaCosì strisciar!

E tu esser re dovresti!

ARG. (alzandosi)

Non l'han voluto i Numi eterni….

ZALAI NumiStan coi forti soltanto! Ancor NabucoÈ lontano, fratello.

E la mia fedeSacra.

No…. infame!… Poichè infame è quellaChe un figlio giura, del padre obliandoLe lagrime e la morte!

Io non doveaForse giurarla; ma giurarla volli,E, sacra o infame, la terrò.

Stoltezza!Satrapo di Nabuco esser non puoiTu, che suo re nascesti; e, re, è tuo drittoStringer fedi e dissolverle.—Ma spenseAdunque in te della lascivia il fangoOgni scintilla di memoria?—SeiTu mio fratello?…—Fu una carne istessaQuella che ci creò?—Perchè non ioAll'armi nacqui e tu ai femminei vezzi?

(additando il trono)

Ah,… guarda…. là!—L'ultima volta il padreNoi là vedemmo; noi, bimbi tremantiColle catene ai polsi!… Ei rantolavaNell'agonia suprema, e si torceva,Pallido come pario marmo, gli occhiSbarrando intorno!… E, dall'aperta gola,Colava il sangue! Il suo prezioso sangue!…Il sangue nostro!…—Giù colava a fiotti;Giù, sovra il petto; giù, sui fregi d'oro;Giù, sulle gemme, come rosso serpe;E dilagava a terra, ove vinceaIl color delle porpore!—Ah, potessiViva evocar l'abbominevol scena!Far che nell'aria risonasse ancoraQuel rantolo! E, dal suolo, ove alla figliaD'un carnefice suo tu ti inginocchi,Raccôr potessi di quel sangue un grumoPer gettartelo in volto!

(Acclamazioni in lontananza)

Or quali grida?

DAÌRA (dallo scaleo, accorrendo)

Oh, la lieta novella!… Il re è tornato!

Il re?…

Nabuco?

Si…. Fa ressa, intornoAd un drappel di cavalieri, il popoloAlla porta di Belo.—«Il re ci segue!»Gridan essi, «Lasciateci alla reggiaRecar l'annunzio!»—Ma la folla chiudeA loro il passo, colle mille boccheMille domande a lor volgendo.

ARG.(fra sè, osservando Daìra)

LietaMai la vidi così!

ZALA(piano ad Argiasp)

Tutto è perduto!Va…. T'affretta…. Ti prostra!… Io, nella reggia,Ove nacqui, l'attendo.

(s'allontana a sinistra)

DAÌRA(a Argiasp, che muove verso lo scaleo, andando a lui)

Teco, Argiasp,Verrò….

ARG. (ironico)

Di non seguirti a me imponevi….E me seguire or vuoi?

DAÌRA (scostandosi)

No…. Va tu solo!…D'un inutil sarcasmo ebbe la penaLa mia inutil richiesta…. All'occhio mioNulla sfuggir potrà s'io là rimango.

(indica il terrazzo in fondo e muove ad esso)

DAÌRA sul terrazzo—CORTIGIANI che vengono d'ogni parte, s'incontrano, parlano fra loro con concitazione—Fra i cortigiani, BALTAZÀR, LORASP, FASKUN, TOGHRUL, GURGHIN, NUSHÈH, MAHAFERID, GERIRÈH—Voci, grida e squilli man mano più vicini.

LORASP (accompagnato da Mahaferid, venendo dalla destra, a Baltazàr, che giunge con Nushèh dal lato opposto)

Fulmineo ritorno!

E ingrato forseA molti.

A chi?

Meglio d'ognun tu il sai.

MAHAFERID (indicando Baltazàr)

Io so che insulti i suoi sospetti sono.

GURGHIN (incontrando Faskun)

Fulmineo ritorno!…

E trïonfale,Gurghin!

Nè ai canti di gloria e di giojaMancherà la mia voce!

È dessa stancaForse di mormorar sempre nell'ombra?

GURGHIN(con terrore e ipocrisia)

O Faskun, tolga Belo che tu maiAlla calunnia porga orecchio!

(si lasciano)

BALTAZÀR(incontrando Faskun)

MutaIn pecorelle timide i mastiniL'apparir del leone!

È vecchia storia!

(squilli nel cortile)

DAÌRA (sul terrazzo)

Eccolo!… È desso!… Il Re!

TUTTI (accorrendo al terrazzo, mentre Daìra, pensosa, se ne allontana)

Viva Nabuco!

MAHAFERID (a Gerirèh, mentre osservano entrambe nel cortile)

Sta sulla soglia della reggia Zala….

A lei si inchina il Re, non essa a lui,…

(Acclamazioni e nuovi squilli nel cortile)

DAÌRA (fra sè)

S'ei, vedendomi, più non ricordasseChi son, n'avrei troppo dolor!—NascondermiVoglio…

(dopo aver pensato un momento, come decisa, indicando a sinistra)

Là!… Sì…. Là!… Nel giardino antico,Ove, fanciulli, insiem stavam sovente!

(come ricordando)

Nascosto fra i cespugli, ei m'attendeva,Su me piombava e mi ghermìa… mentr'ioDicea ridendo: «No… bel leopardo,«Alla gazzella tu non fai paura!…»

(Nuove acclamazioni)

Di rose gialle, a lui sì care un giorno,Vo' mandargli un canestro… e, s'ei ricordaQuei fiori ancora, a lui n'andrò sicuraCh'anche Daìra non può aver scordato!

(S'allontana rapidamente a sinistra.—Intanto la scena s'è nuovamente popolata.—I cortigiani fanno ala allo scalco).

AFRAISAB, il gigante—KUNAREND, BERHAM, DARAB, GHEV, poi NABUCO, alla destra del quale ARGIASP, alla sinistra ZALA. Dietro ad essi Capitani, Schiavi Medi, Egizî, Sciti, Ebrei. Fra questi JEROBOÀM e EFRAIM.—Detti.

AFRAISAB (apparendo dallo scaleo, con voce tonante)

Largo a Nabuco il re!

(Gran movimento—Si lascia libero il passo—Squilli, rintocchi, canti, acclamazioni, grida in scena e fuori),

Gloria a Nabuco!

NABUCO(avanzandosi, riconoscendo Faskum, poi Baltazàr)

O mio vecchio Faskum…. E tu, tu pure,Fedele Baltazàr….

Signor, la giojaMi toglie la parola….

LORASP(avanzandosi con Mahaferid)

A noi degnateUno sguardo!

(indicando Mahaferid)

Mia figlia….

E tu?

LoraspEgli è….

Del sangue tuo….

ZALA (superba)

Sì, il regal sangueDi Sàrak!…

NABUCO (ironico)

È regale la bellezzaSempre…. e la forza….

(Va al trono e vi sale.—Afraisab gli porge lo scettro, mentre Argiasp gli toglie l'elmo e gli pone sul capo la corona).

Gloria al Re!

Le spadeOr deponiam.—Di Babilonia vintiI nemici son tutti. Egizî, e Medi,E Sciti, e Ebrei noi le traemmo schiavi;E quelle mani, che alla sua rovinaVolgevan l'armi, or diverranno ancelleDella sua gloria; e innalzeranno eccelsiTempli ai suoi Numi; e aggiogheranno l'acqueDell'Eufrate ribelli; ed in un vastoGiardino muteran questo soggiorno;E a me, che stringo nel mio pugno il mondo,Eleveran statue d'argento e d'oro,Che culto avranno come i simulacriD'Auramazda e d'Istàr.—Nume son ioCom'essi!… A terra!… Innanzi a me prostratevi!

JEROBOÀM(agli Ebrei che lo circondano)

Ah, per Gèova…. no!… no!… Nessun di voi,O fratelli, si prostri.

ARG.(a Jeroboàm e agli Ebrei)

A terra!

TUTTIA terra,

O schiavi!

A terra non cadrem che spenti.

AFRAISAB (ai soldati indicando Jeroboàm)

Ch'ei muoja!

No…. soltanto i forti atterraNabuco!… Ch'egli viva.

E più feroceCosì sei tu,… chè men peggior la morteÈ del vivere schiavi, e vecchi, e ciechi!

Chi sei?

Jeroboàm, figlio d'Elia,Degli Esseni di Kyriat.¹

¹Kyriat Sefor(la città dei libri) mutò il nome in quello di Debir, non meno significante, perchè vuol dire «seggio della parola e dell'oracolo.»—La si chiamavaCittà dei libri, fin dall'epoca di Giosuè.—Un passo del Talmud dice: «Vuoi fare acquisto di sapere? Va presso i dottori del mezzodì» cioè in quel paese, che sta al sud di Gerusalemme ed è limitato a levante dal lago Asfaltide, e fu per la Giudea quel che l'Attica per la Grecia e la Toscana per l'Italia.—Ivi abitavano gli Esseni, che incarnavano il tipo migliore dei migliori repubblicani d'ogni tempo, perchè amanti della libertà, odiatori dell'accentramento e dell'ipocrisia, miti e forti. Filone nel suo libro «Ogni uomo probo è libero» dice, che si chiamavano Esseni o Essei da una voce siriaca, che valepio, santo, benigno, o parla a lungo della loro abilità medica, della loro longevità in causa del vivere temperato e operoso, delle facoltà profetiche che venivan loro attribuite, della loro morale, che condannava la schiavitù obbligandoli a servirsi l'un l'altro, ad esser proclivi al perdono, e poggiava sulla triplice base: l'amor di Dio, della virtù e degli uomini.—Il Talmud parla pure d'una scienza segreta degli Esseni, per meritare d'esser iniziati alla quale, condizione precipua era di saper vincere l'ira.—Il volgo credeva che deducessero l'avvenire dai sogni.—Non priva di fondamento è l'opinione che Gesù Cristo facesse parte di questa nobilissima setta. Conferma appieno questa opinione il modo allegorico, figurato (e quasi sempre con figure desunte dalla vita campestre) che Cristo ha comune cogli Esseni; i quali, com'egli ripete tante volte, solevan dire: «I precetti fanno il corpo della Scrittura, l'allegoria lo spirito.»—Gli Esseni prendevan parte alla vita pubblica, poichè essi non eran asceti, ma uomini che accoppiavano il pensiero all'azione.—Flavio e lo stesso Alessandro Severo tessono le loro lodi per l'invincibile coraggio che mostrarono nell'opporsi all'invasione romana; dice il Benamozegh,Storia degli Esseni(Firenze 1865): «Patirono il ferro, il fuoco e la mutilazione dei membri e la morte stessa, senza che una sola lagrima venisse a implorare la pietà del carnefice.»

Chi volesse conoscere meglio gli Esseni legga il bellissimo libro di G. De-Castro,Fratellanze segrete, cui attinsi queste brevi notizie.

Il tuo nomeRammento.—Un dì, quando la prima voltaSoggiogai la Giudea, chiedendo paceCon altri di tua setta a me venisti.Quì schiavi, fin da allor, trarvi potevo;Ma, affascinato dalla luce arcanaDell'intelletto vostro, a voi lasciaiE vita e libertà, tenue tributoImponendovi ogni anno. Indi all'EgittoRivolsi l'armi.—Or ben qual fu la fedeChe mi serbaste?—Voi poneste a morteChi, in nome mio, raccogliere doveaIl tributo promesso, e me assalisteAlle terga. Ma invan!… Vinti gli Egizî,A voi tornai;… e, allor, pietà non ebbi.

Noi trucidammo il messo tuo, che insultiLanciava al Tempio; e i tuoi guerrieri, a mille,Trucidarono a noi donne e fanciulli!Ascolta!… Ascolta!… A me crescea d'intorno,Come campo di spiche rigoglioso,Una vasta famiglia. Eran canzoniDi robusti pastori; erano nenieDi belle madri dal rigonfio seno;Eran trilli di bimbi, a me avvinghiatiNell'impeto talor di affettuosaFestività infantil, sì ch'io sembravoGrappolo enorme dagli acini lietiRiboccanti di succo!…—Io non li vidiPerir pugnando i miei gagliardi figli,Ma, morti, a me furon recati!… Vidi,Ahi, vidi, sì, sotto ai miei occhi, predaDei tuoi soldati, le mie donne, urlando,Invocare la morte, e benedirlaQuando, dal petto lor, col sangue e il latte,Dalle larghe ferite uscia la vitaE l'ignominia era compiuta!… E vidiI miei bambini palpitar sbranatiA me dinnanzi…. E udii l'orrendo schiantoDelle piccole teste alle paretiFra le risate…. E mi sentii sul volto,Sangue del sangue mio, mia carne istessa,I cerebri schizzarne!… Ah, tanto io piansiDa quel tremendo dì, che gli occhi mieiPiù lagrime non han,… non han più luce!

NABUCO (ironico)

Dio vendicò quel dì gli Amaleciti!

JER.(con grande impeto)

Sul capo tuo cada il lor sangue e il nostro!Iddio giudicherà!

Non più!… NabucoResponsi attende dalla propria spadaSoltanto….

(pausa)

Alle sue cure ognuno ritorni.Alla pena gli schiavi; ai vezzi loroLe donne; ai riti i sacerdoti; ai balliEd ai conviti chi il piacere adora;…E ai suoi pensier Nabuco.

(Tutti si allontanano.—Scende la sera.—Presso lo scaleo viene accesa una lampada)

NABUCO solo, sul trono.

NABUCO (cupamente)

E di NabucoSono i pensieri, ahimè, i nemici soliCh'egli teme!…—La terra e il mar son vasti;Ma, ad averne l'imper, basta una spada!Oro, gloria, poter:… facili predeDi volgari nature! Io li posseggo,E non son lieto!…—Anch'io ringhio ed addento,Come il mastin, se alcun li tocca…. Il suoBrandel di carne esso difende, ed ioIl mio frusto d'impero…. Eppur, s'acchetaIl mastino satollo;… ed io non trovoRiposo invece!… Un mendico, che gemeAgonizzante per eterna fame,Sta in me Nabuco onnipossente: e invano,Per sazïarlo, io gli gettai finora.Cento vittorie, e cento regni, e il mondo!…Ei sempre grida: «No! Non questo ciboMi sazia!…»

(Depone la corona e lo scettro—A poco a poco notte completa)

Ora vediam: Tutte le coseHanno una forma ed un mister: mutareNoi la forma possiam; ghermir l'arcanoMistero…. forse!….—Ogni volgar naturaDella forma si sazia; ogni divinaSazierebbe il mistero?… Io del misteroLa conquista tentar dunque dovrei?Oh, l'immane fatica!… In suo confrontoGioco mi par di cerretani quellaChe già compii….

(alzandosi, come allucinato e come parlasse a un fantasma che sta in lui)

Ma, orsù, rispondi: «È questoForse il cibo che chiedi?»

(come dando ascolto e come ripetendo parole che gli giungono vagamente)

È questo!… È questo!

(con un grido, ergendosi della persona)

All'opra, dunque!… All'opra!

(ricade accasciato sul trono, momento di pausa)

Ahi, quante volteIo fin qui giunsi…. e poi caddi spossato!Non dell'armi il valor quì la vittoriaPuò darmi! E, lo potesse, ad ogni cosaDovrei muovere battaglia; poichè ognunaHa il suo mistero!… E, li vincessi tuttiDella terra i misteri, in alto io volgoLo sguardo….

(fissa lo sguardo in fondo, dove appare il cielo stellato)

Il ciel tutto si ingemma d'astri….Ed ogni astro è una sfida.

(alzandosi, con impeto)

E sia!… Degli astriAlla conquista!

(ricadendo accasciato)

E come?… Son lontani….E ignota è a me la forza, che potrebbeFino ad essi sospingermi!—La forza?Che è dessa mai?…. Quella d'Afraïsàb,Che cento affronta e uccide o fuga; o quellaD'Jeroboàm, che, vinto, parla…. e vinceMe, Nabuco? È la mia, che il mondo doma;O quella dei sapienti di Giudea,Che affascinò la mia?

(scende dal trono e passeggia)

Popolo grandeDagli ermetici libri e dai profetiChe leggono nei cieli….

(come stanco va a sedere sui gradini del trono)

«A re Nabuco«Gloria!»… E Nabuco è un bimbo che si affannaPer un balocco che gli vien negato,E quei che ha già farebbe in pezzi!

(si copre il volto colle mani.—Pausa.—La luna sorge; un suo raggio penetra dal fondo).

VOCE DI DAÌRA(che s'avvicina, a destra, cantando)

La rosa gialla come l'or risplende;Essa alla pesca il profumo involò;Sicchè del frutto il desiderio accende,E pesche vuol chi rose gialle amò!

NABUCO(fra sè, sollevando il volto)

E cantaCostei!

DAÌRA e NABUCO.

DAÌRA (viene dalla destra e fa per attraversare il terrazzo —Ha un lembo della veste rimboccato,—Canta.)

O rose gialle, o belle rose gialle!

(essa giunge dove cade ti raggio di luna)

NABUCO (riconoscendola, accorrendo a lei)

Daìra!….

(l'afferra la porta sul trono, e poscia siede ai suoi piedi).

DAÌRA(dando un grido, poi ravvisando Nabuco e ridendo)

No, bel leopardoAlla gazzella tu non fai paura!

NABUCO (contemplandola)

Sempre la stessa!

Me Nabuco, adunque,Il gran re, ravvisò si tosto?

NABUCO (sorridendo)

Errai….Tu Daìra non sei:… quella DaìraCh'io conobbi bambina…. Tua sorellaCerto ella fu!…

Di lei men bella io sonoForse?

Oh…. molto dippiù!

Tu pur non seiIl Nabuco d'allora!… Egli era forte,È vero, come te;… ma il volto aveaPallido e delicato.—Oggi di bronzoQuel volto par….

Di quel Nabuco io sonoMen grato a te?…

(abbandonando il lembo della veste e lasciando cadere su Nabuco le rose gialle che vi teneva raccolte.)

Prendi!

NABUCO (con grande allegrezza)

Ah…. Le rose gialle!…Le mie rose!…

Ed è ancor l'istesso cespoChe le fiorì!

NABUCO (sorridendo)

Fra l'ultime, ch'io vidi,E queste…. quanti eventi per Nabuco!E per te?…

Nulla…. Ah, si…. Le rose!… AvvoltaNel mio mantello, ad esse, nell'inverno,Io ne andavo ogni giorno, a preservarleDall'insulto dei venti e delle brine;Poscia, al tornar di primavera, quanteAssidue cure per toglierne i bruchiDelle piante carnefici!—GiungeaL'estate…. Oh, allora, il mio trionfo!…—SolaColle mie rose dall'alba al tramontoSempre restavo, corone e ghirlandeTessendo all'ombra.—Sovente la notteAd esse ne venia.—Oh, come acutiSon gli olezzi dei fiori nella chetaOscurità notturna!… Io, per arcanaVoluttà, ne fremevo!…—Ahimè, l'autunnoTutto spogliava il mio roseto…. ed ioCader vidi talor, calda rugiada,Sulle foglie disperse a me dinnanzi,Qualche lagrima,… ch'io non comprendeaQuale dagli occhi mi spremesse vagaIneffabil mestizia!

NABUCO (sfogliando delle rose)

Il mio rosajoEra la guerra; e a sorvegliare il campo,Chiuso nel mio mantello, anch'io ne andavoNel verno; io pur temer dovea gli assaltiCoi novi soli; ed a me pur l'estateApportava trionfi, e tetri giorniL'autunno!… Dunque hanno vicende egualiRose e battaglie!—Ami tu ancor le rose,O mia Daìra.

Sempre!

Io le battaglie,Ahimè, non amo più.

Lieta ne sono….Così qui resterai…. E, se la brama,Te ne riprende,… ebben…. t'offro le mie!I bruchi ucciderai!…

NABUCO (ridendo)

Ah…. Ah…. NabucoDebellator di bruchi!…—E sia!… MutatoNon sarà forse il mio destin sì tantoCome appar sulle prime! Bruchi anch'essi,Inver, gli uomini son!… Poter, ricchezza,O voluttà,… ciascun vuol la sua rosa!

Or dunque, vieni.—Del giardino antico,Quando la luna vi piovea, ricordiGli incanti?—Or vedi: alta è la luna, e, sovraI cespi, a mille s'aprono le rose.Io di là vengo, nè mi parve maiCosì pieno di fascini!… La lunaVuol che le rose d'or sembrin d'argento;Ed esse a lei rimandano indoratiI raggi suoi….

È una battaglia!

Quello,Dunque, è il tuo posto!… Vieni….

NABUCO (baciandola)

Oh, la giocondaMia Daìra d'un tempo!

Io la sorellaNe sono….

NABUCO(allacciandole d'un braccio la persona)

Ebben tu come lei mi piaci!

(s'allontanano per lo scaleo).


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