I Pedanti.
Con questi signori c'è poco da scherzare. Sono inesorabili e non la perdonano a nessuno.
Il Malherbe era agonizzante e sentendo pronunziare dalla domestica un solecismo, s'alzò furioso dal letto e la riprese acerbamente.
“Come mai — gli disse con dolcezza il confessore che lo assisteva — in un momento solenne come questo, avete cuore d'occuparvi di cose così frivole?„
— Ah! Padre, — rispose il Malherbe — io difenderò anche nel mondo di là la purezza della nostra lingua —
Ecco l'ufficio dei pedanti: difendere ad ogni costo la lingua. Non discutono, non vogliono affatto entrare nelle vostre quistioni storiche, letterarie e scientifiche. Siate cristiani o buddisti, atei o asceti, poeti o storici, romanzieri o filosofi;essi vi fanno una sola domanda: “Come parli?„
Il pensiero lo lasciano a voi. La loro inchiesta minuta, scrupolosa, incessante è sulle parole, sui costrutti, sui reggimenti, sulle particelle.
E non ci sono difese che valgano. Tutti debbono parlar bene, tutti, anche gli animali. Sì, se sono animali domestici, se vivono in casa, a nostre spese, debbono rispettare la lingua. Non lo dico per celia. Mauro Ricci racconta un aneddoto curioso. Sentite.
Un pedante se ne sta alla finestra a godersi il fresco mattutino. Un suo galletto viene fuori con uno acutochicchirichì. “Chicchirichì!— esclama lui, — vediamo un po'.„ Inforca gli occhiali ed apre il grande dizionario della Crusca.Chi, chi, chi... finalmente trovaChicchirichì — voce fatta per esprimere il canto prolungato del gallo.
Il nostro uomo non sta nei panni, corre alla finestra e grida: “Sì, sì, hai ragione! Bravo, bravo il mio galletto, ripeti il tuochicchirichì!„
Ma proprio in quel momento una pettegola di gallina si mette a schiamazzare:coccodè, coccodè!“Coccodè, no, non mi pare!„ Inforca di nuovo gli occhiali e ritorna alla Crusca-vangelo.Co, co, co..... Il suo volto si rannuvola, la mano gli trema. Che è successo? Questo benedettococcodènon è registrato.
“Lo avevo detto io!„ e come un pazzo va alla finestra e grida: “Taci, taci, ignorantaccia!„
La gallina invece seguita a fare il suo comodo.
“Ah! sei dura? Adesso ti servo io!„ e a tutto fiato grida: “Teresa! Teresa!„
Corre spaventata la domestica.
— Padrone!
“Teresa, tira il collo a quella gallina.„
— La faremo a lesso?
“Nossignore, tirale il collo e gettala ai cani. Non ne mangio di quella roba, io.„
— Ma, signor padrone.....
“Meno ciarle, ai cani, ai cani!„
La domestica, forse abituata a simili stranezze, esce dalla stanza; ma il padrone la richiama.
“Teresa, stamattina doppia razione al gallo. Quel gallo merita tutti i riguardi.„
Fortunatamente di questi ultra-pedanti ne abbiamo avuti pochi; pochi sono arrivati a mandare alla forca una povera gallina e a nominare Commendatore un gallo, ma tutti sono inesorabili.
Il giudice spesso si commuove ed assolve, il critico, anche il più severo, alle volte si impietosisce ed ha una parola di semi-lode per un povero diavolo; il pedante, no, non transige. Ha giurato eterna fedeltà alla sua sposa: alla lingua. Egli non giudica, controlla; non esamina, verifica. Siete un bravo scrittore, i vostri libri vanno a ruba? Ma se disgraziatamente vi sfuggono due o tre francesismi, addio! Il pedante vi chiama barbaro e vi scomunica. E non c'è acqua lustrale che vi purifichi. Voi non siete degno diessere chiamato scrittore, voi non avete studiato a dovere la lingua!
***
Ma è davvero curioso il pedante! Egli divide le parole in categorie: parole rozze e gentili, aspre e dolci, nobili e plebee, in uso, fuori uso, in disuso: tollerate, decadute, morte; e di ogni parola vi fa la storia, vi racconta le scappate, le avventure, i torti, i soprusi. Aggiungi poi le simpatie e antipatie. Questa parola è italiana italianissima ma è antipatica. “Non adoperate mai la parolatruppa— sentenziava il Puoti — essa mi ricordatrippa!
Il Salvini ad un modesto letterato, che aveva sottoposto al giudizio di lui certe novelle, diceva: “Non c'è male, ma noto una scarsezza disi; spargetene a larga mano. Ilsiè un aroma„, e si lambiva il labbro superiore come se avesse gustato davvero una ciambella.
Il Napione non predicava che guerra ai francesismi; ed era divenuto così furibondo contro la nostra Consorella da preferire in Piacenza l'antico ponte di legno al bellissimo ponte di pietra, solo perchè quest'ultimo fu fatto costruire dal Bonaparte francese.
Paolo Brozzolo padovano traduce una, due, tre, undici volte Omero e in ultimo si scanna, perchè non è contento del suo lavoro!
Del Padre Cesari non ne parliamo. Il poveretto compone, traduce, insegna, discute, prega, sogna nella lingua del trecento. Con una pazienza da cappuccino raccoglie tutte le frasi, i proverbi, gl'idiotismi che si leggono nelDecamerone, nelloSpecchio della penitenza, nelleVite dei Ss. Padri, neiFioretti di s. Francescoe dice: “Se volete scrivere bene, ecco il materiale!„ Il poveretto non sa prendere la penna in mano, senza ricorrere al trecento: làle perleel'oro di lega.Traduce leLettere familiaridi Cicerone e le imbelletta di frasi auree. Cicerone, ad esempio, scrive ad Attico che vorrebbe volentieri maritare la sua Tullia; e il Cesari spiega: “cavami, se nulla se ne può fare, questo cocomero di casa„. Traduce leCommediedi Terenzio e le lardella di motti triviali e plebei. L'autore latino scrive: “Dii deaeque perdant„; lui spiega: “Ti venga il cacasangue„; un personaggio in fine di vita esclama: “Pereo„, il nostro pedante gli fa dire “Puoi andar per il prete„. Prete! Quale prete? se al tempo di Terenzio non c'erano ancora preti! “Silenzio! — ci grida il Cesari — io muoio„ è un modo di dire molto comune, “puoi andare per il prete,„ è una bella frase.
Era un brav'uomo il Padre Cesari. Di animo mite non avrebbe dato fastidio all'aria, nè serbava rancori con quelli che lo deridevano. Soleva dire, come il Divino Maestro, perdonate loro, perchè non sanno quello che si fanno. Ma quandosi trattava di lingua, addio calma, addio pazienza: diveniva una belva ed era capace di gettare alle fiamme opere pregevolissime, in cui la forma non fosse stata secondo il suo gusto. Curioso nei precetti di retorica. Domandategli che cosa è l'eleganza. Vi risponde subito: “Per eleganza io intendo un'ispezialità, uncertospirito che ricevono le parole dacerticongiungimenti, onde pigliano uncertolustro„. Vi siete persuasi? l'eleganza è composta di tre certi, che messi insieme producono.... l'incerto!
E il Puoti? La parola era per lui qualche cosa di luccicante come l'oro. Perdonava le sgrammaticature, gli errori di ortografia, ma era inesorabile con la lingua e con lo stile. La sua ricetta era questa: studiare gli scrittori del trecento, prima quelli di stile piano, poi quelli di stile forte, poi quelli di stile fiorito, in ultimo, come piatto dolce, Dante e Boccaccio.„ Il Marchese — dice il De Sanctis — faceva un minuto esame delle parole, parte benedicendo, parte scomunicando. Questa è parola poetica, questa è plebea, questa è volgare, questa è troppo usata. L'è un arcaismo! L'è un francesismo! Accompagnava queste sentenze con lazzi, esclamazioni e pugni sulla tavola. Spesso stava una mezz'ora ad acchiappare una parola o una frase che non voleva venire e tutti gli scolari a suggerirgli e lui a dar col pugno sulla tavola e a gridare: No!
Il povero Villari aveva scritto in un suo lavoro:“alcuni studiano la teologia o la medicina o la giurisprudenza„; il Puoti corregge: “sono di quelli che studiano la divinità, di quelli che danno opere alle mediche scienze, molti alla ragione civile e ai canoni„.
Ma oggi chi studia più leGraziedel Cesari e l'Avviamento al ben comporredel Puoti? Ieri erano consultati come oracoli e condannavano spietatamente, oggi destano un senso d'ilarità.
Poveri pedanti! Credevano che la lingua italiana fosse una lingua morta e perciò vestiti di toga volevano conservarne il sepolcro.
Ma la nostra lingua è sempre giovane, come la natura, e sorride in una eterna primavera di amore e di gloria, mentre quei poveri pedanti stanno là, nella vostra libreria, come sovrani spotestati, cui non resti che una vecchia corona di bronzo e una spada arrugginita!
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Ma non li mettiamo alla berlina.
Sono originali, è vero, sono curiosi, bizzarri; ma un po' di bene l'hanno fatto.
Noi italiani siamo stati molto disgraziati nella lingua. I Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli — che oggi con tanto entusiasmo inneggiano alla nostra indipendenza! — tra gli altri servizî vennero pure ad imbastardirci la lingua. Ci toglievano la libertà, spogliavano i nostri musei, le nostre chiese,ci gravavano di balzelli e in ricompensa ci regalavano... parole.
Da una parte i dialetti, da l'altra le invasioni: la nostra povera lingua divenne “un'insalata di molte erbe.„
Che Torre di Babele! E questa torre era così alta che si mise in campo una graziosa novella. Si disse: dovete sapere che Domineddio, quando vide che tutto il mondo si era popolato, prese con sè delle boccettine, in cui aveva racchiuso le semenze di tutte le lingue e le andò spargendo per le nazioni. Dove buttò semenza d'inglese, ivi si parlò inglese, dove spagnuolo, spagnuolo. Giunto in Italia, o che gli girasse il capo, o che gli tremassero le mani, o che volesse farci un brutto scherzo, il certo si è che gettò un poco di ciascuna semenza. Ecco perchè da noi si parla un po' francese, un po' tedesco, un po' spagnuolo. Che volete? Si tratta di semenze. Se piantate cavoli, non potranno venir su patate!
Ma pochi prestarono fede a questa fiaba. Che semenze e semenze! Noi abbiamo una lingua come tutti gli altri popoli. Vi siete dimenticati di Dante, dei Petrarca, del Boccaccio?
E vennero su leggi eccezionali. Rigore su tutta la linea. Si scomunicarono gli scrittori un po' di maniche larghe, si chiamarono barbari quelli che avevano dato ospitalità a qualche vocabolo estero. Batti oggi, batti domani: ecco l'idolatria, ecco i pedanti.
Naturalmente si passò da un estremo all'altro; e, come sapete, gli estremi sono sempre dannosi.
Questo rigore eccessivo, queste scomuniche purificarono la lingua, sì; ma la resero artificiosa e manierata. Il pedante, lasciandosi abbagliare da quel falso splendore che la parola ha in sè, dimenticò il pensiero.
Catone sentenzia: “Studia la materia, la parola viene da sè„. I pedanti invertirono i termini: “Studia la parola, la materia viene da sè.„
Spesso questa benedetta materia non veniva. Peggio per essa; se ne faceva a meno.
Ecco perchè da noi abbondarono le traduzioni. Quando non si sa pensare con la mente propria, si pensa con la mente degli altri, si traduce, si rivestono con abiti paesani i classici latini e greci. Virgilio, Ovidio, Orazio, Cicerone, Pindaro, Anacreonte, divennero fiorentini. Anche Tacito, il burbero e severo storico, dovè lasciare la toga romana e accettare dal Davanzati un abito alla moda. Il Davanzati non è un pedante professo, ma diviene tale per quella famosa scommessa. Si diceva e si dice tuttora che la lingua latina è concisa, l'italiana ciarliera. Il Davanzati ci vuol dar la prova del contrario. Si mette a tavolino e traduce Tacito con minor numero di parole.
Il Giordani n'è entusiasta e dice che la traduzione del Davanzati è “una miniera preziosa, copiosissima di lingua nobile„. Sia pure, ma è più Tacito? Neppure per ombra. E così potremmodire di molte traduzioni che si leggono, si studiano e di cui si fa il panegirico.
Altri invece non si limitarono a tradurre, vollero comporre.
Fino a pochi anni fa il Bartoli stava sugli altari ed anche oggi c'è in Italia chi sostiene che le opere di lui sono esempio di bello scrivere. Fatemi un favore: leggete una pagina dell'Asia. Che arteficio! Vuol sembrare semplice, ma è ampolloso. Ciò che in Boccaccio e negli altri trecentisti è arte, qui è maniera.
Il Bartoli scrive per far pompa di tutto quel bagaglio di belle frasi, pescate nei classici. Il suo scopo non è di “dare gloria a Dio e lustro alla Congregazione„, ma di far vedere come maneggia la lingua, come arrotondisce i periodi, come snocciola gl'idiotismi.
Il Giordani (sempre lui!) gli canta un solenneTe Deum; noi... unDe profundis. “Il Bartoli — esclama — è singolare in questa grande arte di scrivere, non pur tra gl'italiani, ma in tutto il mondo, terribile, unico!„
Forse questo panegirico, in forma di epigrafe, fece gola al P. Bresciani, il quale volle ad ogni costo imitare l'illustre confratello. Se ne andò per molti anni in Toscana per una cura termo-linguistica, ingoiò frasi, frasi, frasi e quando si sentì ben nutrito, giù novelle, romanzi, viaggi. Il Giordani si scandalizzò. “Insolente! vuoi imitare il Bartoli?Credi tu che somiglianza di berretto faccia somiglianza di cervello?„
Calma, calma, abate Giordani, entrambi hanno berretto ed entrambi... poco ingegno! L'ingegno non si misura dalle frasi, dalle descrizioni, ma dal pensiero. A tutti piace la lingua, a tutti piace la pulizia e l'eleganza di linguaggio; ma la troppa ricercatezza riduce l'arte dello scrivere a un giuoco di parole.
“Noi — dice il Guerrazzi — restiamo sempre in dubbio se la parola che si adopera sia o non sia di buona lega, e il pensiero aspetta fremendo che noi abbiamo esaminato prima se la veste, con la quale anela prorompere, sia veramente italiana. E intanto, mentre apparecchiamo la veste, il pensiero per eccellenza s'è dileguato e troppo spesso avviene di vestire cadaveri!„
Ma al pedante interessa poco che “il pensiero etereo per eccellenza„ si dilegui. Buon viaggio! Finchè la lingua è viva, pulita, elegante, non ci sono cadaveri!
Errore. Sono cadaveri! Tanto è vero che i libri del Bartoli, del Bresciani ecc. non si leggono: riposano e riposeranno per sempre!
***
Oggi ne abbiamo pedanti? No.
Fino a pochi anni fa avevamo i puristi; oggi anche i puristi sono andati via o non hanno ilcoraggio di aprir bocca. La letteratura in genere e la linguistica in ispecie è in ribasso. Chi volete che studi la lingua? Bisogna pensare al suffragio universale, al feminismo e a tante altre cose belle e brutte. Che lingua d'Egitto! Ognuno parli e scriva come meglio gli aggrada. Francesismi! È più tempo di parlare di francesismi? Con i Francesi siamo fratelli germani, con i Tedeschi alleati, con gl'Inglesi, eh! con gl'Inglesi amicissimi! In somma noi siamo una sola famiglia e in famiglia tutto è comune, o meglio è comune... la lingua!