I libri con ritratti.

I libri con ritratti.

Quest'onore dovrebbe essere riservato ai poeti, ai filosofi, agli storici di prima forza. Solo essi hanno il diritto di mettere innanzi ai loro libri il proprio ritratto, come per dire al lettore: “Io sono qui!„

Ma poichè ognuno si crede —modestamente— una gran cosa, ecco che molti libri portano il ritratto dell'autore.

E non parlo solo de' libri moderni. L'uomo è stato sempre uomo. Fin nelle antiche, antichissime edizioni di storia, di commedie, troviamo la riverita effigie dei Reali Istoriografi e Commediografi, con la enumerazione di tutti i titoli accademici. Però questi ritratti antichi sono bizzarri e spesso ridicoli. Che posa! che atteggiamenti! Sembrano malati che vanno all'ospedale; masnadieri dall'occhio truce, che nascondono, sotto il mantello, la carabina e il pugnale.

Alcuni, con i capelli irti, con un cipiglio sinistro e minacciante, vi fissano maledettamente gli occhi addosso e par che dicano: “Avrai da fare con me!„; altri, con lo sguardo languido, con il volto pallidissimo, con un gran fazzoletto al collo, chiedono pietà e misericordia altri, grossi, paffuti, rubicondi — come canonici, vecchio tipo — con i capelli inanellati, con ricco corsetto, con due orecchini luccicanti, se la ridono saporitamente, come per dire: “Lettore, senti a me: mangia e bevi, e brucia tutti i libri!„

In generale nei ritratti antichi c'è molta posa e poca espressione. È vero che la fotografia era ancora di là da venire; è vero che non tutti potevano, come Dante, trovare un Giotto; ma, farsi dipingere in quell'arnese, è troppo!

Almeno il Valletta, buon'anima, vedendo che la sua effigie, messa come sentinella davanti allaIettatura, poteva scambiarsi per uno spettro, l'accompagnava con quattro versi, che starebbero bene a moltissimifrontespizîdell'uno e dell'altro sesso.

Non è Seneca svenato,Non è Lazzaro risorto;È Valletta in questo stato,Mezzo vivo e mezzo morto.

Non è Seneca svenato,Non è Lazzaro risorto;È Valletta in questo stato,Mezzo vivo e mezzo morto.

Non è Seneca svenato,

Non è Lazzaro risorto;

È Valletta in questo stato,

Mezzo vivo e mezzo morto.

Ma perchè farsi dipingere in una posa così strana e sgradevole? Se siete poeta, storico o filosofo insigne, sarete giudicati dalle opere enon dall'atteggiamento sinistro, dai lunghi capelli, che vi scendono in due fila, fin su le spalle. I capelli furono necessarî solo a Sansone, e la storia non ci ha mai detto che il genio si misura dalla chioma.

Parrucca o non parrucca,Chi nacque zucca, sarà sempre zucca!

Parrucca o non parrucca,Chi nacque zucca, sarà sempre zucca!

Parrucca o non parrucca,

Chi nacque zucca, sarà sempre zucca!

Questa verità cominciò a farsi strada e gli scrittori divennero un po' più ragionevoli, quandoposarono. Da banda le parrucche, gli orecchini, i fazzoletti banderuole! Lo sguardo più composto, i capelli più ordinati.

Anzi, alcuni poeti ebbero un'idea originale: vollero abbozzare la propria effigie in un sonetto. E che? Non si è sempre detto che il poeta dipinge e colorisce? Dunque se sa dipingere gli altri, non sa dipingere se stesso?

Il primo esempio lo dette l'Alfieri.

Capelli or radi in fronte e rossi prettiLunga statura e capo a terra prono.Sottil persona in su due stinchi schiettiBianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono:Giusto naso, bel labbro e denti elettiPallido in volto più che un re sul trono.

Capelli or radi in fronte e rossi prettiLunga statura e capo a terra prono.Sottil persona in su due stinchi schiettiBianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono:Giusto naso, bel labbro e denti elettiPallido in volto più che un re sul trono.

Capelli or radi in fronte e rossi pretti

Lunga statura e capo a terra prono.

Sottil persona in su due stinchi schietti

Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono:

Giusto naso, bel labbro e denti eletti

Pallido in volto più che un re sul trono.

Seguirono il Foscolo e il Manzoni, e dopo.... la turba. Ma questi ritrattia pennasi rassomigliano tutti: la stessa struttura, gli stessi profili.Le due quartine se ne vanno per misurare la fronte, il naso, la bocca, il petto; per farvi sapere il colore dei capelli, degli occhi, del volto; per decantarvi la qualità extra dei denti, per misurarvi la statura. Le terzine vi informano delle doti morali. Sono tuttiricchi di virtù e di vizîi nostri poeti! Tuttisobrî, schietti, leali; irruenti, sì, ma nonmaligni: alteri, ma nonsuperbi: or duri, or pieghevoli, or acerbi, or miti: ma il cuore! il cuore èbuono, il cuore ègeneroso, il cuore ènobile! Più che un ritratto, è dunque la presentazione che il poeta fa di se stesso. Non dice che è bello, ma lo lascia supporre; non dice che è un genio, ma nell'ultimo verso qualche cosa l'accenna, così di sfuggita.

L'Alfieri domandava a sè stesso:

Uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai.

Uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai.

Uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai.

Com'era furbo! Egli lo sapeva prima di morire, anzi lo andava ripetendo a chi non voleva saperlo!

Il Foscolo, termina da pessimista:

Morte sol mi darà fama e riposo;

Morte sol mi darà fama e riposo;

Morte sol mi darà fama e riposo;

poi corregge:

E da morte aspettar fama e riposo

E da morte aspettar fama e riposo

E da morte aspettar fama e riposo

ritocca di nuovo:

Forse da morte avrò fama e riposo.

Forse da morte avrò fama e riposo.

Forse da morte avrò fama e riposo.

Moralità della favola: voleva la fama, e noi gliel'abbiamo data; speriamo che avesse avuto anche il riposo!

Ma dite la verità: dopo aver letto, riletto queste quartine e terzine, siete forse riuscito a vedervi davanti la figura del poeta? Eh! i ritratti si fanno col pennello. Ognuno al suo mestiere. Non tutti i poeti sono come Michelangelo e Salvator Rosa! Fortunatamente anche questo vezzo è passato di moda. Dopo il Manzoni, nessuno volle rinchiudersi in un sonetto.

Ed oggi i nostri scrittori si fanno dipingere così alla buona, senza sussiego magistrale, senza quell'atteggiamento, pietoso o sinistro.

Vedete: il De Amicis veste come voi, ha i baffi come voi e vi guarda con una grazia amabilissima. Sul volto del Fogazzaro voi leggete tutta la serenità dell'anima sua. Com'è simpatico il Panzacchi, il Graf, il D'Ancona, il D'Ovidio, il Martini! Qua la mano: voi siete amici di casa!

Ma attenti, attenti; non tutti sono disposti a stringervi la mano. Lo Zanichelli, innanzi alle Poesie del Carducci ha messo due ritratti del Poeta. Il Carducci a 30 anni, il Carducci a 70 anni. Il primo sembra un uomo mezzo rimbambito e pare che allora allora voglia domandarvi: “Che cosa èsuccesso?„; il secondo ha tutta l'aria di un domatore, il quale gridi alla belva-pubblico: “Silenzio, io sono il primo poeta!„

Il D'Annunzio invece col capo chino, con gli occhi da asceta, sembra che vada snocciolando Avemarie. Un suo ammiratore, Carlo Villani, dopo avergli cantato ilTe DeumsullaVita Italiana, gli diceva: “Tu sei grande, il tuo nome suona dall'uno all'altro mare, alza, alza la fronte!„ No; il D'Annunzio continua a tenere il capo a terra prono, forse... per far meglio osservare il suo cranio lucido, eburneo!

E il Rapisardi? Dio mio, ha un gusto matto a comparire come un masnadiere. Con quella cera sinistra, con quel cappello a cencio alle ventitrè, sembra un bandito siculo-calabrese. Gli manca solo lo schioppo per essere qualificato come uno zio paterno di Giuseppe Musolino. Eppure il Rapisardi — a quanto dicono i suoi scolari — è un agnello tutto cuore, tutto bontà!

Si hanno queste sorprese. Il Pascoli, ad esempio, è un poeta caro assai. Che versi! che dolcezza! Dovrà essere una figura serafica la sua, un tipo alla Bellini. Toh! un bel giorno vi cade sott'occhio il suo ritratto. Santo Iddio, com'è borghese! Il Pascoli ha tutta l'aria di un negoziante di coiame! Che peccato, scrive così bene!

***

Non tutti i libri portano il ritratto dell'autore.

Avete mai visto dinanzi all'Iliadeo all'Odisseal'effigie di Omero? Omero? ma è veramente esistito Omero? Alcuni dicono sì, altri, no; infine di accordo — in sezioni riunite — gli storici hanno proclamato l'esistenza di Omero! Benissimo. Ma era un bell'uomo? Chi lo sa? Gli Zeusi e i Parrasii di quel tempo pensavano a dipingere grappoli d'uva per ingannare gli uccelli, senza ricordarsi che un poeta di quella forza meritava un ritratto a grandezza naturale.

Nel Museo di Napoli molti e molti anni fa — ero studente allora — mi fu mostrato un busto con un barbone patriarcale e con un paio di occhi grossi quanto due uova sode. Nessuna espressione, nessuna grazia nei lineamenti. “Ecco Omero!„ mi disse la guida. Omero! Avrei voluto rompere quel busto e gridare come un pazzo: “Questi non è Omero, poeta sovrano!„ Ma non feci nè l'uno, nè l'altro e mi ritirai a casa.

Lo credereste? quel busto mi si è talmente fitto nella memoria che appena apro l'Iliademe lo vedo davanti. Leggo il bellissimo episodio di Ettore e di Andromaca? Sul più bello, proprio quando l'Eroe Troiano, quasi presago della sua prossima fine, prende fra le braccia il caro pargoletto, mi veggo presentare quelcoso! L'Iliadeè un capolavoro, ma, dico la verità, alle volte faccio a meno di rileggere qualche canto, per non vedermi quel brutto ceffo, che mi fa rabbia!

Ho voluto riportare quest'aneddoto, per dire con argomento di prova che spesso un ritratto, messo innanzi ad un libro, fa acquistare simpatia o antipatia, non solo per l'autore, ma anche per l'opera.

Quante volte, vedendo un ritratto che fa paura, non avete chiuso subito il libro esclamando: “Com'è brutto!„ Invece se alla prima pagina trovate la figura di un bell'uomo, voi dite subito: “Vediamo un po' che vuole costui!„

***

Certi editori meriterebbero tre anni di reclusione. Perchè? perchè guastano l'effigie dei nostri letterati. Una Casa Editrice di Milano intraprese, molti anni fa, la pubblicazione delle opere complete del Shakespeare, del Byron, del Monti, del Foscolo, del Manzoni, e credendo di far cosa grata, volle aggiungervi anche i ritratti. Poveri poeti, dipinti con cannello di bracia! Il Shakespeare sembra uno scimunito; il Manzoni è addirittura senza naso, mentre ne aveva abbastanza di naso — e naso fino! — lo Schiller più masnadiere dei suoiTre Masnadieri; il Goethe un ubbriaco che va barcollando; il Pellico, un allampanatocon una coppia di occhiali sul naso così grossi, da non potersi sostenere, tanto che il poverino par che dica: “Mi cascano! mi cascano!„; il Metastasio è un bambolone degno di quel paese.

Ma, Dio benedetto, occhi ne avete? Sono ritratti questi o caricature? Un po' di rispetto ci vorrebbe!

E il bel vezzo continua. L'anno scorso nelle nostre scuole secondarie, fu adottata un'antologia italiana di A. Nota e P. Fontana, dal titoloPagine gaie e Pagine forti. Non conosco questi due egregi professori e non so dirvi quindi chi sia piùallegroe chi piùrobusto. Posso dirvi però che quest'antologia ha molti pregi. Prima di tutto, due prefazioni. Laprefazione degli altri, — una selva di massime, di sentenze, di proverbi, di motti, in latino, in francese, in italiano — che si apre con Salomone e si chiude con Leonardo Bianchi, ex ministro della Pubblica Istruzione. Laprefazione nostra, con cui i compilatori fanno sapere che in Italia mancava un libro gaio e forte, tanto necessario ai nostri giovani. “La maggior parte delle antologie — essi dicono — tutti ninnoli e fronzoli, immagini e forme, si aggirano tra ospedali, manicomî e galere. Il nostro libro invece tratta di cose gaie! Via, via ilGobbo di Peretolae tutti quei brani che parlano di ciechi, di zoppi, di storpi, di sordi!„ E per quattro pagine continua il panegirico diquesta nuova cura ricostituente, a base di pillole classiche.

Secondo pregio. “L'editore Sandron, per rendere più suggestiva l'opera nostra, ha voluto ornarla di una graziosissima galleria di ritratti.„ E in verità, ogni pezzetto di prosa o di poesia tiene a fianco l'effigie del suo padrone. Ma che ritratti! Il De Amicis sembra allora allora uscito dal bagno: batte i denti dal freddo e i capelli sono ancora inzuppati d'acqua; il Ferrigni (Yorik) aggrinza il naso, come se gli avessero cacciato sotto un barattolo di ammoniaca; il Poliziano, un vero buffo da teatro, con cappello a casseruola e con un naso lungo un metro; l'Alberti, una mummia; il Boccaccio, una monaca... di Monza; il Giusti tutto peli; il Tassoni un bravaccio. Il Guerrazzi soffre ai molari di destra, l'Albertazzi, il Berni, il Pindemonte, il Botta hanno bisogno di pillole Pink!

Ecco la geniale galleria, di cui bisogna essere grato all'editore Sandron. Solamente vorrei dire a questo signore: “È da gentiluomo deturpare così barbaramente tanti poveri cristiani?„

Potrebbe rispondere che duecento ritrattini a modo costano una bella somma. Siamo d'accordo; ma quando non è possibile una riproduzione discreta è meglio farne a meno. Di cose brutte ne abbiamo già tante!

***

I signori poeti, non contenti di scambiarsi contumelie e sonetti con una coda più o meno lunga e indecente, spesso appiccicavano dei versi sotto il ritratto del collega.

Il Foscolo, ad esempio, vedendo che il Monti gli aveva rotto l'uovo in mano con la traduzione dell'Iliade, arse di ira,non santa, e scrisse a pie' di un ritratto dell'avversario:

Questi è Vincenzo Monti cavaliero,Gran traduttor dei traduttor d'Omero.

Questi è Vincenzo Monti cavaliero,Gran traduttor dei traduttor d'Omero.

Questi è Vincenzo Monti cavaliero,

Gran traduttor dei traduttor d'Omero.

La stoccata era terribile, tanto più che fra i due non correva buon sangue; e il Monti rispose con quattro versi, meno famosi:

Questo è rosso di pel, Foscolo detto.Sì falso, che falsò fino se stesso,Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto:Guarda la borsa se ti viene appresso.

Questo è rosso di pel, Foscolo detto.Sì falso, che falsò fino se stesso,Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto:Guarda la borsa se ti viene appresso.

Questo è rosso di pel, Foscolo detto.

Sì falso, che falsò fino se stesso,

Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto:

Guarda la borsa se ti viene appresso.

Qui c'è fiele, non arte.

Due secoli innanzi un'altra coppia, uno storico e un poeta, tutti e due arnesi da galera, si scambiarono lo stesso complimento, in una forma triviale e villana. Aprì il fuoco il Giovio. Scrisse sotto l'effigie dell'Aretino:

Questi è Pietro Aretin, poeta tosco:Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,Scusandosi col dir: “Non lo conosco.„

Questi è Pietro Aretin, poeta tosco:Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,Scusandosi col dir: “Non lo conosco.„

Questi è Pietro Aretin, poeta tosco:

Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,

Scusandosi col dir: “Non lo conosco.„

E l'Aretino, maestro nel genere, gli rispose subito per le rime:

È questi Giovio, storicone altissimo:Di tutti disse mal, fuorchè dell'asino.Scusandosi col dir che gli era prossimo.

È questi Giovio, storicone altissimo:Di tutti disse mal, fuorchè dell'asino.Scusandosi col dir che gli era prossimo.

È questi Giovio, storicone altissimo:

Di tutti disse mal, fuorchè dell'asino.

Scusandosi col dir che gli era prossimo.

Trenta anni fa il brutto giuoco fu lì lì per ripetersi tra il Carducci e il Rapisardi. Contumelie se ne dissero. La Curia di Bologna scomunicò il catanese: il cantor di Satana e il cantor di Lucifero si morsero come due mastini: e continuerebbero a mordersi, se il Carducci non se ne fosse andato al Limbo a godersi l'eternità con Omero, Orazio e Lucano! Oggi non c'è più da temere. I nostri poeti sono amici e si scambiano cortesie a non finire. Anzi il Pascoli e il D'Annunzio si chiamanofratelli. Non lo dico per celia: alla morte del Carducci, il Pascoli telegrafava alfratelloGabriele, e questi alfratelloGiovanni.

Ma, Dio ne liberi! La prima lite micidiale avvenne proprio fra due fratelli. Il Pascoli sembra un agnellino, ma è sempre poeta. Ricordatevi che il Tassoni voleva aggiungere alla litania di tutti i Santi:ab ira poetae libera nos, Domine!

Ma non facciamo gli uccelli di mal'augurio! Il D'Annunzio e il Pascoli diranno ai posteri che la poesia affratella.

***

Nostro Signore Gesù Cristo, a quanto ci dice la tradizione e la lettera del proconsole Lentulo, era bello, molto bello. Il suo volto incantava, i suoi occhi avevano un fascino irresistibile. Che sguardo! che atteggiamento!

Ma si può dire lo stesso di certi suoi ministri?

È un fatto innegabile. I sacerdoti, senza pensare chein medio stat virtus, amano gli estremi: o magri allampanati, o pingui come botte. I monaci preferiscono la seconda forma, i preti la prima.

Ricordo di aver visto nella biblioteca del Seminario di Salerno un grosso volume, in foglio, pubblicato a Venezia nel 1823. A destra il titolo:Le victorie della Religione Cattolica, ossia i Trionfi dell'Apostolato, a sinistra il ritratto dell'autore. Dio mio, che ritratto! Scarno, stecchito, con gli occhi vitrei, con la bocca semi-aperta, con gli zigomi sporgenti pareva come se volesse dire: “Portatemi all'ospedale, io muoio!„ Mi venne da ridere e chiusi subito il libro. Ma guarda un po' che pretenzione! Voler parlare divictoriementre non si ha neppure la forza di muovere un dito. Se mi fossi trovato a Venezia nel 1823 avrei detto a quel reverendo: “Padre, lasci stare iTrionfi. Scriva piuttosto, per lei e per tanti poveretti, che si trovano nelle medesime condizioni di salute, un buon apparecchio alla morte!„

Rovistando in una antica biblioteca di un convento, ebbi un'altra sorpresa. Proprio a fianco aLa Carità Cristianadel Muratori, scorgo un bel volume, rilegato in rosso e con fregi in oro. La curiosità mi vince; l'apro e mi vedo davanti il ritratto di un monacone, con due gote rubiconde, che tirandosi fin su la gola, formavano una grossa pappagorgia. Non si vedeva che il volto, e la metà del petto; ma se dobbiamo seguire in tutto il sistema socratico —invisibile a visibili arguitur— immaginate che specie di ventre e compagni doveva averci sotto!

Di che cosa parlava questo beato, beatissimo figlio di S. Francesco?

Ecco il titolo del volume:

De jejunio quadragesimalisuccincta explicatioad intelligentiam omnium fideliumfacili methodoconscripta.

Sì, questo cuor contento, dal peso di un quintale e mezzo, ebbe il coraggio di parlare di digiuni e di astinenze!

Non so come l'Autorità Ecclesiastica, così rigida e severa nella revisione dei libri, abbia potuto permettere quel ritratto. No; quel ritratto doveva assolutamente essere messo all'Indice. Voler parlare di digiuno e presentarsi in quelmodo così provocante! Il lettore ha tutto il dritto di esclamare: “Questo padre Leonardo da Pericarpo predica bene e mangia meglio!„

Per la salute dunque delle anime e per la dignità della Chiesa è necessario che i censori diocesani e la Sacra Congregazione dell'Indice, diano da oggi in poi un'occhiata anche ai ritratti. Certi monaci non dovrebbero farsi dipingere in tutta la pienezza della loro grazia. Quella grazia è tutt'altro che edificante: dà il cattivo esempio!

Questa lezione però valga per tutti.

Oggi molti autori — piccoli e grandi — si fanno piantonare dinanzi all'uscio dei loro libri per attirare di più il lettore. Ma attenti! Prima di dare questo passo pensateci bene. Se avete un volto da buon cristiano, fatevi avanti: quel ritratto vi fa acquistare un po' di simpatia, specie nel campo femminile; se invece, per vostra disgrazia, appartenete alla famiglia dei due sullodati reverendi, per l'amor di Dio, non vi fate vincere dalla tentazione! Il lettore accoglierebbe con una sonora risata voi e... il vostro libro!


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