I libri di donne.
Di donne? Sì, di donne. O non vi siete ancora convinto che la donna fa davvero?
Date uno sguardo ai vostri scaffali. Vedete: tra i romanzieri trovate donne, tra i poeti donne, tra gli storici donne, tra i filosofi donne, tra gli scienziati donne. Insomma ce n'è una rappresentanza dovunque.
E poi qual maraviglia? scorrendo le nostre storie troviamo che la donna ha messo lo zampino in tutti i rami dello scibile e n'è uscita sempre con onore.
L'Agnesi a sedici anni parlava già molte lingue ed era dottissima nelle discipline filosofiche e matematiche; l'Ardighelli a quattordici anni teneva un forbito discorso sulla forza dell'elettricità; l'Amoretti, molto encomiata dal Parini, a quindici anni sosteneva per due giorni una lunga disputafilosofica con un fanatico accademico e una brutta figura non la fece; la Cicci a dieci anni, quando voi sgranate a stento un libriccino di quarta elementare, sapeva a memoria laDivina Commedia! Orologi caricati! Si fa presto a dirlo. Il fatto si è che la donna sa fare qualche cosa.
Se avessi tempo vorrei scrivere un libro su queste donne, che si sono distinte nelle scienze e nelle lettere, che hanno dato il loro contributo, forse minimo, ma sempre efficace, finanche in quei tempi di schiavitù, in cui la donna, condannata a restarsene in casa, come umile ancella, dava occasione a far discutere se avesse perfino... un'anima.
Questo libro dovrebbe essere dettato senza quell'aria di superiorità che siamo soliti prendere noialtri uomini, quando parliamo delle donne; ma giacchè non posso scrivere il libro, non ho diritto di dare consigli a chi forse un giorno lo scriverà e a modo. Anzi metto da parte le donne scienziate. Non ho letto i loro libri, non li ho neppure visti. Dovrei ricorrere alle grandi biblioteche e starmene un paio di mesi a divorare diversi volumi, che, quantunque dettati da amabili signorine e da rispettabili dame, potrebbero farmi un gran male. Di scienze son quasi digiuno e credete che bastino due e quattro mesi per assaporarne un pochino? Ingoiando così alla diavola tutta quella roba, correrei il rischio di una indigestione a onore e gloria del sesso gentile. Dunquelasciamo stare. Delle donne scienziate ne parlino con competenza gli scienziati. Ognuno faccia il suo mestiere. La coscienza mi va ripetendo di aver già detti molti spropositi in questo libro e non voglio di proposito aggiungerne altri. Solo Pilato poteva permettersi di direquod scripsi scripsi. Noialtri dobbiamo pensarci bene; in caso contrario ci tocca rimangiare ciò che abbiamo scritto.
Dunque saluto rispettosamente queste donne scienziate, e parlo di quelle non meno rispettabili, che si dettero a coltivare le lettere.
La storia letteraria ci dà un elenco sterminato di poetesse, che in tutti i secoli hanno cantato più o meno melodiosamente. Sempre così! La scienza è lasancta sanctorum, dove pochi sono ammessi, è la ricca, ma severa matrona, che prima di concedere le sue grazie impone un lungo noviziato. Ma la letteratura — che democratica! — accoglie tutti. Potrebbe meritare, se non fosse profanazione, quella coppia di versi che Dante scriveva per la misericordia di Dio:
. . . . .ha sì gran bracciaChe prende ciò che si rivolve a lei.
. . . . .ha sì gran bracciaChe prende ciò che si rivolve a lei.
. . . . .ha sì gran braccia
Che prende ciò che si rivolve a lei.
Un povero diavolo, che vuol ottenere il nome di scienziato, deve logorarsi per una ventina d'anni nei gabinetti fisici, nei gabinetti di anatomia, negli orti botanici, negli osservatori meteorologici. Ma la letteratura, sia sempre benedetta, non imponetutti questi sacrifici. Basta che sappiate leggere un po' da cristiani e mettere insieme un periodo che non zoppichi; avanti! la letteratura vi apre le braccia: potete scrivere, pubblicare sonetti e canzoni. Nessuno avrà che dirvi, nessuno potrà domandarvi “come sei entrato?„
Quindi non fa maraviglia se le scienziate sono poche e le... poetesse, una legione. Le donne più degli uomini sono nate col bernoccolo della cicala. O allora perchè la cicala è di genere femminile?
Ma lasciamo stare lo scherzo. Volevo dire che in ogni secolo ci sono state delle poetesse, le quali hanno meritato congratulazioni e applausi dai letterati del tempo. Per lo più le principesse, le baronesse, le dame di corte, le mogli e le figlie di artisti, passavano la vita in mezzo ai poeti. Ogni sera sentivano declamar poesie; senti oggi, senti domani, finivano coll'imparare il mestiere, e prima timidamente, poi con disinvoltura, dettavano poesiette, per lo più amorose, tanto per far sapere che un po' di gusto l'avevano anch'esse. E i signori poeti, un po' per cortesia cavalleresca, un po' per rispetto alle padroncine, un po'... voi m'intendete, si davano subito a battere le mani, a chiamarleSaffo novelle!
Ma oggi chi ricorda più quelle poetesse, encomiate dall'Ariosto, dal Tasso (padre e figlio), dal Bembo, dal Poliziano, dal Varchi, dal Caro, dal Firenzuola, dal Berni e compagni? Una certaGiulia Rigolini ebbe vaghezza di comporre una dozzina di novelle sul metro del Decamerone, e i sopracciò della letteratura sentenziarono che tali composizioniinsigni argumento, artificio mirabili, eventu vario, esitu inaspectato, stavano alla pari col modello, anzi erano un tantinoclariores!
Tarquinia Molza, figlia del poeta Francesco, fu sollevata tanto in alto che forse perciò noi oggi non la vediamo più, neppure con forti telescopî. Venne chiamatala più dotta fra tutte le più illustri matrone che sono, che fûro e che saranno in avvenire. E questa corona di superlativi non le fu intrecciata da un poeta, il quale si lascia facilmente prendere la mano, ma da un filosofo, da Francesco Patrizi, che doveva essere poco tirato all'entusiasmo. Il Tasso fece di più, volle eternarla nei suoidialoghi. Ma questa volta sia il filosofo, sia il poeta non riuscirono che ad imbalsamare un cadavere. La Molza è morta e seppellita.
***
Il Sonzogno ha raccolto in un modesto volume della Biblioteca Classica le poesie di Vittoria Colonna, di Gaspara Stampa e di Veronica Gambara, come per dire: “Solo queste tre donne meritano di essere chiamate poeti. Fino all'ottocento non c'è altro.„
Ha torto il Sonzogno? Non credo. Del restocosì la pensano tutti i compilatori di antologie. Aprite le nostre migliori antologie e non trovate che un paio di canzoni della Colonna, qualche sonetto della Stampa e una dozzina di strofe della Gambara. E delle altre poetesse? Silenzio.
Solo il Torraca nel suoManuale di letteratura, fa un'eccezione per la Torelli e ne riporta un sonetto. Ma che volete! quel sonetto sembra bellissimo al Carducci e il Torraca per mostrarsi ossequente al dittatore ha dato uno strappo alla consuetudine.
Dunque se alcuno desidera conoscere come le nostre donne maneggiassero il verso nei tempi andati, deve ricorrere a quel volume del Sonzogno, che costa appena una lira. Una lira, venti soldi tutta la produzione poetica del sesso gentile!
Ci dispiace però che queste tre gentildonne sono presentate dallo Stecchetti con unaprefazione critico-biografica. Che bel cavaliere! È vero che qui lo Stecchetti prende il vero nome di battesimo — Olindo Guerrini — e non ricorda affatto l'autore diPostuma. Corretto, correttissimo: non una parola equivoca, non una frase men che onesta. O credete che lo Stecchetti sia davvero uno screanzato! Io non credo niente, dico semplicemente: il Sonzogno avrebbe fatto meglio a dare un altro maggiordomo a quelle tre poetesse. Lo Stecchetti è indicato per una prefazione alleNovelledel Casti o allePoesiedel Marini, — si troverebbenel suo mondo. Per quelle distinte signore ci voleva o il Pascoli, o il Fogazzaro, o il Panzacchi!
Ma ritorniamo al nostro argomento. Queste tre poetesse — che si sono salvate dall'oblío, che hanno vinto il gran concorso bandito dal tempo — sono tre infelici amanti, e le loro poesie sono quasi sempre un pianto, un pianto monotono, reso più monotono dalle continue figure retoriche. Non manca il sentimento, specie nella Stampa, ma quel sentimento spesso si raffredda a traverso i contrasti, le metafore, le similitudini artificiosamente ricercate.
Vittoria Colonna erra di convento in convento, di ritiro in ritiro e non sa parlare d'altri che del povero marito morto; ne canta la bellezza, ne enumera i pregi, ne immortala le imprese. Che eroe, che eroe! Se fosse vissuto al tempo di Roma, Virgilio l'avrebbe preferito ad Enea!
Spesso ha momenti di vera disperazione:
. . .mi sforza la nemica sorteLe tenebre cercar, fuggir la luce,Odiar la vita e desiar la morte.
. . .mi sforza la nemica sorteLe tenebre cercar, fuggir la luce,Odiar la vita e desiar la morte.
. . .mi sforza la nemica sorte
Le tenebre cercar, fuggir la luce,
Odiar la vita e desiar la morte.
Poi ricorre alla religione, pensa ai dolori della Vergine, medita sulla caducità della vita umana: ma che! sul più bello, il pensiero dello sposo ritorna: siamo daccapo, l'elegia incomincia:
Or vedi comem'ha cangiato il dolor fiero ed atroce,Che a fatica la voce,Può dar di sè la conoscenza vera.
Or vedi comem'ha cangiato il dolor fiero ed atroce,Che a fatica la voce,Può dar di sè la conoscenza vera.
Or vedi come
m'ha cangiato il dolor fiero ed atroce,
Che a fatica la voce,
Può dar di sè la conoscenza vera.
La seconda, la Stampa, molto più infelice, va dietro al Conte Collatino, il quale, dopo averla amata, non vuol saperne più e si tedia di quei piagnistei. La innamorata fanciulla non sa rassegnarsi a questo abbandono e come per richiamarlo all'ovile gl'indirizza una sequela sterminata di sonetti, di canzoni, di capitoli. Lo bamboleggia, lo carezza, lo chiama con i nomi più dolci, lo paragona al cielo, al sole, al Parnaso. O il Conte! il Conte! io voglio seguirlo dovunque.
Ponmi ove il mare irato geme e frange,... ove il sol più arde e più sfavilla;Ponmi al Tanai gelato, al freddo Gange,ove per l'aria empio velen scintilla:io sono sempre lieta,Purchè le fide sue due stelle vereNon rivolgan da me la luce usata.
Ponmi ove il mare irato geme e frange,... ove il sol più arde e più sfavilla;Ponmi al Tanai gelato, al freddo Gange,ove per l'aria empio velen scintilla:io sono sempre lieta,Purchè le fide sue due stelle vereNon rivolgan da me la luce usata.
Ponmi ove il mare irato geme e frange,
... ove il sol più arde e più sfavilla;
Ponmi al Tanai gelato, al freddo Gange,
ove per l'aria empio velen scintilla:
io sono sempre lieta,
Purchè le fide sue due stelle vere
Non rivolgan da me la luce usata.
Difatti, finchè questo benedetto Conte (poeta anche lui!) le fa buon viso, la fanciulla è contenta più degli angeli che se ne stanno presso il trono di Dio.
Io non vi invidio punto, angeli santi,Mentre ho davanti i lumi almi e sereni,Di cui convien che sempre scriva e canti.
Io non vi invidio punto, angeli santi,Mentre ho davanti i lumi almi e sereni,Di cui convien che sempre scriva e canti.
Io non vi invidio punto, angeli santi,
Mentre ho davanti i lumi almi e sereni,
Di cui convien che sempre scriva e canti.
Ma quando il Conte l'abbandona, la poveretta è disperata: piange, piange da commuovere le pietre.
Piangerò, arderò, canterò sempre.Finchè morte e fortuna il tempo stempre.All'ingegno, occhi e cor, fuoco e pianto.
Piangerò, arderò, canterò sempre.Finchè morte e fortuna il tempo stempre.All'ingegno, occhi e cor, fuoco e pianto.
Piangerò, arderò, canterò sempre.
Finchè morte e fortuna il tempo stempre.
All'ingegno, occhi e cor, fuoco e pianto.
Fortunatamente la morte, più pietosa del Collatino, venne e la povera Stampa cessò di piangere e di cantare.
In ultimo si presenta la Gambara, la quale in mezzo alle noie del suo piccolo stato, spesso tocca la lira. È una donna di animo virile, che canta in una forma piuttosto classica, ispirandosi all'arte greca e latina, di cui è amantissima.
Appena le muore il consorte riveste di nero gli appartamenti, i cocchi, i cavalli e anche... la lira; ma non si avvilisce, non si dispera: chi si dispera, si danna e lei vuol andare invece in paradiso per rivedere lo sposo:
La tema di non andar ove il bel visorisplende sopra ogni lucente stella,mitigato ha il dolorsperando in paradisol'alma veder oltre le belle bella.
La tema di non andar ove il bel visorisplende sopra ogni lucente stella,mitigato ha il dolorsperando in paradisol'alma veder oltre le belle bella.
La tema di non andar ove il bel viso
risplende sopra ogni lucente stella,
mitigato ha il dolor
sperando in paradiso
l'alma veder oltre le belle bella.
Brava la Gambara che pensava all'eternità! Oggi è certamente felice, perchè ha ritrovato il consorte!
Ma abbiamo pianto abbastanza con queste tre gentildonne; è tempo di presentare i nostri ossequi ad altre poetesse, che non ebbero la disgrazia di restare vedove.
Ecco: in mezzo alle opere del Foscolo, del Giusti, trovo le poesie della Guacci. È un volume del 1847, resosi oramai raro, perchè i nostri editori non credono opportuno farne una ristampa; nè il Croce, che raccoglie, cura, commenta i lavori del De Sanctis, dell'Imbriani, dello Spaventa, ha finora pensato alla Guacci.
Eppure questa nobile e cara poetessa meriterebbe di entrare nella moderna letteratura. Mi sembra vederla, quando ancora giovinetta declamava le sue poesie alla presenza del Puoti, del Poerio, del Dabbono, del Leopardi e del Giusti.
Il suo genere preferito è la lirica, lirica forte che ricorda quella del Foscolo e del Prati. Il Settembrini, sempre un po' eccessivo nei suoi giudizî, presenta il volume della Guacci come “uno scrignetto di gioielli, diamanti di acqua purissima, di lavoro perfettissimo„. Questa volta il Settembrini merita venia: una fanciulla che canta con tanta grazia e leggiadrìa innamora.
Ma, checchè si dica, queste poesie hanno un valore indiscutibile. La Guacci non piagnucola per amore, non si rinchiude in argomenti sacri, per terminare il suo canto con un sospiro alla petrarchesca o con una giaculatoria: nessun frastuono, nessun rimbombo; la forma classica,naturalmente castigata e densa di pensiero, rivela un animo virile, più di certi poeti moderni, che trattano la poesia come un gingillo.
Qui debbo fermarmi e prendere fiato.
Sono giunto a metà del cammino e quel che è peggio sto per entrare in un campo molto vasto. Mi tocca parlar delle letterate moderne. Dio mio, che esercito! Se fossi poeta ricorrerei alle Muse per essere illuminato e sorretto; ma non posso invocarle in un modesto lavoro di prosa. Le nove verginelle se ne stanno in Elicona a solo uso e consumo dei vati! Mi tocca dunque entrar solo nell'agone.
Innanzi tutto metto fuori le letterate straniere. Ognuno decanti le sue eroine. E poi come parlare della Sand, la quale cambiandosi il nome e vestendosi spesso da uomo, quasi rinnegò il proprio sesso? come parlare di Madama De Staël, di questa amazzone che scrisse di politica, di storia, di sociologia e che ebbe l'audacia di voler insegnare ai filosofi come va intesa la vita, ai re, come si governa?
Unica eccezione dovremmo farla per Carmen Sylva, che di tanto in tanto, fa sentire la sua voce melodiosa: ma le regine debbono essere giudicate dalle regine! Noi siamo monarchici e rispetto ne abbiamo per le signore coronate, specie quando sono colte, amabili, caritatevoli.
Sentite: se l'Alighieri, il Petrarca ecc. potessero ritornare in vita, resterebbero molto maravigliati nel vedere che le nostre donne somiglianopoco alle Beatrici e alle Laure. Oggi le donne scrivono romanzi, novelle, studî critici, storici; sono ascritte a circoli di cultura, dirigono riviste e periodici, danno brillanti conferenze, facendo restare con un palmo di naso noialtri uomini.
Un tempo una donna che si presentava in pubblico era accolta con una certa indulgenza; tutti la guardavano con benevole superiorità, come per dire: poverina, è una donna! Ma oggi, eh! oggi dinanzi a una donna colta siete voi che vi sentite piccino!
Un secolo fa la Guacci, timida, aveva quasi vergogna di far sapere che scriveva versi e solo per le continue insistenze di parenti e di amici dette alle stampe leliriche; Ada Negri invece, confinata a Motta Visconti ad insegnare l'abbecedario, sente una voce interna che le dice: Tu non devi consumare così la tua vita:
Vedi laggiù nel mondoQuanta luce di sole e quante rose!Senti pel ciel giocondoI trilli delle allodole festoseChe sfolgorío di fedi e d'idealiQuanto fremito d'ali!
Vedi laggiù nel mondoQuanta luce di sole e quante rose!Senti pel ciel giocondoI trilli delle allodole festoseChe sfolgorío di fedi e d'idealiQuanto fremito d'ali!
Vedi laggiù nel mondo
Quanta luce di sole e quante rose!
Senti pel ciel giocondo
I trilli delle allodole festose
Che sfolgorío di fedi e d'ideali
Quanto fremito d'ali!
No, non può restare in quel paesello, ella vuole la sua parte di sole e di gloria. E quanto la Bisi la presenta all'Italia, l'umile maestrina lascia i quaranta scolaretti stizzosi e poltroni e si consacra all'arte. Non si nasconde sotto un pseudonimo.Nascondersi! e perchè? Mi chiamo Ada: sono una donna, come tua sorella, come la tua sposa. Che! non ho anch'io un cuore che palpita?
E non solo la Negri coltiva con successo le lettere.
Guardate: quello scaffale a destra è pieno di libri di donne.
Ecco le poesie della Fusinati e della Brunamonti, le due care poetesse che accordano in bell'armonia i santi affetti domestici col sacro amor di patria. Sono due mamme, due buone mamme; l'una un po' austera per la sua forma classica e, quasi direi, aristocratica; l'altra più dolce anche quando tocca la molla potente dell'amor di patria. Qui gliAmanti e l'albero della Cuccagnadi Matilde Serao, di questa instancabile lavoratrice, vero ritratto della vita napoletana; là gliInnamoratidella Contessa Lara. Povera Evelina! vittima delle proprie passioni, avventuriera per natura, trascorse una vita infelice. Leggete i suoi versi: sotto quell'ardore sensuale, sotto quella sete di voluttà peccaminosa si sente una voce di tristezza languida. È rimorso? è disgusto? Lasciamola in pace nella sua tomba insanguinata, ricordando per lei quella massima del Vangelo, tanto sublime e tanto modernamente giusta:molto le va perdonato, perchè molto ha amato.
Qui due nitidi volumi della Deledda. Come è simpatica questa giovane sarda! Le popolane della sua isola, ignoranti e superstiziose, gridanoallo scandalo, vedendo che una fanciulla si è data a scrivere libri. Ella intanto, rinchiusa nella sua romita Nuoro studia, studia indefessamente e senza essere ascritta ad alcuna conventicola letteraria, senza la comodareclamedi amici, arriva a farsi un buon nome nell'arte, rievocando con i suoi romanzi il passato glorioso della sua isola. Noi abbiamo sempre creduto che la Sardegna fosse un covo di briganti, una terra semi selvaggia. La Deledda ci dice: no, vi siete ingannati, i sardi non sono briganti, sono uomini forti, uomini di cuore.
Qui un numero dellaModa del giornofa pensare a Donna Paola, questa brillante e bizzarra scrittrice. Sentite: se il feminismo va avanti, nel 2000 le signore e le signorine saranno tutte sul tipo di lei. Poveri uomini! avrete che fare con delle donne spregiudicate e originalissime.
Curioso! tra leTempestedella Negri e iMomenti liricidalla cara e sventurata Aganoor, ecco le poesie erotiche e scarmigliate di Annie Vivanti, la quale con un forte spintone del Carducci fu messa in prima fila e brillò come un pianeta. Ma oggi che il dittatore è morto, la poverina si trova a disagio e ha pensato bene a ritirarsi e a non aprir più bocca: scrive romanzi, sì, ma non canta più.
Là, in fondoLe lirichedi Luisa Anzoletti, di questa simpatica trentina, che educata allo studio profondo dei classici, riveste di eletta formale dolci aspirazioni del suo cuore. Cattolica per convinzione, canta la carità, l'amore per tutti, e dedica i suoi versi alle
genti mesteChe lagrimar non vidi indarno mai!
genti mesteChe lagrimar non vidi indarno mai!
genti meste
Che lagrimar non vidi indarno mai!
E la Baccini, la Bisi, la marchesa Colombi, la Vertua Gentile? Queste buone signore entrano nelle scuole primarie e con i loro libriccini dànno dei buoni consigli, dei sani ammaestramenti ai nostri bimbi. Sono le mamme di tutti, le quali pare che dicono come Cristo: lasciate che i fanciulli vengano a me!
E noi fidenti li mettiamo tra le vostre braccia i bimbi. Parlate loro di Dio e della patria, spargete i semi di quella sana morale, di cui la donna dovrebbe essere la banditrice e la gelosa custode!
Ma chi può parlare di tutte queste poetesse, romanzieri, educatrici? Voi ve le vedete davanti, come in una grande fotografia, con quel fascino, con quella dolcezza, con quella soavità che incanta e conquide.
Sono madri, sono spose, sono figliuole, che pur non tralasciando i sacri doveri domestici, coltivano l'arte con vero intelletto d'amore.
Oh! siate benedette! Voi affermate in modo solenne che la donna può, e deve sollevarsi dall'abbiezione, in cui il pregiudizio e l'ignoranza l'avevano trascinata.
***
Ma appena staccate l'occhio da questi libri vi assale un grande sconforto.
— Perchè — vi domandate — mentre nell'Italia settentrionale e centrale fioriscono tanti eletti ingegni, la maggior parte delle nostre donne meridionali sono ancora ignoranti e superstiziose? È inutile andare arzigogolando pretesti; la colpa è nostra che siamo ancora attaccati agli antichi sistemi educativi. Com'è mai possibile che la donna possa sollevarsi dall'abbiezione in cui si trova, se appena ha terminate le classi elementari, le dite imperiosamente:basta!— I giovani debbono ad ogni costo continuare gli studî ed anche se svogliati, poltroni, deficienti, frequentar licei ed università; alle fanciulle si dice invece:basta. Basta e perchè? perchè condannarle a consumare i migliori anni sui merletti, nelle trine, su tanti altri puerili ornamenti, i quali non fanno che svegliare quel basso sentimento di vanità, cui la donna, per un principio atavico, è naturalmente tirata?
Confessiamolo: i doni, i ricordi, che le nostre fanciulle ricevono dai genitori, dai parenti, dai fidanzati sono sempre oggetti di lusso — cappellini, guanti, sciarpe, ecc. — giammai un libro educativo, che parli al cuore, che arricchisca la mente di utili cognizioni.
Se vi permettete di dire a qualche padre. “Sa', la sua figliuola ha una bella disposizione allo studio; perchè non le fa frequentare il ginnasio?„ vi sentite rispondere: “Non ci mancherebbe altro!„
Qual maraviglia dunque se le nostre figliuole vengono su piene di pregiudizi e passano il loro tempo ad ornarsi, ad imbellettarsi, per apparire un po' più leggiadrette e vezzose? Inaridite le facoltà intellettive, non resta che darsi ai gingilli e alle moine. Così si presentano all'altare, così si preparano ad essere madri.
Quante signore conosco, signore rispettabili per censo e per nobiltà di natali, che leggiucchiano appena la cronaca del giornale e il libriccino della messa! Quando vi trovate in conversazione con queste poverette vi tocca discorrere di faccende domestiche, trattare argomenti frivoli; più in là non si può andare: quelle nobili matrone non avrebbero la forza di seguirvi.
Si dice in una forma più o meno enfatica che la donna deve essere la vestale domestica, destinata da Dio ad alimentare la fiamma dell'amore, della carità, del sacrificio; si dice che la donna ha il dominio intero della casa; si dicono tante cose sulla donna. Ma di grazia, che potrà mai compiere una vestale superstiziosa, una regina semi ignorante?
Oggi l'uomo sente il bisogno di trovare nella sua compagna non solo la buona massaia, la semplicemadre dei figli, la muta e involontaria ispiratrice, ma una creatura intelligente e colta, che lo consigli, lo sorregga nelle aspre lotte della vita moderna. Intanto si vede a fianco una donna piena di pregiudizii, che crede ancora alle fate, che non sa decidersi a viaggiare di venerdì, che chiama opera diabolica il cinematografo, che ignora in breve tutto quello che l'umano ingegno ha prodotto in questo secolo.
Non sono un femminista, nè credo vantaggioso per la società che la donna entri nella vita pubblica, sieda al banco del governo, si covra della toga del magistrato, declami dalla cattedra universitaria. Ciò che vorrebbero alcuni fanatici innovatori è un'utopia! La differenza fra l'uomo e la donna ci dev'essere. L'uomo assennato per logica, la donna per sentimento, l'uomo giudica per riflessione, la donna per istinto.
Ma rendeteragionequell'istinto, e la donna, pur restando donna, pur restando l'amabile e fedele compagna, non sarà più ciarliera, superstiziosa, ciecamente impulsiva. Istruitela, fatele comprendere che ha un'anima, che ha un'intelligenza e la donna, conoscendo così la propria dignità, potrà compiere intera quella santa missione cui la Provvidenza la destinava.