I romanzi.

I romanzi.

Ne trovate da per tutto. Sul tavolo, sul comodino, sulle sedie, in mezzo ai giornali: in ogni angolo una rappresentanza. Ma il grosso dell'esercito è qui, in questo scaffale a sinistra. Grandi, piccoli, in edizioni di lusso, in edizioni economiche, rilegati in tela, in pelle, sciolti, sdruciti: sono due o trecento, tutti in fila come soldati.

Succede spesso. Quando non si ha voglia di leggere e la penna pesa un quintale, quasi senza volerlo, fermate l'occhio su questi libri e ne andate scorrendo i titoli. Curioso! Ora la fronte si corruga, ora si spiana; ora le labbra abbozzano un sorriso, ora vi assale un fremito; ora il naso si aggrinza, ora gli occhi scintillano. È naturale: sono le diverse impressioni che hanno lasciato in voi questi libri, impressioni che non si cancellano, impressioni che ricordano tutto un periodo divita gaia e spensierata. Qui sono romanzi, divorati in un giorno con la più grande voluttà; romanzi noiosi, dieci volte incominciati e dieci volte mandati a quel paese; romanzi lascivi, assaporati di nascosto come frutti proibiti; romanzi placidi, sereni come un tramonto d'autunno; romanzi burloni, che leggeste ridendo a crepapelle; romanzi tetri, che vi lasciavano un vuoto nell'anima; romanzi paurosi che vi facevano rizzare i capelli!

Oggi di tanti romanzi non vi resta che un ricordo vago. Di alcuni ricordate appena il protagonista, di altri una scena, di altri una descrizione: tutto il resto, silenzio. Vi date a frugare nella memoria, unite, coordinate, ma ad un punto non si può andare più avanti; si perde ogni traccia. Buio, buio pesto! È vero; ma guardando questi libri, sentite come una musica lontana, che dolcemente vi accarezza e vi culla. Vi arrivano suoni, armonie, grida laceranti; è come un'eco di baci, di sospiri, di gemiti, che s'inseguono, s'intrecciano, si urtano. La fantasia corre, corre... Voi vedete sfondi di foreste e di acque azzurre, poveri abituri e sale dorate, riflessi di nevi e di cieli rosei! Che odore di gelsomini e di aranceti! Che tanfo di sudiciume!

Ma in un momento, come al colpo di magica bacchetta, vi appaiono guerrieri, dame, assassini, padroni, servi... Voi fissate bene lo sguardo; li conoscete tutti. Ecco Valijean, ecco l'astuto Rodin, lo spavaldo D'Artagnan, il laido FrancescoCenci, il patriarcale Niccolò dei Lapi, il buon Ivanhoe, il timido D. Abbondio. Gilliat lotta con la terribile piovra, Fleur de Marie cade nelle mani di quelle donnacce, papà Goriot agonizza, Cesare Borgia alza il pugnale, il Conte di Montecristo fissa Villefort, Emma, la Bovary, vi tenta, l'Innominato si dispera; e nel fondo di questo gran quadro si elevano, quasi simboli sovrumani, fanciulle infelici, strappate alla vita nel fiore degli anni.

O Lisa, Bice, Lucia, Clotilde, Giulia, Caterina, Esmeralda, Rebecca, Ginevra, Maria! I primi palpiti del nostro cuore, vergine e immacolato, furono per voi. Prima che una ragazza ci avesse ammaliati col suo sguardo, noi vi amammo, o fanciulle, o fiori delicati, che chinaste in su lo stelo nella primavera della vita!

Nel silenzio della nostra cameretta abbiamo pianto, vi abbiamo seguite nella dolorosa via crucis delle vostre sventure e, non potendovi salvare, abbiamo imprecato contro la malvagità degli uomini.

Ci dissero più tardi che voi non siete mai esistite. E perchè? non vivete in tante fanciulle che soffrono, in tante fanciulle che muoiono senza il sorriso dell'amore?

***

Oggi quei romanzi riposano.

Rileggerli? No. Rileggere un romanzo è comesposare una vedova.Nuptia calefacta.Nessun entusiasmo. Bene o male, voi già conoscete per sommi capi la favola: vi è noto che farà Tizio, che farà Caio, chi ne uscirà bene, chi male, chi vi lascerà la pelle. Situazioni, caratteri, azioni, catastrofe: tutto vi è presente.

Gli idillî più dolci, le storie più raccapriccianti, le scene più commoventi vi lasciano freddi. Quella ragazza smania, si dispera? Pazienza; verranno le nozze. Quel giovanotto è accusato di alto tradimento, è condannato al carcere perpetuo? Un bel giorno sarà libero, milionario e si vendicherà dei suoi calunniatori.

Il romanzo non è uno spartito di musica; più si sente, più si gusta. No, l'illusione è per una volta sola. Il romanzo si legge, non si rilegge. E dolorosamente debbo aggiungere che bisogna leggerlo in gioventù. Solo i giovani possono delirare col Guerrazzi, sognare con lo Scott, fantasticare col Dumas.

E sapete perchè? Il giovane facilmente si commuove, e quando è commosso ingoia tutto, crede a tutto, approva tutto. Noi, invece, appena si prende in mano un romanzo, vogliamo far da critici. “Questa scena è inverosimile, questa situazione è impostata male, questo carattere è abbozzato. Che dialogo scialbo! Che descrizione noiosa!...„ E si va avanti facendone l'autopsia. Non si legge così il romanzo. Bisogna mettersi a sua completa disposizione,dire semplicemente: “Parla, chè il tuo servo ti ascolta„. Noi no, vogliamo fermarci a mezzo, vogliamo controllare, discutere, analizzare, dettare leggi; e il romanzo si vendica: invece di dilettarci, ci annoia.

Lasciamo dunque ai giovani ciò che la natura e l'arte riservava per essi. A noi non resta che guardare in faccia il romanzo e domandargli: chi sei?

***

I retori non sono d'accordo nell'assegnare al romanzo un posto nella letteratura. A qual genere appartiene? Al didascalico? al poetico? al drammatico? allo storico? Quistioni oziose. Il romanzo non pretende di occupare alcun posto; viene fuori così, senza blasone, senza diplomi e commende. Conosce i suoi umili natali e non accampa diritti. Mettetelo in platea, mettetelo nel loggione: si accontenta.

Furbo! si accontenta, perchè conosce il fatto suo; non vuole occupare alcun posto, perchè con la sua finta modestia si è reso padrone del campo. Ascriverlo al genere poetico? ma se è storico; al genere storico? ma se è poetico. Insomma il romanzo sfugge ad ogni classifica: ha i bagliori della poesia sotto il modesto linguaggio della prosa; lumeggia un ambiente storico ed è fantastico,vi dà una lezione di scienze naturali ed è drammatico.

Che gran ribelle! Non vuole limiti, non sopporta determinazioni, non conosce barriere. Tutto deve entrare nel suo dominio. Dove cessa la storia, egli incomincia; dove la poesia sdegna di entrare, egli si avanza. Nessuno può dirgli: — fin qui e basta. — Basta? Quanto ha la scienza con le sue scoperte, la filosofia con le sue investigazioni, la natura con i suoi incanti, il cuore dell'uomo con le sue passioni, la società con le sue ipocrisie, tutto gli appartiene, tutto descrive, analizza, scruta.

Ha la tavolozza del pittore e i ferri del chirurgo; lo slancio del vate e la pedanteria del critico; la baldanza del giovane e l'esperienza del vecchio.

Quando nacque il romanzo?

La storia letteraria non ne registra l'atto di nascita e scusa la sua ignoranza col dire che i natali sono oscuri, molto oscuri: il romanzo è un trovatello.

Calunnia! Il romanzo non è nato nel tempo, è nato con la natura, con l'uomo; è nato quando nacque l'amore, quando nacque la poesia.

Si potrebbe dire: gli antichi non lo conoscevano. È vero. Il romanzo non ha mai avuto una personalità propria: è stato sempre un modesto operaio nell'officina dell'arte, con l'incarico di spargere sentimento e fantasia sugli altri generiletterari. Dove non troviamo il romanzo? Egli vivifica la mitologia, abbellisce la storia, aleggia nel poema, cinguetta nella canzone, informa la tragedia. Che cosa sono quelle leggende-misteri dei primi secoli dell'Êra Cristiana, quei racconti cavallereschi del Medio Evo, quelle patetiche istorie di amore, quelle grasse novelle in prosa e in versi?

È il romanzo che si lascia svisare dal misticismo, soffocare dalle favolose imprese eroicomiche, diluire in due o trecento strofe più o meno monotone o licenziosette. Non aveva la coscienza della sua nobiltà, del suo valore; gli mancava il coraggio di dire una buona volta: — Io posso vivere da me, posso dilettare, istruire, educare! —

Ma venuto il secolo XIX, secolo di rivendicazione sociale, il romanzo ottiene i suoi diritti. Ammesso ufficialmente nello Stato Civile dell'arte dallo Scott, preso a battesimo dal Manzoni, confirmato dal Balzac, incomincia a vivere di vita propria ed acquista una vitalità maravigliosa. Poeti, storici, uomini politici, eruditi, filosofi, critici non sanno resistere al suo fascino e diventano romanzieri.

Il romanzo impera, trionfa dovunque. Storico in Inghilterra, sociale in Francia, sentimentale in Germania, conserva l'impronta nazionale; ma, ispirato dagli stessi bisogni, governato dalle medesime leggi, è l'eco della nuova vita, della nuova civiltà.

È aristocratico, è democratico il romanzo? Nè l'uno nè l'altro. Disconosce questa divisione, dovutasemplicemente alla vana superbia di pochi, alla tirannica ambizione di molti. Il romanzo è umano, vuole l'uomo. Venga dalla capanna o dalla reggia, si nasconda sotto le vesti di un galeotto o di un vescovo, il romanzo l'accoglie. I suoi protagonisti, tolti all'aratro, alla rete, alle officine hanno una finalità ed una missione, perchè la vita ha doveri sacri per tutti, nè fu data per sollazzo ad alcuni e per espiazione ad altri.

***

Quale benefica innovazione apporta il romanzo! L'arte è stata sempre aristocratica, ha illuminato sempre le grandi vette della scala sociale, trascurando due esseri: il popolo e la donna.

Potreste dire: la poesia non ha mai trascurato la donna. È vero, ma avrebbe fatto meglio a trascurarla.

Se la donna non ha coscienza di se stessa, se è vanitosa, leggiera, pettegola, colpa dei nostri poeti, che vollero vedere in lei non una compagna, ma una bambola, senza mente e senza cuore, una cosina dolce e delicata, un grazioso gingillo.

Si è detto sempre: la poesia ha spiritualizzato la donna. Non è vero; l'ha sacrificata, l'ha snaturata, l'ha resa inerte. Schiava della propria ignoranza, schiava dei suoi e degli altrui pregiudizi, la donna si sentì chiamare angelo, fu esaltata, ebbe ammiratori e cortigiani, ma non visse.

Noi ricordiamo Beatrice, Laura, Margherita, Elvira, Silvia e tante altre come grandi ispiratrici del genio, ma che cosa pensavano, che dicevano, che operavano, queste donne? Niente; si lasciavano amare, si lasciavano rinchiudere in una nicchia di oro.

Il romanzo riabilita la donna. Non più gemiti petrarcheschi, sospiri metastasiani, belati arcadici. Addio Eleonora, Andromaca, Didone, Angelica, Bradamante, Sofronia, Clorinda! Addio bellezze languide o tiranne! Il romanzo vi scaccia. Il romanzo affida alla donna lo scettro reale della famiglia, e le ricorda i grandi doveri e la grande responsabilità nella vita domestica e sociale. Il mondo non ha bisogno di mute ispiratrici, ma di operose educatrici!

Lo chiamano figlio dell'epopea, il romanzo. Forse è vero, ma il figlio non ricorda la madre. L'epopea, solenne, canta le battaglie di Achille, di Orlando, di Goffredo; il romanzo non ama gli elmi e le corazze, non si mette a servizio di una classe privilegiata, egli canta le lotte, i dolori le battaglie, le vittorie di tutta la società umana.

Col pretesto di una favola, di un idillio, di una novelletta, affronta i più gravi problemi sociali: è filosofo e scienziato, è statista e legislatore. Lo storico futuro, invece di seppellirsi nelle tetre mura di una biblioteca per decifrare manoscritti e lettere, dovrà leggere i romanzi dell'epoca nostra. Qui troverà i contrasti, gli urtidella vita moderna; a traverso queste pagine, frementi di vita, dense di concetti, calde di passione, egli sentirà l'eco di quell'anima collettiva, che crea i grandi avvenimenti politici e forma la storia.

Oggi non si scrivono trattati, non si discute nelle accademie, non si ciancia nei congressi, non si predica nelle piazze: si detta un romanzo. Per accusare o difendere, per protestare o secondare: il romanzo. Chi ha un principio da sostenere, un sistema da propugnare, ricorra a lui, al propagatore di tutte le verità, di tutti i paradossi, di tutte le utopie!

Sentite: se Dante fosse vissuto ai tempi nostri avrebbe scritto un romanzo, non un poema. Così laDivina Commedianon sarebbe il patrimonio di pochi studiosi, ma il libro di tutti!

Ed è giusto. Il romanzo è la lettura favorita di ogni classe sociale. Il letterato lo studia, lo scienziato l'esamina, il critico lo scompone, il pubblico lo legge, semplicemente lo legge, correndo con lo sprone ai fianchi per sapere “come andrà a finire„. La vita reale è monotona, molto monotona e il pubblico ricorre al romanzo per interrompere quella monotonia. Non chiede arte, caratteri, costumi; vuole qualche cosa che lo diverta, che lo commuova. La ragazza vuole un confidente, un compagno alle proprie fantasie; il giovine un consigliere nelle prime armi dello amore e della vita; l'uomo d'affari un narcotico;l'uomo di mondo uno scandalo; l'operaio un conforto, talora un eccitamento, talora un'istruzione; l'ozioso un complice per ammazzare meglio il tempo; l'illuso l'incarnazione di sè stesso; il sentimentale, emozioni e sogni; l'asceta un lembo di cielo; l'anarchico una dinamite!

E il romanzo contenta tutti; angelo o demone, consola, seduce, inganna, istruisce, burla, ride, sogghigna.

Ecco perchè il romanzo domina, signoreggia e dispone dei pochi ozî della vita moderna. A chi ruba anni, a chi mesi, a chi giorni, a chi ore tutti pagano il loro tributo al novello Cesare.

Qualcuno per darsi l'aria di uomo serio dice: “Io non leggo romanzi„. Non gli credete; quel signore o mentisce o è un analfabeta.

Di grazia, che cosa si legge in villeggiatura? un romanzo; nelle notti d'insonnia? un romanzo; dopo un alterco con la vostra signora? un romanzo. Il romanzo entra nell'intimità della nostra vita familiare; è il compagno delle nostre piccole gioie, dei nostri piccoli dolori.

Ma il romanzo non è contento ed ha ragione. Dispone del nostro tempo, sissignore; ma di quale tempo? Di quello che si passa in casa. Difatti il romanzo si legge a tavolino, magari passeggiando per la stanza, magari sdraiato sull'erba o sulla poltrona, magari a letto, in attesa di Sua Eccellenza il Sonno, magari... voi m'intendete; ma in mezzo alla strada, in trattoria, in tram, è prudenteleggiucchiarne sia pure una pagina? Leggere un romanzo in unrestaurant, dopo aver fatta una colezione di caldo o di freddo? Sarebbe una pazzia. Leggere un romanzo in un salone, mentre il barbiere prepara il ferro del supplizio? Fareste ridere.

Eppure quei minuti di ozio, di riposo, di aspettativa gli fanno gola; li vorrebbe per sè. Ma è impossibile. Impossibile? Sapete che fa quel furbo? Si presenta al giornale e gli chiede un posticino a piano terra. Vi si adatta come in una bara, fa il morto, ma ottiene l'intento. Egli può così rubarvi i pochi ritagli di tempo, può accompagnarvi dovunque: al teatro, al circolo, in ferrovia!

***

Ma strano. Il romanzo non gode le simpatie di tutti. Pochi l'onorano, molti lo respingono, moltissimi lo odiano a morte. Chi lo fugge, chi lo teme, chi lo guarda bieco, chi ne dice corna. Il romanzo! Dio mio, è l'istigatore di tutte le lordure, il responsabile di tutte le sconce e delittuose anormalità! Lui il galeotto, il tentatore, il seduttore, il mezzano, il manutengolo. Chi ha portato questa grande corruzione sociale? il romanzo; chi turba la pace delle famiglie? il romanzo. Novello Satana, parla all'orecchio dei figli di Eva in un linguaggio malignamente bello: li alletta, li seduce, li precipita nella colpa. La statisticadegli adulterî, delle fughe, dei ratti, dei divorzi, dei liberi amori, dei suicidî, dei delitti passionali è terrorizzante? Ringraziatene il romanzo. I nostri giovani sono fiacchi, svogliati, sensuali? Colpa del romanzo. Le nostre fanciulle sono nevrasteniche, spudorate, morbosamente sensibili? Il romanzo, il maledetto romanzo. È lui che distrae, che snerva, che stilla nella mente certe ideacce, che solletica certi istinti!

Di qui un odio spietato contro il povero romanzo. Gli oratori sacri arrotondano la voce e danno scomuniche a chi legge, a chi scrive, a chi stampa, a chi compra, a chi vende romanzi. I Procuratori Generali, non sanno inaugurare l'Anno Giuridico, senza scagliarsi contro il povero romanzo. I babbi e le mamme sono tutt'occhio per non far cadere nelle mani dei figliuoli questi libri, causa di tutti i mali.

Ricordo. Un direttore di una importante azienda di generi alimentari, nell'ammettere un operaio, gli rivolgeva una sola domanda: “Leggi romanzi?„ Se il mal capitato rispondeva no, era il benvenuto, se rispondeva si, fuori! Chi legge romanzi è traviato!

Ma si finisca una buona volta di condannarlo alla pena capitale. Ci sono romanzi cattivi; ma non ci sono novelle cattive, poemi cattivi, storie cattive? Quale delle forme letterarie ha potuto sempre tenersi immune da questa lebbra di cui accusiamo il romanzo?

Si dirà: nel romanzo questa lebbra è maggiore. D'accordo. Ma che colpa ha il romanzo se molti, che non sanno nè di arte nè di buon costume, per battere moneta, per acquistare un po' di popolarità, mettono fuori sudiciume?

Alzate la voce contro i romanzi cattivi, bruciateli, distruggeteli, ma non calunniate questo genere letterario, che ha tante benemerenze. Che? vi siete dimenticati che i “Promessi Sposi„ l'“Ivanhoe„, la “Capanna dello Zio Tom„ sono romanzi?

***

Ma bisogna confessarlo: certi romanzi sono dannosi davvero. Su questo gruppo a destra, per esempio, dovreste scrivere a grossi caratteri:veleno.

Sono romanzi così detti veristi che ci vengono per lo più dalla Francia e che purtroppo trovano imitatori fra noi.

Voi li avete comprati, li leggete, perchè la vostra professione di letterato vi obbliga a scorrere questi libri di moda, ma spesso, dopo una ventina di pagine, dovete interrompere la lettura. La mente è sconvolta: si respira luridume. Sentite quasi il bisogno di spalancare le finestre, di lavarvi le mani e di ripetere come il vecchio Re Lear: “Dammi, o speziale, un oncia di zibetto per purificare la mia immaginazione!„

Eppure questi libri, che senza pietà e senza veli, con un cinismo ributtante dipingono la parte più selvaggia dei nostri istinti, si trovano nelle mani di tutti. Sono questi i romanzi che oggi si leggono, che appassionano, che seducono: storie volgari, sanguinose, sudice, che dovrebbero far ribrezzo e nausea. Tutto è violento, tutto è anormale. Non trovate una donna onesta. Nevrasteniche, febbricitanti, queste eroine non vivono che di adulterî e di delitti.

Ma dunque la quiete domestica, le sante gioie della famiglia, le azioni nobili e generose sono utopie?

Il Darwin spesso la sera si faceva leggere dei romanzi dalla figliuola, ma ad ogni scena, un po' troppo tragica, esclamava: “Vorrei che una legge proibisse nei romanzi le soluzioni tragiche. Siamo così afflitti, assistiamo a tante sciagure! Almeno le vicende immaginarie dovrebbero consolarci e infonderci nuovo coraggio!„

Povero Darwin! che avrebbe egli detto di certi romanzi moderni? Oggi i libri dello Scott, del Grossi, del D'Azeglio non si leggono più: sono racconti troppo patetici, idillî troppo dolci! Lucia, Bice, Ginevra sono delle fanciulle poco interessanti, perchè hanno molto... pudore!

Il babbo faceva la voce grossa e vi guardava bieco, vedendo sul vostro tavolo da studioNostra donna di ParigioBeatrice Cenci, che, se abusano di situazioni mostruose, non tentano conciliareuna simpatica ammirazione per uomini carichi di scelleratezze. I nostri antichi maestri chiamavano pericoloseLe ultime lettere di Iacopo Ortis, perchè rappresentano troppo al vivo la disperazione di un amore ostacolato e infelice; ma quelle lettere hanno pure dei nobili scatti di amor di patria.

Nel romanzo moderno invece tutto è amore, amore, amore! Ma un amore morboso, traviato, snaturato, che si alimenta di vizio e di sudiciume.

Il Manzoni soppresse nei suoiPromessi Sposiogni scena d'amore, perchè secondo lui, “ve ne ha seicento volte più di quello che sia necessario alla nostra riverita specie„ e aggiungeva: “vi hanno altri sentimenti, dei quali il mondo ha bisogno e che uno scrittore secondo le sue forze può diffondere un po' più negli animi, come sarebbe la commiserazione, l'affetto al prossimo, la dolcezza, l'indulgenza, il sacrificio di se stesso„.

Il Manzoni aveva torto e pochi anni fa glielo disse pubblicamente un suo discepolo ammiratore, il Fogazzaro. Siamo d'accordo. Il Manzoni si fe' vincere dagli scrupoli religiosi e giunse agli estremi. L'amore è necessario nella vita e nell'arte; ma perchè ritrarlo nelle sue anormalità, nei suoi pervertimenti? Perchè parlare di certi luoghi, di certe donne, che la pubblica moralità confina negli angoli più remoti?

Non sono romanzi questi, ma rapporti che si scrivono da commissarî di polizia, tesi criminali, incui si studiano le coppie degenerate, composte di un individuo forte — l'incubo — e di un debole — il sùccubo — il quale, come un automa, è trascinato al vizio e al delitto.

Non si parla che di delinquenti. E tutto lo studio, tutto lo sforzo si mette nel dipingere a vivi colori, con richiami violenti, ciò che vi è di disordinato e di vizioso nella nostra natura.

Oggi tra i romanzieri c'è come una forsennata emulazione a chi osa scandali più procaci e inauditi, a chi narra fattacci più osceni, con una tale sozzura di linguaggio da farne arrossire un consesso di vetturini. Si aggirano tra sciocchi e mariuoli, tra perfidi e balordi, tra mezzani e cortigiani; non una persona di garbo o assennata: tutti pervertiti o maniaci!

“Se dovessi scrivere un romanzo — esclama sconfortato il Martini — mi sentirei imbrogliato. Dove, andrò a pescare tante turpi passioni, tanti istinti brutali, tanta sconcezza di parole? Come impasterò io tanto fango e tanto sangue?„

È arte questa? Non lo so, nè voglio saperlo. Dico solo: se v'è arte, è arte malsana. I moderni hanno voluto correggere l'antica formola manzoniana ed hanno detto che l'arte sdegna di servire a chicchessia: essa è sovrana assoluta. Sia pure, ma abbia la dignità di una sovrana, non discenda dal trono per rendersi complice e mezzana di turpitudini!

Malauguratamente vi è un contagio per lo spiritocome per il corpo. A furia di dire che la società è corrotta, ipocrita, siamo diventati un po' tutti pessimisti e miscredenti.

Oh! si alzi una voce in nome del buon costume. Noi vogliamo l'arte consolatrice, l'arte che ci rende buoni, l'arte che educa e nobilita, l'arte dei padri nostri!

L'Italia è il grande giardino dell'Europa, sia ancora il giardino dell'arte sana, ossigenata, vivificatrice. È bello il nostro cielo, è ridente la nostra primavera, sia bella e ridente l'arte nostra!

***

Lo dico con rincrescimento: il romanzo decade. Dopo un periodo glorioso di vittorie, pare che sia giunto anche per lui il fatale Waterloo.

Ogni anno se ne pubblicano migliaia e migliaia. Dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra, dalla Norvegia e sorella, dalle Americhe, ne arrivano a balle; le vetrine dei librai ne sono piene zeppe; giornali e riviste si affrettano a darne recensioni più o meno compiacenti, ma questi romanzi vivono poco, molto poco. Appaiono nel cielo letterario come luminose meteore, come stelle filanti, e poi addio per sempre. Sono fiorellini. Hanno una primavera più o meno ridente, ma segue sempre l'estate che li dissecca e l'inverno che li fa marcire.

E perchè? Prima di tutto, nella maggior partedei romanzi moderni manca l'arte. Ci sarà qualche pagina bellissima, qualche carattere ben delineato, qualche descrizione ben colorita, ma il resto è tesi. Il romanziere s'impressiona della tesi, considera il romanzo come un'arma e trascura l'arte. Che ci sia la tesi, ma che ci sia anche l'arte! Noi non domandiamo se chi scrive è un socialista, un liberale, un cattolico, un rivoluzionario; vogliamo che sia innanzi tutto un artista. Gli artisti sono pochi, i romanzieri molti: ecco perchè il romanzo decade. Colpa sua! Si è lasciato un po' vincere dal cuore, ha voluto far buon viso a tutti, accogliere tutti, e questi signorituttigli preparano la tomba.

E i pochi artisti, quelli che dovrebbero sollevare il romanzo e infondergli una nuova vitalità, seguono la moda. Pagani adoratori della forma, non ricreano lo spirito, lo tormentano. Analisi, analisi, analisi, sempre analisi! Bandito il contenuto storico, il romanzo è diventato un documento, un freddo documento. C'è l'arte, ma quest'arte nulla dice al cuore, nulla all'intelligenza: è un'arte che non solleva, è un'arte che ci tira maledettamente alla terra. I personaggi di questi romanzi sono fuori della natura e fuori della storia; noi non li abbiamo mai visti, non li vedremo mai nella vita.

Il romanzo dunque se ne va; se ne va, perchè il positivismo lo scaccia, dopo averlo maturato; se ne va, perchè oggi prevale il pensierofilosofico sul pensiero realistico, l'attitudine speculativa sull'inventiva; se ne va, perchè noi moderni non vogliamo più opere di immaginazione e di sentimenti. Il problema sociale, i nuovi portati della scienza ci hanno reso troppo seri e troppo pratici. Oggi è lotta su tutta la linea: lotta di idee, di principî, di sistemi, che paralizzano la vita artistica e letteraria.

Finanche il grosso pubblico, che ieri leggeva con tanta avidità romanzi, oggi non vuol perdere il suo tempo con effimere commozioni. Preoccupato per la ricerca di una più nobile e giusta forma di convivenza civile, lotta per i suoi ideali politici ed economici. Non vuole diletto, svago, ricreazione; vuole miglioramento.

Invano il romanzo lo tenta con le sue analisi psicologiche, con la tesi, con il documento; invano gli susurra all'orecchio: “Io sono con te, io propugno i tuoi interessi!„ Il pubblico vuol far da sè: ha la camera del lavoro e lo sciopero!

Potreste dirmi: “Ma che cosa legge questo pubblico nelle poche ore di riposo? che cosa legge il dopo pranzo, che cosa legge nelle lunghe ore d'inverno?„

Per i ritagli di tempo ha il giornale; il giornale che lo seconda, che lo difende, che lo informa minutamente di tutto ciò che succede intorno a lui. Il giornale è pratico; non fantastica, non sogna, non inventa, non si culla in vaneaspirazioni: è la sentinella che veglia, il giudice che condanna, l'avvocato che perora, il tribuno che fulmina, il poliziotto che spia.

Il pubblico non sa che farne di romanzi; vuol sapere invece che cosa ha combinato il nostro Governo con l'Argentina, che fa la Germania nel Marocco e l'Austria in Albania. E poi, la “S. Giorgio„ si salverà? A novembre avremo la riforma elettorale? In Inghilterra è terminato lo sciopero? I tranvieri hanno vinto a Napoli? Questo vuol sapere il pubblico.

Dunque il romanzo muore?

No. Consolatevi, o anime sitibonde di storie pietose e commoventi; il romanzo non muore. Dopo questo periodo angoscioso di ansia e di aspettative, verrà un'ora di pace e di riposo per tutti. Ed allora risorgerà il romanzo, il vero, il grande romanzo, che i nostri figliuoli metteranno a fianco all'Iliade, allaDivina Commedia, aiPromessi Sposi!


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