Il vocabolario.
Prima che lo diciate voi, lo dico io: il De Amicis ha parlato del vocabolario e ne ha parlato da par suo. Questo simpatico scrittore somiglia un po' a Victor Hugo: vuol far amare tutto ciò che egli ama. Seguendo le orme del Manzoni, che ebbe la pazienza di “spogliare e rispogliare il vocabolario„, volle anche lui mettersi all'opera e leggerlo da capo a piedi.
“Che bellezza! Che incanto! Il vocabolario diletta più di un romanzo.„ E per due pagine il De Amicis tesse il panegirico di questo librone, che nessuno, a quanto mi sappia, aveva pensato di mettere sugli altari con tanto entusiasmo.
Però dopo averlo letto e postillato a dovere esclama: Italiani, noi siamo poveri di lingua, noi siamo anemici. Ognuno di noi non conosce che poche centinaia di parole e di modi, e stiracchiando,ricorrendo a perifrasi, cerca di esprimere alla meglio ciò che vuole. Perchè questo sforzo? perchè questa miseria? La nostra lingua è ricca, straricca. Aprite il vocabolario. Voi, ad esempio, dite: — Ho mangiato qualche cosa prima del pranzo, ho preso un piccolo pasto dopo il pranzo, quel piatto era così squisito che n'ho mangiato un'altra porzione. — Che sciupìo di parole inutili, che noiosa ripetizione del verbo mangiare! Colpa vostra, signori miei. Se aveste un po' più di familiarità col vocabolario, direste semplicemente ho fatto unospuntinoo unritocchinoo uncontentino.
E il De Amicis da bravo medico prescrive una cura ricostituente per questa anemìa. “Prendete il Fanfani, ultima edizione, mille e settecento pagine, otto volumi di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, cinquanta pagine al giorno. Un anno„.
Benissimo. Un anno di cura, un anno per imparare la lingua, un anno per scrivere davvero con arte!
Molti — piccoli e grandi — vollero far tesoro di quella ricetta e subito si misero all'opera. Ogni mattina, a stomaco vuoto, cinquanta pagine di vocabolario.
Ma che! chi dopo una settimana, chi dopo un mese, chi dopo due, tutti incominciarono a sentirsi male; quelle pillole erano indigeste: ognunointerruppe la cura e non volle più sapere di vocabolario.
Era da immaginarsi. Con questi chiari di luna chi volete che consumi un anno sul vocabolario? Oh! il De Amicis non sa che nel nostro secolo c'è una fretta indiavolata in tutte le cose? Oggi i libri un po' voluminosi si presentano sotto forma di dizionarî o almeno offrono un indice alfabetico analitico, per comodità dei lettori, che non hanno tempo da perdere!
I nostri padri — beati loro! — si leggevano da capo a fondo un grosso volume e spesso ritornavano volentieri a leggerlo; ma oggi, oggi no: i libri che pesano più di duecento grammi ci danno noia e si lasciano dormire nello scaffale.
Proprio in questi giorni, scorrendo un catalogo di opere sacre, ho letto che un certo prof. Sestili ha pubblicato unDizionario Tomistico ad uso degli studiosi di Teologia e Filosofia. Un tempo gli studiosi postillavano, commentavano laSommadell'Aquinate, oggi si contentano di leggerla tagliuzzata in un dizionario. Che volete? quellaSommaai giorni nostri è diventataSomae per conseguenza molto pesante.
Dunque, se i libri si riducono a vocabolarî, è mai possibile che un vocabolario possa diventare un libro e leggersi per disteso come una storia, o un trattato, o un romanzo, tenerlo sul tavolino da notte e portarlo, a fascicoli, nelle passeggiate in campagna? No.
Ma non credete che quel libro abbia perduto il suo dominio! Non volete seguire l'esempio del De Amicis? peggio per voi. Di buona o mala voglia, dovete ricorrere sempre a quel grosso libro. Disprezzatelo, guardatelo con occhio bieco, ma dovete convincervi una buona volta che il vocabolario è il solo, il vero libro indispensabile a tutti. Potete fare a meno della Divina Commedia e della Bibbia (e molti ne fanno a meno); del vocabolario, no.
Prima di tutto bisogna comprarlo. Avreste il coraggio di dire ad un amico “Mandami un po' il vocabolario Italiano?„ Vi sentireste rispondere: “Non hai il vocabolario? compralo.„
Nè basta comprarlo. La maggior parte dei libri si fanno rilegare per lusso: il vocabolario per necessità. Quel librone, a differenza di tutti gli altri, lavora, lavora molto: occorre quindi che sia rilegato in pelle e pelle fortissima. Di più, tutti i libri, piccoli e grandi, belli e brutti, utili e inutili, se ne stanno negli scaffali. Appena comprati, restano pochi giorni sul tavolino; alcuni si leggono, altri si sfogliano; ma tutti, letti o non letti, raggiungono la loro residenza stabile. Il vocabolario invece, dal primo giorno che è entrato in casa, se ne sta sempre sul tavolino. Accanto al calamaio, alla penna, alla cartella, il vocabolario. Spesso per i vostri studi avete bisogno di consultare molti libri; ne prendete uno, poi un altro. Dopo una settimana il tavolino n'è pieno:quei libri si accavallano maledettamente. Che disordine! Che oppressione! Bisogna far piazza pulita, bisogna che ognuno ritorni al suo posto. Ma il vocabolario non si muove: il suo posto è là, sul banco del lavoro.
Sentite: se entrando in una stanza da studio, non trovate sul tavolo il vocabolario, dite subito: “Qui non si legge, nè si scrive„! Infatti è mai possibile leggere o scrivere, senza ricorrere a lui, consigliere, maestro, despota del nostro patrio linguaggio?
La legge ha il Codice, la Chiesa il Concilio di Trento, la lingua il vocabolario. Potete rasentare il codice, ignorare il Concilio di Trento, ma il vocabolario, no. Dal giorno che avete incominciato a scrivere due parole siete suo suddito.
Che dittatore, che autocrate! Non discute, decreta; non consiglia, comanda. Il giudice per formulare e rafforzare la sua sentenza richiama articoli e testi unici; il vocabolario non ha bisogno di altre autorità: è lui la Legge, lui la Cassazione, lui l'Alta Corte.
Come è modesto nella sua grandezza, come è superbo nella sua pedanteria! Sempre pronto alle vostre chiamate, sembra un servitore, ed è un padrone!
Non è botanico e vi parla di piante; non è medico e vi fa conoscere le malattie, cui andate soggetto; non è un Santo Padre e vi descrive il Paradiso. Entra nei postriboli e nellechiese, vi porta in mare e in cielo! Che verista! Ciò che voi non avete il coraggio di dire neppure con gli amici più intimi, egli lo dice, senza sottintesi, a tutti: lo dice ai vecchi, agli adulti, ai ragazzi, alle fanciulle. Non ha scrupoli, nè reticenze, non professa nessun sistema, non appartiene a nessuna scuola, non impone nessuna morale. Dite quello che volete; predicate in chiesa o nella camera del lavoro; calunniate o incensate; pregate o bestemmiate; educate o corrompete; incitate alla guerra o consigliate la pace: il vocabolario vi seconda sempre.
Cattolici, protestanti, ebrei, panteisti, razionalisti, modernisti, massoni, atei: aprite il vocabolario; per formulare a dovere il vostrocredo, avete bisogno di lui!
Monarchici, repubblicani, socialisti, anarchici, terroristi, nichilisti, il vocabolario! Per predicare il vostroverbo, dovete ricorrere a lui.
Che gran complice! Eppure chi glie ne fa una colpa? chi lo chiama responsabile delle utopie, delle stranezze, dei paradossi, delle abberrazioni che si pensano e si scrivono?
Il vocabolario, pure essendo di tutti i colori, di tutte le tendenze, resta sempre il grande areligioso, apolitico, amorale. È l'unico libro, che mentre fornisce a tutti il materiale, può, in ogni quistione, in ogni polemica, esclamare come Pilato: — Io me ne lavo le mani! —
Questo furbo non fa che definirvi le parole,registrarvi le frasi, i motti, i proverbi. Non tenta, non solletica, non seduce; siete libero di scegliere ciò che volete: ne ha per tutti i gusti.
Agli innamorati presta il dolciume, al pessimista le parole di colore nero, al rivoluzionario le mitraglie, all'asceta le vaghe aspirazioni, all'umorista le arguzie, al maligno i sarcasmi, all'invidioso gli scherni.
Dovete scrivere in prosa? Il vocabolario vi offre parole piane, facili, casalinghe. Amate scrivere in versi? Il vocabolario vi presta parole dolci, diafane, armoniose. Che? dovete preparare un discorso che faccia rumore? ricorrete a lui: ha un centinaio di parole rimbombanti che fanno al caso vostro.
Ah! se aveste la pazienza di cercare, frugare, rovistare quel librone, potreste esprimere una vostra idea in venti, trenta modi differenti e produrre venti, trenta effetti diversi.
***
Eppure questo libro che vi favorisce in tutto, che è sempre pronto a servirvi, non è amato, no; è sopportato, lo si considera come un grande importuno; che vuol ficcare il naso in tutte le cose.
Domandate ai vostri ragazzi che ne pensano del vocabolario. Dio mio, è il libro più antipatico! Almeno quegli elementi di storia hanno dei fatterelli piacevoli, il libro di lettura attira conqualche raccontino; ma il vocabolario? pesa un mondo e annoia per dieci.
Ogni giorno bisogna portarlo a scuola, ogni giorno bisogna riscontrare, trascrivere e mandare a memoria dieci vocaboli. Il maestro spesso grida: — Come, roba con due b! perchè non l'hai trovato nel vocabolario? — E così i vostri poveri ragazzi, per non avere rimproveri a scuola e castighi a casa, ricorrono al vocabolario. È un libro che li perseguita sempre e da cui non possono liberarsi. Scrivono il componimento italiano? Dopo aver consumato due ore a mettere insieme dieci periodi, vocabolario per i benedetti errori di ortografia. Mandano a memoria una poesietta, un brano di prosa? vocabolario per assicurarsi del significato di tre o quattro parole.
Hanno torto i ragazzi a considerarlo come un libro noioso? Non credo.
Hanno torto invece gli scienziati, i quali vorrebbero fare a meno del vocabolario. Essi dicono: “Il vocabolario a noi? Ma non sapete che la scienza ha un linguaggio proprio, ha parole tecniche, che non sono italiane, nè francesi, nè tedesche, ma scien-ti-fi-che! La scienza è universale, e quindi è libera di servirsi dove vuole e come vuole!„
E così i medici, ricorrono direttamente al greco antico e, per intimorirci di più, battezzano le malattie con parole lunghe un metro; i naturalisti si servono del latino; gl'ingegneri rubano un po' da per tutto. E la lingua italiana?Si lascia ai letterati di professione. Finchè si frequentano le scuole secondarie, si studia un po' di lingua; ma dopo il liceo, si manda a quel paese. Ognuno prende la sua strada. Chi entra nelle cliniche, chi si cristallizza coll'algebra e con la trigonometria, chi si dà anima e corpo all'elettricità, chi si rinchiude in un osservatorio per studiare, la luna, il sole, e le stelle fisse o erranti, chi si ostina e restarsene, giorno e notte, in un sotterraneo per darvi la lieta novella che all'ora B, al punto C, c'è stata una forte scossa di terremoto, e chi va ramingo per piani e per valli, in cerca di piante rare. E così ognuno vive nel suo mondo, ognuno legge i libri del proprio mestiere.
La letteratura? Che letteratura! Ricordano come un sogno di aver un tempo letto l'Iliade, ilFurioso, iPromessi Sposi. Oggi hanno altro per il capo.
Eh! signori miei, fate male; potete dare il ben servito a tutti i libri, ma al vocabolario, no. Prima di essere medici, astronomi, naturalisti, ingegneri, siete italiani ed avete il sacrosanto dovere di parlare e scrivere in lingua italiana. E poi... non vi siete accorti che il vocabolario si vendica degli apostati? Voi consumate i migliori anni nello studio, vi affaticate, incanutite innanzi tempo, ma la scienza resta sempre il patrimonio di pochi. Perchè? Perchè i vostri libri sono scritti in una forma arida, stucchevole, saracinesca. Ricorrete al vocabolario, fatevi guidare da lui. Lascienza sarà popolare e un po' di popolarità l'avrete anche voi.
***
Faccio una proposta: presentatevi a un uomo di Governo, a un'Eccellenza, a una sotto-eccellenza e parlate di lingua! Sareste accolto con un sorriso canzonatorio! Questi signori del Ministero, che hanno in mano i destini della patria, non possono pensare alla lingua.
L'alta politica assorbe, l'alta politica è come l'amore: fa perdere tutti i sensi. Appena un giurista, uno scienziato, un cultore di lettere ha la fortuna o la disgrazia di afferrare un portafogli o mezzo portafogli, addio professione, addio studî! Non è più medico, avvocato o letterato, è un uomo politico.
Valga per tutti l'esempio dell'on. Sacchi. Chiamato per la prima volta da Sonnino a guardare i sigilli reali, corre a Torino, licenza clienti e scrivani e chiude bottega. Che avvocato e avvocato! Il ministro è ministro! Roma, la potente incantatrice, lo chiama a sè, e lo trasforma in un matematico; gli presenta dieci, dodici problemi — problema economico, problema finanziario, problema del mezzogiorno (siamo diventati un problema, noi del Sud!) e gli dice: “risolvi„.
Eppure questi uomini, che volontariamente, per la salute... della patria, si espongono alla terribileprova, e diventano vittime del quarto potere, che li spia, li sorveglia, li censura; oltre a doversi parare i colpi mortali delle estreme destre e sinistre, — oggi veramente non più: gli estremi si son toccati e l'opposizione la fanno i liberali del centro —; oltre al pericolo di trovarsi domani dinanzi all'Alta Corte di giustizia per ilredde rationem, questi uomini debbono pensare, — guardate un po'! — alla lingua e consultare il vocabolario. Specie il Ministro della Pubblica istruzione, questo Pontefice Massimo dei nostri studi, deve maneggiar bene il patrio linguaggio. Nè lo dico per celia: il ministro Baccelli si permetteva di dire in pubblica Camera, che il Bonghiguardava il letto. Subito l'Imbriani a rimbeccarlo: “Guarda il letto! Ma non sa il signor ministro della Pubblica Istruzione cheguardare il lettoè francesismo?„
Il Baccelli tacque: aveva torto.
Ricordate lo scandalo di quattro anni fa? Dalla Minerva vennero fuori certi temi d'italiano! I professori si guardarono in faccia e a bassa voce si andavano susurrando, non senza compiacimento: — hanno perduto la testa quei signori! — Ma il ministro non aveva perduto la testa, no; aveva solo dimenticato di consultare il vocabolario. E questa dimenticanza continua. Spesso dopo aver letto una circolare vi viene la tentazione di scrivervi sotto a grossi caratteri —vocabolario— e spedirla raccomandata “a Sua Eccellenza il Ministro della Pubblica Istruzione„.
Al ministro? Ma è lui che scrive le circolari? Quel poveretto non ha neppure il tempo di grattarsi il capo: firma, non scrive. Questa, però, non è una buona ragione: chi firma, ne assume la paternità. Anche la cambiale si firma, e noi, disgraziatamente, sappiamo a prova quali danni morali e finanziari può regalarci quel pezzetto di carta, a cui appiccichiamo la nostra riverita firma.
Il Ministro è occupatissimo. Ne convengo. Ma, Dio benedetto! invece di mandar fuori in un anno, centinaia e centinaia dicircolari, dinormali, diministeriali, che lasciano il tempo che trovano, se pure non si contraddicono e non ingarbugliano di più la matassa, ne scriva una dozzina, una al mese, avrà così il tempo di studiarle meglio e di presentarle, con l'aiuto del vocabolario, in bella forma italiana.
***
Dunque vi siete convinti che il vocabolario è indispensabile a tutti! Chiamatelo pedante, importuno, seccatore, ma dovete tenerlo sempre sul tavolo, anzi... Qui mi fermo, voglio prima raccontare un aneddoto.
Siamo in un caffè. Un signore dall'aspetto aristocratico, sorseggiando una bella tazza di moka, dice al cameriere:
“Di grazia, potrebbe favorirmi una cartolina postale?„.
— Presto servito. —
In un attimo il cameriere ritorna con penna, calamaio e cartolina. Il signore lo ringrazia con un sorriso, dà l'ultimo sorso al moka, inforca gli occhiali e si mette a scrivere. Scrive, scrive; ad un tratto si ferma. Dà uno sguardo all'intorno, resta un po' sopra pensiero, carezza i suoi enormi scopettoni, riprende la penna, la immerge nel calamaio e resta così. Poi di botto, con la sinistra preme il campanello elettrico.
Si ripresenta il cameriere.
— Il signore desidera? —
“Scusi, sa', mi favorisca il vocabolario italiano.„
— Il vocabolario! non l'abbiamo il vocabolario! —
Tutti, a questo breve dialogo, se la ridono sotto i baffi; anzi due, imprudenti, ridono così forte che quel signore stizzito, esclama in tono minaccioso: “C'è poco da ridere! Sono un galantuomo e non ho detto mica una sciocchezza, io!„ Poi, getta pochi soldi sul tavolo, prende bastone e cappello, e via!
Appena si fu allontanato, cominciarono nel caffè i commenti. “Sarà un pedante! Sarà un maniaco! Che bel tipo da commedia!„. E qui a ridere, a celiare, a mettere in canzonella tutti i puristi passati, presenti e futuri.
È comodo tagliare i panni al prossimo, mentre si gusta un gelato o un bicchierino di Strega!
Ma ripensando a quel signore, veggo che alla fin fine non aveva torto, no.
Siamo ragionevoli! Noi italiani, più degli altri popoli, si ha sempre bisogno del vocabolario. Ogni regione del nostro bel regno possiede il suo dialetto, e nel dialetto parla, impreca, bestemmia, ride, piange, delira, sogna. Specie noi del mezzogiorno, siamo abituati fin da bambini a trattare col nostro dialetto, gaio, vispo, birichino, licenziosetto, che è un miscuglio bizzarro di latino, greco, spagnuolo, francese — sacra reliquia dei nostri antichi padroni. — In famiglia, tra gli amici, nelle conversazioni casalinghe, tutto è dialetto. La parola, come è naturale, non ci viene mai meno: sempre pronta, sempre propria. Le frasi, gl'idiotismi, i vezzi si succhiano col latte materno. Siamo degli artisti nel raccontare un aneddoto, nel ritrarre una scena, nel rimbeccare — botta e risposta — chi vorrebbe divertirsi a nostre spese.
Ma tutta questa geniale gaiezza si estingue, ogni qualvolta siamo costretti di ricorrere alla lingua italiana. Con le persone di riguardo, con le signorine bisogna parlare in lingua ufficiale.
Quale martirio! Si piglia la rincorsa, ma che è che non è, il carro stride: voi vi sentite inceppato, le labbra quasi non sanno pronunziare una parola. Si va avanti barcollando, ricorrendo agliinsomma, aiperciò, ainaturalmente, passando dalleialvoi, aiutandovi col gesto, con gli occhi. Spesso perpensare a uno strafalcione detto, vi ingarbugliate di più e ne dite altri. Spesso fate a meno di prendere parte alla discussione, il silenzio in quel caso è oro di ventiquattro carati; e se non è possibile tacere, rispondete a monosillabi, servendovi di un vezzoso e comodo:Sì, signora! No, no! Non ci mancherebbe altro! È verissimo!
E quando, come Dio vuole, la conversazione è finita sembra esservi liberato da un peso enorme. Vi resta però il rimorso, e tra voi e voi andate ricordando gli spropositi e i farfalloni pronunciati con tanta solennità. Che bella figura! e dire che libri ne avete letti, studi di lingua ne avete fatti!
Finchè si parla, passi pure:verba volante volano pure le improprietà, i francesismi, le sgrammaticature, le lunghe perifrasi scialbe e inconcludenti, i periodi lasciati in asse. Del resto, mal comune è mezzo gaudio. Ognuno ha sull'anima di tali rimorsi e non potrebbe gettare la prima pietra!
Ma il guaio, il guaio serio è quando si scrive: le idee vi frullano nel cervello e fanno ressa per uscire: voi le ordinate, le accarezzate e giù in fretta a versarle sulla carta. La penna corre, vola! Che bei pensieri! Modestia a parte, voi siete uno scrittore coi fiocchi. Bravo, bravo! Domani starete sugli altari a fianco al D'Annunzio e al De Amicis.
Ma che! quella prosa che calda calda vi sembrabellissima, dopo due ore ha perduto tutto il suo incanto. È accademica, slavata, piena di francesismi, di provincialismi, di contorsioni, di luoghi comuni. Voi non siete più contento dell'opera vostra. Quanti dubbi, quante incertezze! Questa parola è italiana? e quest'altra? Questa frase mi sembra di averla letta, dove? nell'epistolario del Giusti? No, neiProverbi? Quali proverbi! nelle lettere! e qui a scartabellare, a ricercare, a perder la testa!
Noi siamo infelici nella lingua. Le cose più comuni non sappiamo esprimerle con garbo. Spesso per nascondere la nostra povertà, si ricorre ai punti sospensivi, alle interiezioni. Tutto questo perchè? perchè facciamo poco uso del vocabolario. Lo teniamo sul tavolo, sì, ma lo consultiamo di rado. Ecco l'errore. Noi dovremmo avere sempre fra le mani quel libro.
Signori proprietarî di hôtel, in ogni camera, oltre le sedie, la spazzola, il pettine, non dimenticate di mettere sul tavolo il vocabolario della lingua italiana; vocabolarî nei palchi dei teatri, vocabolarî nelle pullman dei treni diretti, vocabolarî negli uffici postali e telegrafici, vocabolarî nei caffè, nelle trattorie, nei tribunali, vocabolarî... debbo dirlo? nel Parlamento. Ogni deputato abbia il suoPetrocchi, legato in pelle e oro. Forse così, molti nostri Rappresentanti, prima di domandare la parola e metter fuori certi discorsi, che per maggiore disgrazia vengono stenografati e conservatigelosamente negli Atti della Camera —ad perpetuam rei memoriam— avranno la comodità di consultare quel libro e parlare meno barbaramente. E i senatori? Lasciamo stare questi poveri vecchi. La vista è debole, le mani sono rattrappite e poi... parlano tanto poco! Ma i deputati, questi signori che sono pieni di vita, che rappresentano il popolo italiano, dovrebbero parlar bene e dare il buon esempio.
E voi, signor Ministro della Pubblica Istruzione, non alzate la voce a difesa del nostro “Idioma Gentile?„.
Eccellenza Credaro, invece di accarezzare gl'insegnanti primarii e secondarii, i quali, ringalluzziti come i ferrovieri, sono incontentabili e tirano sempre calci, pensate al vocabolario.
Oggi tutto è Stato. Chinino dello Stato, Ferrovie dello Stato. E la lingua non è dello Stato?
Sta bene combattere la malaria, che infesta le nostre campagne e miete migliaia di vittime; ottima idea disciplinare ferrovieri e treni diretti con un nuovo Ministero; ma la lingua? Avete mai pensato che noi italiani non sappiamo parlare? avete mai pensato che quando una povera recluta del Napoletano è spedita, a grande o a piccola velocità nel Veneto o nel Piemonte crede trovarsi nella California, perchè parla e nessuno l'intende, è interrogato e non sa rispondere?
Eccellenza, gl'Italiani sono stranieri tra loro per la lingua.
E che bisognerebbe fare? Abolire i dialetti? No; rendere popolare la lingua per mezzo del vocabolario. E poichè so che vostra Eccellenza,
in tutt'altre faccende affaccendata,a questa roba è morta e sotterrata,
in tutt'altre faccende affaccendata,a questa roba è morta e sotterrata,
in tutt'altre faccende affaccendata,
a questa roba è morta e sotterrata,
mi permetto abbozzarvi un progetto di legge, che dovreste avere la bontà di caldeggiare in seno al Consiglio dei Ministri e in seno alla Camera. I nostri cinquecento l'approveranno, non dubitate. Del resto si tratta appena di due o tre articoli e andrebbe sotto la categoria di leggina. Sentite.
Art. I. Dal 1 Gennaio 1912 tutti gl'impiegati civili e militari del Regno e della Colonia Eritrea avranno per proprio uso e consumo il vocabolario della lingua italiana.
Art. II. Sorgerà in Roma, sotto la dipendenza e vigilanza diretta del Ministero della Pubblica Istruzione, la Tipografia dello Stato per la esclusiva pubblicazione del vocabolario della lingua italiana.
Art. III. I Primi Presidenti e Procuratori Generali di Corte d'Appello, i Comandanti di Corpo d'Armata, i Prefetti, i Direttori Capi delle Poste e Telegrafi, gl'Intendenti di finanza faranno pervenire, per il tramite del proprio Ministero, non più tardi del 10 Novembre, l'elenco nominativo dei loro subalterni, affinchè ogni impiegato abbiaper il 31 Dicembre un esemplare del Regio Vocabolario.
Ecco tutto: appena tre articoli, ma siate sicuro che la lingua se ne avvantaggerà di molto. Dal Primo Presidente di Corte d'Appello all'ultimo usciere di Conciliazione; dal Generale di Corpo d'Armata alla più ingenua ordinanza del più ingenuo sottufficiale, tutti, tutti impareranno a maneggiare con più urbanità la propria lingua. Forse così i signori Prefetti, Sotto-prefetti, segretarii, sotto-segretarii daranno il bando a certe lettere stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione e che sotto la forma burocratica, nascondono una lingua barbara.
Ma, Eccellenza, scusate: bisogna aggiungere un altro articolo al progetto di legge.
Art. IV. Ogni comune del Regno, in ragione dei suoi abitanti, riceverà gratis un numero di esemplari del Regio Vocabolario. I Consigli comunali avranno cura di distribuirli ai cittadini che ne fanno richiesta.
Sì, sì, seminate vocabolarî da per tutto, in cielo, in terra, in ogni luogo. Dopo un paio di anni in Italia si parlerà davvero la lingua italiana.
Signor Ministro, il giorno in cui lascerete la Minerva, potrete dire ad alta voce: Ho salvata la lingua!
Ma che, voi fate boccuccia! Non vi va, è vero? Ebbene, questo aureo e salutare progetto di legge lo farò proporre dal Deputato del mio collegio,cui parlerò alla vigilia delle prossime elezioni generali. Son sicuro che mi dirà di sì, salvo a vedere se il furbo manterrà la parola. Sanno così bene promettere e non mantenere i nostri Onorevoli!
***
Tempi beati i nostri! Oggi con dieci, quindici lire avete fino in casa il vostro bravo vocabolario della lingua italiana. Non vi piace il Fanfani? comprate il Petrocchi. Non vi garba il Petrocchi? eccovi il Rigutini. Volete il nuovo vocabolario del Giorgini e del Di Broglio? Padronissimo.
Del resto tutti seguono lo stesso metodo. Dopo aver data la spiegazione di una parola, vi mettono sottocchio proverbi, motti, frasi, in cui sempre artisticamente è incastrato quel vocabolo.
Un esempio pratico. Che cosa significamano? Mano — direte voi — significa la mano. È vero. E nient'altro, proprio nient'altro?
Aprite il Fanfani. Due pagine fitte, quattro colonne, per questa parola. Significato ufficiale:membro dell'uomo, attaccato al braccio e per cui mezzo fa tutte le sue operazioni. Significato speciale per i medici:tutto l'organo possessorio che suddividesi in omero, cubito e mano estrema; per i costruttori di corda:forca di ferro, con la quale si tiene il filo nella conca, quando si vuole incatramare.
Ma basta con i significati, diamo piuttosto uno sguardo alle frasi.
Noi tutto facciamo con la mano. Il Montaigne, non so se per il primo, ebbe la pazienza di notare tutto ciò che l'uomo fa con la mano.
“Con la mano — egli dice — si domanda, si supplica, si rifiuta, s'interroga, si dubita, si teme, si insegna, si comanda, si imita, si dà coraggio, si accusa, si condanna, si assolve, si disprezza, si sfida...„ e continua così per una pagina, conchiudendo trionfalmente “la mano gareggia con la lingua nelle molteplici sue variazioni„.
Sono celebri le sfide di Roscio e di Cicerone: il primo pretendeva di esprimere col gesto tutto ciò che con la lingua esprimeva l'eloquentissimo oratore.
Credo però che nessuno abbia mai pensato quante cose noi diciamo con la parola mano. Sentite. Due persone si aggruffano?Vengono alle mani. Tizio ruba?lavora di mano, giuoca di mano. Caio gode la simpatia di tutti?è tenuto in palma di mano. Chi ama l'ozio,sta con le mani alla cintola, con le mani in mano. Quel signore è spilorcio?ha una mano!; è prodigo?è largo di mano; è severo?che mano di ferro; è debole?si fa prendere la mano.
Un mal vivente, dopo averne fatto di cotte e di crudo cade in trappola?è la mano di Dio!In questo affare non c'entro,me ne lavo le mani. La cosa è così, ne sono certo,metterei la mano sulfuoco. È colpa tua?morditi le mani. Invece di consumare venti parole per dire ad un amico o ad un seccatore, che siete dispostissimo a favorirlo, ma che non dipende solo da voi, bisogna parlarne anche a Tizio, vi sbrigate subito —lui con una mano ed io con due. Ildo ut desdei latini, che sa molto d'egoismo, si raddolcisce col vezzosouna mano lava l'altra.Dammi una mano, aiutami.Hai le mani in pastanon si dice dei fornai, ma di molti uomini politici — voi m'intendete — che spandono grazie e favori. Aspettate l'occasione per rendere la pariglia a quel farabutto? se mi cade in mano!Il cavallo si sbizzarrisce?ha guadagnato la mano. Chi perdona,alza la mano, chi riesce in ogni cosaha una mano benedetta„.
Ma mi accorgo di fare un lavoro inutile. Aprite il vocabolario; ne trovate a bizzeffe di queste frasi.
E quanto il vocabolario vi ha detto che una frase è italiana, servitevene a vostro bell'agio: mangiatene a colazione, a pranzo, a cena e andate a letto senza pensieri. Nessuno potrà attaccarvi sulla lingua.
Ma prima di addormentarvi, pensate un po' a quei poveri letterati antichi, che si trovarono in ben altre condizioni. Fino al cinquecento si scriveva senza vocabolario. Ognuno doveva accattar voci, frasi, regole sui classici canonizzati, formando così un zibaldone più o meno grosso per proprio uso e consumo. Si passavano anni e anni per unestratto di parole sullaDivina Commedia, sulCanzoniere, sulleVite dei Santi Padri; e di ogni parola bisognava esibire il certificato di nascita, “L'ha detto Dante? ma dove? in qual verso? L'ha usata il Boccaccio? Ma santo Iddio, il Boccaccio non è sempre imitabile.„
Di qui polemiche, discussioni eterne che spesso andavano a finire in contumelie ed insulti. I pedanti stizzosi, cocciuti si ostinavano a scrivere l'oro di lega del trecento e non volevano d'un palmo staccarsi dal toscano, servendosi di parole rancide, imbalsamate; altri, di maniche larghe, mettevano in campo l'uso e quindi la lingua parlata; altri infine pur non dando troppo peso a tali pettegolezzi, per non venire alle mani con i pedanti, piegavano la testa. Il Bembo, vedendo che questa benedetta lingua bisognava cercarla con la lanterna di Diogene, diceva all'Ariosto: “Senti a me, scrivi in latino: il tuo Orlando potrà impazzire come vuole e nessuno avrà che dirci„.
E perchè? perchè mancava il vocabolario. Veramente un certo Padre Ambrogio Calepino (da cui ne venne Calapino, vocabolario) volle tentare la prova e mise fuori un lessicon. Ma che dizionario! Basti dire che il buon monaco agostiniano ingarbugliò di più la matassa.
E così la povera lingua italiana, disprezzata, bollata col nome di volgare, serviva per i piccoli atti, per gli atti grandi c'era il latino.
Ma un giorno, cinque accademici degli Umidi:Giambastista Dati, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiano de' Rossi si distaccano dai compagni, si radunano in luogo ameno e alterando squisite cenette con spensierato cicalare, passano parecchie ore della sera.
Il Salviati, che più degli altri conosceva le misere condizioni della lingua, si mette in mezzo a questi cinque capi ameni e dice loro: “Perchè non compiliamo un vocabolario? Nella nostra lingua, insieme alla farina c'è molta crusca: dunque fondiamo l'Accademia della Crusca.„
Della crusca! Bisognava fondare l'Accademia della farina. Ma tant'è, vollero chiamarla della Crusca e vada per la Crusca. In quei tempi tutte le accademie, anche le più assennate, prendevano nomi bizzarri, per non dire ridicoli.
Anzi questi signori, continuando la celia, presero per stemma un frullone, lasciarono il nome di battesimo e si chiamarono l'Infarinato, l'Inferigno, ilRimenato, l'Insaccato. Solo il Grazzini restò col primitivo pseudonimo diLasca, perchè la lasca è un pesce di fiume che va fritto con un po' di farina.
Questo comitato dei cinque il 1612 pubblicò ilVocabolario della Crusca. Finalmente! Ma che, credete che cessassero le polemiche? Non era mica il vangelo, la Crusca. Chi ne rise, chi l'accolse come un brutto scherzo, chi ne disse corna.
Aprì il fuoco il Beni con la viperinaAnticrusca,ma gli restituì capitali e interessi il Pescetti con la terribilerisposta all'Anticrusca.
Curioso fra tutto il Gigli. Fa un estratto di voci occorrenti nelle opere di S. Caterina e le dona ai Cruscanti, affinchè arricchissero il vocabolario di un tanto tesoro. Gl'Infarinati però fecero gli schizzinosi. “Santa Caterina, ne facciamo di cappello; ma quelle voci, no!„
Apriti cielo! Il Gigli si piccò e mise fuori ilVocabolario Cateriniano, con cui menò colpi da orbo a destra e a sinistra, attirandosi l'odio dei grandi e dei piccoli.
Ma se volessimo andar ricordando tutte le dispute, non la finiremmo più. Basti dire che dal Tassoni al Monti e cognato, moltissimi assalirono la Crusca.
Eppure, malgrado tutte queste lotte, la Crusca è restata l'Arca Santa ed è arrivata a noi come il più grande documento storico della nostra lingua. Or combattuta, or difesa, or calunniata, or disprezzata, la Crusca è stata sempre il codice supremo, il fuoco sacro della nostra nazionalità. Ed oggi? Oggi l'accademia della Crusca, lavora indisturbata. Ogni anno una seduta plenaria. Il Segretario Capo, Guido Mazzoni, legge la sua relazione e dice all'Italia che si è giunto alla lettera N; cioè vorrebbe dirlo all'Italia, ma lo dice ai compilatori e ai pochi socii che si trovano in quell'occasione a Firenze.
Quest'anno s'è fatta un po' di festa: si è celebratoil centenario del decreto di ricostituzione dato dal Bonaparte, il 19 Gennaio 1811. Tutte le autorità presenti. Mancava solo l'On. Luzzatti, allora Eccellenza, il quale si fece rappresentare dal ministro dell'Istruzione e da un telegramma classico.
Ferdinando Martini, socio corrispondente, fece il suo bravo discorso commemorativo.
Naturalmente vi furono applausi e strette di mano, e in ultimo ognuno se ne andò per i fatti suoi, un po' seccato, non del discorso, che fu bellissimo, ma della funzione. È tempo di pensare alla Crusca! Che Crusca e Crusca! Non ci mancherebbe altro. Noi vogliamo il fiore di prima qualità, anche a costo che questo fiore bianchissimo risulti da una miscela più o meno dannosa allo stomaco.
Fino a pochi anni fa avevamo la classe dei puristi, che si erano dati anima e corpo allo studio della lingua e alla compilazione di vocabolari. Ne vollero un po' troppo questi signori. E come sapete chi tira la spezza. Il soverchio rompe il coperchio e noi per conservare questo benedetto coverchio, abbiamo messo da parte ogni pedanteria. In Italia si parla e si scrive — e quanto! — ma non in lingua italiana. Le parole francesi e un tantino anche le inglesi abbondano nel nostro linguaggio. Appena esse arrivano da oltre Alpi si scrivono con riserva e in carattere diverso, come per far vedere a tuttiche è merce estera; ma a poco a poco diventano pan di casa e non ci si bada più.
Hôtel, per esempio, oramai è concittadino. I nostri padri dicevanoalbergo, noiHôtel. Che volete!Hôtelè più aristocratico, più signorile. I borghesi, i modesti negozianti vanno all'albergo, ma i principi, i marchesi, i conti, i deputati, i pezzi grossi della magistratura, dell'esercito e anche del socialismo vanno all'Hôtel. Si predica l'uguaglianza, è vero; ma un riguardo bisogna sempre averlo per il sangue bleu e per i gallonati!
Una persona vi passa frettolosamente di fianco e non volendo o pur volendo — chi lo sa, sono tanti i gusti! — vi pesta un piede. Voi mandate un grido, aggrizzando il naso, lui con un sorrisetto vi dicepardone via. E perchèpardon? perchè questa parola antipatica? Non basta il dolore al piede, bisogna sentirne un altro all'orecchio?
È vero che oggi siamo amici dei francesi, è vero che il nostro Re fu accolto a braccia aperte a Parigi, ma non è detto che agli amici bisogna conceder tutto. E l'esempio l'ha dato proprio Sua Maestà.
Il nostro Re, un paio di anni fa ordinò che il menu dei suoi pranzi ufficiali fosse redatto in lingua italiana. E n'era tempo: Perchè ricorrere al francese?
In quell'occasione ilGiornale d'Italiafece un passo avanti e disse ai suoi lettori: “Perchè nonmandar via anchemenue sostituirlo con parola italiana?„
La proposta piacque e per dieci o dodici giorni non si parlò che dimenu. Chi voleva sostituirlo conlista, chi conelenco, chi connota, chi conminuta. Lo Stecchetti, sempre all'erta quando si tratta di pranzi, cene e altro ben di Dio, rispose: “Zitto!Listaè antipatico, perchè ricorda il conto da pagare:elencoè troppo solenne e cattedratico;minutaè d'italianità dubbia, specie in questo significato. O dunque come si fa? Come facevano i nostri antichi!„ E citando esempi di molti cuochi, conchiuse che “sul cartoncino si potrebbe scrivere: “Pranzo offerto da S. M. il Re d'Italia al corpo... diplomatico.„
Ma anche lo Stecchetti parlò al deserto.Menupuò dire come Vittorio Emmanuele II: “Ci siamo e ci resteremo„. Non vedete come è dolce questa parola?Menuci fa venire l'acquolina in bocca e ci prepara alla bella funzione. Chi volete stomacare con lista, elenco e nota?
E così allegramente, in nome del buon gusto, si dà il benvenuto alle parole straniere, e il ben servito alle paesane. E quel che è peggio, i nostri letterati maggiori, questi Santi Padri, che più degli altri dovrebbero essere gelosi custodi di un tanto tesoro, sono di maniche larghe, se pure non si arrogano il diritto di arricchire la lingua con parole di nuovo conio.
Il D'Annunzio, che dopo la morte del Carducci,a dispetto delfratelloPascoli, dell'amico Graf e degli altri dignitari, si è solennemente dichiarato, come il leone della favola, re della poesia, del romanzo, del teatro; ha il vezzo di incastrare nei suoi lavori parole nuove. Potrei fare un menu, cioè un elenco, di queste parole, che egli ricava dal suo dialetto, dal latino e forse dall'arabo o dal fenicio. Ma è inutile: leggendo una sola pagina di una sua tragedia o di un suo romanzo ne avrete piene le tasche o meglio le orecchie, perchè le parole non hanno mai riempite le tasche, quantunque spesso le.. rompono.
Fra tante parole nuove, introdotte dal D'Annunzio ne scelgo una:sororale. Che significa? Ecco: abbiamo detto sempre fraterno per indicare tutto ciò che appartiene a fratello o a sorella. Ma ciò non garba al D'Annunzio. Egli dice: “Mettiamo le cose a posto. Oggi che la donna deve emanciparsi, bisogna che abbia un aggettivo proprio. Per il fratello, fraterno, per la sorella, sororale. È un vocabolo un po' ruvido, poco degno del sesso gentile? Eh, come v'ingannate! Assaporatelo bene, mettetelo in circolazione e vedrete come è dolce e armonioso„.
Potreste dire: Il Fanfani non la registra. Bella ragione. Chi è Fanfani? Fanfani comanda a casa sua, o meglio comandava, perchè è morto già da un trentennio. Ma ammesso pure che il Fanfani fosse vivo, potrebbe imporsi al D'Annunzio e compagni? Oggi libertà per tutti. Chi ha il coraggiodi alzar la voce a favore della lingua? Vocabolarî ce ne sono, ma che vocabolarî! Se togli il Petrocchi, che si ostina a voler purificare il patrio linguaggio, tutti gli altri letterati che potrebbero insegnarci un po' a parlare o si danno alla politica, come il Martini, o sonnecchiano, come il Morandi.
Oggi il vocabolario si è trasformato in una piccola enciclopedia: la lingua è in terza o in quarta linea.
Scorrete per un momento ilnuovissimo Melzi, che corre per le mani di tutti e che ha invaso le nostre scuole: 1600 pagine — 4420 incisioni — 78 tavole di nomenclatura figurata — 40 carte geografiche — 1072 ritratti — 1005 figurine e tipi dei diversi paesi — 12 cromolitografie.
Questo signor Melzi, imitando l'esempio del Larousse, ha detto che il vocabolario va scritto per tutti; dovrà essere un succoso prontuario di storia, di geografia, di scienze naturali, d'igiene; già, anche l'igiene! La salute del prossimo innanzi tutto, e perciò l'umanitario autore mette una tavola a colori, fuori testo, indicando i funghi velenosi e i funghi mangiabili.
È sconfortante, non è vero? Si studia il francese, l'inglese, il tedesco; l'italiano no: si ha la pretensione di saperlo.
Meno male che fra un centinaio di anni e forse prima avremo la lingua universale.
Il Trombetti ci ha dimostrato che in principioil linguaggio era uno; non fa dunque maraviglia se ritorni ad essere uno. L'umanità — è un fatto assodato — dopo essere andata avanti, avanti, avanti, deve tornare indietro, indietro, indietro. E poi della lingua universale se ne parla da un pezzo e siate sicuri che dopo la larghissima riforma elettorale, dopo l'ascensione dei socialisti al Potere, dopo aver aggiustata la faccenda con le donne, che ad ogni costo vogliono un posticino nei parlamenti nazionali, si penserà alla lingua.
E sì, una lingua per tutti.
Avete mai pensato in quante lingue i signori uomini e donne parlano, scrivono, imprecano, mentiscono? Abbiamo le lingue monosillabiche o a bocconi, indicatissime per chi soffre di cardiopalmo; le lingue agglutinanti, in cui radice e desinenza non si uniscono in matrimonio, ma restano eternamente fidanzati; le lingue inflessive, le quali imbrogliano talmente le radici, che per scovarle c'è da perdere il senno.
E poi ognuna di queste tre lingue si divide in famiglie. E che famiglie! Famiglie patriarcali.
Non sarebbe dunque una bella cosa, mandare a far benedire tutte queste lingue e scegliere tra esse la più facile per le nostre bisogna? Noi mangiamo, i Francesi mangiano, mangiano gl'Inglesi, mangiano gl'Indiani, mangiano i Cinesi, e perchè il pane, questo primo elemento, comune a tutti, deve essere chiamato con diversi nomi? Che anarchia! Che torre di Babele!
Signori miei, questo si chiama disordine, si chiama confusionismo. Io mi reco ad esempio in Austria e debbo restare lì muto come un pesce, esposto ai motteggi dei riveriti alleati, senza poterli ricambiare con egual cortesia.
Potreste dirmi: “Ma impara il tedesco!„
Sì, e doman l'altro che vado in Inghilterra, e nell'està che sarò in Russia, e l'anno venturo che farò una scappatina nel Giappone? Impara, impara. Ma non si vive mica cento anni. Per imparare tutte queste benedette lingue occorre del tempo e son sicuro che dopo averle imparate sarò vecchio e non potrò più fare un viaggio.
E poi si dice che noi, popoli civili, non siamo mai d'accordo. Ma santo Iddio, come possiamo intenderci con tante lingue? Ci dovranno essere sempre malintesi ed equivoci!
Ma io sono convinto, convintissimo che la faccenda sarà aggiustata. Quando il potere sarà in mano ai socialisti vedrete anche questo miracolo!
***
Ma fino a che non viene questo giorno, siamo attaccati alla nostra lingua, al dolce e caro idioma dei nostri padri. La lingua è il pensiero, la lingua è la libertà.
Chi disse l'Italiauna espressione geograficanon s'accorse che la nostra Patria, anche divisae dominata, è stata sempre una nazione, perchè ha conservato sempre il proprio linguaggio.
In tanti secoli di oppressione e di schiavitù gl'Italiani custodirono la lingua come una protesta della nazionalità che ad essi voleva strapparsi.
Due cose gl'Italiani non hanno mai perduto: l'onore e la lingua.
E perchè oggi che abbiamo una Patria libera e indipendente, perchè oggi che siamo uniti, si ha poca cura della lingua?
Conserviamo gelosamente questo sacro tesoro e i nostri figli imparino da noi il culto al patrio linguaggio!