VIII.

La distruzione delle Pelli Rosse.

Non parliamo poi del modo disumano con cui gli americani del Nord vanno distruggendo gli ultimi indiani.

Dopo averli confinati in certe zone di terreno chiamatereservationsviolano i patti; i soldati fanno invasioni continue e si abbandonano alla caccia del bisonte e degli altri animali, per il solo piacere di distruggerli, mentre formano l'unico nutrimento del Pelle Rossa; gli impiegati, poi, rubano quasi tutti i doni e le merci inviate dal Governo agli indiani.

Le insurrezioni delle Pelli Rosse non sono causate che dalle violazioni dei confini delle loro riserve per opera dei bianchi. Vedendosi molestati nelle proprie sedi, gli indiani per vendicarsi fanno qualche scorreria fuori dei loro confini; allora interviene la truppa e succedono i combattimenti.

Poi vi sono i preti delle varie religioni che vanno a portare la discordia fra i Pelli Rosse.

Interessantissime e piene di solennità riescono sempre le conferenze in cui i capi delle tribù espongono i loro lagni ai rappresentanti del Governo. In una tenuta a New-York nella gran sala del Cooper Institute, un capo, chiamato Nube Rossa, diceva con voce lenta, cadenzata, sonora, accompagnata da gesti pieni di nobiltà:

—Voi siete miei fratelli e amici venuti per sentirmi. Noi tutti siamo opera del Grande Spirito. Voi non mi pagaste mai le terre che mi avete prese. Il Grande Spirito vi ha fatti bianchi e ricchi: noi rossi e poveri. Quande veniste la prima volta in questo paese, voi eravate pochi e noi molti: oggi siamo noi i pochi. Io rappresento la razza indigena, la prima che apparve su questo continente. Noi siamo buoni e non cattivi; vi abbiamo dato le nostre terre. Conoscete qualcheduno che sia venuto da noi e non sia stato ben trattato?

Nube Rossa si lagnava poi dei trattati violati dalle faccie pallide, dei cattivi trattamenti inflitti dai coloni bianchi agli indiani che vollero, secondo i loro consigli, coltivare la terra, e finalmente del Gran Padre (il presidente della Repubblica) che è a Washington, che promette sempre di rendere giustizia ai suoi fratelli rossi e non lo fa mai.

Era la prima volta che Nube Rossa, un capo che disponeva di tremila uomini, acconsentiva a trattare col governo. Fino allora alle ambasciate speditegli dai commissari federali egli aveva risposto che non si degnava d'incomodarsi per andar a vedere i suoi padri bianchi e per firmare con essi il trattato di pace.

—Faceva freddo, non voleva mettersi in via e preferiva cacciare il bisonte. A che pro questa visita alle faccie pallide che l'avevano sempre ingannato e che fabbricavano dei forti sulle sue terre?

In un'altra seduta Nube Rossa diceva:

—Il Grande Spirito mi fece nudo, e nudo mi allevò… Ciò che voglio dire a voi, a questi uomini e al mio Gran Padre, è questo: Guardatemi, io era nato dove sorge il sole e ora vengo dal paese dove esso tramonta.(Nube Rossa vuol dire che la sua tribù occupava una volta la riva sinistra dei Missouri e che i bianchi lo respinsero all'estremo ovest, appiè delle Montagne Rocciose). Qual è il popolo che primo fece sentir la sua voce su questo continente? È il popolo rosso, che fa uso dell'arco. La nostra nazione si dilegua e sparisce come la neve sul pendio delle montagne, quando il sole è caldo; invece il vostro popolo è numeroso come i fili d'erba delle praterie all'approssimarsi dell'estate… Guardate bene: quando me n'andrò, se io sono macchiato di sangue; voi, voi avete inaffiato di sangue le zolle delle grandi pianure sulla linea del forte Fettermann. Voi fate passare delle strade di ferro attraverso al mio paese, e per la superficie che esse occupano non ho ricevuto nemmeno il valore d'un anello di rame. Voi fabbricate ogni sorta di munizioni; perchè non me ne date? Avete paura che vi faccia la guerra? Voi siete molti e potenti; noi non siamo che un pugno d'uomini. Non è per farvi la guerra che voglio munizioni, è per cacciare. Vedo bene che dovrò finire per coltivare la terra, ma per il momento ciò mi è impossibile. Ho detto.

Gli indiani non vogliono sentir parlare di coltivar la terra.

—Noi vogliamo vivere come siamo stati allevati, cacciando gli animali delle praterie. Non ci parlate dunque di riserve o di coltivazione della terra!—diceva il gran capo dei Corvi, Piede Nero, ai commissari adunati nel forte Laramie.

E aggiungeva:

—Lasciateci andare dove va il bisonte. Mandate i vostri agricoltori, ma non in mezzo a noi. Il Corvo scorre traverso le praterie e caccia l'antilope e il bufalo: esso non ama altro. Padre, guardate me e tutti i Corvi; essi non hanno altra opinione che la mia.

Dente d'Orso, altro gran capo che aveva parlato prima di Piede Nero, non era stato meno esplicito:

—Padri, voi mi dite di coltivare la terra e di allevare il bestiame; io non voglio sentire di questi discorsi; sono stato allevato col bisonte e lo amo. Fin dalla mia nascita ho appreso come i nostri capi a esser forte, a levar la mia tenda quando è necessario e correre traverso le praterie come mi pare e piace.

* * *

Vi sarebbe uno studio interessantissimo da fare sullo stile oratorio di questa razza destinata a scomparire e sulle sue leggende, alcune delle quali sembrano inventate da un Giacosa dei Pelli Rosse.

Eccone un saggio:

«Un capo degli Siù ha una bellissima figlia, la quale s'innamora un giorno del figlio del capo di una tribù nemica.

«Una notte questo giovane rapisce la fanciulla, la porta in una caverna, si sposano. Il vecchio capo Siù, appena viene informato del ratto, monta su tutte le furie, insegue gli amanti, li sorprende e ordina ai suoi guerrieri di gettare il giovane giù da un burrone, non lasciandogli che il tempo necessario per intuonar un inno di morte.

«E appena il sole sparì dietro le grandi montagne dell'ovest, mentre le prime stelle illuminavano il puro firmamento, dietro un segnale del vecchio capo, quattro guerrieri s'impadronirono del giovane e lo lanciarono nel burrone. In quell'istante, ratta come il baleno, la fanciulla si scioglieva dalle braccia di suo padre e gridato per due volte il nome dell'amante, spiccava un salto e spariva nello stesso precipizio.»

Un'altra leggenda indiana, intitolataIl laccio incantato, dice così:

«Un povero giovane che non aveva nè parenti nè amici e che si chiamava Jena, ossia il vagabondo, errava solo soletto di foresta in foresta. Egli avrebbe desiderato vivamente che una compagna fosse venuta a consolare la sua vita; ma chi avrebbe voluto dividere la sorte di un disgraziato il quale non possedeva altro che un vestito di pelli e un laccio per prendere gli animali?

«Un giorno, partendo per la caccia, Jena sospese il suo laccio a un albero per non avere il fastidio di portarlo.

«Tornando alla sera nello stesso sito, fu lietamente sorpreso di trovare, al posto dove aveva lasciato il laccio, una piccola capanna graziosissima nella quale era assisa una bella giovanetta ai cui piedi stava il suo laccio da cacciatore.

«Quel giorno Jena portava, fortunatamente, un daino che gettò davanti alla porta della capanna.

«Subito, senza dare neppure il benvenuto al cacciatore, la giovane accorse per vedere se il daino ucciso era grasso, e nella sua fretta fece un passo falso e cadde sul limitare della capanna.

«Jena la guardò con disgusto e pensò:

«—Io credevo di essere felice, ma vedo che mi sono ingannato. Tienti pure il daino, o donna ingorda: te lo regalo!

«Quindi riprese il suo laccio, e dopo aver camminato per qualche tempo, arrivò presso un altro albero dove sospese di nuovo il laccio; e partì in cerca di selvaggina.

«Egli fu ancora fortunato, tornò con un daino e trovò che una capanna si era innalzata accanto all'albero. Guardò dentro e vide una magnifica ragazza che stava seduta in un angolo col suo laccio allato.

«Essa si alzò per esaminare il daino deposto sulla porta, mentre Jena, stanco della sua caccia che l'aveva condotto molto lontano, entrò nella capanna e si riposò accanto al fuoco.

«La giovane non tornava: Jena si domandava quale motivo poteva trattenerla fuori; si alzò per guardare attraverso la porta, e la vide intenta a mangiare avidamente tutto il grasso del daino.

«Allora esclamò:

«—Io speravo di essere felice, ma invece mi sono ingannato.

«Poi, rivolgendosi alla donna:

«—Povera faina—disse—non disturbatevi e divorate pure tutta la cacciagione che ho portato.

«Prese nuovamente il suo laccio e se ne andò; poi, secondo il solito, lo sospese a un albero prima di allontanarsi per cercare della selvaggina. Tornò alla sera recando un superbo daino. Una capanna aveva sostituito l'albero e attraverso una feritoia Jena scorse un'altra incantevole giovinetta che accudiva al fuoco.

«Appena egli entrò, essa si alzò con aria gentile, gli diede il benvenuto, e senza perdere tempo si mise a scuoiare il daino come si deve, e ne sospese la carne per affumicarla. Quindi ne apparecchiò un pezzo per il cacciatore che avea molta fame. Allora il nostro giovane disse fra sè:

«—Adesso finalmente ho trovato la vera felicità.

«Ogni sera, quando suo marito ritornava dalla caccia, la buona sposa lo accoglieva, con piacere, gli faceva trovare tutto in ordine, si prendeva cura della cacciagione, preparava il desinare, e da allora in poi Jena fu l'uomo più felice del mondo.»

Aveva trovato una moglie—serva ideale!

* * *

Qualche tribù indiana conserva l'uso di celebrare ogni anno certe feste religiose con danze che sono spettacoli di fanatismo barbaro e feroce e che l'autorità di Washington è riuscita a impedire quasi completamente.

La festa principale solennizzata dagli Siù con scene di sangue è quella del sole o del serpente. Ai bianchi che cercavano di dissuaderlo dall'orribile costume, il vecchio Orso Veloce rispondeva:

—Voi avete avuto un Cristo che morì sulla croce per voi e ne menate gran rumore. Noi facciamo quello che voi non osate fare: ci leghiamo noi stessi sulla croce del nostro dio e soffriamo con lui: voi non avreste il coraggio di fare altrettanto!

Ora però l'antica cerimonia ha perduto molto del rigore con cui veniva osservata. Una volta i giovani guerrieri erano obbligati a prender parte alla danza: ora vi intervengono solo coloro che devono sciogliere un voto a Wkaortaorka, il Grande Spirito. Tali voti sono di più maniere: un indiano si obbliga di ballare durante le danze del sole o del serpente se guarisce un suo figlio, un amico, una persona cara, oppure se ottiene un successo in qualche sua impresa, anche se questa sia di un genere non ammesso dal codice penale.

Un araldo, vestito di pelli di bufalo, annunzia il giorno e il luogo del trattenimento alle varie bande indiane. Il campo che viene preparato è ordinariamente di cinque miglia di circonferenza: alla festa accorrono da otto a dieci mila indiani. Davanti alla tenda, dove i danzatori devono aspettare gli ordini per eseguire il loro programma, giace un cranio di bufalo contornato da erbe selvatiche e da altri emblemi strani e misteriosi.

Pochi giorni prima della festa un drappello di cavalieri va a cercare un tronco conveniente da piantare nel centro del campo riservato al ballo. Si sceglie di solito un olmo gigantesco, che viene tagliato da una vergine indiana espressamente consacrata a quell'ufficio.

Appena il tronco è rizzato e adorno di fronzoli e nastri, ha luogo la corsa del palo. Mille guerrieri a cavallo si precipitano in una corsa vertiginosa giù pel ripido pendio di una vicina collina verso l'albero, e siccome il terreno è reso artificialmente liscio e sdrucciolevole, uomini e cavalli cadono in grande quantità, fracassandosi le gambe e qualcheduno anche l'osso del collo, con immensa soddisfazione del pubblico.

All'ultima gran festa del sole celebratasi vicino all'Agenzia Indiana di Rosebud, Dakota, mentre io attraversavo quelle regioni, la schiera dei mille guerrieri era composta di quegli stessi indiani che sorpresero e massacrarono la brigata dell'infelice generale Custer: molti avevano ancora le selle e le armi che furono il loro bottino dopo la triste giornata di Yellowstone.

A mezzogiorno preciso di un lunedì di luglio, arrivarono i danzatori del Sole, quindici in tutto, per sciogliere i loro differenti voti. Essi si chiamavano:Segue una donna, Vive nell'aria, Buco grandissimo, Vitello bianco, Segna a tre, Cane maschio, Piccolo giorno, Ragazzino, Corno vuoto, Aquila, Tettoia, Aquila doppia, Giallo, Povero cane e Falcone battagliero.

I guerrieri erano nudi fino alla cintola e portavano fascie fatte con scialli rossi. Dalle loro cinture pendevano nastri azzurri davanti e di dietro. Sul capo s'erano messi come ornamento dei mazzi d'erba e dei corni di bufalo. Sul petto avevano dipinte immagini del sole e allacciati ai polsi vari amuleti ed emblemi distintivi di famiglia.

I cantanti cominciarono a strillare accompagnati da una specie di tamburi scordati. I danzatori accostarono alle labbra il loro fischietto d'osso d'oca ornato della rara piuma dell'uccello medico, e si misero a ballare in su e in giù. Essi dovevano seguitar a fischiare finchè duravano a ballare, cioè fino al tramonto del giorno successivo. Alcune donne supplivano alla musica difettosa col cantare, con voce stridula, battendo il tempo coi piedi.

Venuta la notte non c'era un lume in tutto il recinto. L'albero coperto di pezzi di stoffa, era illuminato dal chiaro della luna: verso la sua cima era attaccato in senso orizzontale un fascio di vimini che gli dava così una certa rassomiglianza con la croce cristiana. Da quel fascio pendevano varie figure tagliate nel cuoio e rappresentanti il Sole, lo Spinto buono, lo Spirito cattivo e altri simboli.

I danzatori resistettero tutta la notte e finchè risplendette la luna si volsero con la faccia e coi gesti ad essa; ma appena spuntò il sole,Gheezis, voltarono le spalle alla luna e si misero a complimentare l'astro maggiore. Così seguitarono tutto il giorno. Se uno mostrava stanchezza, veniva condotto all'ombra e gli si permetteva di aspirare due o tre boccate di fumo da una pipa, oppure gli si faceva masticare un pizzico di salvia selvatica per facilitargli la salivazione.

Intorno ai danzatori, gli indiani se ne stavano spettatori indifferenti, rosicchiando pan nero e bollito di cane portato dalle loro donne in sudici recipienti di latta. Al di fuori del recinto i ragazzi giuocavano, i piccoli correndosi dietro e gettandosi per terra l'un l'altro; i grandi facendo all'amore, pigliando qualche bruna ragazza e avvolgendosi con essa nella medesima coperta che serve loro di scialle e di vestito.

Durante la danza del Sole gli indiani adolescenti vengono introdotti nell'arena per aver bucate le orecchie, cerimonia che conferisce loro i diritti civili nella tribù. Questa operazione richiede da parte del candidato un piccolo sacrifizio, che ordinariamente è quello di un puledro: nella festa di cui parlo i puledri offerti furono circa settecento.

Verso mezzodì del secondo giorno il medico capo dipinse gli uomini che dovevano essere legati all'albero. Ciò fatto, essi furono guidati successivamente verso i quattro punti cardinali; indi si recitò la preghiera seguente:

—Dio, noi siamo venuti per festeggiare il giorno che tu ci hai dato. Noi ci teniamo in piedi per dare a te la nostra carne. Abbi cura delle nostre mogli, dei nostri figli ed amici, e aiutaci a sostenere questa prova.

E la prova orribilissima cominciò. Il primo a essere martorizzato fuSegue una donna. Venne gettato a terra e il medico con un acuto coltello gli praticò due incisioni sopra ambo le mammelle. Nei buchi così aperti furono introdotti due pezzi di legno attaccati a una corda, e il paziente venne alzato da terra e sospeso all'albero per rimanere in quella posizione finchè il suo proprio peso, stracciando le carni, l'avesse fatto ricadere sull'erba.

Benchè abbattuto da quindici ore di fatica, sfinito dalla fame e dalla sete, il giovane guerriero sopportò, senza mostrare la minima debolezza, l'atroce tortura. Essa fu breve: le carni si lacerarono in cinque minuti ed egli cadde a terra e si rimise immediatamente a ballare cogli altri.

Vive nell'ariavenne dopoSegue una donna, e penò più di quest'ultimo, avendo dovuto rimanere sospeso più di dieci minuti prima che gli si rompesse la carne. Il più disgraziato di tutti, come se il nome gli avesse portato sventura, fuPoor Dog(Povero cane). Le incisioni praticategli erano state troppo profonde: per quanto egli sgambettasse in aria per circa mezz'ora, la carne resisteva. I muscoli del petto gli si staccavano dalle ossa; le stesse donne indiane piangevano nel vederlo; eppure durante una così dolorosa agonia, non uscì dalle sue labbra una parola di lamento.

V'erano anche penitenze d'altre specie, non meno crudeli.Giallo, per esempio, fu forato in una spalla, e nel buco s'introdusse una corda che dall'altro capo era attaccata al collo di un cavallo. Si batteva quest'ultimo, che scalpitava e scuoteva la testa, lacerando le carni del paziente e si continuò così finchè la corda stracciò del tutto la carne, lasciando libero il prigioniero.

Molti indiani poi, di quelli che non prendevano parte alla danza, facevano differenti sacrifici tagliandosi dei pezzi di carne dalle braccia.

I danzatori intanto offrivano uno spettacolo orribile: essi continuavano a saltare, esausti, coperti di sangue, col fischietto sempre stretto fra le labbra inaridite. Nessuno si ritirò se prima non compì il voto e non sopportò la sua pena fino all'ultimo. Nessuno domandò soccorso nè si lasciò sfuggire un gemito. Chi l'avesse fatto, avrebbe perduto per sempre il suo posto fra i guerrieri: sarebbe stato messo fra le donne e anche queste l'avrebbero disprezzato.

* * *

A proposito degli indiani. Dacchè l'America fu scoperta gli scienziati si scervellarono per sapere quali popoli l'abitarono per i primi.

Ora un fatto semplicissimo è venuto a sconvolgere diverse teorie e a dar ragione a coloro che sostengono essere stata l'America popolata da gente sbarcata da altri continenti.

Poco tempo fa in una miniera della Columbia Inglese, alla profondità di sei metri sotto la superficie, furono trovate alcune monete chinesi riunite con un filo di ferro. Appena toccato ed esposto all'aria, il fil di ferro si sciolse in polvere; ma non così avvenne delle monete, le cui iscrizioni provano che furono coniate da oltre tremila anni.

Cosicchè qualche secolo prima di Colombo i caudati figli del Celeste Impero avrebbero scoperto l'America, e, se non ne furono i primi abitatori, aprirono la via a qualche altro popolo dell'Asia. I vecchi messicani e gli indiani discesero probabilmente da qualche famiglia asiatica trasportata in America dai venti, sopra una zattera di tronchi d'albero.

Due o tremila anni fa fra l'Asia e l'America esistevano forse altre terre, altre isole, che facilitavano le comunicazioni e che successivi sconvolgimenti e terremoti sommersero poi nelle profondità dell'Oceano.

Una lezione di miss Mary.

Una mattina d'estate la signorina Mary e una sua compagna di collegio mi pregarono di accompagnarle a pescare nel Sound.

Con un canestro di provvigioni salimmo alle sette in una barchetta e costeggiando Glen Island prendemmo il largo finchè si giunse presso alcune roccie frequentate, secondo l'amica di Mary, da molto pesce. E, calata l'àncora, gettammo gli ami.

La marina era tranquilla e liscia; man mano che saliva, il sole avvolgeva l'isola di Manhattan di raggi infuocati, ma sull'acqua non faceva molto caldo, e poi avevamo il capo riparato da cappelloni di paglia che parevano ombrelli.

Si cominciò a pescare pazientemente, da principio con infelici risultati: solo dopo due buone ore, quando cambiammo posizione e ci recammo in vista d'una isoletta disabitata, alcune sfoglie, parecchiblack-fishe mezza dozzina di grosse anguille si lasciarono prendere con grande gioia delle mie compagne.

Verso le undici approdammo nell'isoletta più vicina, una bella isoletta dalla spiaggia dirupata e pittoresca, piena d'alberi, di cespugli e di ombre. Ormeggiato il battello, scaricammo le provvigioni, sedemmo sotto un albero e mangiammo con grande appetito.

Davanti a noi, in lontananza, aveva luogo una corsa di yachts, e presso gli stessi scogli dove noi avevamo pescato si ancoravano due altre barchette piene di pescatori e di pescatrici.

Alleggerito il canestro decidemmo di aspettare all'ombra che calasse la marea per tornare a New-York.

—Per impedire che vi addormentiate come Gesù in barca—disse Mary—io e la mia amica abbiamo portato con noi il compito che il nostro professore di francese delNormal College, ci ha dato. E un articolo d'una rivista nella quale il signor Jacolliot, vecchio magistrato francese che ha compiuto testè un viaggio negli Stati Uniti, riferisce il racconto fattogli da un suo compatriota stabilitosi da molti anni in un comune della California: un racconto da cui avrete qualche cosa da imparare anche voi che trovate tante cose da criticare negli Stati Uniti. State, dunque, attento e spiegateci le parole che non comprendiamo. È il vecchio stabilito a Meffilld, nella California, che racconta la propria vita al signor Jacolliot.

E cominciò con la sua bella voce così:

«Io sono nato a Condrieux, piccolo villaggio sulle rive del Rodano, rinomato nelle provincie vicine per il suo delizioso vino bianco e per i suoi formaggi. I miei genitori erano poveri contadini che guadagnavano con fatica da venticinque a trenta soldi al giorno zappando, falciando il grano e il fieno o vendemmiando, secondo la stagione. Appena io fui in grado di camminare, li seguii nei loro giri attraverso il distretto, lavorando un giorno qui, un giorno là, e passando la notte nei fienili.

«Nè mio padre, nè mia madre sapevano leggere: essi non si curavano di mandarmi alla scuola, essendo su tale questione del parere del curato, il quale diceva che l'abbecedario non serviva a nulla per lavorare la terra.

«Nel 1848 io aveva diciott'anni. Sentii dire dovunque che la repubblica era la caduta del dispotismo e l'emancipazione dei proletari; vidi che tutti si armavano e facevano le manovre sulle piazze, e io m'intruppai cogli altri senza capir nulla, senza rendermi conto di ciò che succedeva.

«Un giorno si grida nel villaggio che i tiranni tornavano, che a Parigi si battevano, che bisognava prendere il fucile. Io non sapeva che cosa fossero quei tiranni di cui si parlava tanto; la sola idea che me ne facevo è che fossero degli individui i quali non volevano lasciarci lavorare tranquilli. Seguii la folla, si bevette molto, poi, non so come la faccenda accadesse, ma all'improvviso la casa del sindaco e quella del curato si trovarono in fuoco.

«I gendarmi di Vienne accorsero a prestare man forte a quelli di Condrieux, e alla sera una trentina di contadini, fra cui io e mio padre, furono incatenati e diretti verso le carceri di Lione.

«Io capivo meno che mai: ci eravamo sollevati per combattere i tiranni, e invece di applaudirci, come s'era fatto tre anni prima, ci privavano della nostra libertà. Era il 3 dicembre 1851.

«Fui messo in cella, separato dai miei compagni. Appena mi trovai solo pensai alla mia povera vecchia madre che rimaneva senza alcuna risorsa, e piansi; per la prima volta deplorai di non saper scrivere.

«Fummo tradotti davanti alla Corte d'Assise. Un uomo tutto vestito di nero e in modo così buffo che ne avrei riso in altra occasione, gridò e gesticolò durante una giornata intiera, chiamando Dio in testimonio, parlando del salvatore della Francia, pregando i giurati di purgare la società.

«Domandai a un gendarme che cosa significava quella commedia.

«—Ciò vuoi dire—mi rispose ridendo—che vi taglieranno il collo a tutti.

«Spaventato dalla feroce risposta, rimasi convinto che tutti quegli uomini rossi e neri che domandavano la nostra testa non erano altro che i tiranni di cui avevo inteso parlar tanto senza aver potuto mai vederli.

«Il gendarme non s'era ingannato che a metà: la sentenza fu terribile. Sette dei disgraziati miei compagni vennero condannati a morte; tutti gli altri ai lavori forzati a vita. Io solo fui rilasciato, in causa della mia giovinezza, mi dissero; poi pare che fossi stato veduto aiutare i pompieri a gettare dell'acqua sulla casa del sindaco: io non mi ricordavo di nulla.

«Guardai mio padre che piangeva in un angolo; quando mi dissero di andarmene, rifiutai, e allora mi misero fuori a colpi di calcio di fucile.

«Trovatomi così in istrada, una sera del febbraio 1852, senza un soldo in tasca, mi misi in cammino alla volta di Condrieux. Faceva molto freddo e la terra era coperta di neve. Provavo una stretta al cuore pensando alla mia vecchia madre, senza legna e senza pane in quel terribile inverno. Traversai di corsa Saint-Fons, Serezin, Chasse, Etressin, passai il Rodano a Vienne, e arrivai a Condrieux verso le undici di sera.

«Il villaggio giaceva sepolto sotto un lenzuolo di ghiaccio, e il silenzio della notte non era turbato che dal rumore del torrente, dai sibili del vento e dai latrati di qualche cane di masseria che sentendomi passare usciva dal casotto.

«Io tremavo avvicinandomi alla povera capanna dove era trascorsa la mia infanzia. Tutto a un tratto sentii il sangue affluirmi al cuore, alla testa, dappertutto. Ero davanti a un mucchio di rovine…

«Mia madre era morta di dolore e di miseria: nessuno l'aveva aiutata. I contadini sono feroci verso i loro compagni colpiti dall'autorità o dalla giustizia. Poco tempo dopo anche mio padre terminava di tribolare negli ossari di Caienna.

«Non c'era lavoro per me nel distretto e la polizia sorvegliava tutti i miei passi. All'epoca della vendemmia, avendo voluto recarmi nel Beaujolais per guadagnare qualche soldo, fui arrestato lungo la strada malgrado le mie proteste, e condannato a un mese di prigione per vagabondaggio.

«Uscito dalla prigione, passai nella Svizzera, di dove partii poco dopo per la California, arruolato come operaio da una società di miniere. Portai con me mille vitigni che avevo fatto venire dalle rive del Rodano; mi avevano detto che non c'era uva nel paese a cui eravamo diretti e io desideravo di ombreggiare di pampini la mia capanna di minatore: cacciato dal suolo nativo, non volevo allontanarmi senza portarne un ricordo. I pochi vitigni che riuscii a salvare malgrado tre mesi di viaggio, hanno formato la mia fortuna e arricchito questo paese.

«Ecco quale fu il mio passato nel vecchio mondo: permettetemi ora di dirvi in due parole ciò che devo all'America del Nord.

«Vi giuro che quando lasciai la Francia io non capivo assolutamente nulla, nè dei movimenti politici che avevo veduto compiersi sotto i miei occhi, nè delle condanne che avevano colpito mio padre e i poveri contadini delle rive del Rodano. Non sapevo nè leggere, nè scrivere, ignoravo le cose più semplici della vita, e vedendo il mondo diviso in ricchi e poveri, mi figuravo ingenuamente che il buon Dio avesse creato gli uni per non far nulla e gli altri per servirli.

«Ero insomma una cosa, una macchina da lavoro: l'America ha fatto di me un uomo, ed ecco come.

«Sulla collina di Meffilld non c'erano tre case e già un pastore presbiteriano vi fondava una piccola cappella e una scuola; per dieci anni, malgrado le occupazioni dei campi, io fui uno dei più assidui ai corsi serali, ogni giorno più desideroso di istruirmi man mano che l'orizzonte si apriva davanti a' miei occhi.

«Il mio esempio fu seguito: tutte le colline favorevoli a questa coltivazione si coprirono a poco a poco di viti, la contrada si popolò di villaggi e nel 1857 uscì da' miei vigneti la prima botte di vino, che in gran pompa e coperta di fiori fu condotta a San Francisco.

«Per quel primo saggio ricevetti un premio di cinque mila dollari (venticinque mila lire): nel vecchio mondo si crede d'aver fatto tutto quando si sono date cinquecento lire in un concorso agricolo.

«Meffilld ingrossava rapidamente: bisognò organizzare il comune, innalzare pubblici edilizi, costruire strade e fontane. Ogni domenica prendemmo l'abitudine di riunirci inmeetingper discutere i nostri interessi. In sedici anni sono stato eletto tre volte sindaco da' miei concittadini, i quali recentemente mi hanno mandato, quasi a unanimità di voti, alla legislatura dello Stato.

«Maritatomi con la figlia di un allevatore di bestiame che ha ventimila montoni e mille buoi nel suoranch, ebbi sei figli.

«In conclusione, coll'istruzione e col lavoro io mi sono qui innalzato e arricchito e mi sento felice in questa terra di libertà che mi ha accolto a braccia aperte. Credete che io debba qualche cosa alla Francia? Non vi pare che la mia patria sia là dove si seppe fare di me un uomo? Nel vecchio mondo io sono un vagabondo, un recidivo: nel nuovo rappresento il mio distretto alla legislatura. Ah! io morrò certamente a Meffilld.»

—Ebbene, che ne dite?—mi domandò la signorina Mary, terminato che ebbe il racconto.—Non è istruttiva la carriera percorsa in meno di vent'anni da quest'uomo, il quale non domandava che di istruirsi e di lavorare, e che al principio della sua vita non aveva incontrato che le tristi severità d'una società invecchiata? Come si capisce il suo odio vigoroso verso le istituzioni egoiste e meschine che reggono la maggior parte degli Stati d'Europa!

—Il racconto è interessantissimo—risposi io che ne ero rimasto realmente impressionato—ma bisogna riflettere che i vecchi Stati europei non possono offrire a tutti i loro abitanti i terreni e i mezzi di arricchirsi così facilmente come una volta la California. L'America ha bisogno di braccia, e riceve continuamente dall'Europa dei carichi di lavoratori per allevare i quali non ha speso un centesimo.

—Ecco precisamente le obbiezioni fatte dal signor Jacolliot. E sapete come le ha combattute il sindaco di Meffilld? Ha risposto che egli non rimproverava al suo paese di non averlo provveduto fin dalla nascita d'un pezzo di terra: sarebbe una follia il pretendere che la società supplisca al lavoro individuale, e la moralità e le leggi non hanno peggiori nemici dei parassiti. Ma ciò che si ha diritto di esigere dal gruppo di individui, dal Comune, dallo Stato, a cui si porta il proprio concorso, è che obblighi all'istruzione come obbliga all'imposta, al servizio militare e a tutti gli altri oneri comuni, perchè questi oneri che l'ignoranza considera come tanti abusi, l'istruzione ce li fa considerare come altrettanti doveri.

—Da noi, molti fanciulli non possono andar a scuola perchè mancano di scarpe.

—Lasciate finire il vecchio di Meffilld—interruppe Mary.—Egli diceva:

«Quando un paese come la Francia scrive in testa dei suoi codici che non è ammessa l'ignoranza della legge, non fa che sancire una triste e odiosa finzione, se non procura che ognuno sia obbligato di studiare le istituzioni che reggono il paese. Il maestro di scuola deve precedere il gendarme.

«È questa finzione legale che ha ucciso mio padre! Egli prende le armi nel 1848 e gli si dice che s'è battuto contro i tiranni e che ha ben meritato della patria. Fa lo stesso nel 1851, lo si tratta da brigante e lo si manda a morire negli stagni della Guiana.

«Come volete che il popolo, educato sistematicamente nell'ignoranza più completa di tutto ciò che riguarda la vita sociale e forma la grandezza degli Stati liberi, possa distinguere il vero dal falso nelle vostre istituzioni antiquate davanti alle perpetue capitolazioni di coscienza della maggior parte dei vostri uomini politici, e alle discussioni puerili delle vostre assemblee?

«Quando avete ancora degli uomini capaci di affermare sfacciatamente che le masse non hanno bisogno d'istruzione per lavorare e che per tutto il resto devono rimettersi alle classi dirigenti, che sono le loro tutrici naturali; quando un paese si trova a questo punto, è la decrepitezza, è l'infanzia senile che comincia.

«Da alcuni anni io studio il movimento delle istituzioni francesi. Ebbene, sono convinto che l'egoismo e l'inettitudine delle alte classi (le quali mettono ostacoli sopra ostacoli per arrestare il torrente della democrazia, in luogo di regolarne il corso coll'istruzione e di avviarlo a un oceano di libertà, come si è fatto qui), non faranno che condurre a lotte periodiche e sanguinose, alla fine delle quali il paese troverà inevitabilmente la rovina.

«Non crediate che sia la facilità di acquistare la terra in America che rende qui l'uso della libertà più facile e meno nocivo, come dicono gli uomini di Stato europei. Se sapeste a quali lavori faticosi sono obbligati di accingersi i pionieri che vanno nell'interno degli Stati Uniti, lungi dai centri abitati, in regioni prive di strade e di comunicazioni, e quanti patimenti devono soffrire per ottenere un risultato!

«Gli uomini pericolosi non vanno a domandare ai duri lavori della terra una vita onesta e libera; essi preferiscono il soggiorno nelle città dove possono più facilmente sfruttare l'ignoranza e i vizi dei loro concittadini.

«Il possesso della terra non significa nulla senza l'istruzione e la libertà. Nella Turchia asiatica, per esempio, avete immense quantità di terreni coltivabili, a due lire l'ettaro. Perchè l'emigrazione fugge quei luoghi? Perchè sarebbe un cadere da una dominazione sotto un'altra.

«Credetelo, ciò che si viene a cercare specialmente in America è ilmondo nuovo, è la società liberata dai legami ieratici e monarchici del passato, è l'eguaglianza degli uomini davanti all'istruzione che eleva e moralizza, è la coscienza e il pensiero, è l'associazione e il lavoro liberi.

«Alla mia patria io auguro una organizzazione comunale simile alla nostra, che le permetta di disfarsi una buona volta di tutti i suoi dottrinari, di tutti i suoi uomini parlamentari, ciarlatani politici che si dicono conservatori, e non conservano che una sola cosa: l'ignoranza perpetua a profitto di un perpetuo dispotismo.»

La signora Mary terminò battendo le mani e domandandomi in aria trionfante:—Ebbene, signor europeo?—

Ma prima che la marea fosse troppo bassa dovemmo rimetterci in barca e tornare a New-York, e io rimandai ad altra occasione le risposte alle interrogazioni della mia giovane amica.

A bordo del «Pilgrim».

Non ebbi occasione di rivedere la signorina Mary che qualche giorno dopo, quando con lei e con suo fratello andammo a Boston per assistere alla inaugurazione dell'Esposizione.

Si va da New-York a Boston in una notte, coi vapori dellaFall River Line, che sono capolavori di eleganza e di arte navale. A bordo di essi si è precisamente come in uno splendido albergo galleggiante, nel quale si può mangiare e bere quello che si vuole, dormire in bellissime stanze, radersi la barba, leggere e scrivere in sontuosi saloni illuminati con la luce elettrica, e ascoltare della musica. Oltre ilcomfortdi unhôteldi lusso, tali vapori offrono il vantaggio di far respirare la salubre aria marina e di presentare ad ogni passo i pittoreschi paesaggi delle rive che costeggiano.

Noi viaggiavamo a bordo delPilgrim, il gioiello dellaFall River Line, un bastimento che pare una reggia e che costò cinque milioni di lire. Chi lo vede per la prima volta, percorrendo le vaste sale, le scale signorili ed esaminando la ricchezza dei tappeti, la bellezza dei lampadari e dei mobili, stenta a credere di trovarsi in mare.

IlPilgrimha cabine da una e due persone, provvedute perfino del bagno, per milleduecento viaggiatori; le sue macchine sono della forza di 5500 cavalli, e corre con una velocità di venti miglia inglesi all'ora, senza il minimo rullìo.

Dopo aver cenato nelrestaurant, quella sera andammo a sederci a poppa, sul ponte, a guardare i lumi delle case tremolanti lungo le rive, ad ascoltare i fischi dei vapori che incontravamo.

—Con tanto passaggio di vapori in questi paraggi—dissi aGiorgio—devono essere facili le collisioni, quando c'è la nebbia.

—Ne accadono sovente, pur troppo—rispose—ma se i viaggiatori conservassero, durante il pericolo, maggior sangue freddo, non se ne annegherebbero tanti. Vedete, qui, oltre le cinture di salvataggio, con le quali, dovendo saltar in acqua, potremmo rimaner a galla diverse ore, e oltre i battelli, abbiamo i materassi dei letti, i quali sono imbottiti di tal roba che, lanciati in mare, galleggiano sempre e sono capaci di sostenere il peso di quattro o cinque persone. Ma negli scontri, invece, il panico fa perdere la testa e i viaggiatori si affogano a centinaia.

IlPilgrimfilava leggiero e silenzioso; Giorgio era sceso nel salone più vicino, dal quale non eravamo separati che da una scaletta, per leggere i giornali della sera. Mary, rimasta a sedere vicino a me, contemplava l'oscurità circostante e le stelle.

—Sapete—mi disse a un tratto—che per le mie lezioni di francese ho continuato a tradurre l'articolo del signor Jacolliot sul suo giro in California? È un lavoro che m'interessa molto, perchè nei panni del vecchio magistrato francese mi pare di veder voi, arrivato negli Stati Uniti con tanti pregiudizi europei. Volete sentire ciò che il sindaco di Meffilld fece vedere al suo compatriota dopo avergli raccontata la propria storia?

—Sì, sì, con gran piacere.

—Il sindaco di Meffilld, dunque, cominciò col condurre il signor Jacolliot alCommon Hall(casa comunale, municipio) e lo pregò di assistere ad una seduta, nella quale ilBoard of the work(comitato dei lavori) doveva cercare con quali mezzi poteva dare, soddisfazione alBoard of the health(comitato della salute), il quale aveva dichiarato che le acque di Meffilld erano di cattiva qualità e che bisognava procurarsene di più pure. Fu una cosa molto spiccia: in pochi minuti, senza discorsi, senza frasi, il Comitato risolvette di servirsi delle acque riconosciute ottime di un piccolo lago distante qualche chilometro e di costruire all'uopo un acquedotto. Siccome del Comitato facevano parte dei mercanti di pietre e di calce, dei capimastri muratori e un ingegnere, il conto della spesa fu presto fatto. E fu deciso di pagarla in parte con sottoscrizioni volontarie e in parte con una somma inscritta nel bilancio pei lavori comunali. Per dar subito mano all'opera, poi, in un Comizio che ebbe luogo il giorno appresso, gli abitanti del Comune s'impegnarono di incaricarsi a loro spese per tre mesi della manutenzione delle strade, ognuno per la parte che fiancheggia la sua proprietà. Così si potevano adoperare per l'acqua i fondi iscritti per le strade.

—In Italia o in Francia per decidere un simile lavoro occorrono molti mesi e una quantità di permessi e di autorizzazioni.

—È quello che rilevò il sindaco di Meffilld, il quale disse che tutte le leggi e i decreti che chiamate il vostro diritto amministrativo sarebbero un'opera di follia, se non fossero un istrumento di dispotismo. Perchè mai un comune, che a proprie spese vuole costruire una scuola, un ponticello, un lavoro qualunque, che deve servire ad esso solo, ha da chiedere tanti permessi al prefetto, ai ministeri? Tutte le formalità burocratiche, con l'aiuto delle quali si paralizza in Europa la libertà comunale, sono altrettante catene che, riunite in una sola mano, servono a tenere obbediente un popolo di schiavi.

—Queste sono verità sacrosante.

—Il sindaco di Meffilld faceva questo ragionamento semplicissimo: l'uomo ha diritto di contrattare, di acquistare, di vendere, di donare e via dicendo. Nessuno glielo impedisce, nevvero? Quando dieci, cento, mille individui sono riuniti in un Comune, in virtù di qual principio si viene a paralizzare il loro diritto di occuparsi dei propri affari, e a sottometterli per ogni atto della vita comune all'autorizzazione del potere centrale, il quale non è altro che il loro mandatario?

—Siamo perfettamente d'accordo.

—Fate il Comune libero nello Stato (provincia o gruppo di provincie) sovrano—diceva il vecchio di Meffilld a Jacolliot—e voi la finirete per sempre con quello che chiamate le rivoluzioni. La rivoluzione non è altro che il movimento di un corpo il quale cerca il proprio equilibrio.

Mentre la signorina Mary così parlava, io non potevo trattenere un sentimento di ammirazione per il sistema americano di educazione col quale, prima che le costituzioni di Sparta e di Atene, gli scolari imparano a conoscere quella vigente nel proprio paese e a parlarne come si parla degli interessi di famiglia.

—Mary s'è data alla politica—disse sorridendo Giorgio, che era tornato sul ponte.

—No—rispose la sorella—mi sono semplicemente entusiasmata all'apologia che quel vecchio di Meffilld fa delle istituzioni nord-americane. Ma pensate: in Francia scrivono su tutti i pubblici edifici la parola libertà fra quelle di fratellanza e di eguaglianza e non hanno neppure la libertà comunale, come se vi potesse essere repubblica senza il comune libero e senza il federalismo.

—Non tocchiamo l'unità nazionale!—vi risponderebbero da noi.

—E che c'entra l'unità politica coll'amministrazione dei comuni? Il sindaco di Meffilld osservava giustamente che l'accentramento esagerato del potere è il dissolvente più rapido di ogni spirito patriottico. Voler regolare con le stesse leggi perfino nei più piccoli bisogni dei comuni, trenta o quaranta milioni di cittadini, è una cosa insensata. Alla minima ruota che si rompe, tutto il sistema va a catafascio. Infatti ogni quindici o vent'anni si fa in Francia una rivoluzione che termina invariabilmente con fucilazioni e deportazioni, e i cadaveri delle vittime non sono ancora raffreddati che quegli uomini politici non trovano nulla di meglio da fare che di rabberciare la vecchia macchina sotto l'intelligente protezione di trecentomila baionette. Nessuno pensa a costruire una macchina nuova nella quale l'equilibrio delle forze sia meglio distribuito.

—Voi parlate, cara Mary, come un vecchio filosofo. Ma circa alla perfezione del sistema politico americano, io ho da esporvi un'idea che risponde anche alla lezione che mi avete fatta quel giorno che andammo a pescare insieme.

—Sentiamo, sentiamo.

Ma l'ora s'era fatta tarda, e i camerieri, camminando senza rumore sopra i tappeti, spegnevano le lampade elettriche dei corridoi.

Lasciammo andare i discorsi e scambiandoci un cordialegood nightentrammo nelle nostre rispettive cabine.

* * *

La mattina seguente sbarcavamo a Boston. Era una domenica di settembre e, secondo le sue vecchie tradizioni, la capitale del Massachussets, in omaggio al riposo festivo, sembrava un cimitero; la solitudine poi appariva ancora maggiore del solito correndo una stagione in cui le migliori famiglie sono in campagna.

L'Esposizione internazionale che si doveva inaugurare il giorno seguente era stata organizzata modestamente, non con le proporzioni grandiose di quella precedente di Filadelfia e della successiva di Chicago, per solennizzare il primo centenario del trattato di pace firmato a Parigi da D. Hurtley per Sua Maestà Britannica, e da Beniamino Franklin, John Adams e John Jay per gli Stati Uniti.

Muniti delle carte direportersche ci davano accesso ai locali della mostra prima dell'apertura, dopo aver fatto colazione alYung's Hôtel, ci recammo alCharitable Mechanic's Association Building, vasto edificio tutto imbandierato. Le esposizioni delle nazioni europee non erano ancora pronte: nella sezione italiana si vedevano i soliti mosaici di Venezia e una cinquantina di quadri.

Trovammo all'ordine invece la esposizione indigena, nella quale ci divertimmo a esaminare la sezione deicow-boys, dei celebri guardiani d'armenti dell'ovest, tutta piena dei loro originali costumi alla messicana, di grandi selle e di lacci.

Ilcow-boynon somiglia affatto ai pastori dei nostri paesi, che conducono la vita più pacifica del mondo. Per fare ilcow-boynelle immense pianure del Texas, del Kansas, dell'Arkansas e negli altri Stati dell'Unione ricchi di pascoli, non basta esser buon cavaliere e saper guidare i branchi di buoi e di vacche nei terreni più favorevoli, provveduti di acqua e di erba buona: bisogna essere giovani robusti e arditi, capaci di tener testa ai ladri o agli indiani e di sostenere talvolta dei veri combattimenti a colpi di carabina e di revolver.

Il vestito delcow-boyconsiste in un paio di stivaloni dai larghi speroni, in una camicia di lana, in pantaloni e giacca di velluto o di pelle adorni di frangie lungo le cuciture, e di un cappello di feltro dalle larghissime falde alla messicana.

D'estate ilcow-boyfa a meno anche della giacca. Egli è molto semplice nel vestire, ma sfoggia un vero lusso nelle armi. Alla cintura, accanto alla cartucciera, tiene sempre uno e anche due revolvers delle migliori fabbriche e ad armacollo una carabina di gran valore. Esercitandosi fin da ragazzi e quotidianamente, icow-boysdiventano tiratori d'una abilità e d'una precisione meravigliose. I loro divertimenti abituali nelle praterie consistono tutti in gare alla corsa o al tiro.

Gettano sull'erba dei fazzoletti e poi lanciandosi a corsa sfrenata li raccolgono curvandosi da un lato senza rallentare minimamente l'andamento del cavallo. Gettano in aria delle uova correndo e le colpiscono col fucile prima che ricadano. Il colpo cosidetto di Guglielmo Tell, di levare un piccolo oggetto dalla testa di uno con una revolverata, è per loro un vero giuocattolo. Solamente questa grande famigliarità con le armi fa sì che essi mettano mano al revolver a ogni piccolo diverbio.

Un'altra loro abilità è quella di adoperare il laccio, una lunga striscia di pelle che tengono sempre attaccata alla sella, per fermare i buoi che si sbrancano.

La vita avventurosa di questi guardiani, i romanzi pubblicati negli Stati Uniti sul loro coraggio, sulle loro lotte con gli indiani, sui loro duelli, fanno sì che una quantità di giovani spostati, di mattoidi, vanno nell'ovest a fare icow-boys. E così avviene che fermandosi in qualcheduna di quelle stazioni della ferrovia del Pacifico, dove si caricano lunghi treni di buoi, il viaggiatore trova con sorpresa, fra i guardiani che accompagnano gli armenti, dei giovanicow-boysche hanno veramente maniere da gentiluomo, parlano correntemente due lingue e sembrano cacciatori,touristes, anzichè butteri. Un giorno ne fu veduto uno che leggeva un numero dellaVie Parisiennedi cui era abbonato; egli faceva ogni settimana non so quante miglia a cavallo per andarsi a prendere la posta nella più prossima stazione.

Accanto alcow-boyromantico c'è naturalmente quello brutale, maleducato, vero brigante delle praterie, che qualche volta lascia il suo mestiere per fare il ladro da strada, per organizzare grossi furti di bestiame o per mettersi a barare nelle case da giuoco, nelle piccole città di legno che s'improvvisano nelfar-west.

Dopo aver lavorato qualche mese nelle praterie, lontani da città e da villaggi, icow-boyssi procurano qualche giorno di permesso e vanno a divertirsi nella capitale dello Stato in cui si trovano, capitale che spesso non conta più di quaranta o cinquanta mila abitanti, ma che ha in abbondanza teatri, birrerie, caffè-concerti, case da giuoco, ecc.

Allora essi somigliano ai marinai che toccano il porto dopo una lunga traversata: sono avidi di donne, di liquori, di spettacoli d'ogni genere, impazienti di spendere il denaro di cui hanno piene le tasche. Dopo essersi comperato qualche oggetto di vestiario, una sella, armi, munizioni, entrano neibar-roomse si abbandonano all'orgia. Di notte si vedono con la bocca piena di tabacco, andar in visibilio davanti aicancansprimitivi di orribili cantanti intonacate di belletto, contendersi a manate di dollari nelle birrerie i favori di certe chellerine che sono il rifiuto delle grandi città, o farsi pelare nelle case da giuoco fino all'ultimo pezzo dafive cents.

Quand'è rimasto senza un soldo, ilcow-boyinforca il cavallo, torna a' suoi armenti e alle sue tende sognando il giorno in cui potrà di nuovo ubbriacarsi in braccio di una Jennie quarantenne o di una Minnie che gli darà da intendere di aver cantato a Parigi.

* * *

Una mostra più interessante era quella del giornalismo. Alcuni dei principali giornali degli Stati Uniti avevano fatto l'esposizione dello sviluppo raggiunto in pochi anni dal loro formato e dalla loro diffusione.

IlNew-York Heraldaveva mandato il suo primo numero, un foglietto magro magro, scritto da Bennett padre in una soffitta di Ann Street, e l'ultimo numero della domenica, di sette grandi fogli, la maggior parte dei quali pieni d'annunzi, stampato da sette macchine doppie, che non solo stampano ma tagliano e piegano 2333 copie al minuto, senza arrivare quasi in tempo per soddisfare a tutti gli ordini dei committenti.

Quel numero, eguale del resto ai fascicoli domenicali di vari grandi giornali americani, si componeva di centosettantotto colonne, per la cui composizione erano occorse più di duemila libbre di caratteri e per la cui stereotipia s'erano fuse dieci tonnellate di metallo.

Alla prosperità della stampa nord-americana tre cose hanno principalmente contribuito: la libertà completa, il fatto che in nessun altro paese del mondo si legge come negli Stati Uniti, e il grande uso che si fa dellaréclame.

Dall'Atlantico al Pacifico non si è mai saputo che cosa siano nè gerenti responsabili, nè la censura preventiva, nè l'obbligo di presentare la prima copia al procuratore del re o della repubblica. I reati che si possono commettere col mezzo della stampa sono preveduti e puniti dal codice senza bisogno di leggi speciali.

E bisogna confessare che gli Stati Uniti dimostrano come nessun inconveniente possa venire dalla completa libertà di stampa. I giornali libelli non attecchiscono là, perchè se i libellisti fanno nomi e specificano fatti, vi sono i tribunali che li fanno smettere, e se calunniano con vaghe allusioni non compromettenti, i loro fogli non vengono letti e cadono ben presto sotto il peso del pubblico disprezzo.

Rimane la questione politica, l'offesa al capo dello Stato, alle istituzioni e via dicendo. Ebbene, o il giornalista calunnia, e allora, come per i privati, c'è il giudice; o dice la verità, e in questo caso ha il diritto di stamparla. Un esempio fra mille che si potrebbero citare. Quando risultò che il presidente Hayes era riuscito eletto per frode in luogo di Tilden, ilSundi New-York un bel giorno stampò un gran ritratto del presidente, sulla cui fronte era incisa a grossi caratteri la parolaFraud: l'immagine di Hayes, con la taccia di ladro scolpita in fronte, circolò così a migliaia di copie in tutti gli Stati Uniti. Se l'Hayes non era realmente un imbroglione, avrebbe permesso lo scandalo? No, certo; ma si sapeva colpevole degli intrighi addebitatigli e dovette tacere, sicuro che, citato in tribunale, ilSungli avrebbe provato con le cifre di avere stampata la sacrosanta verità.

La stampa, dicono gli americani, non è altro che la pubblica manifestazione delle opinioni. Se le opinioni sono libere, se in un paese retto da una data forma di governo si è padroni di patteggiare per un'altra, perchè non si deve essere liberi di stampare ciò che si pensa, ciò che si dice tutti i giorni conversando in pubblico?

Non è per la morale, aggiungono, o per proteggere l'onore delle persone che in Europa s'inceppa la libertà della stampa; è perchè si teme la propaganda di quelle idee coll'avanzarsi delle quali certi governi devono inevitabilmente cadere. Libero intieramente non è quel paese dove gli onesti cittadini d'ogni partito non possono liberamente manifestare i loro pensieri su qualsiasi argomento e su quello politico in ispecie.

La grande diffusione e i guadagni che in ragione di essa procura la pubblicità, permettono ai giornali americani di eccitare, pagando bene, le attitudini di una quantità di bravireporters, ognuno dei quali ha una specialità—sport, hig-life, descrizioni di feste pubbliche, descrizioni di delitti e inchieste sui medesimi, descrizioni degli incendi, resoconti dimeetings, di processi, di sedute del Consiglio comunale, della legislatura dello Stato o del Congresso di Washington, teatri, bassifondi, curiosità d'ogni genere—e tutte queste qualità direportageformano poi una delle specialità della stampa americana.

Il veroreporter, quello che ha intelligenza, vocazione e passione per il suo mestiere, sta sempre all'erta, come una sentinella, come un agente di polizia o un pompiere, in attesa di una parola, di un'informazione, di un dispaccio o di un avvertimento telefonico che gli segnalino il fatto del giorno riguardante il servizio a cui è addetto. Ricevuta la prima notizia, egli entra in un periodo febbrile di attività. Dimenticando fame, sonno e qualunque altra cosa, corre col mezzo più rapido sul luogo dove è successo il dramma, il furto, l'incendio, lo scontro ferroviario, la collisione nella baia, l'avvenimento qualunque esso sia; si scolpisce in mente la scena con la precisione di una macchina fotografica; interroga i superstiti, i testimoni, i feriti, gli agenti della forza pubblica, e con un pezzetto di lapis, con pochi segni quasi stenografici, nota ogni cosa, raccogliendo i particolari più minuti, frettoloso e diligente nello stesso tempo, in preda sempre a uno strano orgasmo, smanioso di arrivare il primo e di avere la maggior copia di informazioni, e conservando contemporaneamente una flemma, un sangue freddo che gli permettono di non dimenticare la più piccola circostanza.

In quel momento il buonreporterè come la personificazione della curiosità pubblica; egli sente istintivamente la sua importanza di rappresentante di un giornale, il quale ha migliaia di lettori avidi di essere ben informati, e reputa come un diritto la facoltà di entrare dappertutto, di interrogare, di investigare, come se fosse undetectiveo un giudice istruttore.

È in tale periodo che ilreporternon conosce ostacoli e che, per saper tutto nel più breve tempo possibile, diventa astuto, audace, indiscreto e magari anche arrogante. Non è più lui che agisce, lui, che magari nella vita privata è un tranquillo e indifferente giovanotto: egli corre e lavora mosso, come per una misteriosa suggestione, dalle esigenze della stampa moderna, da quella forza che è il giornale diffuso. La sua personalità sparisce completamente: dimentica la salute e la famiglia e affronta qualsiasi pericolo colla massima indifferenza. In una guerra, marcia coll'avanguardia, sotto le prime palle, per descrivere le prime scaramuccie; nelle epidemie va a visitare i malati nei centri più infetti; negli incendi si spinge coi pompieri nei punti più minacciati da scoppi o da crolli di mura; nelle pubbliche dimostrazioni deve essere alla testa, fra gli spintoni e magari le schioppettate; nei tempi ordinari bazzica ogni giorno negli ospedali, nelle sale anatomiche, nelle camere mortuarie, nelle prigioni e nei luoghi meno puliti, nello stesso modo con cui va ad assistere a un processo celebre o ad una festa di lusso.

Vi sono deireportersspecialisti per inchieste segrete, per investigazioni su misteri che la stessa polizia non è stata capace di scoprire, pronti a tutto per ottenere lo scopo.

Un giorno si sparse a New-York la voce che gli alienati rinchiusi in un manicomio municipale erano vittime di sevizie e di violenze da parte dei medici e degli inservienti. I giornali ardevano dal desiderio di pubblicare informazioni esatte in proposito; ma come ottenerle? Il personale sanitario e di servizio si guardava naturalmente dal dire la verità e alla testimonianza di qualche pazzo guarito non si poteva attribuire molta fede.

Ilcity editor(cronista) delNew-York Heraldconvocò la squadra dei suoireporterse disse che bisognava ad ogni costo penetrare nel manicomio e sorprenderne i misteri. I bravi giovani, che già avevano fatto e girato molto invano, si torturavano il cervello, quando uno di essi si avanzò calmo e sereno e annunziò d'aver trovato il modo di saper esattamente quanto avveniva fra le mura del manicomio in questione.

—Come? In che maniera?—gli si domandò.

—Ecco:—egli rispose tranquillamente—io fingerò d'essere diventato pazzo, mi farò rinchiudere là dentro cogli alienati; appena avrò visto e notato tutto, guarirò; e il pubblico sarà informato d'ogni cosa. Silenzio e prudenza!

E, salutati i colleghi, corse a casa e si chiuse a chiave nella sua stanza.

A mezzanotte si odono in quella casa delle grida furiose, degli urli disperati. Tutti i vicini si svegliano; la vecchia signora, presso la quale ilreporterdell'Heraldabitava, corre alla stanza da cui proveniva il baccano, trova l'uscio chiuso, bussa, e non ottenendo risposta mentre le grida continuavano terribili, fa aprire da un fabbro la porta e vede ilreporterche si rotolava in camicia sul pavimento, cogli occhi stralunati, con la schiuma alle labbra.

Interrogato, ilreporternon risponde; urla sempre in modo compassionevole, e nei rari intervalli di calma non pronunzia che frasi insensate.

Si chiama un'ambulanza e il giovane viene condotto alle prigioni e rinchiuso in una cella delleTombs—il carcere principale di New-York. Dopo tre giorni un medico constata che egli è pazzo, con accessi furiosi, e lo manda a quel tale manicomio municipale.

I giornali cittadini raccontano il fatto e deplorano con vivo dispiacere che un collega, così buono e valente, sia stato colpito da una simile disgrazia. Passano tre mesi: le voci che circolavano sui misteri del manicomio parevano svanite, quando una mattina ilNew-York Heraldesce con una relazione in minutissimo carattere che occupava due pagine intiere, nella quale ilreporter«guarito» narrava diffusamente ciò che accadeva nel manicomio: le voci corse erano vere ed egli raccontava storie di sequestri di persone sane, di torture, di fame, di sete, di patimenti atroci, inauditi.

La relazione finiva coll'invitare gli increduli a visitare ilreporterstesso, il quale era uscito dal manicomio magro, pallido, sfigurato, che pareva unEcce Homo. Non occorre dire che le rivelazioni dell'Heraldprovocarono una rigorosa inchiesta che pose fine agli abusi e ai mali trattamenti.

Il giornalismo americano ha molti difetti che facilmente si perdonano quando si vede che sua cura principale è di descrivere e raccontare tutto ciò che succede in modo imparziale, non preoccupandosi che dell'esattezza e della sollecitudine. Quelli che da noi si chiamano articoli di fondo e che spesso non sono che noiose tiritere e soliloqui di redattori che pretendono di giudicar tutti e di parlare di tutto, anche delle questioni che meno conoscono, nei giornali nord-americani si riducono a brevi e succose note, a commenti stringati, nei quali sono espressi sulle cose del giorno i pareri di uomini competenti. Negli Stati Uniti si crede che il giornale debba essere quasi unicamente un bollettino delle notizie di tutto il mondo, un resoconto preciso di ciò che succede: i giudizi devono essere lasciati al gran pubblico. Se il giornale ne vuole esprimere, devono provenire da gente che conosce a fondo l'argomento.

—In quanto ai commenti sulle questioni del giorno che non implicano speciali conoscenze—diceva un giorno il signor Dana, direttore delSun, in una riunione di giornalisti—per dare efficacia alle note editoriali occorrono i seguenti ingredienti: buon senso; fede sincera nei principî democratici e in quella grande esposizione dei diritti dell'uomo che è la costituzione degli Stati Uniti; l'abilità di esprimere le idee chiaramente, senza ambiguità; il tutto condito da una dose abbondante di umorismo e di spirito.

Con lo sviluppo preso dalla stampa negli Stati Uniti è naturale che i giornalisti americani parlino con compassione dei loro confratelli d'Europa.

—Tutti i giornali parigini—mi diceva un redattore delCornhill Magazine—pubblicano molte appendici e nessuno di essi dà una relazione esatta, imparziale, coscienziosa, di unmeetingpolitico. Alcuni hanno adesso qualchereportercosidetto all'americana. Ohimè, quale meschinità! Il sedicentereporterall'americana ha la specialità delle interviste colle celebrità del momento, di strappare i segreti dal petto dei diplomatici e degli uomini di Stato, e di corrompere i camerieri dei re in viaggio per sapere quello che il monarca mangia a colazione. Ilreporterall'americana giunge certamente a sapere una quantità di fatti interessanti, ma i resoconti che scrive o che telegrafa sono troppo pieni della sua personalità.

Uno dei più giovani giornali di New-York che in pochi anni seppe raggiungere una tiratura media quotidiana di trecento mila copie, è ilN. Y. World, fondato e diretto da Joseph Pulitzer, il quale, all'angolo di Park Row e di Frankfort Street, si è costruito un ufficio che costa due milioni di dollari, altissimo, di tredici piani, sormontato da una torre di cinque piani e del diametro di cinquanta piedi.

Gli uffici di redazione e direportagesi trovano appunto in quella torre che è ilbuildingpiù alto della metropoli, dove sono anche i locali pei compositori, con ampi finestroni tutto all'intorno e ilrestaurantcooperativo per gli impiegati del giornale.

A pianterreno sono situati gli uffici per l'amministrazione, per le inserzioni a pagamento, per la distribuzione e la spedizione del giornale; nelbasement(sotterranei) una macchina motrice della forza di mille cavalli; la macchina per glielevators(ascensori); l'officina per la stereotipia delle forme; le dieci macchine quadruple, della forza di seicento cavalli, che stampano il giornale; la macchina elettrica, che alimenta 3500 lampade; quattroelevatorspneumatici per portare la carta.

Gli altri undici piani sono destinati a uso di uffici, di cui centocinquanta sono affittati.

L'edifizio è provveduto di sei ascensori: due pei compositori tipografi; tre per gli uffici appigionati, e uno che parte dal pianterreno, e, senza fermarsi, va direttamente al piano decimottavo, riservato esclusivamente aireporterse ai redattori.

Le spese di redazione delNew-York Worldoltrepassano di molto il milione di dollari all'anno.


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