Un'altra lezione.
—Ebbene, il sindaco di Meffilld ha finito la sua apologia degli Stati Uniti?—domandai alla signorina Mary la prima volta che la vidi dopo la nostra gita a Boston.
—No—rispose sorridendo—egli parla anche del mandato imperativo, che è una delle nostre cose migliori.
—Non ve lo contesto, quando penso a certi deputati dei paesi latini i quali dicono ai loro elettori: «Studierò la questione, agirò secondo la mia coscienza…» quasi che venissero mandati al Parlamento per fare un corso di studi e non già per agire secondo il programma dei cittadini che li hanno eletti.
—Precisamente il contrario di quello che succede qui, dove l'eletto non è che il portavoce dell'elettore e non può agire che nel senso del suo mandato. Il membro del Congresso non deve far altro, nei suoi discorsi e nei suoi voti, che difendere i principi dell'assemblea di elettori che lo ha nominato.
—E colui che qualche volta tentennasse?
—Sarebbe additato come un traditore e disprezzato anche dal partito avverso a cui avrebbe portato il suo aiuto. Tempo fa un certo Haigh, rappresentante della California, avendo, in una questione di principio, votato contro l'opinione democratica che era quella dei suoi elettori, fu, uscendo dalla seduta, ucciso in un duello al revolver, sulla scalinata del palazzo legislativo, dal giudice Field, che rappresentava esso pure la California. E ciò accadde fra gli applausi dei rappresentanti dei due partiti, unanimi nell'odiare tutto ciò che è viltà e capitolazione della coscienza politica.
—Il sistema di punizione è molto radicale!
—Noi pensiamo—diceva il sindaco di Meffilld—che la maniera con cui il nostro rappresentante eseguirà il suo mandato, sarà subordinata al suo grado d'intelligenza, alla sua abilità, alla sua capacità; non possiamo su tutte le questioni tracciargli la linea di condotta: ma c'è un punto sul quale siamo in diritto di pretendere che non transiga sotto pena di non rappresentarci più; egli deve restare fedele al partito dei suoi elettori. Che se nel corso della legislatura le sue opinioni cambiassero su qualche punto importante, egli dovrebbe dimettersi, poichè non fu inviato al Congresso per fare la sua educazione politica o per eseguire delle variazioni di coscienza, ma bensì per rappresentare un dato numero di concittadini dei quali ha accettato il programma.
—Giustissimo.
—Voi vedete—seguita a dire il buon sindaco—che da una macchina incosciente per votare, all'onesto uomo il quale resta fedele al programma politico che ha giurato ai suoi elettori di difendere, c'è una bella differenza. Invece di accettare un candidato che domanda la deputazione, respingetelo, concludeva, per questo solo che egli si presenta da sè (non può essere che un ambizioso volgare); scegliete voi stessi il vostro rappresentante fra i galantuomini che avranno accettato il vostro programma, e allora non esporrete più il vostro paese a cadere sotto il giogo demoralizzatore di un parlamento il quale non tiene conto alcuno della volontà nazionale e di cui tre quarti dei membri hanno la pretesa di non rappresentare che «la propria coscienza.»
Dopo una breve pausa, la mia studiosa amica continuò:
—Negli Stati Uniti abbiamo poi l'istruzione veramente estesa a tutti, ricchi e poveri, in un modo più pratico che non si faccia in Europa, senza greco e senza latino. Noi non ammettiamo che, vivendo in società, un padre possa fare di suo figlio un essere nocivo o inutile coll'ignoranza. A questo proposito il vecchio di Meffilld diceva a Jacolliot: «Fate dell'ordine con molta libertà ed una istruzione solida ed eguale per tutti. Invece di concentrare la vita pubblica in poche città che custodite con molti soldati, date a tutti i comuni la loro completa autonomia amministrativa, non occupatevi dei loro affari come non vi occupate di quelli di un privato, e vedrete che finiranno le rivoluzioni. Ma sopratutto non separate la libertà dall'istruzione: l'una non può esistere senza l'altra. La scuola deve essere lo stabilimento più importante del comune: fate passare il vostro suffragio universale dalla scuola ed esso si dirigerà da sè.» Ecco tutta la scienza sociale…
—Non dico di no, ma…
—Non c'è ma che tenga. Jackson Davis, un nostro noto pubblicista, ricordava a questo proposito al signor Jacolliot l'esempio di ciò che è successo in Francia dopo i disastri del 1870, nella Francia che manca sempre di uomini politici e che è governata da politicanti volgari, da ambiziosi senza carattere e senza principi. Caduto l'impero e proclamata la repubblica, si aspettava qui ansiosamente di sentir annunziato dal telegrafo il vigoroso proclama d'un governo provvisorio qualunque, che chiamasse la Francia intiera prima alle urne e poi alle armi. E immensa fu la sorpresa negli Stati Uniti quando si sentì che i capi della Sinistra avevano formato un governo che non sottoponevano neppure all'accettazione della Francia. Essi si impadronirono di quel potere che nessuno ha il diritto di esercitare senza una delegazione diretta, regolare, espressa della nazione.
—Il nemico aveva invaso il paese, e tutti avevano perduto la testa: erano momenti eccezionali.
—Jackson Davis dice appunto che sarebbe uscito qualche cosa di grande da un'assemblea di sette od ottocento membri, nominati davanti al nemico, e che avrebbe tenuto le sue sedute tutta fremente, al chiarore degli incendi di Bazeilles e Châteadun. La Francia aveva bisogno di uomini energici e in quell'assemblea se ne sarebbero rivelati. E poi sarebbe stato il paese che avrebbe decretato, agito, combattuto, e non già una dozzina di individualità senza mandato. Jackson Davis crede che Gambetta, col suo ardente patriottismo e colla sua energia, avrebbe salvato la Francia senza il tradimento di Bazaine; ma crede altresì che Bazaine avrebbe esitato a tradire, se la Francia fosse stata governata da una assemblea uscita dal suffragio popolare.
—È probabile.
—Non dimenticatelo! esclamava Davis: tutte le avventure che capiteranno ancora alla Francia e ai paesi che le somigliano saranno dovute ai politicastri, che spingono il popolo nella via delle rivoluzioni senza averlo preparato alla pratica della libertà e senza conoscere essi stessi, come hanno dimostrato, le istituzioni che formano la grandezza e la forza dei paesi liberi. I vecchi paesi d'Europa non hanno che un mezzo per rialzarsi: fare la crociata dell'istruzione, fondare delle scuole, combattere senza posa l'ignoranza, allevare una generazione di cittadini, nella quale non vi sia uno solo che non conosca la storia politica, sociale, industriale e scientifica dell'umanità. Poi devono predicare l'indipendenza intiera, completa, dei comuni, fare dei costumi repubblicani, e allora avranno fondato per sempre la libertà.
—Siamo d'accordo: solamente….
—Solamente bisogna ricordarsi che la libertà si acquista e non si conquista, che un progresso è sempre il corollario di un altro progresso realizzato e che coi colpi di mano e con le rivoluzioni non si arriva che al dispotismo. Al principio stesso della rivoluzione del 1789 tutti i grandi uomini di Stato americani, Hamilton, Morris, Jefferson, Madison, John Adams non credettero ad un successo definitivo perchè era cominciata col disordine e coll'anarchia. Il giorno 8 ottobre 1789, quando Luigi XVI possedeva ancora una parvenza di autorità, Washington rivolgeva queste parole profetiche al rappresentante degli Stati Uniti in Francia: «Desidero di ingannarmi, ma se ho ben compreso il carattere della nazione francese, io temo che vi sarà molto spargimento di sangue e un dispotismo più rude di quello che essa si lusinga di aver distrutto.»
—Washington sapeva che fu più difficile sbarazzare gli Stati Uniti dal disordine e dai politicanti ambiziosi, che dalle truppe inglesi.
—Non fu già cacciando gli inglesi e versando il proprio sangue per l'indipendenza dell'America, che Washington e i suoi amici hanno reso i maggiori servigi al loro paese: fu dandogli una costituzione. E non era una cosa facile il mettere d'accordo, dopo la vittoria, non solo i vari Stati unitisi per sottrarsi all'autorità dell'Inghilterra, ma anche gli uomini che con la penna o con la spada si erano distinti durante quella guerra. A sentire certi politicanti europei, nell'America del Nord il terreno era pronto, qui non c'erano nè un passato monarchico, nè partiti, nè divisioni, nè odii, e la Repubblica si fondò senza sforzi, come un semplice risultato della situazione.
—Se non avevano degli uomini come Washington e compagni, stavano freschi anche qui!
—Oh! meno male. Chi ha studiato un po' la nostra storia, sa che, all'indomani della pace, esercito e Congresso entrarono in lotta: vincitore dello straniero, l'esercito aveva la velleità di rappresentare una parte all'interno; lo spirito pretoriano s'infiltrava nei ranghi dei soldati, gli ufficiali volevano conservare e gradi e paghe, e vivere sul bilancio; essi mantenevano l'agitazione mentre il Congresso, il quale aveva imparato dalla Storia come si svegliano le nazioni che s'addormentano fra le braccia dei militari, voleva licenziare l'esercito. Due volte l'esercito si ammutinò, rifiutando di riconoscere l'autorità del Congresso. E due volte Giorgio Washington, suo capo supremo, approfittando della sua influenza e del culto fanatico che l'ultimo dei soldati professava per lui, lo fece tornare al dovere.
—Se non c'era lui!
—Un giorno un proclama anonimo chiama l'esercito a unmeetinge lo invita a offrire la dittatura al suo capo; Giorgio Washington accorre e rivolgendosi ai suoi soldati, grida: «Non crediate che io acconsenta ad accendere la discordia e la guerra fra l'esercito e l'autorità civile. L'Europa ha ammirato il vostro coraggio e il vostro patriottismo; distruggerete voi in un istante una riputazione acquistata con tanta fatica? In nome della vostra patria comune, in nome dell'onore vostro che deve esservi sacro, in nome dell'umanità, se ne rispettate i diritti, in nome dell'onore nazionale e militare dell'America, esprimete l'orrore che deve ispirarvi l'uomo, il quale con speciosi pretesti tentasse di distruggere i fondamenti della nostra libertà, di suscitare la guerra civile e di annegare nel sangue un impero appena nato.» Fu in questi termini che Washington rispose all'offerta di un trono appoggiato sull'esercito.
—Se egli fosse stato un avventuriero, un ambizioso, addio libertà nord-americana!
—L'istituzione della repubblica negli Stati Uniti si deve realmente in gran parte all'onestà di un uomo. Passato quel pericolo, si dovette lottare cogli interessi differenti e spesso contrari degli Stati e con le varie teorie degli uomini politici. Dal 1783 al 1789 l'America del Nord visse schiacciata dai debiti, senza unità all'interno e senza prestigio all'estero. Invitato da Henry Lee ad accorrere per salvare la patria, Washington rispondeva invariabilmente che bisognava fare una costituzione, la quale conservando l'indipendenza degli Stati, creasse l'unità dei popoli nord-americani, la forza federale. E fu solo quando si diede retta a Washington e gli Stati nominarono un Congresso incaricato di redigere quella costituzione, che l'America trovò la pace. Non si venga a dire, dunque, che la repubblica degli Stati Uniti si è fatta facilmente e senza disordini, quando per venti volte corse pericolo di fallire.
—Negli Stati Uniti il federalismo ha costituito l'unità del paese, e in Europa c'è un partito numeroso che lo respinge come pericoloso per l'unità nazionale!
—È l'osservazione precisa fatta da Jacolliot a Jackson Davis, il quale gli rispose che questo partito è quello che tenta continuamente di far l'avvenire con l'aiuto della leggenda del passato, e che, erede delle dottrine dei giacobini, sogna una repubblica autoritaria con un presidente dai poteri estesi. Ora è stato precisamente questo partito che coi suoi eccessi ha ucciso il movimento pacifico delle idee dell'ottantanove: è questo partito, che, con la sua ignoranza, con la mancanza di spirito politico e col sangue sparso inutilmente e stupidamente, raggruppò la Francia intiera e l'esercito intorno a Cesare. Fu ancora questo partito che perdette la Francia nel giugno 1848, il 4 settembre 1870 e il 18 marzo 1871. Esso non respinge il federalismo (il quale creando l'indipendenza e l'autonomia completa dello Stato-Provincia e del Comune per tutte le questioni d'amministrazione interna, distruggerebbe per sempre l'idea monarchica) se non che per governare a sua volta il paese, imponendogli le sue idee.
—Ma chi le insegna al popolo queste cose?
—Eh! pur troppo, son pochi gli onesti e i disinteressati che vogliano presso voi farsene banditori. Jackson Davis dice che c'è una storia da rifare in Europa per il popolo ed è quella della rivoluzione dell'89. La massa, nel suo insieme, ignora il lavoro di preparazione di tutti i grandi spiriti del secolo decimottavo; essa non sa a che punto le idee di eguaglianza e di libertà avevano fatto strada nel mondo, e che la maggior parte dei troni erano occupati da principi molto più liberali della maggior parte dei loro sudditi; essa non sa che il lavoro delle riforme era finito il 4 settembre 1791 e che la Convenzione, innalzando la forca sulle pubbliche piazze e terrorizzando, uccise la libertà. Ebbene, se il popolo ignora queste cose, se è sempre pronto a imitare gli eccessi della Convenzione, se la Comune fucila e incendia, se migliaia di poveri diavoli sono morti sotto la mitraglia nelle giornate di giugno come in quelle di maggio, di chi la colpa, se non di quegli uomini che per quindici o vent'anni hanno lusingato la folla per farsene un piedestallo, parlandole continuamente della sua sovranità, dei suoi diritti imprescrittibili, dei principî della immortale rivoluzione, senza farle conoscere che tutti questi diritti hanno come corollario altrettanti doveri e che nulla si acquista nè si conserva senza la saggezza e la moderazione?
—Ah! i demagoghi: ha ragione Dario Papa che li odia tanto.
—Jackson Davis diceva a Jacolliot che lasciando l'America del Nord avrebbe portato con sè una provvista di odio vigoroso contro gli ambiziosi che insanguinano periodicamente la Francia. E tornava a battere quel chiodo, che in Europa non avete degli uomini politici, ma degli agitatori, i quali quando hanno rovesciato un governo, credono d'aver fatto tutto inalberando sui muri le insegne della repubblica, invece di preoccuparsi, sopratutto e innanzi tutto, di cambiare le istituzioni. Le riforme verranno un po' alla volta, essi dicono; bisogna tener conto dei pregiudizi e degli interessi; e, mentre distribuiscono i portafogli e mandano i loro amici nelle prefetture, tutti gli ingranaggi monarchici che essi non hanno osato di spezzare, si muovono….
—E continua a funzionare la macchina di prima!
—Come americano, conchiudeva Jackson Davis, io non sono partigiano delle rivoluzioni; credo che il progresso si possa conquistare con le lotte intelligenti e pacifiche, e che non vi sia governo, il quale non sia obbligato di seguire il movimento delle idee. Noto che in Europa i popoli i quali non fanno rivoluzioni a mano armata, l'Inghilterra, il Belgio, la Danimarca, la Svezia, l'Olanda, la Svizzera, sono i più liberi.
A questo punto la signorina Mary, che con tanta foga e convinzione mi aveva riassunto le sue lezioni ed esposte le idee e le osservazioni di Jacolliot e di Jackson Davis, s'interruppe e mi guardò.
—Ma io mi accorgo—mi disse di lì a un momento—che voi ascoltate senza manifestarmi il vostro intimo pensiero. Mostrate di approvare, sì, ma con qualche restrizione.—Che cos'è che avete ancora da dire a carico degli Stati Uniti dove io sono nata, contro la mia patria?
Stavo finalmente per rispondere ed esporre ciò che mi veniva con insistenza alla mente durante gli istruttivi discorsi della mia brava amica, quando il treno dell'Elevated, che ci trasportava a casa dalla passeggiata, si fermò alla stazione vicino all'abitazione di Mary. Dovemmo scendere in fretta.
—A dopo domani, dunque—mi disse Mary mentre io la salutavo.—Le mie lezioni sono finite e voglio assolutamente sentire quello che finora mi avete taciuto.
Dario Papa in America.
Nel capitolo precedente si è nominato Dario Papa, il valoroso direttore dell'Italia del Popolo, uno dei più forti scrittori che onorino il giornalismo italiano.
Vi sarebbe uno studio psicologico interessantissimo da fare sul giro compiuto negli Stati Uniti da Dario Papa mentre io mi trovavo a redigere ilProgresso Italo-Americanodi New-York e sul suo nuovo indirizzo politico dopo quel viaggio, indirizzo che sorprese solamente coloro che non conoscevano Papa da vicino e che parve invece logico e naturale a chi era testimonio dei suoi scatti nervosi di ribelle, dei suoi sfoghi tanto contro i ciarlatani della democrazia come contro i bigotti della monarchia.
Quando Ferdinando Fontana me lo presentò una sera nel Restaurant Riccadonna in Union Square poco dopo il loro arrivo a New-York, io lo guardai con una specie di ingenua diffidenza, sapendo che era uno dei più reputati redattori delCorriere della Serae che combatteva cioè per un partito, per il quale, a parte gli uomini, io non avevo molta simpatia.
—Che sia—pensavo—uno di quei giornalisti che pretendono di studiare e di conoscere una nazione in quindici giorni, e che sia venuto qui per mettersi, dopo poche osservazioni superficiali, a scriver male delle istituzioni repubblicane degli Stati Uniti?
Io allora mi trovavo in America da qualche anno; ero reduce da un lungo viaggio nelFar-Weste sulle Montagne Rocciose; vedevo che più mi fermavo nel paese e più imparavo a stimarne il carattere degli abitanti e l'organismo politico e amministrativo; e mi irritava la sola idea che un campione del partito moderato italiano si fosse prefisso di fare una rapida escursione nella repubblica nord-americana per non occuparsi che dei suoi difetti e per metterli in ridicolo, esagerandoli, alla scopo di trarne profitto e dire che in fin dei conti è meglio tenersi cara la tale monarchia.
Sapevo già che nei giornali conservatori si ricorreva a questo ritornello, a ognigaffedei repubblicani francesi, i quali certamente, avendo conservato tutto l'accentramento delle monarchie e degli imperi, si prestano alle critiche più giustificate, ma che, non fosse altro, si sono liberati da quell'avanzo dei tempi di Bertoldo che è il cosidetto diritto divino.
Ma mi bastò mezz'ora di conversazione per capire che Dario Papa non era uno di coloro che si rinchiudono nella botte dei loro dogmi, rifiutando di vedere e di sentire. Era invece un Diogene uscito precisamente dall'ambiente in cui le combinazioni della vita lo avevano fatto crescere, che viaggiava deliberatamente con la sua brava lanterna per esaminare e studiare il paese famoso della libertà.
E che avesse intenzione di studiare sul serio e profondamente lo mostrò appena arrivato: invece di prendere alloggio in un albergo italiano, incominciò coll'andar ad abitare in unboarding-houseamericano e a vivere esclusivamente fra gli americani, parlando continuamente inglese, lingua che conosceva imperfettamente e che gli diventò ben presto famigliare.
Poco tempo dopo il suo arrivo s'accorse che New-York non è l'America del Nord e che anzi, per l'affluenza di gente di tutte le razze, è un porto di mare cosmopolita più che una città schiettamente americana. Si persuase che per conoscere bene il paese bisognava spingersi nell'interno, attraversare il vasto continente dall'Atlantico al Pacifico, fermarsi negli Stati centrali, visitare quel curiosissimo territorio che è l'Utah dei Mormoni, oltrepassare la catena delle Montagne Rocciose, arrivare fino a San Francisco, in California.
Per compiere una simile escursione ci vogliono molti mezzi e quelli di cui disponeva Dario Papa come giornalista italiano in vacanza erano piuttosto scarsi, per non dire assolutamente insufficienti. Un altro avrebbe rinunziato al lungo viaggio: egli partì egualmente, sottoponendosi a mille privazioni, pur di vedere e di studiare. Ci vuole una bella dose di energia per intraprendere simili studi!
Quando tornò dopo qualche mese da quel suo viaggio d'istruzione molto dura e spartana, ricordo che era dimagrato e abbronzato dal sole delle grandi praterie, ma contento come una Pasqua, sebbene tormentato di tanto in tanto dalla tosse.
Sceso dalla stazione ferroviaria, prese iltramwaydella Terza Avenue e venne a trovarmi nell'ufficio del giornale in Centre Street per esprimermi tutta la sua gioia di aver percorso per lungo e per largo il vastissimo paese e per dirmi che solo a quel modo aveva potuto conoscerne tutta la grandezza e vederlo da vicino nella sua agricoltura, nelle sue industrie, nelle sue immense estensioni di terre da coltivare, nei villaggi nascenti e sopratutto nell'esercizio continuo e pacifico della libertà.
Quello che dimenticava di dirmi erano i sacrifici che la lunga peregrinazione gli era costata.
Contenti ambedue di rivederci dopo tanto tempo, andiamo quella mattina a far colazione insieme in un albergo: mentre si mangia allegramente discorrendo dell'interno degli Stati Uniti, sentite un po' che cosa succede. Un pappagallo dell'albergatore si arrampica pian piano sull'attaccapanni, e, senza che alcuno se n'accorga, comincia a lavorare col becco e fa un gran buco proprio nel cappello di Dario Papa, un cappello rotondo di feltro, piuttosto in cattiva condizione.
—Ah! anche questa mi mancava!—esclama Papa, appena se n'accorge.—Non m'era rimasto che un cappello solo ed eccolo rovinato! Dovrò cambiare l'ultimo napoleone d'oro che m'è rimasto…
I napoleoni mi ricordano un altro curioso aneddoto. Prima di partire per l'America, Papa aveva sentito dire che in viaggio era facile essere derubati e che i denari bisognava metterli in una cintura da tenersi sulla pelle. Egli seguì il consiglio alla lettera.
Una sera ci trovavamo a pranzare insieme con altri amici in unrestaurante volle pagar lui il conto. Ma quando questo gli fu presentato dal cameriere, egli s'accorse che aveva dimenticato di preparare il denaro e, senza dir nulla, si ritirò misteriosamente in un camerino attiguo alla sala: era andato a cavare un luigi dalla famosa cintura che teneva sotto la camicia!
Era in certe cose ingenuo e schietto come un bambino. Rimasto orfano da ragazzo e allevato da una zia con cure materne, egli nutriva per quella sua parente un sentimento di vera adorazione, le scriveva continuamente, ne parlava sempre con profonda tenerezza.
Quando si occupava di politica, invece, diventava un altro uomo, irrequieto, nervosissimo, qualche volta violento e intrattabile. Prima di scrivere certi articoli di polemica, passeggiava in su e in giù per l'ufficio, sbuffando tutto indignato, buttando via i fasci dei giornali, apostrofando a voce alta i suoi avversari, chiamandoli pezzi d'asini, bellissimo nella sua irrequietezza e in quegli impeti d'ira. E quando aveva trovato qualche idea felice, qualche frase tagliente, si fregava rapidissimamente le mani sempre camminando, curvo e sorridente.
Pensato l'articolo in quei suoi giri per la stanza, lo buttava poi giù sulla carta in pochi minuti, scrivendo con grande velocità, in preda sempre a una specie di orgasmo. Finito l'articolo, appariva come sollevato da un gran peso, tornava mite e mansueto e cercava con interesse la compagnia di alcune signore newyorkesi molto istruite, con le quali aveva stretto relazione, e imparava non solo a conoscere sempre meglio la società americana, ma anche l'inglese.
Per conoscere da vicino anche il giornalismo, dopo il suo viaggio nell'interno si fermò sette od otto mesi a New-York, collaborando nelProgresso italo-americanoe fu in quel periodo che lo vidi lavorare. Egli non si era ancora liberato da certi pregiudizi europei di educazione, di vita pubblica, e in lui aveva luogo una lotta continua fra ciò che aveva creduto fino allora nel mondo vecchio, e ciò che vedeva in pratica coi propri occhi in quello nuovo. Era un lavorìo incessante nella sua mente, che gli dava molta pena e che lo rendeva più nervoso che mai.
Un giorno lo vidi arrabbiarsi al punto da gettar per aria tutti i libri e tutti i calamai dell'ufficio: pareva che stesse per impazzire.
Un'altra volta, era d'estate, stanco di quella battaglia con sè stesso e col suo passato, che lo spossava e lo rendeva come uno straccio, decise di rifugiarsi per un paio di mesi in campagna, e cercò un asilo tranquillo a Bradford, nella Pensilvania.
Ma anche là era la stessa storia; aveva sotto gli occhi l'esempio di un piccolo comune completamente autonomo, che si amministrava in tutto e per tutto da sè, senza bisogno di permessi, di visti, di autorizzazioni prefettizie o ministeriali; vedeva in azione il suffragio universale e il mandato imperativo; notava che il miglior edifizio del paese era quello delle scuole comunali; che i maestri erano pagati molto bene e rispettati come i primi funzionari; che dovunque mancava la burocrazia; che tutte le cose si facevano alla buona, alla spiccia, nel modo più semplice e pratico del mondo.
E anche da Bradford, dimenticando che s'era ripromesso di riposare, mandava di tanto in tanto alProgressodei lunghi articoli in cui riassumeva lealmente i suoi studi e le sue impressioni.
Prima che egli, completamente persuaso di aver battuto una falsa strada, si decidesse a buttare alle ortiche la cocolla dell'ordine monarchico moderato, ci volle qualche anno; ma fu in quei mesi di viaggi e di osservazioni che cominciò a perdere l'antica fede; da quell'epoca fino al giorno in cui si distaccò completamente dal vecchio partito, fu un periodo laborioso, faticoso e doloroso, di cui egli solo potrebbe fare la storia esatta in uno studio autobiografico, in un libro che riescirebbe di grande istruzione per i nostri giovani, intitolato:Come io diventai repubblicano federalista.
L'ultima conversazione con Mary.
Era una triste sera di gennaio, piena di nebbia.
Una nera fanghiglia copriva le strade di New-York e di minuto in minuto si sentivano i fischi lunghi e lamentevoli che emettevano i vapori e isteam-boatsper non investirsi nella baia.
Dovendo imbarcarmi il giorno seguente per l'Europa, andavo a salutare la signorina Mary e i suoi parenti che erano i miei migliori amici. Dopo che si parlò del viaggio che avevo da compiere in una stagione così sfavorevole e del piroscafo scelto, la signorina Mary mi ricordò la promessa fattale di esporle il mio intimo pensiero intorno agli Stati Uniti.
—Sentiamo, dunque, un po'—mi disse—l'idea che mi avete sempre taciuta.
—È di una semplicità infantile—risposi.—Io parto pieno d'ammirazione per questo paese il quale, malgrado certi difetti che abbiamo più volte notato insieme, è governato dalla costituzione più democratica che si conosca. Qui regna realmente l'eguaglianza fra i cittadini; non avete esercito, nè Corti, nè ordini cavallereschi; la prima cosa che curano i vostri liberi comuni è la pubblica istruzione; ogni cittadino è elettore; il presidente della Repubblica, sebbene siate tanto ricchi, non vi costa che duecento mila lire all'anno; siete senza burocrazia e l'amministrazione della giustizia procede con grande sollecitudine, senza abuso di carcere preventivo; avete risoluto il problema politico coll'esercizio del suffragio universale e dell'autonomia comunale, coll'esercizio cioè della sovranità popolare; ma non vi siete ancora preoccupati della questione economica.
—È segno che non ne fu sentito ancora il bisogno.
—Ciò è esatto fino a un certo punto. È verissimo che per la estensione immensa del territorio e per la sua ricchezza, per la mancanza dell'esercito, della marina da guerra e di tante altre spese che stremano i bilanci delle Nazioni d'Europa, negli Stati Uniti non si trova la miseria del vecchio continente e i salari sono qui più alti che altrove. Ma non è meno vero che anche voi avete nelle città dei quartieri pieni di gente povera, lacera, affamata, pigiata in cameraccie prive d'aria e di luce; non è meno vero che anche qui vi è dell'infanzia abbandonata e che molte giovani derelitte sono costrette a far mercato di sè stesse; non è meno vero finalmente che i lavoratori di tutte le classi, sebbene relativamente pagati meglio che in Europa, sono sfruttati dai capitalisti e dai monopolii.
—Questo è innegabile.
—Quel sentimento di giustizia e di fratellanza che commuove in questa fine di secolo tutto il mondo e che fa vendere tante migliaia di copie del libro del vostro Bellamy,[Nota:La vita sociale nel 2000, romanzo di E. BELLAMY, tradotto da G. OBEROSLER, sulla 330^a edizione originale americana, ampliata con unPost-scriptume con l'aggiunta di unDizionario economico-sociale. Editore Max Kantorowicz, Milano, 1892.—Prezzo L. 1.] non è ancora entrato nel cuore dei vostri legislatori. Neppure qui il diritto all'esistenza è stato riconosciuto. Accanto ai re delle ferrovie, del lardo, del petrolio, della Borsa, di tutte le speculazioni, stracarichi di ricchezze e di diamanti, trovate spesso anche nelle vostre città più fiorenti l'operaio disoccupato e digiuno, l'orfano scalzo, la famiglia senza tetto e senza pane. Come diceva Macaulay molti anni fa scrivendo ad un amico, finchè avrete negli Stati Uniti un'immensa estensione di terra fertile e non ancora occupata, i vostri lavoratori staranno infinitamente meglio di quelli del vecchio mondo. Ma tempo verrà in cui la Nuova Inghilterra sarà popolata come la vecchia. Presso di voi il salario diminuirà e subirà le stesse fluttuazioni come in Europa. Voi avrete la vostra Manchester e la vostra Birmingham dove gli operai, a centinaia di migliaia, avranno sicuramente i loro giorni di crisi. Allora si leverà per le vostre istituzioni il gran giorno della prova. La miseria rende dovunque il lavoratore malcontento e rivoltoso, preda naturale dell'agitatore, il quale gli espone quanto è ingiusta questa ripartizione in cui l'uno possiede dei milioni, mentre l'altro è incerto del pane. Da noi, negli anni di crisi, vi sono molti lagni ed anche qualche tumulto; ma poco importa, poichè la classe sofferente non è la classe governante. Il potere supremo è nelle mani di una classe numerosa, che è la più colta e la quale è e si stima profondamente interessata al mantenimento dell'ordine, alla guardia delle proprietà. Ne segue che i malcontenti sono repressi con fermezza e si passano i momenti critici senza spogliare il ricco per assistere il povero. Ma come ve la caverete voi quando al principio del secolo venturo avrete da affrontare prove consimili?
—Bisogna prevederle e prepararsi in tempo per trovare il modo di superarle felicemente.
—È il voto di tutti, ma l'ipotesi più verosimile è invece che quando arriveranno i momenti tristi, il vostro governo non sarà capace di contenere una maggioranza sofferente e irritata. Perchè qui il governo è nelle mani delle masse, e i ricchi, che sono in minoranza, si trovano in balìa di esse. Giorno verrà in cui la moltitudine, fra una metà di colazione e la dubbia prospettiva di una metà di desinare, nominerà i legislatori. E possibile concepire un dubbio sul genere di legislatori che saranno nominati? Da una parte avrete un uomo di Stato che predica la pazienza, il rispetto dei diritti acquisiti; dall'altra un demagogo che declama contro la tirannia dei capitalisti e degli usurai e domanda perchè gli uni bevono vino di Champagne e passeggiano in carrozza, mentre tanta gente onesta manca del necessario. Quale di questi candidati avrà la preferenza dell'operaio che ha sentito i suoi ragazzi chiedergli del pane? Oh! allora avverranno qui di quelle cose, dopo le quali la prosperità non può più rinascere. Allora, o qualche Cesare, o qualche Napoleone prenderà con una mano potente le redini del governo, oppure la vostra repubblica sarà nel xx secolo saccheggiata e devastata come lo fu l'impero romano dai barbari, con questa differenza: che i devastatori dell'impero romano, gli Unni e i Vandali, venivano di fuori, mentre i vostri barbari saranno i figli del vostro paese.
—Secondo tutte le probabilità—disse la signorina Mary, dopo un po' di riflessione—i barbari verranno fuori prima nei paesi più poveri, in Europa, se i governi del vecchio continente non si decidono a ritardarne l'avvento col disarmo, che vorrebbe dire rifiorimento di tutte le industrie, dell'agricoltura e del commercio, e che nella sola Italia significherebbe una economia di un milione e mezzo al giorno. Ora l'esempio di ciò che succederà in Europa servirà di ammaestramento agli Stati Uniti: almeno speriamolo.
Ed essendo sopravvenuto. Giorgio, si cambiò discorso.
Rimpatriando.
M'imbarcai sulRhynlanddellaRead Star Lineuna mattina di gennaio, mentre nevicava. Non eravamo a bordo che in cinque passeggieri di prima classe e in cinque di seconda, la maggior parte dei quali appena si prese il largo, essendo il mare molto grosso, si dovettero mettere a letto. Ben presto non rimase più a farmi compagnia a tavola e nellosmoking-roomche il dottore, un inglese dalla barba rossa, molto amante dei liquori e della birra.
Dopo tre giorni, oltrepassati i banchi di Terranova, il tempo si rasserenò un poco e qualche passeggiero sbucò dalle cabine; ma ben presto tornò la tempesta; ilRhynlandriprese le sue danze; l'acqua spazzava ambedue i ponti. Per respirare un po' d'aria e contemplare le ascensioni e le discese del piroscafo, dovetti farmi legare con una corda, dopo aver indossato l'impermeabile, a un albero: era un piacere nuovo quello di sentirsi coprire dalle onde altissime e di sparire di tanto in tanto per un momento sotto il liquido elemento.
Ma per lo più bisognava stare tappati sotto il ponte e io approfittavo della solitudine per riandare il passato e vedere ciò che avevo imparato. Ero stato quasi cinque anni negli Stati Uniti, tre dei quali, gli ultimi, fermo a New-York; sentivo di essermi spogliato di molti pregiudizi, di rimpatriare con criteri più pratici e positivi di quelli con cui ero partito e non vedevo l'ora di arrivare in Italia per fare dei confronti ed esaminare i contrasti che più mi avrebbero dato nell'occhio.
Dodici giorni dopo la partenza dal porto di New-York ilRhynlandpassava al largo di Lizard Point ed entrava nell'English Channel, pieno di nebbia: dopo mezzogiorno si vedeva a occhio nudo la prima striscia di terra inglese. Erano alcune roccie che scendevano a picco nel mare. Al tredicesimo giorno si entrava nella Schelda e l'Olanda ci si presentò sotto forma di alcuni mulini a vento: nel pomeriggio ilRhynlandgettava finalmente l'àncora nel porto di Anversa.
Il treno diretto internazionale Bruxelles-Strasburgo-Basilea mi portava il giorno seguente a Milano. Passate alcune settimane presso i parenti che non vedevo da tanto tempo, intrapresi un breve giro in Italia, per visitare alcune città, come Roma, che non avevo mai visto prima di emigrare in America.
Andrei troppo per le lunghe se dovessi descrivere minutamente tutte le impressioni provate. La prima—provenendo dagli Stati Uniti, paese di settanta milioni di abitanti, dalle grandi città dove il movimento dà le vertigini—è che l'Italia pare un bel cimitero. Con le scarse vetture, coi raritrams, con la mancanza di ferrovie nell'interno, le nostre maggiori città mi sembravano silenziose e come addormentate.
Le strade poi mi apparivano strette in un modo straordinario. Abituato alle ampieavenuesdai doppi filari di alberi, quelle che passano qui per le vie più comode mi parevano calli veneziane. Il Po, l'Adige, il Tevere erano diventati per me fiumiciattoli dopo aver attraversato il Missouri e il Mississipì. Trovavo tutto piccolo, gretto, meschino, così negli uomini, come nelle cose. Solo Roma mi presentava qualche cosa di grande; memorie però, del passato; avanzi, come le Terme, i quali dimostrano quanto gli antichi romani fossero più puliti di noi, che non abbiamo oggi nella capitale un grande stabilimento di bagni, riscaldato internamente all'inverno, dove si possa fare una doccia senza buscarsi un raffreddore.
Ma la cosa più brutta di Roma sono le strade selciate così male e per lo più senza marciapiedi, che quando piove si riempiono d'acqua. Aveva ragione Nathaniel Howthorne, nei suoiItalian Note Books, di chiamarleindescribably diseagreable. E la mancanza diwater-closets? Il non trovarne di decenti neppure nei caffè più eleganti, pare incredibile al forestiero.
Gli è che da noi si cura più l'apparenza della sostanza. Così abbiamo una quantità di gente che non guadagna dieci lire al giorno e che vuole vestire, frequentare i teatri, tener la casa come se ne guadagnasse venti o trenta. Come faranno costoro? O dei gran debiti o dei gran digiuni.
E l'apparenza non la si ritrova solo nei falsi eleganti, che vogliono vestire meglio di quello che la loro condizione comporterebbe, ma nei discorsi e negli atti più insignificanti della vita. Quanti complimenti, quante chiacchiere inutili!
Un'altra cosa, che in Europa e specialmente in Italia e in Francia fa una sgradevole impressione, è il pullulare dei periodici pornografici, la mostra pubblica delle fotografie dicocottes, di attrici o di ballerine seminude. Un popolo giovane, forte e lavoratore rifugge dalla corruzione. E a proposito di effeminatezza, fa un curioso effetto l'uniforme dei giovani ufficiali con la giubba tanto corta.
Una pessima impressione si riceve poi dalla moneta in circolazione, dalla scarsezza dell'argento, dalla mancanza dell'oro, dall'uso dei grossi soldi di rame e dei piccoli biglietti da cinque e da dieci lire. Il corso del centesimo e dei pezzi da due centesimi da specialmente nell'occhio come un segno di grande miseria.
Una spiacevole impressione fa altresì la caccia che i giovani della piccola borghesia danno all'impiego meschinamente retribuito, invece di dedicarsi all'industria, al commercio, all'agricoltura.
Che dire poi della politica! Si trova che tutto in Italia si fa alla rovescia. Alla vita pubblica dovrebbe prender parte la maggioranza dei cittadini col mezzo del voto, e invece una parte è privata di quel diritto e l'altra, sfiduciata, se ne disinteressa e lascia brigare una piccola minoranza di ambiziosi. All'epoca delle elezioni invece di gran comizi di elettori che, secondo il partito, scelgano i candidati che accettino il loro programma, si vedono dei candidati che si presentano da loro a piccole riunioni facendo essi il programma: precisamente il contrario di ciò che dovrebbe logicamente avvenire.
Tutto alla rovescia, dicevo. Le cure principali dello Stato, delle provincie e dei comuni in un paese come l'Italia dovrebbero essere dedicate alla pubblica istruzione e all'agricoltura, e invece i bilanci di questi due ministeri sono appunto i più poveri e trascurati: e mentre tanti sono i disoccupati che soffrono la fame, si spende un milione e mezzo al giorno nell'esercito e nella marina da guerra, si ha la vanità di costruire dei bastimenti più grandi di quelli dell'Inghilterra e si commette il gravissimo, imperdonabile errore di sperperare milioni in un lembo d'Africa che le potenze più ricche d'Europa hanno sempre sdegnato di occupare.
Si capisce che la causa principale della nostra rovina, dell'abbandono in cui lasciamo l'agricoltura e le industrie è l'esercito permanente. Ma—si dice tutti i giorni—finchè l'Europa intiera non si mette d'accordo per disarmare gradatamente e simultaneamente, chi è che può commettere la pazzia di farlo isolatamente?
E perchè? replica chi viene da un paese senza esercito. Se l'Italia è in pace con tutti e non ha alcuna idea, almeno per ora, di andar a molestare chicchessia, chi è che le potrebbe impedire di sostituire in breve tempo all'esercito permanente tutta la sua gioventù liberamente addestrata al tiro a segno?
Anzichè una imprudenza, non sarebbe, da parte della nazione più giovane, un atto di saggezza e un buon esempio?
Chi può supporre sul serio che un altro popolo da noi non provocato venga a occupare il nostro territorio? E se ciò pure potesse accadere, chi può credere per un solo momento che la gioventù italiana sopporterebbe un invasore in casa? Giusto gli Stati Uniti, nella guerra di secessione, hanno dimostrato come un popolo sa battersi valorosamente anche senza essere regolarmente reggimentato. Ma, senza ricorrere a esempi stranieri, non abbiamo veduto i giovani volontari di Garibaldi? Avevano essi forse imparata la manovra in piazza d'armi?
Lo straniero in Italia! Vedrebbero i paurosi come risorgerebbero iBalilla!
A chi viene da lontano pare veramente strano che per le beghe che la Francia può avere con la Germania o l'Austria con la Russia, l'Italia debba essere alleata con una o due di queste potenze e mantenersi in piede di guerra come esse, levandosi il pane di bocca, indebitandosi fino agli occhi! Sembra poi un colmo il vederla alleata precisamente con la potenza che tiene ancora sotto di sè un lembo di territorio italiano.
Davanti a similirebuschi viene dagli Stati Uniti pensa subito che eserciti permanenti e alleanze come sono oggi non esistono per il bene e per la sicurezza dei popoli, di cui anzi sono la rovina, ma per il solo interesse delle dinastie quasi tutte imparentate fra loro.
Disgraziatamente la maggioranza del popolo mantenuta sempre nell'ignoranza—poichè anche la pubblica istruzione è regolata più a vantaggio dei ricchi e delle fabbriche di avvocati, che dei poveri—non ha potuto ancora accorgersi che nel nostro bel paese tutto procede alla rovescia; ed è il guaio peggiore, poichè invece di pacifiche e progressive trasformazioni nel meccanismo politico e amministrativo, avremo così un giorno, inevitabilmente, le scosse violente.
In luogo di cittadini istruiti che si mettano tranquillamente d'accordo per modificare lo Statuto e porlo in armonia con le aspirazioni e i bisogni dei tempi nostri, che sono ben differenti da quelli del '48, salteranno pur troppo fuori i barbari, gli unni e i vandali indigeni di cui si parlava con Mary.
A meno che coloro che stanno in alto non aprano gli occhi alla verità e all'amore del prossimo. Come diventerebbero, allora, sul serio, i padri della patria e come oltrechè al bene pubblico provvederebbero anche al proprio.
Ma, sì; andate, parole al vento!
Alberto Mario a New York.
Fino dai primi tempi in cui stavo a New-York, cercai di raccogliere notizie intorno al viaggio che nel 1858 fece negli Stati Uniti il mio concittadino Alberto Mario insieme con sua moglie, la signora Jessie White.
E seppi che poco dopo essere sbarcato dalKangaroo, verso la metà di novembre di quell'anno egli fece a New-York, in unaHalldella Quarta Avenue, fra la 19^a e la 20^a strada—ora demolita—una conferenza in lingua italiana sulle condizioni d'allora e sulle speranze dell'Italia. Vi assistettero tutti gli italiani più colti di New-York, oltre parecchi americani amanti del nostro paese e profughi stranieri. L'introito fu da Alberto Mario mandato a Mazzini.
Avendo sentito dire dai più vecchi italiani residenti a New-York che il discorso era stato stupendo, e che a loro pareva sempre di vederlo il giovane e biondo patriota, che parlava con l'accento di una profonda fede nella libertà della patria, che affascinava coi suoi grandi occhi e con la bellissima voce, provai un acuto desiderio di ricercare quel discorso ed ebbi la fortuna di rintracciarne una copia—l'unica, probabilmente, esistente—appunto fra le carte della famiglia della signorina Mary.
La madre di Mary, che aveva assistito alla conferenza, mi diceva che doveva essere stata scritta dall'autore durante la lunga traversata dell'Atlantico. A me è sembrata così interessante che, trattandosi anche di uno scritto inedito che è un vero documento storico, chiedo ai lettori il permesso di farne un sunto, citandone testualmente qualche brano.
La conferenza era intitolata:L'Italia, e portava questa epigrafe di Seneca:Vivere, mi Lucili, militare est. (Traduzione libera:Vivere, o fratelli, è pensare, patire e fare).
Cominciava così:
«Signore e signori: vi venne mai fatto d'incontrarvi in qualche patrizio di stirpe antichissima e gloriosa, presentemente decaduta e nella povertà? Ebbene; l'avrete veduto indolente e altiero, imbelle e millantatore: non vi avrà parlato che degli emblemi della sua arme gentilizia e vi avrà detto:—Questo berretto che sovrasta all'arme è il corno ducale; perchè io sono nipote di dogi: queste bandiere e queste lancie avviluppate, ricordano due miei arcavoli che mossero in Palestina guerrieri crociati. Ebbi fra gli avi miei magistrati integerrimi, letterati insigni, capitani che morirono sulle mura della patria. Sangui illustri per un lungo ordine di generazioni si mescolarono col sangue de' miei maggiori. Non vi dirò nè dei palagi, nè delle ville, nè delle campagne che facevano straricca la mia famiglia.
«E voi, suppongo, avrete interrotto l'orgoglioso ripetitore dell'inventario gentilizio chiedendogli:—Ma tu che possiedi ora? quali sono le opere tue?—Ed egli:—Ma gli avi….—Che avi! parla di te, e rispondi.—E il pover'uomo avrà confessato mormorando:—Nulla!
«Ed a costui le genti straniere assomigliano l'Italia, e la chiamano patrizio spiantato e inetto, e le dicono con sorriso maligno: sta bene, ci hai affaticate le orecchie da lungo tempo narrandoci le tue glorie passate….»
Qui l'oratore, con uno squarcio mirabile in cui sono condensate le più belle pagine della nostra storia, diceva che gli stranieri ricordano che l'Italia, erede della civiltà greca, l'ha diffusa con le sue conquiste nel mondo noto agli antichi, traducendone il pensiero dall'ordine speculativo nella realtà delle istituzioni politiche e municipali, nella pratica delle discipline legislative alle quali tolse il carattere di ineguaglianza civile, che rompeva la società in frammenti gli uni sovrapposti agli altri gerarchicamente, e così si fece precorritrice dell'eguaglianza morale predicata dal cristianesimo.
Nei giorni crudeli e dolorosi in cui la decrepita razza latina si rifondeva nel violento rimescolamento con quelle truci orde venute dall'Asia, l'Italia, col mezzo dei suoi primi pontefici, ha alleggerite le sofferenze agli oppressi, inculcando nel cuore dei tormentatori le pietose dottrine del vangelo, disarmandone le ire e ridicendoli a propositi più miti, e diede asilo segreto nei monasteri a quei tesori di sapienza antica che per poco si sottrassero alle devastazioni della barbarie armata; ha fatto conoscere, che mentre l'Europa dormiva il profondissimo sonno dell'ignoranza, ella, splendida di genio e di dottrina, sorgeva iniziatrice della civiltà moderna con quel miracolo di ingegno che fu Dante Alighieri, il quale non solo ebbe aperti nuovi mondi e vie inusitate alla poesia ed alle arti, ma sorse a formulare la più virile protesta pronunciata da labbro mortale contro il papato degenere e diventato principalissima e perpetua calamità degl'italiani.
Dietro quel Nume della sua letteratura ha fatto conoscere, come astri di corteggio intorno al sole, una schiera di spiriti pellegrini che svilupparono i germi del pensiero moderno raccolti e chiusi nella sintesi dantesca: Petrarca
…..Quel dolce di Calliope labbroChe Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,D'un velo candidissimo adornando,Rendea nel grembo a Venere celeste;
al quale e al Boccaccio l'Europa è debitrice del primo saggio di restituzione delle opere greche e latine, di quel tesoro che, annotato, commentato e volgarizzato, si diffuse mercè le tipografie italiane: imperocchè fino dal 1465 le cento città tramutaronsi in officine ove si sudava alla perpetuazione delle idee.
In tal guisa richiamata l'attenzione e l'interesse del genere umano al mondo reale, esso fu sottratto al suicidio a cui lo avrebbe trascinato il trionfo della dottrina cattolica, la quale insegna che noi siamo qui di passaggio, che la nostra patria è il cielo, che i maggiori nostri nemici sono il mondo e la carne, che la virtù vera, l'ideale divino consistono nel celibato, nella macerazione del corpo e nella verginità custodita in mezzo ai chiostri.
E la letteratura fino a Torquato Tasso fu uno scroscio di risa a questa dottrina, che risuonarono sin entro ai tabernacoli del santuario cattolico; dal Decamerone del Boccaccio alle Novelle di Franco Sacchetti, al Morgante del Pulci, all'Orlando dell'Ariosto, che riassume e sigilla quest'epoca luminosa del Risorgimento; e dopo quelle risa il Cattolicismo non ha più potuto parlare sul serio per gl'intelletti illuminati, imperocchè evidentemente esso aveva compiuta la sua missione sul cammino del progresso universale; e quelle risa prepararono il terreno ed affrettarono l'ora solenne della Riforma; e apostoli primi e primi martiri della Riforma furono cittadini delle gloriose repubbliche italiane: Arnaldo da Brescia, i Catari e i Paterini, e Girolamo Savonarola, che volevano ridurre la Chiesa Romana alle massime dell'Evangelio, e porre in accordo la fede colla ragione; Arnaldo da Brescia sino dai primi anni del secolo undecimo corse la penisola a propagarvi le teorie dell'avvenire che si incarnarono nelle democrazie comunali del medio evo, aiutò Crescenzio a stabilire la repubblica in Roma, dichiarò dal Campidoglio decaduto il papa dal dominio temporale, e fu bruciato vivo dal papa più tardi alla Porta del Popolo: i Catari e i Paterini formavano una grande associazione di repubblicani nel Lombardo-Veneto, e furono scannati in massa dal papa; Gerolamo Savonarola era capo della democrazia pura in Firenze, al letto di morte di Lorenzo il Magnifico gli rifiutò la assoluzione perchè non volle restituire la libertà alla repubblica, ch'egli aveva usurpata, inalberò primo la bandiera «Dio e Popolo,» Savonarola fu fatto gettare sul rogo dal papa.
L'Italia ha fatto conoscere—seguitava l'oratore con un crescendo di eloquenza meraviglioso—che diede all'Europa i primi e più perfetti modelli delle costituzioni politiche; dal meccanismo complicato e sorprendente della Repubblica di San Marco, agli istituti radicali di Firenze, ove si degradava un cittadino malvagio facendolo nobile e si rimunerava il nobile virtuoso iscrivendolo nell'albo dei lanaiuoli e dei tintori, ove fu ideato e praticato il principio di vera giustizia distributiva sociale, cioè a dire la imposta unica e proporzionata sul capitale.
Ha fatto conoscere, che sue sono le massime invenzioni commerciali—la bussola, le banche, i contratti di assicurazioni marittime—e suoi i trovati dei Monti di Pietà; che opera sua furono i grandi e molteplici viaggi e la navigazione; opera sua gli emporî e le corrispondenze commerciali in Europa, in Asia e in Africa, tutte sistemate e protette con trattati e consolati e statuti, i quali costituivano un genere di potenza sconosciuta e che fu estesa per tutto il globo; ha fatto conoscere, che introdusse in Europa, con Leonardo Fibonacci, le cifre arabiche e l'uso dell'algebra, che ha creata la meccanica e ricostrutta dalla base l'astronomia con Galileo, scoperta la circolazione del sangue con Fra Paolo Sarpi, stabilite le fondamenta della matematica sublime con Cavalieri, sciolti i maggiori problemi di algebra con Tartaglia, Cardano, Ferrari, e d'architettura con Brunellesco e Michelangelo, rilevata di pianta l'anatomia con Malpighi, aperte nuove e interminabili regioni alla fisica con la pila d'Alessandro Volta, della quale la telegrafia elettrica non è che una delle numerose applicazioni, ridotta a scienza la legislazione con Accorso, Alciato e Filangieri, spenti i roghi e rotte le funi con Cesare Beccaria, ridotta a scienza l'economia politica con Antonio Genovesi, con Intieri e con Galiani, l'arte militare con Raimondo Montecuccoli e con Napoleone Bonaparte, la politica con Macchiavelli, e la storia con Giambattista Vico, ammonì che tanto importante fu la opera del Vico, e così straordinario prodotto della mente umana, che essa caratterizza le tendenze intellettuali del nostro secolo.
Ha fatto conoscere, che fu maestra solenne nelle arti del disegno e della musica e nominò Ghiberti, Buonarroti, Raffaello, Cellini, Tiziano, Canova, Pergolesi e Rossini, a ciò che ogni uomo s'inginocchi e adori le divine sembianze del genio; ha fatto conoscere, che la filosofia moderna è uscita dalla sua grande scuola filosofica del secolo XVI e XVII, la quale liberò il pensiero umano dall'aristocrazia di Aristotile che lo teneva prigioniero in un circolo vizioso di arzigogoli teologici e lo svigoriva con una ginnastica improduttiva di sillogismi e di entelechie, pasticcio filosofico noto sotto il nome di filosofia scolastica, di cui, com'è naturale, fu patrocinatrice la Chiesa romana; perchè era supremo interesse, era questione di esistenza per la Chiesa romana di perpetuare l'ignoranza, ovvero (che è peggio), non potendo riuscirvi, di evirare lo ingegno con sottigliezze e con metafisicherie, le quali, assurde nella loro base, non possono condurre a nessun risultato pratico, a nessuna utile applicazione.
Sorse Bernardino Telesio, soggiunse, e insegnò che la sola esperienza e il metodo induttivo possono guidare alla conoscenza del vero: Tommaso Campanella sulla traccia di Telesio tentò una ricostruzione enciclopedica delle scienze filosofiche nei loro rapporti cogl'Istituti politici, sociali ed economici; poi in un altro libro segnò le prime linee della società futura, ove sono adombrate alcune idee fondamentali dei socialisti moderni: e quel libro—intitolato «La città del sole»—è la repubblica di Platone presieduta da Cristo.
Il cancelliere Bacone da Verulamio non fu che un continuatore di Celesio, più celebre e più applaudito, ma meno grande di Campanella. Pietro Pomponazzi e Lucilio Vanini si posero intorno ai dogmi, alla dottrina e alla morale del Cattolicismo e assoggettati alla critica della ragione, incominciarono la demolizione scientifica e furono i fondatori di quel metodo che si chiama criticismo filosofico, e i primi maestri di Pietro Bayle, di Voltaire, degli Enciclopedisti francesi. Giordano Bruno nelle sue speculazioni sublimi si distaccò affatto dal sovrannaturalismo, cioè dalla rivelazione immediata divina (onde precorse a Cartesio), e costrusse un sistema di filosofia ove sollevò l'uomo, sino allora depresso, decaduto e maledetto, alle altezze della divinità, fece dell'uomo, di Dio e del mondo un tutto che si manifesta con forme o con rappresentazioni differenti, ma sostanzialmente identiche. L'oratore trovò trasfuso quel panteismo in varia misura nelle opere di Spinosa, di Mallebranche, di Leibnitz, di Hobbes, di Shelling e di Hegel, e conchiuse: quel Panteismo, diventato subbiettivo con Fichte, è il genio della filosofia moderna.
Ha fatto conoscere, che nella giornata di Legnano, fiaccata l'oltracotanza dell'imperatore Barbarossa, guarentì l'esistenza delle due repubbliche; che in Sicilia vendicò l'onta di un'oppressione insolente uccidendo tutti, senza eccezione, i francesi insultatori al suono dei vespri immortali; che la sua Venezia, con una costanza di lotte secolari, ha salvata l'Europa dalla barbarie musulmana; che in Napoli, sotto i piedi della sua plebe, calpestò l'orgoglio di Spagna; che a Genova i suoi popolani (pagina di gloria insuperata) cacciavano ignominiosamente 44 mila austriaci dalle loro mura, e poscia vittoriosamente e per lunghi mesi ne sostennero l'assedio, comechè quegli eterni nemici suoi fossero aiutati dal loro vecchio alleato il re di Piemonte; che combattè con valore antico con le bandiere napoleoniche, e nella disfatta di Russia salvò le reliquie della grande armata francese che, senza gl'italiani, sarebbero tutte cadute sotto la lancia del cosacco; che il suo popolo di Milano sostenne quasi inerme cinque giorni di duello immortale contro 16 mila austriaci e finì col gettarli in isbaraglio talmente, che malconci, disordinati, avviliti, spossati impiegarono la metà di un mese ad arrivare fino a Verona; che in pochi giorni ne cacciò 60 mila dal Lombardo-Veneto e li costrinse fra l'Adige e il Mincio; che il 24 maggio 1848, in Vicenza, 15 mila furono messi in fuga da 8 mila italiani; che nel settembre un pugno di patriotti rompeva più battaglioni di loro in Mestre, faceva centinaia di prigionieri, prendeva sei cannoni, e, quel che più vale, una bandiera giallo nera a viva forza; che un altro pugno di italiani, il 30 aprile 1849, cacciava le baionette nelle reni di francesi fuggitivi.
Alberto Mario continuò:
«Tutto codesto, o Italia, ci facesti conoscere, dicono le genti straniere, e ci ripeti tuttodì, con mille bocche, e tutto codesto è gloria, grandezza, magnanimità, genio; e sta bene. Ma che possiedi ora? Rispondi.
«Dove sono le tue arti? Dove la tua letteratura? Dove le tue scuole filosofiche? Dove i tuoi sapienti che procedano sulle tradizioni di quei grandissimi dianzi rammentati? Dove il frutto delle tue scoperte, delle tue invenzioni, delle tue conquiste? Dove il commercio, le industrie, gli avventurosi veleggiamenti, e le navi temute, e la bandiera formidabile e rispettata?
«Vediamo una bandiera a tre colori sulle fortezze del re Savoiardo, ma quei colori sono impalliditi e guasti da un quarto colore che non è tuo e da uno stemma regio che non è tuo, imperocchè tu non hai altro stemma che la corona di torri, e quella bandiera oggi è fatta cencio e raccolta dietro l'aquila nera dello tsar di Russia, e dietro l'aquila usurpata e infame dello tsar di Parigi. Di'…. Rispondi…. Che sei oggi?
«Schiava invilita tolleri l'onta di un re di Napoli che la storia ricorderà col soprannome di Bomba, il quale flagella i tuoi figli al cavalletto, li tortura con la cuffia del silenzio, e li fa morire di sete nelle carceri, nutrendoli di aringhe salate, per istrappar loro di bocca una rivelazione; l'onta d'un re, che un uomo di Stato inglese, Gladstone, chiamònegazione di Dio.
«Tolleri l'onta peggiore di un prete padre della menzogna che siede principe sulle teste di tre milioni d'italiani, insanguinate da quattro armate straniere; di un prete empio che in nome di Dio taglia le ali al pensiero e soffoca le aspirazioni della coscienza.
«Tolleri l'onta di due tirannucci—quel di Modena e quel diParma—crudeli quanto sono piccini.
«Tolleri l'onta del soldato austriaco che ti rapisce ogni anno 16 mila de' tuoi figliuoli più eletti, divine speranze del tuo avvenire, che ha bastonate a Venezia e a Milano pubblicamente le tue donne quasi ignude e che ti degrada al cospetto del mondo incivilito. Su via, rispondi. Ma che puoi rispondere? O levati di dosso l'ignominia della schiavitù, ovvero soffri e taci.»
Così l'oratore riassumeva il linguaggio degli stranieri sulla patria nostra, linguaggio per verità, egli stesso diceva, troppo severo e in qualche parte non giusto, perchè, disotto all'apparente quiete di sepolcro che pesava sull'Italia, la sua gioventù generosa e devota stava apparecchiando in mezzo al popolo gli elementi della risurrezione, e ogni qual volta quella falange sacra era scemata di qualche caduto nelle mani del vigile tormentatore, e il quale ascendeva il patibolo gridando: «Viva l'Italia», il posto per lui vacante veniva occupato da altro che immediatamente gli succedeva; e quella falange di apostoli e di martiri evangelizzava la parola di salute col discorso e con la stampa; acquistava e distribuiva armi, raccoglieva continuamente i patriotti in isquadre e in reggimenti invisibili all'oppressore, e di tempo in tempo alcuni di loro insorgevano e lo assalivano per mostrare all'Italia il suo dovere e il suo diritto, per additarle la via unica di compierlo e di esercitarlo per significare ai suoi manigoldi che la battaglia non era punto terminata, e al mondo che l'Italia era schiava per la cospirazione del dispotismo europeo, ma schiava fremente e indomata e che oggi o domani, o più tardi, ma infallibilmente, si sarebbe sollevata ad affermare luminosamente la propria personalità nazionale.
E quella sacra falange, non solo si componeva di patriotti che vivevano nella penisola, ma di quanti dannati all'esilio serbavano in cuore intatta la religione della patria e sentivano l'obbligo imperioso di non istarsene spettatori inerti del lavoro, degli sforzi e della virtù cittadina dei loro fratelli, e coi gomiti sulle ginocchia e la faccia tra le mani, di non attendere che la libertà cadesse dal cielo come le quaglie agli ebrei nel deserto, ovvero che venisse regalata dai re e dalla diplomazia, che ne sono gli avversali naturali e perpetui.
Nè quelle audacie, quel martirio e quell'esempio riuscirono infecondi. Il fremito di patria dei pochi magnanimi oggimai si riappalesava nelle moltitudini, e si capiva che non doveva tardar guari a risuonare la campana a martello del popolo.
—Però—continuava Alberto Mario—finchè rimane il fatto che l'Italia è serva, quel fatto ci vieta di rispondere vittoriosamente alle accuse e ai rimproveri degli stranieri; e siamo costretti a mormorare loro come quel patrizio—avete ragione. Se non che, è in nostra facoltà di poter soggiungere ciascuno e tutti:ma lavoriamo acciocchè quel fatto cessi. E potete voi affermarlo dal canto vostro? Se l'Italia, la santa madre nostra vi domandasse:O voi presenti, che fate per me?Quale risposta potreste darle? Non basta dire: «Laggiù si lavora a quest'uopo»; ognuno di noi è parte d'Italia; e vuolsi che la coscienza di ciascuno di noi ci ripeta:anche io adempio al mio dovere di cittadino.
Quindi raccomandava agli italiani residenti a New-York di non pensare alla distanza che li separava dalla patria, di associarsi e di porsi in comunicazione con quanti si affaticavano pel suo riscatto: la sola adesione morale sarebbe una forza aggiunta al cumulo delle forze che si stavano ragunando ed organizzando contro l'oppressione.
—Propagate la dottrina del dovere fra i vostri fratelli—diceva— ridestateli alla santa carità della patria se mai fosse muta nei loro petti: formatevi in compagnie, in battaglioni, in reggimenti, addestratevi alle armi: date il vostro obolo mensile per acquistarle: qui nel paese più libero del mondo, potete fare apertamente ciò che altrove ai fratelli vostri è interdetto. Provvedete così di trovarvi pronti alla prima chiamata del paese. Colla parola e coll'esempio mostratevi degni della libertà che volete conquistata alla vostra terra materna. Questo libero popolo americano non vedrà più in voi una gente dispersa sulla faccia del mondo senza tenda e senza intento come l'Ebreo errante, ma un sodalizio di confessori di un'idea, di sacerdoti d'una causa sacra e vi avrà in considerazione e rispetto e vi fortificherà della sua adesione morale e forse anche del suo aiuto.
* * *
Nella seconda parte del suo discorso Alberto Mario esaminava la questione di sapere come e sotto quale bandiera l'Italia si sarebbe alzata a combattere la battaglia per l'unità nazionale e la sua indipendenza.
Si accusavano gli italiani di essere discordi; da ogni lato loro si predicava l'unione, perchè, secondo il vecchio proverbio, l'unione costituisce la forza.
—Ma, per avere la forza—diceva l'oratore—vuolsi l'unione di elementi omogenei, se no, in sua vece avremo miscuglio e confusione che generano la debolezza e l'impotenza. Vuolsi una bandiera che rappresenti l'idea nazionale, segni la via che conduce alla meta, e tolga le incertezze, le perplessità e i governi provvisori che partoriscono necessariamente la sconfitta. Si è mai veduta unione più meravigliosa di quella degli italiani nel 1848? Tutti ripetevano ad una voce: «Non si discuta ora di nulla! prima fuori lo straniero, poi c'intenderemo sul da farsi!» e furono veduti re, cortigiani, commissari di polizia, spie, preti, papa e popolo tutti in un mucchio per cacciare lo straniero, e dappertutto governi provvisori e bandiera neutra. E il risultato? L'Italia più schiava di prima. E perchè? perchè quella era un'unione bastarda, un accozzamento assurdo di elementi eterogenei e intrinsecamente nemici.
E qui esaminava codesti elementi e per giudicare il carattere e le tendenze del popolo italiano, ne indagava la vita anteriore. Qual è, domandava, la vita passata del nostro popolo, quale la sua tradizione storica? La risposta si compendia in un motto: la repubblica.
Non andrò, diceva, così lontano da cercarvi le prime radici della tradizione italiana nelle trentasei Lucumonie etrusche, gloriosissima federazione repubblicana che comprendeva oltre due terzi d'Italia, quanto è chiuso tra il Ticino, le Alpi, il Po, l'Arno, il Tevere—da Ercolano e Pompei alla città di Adria:—non nelle repubbliche della magna Grecia e di Sicilia; non nella Repubblica Romana e nell'Impero, degenerazione, o meglio trasformazione della Repubblica Romana, ove l'imperatore era elettivo, nè osò mai chiamarsi re, e imperatore significava comandante di eserciti, e durante l'Impero si è gettata una delle basi del principio repubblicano avvenire—l'uguaglianza sociale.
La Repubblica aveva dichiarata l'uguaglianza fra gli Dei, e aperse ilPantheon a tutti indistintamente.
Stabilito questo principio, doveva derivarne logicamente l'uguaglianza fra gli uomini, perchè la società umana è sempre un raggio riflesso della sua religione. I Cesari, pertanto, furono gli esecutori necessari e forse inconsapevoli del programma religioso della repubblica romana. Studiate Tacito e ravviserete nei Cesari due persone distinte—il mostro e il legislatore.—E voi forse stupirete udendo che Augusto assicura la libertà e la dignità delle donne; Tiberio stabilisce in nome dello Stato il credito fondiario senza interesse; Nerone rende gratuita la giustizia e propone di abolire le imposte, difende la causa degli affrancati contro la nobiltà, e Domiziano ne assicura l'uguaglianza coi cavalieri, e Claudio rende inviolabile la vita degli schiavi; Adriano Commodo e Alessandro proteggono lo schiavo dalla prostituzione, dall'abbandono e persino dall'ingiuria, e Caracalla sorpassa il pensiero dei Gracchi riconoscendo l'uguaglianza sociale in tutto il mondo romano, tanto è grande, nota Edgardo Quinet, la potenza di un nuovo dogma quando comincia a penetrare le istituzioni sociali, che i mostri stessi vi obbediscono! I Cesari, che sembravano altrettante barriere all'innovazione, ne divengono gl'istrumenti servili. Taluno di quei feroci trascina ruggendo il carro dell'umanità. Ma lasciando in disparte queste epoche remotissime, benchè si rapportino alle posteriori e recenti per una catena di nessi, per una sequela di germi sviluppatisi più tardi e che sfuggono agli osservatori superficiali, basta limitare le osservazioni all'età moderna.
Sino dal secolo dodicesimo l'Italia cominciò ad essere popolata di repubbliche da Torino ad Amalfi, tutte d'indole popolare, compresa la stessa Venezia, che serbossi democratica per 700 anni, uscite quasi magicamente di sotto al turbinìo delle trasmigrazioni barbariche, mentre in tutto il resto dell'Europa non ne derivò che il feudalismo—seconda edizione con aggiunte della barbarie.
Dante e Macchiavelli, Enrico Dandolo e Sarpi, Lercaro e Colombo, Giotto e Michelangelo, quanto insomma vi ha di grande negli ingegni, nei monumenti, nei fatti, sino all'età nostra, nacque, crebbe e cessò con le repubbliche.
Ma una cancrena irreparabile erasi infiltrata anticipatamente nel cuore istesso della penisola: e vietò a quelle repubbliche di sentirsi sorelle, figlie d'una madre comune, l'Italia, di stringersi insieme a rendere inaccessibile altrui il mare e le Alpi;inutili Alpi, come le disse Carlo Cattaneo malinconicamente e profondamente. E questa cancrena fu il papato.
I papi dominando sui cuori, sugli intelletti e sulle azioni del mondo occidentale con autorità assoluta ed infallibile derivata dallo Spirito Santo dal quale, ad udirli, pigliavano ogni mattina la parola d'ordine per reggere le pecore umane, cosicchè disponevano a loro talento delle corone dei re e delle sorti dei popoli, i papi spiegarono nel modo seguente la dottrina di Cristo.
Cristo ha detto—il mio regno non è di questo mondo: dunque, soggiunsero i papi, questo mondo appartiene al suo vicario. Stabilita la massima pensarono all'applicazione e riuscirono.
Ma la sovranità morale sulla terra, comechè conquista gravissima e preziosa, non soddisfaceva la loro cupidigia. Volevano qualche cosa di reale, di effettivo e che si toccasse con mano, perchè i papi, del resto, benchè vivano in una mistica conversazione col Paracleto, furono sempre uomini pratici.
Volevano uno Stato e una corona, volevano cioè armi, soldati, pubblicani, birri, ergastoli, forche, carnefice e un popolo da mugnere, scorticare e impiccare, e il tutto a maggior gloria di Dio e della sua santissima religione. E se l'ebbero dagli stranieri che per dieci secoli eglino stimolarono senza posa e affannosamente a irrompere sull'Italia ogni qualvolta il loro regno pericolava, e vi chiamarono successivamente Franchi, Sassoni, Inglesi, Angioini, Spagnuoli, Ungheresi, Turchi, Svizzeri, Francesi, Austriaci per essere protetti dalle impertinenze dei sudditi che considerando ilpapa-Dioun impostore;—e ilpapa-reun usurpatore e un tiranno, non avrebbero tardato un'ora, senza quegli angeli custodi, a metterlo alla porta e peggio.
Se non che non si accontentarono di flagellare l'Italia con tutti gli stranieri possibili: perchè il giuoco atroce sarebbe stato ben presto interrotto dalla resistenza concorde delle repubbliche; ma—e qui sta il danno maggiore—posero ogni studio nel suscitare, risuscitare e invelenire l'idra della discordia fra quelle repubbliche, spingendole a sbranarsi l'una coll'altra, e impedendo che germogliasse nel loro animo l'idea salvatrice che tutte erano individui di una stessa famiglia, membra d'uno stesso corpo.
E i papi riuscirono, e Dante, Moroni e Macchiavelli che pensarono e patirono per la unità d'Italia, sono morti inascoltati. Laonde venne fatto allo straniero di piantarvisi definitivamente; le repubbliche a una per una perirono, e l'Italia sin dal 1530—dalla caduta di Firenze—rimase immutabilmente rotta in sette od otto principati, retti da dinastie straniere o bastarde di papi, stabilitevi dagli stranieri e loro vassalle obbedientissime.
Dopo lo stabilimento finale delle monarchie, dopo cioè il 1530, l'Italia cessa di essere un popolo e diventa una mera espressione geografica; non più moto, nè vita politica, nè gloria.
Tutto isterilisce e muore al soffio avvelenato della reggia, come gli alberi e i fiori al vento del deserto: il Papato coi suoi 500.000 frati, colla Compagnia di Gesù, allora allora fondata, e col Concilio di Trento, le uccide l'anima e l'intelletto; lo straniero la depaupera colle imposte e le rapine; i principi vassalli suoi manigoldi le uccidono il corpo con le torture e i patiboli.
Abbiamo veduto, per esempio, organizzare un massacro periodico contro i Valdesi, e quando non si impiegava l'esercito ai servigi dell'Austria o di Francia o di Spagna, sfrenarlo a dar la caccia a quei poveri e pacifici valligiani che non credevano all'infallibilità del papa; e ridurre i poveri sudditi a tale stadio d'ignoranza, che nel secolo scorso istituitasi una Università italiana, narra il Denina, storico ultra monarchico, dovettersi cercare tutti i professori nelle altre parti d'Europa.