ATTO TERZO

ATTO TERZOSCENA I.Un’altra sala della casa imperiale, statue ed abbozzi di statue. Da un lato della scena una figura in marmo rappresentante Egloge.ATTEÈ questo il tempio ove prodigi d’arteMeravigliosa spirano dal marmoAttica grazia, e qui l’imperïalePugillator, deposta ogni fierezza,Si tramuta in artefice. BeffardaNatura di costui!—La mente à greca,Romano il core.—Eppure egli una voltaPianse nel sottoscrivere il decretoChe puniva di morte un cittadino,E parve inconsolato, e la scïenzaEsecrò delle lettere!—NeronePiangeva, ed ora?—Oh quanto è mai nefandaLa mia fortuna! Io sento che disprezzoQuesto tiranno, e nondimeno l’amoD’amor che m’impaura, e a lui son trattaDa ineluttabil fato.—(Fermandosi avanti la statua di Egloge)Ecco, egli stessoScolpì l’effigie della saltatrice,Ed a schernirmi le lasciò negli occhiQuel continuo suo riso!—Non fidartiDella tua sorte allegra. Ò conosciutoLe spose di Nerone; erano bellePiù assai di te, di te più assai superbe,O mercenaria druda d’una notte,Nè avrian sofferto di mandarmi un guardoDal talamo divino... Ove son esse?SCENA II.Atte,MenecrateMENECRATE (avanzandosi dopo aver udite le ultime parole di Atte)Ov’eran prima che fossero nate;Nel nulla.ATTEM’ascoltavi?MENECRATEContro il mioDesiderio;—ò le orecchie.ATTENon averleIn casa di Nerone.MENECRATEIn questa casaNon ò memoria; è ugual virtù.ATTESei tuttoMalvagio.MENECRATE (ridendo)Non ti credo.ATTEIo credo a’ tuoiCostumi.MENECRATEA ognuno i suoi;—tu lo contristi,Io faccio rider Cesare.ATTEChi rideNon pensa.MENECRATEE a che pensare? Oggi siam vivi:La dimane è del fato.ATTEE questo incertoFato non temi? Uscito dalla turbaDegli istrioni, te protesse il genioCattivo di Nerone, e, accovacciatoPresso il suo trono, adoperi la linguaCome adopera il carnefice la scure;Ogni motto è un’accusa, ogni tuo risoUn vitupero alla virtù. Dall’empiaArte che speri? Più di te possenteEra Seiano...MENECRATEE perdè la sua testa.—Il fatto è vecchio e noto, ed io non pongoGrandissima fiducia sulla mia.ATTENè su quella degli altri.MENECRATEÈ conseguenzaLegittima. Frattanto non mi credoNè ottimo nè tristo; io sono qualeMi fabbricò natura, e in mezzo ai fluttiDi nostra vita navigo là doveMi sospinge il destino. In ciò mi vantoFilosofo più assai di quel maestroChe si chiamava Seneca. Che giovaScrivere libri? Ogn’uomo è un libro vivo;Apri le oscure pagine del core,Se ti riesce, e leggi.—Io non mi perdoIn tal fatica, e penso che il delittoE la virtù non siano altro che nomiChe spesso il primo presta alla secondaE viceversa, come vuole il tempoE la gente mutata. Io son buffone;E che perciò? La vita è un gioco alternoDi lacrime e di riso e, dove questoAbbondi, vi subentra il manigoldoPer temperarlo. Le molte provinceDi questo imperio pagano tributiD’oro e di sangue... Ebbene? Roma à ventrePer consumarli tutti in un banchetto.ATTEA che venisti qui?...MENECRATEPrecedo il divoImperatore.—Nella scorsa notteL’arte dell’ubbriaco, ed oggi quellaDello scultore!ATTEEd ami il tuo padrone?MENECRATESe dona molto, l’amo molto, e ieriM’à rubato una villa.—ATTEOh, poco scaltroNerone!MENECRATEEbbe un capriccio.ATTEEd il tuo cuoreSe n’adontava.MENECRATE (accennandole la statua d’Egloge)Come il tuo s’adontaInnanzi a quel capriccio effigïatoNel marmo e che ti guarda coi maligniOcchi d’una fanciulla.ATTEE che mai pensi,Buffone?MENECRATEÒ già pensato;—adesso sveloI miei pensieri.—Atte, m’è noto: seiGelosa di Nerone, ed è gran penaL’esser gelosa del signor del mondo!Non farmi il viso arcigno, ed alla miaColpa perdona.ATTEAlla tua colpa?MENECRATESenzaVolerlo, afflissi di crudel feritaL’ambizione ed il tuo cuor di donna.L’imperatore ed io stavam sedutiNel teatro ch’à nome da Pompeo;Sopra il volto di Cesare calavaDensissima la noia, e per cacciarla,Gl’insegnai quella greca giovinettaChe danzava levissima com’aria,Dolce come una grazia.ATTEEd adempiviIl tuo mestiere.MENECRATECiò credo; NeroneSi rallegrò.ATTEMalvagio! tu pretendiDall’abbiettezza della tua naturaA me scagliare il fango ove t’avvolgi,E non t’avvedi che non t’è concessoNeppure d’insultarmi! La tua casaÈ la più sozza di quelle taverneCh’offendon la Suburra, tue compagneSon le matrone ch’educò la scolaDi Messalina, tuoi seguaci i viliChe più non ànno patria nè pudore.Ritorna in quel tuo mondo, e colà regnaCon l’esosa tua maschera di carneChe usurpa il loco d’una faccia umana,Ma qui ti crolla sotto i piè la terra:L’imperiale porpora nascondeInvano l’istrione, e molti in RomaSanno l’opere tue.MENECRATECorta, a dir vero,Ma eloquente filippica!ATTEE tu trovaModo, se ti riesce, di forarmiCon uno spillo la bugiarda lingua.—(gitta sul buffone uno sguardo di disprezzo, ed esce)SCENA III.MenecrateE lo spillo dovrebbe essere acutoCome la lingua sua! Chi può trovarlo?—Frattanto vien di Spagna un brutto tempoChe minaccia tempesta, e sarà beneCh’io cerchi un loco dove ricovrarmiFinchè trapassi.—A Cesare salute!SCENA IV.Menecrate,NeroneNERONEGià qui, mio buon Menecrate?... Fu grandeVentura ch’io sfuggissi alle quereleD’Atte gelosa; quella donna è l’ombraDel corpo mio.MENECRATEDifficile non parmiDi sfuggire a quell’ombra.NERONEE come?...MENECRATECome?E mel chiedi! Rendendola da veroUn’ombra.NERONE (battendo sulla spalla del buffone)Buon Menecrate, tu parliCom’uomo saggio, ed ò creduto sempreChe sapïenza somma è nel cervelloDe’ pazzi. Darò mente al tuo consiglio.Adesso parliam d’altro.—(Conducendolo avanti la statua d’Egloge)Che ti sembraDi quest’opera mia?MENECRATEPer Giove! è degnaDi Fidia o di Prassitele.NERONEAdulatoM’avresti meglio in dirmi a diritturaCh’è degna di Nerone.MENECRATEAhi, son pur troppoUn fiacco adulatore!NERONEE quanto pensiChe pagar la potrebbe un qualche riccoPatrizio?MENECRATEPesa il marmo.NERONEE poi?MENECRATERipesaTant’oro.NERONE (ridendo)Il prezzo è buono.—Ahimè, l’artistaÈ caduto in miseria!MENECRATENon mi spiaceIl tuo mercato; tu rivendi in marmoCiò che comprasti in carne.NERONEEppur scommettoDi non francarmi della prima spesa.—Ed il Patrizio?MENECRATEL’ò trovato: il nostroBuon Rufo; è molto ricco, ed ama moltoLa testa benchè sia calva.NERONEConfidoNel compratore.MENECRATEIntanto udir potrestiL’astrologo.NERONEBabilio!MENECRATEEgli t’aspetta.È il giorno suo.NERONEM’annoia.MENECRATEÀ consumatoLa notte nello studio delle stelle,E per tuo conto.NERONEChe s’inoltri adunque,E ad un solo patto.MENECRATEE quale?NERONEVo’ accertarmiSe veramente dalle stelle pioveLa luce del futuro.—Ad un mio cennoL’astrologo conduci innanzi a quellaFenestra, indi abbracciatolo, lo innalzaE giù lo scaraventa.—Che ti pare?MENECRATEScherzo degno di te.—Compiango l’ossaDi Babilio.—(Va verso il fondo della scena)SCENA V.Babilio,Menecrate,NeroneBABILIO (entrando)Gl’Iddii siano propiziA Cesare!NERONEPropizie ò le coortiDe’ pretoriani, e bastano.BABILIOT’inganni;Che ponno armi terrene incontro al fato?Presagi infausti reco a te.NERONEMi svelaQuesti presagi.BABILIOL’orrida cometaChe ci splende sul capo, e apportò fameNella città, la stessa è che spargevaGl’influssi maledetti su la terraQuando un ferro assassino il dì supremoPrescrisse al divo Giulio.MENECRATEEd è la stessa!Come saperlo?BABILIO (volgendosi a Menecrate)Stolto, al tuo profanoSguardo ogni luce è notte; io sono avvezzoA leggere negli astri.MENECRATEUn sapïenteDi Grecia anch’egli come in libro apertoLeggea nel firmamento. Ahi, nel guardareTroppo lassù, dimenticò la terra,E ruinava entro una fossa.NERONEAspettoIl secondo presagio.BABILIOÈ più tremendo.La pianta ruminale venerataFin dall’età di Romolo, prodigioOgnora verde, e simbolo di questoLatino imperio, s’intristisce, e mostraD’inaridirsi.MENECRATEConvocar fa d’uopoIl collegio degli Auguri.NERONEPer GioveCapitolino, cotesta faccendaDel fico ruminale m’impaura.Un’aurëa età per certo assai miglioreDi quella de’ poeti era sul TebroQuando l’arbore sacra fu piantata!Allor le lupe uscivano dai boschiMansuete, correndo a far da balieAgli esposti bambini.MENECRATEE un’altra voltaCon quell’età tornasser quelle lupe!N’avrebbero suprema contentezzaMolte nostre matrone!NERONEOr di’, Babilio,Dunque io sono spacciato?BABILIODel dimaniPaventa; il tempo è burrascoso.NERONE (conducendo Babilio verso la finestra)EppureNella sua maestà risplende il sole,E torna primavera. La campagnaOvunque esulta, ed è piacevol cosaSpinger lo sguardo fino ai colli d’AlbaDa questo mio palagio.—Meco vieni,E innanzi a quella scena di splendoriRallegrati per poco, o tenebrosoVeggente di sventure.MENECRATE (abbracciando Babilio)E non ti pareAmmirabil veduta?BABILIO (spaventandosi)È la promessaDi donna menzognera; il suo sorrisoNon corrisponde al core.MENECRATEEd il tuo coreChe ti promette in tal momento?BABILIO (con un grido)I DeiMi salvino!NERONEChe dici?BABILIOIo son nel puntoPeggiore di mia vita; le sue maniStende su me la Parca.MENECRATEO mio Babilio,Io non sono una Parca.BABILIOE cosa importa?Senza pena alla terra io do le vecchieMie membra... Ma per te tremo, Nerone!NERONEPer me?...BABILIOPer te, cui ride ancor la bellaGiovinezza. Ma il turbin senza leggeLa verde pianta abbatte e il vecchio tronco,E il tuo destino si congiunge al mio.NERONE (al buffone che à già sollevato l’astrologo)Menecrate!... E tu spiegati.BABILIO (con voce solenne)MorraiTrascorsa un’ora ch’io sarò spirato.—NERONE (baciando con gran tenerezza Babilio)Abbracciami, Babilio! Io te lo giuroPer gl’Iddii tutti quanti, ò amato semprePiù la tua vita che la mia, sebbeneNol dimostrassi.—Però darti provaIn avvenir saprò di questo affetto,E disponi di me, di mia potenza,Come t’aggrada meglio.BABILIOIl sapïenteSprezza il poter che viene dalla terra.Nulla io ti chiesi.NERONEEd io ti dono tutto,E vo’ che tuo malgrado abbi gran curaDi tua salute.—Menecrate, almenoUna centuria de’ miei pretorianiA guardia vegli della sua persona.BABILIOMi metti dunque in carcere?NERONETi spiaceRestare in casa mia?BABILIOCarcere anch’essa.Ma di ciò rido—ò libero il pensiero.—Cesare, ti saluto.NERONE (a Menecrate)Va, lo segui.MENECRATE (a Nerone)Della sua furberìa solo è maggioreLa tua paura.(L’astrologo ed il buffone escono)SCENA VI.Nerone,poiEglogeNERONELa paura?... È meglioDi securarsi.—E chi lo sa? può forseCorrer da vero tra le stelle e noiQualche corrispondenza... Nel creatoUomini e stelle son misteri.—(Fermandosi avanti la statua d’Egloge e contemplandola)EppureCotesta mia scoltura non rivelaLa mano d’un artefice possente,E convien che la emendi.—Ecco, negli occhiMancano il lampo e la malizia.—(dando un colpo collo scarpello sopra la statua)SordaMateria, io vo’ che sotto il mio scarpelloAbbi palpiti e sangue.EGLOGE (avvicinandosi a Nerone)Il marmo è sempreFreddo, o Nerone.NERONEEd il tuo bacio è foco.Ài ben detto, fanciulla—e scaglio a terraQuesto ferro che crea labbra di marmoChe non dànno i tuoi baci.(gitta lo scarpello)Oh, sei pur vaga,O tenerezza mia!EGLOGETi sembro forsePiù vezzosa di ieri?NERONEE contemplartiUna volta potrò senza ch’io troviIn quel tuo volto una bellezza nova?EGLOGEVuoi che mova una danza?—Oggi son lietaPiù dell’usato, e nel mio cor sorrideIl tempo degli amori e delle rose.NERONEMetti, o fanciulla, per quest’oggi in calmaLa tua febbre d’assiduo movimento,E siedi accanto a Cesare.EGLOGE (circondando con le sue braccia il collo di Nerone)M’accordiUna grazia?NERONE (sorridendo)E che chiedi? una provincia?Od ameresti omai ch’io t’innalzassiAl consolato? Per tutto l’Olimpo,Ecco una bella idea! La consolareLista conta da Bruto fino a noiQualch’eroe, molti sciocchi, ed un cavallo:Mettiamoci una donna.EGLOGEIo non mi curoDi governar province.NERONEÀi miglior fato;Tu governi Nerone.EGLOGEMi donastiMolte schiave; son belle e giovinette...NERONEEbbene?EGLOGEÈ mio pensiero vendicarleIn libertà; la frase è della legge.T’incresce?NERONECiò che dono è tuo; consentoChe tu sperda i miei doni.EGLOGEIo non li sperdo;E dando a libertà quelle innocentiFanciulle adoprerò meglio i tuoi doniChe se le conservassi incatenateAlla superbia d’un mio cenno.—A provaLa servitù conosco e i suoi dolori,Ed amo che davanti agli occhi mieiTutto libero scorra, ed abbia vitaIn questa infinità che il sol riempieD’una ebbrezza di luce.—Io l’ombra abborroE la catena.—Or dianzi me n’andavaIn compagnia del gaio mio pensieroPer i vïali de la ricca villaChe circonda di statue e di profumiQuesta tua casa d’oro; era una festaNell’aria, e fin dall’ultimo orizzonteScintillava nei campi il nato Aprile.Solo m’addolorò che dentro angusteSiepi di ferro salutasser tantaGiocondità di splendida naturaCarcerati augelletti: erano belliDi penne, di vivezza, e d’armonie,E lor dischiusi la crudel prigioneAcciò lieti sciogliessero pel cieloLiberi voli e liberi concenti.NERONESpensierata fanciulla, gli augellettiChe liberasti torneranno schiavi,Se non cadranno uccisi; il fato è questoDi tutta la natura.—NondimenoOpra a tuo senno, e le dilette ancelleDiventino liberte.EGLOGEEcco il più gratoDi tutti i doni tuoi.NERONENon curi adunqueLa collana di gemme prezïoseChe ieri ti mandai?EGLOGENon vedi? splendeSovra il mio petto.NERONE (toccando la collana)Crudeltà dei casi!Quella collana fu cara una voltaA mia moglie Poppea.EGLOGEMisera moglie!La trucidasti.NERONEMa l’amai.EGLOGE (togliendosi con dispetto la collana e gittandola a terra)Non voglioQuest’ornamento della morta.NERONEE crediCh’ella dall’Orco la sua mano stendaA ripigliarlo?EGLOGEM’è di tristo augurio.NERONELo caccia adunque, e danza.EGLOGEÀi conturbatoCon quel ricordo l’allegrezza mia.—Oggi non danzo più.NERONELe cose morteNon tocchino lo spirito che avvivaL’età d’una fanciulla; auspici lietiTi dà l’affetto mio.EGLOGECotesto affettoL’ebbero molte donne.NERONEE niuna seppeMeritarlo.—Su via, con quei diviniOcchi sorridi, e inspirami la dolceVertigine di amore.(Avvicinandosi a lei)Ài fatto beneA spogliar d’ogni gemma il dilicatoTuo collo,—vi riman più spazio ai baci.E poter dire che, se n’ò talento,Un cenno mio basta troncarlo!EGLOGE (sfuggendo da Nerone)BruttoPensiero!NERONENon temerlo.EGLOGE (allontanandosi sempre più)È freddo quantoIl taglio d’una scure.NERONEÒ dato un segnoD’onnipotenza.—Debbo al tuo cospettoRammentarmi che sono il regnatoreDelle province, io che dai sguardi pendoDi debole fanciulla, io che a tua vogliaOpero e penso, e rinnovello AlcideChe regge la conocchia alla sua donnaTra i forti vizi ed i sprezzati affettiDi nostra stoica età. Quando ciò volgoNel mio cervello, il prepotente amoreChe mi soggioga si tramuta in ira,E poichè non m’è dato liberarmiDai lacci suoi, vorrei con le mie maniCercar nelle tue viscere qual siaLa vera causa del poter tirannoCh’esercita su me la tua bellezzaEGLOGEOr ti conosco... O me infelice!... AvevaAtte ragione.NERONEE che ti disse?EGLOGENulla.NERONEIo vo’ saperlo.EGLOGENon toccarmi!NERONESeiAncor più vaga in questo tuo spavento.Ma non temer più oltre,—il regnatoreDelle province sparve, e non rimaneChe l’uomo che t’adora.EGLOGEE se ritornaL’imperatore?NERONEIl lampo del tuo sguardoLo vincerà.—Chi giunge?EGLOGEAtte!...SCENA VII.Egloge,Nerone,Atte,poiCluvio,RufoeVinicioATTEIl prefettoDel pretorio ed il prence del SenatoChiedono di parlarti.NERONEGl’importuni!—Entrino.RUFO(entrando)Salve, Augusto!VINICIOSalve!NERONEEbbene,Buon Rufo?RUFODalla Gallia e dalla SpagnaPervennero al Senato queste dueLettere; vuoi tu leggerle?NERONEA suo tempoLe leggerò—per ora le deponiColà—E tu che chiedi?VINICIOLe coortiRaccolte dentro il campo pretorianoAlzan tumulto.NERONEE perchè?VINICIODa più mesiNon ànno soldo, e lo vogliono.NERONEAttendi,Or ti darò risposta.—(Conduce Rufo avanti la statua d’Egloge)O mio buon Rufo,Io pensai che saresti il compratoreDi questa statua, opera mia.—T’annunzioChe vale assai.(Senza attendere risposta pianta Rufo meravigliato, e va verso il Prefetto del Pretorio)Vinicio, il nostro amicoDarà monete per i tuoi soldati:Promettendone molte, intanto spargiQuelle che avrai.(lascia Vinicio)Dopo ciò debbo dirviChe questa non è l’aula imperïale,Ma l’officina d’un artista.—Andate.(Rufo e Vinicio escono)SCENA VIII.Egloge, Atte, NeroneATTE (rimasta silenziosa, s’avanza verso Nerone)Fanciullo!NERONE (volgendosi)Ancor stai qui?ATTELeggerò ioQuelle lettere.NERONELeggi se ti piace.ATTE (dopo averne letto una)Giulio Vindice è morto.NERONEMe ne duole:S’egli tornava in Roma, avrebbe intesoUna più egregia morte.—E poi?ATTE (dopo aver letto l’altra)Fanciullo,Ti risveglia: l’esercito di SpagnaÀ salutato Galba imperatore!(Gitta la lettera ed esce)NERONEChe dicesti?... Ella sparve...—E sarà vero?(Va per raccogliere la seconda lettera)Imperatore Galba!... E cosa importaDi tutto questo?—(Corre verso Egloge e s’abbandona fra le sue braccia)Amiamoci, o mia bella,Finchè le nostre vene abbrucia il sangueDi giovinezza.—Galba è ancor lontano!Fine dell’atto terzo

ATTO TERZOSCENA I.Un’altra sala della casa imperiale, statue ed abbozzi di statue. Da un lato della scena una figura in marmo rappresentante Egloge.ATTEÈ questo il tempio ove prodigi d’arteMeravigliosa spirano dal marmoAttica grazia, e qui l’imperïalePugillator, deposta ogni fierezza,Si tramuta in artefice. BeffardaNatura di costui!—La mente à greca,Romano il core.—Eppure egli una voltaPianse nel sottoscrivere il decretoChe puniva di morte un cittadino,E parve inconsolato, e la scïenzaEsecrò delle lettere!—NeronePiangeva, ed ora?—Oh quanto è mai nefandaLa mia fortuna! Io sento che disprezzoQuesto tiranno, e nondimeno l’amoD’amor che m’impaura, e a lui son trattaDa ineluttabil fato.—(Fermandosi avanti la statua di Egloge)Ecco, egli stessoScolpì l’effigie della saltatrice,Ed a schernirmi le lasciò negli occhiQuel continuo suo riso!—Non fidartiDella tua sorte allegra. Ò conosciutoLe spose di Nerone; erano bellePiù assai di te, di te più assai superbe,O mercenaria druda d’una notte,Nè avrian sofferto di mandarmi un guardoDal talamo divino... Ove son esse?SCENA II.Atte,MenecrateMENECRATE (avanzandosi dopo aver udite le ultime parole di Atte)Ov’eran prima che fossero nate;Nel nulla.ATTEM’ascoltavi?MENECRATEContro il mioDesiderio;—ò le orecchie.ATTENon averleIn casa di Nerone.MENECRATEIn questa casaNon ò memoria; è ugual virtù.ATTESei tuttoMalvagio.MENECRATE (ridendo)Non ti credo.ATTEIo credo a’ tuoiCostumi.MENECRATEA ognuno i suoi;—tu lo contristi,Io faccio rider Cesare.ATTEChi rideNon pensa.MENECRATEE a che pensare? Oggi siam vivi:La dimane è del fato.ATTEE questo incertoFato non temi? Uscito dalla turbaDegli istrioni, te protesse il genioCattivo di Nerone, e, accovacciatoPresso il suo trono, adoperi la linguaCome adopera il carnefice la scure;Ogni motto è un’accusa, ogni tuo risoUn vitupero alla virtù. Dall’empiaArte che speri? Più di te possenteEra Seiano...MENECRATEE perdè la sua testa.—Il fatto è vecchio e noto, ed io non pongoGrandissima fiducia sulla mia.ATTENè su quella degli altri.MENECRATEÈ conseguenzaLegittima. Frattanto non mi credoNè ottimo nè tristo; io sono qualeMi fabbricò natura, e in mezzo ai fluttiDi nostra vita navigo là doveMi sospinge il destino. In ciò mi vantoFilosofo più assai di quel maestroChe si chiamava Seneca. Che giovaScrivere libri? Ogn’uomo è un libro vivo;Apri le oscure pagine del core,Se ti riesce, e leggi.—Io non mi perdoIn tal fatica, e penso che il delittoE la virtù non siano altro che nomiChe spesso il primo presta alla secondaE viceversa, come vuole il tempoE la gente mutata. Io son buffone;E che perciò? La vita è un gioco alternoDi lacrime e di riso e, dove questoAbbondi, vi subentra il manigoldoPer temperarlo. Le molte provinceDi questo imperio pagano tributiD’oro e di sangue... Ebbene? Roma à ventrePer consumarli tutti in un banchetto.ATTEA che venisti qui?...MENECRATEPrecedo il divoImperatore.—Nella scorsa notteL’arte dell’ubbriaco, ed oggi quellaDello scultore!ATTEEd ami il tuo padrone?MENECRATESe dona molto, l’amo molto, e ieriM’à rubato una villa.—ATTEOh, poco scaltroNerone!MENECRATEEbbe un capriccio.ATTEEd il tuo cuoreSe n’adontava.MENECRATE (accennandole la statua d’Egloge)Come il tuo s’adontaInnanzi a quel capriccio effigïatoNel marmo e che ti guarda coi maligniOcchi d’una fanciulla.ATTEE che mai pensi,Buffone?MENECRATEÒ già pensato;—adesso sveloI miei pensieri.—Atte, m’è noto: seiGelosa di Nerone, ed è gran penaL’esser gelosa del signor del mondo!Non farmi il viso arcigno, ed alla miaColpa perdona.ATTEAlla tua colpa?MENECRATESenzaVolerlo, afflissi di crudel feritaL’ambizione ed il tuo cuor di donna.L’imperatore ed io stavam sedutiNel teatro ch’à nome da Pompeo;Sopra il volto di Cesare calavaDensissima la noia, e per cacciarla,Gl’insegnai quella greca giovinettaChe danzava levissima com’aria,Dolce come una grazia.ATTEEd adempiviIl tuo mestiere.MENECRATECiò credo; NeroneSi rallegrò.ATTEMalvagio! tu pretendiDall’abbiettezza della tua naturaA me scagliare il fango ove t’avvolgi,E non t’avvedi che non t’è concessoNeppure d’insultarmi! La tua casaÈ la più sozza di quelle taverneCh’offendon la Suburra, tue compagneSon le matrone ch’educò la scolaDi Messalina, tuoi seguaci i viliChe più non ànno patria nè pudore.Ritorna in quel tuo mondo, e colà regnaCon l’esosa tua maschera di carneChe usurpa il loco d’una faccia umana,Ma qui ti crolla sotto i piè la terra:L’imperiale porpora nascondeInvano l’istrione, e molti in RomaSanno l’opere tue.MENECRATECorta, a dir vero,Ma eloquente filippica!ATTEE tu trovaModo, se ti riesce, di forarmiCon uno spillo la bugiarda lingua.—(gitta sul buffone uno sguardo di disprezzo, ed esce)SCENA III.MenecrateE lo spillo dovrebbe essere acutoCome la lingua sua! Chi può trovarlo?—Frattanto vien di Spagna un brutto tempoChe minaccia tempesta, e sarà beneCh’io cerchi un loco dove ricovrarmiFinchè trapassi.—A Cesare salute!SCENA IV.Menecrate,NeroneNERONEGià qui, mio buon Menecrate?... Fu grandeVentura ch’io sfuggissi alle quereleD’Atte gelosa; quella donna è l’ombraDel corpo mio.MENECRATEDifficile non parmiDi sfuggire a quell’ombra.NERONEE come?...MENECRATECome?E mel chiedi! Rendendola da veroUn’ombra.NERONE (battendo sulla spalla del buffone)Buon Menecrate, tu parliCom’uomo saggio, ed ò creduto sempreChe sapïenza somma è nel cervelloDe’ pazzi. Darò mente al tuo consiglio.Adesso parliam d’altro.—(Conducendolo avanti la statua d’Egloge)Che ti sembraDi quest’opera mia?MENECRATEPer Giove! è degnaDi Fidia o di Prassitele.NERONEAdulatoM’avresti meglio in dirmi a diritturaCh’è degna di Nerone.MENECRATEAhi, son pur troppoUn fiacco adulatore!NERONEE quanto pensiChe pagar la potrebbe un qualche riccoPatrizio?MENECRATEPesa il marmo.NERONEE poi?MENECRATERipesaTant’oro.NERONE (ridendo)Il prezzo è buono.—Ahimè, l’artistaÈ caduto in miseria!MENECRATENon mi spiaceIl tuo mercato; tu rivendi in marmoCiò che comprasti in carne.NERONEEppur scommettoDi non francarmi della prima spesa.—Ed il Patrizio?MENECRATEL’ò trovato: il nostroBuon Rufo; è molto ricco, ed ama moltoLa testa benchè sia calva.NERONEConfidoNel compratore.MENECRATEIntanto udir potrestiL’astrologo.NERONEBabilio!MENECRATEEgli t’aspetta.È il giorno suo.NERONEM’annoia.MENECRATEÀ consumatoLa notte nello studio delle stelle,E per tuo conto.NERONEChe s’inoltri adunque,E ad un solo patto.MENECRATEE quale?NERONEVo’ accertarmiSe veramente dalle stelle pioveLa luce del futuro.—Ad un mio cennoL’astrologo conduci innanzi a quellaFenestra, indi abbracciatolo, lo innalzaE giù lo scaraventa.—Che ti pare?MENECRATEScherzo degno di te.—Compiango l’ossaDi Babilio.—(Va verso il fondo della scena)SCENA V.Babilio,Menecrate,NeroneBABILIO (entrando)Gl’Iddii siano propiziA Cesare!NERONEPropizie ò le coortiDe’ pretoriani, e bastano.BABILIOT’inganni;Che ponno armi terrene incontro al fato?Presagi infausti reco a te.NERONEMi svelaQuesti presagi.BABILIOL’orrida cometaChe ci splende sul capo, e apportò fameNella città, la stessa è che spargevaGl’influssi maledetti su la terraQuando un ferro assassino il dì supremoPrescrisse al divo Giulio.MENECRATEEd è la stessa!Come saperlo?BABILIO (volgendosi a Menecrate)Stolto, al tuo profanoSguardo ogni luce è notte; io sono avvezzoA leggere negli astri.MENECRATEUn sapïenteDi Grecia anch’egli come in libro apertoLeggea nel firmamento. Ahi, nel guardareTroppo lassù, dimenticò la terra,E ruinava entro una fossa.NERONEAspettoIl secondo presagio.BABILIOÈ più tremendo.La pianta ruminale venerataFin dall’età di Romolo, prodigioOgnora verde, e simbolo di questoLatino imperio, s’intristisce, e mostraD’inaridirsi.MENECRATEConvocar fa d’uopoIl collegio degli Auguri.NERONEPer GioveCapitolino, cotesta faccendaDel fico ruminale m’impaura.Un’aurëa età per certo assai miglioreDi quella de’ poeti era sul TebroQuando l’arbore sacra fu piantata!Allor le lupe uscivano dai boschiMansuete, correndo a far da balieAgli esposti bambini.MENECRATEE un’altra voltaCon quell’età tornasser quelle lupe!N’avrebbero suprema contentezzaMolte nostre matrone!NERONEOr di’, Babilio,Dunque io sono spacciato?BABILIODel dimaniPaventa; il tempo è burrascoso.NERONE (conducendo Babilio verso la finestra)EppureNella sua maestà risplende il sole,E torna primavera. La campagnaOvunque esulta, ed è piacevol cosaSpinger lo sguardo fino ai colli d’AlbaDa questo mio palagio.—Meco vieni,E innanzi a quella scena di splendoriRallegrati per poco, o tenebrosoVeggente di sventure.MENECRATE (abbracciando Babilio)E non ti pareAmmirabil veduta?BABILIO (spaventandosi)È la promessaDi donna menzognera; il suo sorrisoNon corrisponde al core.MENECRATEEd il tuo coreChe ti promette in tal momento?BABILIO (con un grido)I DeiMi salvino!NERONEChe dici?BABILIOIo son nel puntoPeggiore di mia vita; le sue maniStende su me la Parca.MENECRATEO mio Babilio,Io non sono una Parca.BABILIOE cosa importa?Senza pena alla terra io do le vecchieMie membra... Ma per te tremo, Nerone!NERONEPer me?...BABILIOPer te, cui ride ancor la bellaGiovinezza. Ma il turbin senza leggeLa verde pianta abbatte e il vecchio tronco,E il tuo destino si congiunge al mio.NERONE (al buffone che à già sollevato l’astrologo)Menecrate!... E tu spiegati.BABILIO (con voce solenne)MorraiTrascorsa un’ora ch’io sarò spirato.—NERONE (baciando con gran tenerezza Babilio)Abbracciami, Babilio! Io te lo giuroPer gl’Iddii tutti quanti, ò amato semprePiù la tua vita che la mia, sebbeneNol dimostrassi.—Però darti provaIn avvenir saprò di questo affetto,E disponi di me, di mia potenza,Come t’aggrada meglio.BABILIOIl sapïenteSprezza il poter che viene dalla terra.Nulla io ti chiesi.NERONEEd io ti dono tutto,E vo’ che tuo malgrado abbi gran curaDi tua salute.—Menecrate, almenoUna centuria de’ miei pretorianiA guardia vegli della sua persona.BABILIOMi metti dunque in carcere?NERONETi spiaceRestare in casa mia?BABILIOCarcere anch’essa.Ma di ciò rido—ò libero il pensiero.—Cesare, ti saluto.NERONE (a Menecrate)Va, lo segui.MENECRATE (a Nerone)Della sua furberìa solo è maggioreLa tua paura.(L’astrologo ed il buffone escono)SCENA VI.Nerone,poiEglogeNERONELa paura?... È meglioDi securarsi.—E chi lo sa? può forseCorrer da vero tra le stelle e noiQualche corrispondenza... Nel creatoUomini e stelle son misteri.—(Fermandosi avanti la statua d’Egloge e contemplandola)EppureCotesta mia scoltura non rivelaLa mano d’un artefice possente,E convien che la emendi.—Ecco, negli occhiMancano il lampo e la malizia.—(dando un colpo collo scarpello sopra la statua)SordaMateria, io vo’ che sotto il mio scarpelloAbbi palpiti e sangue.EGLOGE (avvicinandosi a Nerone)Il marmo è sempreFreddo, o Nerone.NERONEEd il tuo bacio è foco.Ài ben detto, fanciulla—e scaglio a terraQuesto ferro che crea labbra di marmoChe non dànno i tuoi baci.(gitta lo scarpello)Oh, sei pur vaga,O tenerezza mia!EGLOGETi sembro forsePiù vezzosa di ieri?NERONEE contemplartiUna volta potrò senza ch’io troviIn quel tuo volto una bellezza nova?EGLOGEVuoi che mova una danza?—Oggi son lietaPiù dell’usato, e nel mio cor sorrideIl tempo degli amori e delle rose.NERONEMetti, o fanciulla, per quest’oggi in calmaLa tua febbre d’assiduo movimento,E siedi accanto a Cesare.EGLOGE (circondando con le sue braccia il collo di Nerone)M’accordiUna grazia?NERONE (sorridendo)E che chiedi? una provincia?Od ameresti omai ch’io t’innalzassiAl consolato? Per tutto l’Olimpo,Ecco una bella idea! La consolareLista conta da Bruto fino a noiQualch’eroe, molti sciocchi, ed un cavallo:Mettiamoci una donna.EGLOGEIo non mi curoDi governar province.NERONEÀi miglior fato;Tu governi Nerone.EGLOGEMi donastiMolte schiave; son belle e giovinette...NERONEEbbene?EGLOGEÈ mio pensiero vendicarleIn libertà; la frase è della legge.T’incresce?NERONECiò che dono è tuo; consentoChe tu sperda i miei doni.EGLOGEIo non li sperdo;E dando a libertà quelle innocentiFanciulle adoprerò meglio i tuoi doniChe se le conservassi incatenateAlla superbia d’un mio cenno.—A provaLa servitù conosco e i suoi dolori,Ed amo che davanti agli occhi mieiTutto libero scorra, ed abbia vitaIn questa infinità che il sol riempieD’una ebbrezza di luce.—Io l’ombra abborroE la catena.—Or dianzi me n’andavaIn compagnia del gaio mio pensieroPer i vïali de la ricca villaChe circonda di statue e di profumiQuesta tua casa d’oro; era una festaNell’aria, e fin dall’ultimo orizzonteScintillava nei campi il nato Aprile.Solo m’addolorò che dentro angusteSiepi di ferro salutasser tantaGiocondità di splendida naturaCarcerati augelletti: erano belliDi penne, di vivezza, e d’armonie,E lor dischiusi la crudel prigioneAcciò lieti sciogliessero pel cieloLiberi voli e liberi concenti.NERONESpensierata fanciulla, gli augellettiChe liberasti torneranno schiavi,Se non cadranno uccisi; il fato è questoDi tutta la natura.—NondimenoOpra a tuo senno, e le dilette ancelleDiventino liberte.EGLOGEEcco il più gratoDi tutti i doni tuoi.NERONENon curi adunqueLa collana di gemme prezïoseChe ieri ti mandai?EGLOGENon vedi? splendeSovra il mio petto.NERONE (toccando la collana)Crudeltà dei casi!Quella collana fu cara una voltaA mia moglie Poppea.EGLOGEMisera moglie!La trucidasti.NERONEMa l’amai.EGLOGE (togliendosi con dispetto la collana e gittandola a terra)Non voglioQuest’ornamento della morta.NERONEE crediCh’ella dall’Orco la sua mano stendaA ripigliarlo?EGLOGEM’è di tristo augurio.NERONELo caccia adunque, e danza.EGLOGEÀi conturbatoCon quel ricordo l’allegrezza mia.—Oggi non danzo più.NERONELe cose morteNon tocchino lo spirito che avvivaL’età d’una fanciulla; auspici lietiTi dà l’affetto mio.EGLOGECotesto affettoL’ebbero molte donne.NERONEE niuna seppeMeritarlo.—Su via, con quei diviniOcchi sorridi, e inspirami la dolceVertigine di amore.(Avvicinandosi a lei)Ài fatto beneA spogliar d’ogni gemma il dilicatoTuo collo,—vi riman più spazio ai baci.E poter dire che, se n’ò talento,Un cenno mio basta troncarlo!EGLOGE (sfuggendo da Nerone)BruttoPensiero!NERONENon temerlo.EGLOGE (allontanandosi sempre più)È freddo quantoIl taglio d’una scure.NERONEÒ dato un segnoD’onnipotenza.—Debbo al tuo cospettoRammentarmi che sono il regnatoreDelle province, io che dai sguardi pendoDi debole fanciulla, io che a tua vogliaOpero e penso, e rinnovello AlcideChe regge la conocchia alla sua donnaTra i forti vizi ed i sprezzati affettiDi nostra stoica età. Quando ciò volgoNel mio cervello, il prepotente amoreChe mi soggioga si tramuta in ira,E poichè non m’è dato liberarmiDai lacci suoi, vorrei con le mie maniCercar nelle tue viscere qual siaLa vera causa del poter tirannoCh’esercita su me la tua bellezzaEGLOGEOr ti conosco... O me infelice!... AvevaAtte ragione.NERONEE che ti disse?EGLOGENulla.NERONEIo vo’ saperlo.EGLOGENon toccarmi!NERONESeiAncor più vaga in questo tuo spavento.Ma non temer più oltre,—il regnatoreDelle province sparve, e non rimaneChe l’uomo che t’adora.EGLOGEE se ritornaL’imperatore?NERONEIl lampo del tuo sguardoLo vincerà.—Chi giunge?EGLOGEAtte!...SCENA VII.Egloge,Nerone,Atte,poiCluvio,RufoeVinicioATTEIl prefettoDel pretorio ed il prence del SenatoChiedono di parlarti.NERONEGl’importuni!—Entrino.RUFO(entrando)Salve, Augusto!VINICIOSalve!NERONEEbbene,Buon Rufo?RUFODalla Gallia e dalla SpagnaPervennero al Senato queste dueLettere; vuoi tu leggerle?NERONEA suo tempoLe leggerò—per ora le deponiColà—E tu che chiedi?VINICIOLe coortiRaccolte dentro il campo pretorianoAlzan tumulto.NERONEE perchè?VINICIODa più mesiNon ànno soldo, e lo vogliono.NERONEAttendi,Or ti darò risposta.—(Conduce Rufo avanti la statua d’Egloge)O mio buon Rufo,Io pensai che saresti il compratoreDi questa statua, opera mia.—T’annunzioChe vale assai.(Senza attendere risposta pianta Rufo meravigliato, e va verso il Prefetto del Pretorio)Vinicio, il nostro amicoDarà monete per i tuoi soldati:Promettendone molte, intanto spargiQuelle che avrai.(lascia Vinicio)Dopo ciò debbo dirviChe questa non è l’aula imperïale,Ma l’officina d’un artista.—Andate.(Rufo e Vinicio escono)SCENA VIII.Egloge, Atte, NeroneATTE (rimasta silenziosa, s’avanza verso Nerone)Fanciullo!NERONE (volgendosi)Ancor stai qui?ATTELeggerò ioQuelle lettere.NERONELeggi se ti piace.ATTE (dopo averne letto una)Giulio Vindice è morto.NERONEMe ne duole:S’egli tornava in Roma, avrebbe intesoUna più egregia morte.—E poi?ATTE (dopo aver letto l’altra)Fanciullo,Ti risveglia: l’esercito di SpagnaÀ salutato Galba imperatore!(Gitta la lettera ed esce)NERONEChe dicesti?... Ella sparve...—E sarà vero?(Va per raccogliere la seconda lettera)Imperatore Galba!... E cosa importaDi tutto questo?—(Corre verso Egloge e s’abbandona fra le sue braccia)Amiamoci, o mia bella,Finchè le nostre vene abbrucia il sangueDi giovinezza.—Galba è ancor lontano!Fine dell’atto terzo

Un’altra sala della casa imperiale, statue ed abbozzi di statue. Da un lato della scena una figura in marmo rappresentante Egloge.

ATTE

È questo il tempio ove prodigi d’arteMeravigliosa spirano dal marmoAttica grazia, e qui l’imperïalePugillator, deposta ogni fierezza,Si tramuta in artefice. BeffardaNatura di costui!—La mente à greca,Romano il core.—Eppure egli una voltaPianse nel sottoscrivere il decretoChe puniva di morte un cittadino,E parve inconsolato, e la scïenzaEsecrò delle lettere!—NeronePiangeva, ed ora?—Oh quanto è mai nefandaLa mia fortuna! Io sento che disprezzoQuesto tiranno, e nondimeno l’amoD’amor che m’impaura, e a lui son trattaDa ineluttabil fato.—

(Fermandosi avanti la statua di Egloge)

Ecco, egli stessoScolpì l’effigie della saltatrice,Ed a schernirmi le lasciò negli occhiQuel continuo suo riso!—Non fidartiDella tua sorte allegra. Ò conosciutoLe spose di Nerone; erano bellePiù assai di te, di te più assai superbe,O mercenaria druda d’una notte,Nè avrian sofferto di mandarmi un guardoDal talamo divino... Ove son esse?

Atte,Menecrate

MENECRATE (avanzandosi dopo aver udite le ultime parole di Atte)

Ov’eran prima che fossero nate;Nel nulla.

ATTE

M’ascoltavi?

MENECRATE

Contro il mioDesiderio;—ò le orecchie.

ATTE

Non averleIn casa di Nerone.

MENECRATE

In questa casaNon ò memoria; è ugual virtù.

ATTE

Sei tuttoMalvagio.

MENECRATE (ridendo)

Non ti credo.

ATTE

Io credo a’ tuoiCostumi.

MENECRATE

A ognuno i suoi;—tu lo contristi,Io faccio rider Cesare.

ATTE

Chi rideNon pensa.

MENECRATE

E a che pensare? Oggi siam vivi:La dimane è del fato.

ATTE

E questo incertoFato non temi? Uscito dalla turbaDegli istrioni, te protesse il genioCattivo di Nerone, e, accovacciatoPresso il suo trono, adoperi la linguaCome adopera il carnefice la scure;Ogni motto è un’accusa, ogni tuo risoUn vitupero alla virtù. Dall’empiaArte che speri? Più di te possenteEra Seiano...

MENECRATE

E perdè la sua testa.—Il fatto è vecchio e noto, ed io non pongoGrandissima fiducia sulla mia.

ATTE

Nè su quella degli altri.

MENECRATE

È conseguenzaLegittima. Frattanto non mi credoNè ottimo nè tristo; io sono qualeMi fabbricò natura, e in mezzo ai fluttiDi nostra vita navigo là doveMi sospinge il destino. In ciò mi vantoFilosofo più assai di quel maestroChe si chiamava Seneca. Che giovaScrivere libri? Ogn’uomo è un libro vivo;Apri le oscure pagine del core,Se ti riesce, e leggi.—Io non mi perdoIn tal fatica, e penso che il delittoE la virtù non siano altro che nomiChe spesso il primo presta alla secondaE viceversa, come vuole il tempoE la gente mutata. Io son buffone;E che perciò? La vita è un gioco alternoDi lacrime e di riso e, dove questoAbbondi, vi subentra il manigoldoPer temperarlo. Le molte provinceDi questo imperio pagano tributiD’oro e di sangue... Ebbene? Roma à ventrePer consumarli tutti in un banchetto.

ATTE

A che venisti qui?...

MENECRATE

Precedo il divoImperatore.—Nella scorsa notteL’arte dell’ubbriaco, ed oggi quellaDello scultore!

ATTE

Ed ami il tuo padrone?

MENECRATE

Se dona molto, l’amo molto, e ieriM’à rubato una villa.—

ATTE

Oh, poco scaltroNerone!

MENECRATE

Ebbe un capriccio.

ATTE

Ed il tuo cuoreSe n’adontava.

MENECRATE (accennandole la statua d’Egloge)

Come il tuo s’adontaInnanzi a quel capriccio effigïatoNel marmo e che ti guarda coi maligniOcchi d’una fanciulla.

ATTE

E che mai pensi,Buffone?

MENECRATE

Ò già pensato;—adesso sveloI miei pensieri.—Atte, m’è noto: seiGelosa di Nerone, ed è gran penaL’esser gelosa del signor del mondo!Non farmi il viso arcigno, ed alla miaColpa perdona.

ATTE

Alla tua colpa?

MENECRATE

SenzaVolerlo, afflissi di crudel feritaL’ambizione ed il tuo cuor di donna.L’imperatore ed io stavam sedutiNel teatro ch’à nome da Pompeo;Sopra il volto di Cesare calavaDensissima la noia, e per cacciarla,Gl’insegnai quella greca giovinettaChe danzava levissima com’aria,Dolce come una grazia.

ATTE

Ed adempiviIl tuo mestiere.

MENECRATE

Ciò credo; NeroneSi rallegrò.

ATTE

Malvagio! tu pretendiDall’abbiettezza della tua naturaA me scagliare il fango ove t’avvolgi,E non t’avvedi che non t’è concessoNeppure d’insultarmi! La tua casaÈ la più sozza di quelle taverneCh’offendon la Suburra, tue compagneSon le matrone ch’educò la scolaDi Messalina, tuoi seguaci i viliChe più non ànno patria nè pudore.Ritorna in quel tuo mondo, e colà regnaCon l’esosa tua maschera di carneChe usurpa il loco d’una faccia umana,Ma qui ti crolla sotto i piè la terra:L’imperiale porpora nascondeInvano l’istrione, e molti in RomaSanno l’opere tue.

MENECRATE

Corta, a dir vero,Ma eloquente filippica!

ATTE

E tu trovaModo, se ti riesce, di forarmiCon uno spillo la bugiarda lingua.—

(gitta sul buffone uno sguardo di disprezzo, ed esce)

Menecrate

E lo spillo dovrebbe essere acutoCome la lingua sua! Chi può trovarlo?—Frattanto vien di Spagna un brutto tempoChe minaccia tempesta, e sarà beneCh’io cerchi un loco dove ricovrarmiFinchè trapassi.—A Cesare salute!

Menecrate,Nerone

NERONE

Già qui, mio buon Menecrate?... Fu grandeVentura ch’io sfuggissi alle quereleD’Atte gelosa; quella donna è l’ombraDel corpo mio.

MENECRATE

Difficile non parmiDi sfuggire a quell’ombra.

NERONE

E come?...

MENECRATE

Come?E mel chiedi! Rendendola da veroUn’ombra.

NERONE (battendo sulla spalla del buffone)

Buon Menecrate, tu parliCom’uomo saggio, ed ò creduto sempreChe sapïenza somma è nel cervelloDe’ pazzi. Darò mente al tuo consiglio.Adesso parliam d’altro.—

(Conducendolo avanti la statua d’Egloge)

Che ti sembraDi quest’opera mia?

MENECRATE

Per Giove! è degnaDi Fidia o di Prassitele.

NERONE

AdulatoM’avresti meglio in dirmi a diritturaCh’è degna di Nerone.

MENECRATE

Ahi, son pur troppoUn fiacco adulatore!

NERONE

E quanto pensiChe pagar la potrebbe un qualche riccoPatrizio?

MENECRATE

Pesa il marmo.

NERONE

E poi?

MENECRATE

RipesaTant’oro.

NERONE (ridendo)

Il prezzo è buono.—Ahimè, l’artistaÈ caduto in miseria!

MENECRATE

Non mi spiaceIl tuo mercato; tu rivendi in marmoCiò che comprasti in carne.

NERONE

Eppur scommettoDi non francarmi della prima spesa.—Ed il Patrizio?

MENECRATE

L’ò trovato: il nostroBuon Rufo; è molto ricco, ed ama moltoLa testa benchè sia calva.

NERONE

ConfidoNel compratore.

MENECRATE

Intanto udir potrestiL’astrologo.

NERONE

Babilio!

MENECRATE

Egli t’aspetta.È il giorno suo.

NERONE

M’annoia.

MENECRATE

À consumatoLa notte nello studio delle stelle,E per tuo conto.

NERONE

Che s’inoltri adunque,E ad un solo patto.

MENECRATE

E quale?

NERONE

Vo’ accertarmiSe veramente dalle stelle pioveLa luce del futuro.—Ad un mio cennoL’astrologo conduci innanzi a quellaFenestra, indi abbracciatolo, lo innalzaE giù lo scaraventa.—Che ti pare?

MENECRATE

Scherzo degno di te.—Compiango l’ossaDi Babilio.—

(Va verso il fondo della scena)

Babilio,Menecrate,Nerone

BABILIO (entrando)

Gl’Iddii siano propiziA Cesare!

NERONE

Propizie ò le coortiDe’ pretoriani, e bastano.

BABILIO

T’inganni;Che ponno armi terrene incontro al fato?Presagi infausti reco a te.

NERONE

Mi svelaQuesti presagi.

BABILIO

L’orrida cometaChe ci splende sul capo, e apportò fameNella città, la stessa è che spargevaGl’influssi maledetti su la terraQuando un ferro assassino il dì supremoPrescrisse al divo Giulio.

MENECRATE

Ed è la stessa!Come saperlo?

BABILIO (volgendosi a Menecrate)

Stolto, al tuo profanoSguardo ogni luce è notte; io sono avvezzoA leggere negli astri.

MENECRATE

Un sapïenteDi Grecia anch’egli come in libro apertoLeggea nel firmamento. Ahi, nel guardareTroppo lassù, dimenticò la terra,E ruinava entro una fossa.

NERONE

AspettoIl secondo presagio.

BABILIO

È più tremendo.La pianta ruminale venerataFin dall’età di Romolo, prodigioOgnora verde, e simbolo di questoLatino imperio, s’intristisce, e mostraD’inaridirsi.

MENECRATE

Convocar fa d’uopoIl collegio degli Auguri.

NERONE

Per GioveCapitolino, cotesta faccendaDel fico ruminale m’impaura.Un’aurëa età per certo assai miglioreDi quella de’ poeti era sul TebroQuando l’arbore sacra fu piantata!Allor le lupe uscivano dai boschiMansuete, correndo a far da balieAgli esposti bambini.

MENECRATE

E un’altra voltaCon quell’età tornasser quelle lupe!N’avrebbero suprema contentezzaMolte nostre matrone!

NERONE

Or di’, Babilio,Dunque io sono spacciato?

BABILIO

Del dimaniPaventa; il tempo è burrascoso.

NERONE (conducendo Babilio verso la finestra)

EppureNella sua maestà risplende il sole,E torna primavera. La campagnaOvunque esulta, ed è piacevol cosaSpinger lo sguardo fino ai colli d’AlbaDa questo mio palagio.—Meco vieni,E innanzi a quella scena di splendoriRallegrati per poco, o tenebrosoVeggente di sventure.

MENECRATE (abbracciando Babilio)

E non ti pareAmmirabil veduta?

BABILIO (spaventandosi)

È la promessaDi donna menzognera; il suo sorrisoNon corrisponde al core.

MENECRATE

Ed il tuo coreChe ti promette in tal momento?

BABILIO (con un grido)

I DeiMi salvino!

NERONE

Che dici?

BABILIO

Io son nel puntoPeggiore di mia vita; le sue maniStende su me la Parca.

MENECRATE

O mio Babilio,Io non sono una Parca.

BABILIO

E cosa importa?Senza pena alla terra io do le vecchieMie membra... Ma per te tremo, Nerone!

NERONE

Per me?...

BABILIO

Per te, cui ride ancor la bellaGiovinezza. Ma il turbin senza leggeLa verde pianta abbatte e il vecchio tronco,E il tuo destino si congiunge al mio.

NERONE (al buffone che à già sollevato l’astrologo)

Menecrate!... E tu spiegati.

BABILIO (con voce solenne)

MorraiTrascorsa un’ora ch’io sarò spirato.—

NERONE (baciando con gran tenerezza Babilio)

Abbracciami, Babilio! Io te lo giuroPer gl’Iddii tutti quanti, ò amato semprePiù la tua vita che la mia, sebbeneNol dimostrassi.—Però darti provaIn avvenir saprò di questo affetto,E disponi di me, di mia potenza,Come t’aggrada meglio.

BABILIO

Il sapïenteSprezza il poter che viene dalla terra.Nulla io ti chiesi.

NERONE

Ed io ti dono tutto,E vo’ che tuo malgrado abbi gran curaDi tua salute.—Menecrate, almenoUna centuria de’ miei pretorianiA guardia vegli della sua persona.

BABILIO

Mi metti dunque in carcere?

NERONE

Ti spiaceRestare in casa mia?

BABILIO

Carcere anch’essa.Ma di ciò rido—ò libero il pensiero.—Cesare, ti saluto.

NERONE (a Menecrate)

Va, lo segui.

MENECRATE (a Nerone)

Della sua furberìa solo è maggioreLa tua paura.

(L’astrologo ed il buffone escono)

Nerone,poiEgloge

NERONE

La paura?... È meglioDi securarsi.—E chi lo sa? può forseCorrer da vero tra le stelle e noiQualche corrispondenza... Nel creatoUomini e stelle son misteri.—

(Fermandosi avanti la statua d’Egloge e contemplandola)

EppureCotesta mia scoltura non rivelaLa mano d’un artefice possente,E convien che la emendi.—Ecco, negli occhiMancano il lampo e la malizia.—

(dando un colpo collo scarpello sopra la statua)

SordaMateria, io vo’ che sotto il mio scarpelloAbbi palpiti e sangue.

EGLOGE (avvicinandosi a Nerone)

Il marmo è sempreFreddo, o Nerone.

NERONE

Ed il tuo bacio è foco.Ài ben detto, fanciulla—e scaglio a terraQuesto ferro che crea labbra di marmoChe non dànno i tuoi baci.

(gitta lo scarpello)

Oh, sei pur vaga,O tenerezza mia!

EGLOGE

Ti sembro forsePiù vezzosa di ieri?

NERONE

E contemplartiUna volta potrò senza ch’io troviIn quel tuo volto una bellezza nova?

EGLOGE

Vuoi che mova una danza?—Oggi son lietaPiù dell’usato, e nel mio cor sorrideIl tempo degli amori e delle rose.

NERONE

Metti, o fanciulla, per quest’oggi in calmaLa tua febbre d’assiduo movimento,E siedi accanto a Cesare.

EGLOGE (circondando con le sue braccia il collo di Nerone)

M’accordiUna grazia?

NERONE (sorridendo)

E che chiedi? una provincia?Od ameresti omai ch’io t’innalzassiAl consolato? Per tutto l’Olimpo,Ecco una bella idea! La consolareLista conta da Bruto fino a noiQualch’eroe, molti sciocchi, ed un cavallo:Mettiamoci una donna.

EGLOGE

Io non mi curoDi governar province.

NERONE

Ài miglior fato;Tu governi Nerone.

EGLOGE

Mi donastiMolte schiave; son belle e giovinette...

NERONE

Ebbene?

EGLOGE

È mio pensiero vendicarleIn libertà; la frase è della legge.T’incresce?

NERONE

Ciò che dono è tuo; consentoChe tu sperda i miei doni.

EGLOGE

Io non li sperdo;E dando a libertà quelle innocentiFanciulle adoprerò meglio i tuoi doniChe se le conservassi incatenateAlla superbia d’un mio cenno.—A provaLa servitù conosco e i suoi dolori,Ed amo che davanti agli occhi mieiTutto libero scorra, ed abbia vitaIn questa infinità che il sol riempieD’una ebbrezza di luce.—Io l’ombra abborroE la catena.—Or dianzi me n’andavaIn compagnia del gaio mio pensieroPer i vïali de la ricca villaChe circonda di statue e di profumiQuesta tua casa d’oro; era una festaNell’aria, e fin dall’ultimo orizzonteScintillava nei campi il nato Aprile.Solo m’addolorò che dentro angusteSiepi di ferro salutasser tantaGiocondità di splendida naturaCarcerati augelletti: erano belliDi penne, di vivezza, e d’armonie,E lor dischiusi la crudel prigioneAcciò lieti sciogliessero pel cieloLiberi voli e liberi concenti.

NERONE

Spensierata fanciulla, gli augellettiChe liberasti torneranno schiavi,Se non cadranno uccisi; il fato è questoDi tutta la natura.—NondimenoOpra a tuo senno, e le dilette ancelleDiventino liberte.

EGLOGE

Ecco il più gratoDi tutti i doni tuoi.

NERONE

Non curi adunqueLa collana di gemme prezïoseChe ieri ti mandai?

EGLOGE

Non vedi? splendeSovra il mio petto.

NERONE (toccando la collana)

Crudeltà dei casi!Quella collana fu cara una voltaA mia moglie Poppea.

EGLOGE

Misera moglie!La trucidasti.

NERONE

Ma l’amai.

EGLOGE (togliendosi con dispetto la collana e gittandola a terra)

Non voglioQuest’ornamento della morta.

NERONE

E crediCh’ella dall’Orco la sua mano stendaA ripigliarlo?

EGLOGE

M’è di tristo augurio.

NERONE

Lo caccia adunque, e danza.

EGLOGE

Ài conturbatoCon quel ricordo l’allegrezza mia.—Oggi non danzo più.

NERONE

Le cose morteNon tocchino lo spirito che avvivaL’età d’una fanciulla; auspici lietiTi dà l’affetto mio.

EGLOGE

Cotesto affettoL’ebbero molte donne.

NERONE

E niuna seppeMeritarlo.—Su via, con quei diviniOcchi sorridi, e inspirami la dolceVertigine di amore.

(Avvicinandosi a lei)

Ài fatto beneA spogliar d’ogni gemma il dilicatoTuo collo,—vi riman più spazio ai baci.E poter dire che, se n’ò talento,Un cenno mio basta troncarlo!

EGLOGE (sfuggendo da Nerone)

BruttoPensiero!

NERONE

Non temerlo.

EGLOGE (allontanandosi sempre più)

È freddo quantoIl taglio d’una scure.

NERONE

Ò dato un segnoD’onnipotenza.—Debbo al tuo cospettoRammentarmi che sono il regnatoreDelle province, io che dai sguardi pendoDi debole fanciulla, io che a tua vogliaOpero e penso, e rinnovello AlcideChe regge la conocchia alla sua donnaTra i forti vizi ed i sprezzati affettiDi nostra stoica età. Quando ciò volgoNel mio cervello, il prepotente amoreChe mi soggioga si tramuta in ira,E poichè non m’è dato liberarmiDai lacci suoi, vorrei con le mie maniCercar nelle tue viscere qual siaLa vera causa del poter tirannoCh’esercita su me la tua bellezza

EGLOGE

Or ti conosco... O me infelice!... AvevaAtte ragione.

NERONE

E che ti disse?

EGLOGE

Nulla.

NERONE

Io vo’ saperlo.

EGLOGE

Non toccarmi!

NERONE

SeiAncor più vaga in questo tuo spavento.Ma non temer più oltre,—il regnatoreDelle province sparve, e non rimaneChe l’uomo che t’adora.

EGLOGE

E se ritornaL’imperatore?

NERONE

Il lampo del tuo sguardoLo vincerà.—Chi giunge?

EGLOGE

Atte!...

Egloge,Nerone,Atte,poiCluvio,RufoeVinicio

ATTE

Il prefettoDel pretorio ed il prence del SenatoChiedono di parlarti.

NERONE

Gl’importuni!—Entrino.

RUFO(entrando)

Salve, Augusto!

VINICIO

Salve!

NERONE

Ebbene,Buon Rufo?

RUFO

Dalla Gallia e dalla SpagnaPervennero al Senato queste dueLettere; vuoi tu leggerle?

NERONE

A suo tempoLe leggerò—per ora le deponiColà—E tu che chiedi?

VINICIO

Le coortiRaccolte dentro il campo pretorianoAlzan tumulto.

NERONE

E perchè?

VINICIO

Da più mesiNon ànno soldo, e lo vogliono.

NERONE

Attendi,Or ti darò risposta.—

(Conduce Rufo avanti la statua d’Egloge)

O mio buon Rufo,Io pensai che saresti il compratoreDi questa statua, opera mia.—T’annunzioChe vale assai.

(Senza attendere risposta pianta Rufo meravigliato, e va verso il Prefetto del Pretorio)

Vinicio, il nostro amicoDarà monete per i tuoi soldati:Promettendone molte, intanto spargiQuelle che avrai.

(lascia Vinicio)

Dopo ciò debbo dirviChe questa non è l’aula imperïale,Ma l’officina d’un artista.—Andate.

(Rufo e Vinicio escono)

Egloge, Atte, Nerone

ATTE (rimasta silenziosa, s’avanza verso Nerone)

Fanciullo!

NERONE (volgendosi)

Ancor stai qui?

ATTE

Leggerò ioQuelle lettere.

NERONE

Leggi se ti piace.

ATTE (dopo averne letto una)

Giulio Vindice è morto.

NERONE

Me ne duole:S’egli tornava in Roma, avrebbe intesoUna più egregia morte.—E poi?

ATTE (dopo aver letto l’altra)

Fanciullo,Ti risveglia: l’esercito di SpagnaÀ salutato Galba imperatore!

(Gitta la lettera ed esce)

NERONE

Che dicesti?... Ella sparve...—E sarà vero?

(Va per raccogliere la seconda lettera)

Imperatore Galba!... E cosa importaDi tutto questo?—

(Corre verso Egloge e s’abbandona fra le sue braccia)

Amiamoci, o mia bella,Finchè le nostre vene abbrucia il sangueDi giovinezza.—Galba è ancor lontano!

Fine dell’atto terzo


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