PROLOGOEsce il buffoneMenecratee recita il PrologoIl prologo son io. Faccio alle dameEd ai signori l’obbligato inchino,Ed incomincio. Ambasciator non portaPena, dice il proverbio, ed io ripetoCome un eco fedele quanto or oraL’autor mi susurrò dentro l’orecchio.Il personaggio dalla rea memoriaChe comparir vedrete innanzi a voiNon è già quel Nerone delle vecchieTragedie, una figura che spaventaCon gli occhi, e lento incede sopra l’altoCoturno, e fatti a suono di misuraTre passi, dice una parola, anch’essaMisurata e prescelta fra le truciDi nostra lingua. Il mio Nerone—io dissiMio perchè sono il suo buffone—è un’altraCosa, egli è lieto sempre e buono mai.Ei volontier frequenta co’ ghiottoniLa taverna, è cantor, pugillatore,Scolpisce, guida cocchi, e fa il poeta;È qual insomma lo si ammira vivoEmerger dalle pagine immortaliDi Svetonio e di Tacito.—NeroneEra un artista, al contrario di tantiAltri Neroni di recente dataChe furon la più brutta negazioneE d’ogni arte e di Dio—Qui mi permettoD’aprire una parentesi, dicendoChe per l’Italia nostra fu venturaChe un galantuomo Re dal Campidoglio,Reso di nuovo italïana rocca,Lacerasse, e sperar giova per sempre,La lunga lista de’ pigmei tiranniPiù buffoni di me, grètte e deriseParodìe di Tiberi e di Neroni—Quanto allo stile e al modo di condurreLe scene, credo che l’autor s’attenneA quella scola che piglia le leggiDalverismoe, stimando che in ogn’arteSia bello il vero, bandì dalla scenaIl verso ch’à romore e non idea,Pago se potè trar voci ed affettiDal lirismo del cuore. S’ei chiamavaCommedia un fatto ove si sparge sangue,E Locusta, la Borgia di quel tempo,Ministra nei conviti i suoi veleni,Ciò fece astretto dalle circostanzeDel fatto stesso. Eschilo primo, e poiSofocle intitolarono tragedieL’Oreste furibondo e il Filottete,Argomenti che chiude un lieto fine;E l’autore seguiva, ma a rovescio,L’esempio greco. Nerone si mostraComico stranamente nella suaFerocia, e i suoi compagni sono qualiPotè vederli Roma imperïaleIn una età corrotta, senza fede,Allegra ne’ suoi vizi, e lampeggiataTristamente qua e là dal suicidioDi qualche stoico. Dopo queste ciarle,Vi prego tutti di cortese udienza.Novamente mi volgo alle gentiliDame, ai signori, nè porrò in oblioDi riprodurre l’inchino obbligato,E, rubando una frase di Manzoni;Se mai l’autor riuscisse a darvi noia,Giuro per lui che non l’à fatto a posta.
PROLOGOEsce il buffoneMenecratee recita il PrologoIl prologo son io. Faccio alle dameEd ai signori l’obbligato inchino,Ed incomincio. Ambasciator non portaPena, dice il proverbio, ed io ripetoCome un eco fedele quanto or oraL’autor mi susurrò dentro l’orecchio.Il personaggio dalla rea memoriaChe comparir vedrete innanzi a voiNon è già quel Nerone delle vecchieTragedie, una figura che spaventaCon gli occhi, e lento incede sopra l’altoCoturno, e fatti a suono di misuraTre passi, dice una parola, anch’essaMisurata e prescelta fra le truciDi nostra lingua. Il mio Nerone—io dissiMio perchè sono il suo buffone—è un’altraCosa, egli è lieto sempre e buono mai.Ei volontier frequenta co’ ghiottoniLa taverna, è cantor, pugillatore,Scolpisce, guida cocchi, e fa il poeta;È qual insomma lo si ammira vivoEmerger dalle pagine immortaliDi Svetonio e di Tacito.—NeroneEra un artista, al contrario di tantiAltri Neroni di recente dataChe furon la più brutta negazioneE d’ogni arte e di Dio—Qui mi permettoD’aprire una parentesi, dicendoChe per l’Italia nostra fu venturaChe un galantuomo Re dal Campidoglio,Reso di nuovo italïana rocca,Lacerasse, e sperar giova per sempre,La lunga lista de’ pigmei tiranniPiù buffoni di me, grètte e deriseParodìe di Tiberi e di Neroni—Quanto allo stile e al modo di condurreLe scene, credo che l’autor s’attenneA quella scola che piglia le leggiDalverismoe, stimando che in ogn’arteSia bello il vero, bandì dalla scenaIl verso ch’à romore e non idea,Pago se potè trar voci ed affettiDal lirismo del cuore. S’ei chiamavaCommedia un fatto ove si sparge sangue,E Locusta, la Borgia di quel tempo,Ministra nei conviti i suoi veleni,Ciò fece astretto dalle circostanzeDel fatto stesso. Eschilo primo, e poiSofocle intitolarono tragedieL’Oreste furibondo e il Filottete,Argomenti che chiude un lieto fine;E l’autore seguiva, ma a rovescio,L’esempio greco. Nerone si mostraComico stranamente nella suaFerocia, e i suoi compagni sono qualiPotè vederli Roma imperïaleIn una età corrotta, senza fede,Allegra ne’ suoi vizi, e lampeggiataTristamente qua e là dal suicidioDi qualche stoico. Dopo queste ciarle,Vi prego tutti di cortese udienza.Novamente mi volgo alle gentiliDame, ai signori, nè porrò in oblioDi riprodurre l’inchino obbligato,E, rubando una frase di Manzoni;Se mai l’autor riuscisse a darvi noia,Giuro per lui che non l’à fatto a posta.
Esce il buffoneMenecratee recita il Prologo
Il prologo son io. Faccio alle dameEd ai signori l’obbligato inchino,Ed incomincio. Ambasciator non portaPena, dice il proverbio, ed io ripetoCome un eco fedele quanto or oraL’autor mi susurrò dentro l’orecchio.Il personaggio dalla rea memoriaChe comparir vedrete innanzi a voiNon è già quel Nerone delle vecchieTragedie, una figura che spaventaCon gli occhi, e lento incede sopra l’altoCoturno, e fatti a suono di misuraTre passi, dice una parola, anch’essaMisurata e prescelta fra le truciDi nostra lingua. Il mio Nerone—io dissiMio perchè sono il suo buffone—è un’altraCosa, egli è lieto sempre e buono mai.Ei volontier frequenta co’ ghiottoniLa taverna, è cantor, pugillatore,Scolpisce, guida cocchi, e fa il poeta;È qual insomma lo si ammira vivoEmerger dalle pagine immortaliDi Svetonio e di Tacito.—NeroneEra un artista, al contrario di tantiAltri Neroni di recente dataChe furon la più brutta negazioneE d’ogni arte e di Dio—Qui mi permettoD’aprire una parentesi, dicendoChe per l’Italia nostra fu venturaChe un galantuomo Re dal Campidoglio,Reso di nuovo italïana rocca,Lacerasse, e sperar giova per sempre,La lunga lista de’ pigmei tiranniPiù buffoni di me, grètte e deriseParodìe di Tiberi e di Neroni—Quanto allo stile e al modo di condurreLe scene, credo che l’autor s’attenneA quella scola che piglia le leggiDalverismoe, stimando che in ogn’arteSia bello il vero, bandì dalla scenaIl verso ch’à romore e non idea,Pago se potè trar voci ed affettiDal lirismo del cuore. S’ei chiamavaCommedia un fatto ove si sparge sangue,E Locusta, la Borgia di quel tempo,Ministra nei conviti i suoi veleni,Ciò fece astretto dalle circostanzeDel fatto stesso. Eschilo primo, e poiSofocle intitolarono tragedieL’Oreste furibondo e il Filottete,Argomenti che chiude un lieto fine;E l’autore seguiva, ma a rovescio,L’esempio greco. Nerone si mostraComico stranamente nella suaFerocia, e i suoi compagni sono qualiPotè vederli Roma imperïaleIn una età corrotta, senza fede,Allegra ne’ suoi vizi, e lampeggiataTristamente qua e là dal suicidioDi qualche stoico. Dopo queste ciarle,Vi prego tutti di cortese udienza.Novamente mi volgo alle gentiliDame, ai signori, nè porrò in oblioDi riprodurre l’inchino obbligato,E, rubando una frase di Manzoni;Se mai l’autor riuscisse a darvi noia,Giuro per lui che non l’à fatto a posta.