CAVALLERIA ASSASSINA

—Si, ma sono stato molto male!

—E il motivo, adesso, si potrebbe saperlo?

—Quattordici ore senza vederti! Da mezzanotte alle due è una tirata troppo lunga!

—Hai delle fissazioni, dei capricci proprio da bambino. Lo sai bene che fino a quell'ora non ho mai ricevuto nessuno, e che facendo un'eccezione per te, darebbe subito nell'occhio e farebbe sparlare.

—Verrò travestito, con una barba finta.

—Quanto sei caro!—esclamò Lavinia sorridendo e guardandolo con due occhioni colmi di tenerezza.—Ma, vedi, se non teniamo un'ora fissa, tu, a forza di voler anticipare di dieci minuti tutti i giorni, termineresti col capitarmi in casa appena fa giorno!… Io sono una pigrona, mi alzo tardi, ho i miei interessi da vedere, la casa da dirigere, mille bricciche da fare, e sbrigo tutto prima delle due apposta per essere dopo affatto libera.

—Sì, hai ragione, sono indiscreto e ti domando per..do..n.. Michele non finì la parola: un rumore di sciabola e di sproni, che si ripercoteva nel corridoio, si avvicinò e si fermò proprio sull'uscio del numero nove, poi l'uscio si aprì, ed entrò in palco il capitano Arditi. Il buon Michele diventò pallido, Lavinia ch'era donna e che perciò se le godeva assai tutte queste scenette, sorrise impercettibilmente, più cogli occhi che colla bocca. Il capitano salutò Michele, questi gli rispose colla voce rauca, e il barolo caldo con un impeto subitaneo gli risali dallo stomaco alla gola, mentre il tenore sul palco scenico cantava il romantico:Spirto gentil, de' sogni miei!…

—Che musica ispirata, divina!—esclamò il capitano dondolandosi dalla commozione.

—Sarà benissimo; in quanto a me—brontolò Michele, tenendo le gambe dispettosamente piegate sotto lo sgabello per isfuggire i piedini della contessa che cercavano i suoi—in quanto a me è roba da organetti; patrimonio del passato!

—Non vi fate sentire, per amor di Dio, caro Michele: è uno sproposito, un'eresia, questo che dite; e poi noi italiani non dobbiamo disprezzarci in tal modo. La musica è forse l'unica arte nella quale conserviamo ancora il primato, e prima di Paisiello e di Cimarosa, ma dopo Palestrina, il fiorentino Lulli alla Corte di Luigi XIV….

—Scusate, capitano, è una lezioncina che mi volete dare?

Arditi si morse le labbra, ma si contenne, e coll'aria di dire uno scherzo, più che un'impertinenza:

—No, no; caro Michele—gli rispose sorridendo—non ho tempo da perdere.

Il vino caldo fece un altro viaggio, quasi avesse preso un biglietto circolare. In questo frattempo entrava nel palchetto un vecchio parente di Lavinia, che aveva avuto l'incarico di ricondurla dopo lo spettacolo. Michele si alzò e stese la mano alla contessa per salutarla; Lavinia gliela strinse con una di quelle strette nervose che parlano così bene e così chiaro, levando i suoi occhi cilestri negli occhi foschi cattivi di Michele, con quell'effusione di amorosa inquietudine colla quale la donna si rivela madre o amante: moglie no, perchè le donne, a quel modo, non guardano quasi mai i loro mariti.

Michele, fatto un saluto col chinar del capo, saluto che comprendeva tutti e non era particolare a nessuno, uscì dal palchetto, passò nel Caffè a bere un secondo bicchiere di vino caldo per istordirsi, dopo con unbroughamsi fece condurre alCaffè di Londra, alclub, alCirco Americano, poi di nuovo alclub, dove finalmente incontrò il barone di Sant'Arduino, che Michele cercava in tutti quei giri, per mandarlo a sfidare, insieme ad un altro amico, scelto d'accordo, il capitano Arditi.

—Mi ammazzerà—pensava Michele—ma almeno, dopo un fatto simile, il ministro della guerra si deciderà a farlo cambiare di guarnigione.

Alla cena, ad uno spuntino, non ci pensò nemmeno. La testa gli girava, era stravolto; il tradimento di quella donna ormai appariva evidente:—Arditi lo sapeva certo che Lavinia era al teatro, altrimenti non ci sarebbe capitato all'ultim'atto…. con quel freddo cane!…

—Cercavo di te—disse Michele al barone incontrandolo.

—Lo so, e so pure che cosa vuoi dirmi. Il capitano Arditi m'ha lasciato or ora, m'ha detto che gli è sembrato di vederti risentito per una sua freddura, e m'incaricò di dichiararti francamente ch'egli non aveva proprio nessuna intenzione di offenderti.

—Non si tratta di una freddura, ma di un'insolenza bella e buona, ch'egli gratuitamente mi ha diretto in presenza di una signora.

—Via, siamo giusti, anche tu però….

—Voleva rifarmi la storia della musica italiana all'estero: sfido io, l'ho fermato appena ho potuto.

—Va bene, ma insomma, gli estremi per battersi non ci sono!

—Vuol dire, in tal caso, che tu non accetti d'essere il mio secondo?… Pazienza, me ne dispiacerà moltissimo, te lo assicuro, ma ne cercherò un altro.

Sant'Arduino era amico di Michele, e prevedendo che se lo avesse abbandonato sarebbe stato più difficile l'accomodar la faccenda o il risolverla alla meno peggio:

—Io accetto—gli rispose—senza discutere i tuoi motivi. Solamente ti fo considerare che abbiamo ventiquattr'ore di tempo dinanzi a noi. Stasera sei troppo irritato e nervoso, domattina alle dieci vieni a casa mia, discorreremo e combineremo tutto.

I due amici si separarono, e Michele si avviò verso casa. Colà giunto, trovò il servitore che lo aspettava.

—È arrivata una lettera per lei, signor conte, mezz'ora fa.

—Datemela.

Questa volta il presentimento non ingannò Michele, che lacerò la busta e lesse con un sogghigno d'incredulità: «Domani vi aspetto prima delle due, prima dell'una ed anche prima di mezzogiorno se volete. Bambino, bambino, bambino!—L.»

—Troppo tardi, cara!…—si svestì con fretta concitata, strappandosi i bottoni, si cacciò nel letto e spense il lume senza nemmeno leggere la gazzetta. Sotto l'inaspettata dichiarazione del capitano egli ci vedeva chiaro lo zampino di Lavinia, la quale, volendo salvare la propria riputazione, aveva scritto a lui quel bigliettino per adescarlo, e aveva ottenuto nello stesso tempo dal capitano che gli facesse delle scuse.—Oh! era una scaltra, quella là, e sapeva menare per il naso tutto il mondo. Con lui però non ci sarebbe riuscita, oh no! piuttosto se lo sarebbe tagliato!… Se non fosse per lei, il capitano Arditi che contava tre campagne, due medaglie al valor militare e tanti duelli quanti non bastavano le dita di una mano a numerarli, si sarebbe indotto ad un passo simile?… Perfida!… ma egli si sarebbe vendicato facendosi uccidere ad ogni costo!

Il buon Michele non poteva pigliar sonno: si rivoltava nel letto smaniando, colla gola secca, bruciata dalla sete, e si sentiva nelle orecchie un ronzio fastidioso come se la camera fosse tutta piena di zanzare.

Quando alla fine si addormentò, fu sconcertato dai sogni più strani: Lavinia, in mezzo alle tenebre, con una veste scolorita, i capelli di un bigio chiaro, pallida, gli si avvicinava, allungandosi, assottigliandosi, finchè, come una mignatta, attaccava la sua bocca al petto di Michele e ne succhiava il cuore…. e il povero paziente soffriva la sensazione di un vuoto strano e molesto; poi, d'un tratto, la scena variava. Egli era in mezzo ad una campagna sterminata coll'erba e gli alberi color cenere di sigaro, e vedeva contro di sè il capitano, ch'era diventato magro e lungo come Don Chisciotte, con uno spadone che teneva a due mani; ed egli si lasciava infilare colla stoica tranquillità di un dindio morto; ma poi si avanzava lentamente, con isforzi inauditi, che lo facevano sudare, sulla lama che gli attraversava il corpo, finchè giungeva ad abbrancare il suo rivale fortunato: allora, con ugolinesca rabbia, cacciava i denti nelle carni del capitano e, cosa orribile a narrarsi, Michele, di solito tanto schifiltoso, trovava quella carne saporitissima!…

***

Sì svegliò che erano le nove e mezzo, si vestì alla lesta e alle dieci in punto entrava in casa di Sant'Arduino che faceva colazione; Michele annusò con intima compiacenza il profumo dì unconsommèdi pollo, che davvero doveva essere eccellente.

—Mi fai compagnia?

—No, grazie.

—Sei ancora ostinato come ieri sera?

—Più che mai!

—Allora mi porrò d'accordo con Giuliani per andare insieme dal ca….Ma tu non ti senti bene?…

—È stato un capogiro…. momentaneo!

—Sei pallidissimo…. che cos'hai?

—Ho fame…. cioè, ho sete del suo sangue!

Il buon Michele alludeva certamente al sangue del capitano, ma però, con gli occhi imbambolati, fissava ostinatamente un piatto di prosciutto cotto, dal taglio fresco, soffice, spumoso.

Sant'Arduino se ne accorse.—Tu non hai fatto colazione?—gli domandò.

—Non ho appetito.

—Chè! l'appetito viene mangiando, non lo sai?—così dicendo il barone aveva fatto cenno al cameriere di servire Michele. Questi poco dopo si sentiva la faccia avvolta dal fumo denso, caldo e profumato delconsommé. Cominciò a sorbire le prime cucchiaiate adagio e svogliato, ma poi a poco a poco i suoi movimenti acquistarono una insolita vivacità. Sant'Arduino gli versava delChablise delMédoce Michele lo lasciava fare, mentre prendeva due volte del prosciutto, ingollava una bistecca all'ovo e, dopo di essersi battuto con selvaggio accanimento contro lo stracchino di Gorgonzola, distruggeva adesso un vassoio colmo di tigliate. Il suo volto intanto si rischiarava, l'occhio avea ripreso la vivacità abituale, Michele tornava a sentirsi sano, robusto, contento, e provava una certa contrarietà, pensando di finire ammazzato prima di sera.

Dalconsomméal prosciutto e dal prosciutto alla bistecca, egli aveva cominciato a dubitare del tradimento di Lavinia, la cui figura gli si riaffacciava bionda, colorita, colle sue vaghe linee tondeggianti come nell'originale; allo stracchino, era certo della innocenza di lei, e giunto alle tigliate, una cosa sola non riusciva a spiegarsi: come mai egli ne aveva potuto dubitare.

—Lavinia innamorarsi d'un capitano…. delle armi dotte?… Lasciarsi fare un po' di corte,transeat, ma amarlo? Chi lo sospettava era strambo davvero! Se lo avesse amato, per qual motivo allora fingerebbe con me?… Cento volte, anche ieri, le avrei offerto un pretesto validissimo per mettermi in libertà, caso mai mi preferisse un altro, e lei invece tutti i giorni si fa con me più buona, più paziente, più affettuosa. E poi, bisogna essere giusti; Lavinia non sa fingere e non mi sopporterebbe dalle due alle cinque e dalle nove alle dodici, in media sei ore al giorno, se proprio non mi volesse bene.

In fin dei conti non è mia moglie, io non ho nessun diritto, pur troppo, sopra di lei, motivo per cui non ci vedo lo scopo di fingere in pubblico con me, per il gusto di tradirmi di nascosto; e quell'altro, se ci potesse qualche cosa per davvero, invece di sopportarmi sempre lì fra i piedi, mi manderebbe dritto a quel paese!

—Diamine!… Ma dunque, ero proprio matto ieri?… Lei indurre il capitano a farmi delle scuse, per non restar compromessa? Intanto dalle scuse alle dichiarazioni del capitano ci corre e poi…. e poi non è donna, Lavinia, da simili commedie!… Riepilogando, quale prova mi resta del suo tradimento? L'incontro mio col capitano inVia Nazionale! Grazie tante: ma io non posso dire da dove veniva, ed anzi, se Lavinia non me lo ha confessato, vuol dire che non c'è stato da lei. Certo, quando ieri m'ha veduto con un palmo…. di muso, ne avrebbe indovinata la cagione e con un pretesto; qualunque—ha tanto spirito—avrebbe subito giustificata quella visita clandestina. Come l'ho trattata male…. povero angelo!… Ma bisogna che mi compatisca…. ero proprio matto!… Sicuro!… L'amore fa di questi scherzi!…—E allora Michele, ricordandosi del bigliettino di Lavinia, che gli permetteva di andare da lei magari prima delle dodici, fu preso da un desiderio vivo, cocente, di rivederla, di gettarsi alle sue ginocchia, di confessarle tutti i suoi torti, concludendo però che se il giorno prima era stato matto, lo era stato per il gran bene che le voleva!… Guardò l'orologio; erano le 11. Sant'Arduino, il quale in tutto quel tempo non aveva sentito l'amico dire una sola parola, vedendolo adesso che guardava l'orologio, lo credette deciso più che mai nei suoi propositi di vendetta. Allora ritornò da capo, quantunque sperasse poco di riuscirvi, a tentare di persuaderlo sull'inutilità, e quasi sulla sconvenienza, di quella sfida.

—Dunque—gli domandò Michele, quando l'altro ebbe finito, sfettandosi del panattone che inzuppava nel caffè—dunque tu, nel mio caso, in parola d'onore, accetteresti le dichiarazioni del capitano?

—In parola d'onore, accetterei le dichiarazioni del capitano, che è un uomo leale e di cuore!—esclamò Sant'Arduino, meravigliato e soddisfatto del buon esito della sua eloquenza conciliativa.—Tutt'al più, se lo vuoi, posso fargli sapere, in via amichevole, che tu, risentito un po' dalle sue parole, avevi cercato di me, appunto per chiarirle.

—Sì, questo glielo puoi dire, ma ti raccomando di farlo in modo ch'egli non debba credere ch'io abbia del mal'animo contro di lui, perchè, lo riconosco, egli ha agito con me da vero gentiluomo, con molta delicatezza e cavalleria. Dopo tutto, se l'avesse voluto, sai, mi avrebbe tagliato a fette come quel tuo prosciutto, ch'era proprio eccellente. Hai detto bene. Il capitano è uomo di cuore!

***

Mezz'ora dopo, il buon Michele, leggiero, svelto, felice, colla fisonomia ridente e l'occhio limpido, imboccava laVia Nazionalecanterellando il motivo del duetto:mia vita l'amarti—Se' tutto per me. E confrontando allora quella sua contentezza gaia, serena e confidente, colla torbida infelicità, l'amaro dubbio e il malessere del giorno prima, non potè a meno di domandare in confidenza a sè stesso:—Ero matto…. o avevo fame?

Il signor di Gaucherin non avea chiuso occhio in tutta la notte. Dopo parecchi giri divaltzer, ballati colle più leggiadre donne di Bordeaux, si era gettato vestito sul letto, convulso e torvo. I suoi occhi stanchi guardavano con ripugnanza il riflesso bianchiccio dell'aurora che penetrava dalla finestra socchiusa. Una folla di pensieri foschi, angosciosi, gli turbava la mente. Avrebbe pur voluto dimenticare col sonno le vicende di quella notte; ma non ci riusciva, anzi faceva peggio. Gaucherin era stato ad un ballo, e gli splendori delle gemme e dell'oro, i lampi procaci della gaia giovinezza che per tante ore lo avevano esaltato e commosso, adesso gli suscitavano nell'anima un impeto d'ironia amara e feroce.—Ah! senza dubbio si era avvolta di tanto lusso, di tanta luce quella festa, perchè a nessuno sfuggisse l'ignominia di lui!

L'irrequieto giovinetto era andato al ballo per una donna…. voleva almeno vederla. Gaucherin aveva trent'anni,leiventiquattro. Le fanciulle, quando Gaucherin passava per la via, se lo rubavano cogli occhi. Era bello, e poi aveva fama di ardito, di battagliero. Non c'era stata mano di ferro che l'avesse fatto piegare; la sua spada non ricordava il numero de' suoi duelli, e allora i duelli erano di moda come il ferraiolo a tre baveri e la cravatta a tre giri.

Quanto alla vaga prescelta da questo giovane bruno, forte, affascinante, c'era davvero di che perder la testa. Carlotta di Morny pareva una statua di marmo pario, nella quale una strega in collera cogli umani avesse costretta un'anima strappata dal limbo. In quella donna, nelle sue carni, nelle sue fibre, c'era del ghiaccio. Il suo occhio, quantunque bellissimo, sembrava privo di vita. I fascini che emanavano da lei, erano altrettanti agguati involontarî di una bellezza senza cuore. Aveva la sua forza in un istinto che, mentre temprava la sua virtù, faceva sordo il suo cuore. Era una donna caduta per caso sulla via dell'amore. A ciò non era destinata, ed è per questo che passava fredda, distratta, sicura attraverso quel campo nemico dove, a vent'anni, ogni fanciulla affronta la lotta…. con una corazza di velluto ed un elmo di pizzi e di piume.

Carlotta di Morny quella sera ricevette l'omaggio di cento cavalieri; ma rimase alteramente placida in mezzo al loro caldo entusiasmo: ebbe per tutti un sorriso, una parola, un saluto ugualmente cortese, ma senza scomporsi dalla sua attitudine di regina annoiata, senza che mail'eterno femmininoscoperto da Goethe avesse in lei un solo lampo di vita. Anche durante la danza, nel giro febbrile, vorticoso, insidiatore delvaltzer, ella, strana cosa, si mantenne impassibile. I suoi riccioli biondi ondeggiavano appena quando le coppie incrociandosi le une colle altre mettevano in iscompiglio l'aria tepida, odorosa, che tutto e tutti circondava. Ma dopo un lungo ballo, quando il cavaliere garbato s'inchinava innanzi a lei, asciugandosi con una pezzuola di seta la fronte infiammata, notava, sorpreso e dolente, la tranquillità inalterabile della sua dama. Ella era rosea, avea l'occhio sereno e l'atteggiamento di chi vuole la quiete perchè ama la quiete soltanto. Ma il male si è che in quella festa c'era stata una vittima nuova, impensata di questa sirena noncurante e fatale. Il signor di Gaucherin se ne era fortemente innamorato, e siccome fra le sue abitudini avea pur quella di far tutto alla lesta, così si spiegò con lei spiattellandole la sua brava dichiarazione durante un giro divaltzer. Con voce rotta dalla commozione e dall'urto della danza, egli le disse che già da qualche tempo aveva perduta la pace; che sentiva bisogno di lei come dell'aria, della luce; che non era bugiardo giurandole di amarla immensamente. Le disse, insomma, tutte quelle belle cose che son sempre le stesse in ogni idioma; ma alle quali si lavora assiduamente col pensiero prima di esprimerle, studiandone il modo e la forma più efficace, paventando con una timidità inusitata e nello stesso tempo affrettando con un'ansia indicibile il momento nel quale saranno ascoltate.

Gaucherin parlò tremando. Egli citato per la sua serenità quando rischiava la vita, egli che sorrideva in faccia ad ogni pericolo, balbettava, colle ginocchia che gli si piegavano, dinanzi a questa donna, e quando ebbe finito, aspettò confuso, impacciato, ubriaco quasi, una parola di lei. Ma la bionda creatura non rispose nè con una parola, nè con un sospiro e nemmeno col rossore del volto.

—Nulla?… Non mi dite nulla?—esclamò Gaucherin fatto pallido e cogli occhi fissi, lucenti.

—No…. Questa musica allegra e appassionata ad un tempo non è certo adatta per quello che io vi risponderei; ma però non posso disconoscere ch'essa ha pur la potenza d'inspirare sentimenti quali voi dite di sentire per me.

Ciò detto, mollemente si adagiò sopra un divano: aveva parlato abbastanza chiaro…. e Gaucherin, quantunque pazzo d'amore, lo comprese; s'inchinò addolorato, attraversò la sala, e giunto nel mezzo, si voltò per salutarla ancora, quasi mendicando cogli occhi un ultimo atto di compassione. Carlotta di Morny non lo vide, lo aveva già dimenticato e rideva, rideva deliziosamente col marchese di Tracy che si sarebbe detto la stasse aspettando appoggiato alla spalliera dorata di una poltrona vuota.

A Gaucherin quel sorriso punse e rimescolò il sangue; non tremava più; si fermò guatando i due in modo da far paura; ma allora il marchese di Tracy, sghignazzando e guardando lui beffardamente, si sedette al fianco di Carlotta. Per Dio! non l'avesse mai fatto!… A Gaucherin parve di morire. Il cuore gli mancava, si sentì traballare, ma fece violenza e imperò su sè stesso. Si guardò ancora d'attorno, e là, nel mezzo alla sala, urtato, serrato, spinto dalle coppie che ballavano, avvolto da un'onda di luce, tormentato da un'afa soffocante, credette per un momento che tutti ingrossassero la voce deridendolo, come aveva fatto il marchese di Tracy; vide moltiplicarsi le fiamme dei doppieri, e tingersi in bianco, in giallo, in rosso, e quella musica folle, spensierata, egli la sentiva sghignazzante e pettegola, esultare all'oltraggio patito da lui come ad una bastonatura di Pulcinella.

Il suo primo pensiero, forse il suo primo impeto, fu quello di gettarsi sul marchese e di schiaffeggiarlo; ma lo scandalo sarebbe ricaduto su quella donna che, se si era fatta il suo tormento, era pur sempre il suo amore, e si trattenne. Invece, coll'odio nell'anima, facendo sacramento a sè stesso di far scontare al marchese quella sua beffa temeraria, corse a casa, si buttò sul letto, pianse di rabbia, ma promise a sè stesso di aspettare il momento propizio.

***

La stagione delle danze, dei teatri e delle allegre cene era terminata. Il maggio, colle sue rose, colle sue rondini in cerca del vecchio nido e coi ruscelli colmi d'acqua appena calata giù dall'alto, metteva fremiti nuovi di nuovi amori. Una gran benedizione discendeva dai cieli tepidi, tersi e diffusi, parlando di pace, di gioia, sorridendo benigna al fecondo lavorìo della natura. Ma il signor di Gaucherin, da quella notte, si era fatto infelice e cupo. Era stato offeso, odiava e ancora non avea trovato il destro di vendicarsi. Quel riso beffardo lo seguiva dovunque, se lo sentiva d'attorno: era l'incubo della sua vita. E mille volte in cuor suo, mentre le voleva un bene pazzo, smanioso, furente, imprecava contro quella donna che ignorava lo strazio della sua anima, che non poteva neanche comprenderlo; ma che lo rendeva incapace di difendere il suo orgoglio. Se ella non fosse stata, oh, allora!…

Da due mesi Gaucherin cercava invano un pretesto. Il marchese di Tracy non sospettava nemmeno di avere ai fianchi un così acerrimo nemico; ma però se ne accorse il giorno soltanto ch'egli comprese la provocazione. Fu un'inezia, che fra diversi contendenti e in altri tempi avrebbe tutt'al più messo un po' di dispetto. Sangue non se ne sarebbe versato, o quel tanto solamente che ne poteva correre da una scalfittura. Ma quelli erano tempi intolleranti, per così dire, e maneschi. Nel 1829, il duello era una frenesia della vita; affrontare così balordamente la morte, una seduzione. La temerità si confondeva coll'eroismo, essere audaci voleva dire essere celebri, così che talvolta il punto d'onore e la cavalleria giustificavano un assassinio, legalizzando la ragione del più forte. Illiondel giorno era Choquart, guardia del corpo, spadaccino insolente e frenetico, il quale avea avutoquarantaduelli ed altrettante ferite, che alla mattina si svegliava col prurito di trovare una briga, e con questa spavalda aspirazione entrava nelle botteghe dei parrucchieri, gridando con voce grossa e volgare:

—Non usano più i capelli tagliati; è una cosa da stupidi; ve lo dico io; io! pronto a schiaffeggiare il primo che mi smentisce!

E da ciò un tafferuglio, mezza dozzina di pugni, la conseguente sfida e la relativa stoccata che metteva a letto per un mese l'uno o l'altro dei contendenti.

Erano tempi da matti, quantunque con un'apparenza severa e castigata. Da tre anni ì duellisti si erano costituiti in associazione, tutti guasconi, per la maggior parte. Perfezionarsi nella scherma era lo scopo e il vanto; sciabolare, storpiare, uccidere, il lugubre ideale. Le autorità per tre anni tentarono invano di porvi riparo. Il giorno che si misero a perseguitare quell'associazione, due prefetti e un generale, avversarî e vittime dello stesso pregiudizio, pagarono colla vita il loro zelo soverchio. Alla fine gli ufficiali dell'esercito si sollevarono contro questa bestiale manìa; ma il rimedio fu peggiore del male. Era una lotta decisa, pronta, inesorabile, barbara; era togliere la piaga uccidendo l'ammalato, seminare il dolore dove c'erano e madri e spose e sorelle che imploravano misericordia. La morte non si presentava più come un fantasma nero ed immane che cercava gli eroi; ma come un fantoccio insensato e buffone che amava i capricci.

Appunto sotto questi auspizi i due vagheggini della Morny si mandarono i loro padrini. Il signor di Gaucherin era capitano d'artiglieria, duellista audacissimo, uccisore diundicimembri dell'associazione che gli ufficiali dell'esercito si erano proposto di distruggere. Il marchese di Tracy era l'ultimo dei duellisti guasconi: l'ultimo…. perchè era stato il più forte.

Presso ad Archon i due rivali si trovarono di fronte, in un bel giorno di fiorita primavera, tutto sole, in mezzo ad un vasto campo serrato da verdura nuova e palpitante: la morte non ebbe mai un più festevole sudario.

Ilprocesso verbale, firmato in piena regola, stabiliva che i due avversari, armati entrambi di due pistole, si dovevano porre alla distanza di venticinque passi, con facoltà di far fuoco l'un contro l'altro, avanzandosi a piacere. Non c'erano sottintesi: l'uno o l'altro dei due doveva, come si dice, restar sul terreno.

Al segnale, il signor di Gaucherin fu il primo che si mosse: altero, sicuro, cogli occhi fissi nel volto del suo avversario, dove pareva a lui che errasse ancora il ghigno di quella notte; ma non aveva fatto cinque passi che il marchese di Tracy sparò il primo colpo…. nessuna fronda d'attorno si mosse. Gaucherin si fermò un istante, fu visto un fremito sulle sue labbra, si fece ancor più pallido, ma continuò, colle braccia protese, le armi ferme nel pugno, il suo cammino…. Adesso anche egli ghignava; l'ora tanto aspettata, sognata, era giunta. Che importava a lui della palla che gli bruciava nel petto?…

Il marchese di Tracy pareva un gigante di granito. Era forse più audace in quella immobilità suprema. Attese, altero come un leone, e quando Gaucherin non fu che a dieci passi da lui, sparò il secondo colpo. Uno sgomento si librò allora su quel campo così lieto, eppur così desolato; un grande sgomento, giacchè il marchese di Tracy, gettate a terra le armi, colle braccia incrociate, immoto, baldo, aspettava la morte, mentre Gaucherin, insanguinato, colle sue pistole ancora cariche si avanzava inesorabilmente spietato.

Egli camminava con una lentezza paurosa: guardò le pistole, osservò freddamente l'acciarino, le montò con cura e le appuntò alle tempie del marchese di Tracy.

Gl'istessi padrini si ribellarono a quell'atto.

—Fermatevi, Gaucherin! Voi uccidete un inerme—gridarono—Basta!… cotesto è un assassinio!

Ma nè il marchese ebbe un pensiero di speranza, nè Gaucherin un atto di compassione. Si volse, ebbe tanta forza di volgersi, volle parlare, ma un fiotto di sangue gli spumeggiò sulla bocca, e colle pistole ferme sulla fronte del suo rivale sparò sghignazzando beffardamente.

Il marchese di Tracy cadde fulminato ai piedi di Gaucherin, che un'ora dopo spirava.

…. Carlotta di Morny, causa involontaria e insciente di così orrenda tragedia, al racconto che gliene venne fatto si rivoltò inorridita. Però non pianse nè il signor di Gaucherin, nè il marchese di Tracy.

A dispetto della sua giovinezza, quella donna non era stata mai viva.

Il signore cerca della marchesa Giulia o della marchesa Lucia?…—domandava un coso lungo, secco, in livrea, ad un giovanotto elegante, un bel giovanotto, nell'anticamera del palazzo Tolosana.

—Cerco della marchesa….—e qui ci pensò sopra:—Cerco della marchesa Lucia—disse poi, quando si credè sicuro del fatto suo.

—Allora da questa parte—e Battista, perchè come tutti i servitori del mondo, anche lui si chiamava Battista, precedette l'elegante visitatore in un gabinetto di temperatura e di lusso quasi orientale, tutto dorature, specchi e arazzi, fiori e gingilli.

—Chi devo annunciare?

—Gino de' Recanati.

Battista s'inchinò un'altra volta, e uscì lasciando solo il signore, il quale approfittò del momento per riparare, con una mano, ai guasti che avea fatto il cappello sulleondedella capigliatura.

***

Oltre di essere un bel giovanotto, il nostro Gino era anche un giovane ammodo e aveva tutta l'aria del gran signore e del diplomatico. Gino de' Recanati era infattiattachèalla legazione di Spagna e si trovava allora in congedo a Roma…. per le Corse dei Barberi.

Aspettando la bella marchesa di Tolosana egli si guardava dentro allo specchio e misurava le sue forze d'assedio e d'assalto…. A farla breve, da quattordici ore egli era cotto della marchesa Lucia; l'aveva veduta la sera prima al ballo della duchessa Melikoff, le avea parlato, avea ballato con lei. Lucia non era una bellezza romana; piuttosto sembrava una donnina balzata fuori viva e fresca da un capitolo di Feuillet. Il corpicino pieno di grazia…. nervoso, flessuoso, vivace. L'occhio ora provocante ora languido, aveva alle volte un'espressione scaltra e beffarda. Vestiva come acconciava i suoi capelli rossicci copiosissimi, cioè con un disordine pieno di eleganza e di ardire. Rideva, parlava, gestiva continuamente, mostrando due fila di dentini da bambina e due fossette alle guance pienotte. Due fossette che pareano fatte apposta per raccogliere i primi…. e gli ultimi baci dell'innamorato.

Recanati non durò gran fatica a perdere la testa per una creatura tanto piacente; ma però un merito la cara marchesa glielo doveva pur riconoscere; quello di essersene invaghito subito subito, senza titubar nella scelta fra lei e sua cognata, perchè, bisogna anche sapere che Lucia aveva una cognata, la marchesa Giulia, donna che, in un altro genere di bellezza, era pure un astro dei più sfolgoranti.

Le due cognate erano l'una al braccio dell'altra quando Gino le notò per la prima volta:—Ohe! c'è del buono!

—Le conosci?—domandò il nostro amico al conte Raiberti, un ufficiale di cavalleria che a Roma faceva al nuovo arrivato gli onori dell'ospitalità.

—Mezz'ora fa mi ci ha presentato il Vitalis.

—Vuoi fare a me lo stesso piacere?

—Volentieri.

—Chi sono?

—La prima è la marchesa Giulia di Tolosana, vedova….

—Peccato! Non ne parliamo più…. E quell'altra?….

—Quell'altra è la marchesa Lucia, una Tolosana anche lei. Hanno sposato due cugini. Uno è morto, quello della marchesa Giulia, e l'altro, quello della marchesa Lucia, è vivo e sano….

—Meno male; e che la grazia di Dio lo conservi!

Gino fu presentato alle dame. Egli ballò una contraddanza colla vedova, per convenienza, poi unamazurkae unwaltzercon quell'altra, per…. per il gusto che ci trovava. Alcotillon, il cuore, la felicità, l'avvenire del nostro diplomatico, tutto insomma era già nelle mani della bella Lucia.

—Quando mi sarà concesso di rivederla, marchesa?…

—Ricevo gli amici tutti i giorni dalle due alle quattro.

—Allora mi permette di venire dalle quattro alle cinque?

—Come! non vuol essermi amico?

—La conosco da troppo poco tempo per esserlo, e l'amo già troppo per diventarlo.

—Oh! oh! Una dichiarazione?!…

—No. Una confessione.

—Allora c'è un peccato da assolvere?

—Non lo so, perchè è la prima volta che provo…. quello che provo!

Finito appena ilcotillon, Lucia e Giulia furono delle prime a partire, e naturalmente anche lui, Recanati, s'affrettava a lasciare la festa.

—Sai, Gino, gli disse il conte Raiberti che l'incontrò nell'anticamera, devo farti delle rettifiche a proposito delle cognate.

—Delle cognate?

—Cioè delle due cugine, delle Tolosana insomma che io credeva cugine, mentre invece sono cognate perchè hanno sposato due fratelli. Uno per una.

—Ah! tu in fatto di parentele sei sempre lo stesso confusionario.

Gino, uscito da casa Melikoff, contro al solito quella notte non si avviò verso ilclub. Aveva bisogno di essere solo, di fantasticare. Passeggiò come lo portavano le gambe, a caso, per viottoli e strade deserte, camminando nel fango e nelle pozzanghere colle sue scarpine da ballo, colla pelliccia aperta, quantunque facesse un freddo acutissimo, e col paracqua chiuso quantunque cadesse un'acquerugiola fitta come neve. Suonavano le quattro quando si trovò sulla porta dell'albergo.—Le quattro!… Dodici ore ancora!… Una eternità. Per accorciare il tempo non c'è che uno spediente: dormire…. se si può. Gino fece prova di questo espediente, e il giorno dopo, alle tre, quando il cameriere aprì le finestre della sua stanza, egli sognava la moglie del superstite Tolosana.

***

—Bravo Recanati! Credevo che ella si fosse dimenticato dell'impegno che avea preso—disse la marchesa Lucia animando il salottino colfru-frudella sua veste di seta turca ed inondandolo con un profumo acuto, inebriante; un profumo ed unfru-fruche scossero tutte le fibre di Gino.

—Dimenticarmene?… Se da ieri notte io non fo che pensare a lei! non fo che desiderare questo momento, imprecare al tempo, pigro, eterno, noioso?!

—Dio mio, quale crescendo! Badi però che sono le quattro suonate.

—Lei m'ha detto, marchesa, che riceve dalle due alle quattro….

—Appunto; come vede, avrebbe potuto imprecare al tempo così eterno, così noioso, due ore di meno. Ma via, non si confonda e impari a essere meno eloquente e più…. e più utile. Butti giù, da bravo, la tenda di quella finestra, così non mi vedrà arrossire ai suoi complimenti.

Gino ubbidì. Difatti dalla finestra entrava una striscia di sole molesta, sfacciata.

—Adesso però io non la vedo più;—esclamò il galante mortificato.—Era sole d'inverno e di tramonto, e, abbassata così la tendina, essi rimanevano in una oscurità quasi completa.

—Si consoli; non ci scapiterà molto!…

—Forse, avendo imparato a vederla anche quando non sono con lei….

—Così presto?! Ma in tal caso ella avrà lavorato di fantasia, e ora, veduta a occhio nudo, chi sa come le sembrerò brutta!

—Divina!… Adorabile!…—Queste due volgarità Gino le aveva lasciate sfuggire a denti stretti, schiacciando quasi, con un moto convulso, il cappello fra le ginocchia. Benchè alle volte egli fosse pieno di spirito come un termometro, adesso lo spirito era svaporato del tutto. Egli si sentiva molto…. molto commosso. L'oscurità del salottino, alla quale il suo occhio si abituava, lasciava distinguere, a poco a poco, la bella marchesa di Tolosana che si disegnava fantasticamente fra i colori vivaci della seta e dei velluti. Di quella bizzarra creatura, Gino intravvedeva la linea pallida del collo e delle spalle, una linea che si allungava via via completandosi, quando a Lucia, che era tutta un continuo movimento, si apriva meglio la scollatura a cuore della veste. E distintamente, anche nell'oscurità, vedea disegnarsi il biancastro delle braccia tondeggianti, che, nude fin sopra il gomito, uscivano dalle maniche larghe e cortissime, e poi…. e poi tutta quella massa di capelli, quel disordine, quella confusione di capelli che, lunghissimi, le cadevano sul collo sulla faccia, sulle spalle, penetrando qualche ciocca indiscreta anche nell'apertura della veste; il profumo intenso, nuovo, particolare a quella donna, e il caldo della stufa e i fiori…. Insomma, se a Gino era svaporato lo spirito, bisogna pur compatirlo!…

—Adorabile!… Divina!…

—Recanati, attento! È la quarta delle dichiarazioni ch'ella mi fa in cinque minuti, e così non mi lascia nemmeno il tempo di poterle gustare.

—Marchesa cattiva! cattiva! Per amarla troppo terminerò coll'odiarla.

—Il caso non sarebbe nuovo, ma:

Sì fieri sensi nell'ardente pettoChi v'ispira, o signor?

—Sfido io! Non c'è caso ch'ella voglia prendere le mie parole sul serio!

—Oh! Se non prendo le sue parole sul serio, dovrebbe ringraziarmene, caro Recanati—e qui l'accento ebbe un'intonazione molto marcata.—Se no, scusi, sa, scusi, ma, a quest'ora…. me ne rincrescerebbe tanto per la diplomazia, ma….

—Marchesa, non era mia intenzione l'offenderla.

—Lo credo, e non si sgomenti. A me piace lo scherzo e ho capito che piace molto anche a lei, ecco tutto.

—Ella certo non può dubitare della mia stima!

—Oh no; perchè sono abbastanza sicura del fatto mio, ma lei, come lei…. Mi conosce da dodici ore e pretenderebbe di amarmi non solo, ma pretenderebbe anche di farsi amare e….

—Non lo pretendo, marchesa, lo desidero.

—Un momentino; lasci finire. Appena presentato, subito mi scarica addosso una dichiarazione fulminante. Io ne rido; e lei, con una disinvoltura invidiabile, giù la seconda, la terza, la quarta: una raccolta non sempre originale, ma molto ricca. Continuo a ridere, per il meno male, e allora, con un talento superiore a qualunque filodrammatico, mi recita per benino la parte del cruccio e dell'ira. Senta, se lei mi lascia ridere, rider di cuore, potrò credere che, pure scherzando, abbia della stima per me; ma se invece dubita solamente che io possa accettare le sue, sarò buona e dirò le sueamabilitàsul serio, per valuta corrente, nei miei Stati—la sua passione che dura da dodici ore, delle quali ne avrà dormito otto per lo meno, mi condurrebbe a delle conclusioni contrarie, credo, ai suoi desiderii.

Ella rideva mentre parlava, rideva con un riso fresco, giovane, sonante, e le fossette delle sue guance si facevano più profonde e più tentatrici.

—Sì…. dodici ore, sarà; ma dodici ore sono più che abbastanza per diventar matto!

—E allora, per ritornar savio, quante ore pensa che le possano occorrere?

Gino, a questa lezione, perchè, anche detta ridendo, mentre ella, con una mano, si accomodava i capelli dietro la nuca, mostrando così tutto il braccio nudo e facendo risaltare le curve squisite del busto, era sempre però una lezione, Gino si trovava maluccio….

—Chi le assicura che io l'abbia veduta per la prima volta ieri sera?—diss'egli come l'uomo che nuota a caso in cerca di una tavola di salvamento.

—Raiberti me lo ha assicurato mezz'ora fa.

Raiberti era un buon diavolo, ma chiacchierava troppo.

Esso raccontò alla marchesa l'esclamazione di Gino al sentire che Giulia era vedova, la confusione delle parentele; raccontò tutto, in una parola. D'altra parte era la sua prima visita, e si riteneva fortunato di avere così un argomento qualunque da mantener viva la conversazione.

—Ma Raiberti non lo poteva sapere.

—No?… Se mi ha detto che son due giorni soli ch'ella è qui a Roma e che era assente dall'Italia da cinque anni?

—Questo non vuol dire. Non è la prima volta che ci vengo.

—Ma io, cinque anni fa…. cinque anni fa ero già fidanzata.

—Fidanzata…. pur troppo!—Dicendo queste parole, egli prese una cera rassegnata, si avvicinò a Lucia che, sicura di sè, non si ritrasse nemmeno, e:—Se io le dicessi—continuò—di aver portato meco in questi cinque anni di esilio….

—D'esilio?… In Ispagna?… Alla Corte?… Con una incoronazione, due matrimoni e un funerale?

—Cinque anni di esilio, perchè non ho potuto dimenticare mai ciò che io avevo lasciato in Italia, qui a Roma.

—Raiberti me lo ha detto: una nonna adorata!…

—Marchesa, questa è cattiveria, è crudeltà….

—Via, via, da bravo! quella brutta faccia non gliela voglio vedere!…—e Lucia stese una delle sue piccole mani a Gino, che la prese e la strinse…. anche un po' troppo.

—Avevo lasciata in Italia, una fanciulla bionda, pallida, con due occhioni neri.

—Non la si può dire una rarità della specie; tutte le bionde, da poco in qua, hanno gli occhi neri.

—Lei…. non si ricorda di nulla, lei?—Gino prima di andare avanti aveva bisogno di un qualche indizio per poter regolarsi.—Imbecille! Perchè non sono andato alclubieri sera?—pensava intanto fra sè.—Avrei potuto forse conoscere suo marito e raccogliere qualche informazione opportuna.

—Non si ricorda di nulla, lei?…

—Io?… Di nulla!

—Non si ricorda di avermi veduto mai, nè al Pincio….

—No….

—E nemmeno al Valle?…

—Al Valle, cinque anni fa? Ero ragazza!

—Cioè all'Apollo, volevo dire.

—Ci sono stata una volta con papà. Allapremièredell'Aida.

—E non si ricorda di avermi veduto!…—soggiunse Gino, il quale finalmente si sentiva in porto.

—Io no. Ero fidanzata, e capirà bene, io non guardava che il marchese di Tolosana.—Così dicendo Lucia abbassò gli occhi sospirando profondamente; profondamente davvero.

Gino pensò, con una soddisfazione colpevole, che anche quel marito non andava a versi alla moglie.

—Io non conoscevo alcuno—continuò il diplomatico—ero a Roma, per gli esami, da pochissimo tempo. Entro in teatro, mi guardo attorno svogliatamente e vedo…. vedo lei, marchesa, in un palco di….

—Di second'ordine.

—Appunto…. In seconda fila. Vederla, e restare colla bocca aperta, assorto in una muta contemplazione, fu tutt'uno. Le cantilene di Selika e di Nelusko….

—Cioè di Radames e d'Aida….

—Di Radames e d'Aida, trovarono la mia mente, i miei sensi distratti. Tutta la mia vita era negli occhi, negli occhi che contemplavano lei, e la divina musica di Verdi rimaneva soffocata da un'armonia celeste dell'anima, che mi trasportava in un altro mondo, in una follia di desiderii e di sogni. Egli è che allora conoscevo l'amore per la prima volta, egli è che allora per la prima volta imparavo ad amare. Finito lo spettacolo esco dalla sala per incontrarla all'uscita. Mentre la vedo passare bionda, pallida, sottile, come la figura d'Ofelia nella mente di Shakespeare innamorato, scorgo un collega:—Conosci quella giovinetta? domando.—È la…. Qui Recanati s'interruppe un istante: il casato di Lucia non lo sapeva.—È la fidanzata del marchese di Tolosana—mi risponde. Creda, marchesa…. mi sono sentito una mano ghiacciata serrarmi la gola, un coltello piantarsi nel cuore….

Lucia non rispose, pareva commossa…. anche lei pareva avesse perduto lo spirito.

—Ricordo di averla veduta quella sera con…. con un….

—Con mio padre.

—Appunto. Un signore…. piuttosto in età….

—Alto di statura….

—Sicuro, alto…. un po'….

—Un po' magro.

—Un po' magro….

—Colla barba bianca.

—Oh bianchissima. Vede bene come ricordo ogni più minuto particolare!

Lucia lo guardò con un'occhiata che era una carezza, e sfogliando a caso uno deglialbumche teneva sul tavolo, mostrò un ritratto a Gino.

—Lo ricorda?…

—Suo padre?…

—Mio padre.

—Tal e quale.—Eppure, pensava Gino guardando il ritratto, quella barba io la conosco.—Le rassomiglia molto.

—Le pare?

—Tutta lei. Come era bella anche allora! Con suo padre nel palco formavano un quadretto, tutt'e due, che non ho mai potuto dimenticare.

—Tutt'e due?… Cioè, tutti e tre, perchè c'era anche mia sorella.

—Sicuro, ma…. non se n'abbia a male…. con sua sorella era il quadretto veduto, solamente lei era quell'altro; quello conservato nell'anima.

A questo punto, Gino baciò lentamente la mano della marchesa. Lucia lo lasciò fare abbassando la vaga testina e così si aperse un po' più la scollatura dell'abito. Cominciava ad esser commossa anche lei, non della commozione effervescente di Gino, ma di una specie di malinconia tranquilla e profonda.

—Ebbene, signora Lucia…. Permetta che io la chiami così, per una volta sola almeno; ebbene, signora Lucia, quando le avrò detto che sono cinque anni, cinque lunghi anni che io vivo per lei e con lei, crederà ancora che, se sono pazzo, mi possano bastare poche ore per ritornar savio?

Lucia lo guardò, sorrise, e poi abbassò la testa anche di più:

—Oh se fosse proprio vero…. cinque anni…. allora…. allora sarebbe tutt'altra cosa!…

Recanati intanto continuava a farsi più e più vicino, e già, con un ginocchio, toccava la veste della marchesa.

—Io non pretenderei, certo, non pretenderei mai di essere amato, ma se tutto quello che ho sofferto in cinque anni, tutto quello che ho sofferto di dolori, di gelosie….

—Gelosie….—e qui la marchesa sospirò un'altra volta—adesso lei non avrebbe più ragione di essere geloso….

—No?…—Curiosa! pensava tra sè il diplomatico, fra marito e moglie le relazioni sarebbero dunque interrotte?—Ascolti, marchesa—riprese poi rinfrancato da questa nuova scoperta.—Ascolti. Mi deve rispondere con franchezza, con serietà. Se lo ricordi, non ha il diritto di scherzare colla passione di un uomo, perchè ha il diritto di non parteciparvi!

Lucia lo guardò con uno sguardo tenero, lungo, e riabbassò di nuovo gli occhi.

—Quando io facessi tutto ciò che il suo capriccio fosse per domandarmi, quando io superassi tutte le prove alle quali le piacesse di sottopormi, fra un anno, fra due, fra dieci, potrei forse sperare….

—Che cosa?…

—Una sua parola…. una sua parola sola…. Mi dica qualche cosa, marchesa…. Non rimanga così muta…. la prego, la supplico…. Dunque?… Sì o no?… Parli!…

—…. Forse! Chi sa!…

—Forse! Ah! Grazie, grazie; sente dunque che…. un giorno…. E allora si mostri buona, abbia della compassione per me. Non mi faccia aspettare troppo quel giorno. Sarebbe una crudeltà!

—Ma bisogna intendersi prima sul tenore di questa parola….

—Le domando solo di lasciarmi spendere la vita, tutta la vita, per adorarla in ginocchio. Domando di essere l'uno dell'altra per sempre! Oh! se potessi portarla con me, fuori dal mondo che ci separa, in una campagna isolata, lontana, lontana….

—Ma se io la dicessi, quella parola…. potremmo vivere così.

—Liberi?

—Come l'aria.

—Decisamente sono divisi—concludeva Gino—e quello stordito diRaiberti che non me l'ha detto!… Scommetto che l'ha fatto apposta.

—E allora tanto più se ella è libera, parli, parli subito. Dica tuttociò che compendia il mio sogno di cinque anni. Sarebbe così bella la nostra vita!

—No. Ella deve prima conoscermi meglio. Conoscermi a fondo. Ho dei difetti, sa; sono stata viziata, perchè sono stata anche molto amata.

—Conoscerla? Ne ho forse io di bisogno? La donna che si ama, s'indovina, si sente.

—Il passo è grave ed io voglio lasciarle tempo a riflettere….

—Riflettere?! Riflettere quando l'amo?

—Si tratta della libertà, si tratta di tutta la vita, ci pensi!

—Ma s'è già nelle sue mani tutta la mia vita!

—Allora….

—Allora? Ebbene!… allora?

—No, no, parta, signore. Un altro giorno mi ringrazierà di non averle ceduto, di non averla sorpreso, quasi, in un momento di esaltazione.

—Partire? Partirò dopo che m'avrà detta quella parola, non prima, di certo.

—Ma se io le dicessi questa parola oggi, subito, che cosa poi potrebbe pensare di me?…

—Che siete un angelo!—rispose Gino, tentando ilvoiper la prima volta.

—No, non sono un angelo—e qui Lucia, a sua volta, cogli occhi umidi, lucenti, accesa nel volto, tremante, pareva in preda anche lei all'orgasmo, in uno stato, pareva, di eccitamento nervoso.—No, non sono un angelo. Sono una povera donna che sente, che sente troppo, forse. Un linguaggio così appassionato, la confessione imprudente di un amore che dura da cinque anni, solitario, pieno di fede e senza alcuna speranza…. tutto ciò mi ha commossa, sconvolta. Oh, signore, dev'esser buono lei, che è tanto forte: ebbene, abbia un po' di compassione per me.

—Cara….

—E poi ella mi ricorda nella voce, nel volto, negli occhi…. mi ricorda….

—Chi vi ricordo?…

—No, no, parta, parta finchè sono padrona di me. Parta, non mi guardi in quel modo…. Mi fa male. No, è inutile, oggi, così subito, non voglio dirla quella parola. No. Sia buono. Non mi guardi così!—Ma il diplomatico si ostinava a fare il cattivo, e mentre sbarrava ancora di più gli occhi, fissandola, pareva volesse magnetizzarla, con una mano era penetrato adagio, adagio fra la spalliera del sofà e la vita della marchesa che, d'un tratto, strinse forte contro il suo petto.

—Ah! Demonio!

—Angelo!… Quella parola la voglio!

—No!…

—E allora già io non vi lascio.

—Ah! Mio Dio! Ebbene…. sì…. sì, sarò vostra moglie!

—Mia moglie?!—esclamò Gino e, rallentate le braccia, ritornò fermo, al suo posto.—Mia moglie?!… Cioè…. come sarebbe a dire?…

—Credo che non mi vorrete offendere, signore; credo che non avrete pensato nemmeno per un istante di poter ottenere il mio cuore, senza prima avermi fatta vostra moglie. Credo che non sarà una colpa quella che dopo cinque anni di amore venite a propormi.

—No, no certo, signora marchesa…. solamente…. mi avevano detto…. che…. vostro marito….

—Mio marito, dal cielo, mi perdonerà.

—Dal cielo?!…—Ah imbecille d'un Raiberti, imbecille!—pensava Gino che si sentiva la voglia d'inghiottirselo crudo come un'ostrica.—Egli ha confuso le due. La maritata era quell'altra!—e intanto continuava a ritirarsi, restringendosi in fondo al divano; non sapeva più quel che si facesse, asciugava il sudore coi guanti, cercava la lente che teneva nell'occhio, avrebbe voluto rispondere, ma non sapeva infilar due parole. Quella che avrebbe infilata molto volentieri, sarebbe stata la porta.

—Credete, siete certa davvero che vostro marito dal cielo perdonerà se….

—È la sua immagine ch'egli mi fa rivivere in voi.

—Grazie tante del miracolo—masticò Gino fra i denti e la bile.

—Voi gli rassomigliate in un modo singolare.

—Io?… Gli rassomiglio?

—Nel volto, negli occhi specialmente. È per questo che ho sentito subito di volervi bene.

—Era lui, dunque, che io poco fa vi ricordavo?

—Sì, ora posso confessarvelo…. Ora posso dirvi tutto, perchè oramai siamo uniti per sempre. Appena voi mi foste presentato ieri sera, io ho sperato quasi in una risurrezione. Aspettavo una vostra parola d'affetto come….

—Veramente, in principio, mi avete trattato piuttosto male.

—Volevo mettervi alla prova, e poi temeva quello che non è, fortunatamente. Temeva, e lo temeva per il mio avvenire, per la mia felicità, che voi foste un vagheggino sciocco, presuntuoso e leggiero, con nessuna stima nelle donne, e con nessun rispetto per il loro onore; unirresistibiledi professione, un Don Giovanni da strapazzo che si crede un gran Sultano e passeggia colle tasche piene di fazzoletti per….

—Ma il vostro dubbio….

—Oh! Il mio dubbio offendeva il vostro carattere, come offendeva la cara memoria di colui che voi mi ricordate tanto!

—E per ciò….

—E per ciò capisco che vi debbo un'ammenda…. ebbene, io vi domanderò perdono a Tolosana…. una villetta appartata dal mondo, una villetta chiusa da tanti anni, ma che si riaprirà con voi, perchè con voi riavrà l'adorato suo ospite e signore. Mi avete aspettato cinque anni ed io non ho il diritto di essere crudele, non voglio farvi aspettare di più. Ecco la mia mano, è vostra. Daremo un addio per sempre alla società, al mondo, alle feste, ai balli, ai teatri, alla Corte, come avete desiderato, per vivere noi due soli, in campagna, in mezzo al verde, lontano, molto lontano, raccolti nel nostro amore, fra

Pianure interminabili e collineDi perpetua verdura inghirlandate;

solamente rallegreranno la solitudine i miei figli che amerete…. come un giorno amerete inostri, non è vero?

—I vostri figli?

—Quattro….

—Quattro?

—Quattro angioletti. E verrà con noi, a Tolosana, mia madre….

—Anche la suocera!—borbottava Gino, sospirando un treno diretto che lo riportasse a Madrid.

—È un po' nervosa, irascibile, malaticcia…. ma è un angelo anche lei!

—Anche lei! Tolosana, cara, diventerà la scala di Giacobbe!

—Ah! Gino, ripetete ancora le vostre divine parole di poco fa: Come sarà bella la vita!

Lucia, così dicendo, questa volta si avvicinò lei. Ma a Recanati non pareva più la medesima. In quelle tenebre l'occhio si era assuefatto e vedeva che la carnagione della marchesa non conservava più la prima freschezza e che molto candore lo doveva alla cipria. I capelli non erano biondi, ma rossi, il disordine della pettinatura di pessimo genere, i colori sfacciati della veste di pessimo gusto, e il profumo che aveva intorno quella donna era un odore insopportabile di kaenferia, da far venir l'emicrania.

—Prima però…. ho da regolare qualche affaruccio…. e bisogna per pochi giorni che io ritorni in Ispagna….

—Benissimo, andremo in Ispagna facendo il viaggio di nozze! Avete sofferto cinque anni di angosce ed io voglio compensarvene, non lasciandovi mai, mai più.

—Questo è impossibile…. il mio ufficio…. ho una missione delGoverno delicatissima e….

—O posso venire con voi…. o date le dimissioni.

—Ma….

—Non ascolto nulla, non ammetto nulla, non vi permetto una sola parola. Sono gelosa, e basta.

—Avete torto. Io non sono già un Don Giovanni da strapazzo, io non sono un gran Sultano che abbia le tasche piene di fazzoletti per….

—Oh! Questo no. Anzi non ne avete nemmeno uno: da mezz'ora vi asciugate il sudore coi guanti.

Così dicendo, Lucia suonò il campanello. Battista entrò.

—Alzate quella tendina. Mio Dio!—disse poi Lucia a Gino, vedendolo pallido e quasi allibito,—voi vi sentite male.

—Non è nulla…. è l'emozione…. mi sento bisogno di prendere una boccata d'aria…. d'aria libera.

—La signora marchesa ha null'altro da comandarmi?—domandava intantoBattista.

—I bambini sono di là?

—Sono usciti, signora marchesa—rispose il servo.

—Con miss Dlain?

—No, col signor marchese.

—Appena ritornano, dite a mio marito,—aggiunse Lucia, fissando Recanati che a queste parole acquistava gli smarriti colori,—dite a mio marito che li conduca qui, che voglio vederli, andate.

Battista, fatto uno dei suoi soliti inchini a tre tempi, scomparve di nuovo.

—Come? Ma dunque—allora—voi vi siete presa giuoco di me!—esclamòGino con aria offesa.

—Sì, un pochino, ve lo confesso. Intanto vi avverto che all'Apollo da ragazza non ci sono mai stata e che cinque anni fa ero ancora a Bologna.

—Ma….

—Mio padre poi è piccolissimo di statura e non ha mai portata la barba.

—Ma allora, quel ritratto?…

—Quel ritratto? Abbiamo guardato l'album degli uomini illustri: il ritratto era quello di Don Pedro d'Alcantara, l'imperatore del Brasile.

—Aveva ragione anch'io! Quella barba non mi era nuova.

—Del resto, calmatevi—continuò ridendo Lucia, con un'aria di canzonatura che le andava a meraviglia—benchè imperatore, Don Pedro è un uomo di spirito e non se n'avrà a male se un diplomatico ha trovata molta rassomiglianza fra l'augusto suo volto e quello di una povera marchesa.

—Marchesa…. Marchesa scellerata!

Gino, nella sua falsa posizione, non trovava altra scappatoia, per il minor male, che quella d'irritarsi e d'offendersi. Prese il suo cappello:

—Ed ora….—mormorò cominciando dal salutare Lucia.

—Ora potete venire anche voi, dalle due alle quattro…. quando vengono tutti gli altri.

—Non mi rivedrete più, signora marchesa.

—Mai più?…—disse Lucia con un accento e una espressione che mostravano del rincrescimento sincero….

—Riparto questa sera per la Spagna.

—Ebbene, me ne dispiace molto, molto.—Dicendo queste parole Lucia si era rifatta seria, e i suoi occhioni avevano un'espressione così ammaliante, che Gino credendola forse pentita del suo scherzo e dolente per la sua partenza, ritornò indietro, vicino a lei, e, prendendole una mano:

—Davvero?—le domandò—ve ne dispiace molto che io ritorni inIspagna?

—Molto, perchè la nostra diplomazia mi pare in cattive mani!


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