The Project Gutenberg eBook ofNinnoli

The Project Gutenberg eBook ofNinnoliThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: NinnoliAuthor: Gerolamo RovettaRelease date: March 1, 2009 [eBook #28231]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the DP-Europe Online Distributed Proofreading Team at http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK NINNOLI ***

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Title: NinnoliAuthor: Gerolamo RovettaRelease date: March 1, 2009 [eBook #28231]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the DP-Europe Online Distributed Proofreading Team at http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)

Title: Ninnoli

Author: Gerolamo Rovetta

Author: Gerolamo Rovetta

Release date: March 1, 2009 [eBook #28231]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the DP-Europe Online Distributed Proofreading Team at http://dp.rastko.net. (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)

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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the

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Storiella vecchiaEra matto o aveva fame?…Cavalleria assassinaScellerata!…Quintino e Marco

Terza Edizione

1.° Migliaio

ROMACASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.Via dell'Umiltà

1884

901—Firenze, Tip. dell'Arte della Stampa.

Al mio carissimo Amico

Se Domenico Ghegola non fu un eroe, la colpa certo non è stata sua, ma del coraggio che sempre gli venne meno in tutte le circostanze della vita.

Vi è, non è vero? un certo coraggiosui generis, così detto della paura, il quale, alle volte, spinge anche i timidi a compiere prodigi di valore…. Ebbene, lo credereste?… Domenico Ghegola non ebbe mai neppure il coraggio della paura.

Tuttavia, però, non bisogna credere che, di tanto in tanto, non se la sentisse anche Menico, così tra carne e pelle, la fregola di essere o almeno di parere un ammazzasette; ed anzi, si può dire di più, che, per diventare un eroe, o soltanto un di queibulicapaci di tener la gente in soggezione, egli avrebbe fatto di tutto; tranne, s'intende, di mettere in pericolo una goccia del suo sangue, o un'ora della sua vita.

Egli non discorreva che di scherma, di duelli, di fucili e di cannoni. Passava l'intera giornata in sala d'armi; e nel cortile di casa s'era fatto costruire un bersaglio per divertirsi nel dopo pranzo. Le sue stanze erano tappezzate di sciabole, di spade, di pugnali e di stocchi di ogni forma e di ogni tempo, dalle scimitarre ricurve alla turca, agli spadini flessibili delle Eccellenze veneziane. I quadri ricordavano qualche battaglia fra le più sanguinose della storia; nella sua camera, inchiodato forte sul muro, accanto al letto, teneva un guancialino di pelle, sul quale, per esercitarsi il pugno, tirava lesto lesto varii colpi di fioretto ogni mattina appena alzato, e ogni sera prima di coricarsi. I ferma-porte rappresentavano degli zuavi col muso nero come il carbone, delle armature antiche e dei cannoni…. di legno. La sua biblioteca conteneva i migliori trattati di scherma e i codici più autorevoli della cavalleria; gli unici versi ch'egli sapesse a memoria eran quelli del Tasso, quando descrive il duello di Tancredi con Argante.

***

Tutti i giorni, durante la guerra del 59, perchè la nostra è una storiella vecchia, egli, a sentirlo dire, voleva passare il confine, emigrare in Lombardia, correre in Piemonte, entrare nell'esercito, arruolarsi con Garibaldi…. e invece restava sempre fermo al di qua del Garda, non decidendosi mai al salto del Rubicone, brontolando con le sue amiche contro ilComitato segreto, che non sapeva cogliere il momento buono per farlo scappar via. Però, siccome egli tirava innanzi colle chiacchiere, i suoi amici a poco a poco cominciarono a non salutarlo e a non guardarlo più in faccia; le signore gli mandavano a casa, per deriderlo, dei soldatini di piombo e delle spaducce di legno, i monelli scrivevano il suo nome su per i muri, accompagnandolo con degli aggettivi pochissimo lusinghieri; e Domenico Ghegola, per paura di prendersi, una sera o l'altra, anche un paio di scapaccioni, a buon conto preparò le valigie, poi, appena firmata la pace di Villafranca, passò il confine col diretto, chiuso, tutto solo, in uncoupédi prima classe, e andò difilato fino a Brescia, dove prese un quartierino in affitto e si fermò in esilio.

A Brescia ci si trovò subito e molto bene. Egli faceva sempre vita in mezzo agli ufficiali; andava con loro al caffè, al teatro, e al passeggio sul corso diTorre Lunga, Dava loro delle lezioni sul modo di battersi, di tirare, di stare a cavallo, e guardava iborghesidall'alto al basso. Ma però, dopo qualche settimana, i suoi nuovi amici, vedendo ch'egli lasciava passare il tempo senza far nulla, lo consigliarono apertamente di arruolarsi in un reggimento per essere pronto al bisogno. Ghegola finse, in sulle prime, di accomodarsi volentieri a quel buon consiglio e di esitare soltanto nella scelta fra la cavalleria e i bersaglieri; ma poi, visto che ogni bel giuoco, anche quello deltentenna, non può durare un pezzo, allora, cominciò a rallentare la sua intrinsichezza cogli ufficiali, finchè uscì in certe proposizioni che lo fecero mettere al bando dell'esercito, tanto di quello a piedi che a cavallo.

***

Ghegola era malcontento di Cavour, di Vittorio Emanuele e di Napoleone….il piccolo!—Egli aveva dei grandi ideali, delle forti aspirazioni: le monarchie erano tutte compagne e avevano fatto il loro tempo; Ghegola non sarebbe mai, ad ogni costo, il soldato di un re. Peuh!… E agli avventori delCaffè del Duomo, dov'egli adesso consumava il suo tempo, sdottoreggiando di politica, ripeteva sempre, a proposito e a sproposito dei re, e senza mai stancarsi, il noto epigramma

Che cosa è re?…Direodue terzi egli è,Anzi, per dire il vero,La differenza è zero!

Occorrendo, per l'indipendenza del paese e per una volta tanto, avrebbe fatto un sacrificio alle proprie convinzioni e si sarebbe arruolato con Garibaldi; il quale, appunto in quei giorni, aveva sciolta la sua legione. Ma quando, pochi mesi dopo, Garibaldi richiamò la gioventù italiana sotto le armi per la campagna delle Due Sicilie, il nostro esule rimase a Brescia scandalizzato e molto malcontento anche di Garibaldi, perchè, lo diceva Ghegola alCaffè del Duomo, cominciava a compromettere lacausa. Il Duce dei Mille aveva cantato con un tono troppo altoItaliaeVittorio Emanuele; l'equivoco non poteva più essere mantenuto, era un caso di coscienza bello e buono: e Ghegola, che avrebbe sdilinquito per Casa Savoia se si fosse trattato di porre a rischio la pelle per la repubblica, questa volta si mostrò un repubblicano intransigente per non esporre la pancia in servizio della monarchia.

Con questo suo modo di agire, non occorre dirlo, in poco tempo egli s'era fatto prendere in uggia da tutti indistintamente, monarchici e repubblicani; ma ancora più degli altri ne avean piene le tasche i suoi stessi compaesani, i veneti, i quali dubitavano, e a torto, di poter sfigurare, perchè fra i tanti giovani animosi, coi quali aveano ingrossate le fila dell'esercito e dei volontari, era capitato pure dalle loro parti anche quel tanghero unto e bisunto di pomate e di profumi, colle gambe lunghe lunghe, la faccia bianca bianca, i capelli di stoppa, la barbettina rada…. e il cuor di coniglio.

Lo deridevano, lo prendevano in giro, lo tormentavano in mille modi. Ma Ghegola, di rimando, faceva l'incompreso, l'uomo superiore alpubblico flagello, e solamente quando la discussione si accendeva, ed egli, messo proprio fra l'uscio e il muro, non sapeva più che rispondere, allora tirava fuori i suoi paroloni dasmargiassoe le sue arie da ammazzasette. In fondo in fondo però non gli dispiaceva punto di essere quasi sempre il centro delle conversazioni politiche delCaffè del Duomo; e questo passatempo, unito alla saccoccia rigonfia e ai conforti di una sartorella sana, fresca e sui diciott'anni, faceva sì ch'egli trovasse la vita abbastanza sopportabile, anche in terra d'esilio.

Ghita, si chiamava così la sartorella, era una buona ragazza, e cominciò a volergli bene perchè Menico le fece credere di essere un cospiratore travestito, uno di quelli, tal e quale, come se ne vedono nell'Ernani. Co' suoi paroloni le intronava la testa, e la poveretta non ne capiva un'acca, ma sbarrava tanto d'occhi quando sentiva il suo innamorato vantarsi di essere unmartire dell'idea, uneroe dell'ombra, l'avanguardia del pensiero. Ghegola, il birbaccione, abusava della sua influenza; colla Ghita faceva lo spaccamonti più che non lo facesse cogli altri. Assumeva un'aria terribile, un cipiglio da tiranno, e la spaventava in mille guise, qualche volta allungandole anche certe carezze che pesavano un po' troppo. Era sempre la Ghita, in fin dei conti, che doveva scontare le canzonature inflitte al suo Menico dagli avventori delCaffè del Duomo.

***

Però, tutte queste fortune e la bella vita che menava, furono presto intorbidite per quel suo viziaccio di parlar sempre ad alta voce e in modo che, quando c'era lui, si sapeva subito, da un punto all'altro del caffè. Aveva una vocina sottile, ma rompeva i timpani come un campanello. Per di più, pranzava di solito allaFenice, dove c'era un vinetto di Gussago limpido come un rubino, che si faceva bere anche quando la sete era finita da un pezzo. Si capisce dunque come Ghegola, tutt'altro che resistente alle seduzioni, fosse il dopo pranzo alticcio anzi che no, e ci vedesse di sera ancor più rosso che alla mattina. E fu di sera appunto, sorbendo ilmoka, quella volta che cominciò a tirarne giù, senza un motivo, di cotte e di crude, addosso aipiemontesi, aimonarchicied aifedifraghi; tanto che un giovinetto, il quale sedeva ad un tavolo vicino, stomacato da quella retorica balorda, si alzò d'un tratto e venne a gridargli sotto il muso che «parlando in quel modo, il signore era un vigliacco!…»

Ghegola si levò in piedi, bianco come un panno di bucato, e colla voce strozzata sfidò l'impertinente a ripetergli l'ingiuria…. E quell'altro, prontissimo, non la ripetè una volta sola, come avea desiderato Ghegola, ma due, dandogli così la buona misura, e accompagnò le parole coll'atto di volergli allungare un man rovescio.

Era questi un giovinetto bresciano, tarchiato, bruno, dalla faccia ardita: un garibaldino, anzi un mazziniano per la pelle, ma che in que' giorni, contentandosi, come diceva lui, di fare una cosa alla volta, raccoglieva compagni per la spedizione dei Mille.

Dopo quel fatto un duello era inevitabile.

Certo credevano tutti, che Menico Ghegola non avrebbe mandato giù in santa pace un'offesa tanto grave; e Marino Aimoni, così si chiamava il provocatore, pregò in anticipazione due suoi amici perchè fossero pronti a rappresentarlo appena il Don Chisciotte lo avesse mandato a sfidare.

In questo frattempo, attorno al tavolino dov'era seduto Ghegola, s'era fatto un silenzio sepolcrale. Subito, appena l'Aimoni ebbe lanciato quell'insulto, tutti si aspettavano che Ghegola gli si buttasse addosso come una tigre inferocita. Il pallor del volto l'avevan creduto, così in sulle prime, causato dall'ira, dal furore, non mai certo dalla paura; ma quando udirono quelle sue parole uscirgli dalla bocca balbettante, quando videro grosse gocce di sudore correr sulla sua fronte, e quella figura lunga allampanata scattar su ritta dalla sedia, non già per avventarsi sull'offensore, ma invece per tirarsi prudentemente indietro, allora capirono che in quell'eroe della retorica non c'era di vero altro che della gran paura.

Appena l'Aimoni ritornò tranquillamente al suo posto, Menico disse a chi lo circondava, ansando forte e ancora tremante, che era stato la vittima di un'aggressione bella e buona, e che quell'altro, per fare a lui quella partaccia, doveva essere o matto o ubbriaco; perchè, in fin dei conti, se avevano mandato al diavolo i tedeschi, era perchè ognuno voleva avere la libertà dei propri atti o per lo meno delle proprie opinioni.

Ghegola, si sa, dei tedeschi non ne aveva certo mandati al diavolo per detto e fatto suo; ma intanto anche lui aveva preso parte ai plebisciti!…

Tuttavia quelle parole, biascicate col tono di volersi scusare, non ottennero, non solo alcuna adesione, ma nemmeno alcuna risposta dalla brigatella che gli stava seduta intorno. Invece cominciarono l'un l'altro a guardarsi in viso; poi si alzarono senza dir motto, e si allontanarono tutti quatti quatti, salutandolo appena con un lieve cenno del capo.

***

—Domattina lo manderò a sfidare e domani sera gli taglierò il muso—borbottava Ghegola fra i denti, ritornandosene tutto solo a casa sua.—Gli darò una di quelle lezioni da far epoca, e così insegnerò a lui e a tutti di non rompermi le tasche!… Del vigliacco a me!… Animale!… Non ha osato di toccarmi, però; che se mi avesse toccato, per Dio che si sarebbe preso una seggiola sui corni! Lo ammazzerò, voglio ammazzarlo come un cane!—E mentre Ghegola allungava il bastone e lo batteva contro il muro, quasi volesse far la prova d'infilzare l'Aimoni, colla testa combinava delleazioniche terminavano tutte con una botta terribile.

Giunto a casa, salì e si chiuse nel suo quartierino senza passare a salutar la padrona; entrò subito nella camera da letto e staccò una sciabola bene arrotata che aveva appesa al capezzale, e ch'egli chiamava, con gergo soldatesco,la sua madonna.

Ma, ahimè, povero Ghegola! lo stridore che fece la spada nell'uscir dal fodero, e la vista di quella lama così lunga, così larga, con quelle due dita di punta, con quel filo che la faceva parere un gigantesco rasoio, gli fece correre un brivido per tutto il corpo.

Se invece di colpire l'Aimoni con una stoccata, gli fallisse il colpo, e quell'altro forasse a lui il petto con un simile spadone?… Se gli spaccasse la testa?

A questa idea spaventosa Ghegola si chinò macchinalmente come per parare quel colpo, chè egli già, nella fantasia impaurita, sentiva il fischiar della sciabola attorno al capo.

—Che ghiribizzo era stato quello dell'Aimoni per insultarlo a quel modo?—pensava Ghegola rabbonito, mentre rimetteva prudentemente lo sciabolone nel fodero.—Che cosa doveva importare a quell'altro se lui voleva mo' la repubblica invece della monarchia! Appunto! fra i vantaggi della libertà non c'è quello anche di poter volere chi una cosa, chi un'altra a piacimento? Insultarlo a quel modo!… Dov'era la creanza…. e dov'era il patriottismo? perchè lui, alla fin fine, Domenico Ghegola, era un esule, sicuro, come Mazzini in Svizzera e Victor Hugo in…. in qualche altro luogo, e però aveva diritto a tutti i maggiori riguardi.Lontano da' suoi, egli aveva rinunciato agli agi della vita, alle abitudini più care, ai cavalli, al cuoco, perfino alla comodità di far la doccia in casa, e tutto ciò per il suo paese; e l'Aimoni, quell'asino, invece di ammirarlo, gli diceva gratuitamente delle insolenze?! Ma dunque per far ciò l'Aimoni doveva essere proprio, anche ammessa l'ubbriacatura, un poco di buono! Sicuro, egli si sentiva troppo superiore a quel becero e non lo avrebbe mai inalzato fino al suo livello, non gli avrebbe mai fatto l'onore di rilevare un insulto che partiva troppo dal basso per poterlo colpire. Tutt'al più, quello che Menico poteva fare per l'Aimoni, era di dargli una lezione di generosità perdonandogli quell'offesa, se gli avesse mandato a chieder delle scuse. Dopo tutto, non era stato toccato…. Oh! se lo toccava anche con un dito appena, allora…. allora sarebbe stato un altro paio di maniche!—Ghegola era di buona pasta, e quando ragionava per conto proprio, riusciva sempre a convincersi; ed anche quella sera, appena in letto, chiusi i bilanci, trovò tra il dare e l'avere, che il vigliacco era l'Aimoni, e che nel caso suo ci voleva certo più coraggio a non battersi.—Una sciabolata!—pensava,—mi fa proprio ridere una sciabolata…. È una scalfittura, un salasso…. la dài, la pigli, e dalla sera alla mattina tutto è scomparso. Ma la vera forza d'animo, il vero coraggio sta appunto nel non piegarsi davanti ad un mascalzone che t'insulta per avere da te una patente di gentiluomo. Qui ti voglio!—E Ghegola, siccome quel coraggio sentiva d'averlo, si addormentò convinto d'essere un eroe…. o poco meno.

Ma egli cominciava appena a sognare, non si sa più bene se un bacio della Ghita o un pugno dell'Aimoni, quando fu svegliato di soprassalto da un battere precipitoso che facevano alla porta della camera.

—Chi è?… Indietro!… Chi è là?—gridò Ghegola, spalancando gli occhi, tutto spaventato.

—Sono io, apri, fa presto!—rispose una voce al di fuori.

Ghegola doveva conoscere quell'io, perchè, accesa una candela, si alzò subito, senza indugiare, e a piè nudi corse ad aprir l'uscio; poi, prima ancora che l'altro fosse entrato in camera, balzò daccapo nel letto, dove lo aspettò seduto.

Chi faceva quella visita a quell'ora ed in quel modo, era Gianni Foscarini, un bravo giovinetto, che avea guadagnate le spalline d'ufficiale combattendo a San Martino come un leone, e che in que' giorni aveva mandate al Ministero le proprie dimissioni, perchè voleva esser libero di andare con Garibaldi in Sicilia. Era veneto anche lui e cugino di Menico, e non è a dire se ci soffrisse pel ridicolo che circondava il bollente Ghegola.

—Che cosa vuoi?—chiese Menico, un po' inquieto, a Gianni che s'era fermato a' piedi del letto.

—Diavolo, m'hanno contata la scena di poco fa, e ho rotto il sonno della tua padrona di casa per farmi aprire e correr qui subito a mettermi a tua disposizione.

—A mia disposizione?

—Spero bene che un imbroglio simile lo lascerai sbrigare da me. Sono tuo cugino, mi sta a cuore l'onor tuo, che è quello della nostra famiglia e, tu lo sai, sono abbastanza pratico di tali faccende. Dunque di' su, contami com'è andata, dall'a alla zeta….

—Com'è andata? O che non lo sai? di più io non ho nulla da contare. Che l'Aimoni sia un mascalzone, anche questa è cosa nota,ergonon seccarmi, perchè io non sono venuto a Brescia per dare delle lezioni agli ineducati.—E Ghegola, così dicendo, si allungò tutto sotto le coperte coll'aria di chi ha sonno e vuol dormire.

—Scusa, caro, ma, di lezioni, invece di darne mi pare che tu ne riceva!…

—Pare a te?… Ebbene, così sia e felicissima notte!—e Menico si dimenò nel letto adagio adagio come per farsi la nicchia ancora più comoda.

—In quanto all'Aimoni, poi, ti so dir io ch'egli è tutt'altro che un mascalzone e che….

—Sta a vedere che m'hai rotto…. il sonno per venir qui adesso a farmi il panegirico di quel villano!

—Io sono venuto qui per sapere come intendi di riparare al tuo onore, dopo l'insulto che hai ricevuto.

—Prima di tutto non capisco perchè tu voglia pigliartela così calda….

—Me la piglio calda, sissignore; me la piglio calda perchè tu sei mio cugino, me la piglio calda perchè l'onor tuo è anche l'onore della nostra famiglia, e in fine me la piglio calda perchè vedo te pigliartela troppo fredda!

—Allora ti dirò, in secondo luogo, che il mio onore non ha perduto nulla, e che ci perderebbe in un caso solo: qualora io mi degnassi di raccogliere le parolacce di un ubbriaco.

Foscarini aprì la bocca…. voleva rispondere, ma non fiatò. Fissò invece suo cugino con un'occhiata così espressiva, che diceva molto più di quanto Ghegola avrebbe voluto intendere.

—Tu pensa ciò che vuoi—disse alla fine, non potendo a meno di sentirsi un po' impacciato sotto quello sguardo—ma in quanto a me non desisto e non desisterò mai dalla presa risoluzione.

—Ma crederanno che tu abbia paura.

—Chi lo crederà?… Gl'imbecilli!…

—No, perchè lo crederò anch'io!…

—Ogni regola ha la sua eccezione.

—Diranno che tu sei un vigliacco!…

—Che si provino un po'!…

Menico tornò a sedersi sul letto, incrociando le braccia, con un piglio da guerriero.

—Ma per l'amor di Dio, non te lo hanno detto e ripetuto sul muso anche due ore fa?

—Ed io….

—E tu…. te lo sei lasciato dire!

—Perchè non ero ubbriaco, perchè non sono un mascalzone come quell'altro, perchè sono una persona educata!…

—Hai paura!… Hai paura di batterti!… Non trovarmi fuori delle scuse!…

—Sia pure. Avrò paura. Tu sei padrone di credere quello che vuoi!—E Ghegola si stirò di nuovo sotto le coperte, esprimendo la rassegnazione di chi si sa colpito dalla calunnia, ma che però, forte della propria coscienza, la sopporta tranquillo e sicuro.

Gianni capì che colle cattive non avrebbe ottenuto nulla da suo cugino, e allora, tanto per dire d'averle tentate tutte, volle provare a commuoverlo colle buone e si avvicinò, penetrando nella stretta, alla sponda del letto.

—Via…. sii ragionevole…. pensa che se tu non ti batti coll'Aimoni, sarai costretto a partire da Brescia…. Nessuno de' tuoi conoscenti ti guarderà più in faccia.

—Anderò a Modena.

—Vuoi andare a Modena?… Sta bene; ma e la gente? Non pensi che cosa dirà la gente di te?…

—Ebbene, tu dici che io non ho il coraggio di battermi, non è vero? E io ti mostrerò che ho il coraggio, ancor più raro, d'infischiarmene dell'opinione pubblica, quando per ottenere i suoi applausi dovrei perdere il mio tempo e la mia dignità, dispensando deibrevetti di cavalleria: perchè, sai, l'Aimoni cerca d'avere uno scontro con me per far del rumore, e non per altro. Ma non gliela do vinta, sta' sicuro; sarei ben minchione!…

—Un uomo come l'Aimoni che cosa vuoi che ne faccia de' tuoibrevetti? fa un po' il piacere!… Ne ha tanto dell'onore, quello là, da darne anche a…. a degli altri che ne avrebbero bisogno.

—Questa sarà la tua opinione; la mia è diversa: tante teste tanti cervelli!…

—Ma perchè non sei rimasto a casa a far l'avvocato, invece di venire quaggiù a fare di queste figure!?

—E te?… chi ti ha pregato di venire in casa mia a dirmi di queste piacevolezze?…

—Ti voglio bene, mi sta a cuore l'onor tuo.

—Oh, grazie!

A questo punto, Gianni, che s'era proposto di esercitare la pazienza del povero Giobbe pur di riuscir nell'intento, tornò da capo a pregar Menico, a scongiurarlo d'accettare i suoi consigli. Ma l'altro, duro. Allora gli promise che avrebbe condotto la cosa in modo che tutto sarebbe finito con una scalfittura.

—Vedi che non c'intendiamo!—rispose Menico, sempre sotto le lenzuola, con una mano sola fuori, colla quale gestiva come un burattino.—Vedi che non c'intendiamo! Se dovessi accettare questo duello, non sarebbe che a condizioni gravissime. È, o non è un'offesa che meriti una riparazione? Nel primo caso bisogna ammazzarsi…. o quasi….

—Ebbene, ammazzatevi, se ciò ti accomoda di più.

—Ma nel secondo caso, che è il mio, si lascia morir la faccenda….

—E si fa la ricevuta di ciò che hai preso!—

A questo punto, Foscarini, che non ne poteva più, attaccò un di que' moccoli da far arrossire la barba d'uno zappatore; poi, acceso d'ira, uscì bofonchiando e tirandosi dietro l'uscio con tanta forza da far tremare tutta la casa.

Menico, a questa sfuriata, si tirò un po' su, fuori dalle lenzuola, e tornò a mettersi a sedere ascoltando attentamente il rumore che faceva Gianni colla sciabola e gli speroni correndo giù per le scale; poi, quando lo udì serrare con impeto anche la porta di strada, allora, adagio adagio cacciò fuori dal letto le sue gambe lunghe, secche, pelose, corse a richiuder colla chiave l'uscio della camera, poi, in due salti si coricò di nuovo.

—È un bel matto quello là—pensava tra sè, tentando di persuadersi che aveva ragione lui. Però non ci riuscì del tutto, ma, in compenso, dopo una mezz'ora, potè riaddormentarsi quetamente.

***

La mattina dopo, Menico si alzò per tempo, e tutto musone, colla faccia stralunata, stava facendo le sue valigie per prepararsi ad andare a Modena, allorchè suo cugino ritornò a capitargli in camera.

—Sai? Ho combinato tutto per oggi alle cinque—disse Gianni a quell'altro che lo guardava con due occhi sbalorditi.—Ho pregato un mio amico a nome tuo perchè ti serva da testimonio. Il duello è alla pistola e….

A queste parole, Ghegola non lo lasciò più andare avanti, si pose a gridare, a urlare, a dirgliene di tutti i colori, e concluse col mettere Foscarini alla porta o poco meno: se non del coraggio, questa volta la gran paura riusciva a mettergli in corpo un po' d'ardire.

—Ma il duello,—continuò Gianni senza scomporsi, appena Menico si fermò per pigliar fiato—salverà l'onore, senza che ci sia alcun pericolo nè per te…. nè per l'Aimoni.

Ghegola stralunò gli occhi a quelle parole, ma fu più sorpreso che fidente.

—Spiègati!…

—Subito. Devi sapere che ilsecondo, scelto dall'Aimoni, è il Gottardi, che è poi fratello di una signorina che l'Aimoni ha promesso di sposare quando ritorna dalla Sicilia. Anche a lui, dunque, rincrescerebbe moltissimo, come puoi figurarti, se al suo mandante accadesse qualche sinistro. Noi due, vedi che cosa vuol dire nascere colla camicia? siamo amici intimi: eravamo a San Martino soldati nello stesso battaglione. Figurati!… appena saputa la cosa, immaginandosi che io sarei stato scelto da te per questo affare, è venuto a cercarmi, e allora, d'accordo, abbiamo fatto in modo che all'insaputa dei nostri dueprimi, bada bene, all'insaputa dei nostri dueprimi, il duello non avesse tristi conseguenze.

—E che cosa avete combinato?… Che cosa avete deciso?…—Ghegola passava dallo stupore alla diffidenza e dalla diffidenza all'incredulità.

—Che cosa abbiamo combinato? È presto detto. Devi sapere intanto che si scelse appunto la pistola, perchè l'inganno così è sicuro. Siamo noi due, non è vero, che dobbiamo caricarle? ebbene: noi due le carichiamo soltanto a polvere. Tu tiri il primo colpo a venticinque passi di distanza, l'altro tira il secondo avvicinandosi di cinque passi, tu tiri il terzo avvicinandoti d'altri cinque: avete sparati i tre colpi, non vi siete presi, naturalmente, e l'onore è bello e salvo.

—Ma gli altri due testimoni sono poi d'accordo in quest'affare?Bisogna che sieno presenti alla carica.

—Non è vero. Non è necessario che restino lì a guardare; del resto è facile allontanarli con una scusa qualunque, mandandoli a dire qualche cosa ai medici o a vedere se tutto è a posto, se non c'è nessuno che si avvicini o che possa sorprenderci!… Ce ne sono tanti, dei pretesti!

A Ghegola, se si deve dire la verità, quella soluzione non dispiaceva punto. Trovava che c'era molto del buono: salvava l'onore e non metteva in pericolo la pelle. Ma…. poteva proprio fidarsi di Foscarini? E se quelle palle da far scomparire, se quel giuoco di bussolotti non riusciva bene?…

Foscarini lesse negli occhi del cugino tutte le incertezze e le esitazioni che gli turbavano lo spirito, e con quella sua eloquenza di soldato franco e sincero gliene disse tante che riusci ad assicurarlo e a convincerlo.

—Avere un duello…. senza correre alcun rischio?!—Per Ghegola era addirittura l'avverarsi di un sogno!…

Però seppe far le cose per benino. Non volle ceder tutto in una volta, tornò da capo colla dignità, coll'onore, coibrevetti di cavalleria; ma così debolmente adesso, che Gianni Foscarini durò poca fatica a guadagnarselo completamente.

—Il secondo dell'Aimoni sarà uomo capace di conservare un segreto di tanta importanza?…

—Non è un ragazzo, diamine! E poi ne va del suo onore, come ne va del mio, e in ogni caso egli non sa che t'ho messo a parte del nostro progetto.

—Tutta Brescia dunque crederà che ci siamo battuti sul serio?…

—Certamente.

—L'Aimoni avrà una gran paura, crederà che lo ammazzi!…

—A meno che non isperi di essere lui ad ammazzar te!…

Ghegola, quantunque sapesse ormai questa supposizione fuori affatto del possibile, non potè trattenersi, ciò non ostante, dal fare una smorfia.

—Via, via,—replicò Foscarini—fortunatamente, come t'ho detto, nessuno dei due corre di questi pericoli. Ti raccomando intanto di mostrarti sicuro, disinvolto sul terreno, e di far vedere in una parola che è proprio vero che tu non hai paura.

—Lascia fare a me; e come mi devo vestire?

—Vèstiti un po' come vuoi.

—Di nero?

—Di nero o di rosso, non importa. Resta fissato che verrò qui a prenderti colla carrozza, alle quattro e mezzo.

—Alle quattro e mezzo in punto mi troverai in casa ad aspettarti.

—Intanto bada di non far chiacchiere, di non contare a nessuno che hai un duello.

—Diavolo, per chi mi pigli?!

—Siamo intesi!

—Siamo intesi, arrivederci alle quattro e mezzo.

***

Partito Foscarini, e Ghegola rimasto solo, fece due o tre salti nella camera, fregandosi le mani dalla contentezza. Quella soluzione insperata gli andava molto a genio, perchè la parte da eroe ch'egli avrebbe sostenuta nel duello, senza nessun rischio e pericolo, pareva proprio fatta a suo dosso, nello stesso tempo che, non avendo più paura d'essere infilzato da quell'altro, vedeva bene la necessità in cui era di lavare col sangue l'insulto patito dall'Aimoni. Di più, sfidato l'Aimoni e battutosi con lui, poteva continuare a fermarsi a Brescia, non occorreva altro che egli partisse per Modena, e di fatti si pose subito a disfare le valigie ch'erano già quasi piene di roba.

Durante quell'operazione fu sorpreso dalla Ghita ch'era solita di regalare al suo Menico delle visite mattutine.

Ghegola si lasciò baciare serio serio, sospirando.

—Che cos'hai, Menico?… Perchè mi guardi in quel modo?

—Nulla, nulla; lèvati lo scialle.

Ghita si levò lo scialletto nero che, secondo l'usanza delle sartorelle bresciane, aveva puntato sul capo e dopo averle circondata la faccia le scendeva giù fino ai fianchi avvolgendole tutta la persona.

—Povera la mia Ghita…. mi rincrescerebbe!… per te mi rincrescerebbe!…—borbottava il giovinotto a mezza voce, mentre ricambiava alla fanciulla baci e carezze.

La Ghita, a tali parole, si sentì stringere il cuore, e viste le valigie sparse per la camera, e i cassettoni aperti, ne rimase sbigottita; poi d'improvviso, sollevandosi sulla punta de' piedi per arrivare, piccina com'era, a stringersi al collo del suo lungo innamorato:

—Tu parti con Garibaldi—esclamò—tu parti!—e la poveretta si pose a piangere.

Menico, invece di mostrarsene intenerito, accettò con un gran sussiego tutte le manifestazioni di quel dolore così sincero, ed anzi fece intendere all'amorosa che sarebbe stato più facile di tornare indietro partendo con Garibaldi che non andando dov'era aspettato lui…. alle cinque in punto. E così, dopo averle fatto giurare che non direbbe nulla a nessuno, le contò il gran segreto, cioè che egli doveva battersi quel giorno coll'Aimoni, che l'arma scelta era la pistola, e che l'uno o l'altro, indubitabilmente, sarebbero rimasti sul terreno con una palla nello stomaco,

Ghegola, il crudele, la nominò varie volte quella palla micidiale, tanto che la poveretta ne era disperata e piangeva, piangeva con dei singulti che facevan pietà.

—Almeno—concluse singhiozzando—che tu fossi andato con Garibaldi! saresti morto per l'Italia e per Vittorio!…

Povera tosa; non aveva torto: ma c'era questo di male, che conGaribaldi i fucili si caricavano a palla!

***

Domenico Ghegola uscì di casa prima del solito e passeggiò sotto i portici per un pezzo, fumando tranquillamente un sigaro d'Avana, molto più corto, ma quasi più grosso di lui. Poi sul mezzogiorno andò a far colazione al Caffè del Duomo, dove fece mostra d'un appetito invidiabile.

Quando si trattò di pagare il conto, gettò al cameriere un biglietto di banca da duecento cinquanta lire.

—S'accomodi, signore, pagherà domani—e il cameriere fece l'atto di restituirgli il denaro.

—Domani…. domani, caro mio, chissà dove potrei essere a far colazione! Dammi il resto.

Uscì dal caffè zufolando l'arietta dellaBella Gigogin, e si avviò dal suo parrucchiere, sulCorso del Teatro, a farsi radere la barba. Quel giorno Ghegola fu amabilissimo coi giovani di bottega, si provò anche a fare dello spirito, e, finito d'acconciare, prima di andarsene volle pagare l'abbonamento, benchè non si fosse allora che ai quindici del mese.

—Il signore è di partenza?—gli domandò il padrone di bottega, tutto cerimonioso.

—Potrebbe anche darsi….

—E…. va lontano, s'è lecito?…

—Mah! te lo saprò dire…. se ritorno.—Così parlando si arricciava i baffettini radi, ammirandosi nello specchio.

Il parrucchiere gli si avvicinò con intrinsichezza, e—Ho capito, anche lei se ne va con Garibaldi—gli sussurrò in un orecchio. Eh! se avessi vent'anni di meno le chiederei l'onore d'accompagnarla: le farei magari da ordinanza!

Menico se ne andò indispettito. Per Dio, non sapevano parlar d'altro che di Garibaldi, in quei giorni!

***

…. Foscarini fu puntuale: suonavano le quattro e mezzo, ch'egli entrava da Menico. Lo trovò tutto vestito di nero, come un notaio.

—Andiamo?

—Andiamo.

Ma è proprio vero che il peggior passo è quello dell'uscio!…

Difatti tutti due stavan già per uscire, quando, proprio sulla porta, s'incontrarono nella Ghita che voleva ad ogni costo abbracciare il suo amante per l'ultima volta.

La poverina cominciò a piangere, a strillare, e finì col buttarsi per terra in preda a fortissime convulsioni. Foscarini, commosso, l'aiutava, la soccorreva, tentava di tutto per darle animo, per acquetarla; mentre Menico, imperturbabile, non faceva che ripetere a suo cugino:—Bada, Gianni, che si fa tardi; sono le quattro e trentacinque!—Andiamo, Gianni, ti ripeto che si fa tardi; sono le quattro e trentasette.

—Madonna delle Grazie, salvatemelo voi, salvatemelo, per carità!—singhiozzava la Ghita, e si stringeva con degli spasimi da disperata addosso al suo Menico, che rimaneva duro come un palo.

—Animo, via, sta' su, Ghita. Sai bene che io non posso sopportare di queste scene!…

—Ma se quell'altro t'ammazza….

—Ebbene, e per questo?… Una volta o l'altra bisogna morire!

—Ma non vedi, stolido, che potresti far crepar lei parlandole in questa maniera?—gridò Gianni stizzito.

—Intanto che ti commovi, ti ricordo che son le quattro e quarantatrè!—E Menico mostrò l'orologio al cugino con un sangue freddo da far stordire.

La ragazza fu quasi trascinata da Gianni fuori della stanza e, sola, cominciò a discender le scale, come istupidita, senza che nemmen lei sapesse che cosa si faceva; ma appena in fondo, fu tutta presa dalla angoscia paurosa di non rivederlo mai più: allora risalì precipitosamente e gli si buttò nelle braccia, stanca, priva di forze. Mai come in quel momento la Ghita era stata sua. Poi fece un gesto deciso, baciò Menico ripetutamente, in fretta, e sparì di corsa giù per le scale; asciugò gli occhi, benchè non avessero più lacrime, nascose il viso dentro lo scialletto nero e si cacciò in mezzo al frastuono della via.

***

Le due parti s'eran date convegno, per il duello, in un tratto di terreno abbandonato che si distendeva al di là del Camposanto.

Ghegola e Aimoni vi giunsero quasi nello stesso punto. Aimoni un po' pallido, serio, ma sicuro; Ghegola saltellante, sorridente, con una parlantina ed una disinvoltura tutt'altro che forzata, distribuiva saluti e strette di mano ai medici, ai testimoni dell'avversario, e per poco, nell'effusione, non complimentava anche ilbrumistache l'avea condotto sul luogo.

Intanto i padrini si occupavano dei preparativi, e dopo misurata la distanza, fissarono i duellanti l'uno di fronte all'altro. L'Aimoni, colle braccia incrociate, si manteneva grave, taciturno; Ghegola, sempre sorridente, si arricciava i baffetti. Però ci fu un momento, anche per lui, di una dolorosa perplessità: cioè quando vide tutti e quattro, i due padrini e i due testimoni, riunirsi per caricar le pistole. Ghegola si sentì correre un sudor freddo per il corpo e mancò poco non scappasse via. Fortunatamente in quel punto i due testimoni si allontanarono, uno per indicare ai medici dove dovevano mettersi, l'altro per avvertire i fiaccherai che s'eran di troppo avvicinati. Foscarini, allora, rimasto col secondo dell'Aimoni, sbirciò Ghegola con un'occhiatina che gli rimise il fiato in corpo e gli ritornò il colore sulle guance.

Caricate le armi, i due padrini si avvicinarono e le misero in pugno ai loro primi, che col braccio piegato ascoltarono le solite raccomandazioni, senza batter ciglio.

—Attenti!—gridò Foscarini, e fece l'atto di cominciare a batter le mani.

Ghegola tranquillo, impassibile, continuava a sorridere. Era bello di coraggio e d'audacia; tanto bello, che lo stesso Aimoni si sentì costretto ad ammirarlo.

—Attenti!—grida Gianni per la seconda volta.—Uno!… Due!… Tre!—Ghegola pronto tira il grilletto…. il colpo parte…. Aimoni, colpito, gira su se stesso, poi cade fra le braccia del suo padrino.

Foscarini, i medici, i testimoni, gli corsero tutti d'intorno per soccorrerlo; soltanto Ghegola non si mosse.

Egli s'era fatto bianco, quasi livido: pareva un cadavere. Gli tremavano le gambe, il terreno gli cominciò a girare sotto gli occhi, poi tutto all'intorno gli alberi vicini e le colline lontane; e finì anche lui col cader per terra, senza dir motto, lungo disteso.

***

Aimoni ebbe forata una spalla parte a parte, e rimase a letto per una quarantina di giorni; ma dopo potè dire d'averla scappata bella, che i medici, dapprincipio, lo davano come spacciato.

Anche Menico, appena finito il duello, fu portato nella sua vettura più morto che vivo: la sera fu colto da una febbre fortissima, e poco mancò non se ne andasse davvero all'altro mondo.

Fra malattia e convalescenza, ne ebbe per più di un mese anche lui. La paura gli aveva sconvolto la mente; gridava tutta la notte che lo volevano ammazzare; e, nei momenti di riposo, gli pareva di vedere un fantasma al quale domandava perdono giurando d'essere innocente!

La Ghita faceva dire delle messe alla Madonna delle Grazie, e non abbandonò mai, nè giorno, nè notte, il capezzale del povero delirante, finchè durò in quello stato e non cominciò a migliorare.

Com'è poi l'usanza cavalleresca, gli avversari, appena furono in caso di poterlo fare, si affrettarono a scambiarsi delle visite. Ma in questa occasione fu il ferito quello che fece visita per il primo al feritore, perchè Ghegola era tuttavia convalescente quando l'Aimoni era già completamente ristabilito.

Quella mattina il buon Michele si alzò più presto del solito. Aveva cenato la sera innanzi, e non avendone l'usanza, gli era rimasto il cibo sullo stomaco, si sentiva la testa pesante e la bocca amara. Non fece colazione punto; prese soltanto il caffè con due gocce di latte, e poi bighellonando là là, dove il fumo del sigaro lo conduceva, infilò, senza avvedersene, per forza d'abitudine, laVia Nazionale, dove stava di casa la contessa Lavinia: una signora, che voi mi domanderete subito se è vedova, perchè io vi possa rispondere di sì, e salvarle in tal modo la morale della favola…. che non c'è.

La contessa Lavinia è bionda; non come Giulietta o come Ofelia, ma come una marchesa deiproverbidi De Musset, di quel biondo capriccioso, a giorni rossiccio, a giorni quasi castano. È carina, è buona, è amorosa; e quando voi desiderate una cosa, se la contessa Lavinia non la vuole, essa, per non disgustarvi, non vi dirà di no colla bocca, ma piegherà la sua testina lentamente, sorridendo coll'aria di una bimba che fa i capriccetti colla mamma…. Però quel sorriso amabilissimo, quelnoche pare uno scherzo e una carezza insieme, sono inflessibili.

C'è un capitano di stato maggiore, per esempio, il cavaliere Arditi, che le fa una corte spietata: orbene, il buon Michele n'è geloso come un Otello…. bianco; suda veleno ma protesta invano.

—Cattivo! cattivo che sei!…. Non capisci mo'che sopporto la corte degli altri per nascondere la tua?—E con questa scusa, che pare buona per la grazia con cui sa dirla, Lavinia si tiene il capitano Arditi sempre fra i piedi.

Proprio quella mattina, passeggiando lemme lemme, come vi ho narrato, inVia Nazionale, il nostro amico pensava appunto al capitano, che la notte scorsa avea ballato colla contessa ilcotillon, quando, attratto da un rumore di sproni che battevano sul marciapiedi, alza il capo e se lo vede, luccicante d'oro e colla durlindana sotto il braccio, ca minare in fretta, pochi passi dinanzi a lui.

—Da dove è saltato fuori?—borbotta Michele certo è uscito dalla casa della contessa. Non c'è dubbio, la casa della contessa è a dieci passi, lui è a venti, e prima non lo aveva veduto.

Ad ogni costo vuol sapere come sta la faccenda, e si affretta per raggiungere quell'altro.

—Capitano! Capitano!… Buon giorno!

—Oh!… Buon giorno, conte Michele!

—Dove si corre, se è lecito?…

—Devo essere alComandoalle undici, figuratevi, e sono adesso le dieci e mezzo.

—Diavolo, chissà chi vi avrà fatto perdere tutto questo tempo!

—Affari di servizio.

—Ma servizio di che genere? Maschile o femminile?

—Il servizio, pur troppo, è di genere neu…. To'! benissimo! una vettura!… Fiaccheraio, sei disponibile?

—Sissignore!

—Scusate, ma come vi ho detto, sono in ritardo.

E il capitano Arditi stringe la mano al giovanotto, salta nella carrozzella e grida al vetturino di condurlo alComando militare.

Il buon Michele era rimasto là con un palmo di naso.

—Certo—masticava fra sè, e intanto sentiva la bocca farsi sempre più amara—certo esce da lei. Non ha voluto dirmi nulla, non ha voluto spiegarsi…. e poi lo si vedeva com'era imbarazzato. Però questa faccenda bisogna chiarirla subito. O lui o me, o dentro o fuori, cara contessa! Ah! Ah! Crede lei di potermi sorbire come il caffè? Tanto meglio; ma quest'oggi mi troverà senza zucchero, mi troverà. Un po' per uno, signora mia. Avete sempre comandato voi? Va bene; e adesso tocca a me a comandare. Ma non sono che le dodici, e fino alle due tanto non mi riceve! Come bruciarle queste due ore?…

Il buon Michele si pose a passeggiare; ma gira e rigira, ogni volta che guardava l'orologio, quella benedettissima lancetta non avanzava mai; pareva che avesse il granchio!… Allora egli si sentiva addosso, con un orgasmo nervoso, il bisogno di rivederla, di trovarsi con lei, di farle una scena!…—Intanto, per non perdere il tempo, ruminava nella mente le frasi meglio adatte colle quali egli avrebbe fatto colpo, rimproverandola. Quando era contento dell'effetto, si fermava su due piedi, rispondendosi quello che gli avrebbe risposto Lavinia, e concludeva combinando in cuor suo di finire la visita fissandola con due occhi freddi, proprio di stagione, perchè s'era in gennaio, e di dirle lentamente sottolineando le parole:

—Amleto, quando chiamò la donnaperfida come l'onda, non era matto, signora contessa, no, non era matto!

Ma dopo quello sfogo, dopo quel borbottare eccitato, a mezza voce, il petto gli faceva male e lo prendeva l'angoscia ed una prostrazione di forze generale. Allora si sentiva avvilito, non ci trovava più nessun costrutto nemmeno a perdonare alla contessa Lavinia, s'ella si fosse anche gettata alle ginocchia di lui; tanto e tanto egli sapeva ormai di essere ingannato; si sentiva ineffabilmente infelice, vedeva farsi il vuoto d'intorno e, cosa strana, lo provava anche dentro di sè, batteva i denti sotto quel sole falso di gennaio, aveva una gran voglia di piangere; e non essendo che le dodici e mezzo, pensò che poteva ingannare benissimo un quarto d'ora facendosi radere la barba.

—Perfida! Perfida come l'onda—borbottava fra sè sospirando, mentre il barbiere lo insaponava.—No! Non era matto Amleto quando lo disse…. Ohi! Ohi! senza il contrappelo, mi raccomando!…

Rasa la barba ricominciò a camminare, benchè provasse un'insolita stanchezza. Ebbe quasi l'idea di far colazione, ma quell'idea non fu così forte da sedurlo. Ormai cominciava a soffrire l'inappetenza per il lungo digiuno. Guardò l'orologio: segnava le una e mezzo. Alle cinque desinava; facendo colazione allora, si sarebbe rovinato il pranzo, e poi aveva più volontà di morire che di mangiare!… Vi rinunciò, e, prendendola larga, si avviò di nuovo verso i paraggi diVia Nazionale. Di quel passo lì, sarebbe cascato da Lavinia in punto alle due.

—E se invece la piantassi? Se non mi facessi più vedere da lei?… così alla chetichella, senza dirle nulla, all'inglese?

Giunto sul posto, guardò di nuovo l'orologio: era l'ora precisa. Benchè avesse già infilata la porta, si pentì, ritornò indietro: sarebbe stato ridicolo, facendosi vedere così puntuale da lei che lo tradiva, che lo faceva aspettare fino alle due; e ciò considerato, volendo salvare la dignità, rifece la passeggiata almeno per altri dieci minuti.

***

Quando fu introdotto nel salottino particolare dove Lavinia non riceveva che gli amici, gli toccò di attendere, secondo il solito. Là dentro c'era un odore così acuto di viole e di mughetti, che gli fece crescere il mal di testa e cominciare anche il mal di gola, quando un noto aprirsi e rinchiudersi di porte vicine, ed un fruscio di abiti, lo avvertì che Lavinia stava per giungere. Egli adesso aveva abbandonato il progetto di assalirla con una scenata; non aveva più lena di parlare.

All'indifferenza avrebbe opposto indifferenza; la trovava anche piùscicche, e invece di aspettarla dietro la porta per sorprenderla con un bacio, si cacciò nel vano della finestra, guardando fisso in istrada, fingendo di non accorgersi della sua venuta e di essere assorto in lontani pensieri.

Lavinia gli si fece vicina, piede innanzi piede, trattenendo il respiro, poi, improvvisamente gli chiuse gli occhi con le mani:

—Ah!… siete voi?—Il buon Michele prese un'aria trasognata, che parea venisse allor allora dall'altro mondo.

—No, sai, è stato ilbabau—e la contessa, ridendo, andò a rannicchiarsi, co' suoi atteggiamenti di gattina indolente, in un cantuccio in fondo del canapè. Michele le tenne dietro, ma si fermò a sedere due poltrone distante da lei. Lavinia lo fissò, poi:

—Temporale, quest'oggi—esclamò con aria di amabile canzonatura.

—Tutt'altro, bonaccia completa—rispose Michele senza guardarla.

—Sarà….sarà….sarà ma non lo credo!—canterellò Lavinia a mezza voce.

Michele non fiatò, tutti e due stettero zitti zitti, immersi nella meditazione. La contessa, dal canapè, sfilandosi colle dita inquiete le frange della manica, di tanto in tanto, di sottecchi, guardava Michele, che mezzo sdraiato sulla poltrona, una mano in tasca, il bastoncino nell'altra, gli occhi per aria, scotendo convulsamente una gamba, faceva battere il tacco sul pavimento con un tic, tic, tic, regolare, monotono, inquietante.

La contessa Lavinia, in fondo, era una buona donna…. Oh Dio, non moriva d'amore per Michele, questo no, ma gli voleva bene e le rincresceva di vederlo così imbronciato. Dopo un po' di tempo che durava quella scena muta, si rizzò dal suo cantuccio, e pian piano, leggera, si avvicinò a quell'altro, gli si inginocchiò dinanzi, poi appoggiando i gomiti sui bracciuoli della poltrona, e congiungendo le mani in atto di preghiera:

—Andiamo, parla—le disse—qual nuovo misfatto ho io commesso?…

Michele continuò ostinato a non guardarla, e aspettò del tempo prima di risponderle.

—Avete voglia di scherzare, voi—le disse alla fine…. con una voce incerta.

—E lei?… avrebbe volontà di dormire,lei?…

—Quasi!—rispose l'altro con un vocione brusco brusco, mettendosi il corno del bastoncino sulla bocca per nascondere uno sbadiglio.—Notate bene, anche quello era uno sbadiglio nervoso.

—Allora s'accomodi sul canapè, vi starà meglio—e Lavinia forzò il buon Michele, strascinandolo contro voglia, lei gaia, sorridente, birichina; lui duro, imbronciato, a cambiare di posto. Poi gli si sedette accosto, vicinissima, e gli prese una mano, affaticandosi inutilmente per riuscire a sbottonargli un guanto.

—Via, noioso che sei, lèvati i guanti!

—No; adesso me ne vado. Con questi fiori c'è da rimanere avvelenati—e si schiarì la gola due o tre volte, dispettosamente pensando fra sè, con una gelosia rabbiosa, che, ad onta di tutte quelle moine, il capitano era ricevuto prima delle dodici, mentre per lui la porta rimaneva chiusa fino alle due.—Perfida!—Più Lavinia quel giorno gli sembrava carina, attraente, e più cresceva il suo malcontento, così ch'egli adesso ritornava infelice, ma di una infelicità che lo rendeva fiacco, sfinito, sotto il colpo improvviso di quel gran dolore. Rimproverarla? a che pro? Lei avrebbe negato, lui non le avrebbe creduto, dunque…. dunque tanto valeva risparmiare il fiato e mostrarsi invece un uomo di spirito coll'abbandonare quel posto assediato e forse, Dio non lo volesse, espugnato dallostato maggiore!—Nella guerra d'amor vince chi fugge! e allora chissà, fuggendo lui, che Lavinia non incominciasse a corrergli dietro. Michele però non si fermerebbe, continuerebbe a fuggire, ed era tanto risoluto in quella idea, che già si sentiva le gambe stanche…. forse per il gran correre che faceva coll'immaginazione.

Lavinia, nel frattempo, sempre colla testa bassa e dopo molta fatica, era riuscita a levargli un guanto; rimaneva il secondo, ma il buon Michele, pochissimo compiacente, si ostinava a tener l'altra mano abbrancata sul bracciuolo del sofà, dalla parte opposta a quella dov'era seduta la contessa. Questa, ostinata anche lei, non si diede per vinta, si distese, si allungò, riuscì ad afferrargli il braccio e si sforzava a tirarsi Michele vicino, mentre la sua testina bionda passava e ripassava proprio sotto il naso di Michele, il quale, dalla gran paura che alle volte gli sfuggisse un bacio, piegò il capo vivamente all'indietro; troppo vivamente, chè colla nuca, battè, tanto forte da farsi male, contro la cornice a punte dorate del sofà. Lavinia non potè contenersi, cominciò a ridere, e più quell'altro faceva la faccia inferocita e più lei rideva. Il buon Michele, sfido io!, perdette la pazienza, e, un po' per il dolore, un po' per il dispetto della figura che ci faceva, e per tutto il resto unito insieme, si alzò, avviandosi risoluto verso l'uscio, e salutandola appena con un—Buon giorno—che pareva un morso dato nel vuoto.

—Vai via?

—Sì.

—Per ritornare?

—No.

—No?… per sempre?

—Per sempre!

—Tanto meglio!

Lavinia tornò a rannicchiarsi nel suo cantuccio…. ma questa volta fece il muso anche lei. Il suo però, manco a dirlo, era un musino che non aveva nulla a che fare coi visacci di Michele, il quale, giunto sulla porta, sperava che Lavinia lo richiamasse indietro; ma invece la contessa non fiatò; allora si decise da solo, e piantandosele innanzi, mentre lei tornava a sorridere, e fissandolo con degli occhietti furbi, sbarrati, ne imitava a tratti, comicamente, la mimica della faccia:

—Amleto—egli disse con tragica espressione—Amleto, quando chiamò la donna perfida come l'onda, non era matto, signora contessa, no, non era matto.

—Oh! oh! quanta erudizione!—esclamò Lavinia, con poco rispetto per l'oratore.

—Addio, signora contessa!

—Addio, signor conte!

—Stupida!—brontolò Michele fra i denti, attraversando l'appartamento, sconcertato per il cattivo esito della sua parlata; ma quando, nell'anticamera, aiutato dal servo, indossava la pelliccia, si riaprì la porta interna, e Lavinia, sorridente, scherzosa, maliziosetta, fece capolino fuor dell'uscio che teneva socchiuso, colla sua manina bianca quasi coperta dagli anelli ingemmati:

—Se stasera il signor conte si sentirà meglio, l'avverto, per sua norma, che io vado all'opera. Numero nove, second'ordine, a sinistra.

—Grazie, contessa, ma stasera devo andare alla commedia.

—Pazienza:la sua ferita le duole forse?

—Punto….ma non è bella la vita!

—Si potrebbe sapere che cosa….Jolandaha fatto di male?

Il servitore serio, impalato, che teneva aperta la porta impediva aMichele di spiegarsi chiaro.

—Ah, contessa!—le rispose con aria diplomatica—Jolandafa sempre e tutto bene.

Il peggior passo, quello dell'uscio, fu consumato: l'onore era salvo.

Però il nostro eroe, subito, col freddo della strada, sentì un sincero rincrescimento pel coraggio dimostrato; ma ormai, pur troppo, era inutile il pianto; ritornare indietro non si poteva più!… Allora, guardando atterrito nell'avvenire che gli si preparava, provò la sensazione di un vuoto così squallido, così debilitante, da essere costretto a chiudere gli occhi perchè lo prendevano le vertigini. Ritornò a camminare dinoccolato, sentendosi dentro una prostrazione tale come s'egli si fosse appena rimesso da una lunga malattia. Invece la covava addosso, la malattia; erano bastate quelle poche ore a minare la esistenza di lui; e mentre prevedeva i suoi proprî e prematuri funerali, mentre figurava la sua tomba bianca con un bel monumentino sopra, rappresentante l'amore che uccide, sentiva ripetersi in cuor suo, profondo, il melanconico lamento di Edgardo, e a mezza voce, convinto, mesto, rassegnato, canticchiava anche lui, il buon Michele—Mai non passarvi, o barbara—Del tuo consorte allato.—Qui, l'allato, si sa bene che invece di essere un consorte era un capitano, ma la situazione rimaneva la stessa.

Il povero infelice non aveva mai amato Lavinia, come allora che non l'amava più!—Era bellina tanto in quel suo abito così bene attillato!… Civetta!… Le mancava affatto il cuore, le mancava; ecco il suo difetto! Lo avrebbe tradito, avrebbe aspettato a riceverlo alle due suonate, s'ella avesse avuto solamente un po' di cuore?—In quel punto egli passava dinanzi alCaffè di Londra: vi entrò per ammollire con una limonata l'arsiccio della gola e si incontrò là dentro, per l'appunto, con un frequentatore platonico della contessa Lavinia.

—Di' un po', Michelino, la contessa sta in casa stasera?

—No, va all'opera, credo.

—Sai il numero del suo palco?

—Il nove, second'ordine, a sinistra…. credo.

I due amici si strinsero la mano: uno si fermò nel caffè, l'altro,Michele, ne uscì e ritornò alle sue meditazioni peripatetiche.

—Appena quella gente lì, che adesso schiatta dall'invidia, conoscerà la mia ritirata, figuriamoci come gongolerà dal piacere!… Ma chi ci guadagna un tanto, per giunta, è il capitano…. Antipatico! l'unico che mi faccia dispetto, che mi faccia rabbia, chè, di tutti gli altri, non me ne importerebbe uno zero. Diranno adesso ch'io sono stato battuto, vinto, messo alla porta; è falso, falsissimo, perchè l'ho piantata io, la contessa Lavinia; ma questo fatto chi lo saprà?… nessuno, e intanto diverrò la favola, il ridicolo del paese.

E il buon Michele si vedeva adesso disonorato per avere appunto voluto salvare il proprio onore con troppa precipitazione.

—Se mi fossi ingannato—continuava—se i miei sospetti sul capitano fossero privi di fondamento? Oh! no; pur troppo tento d'illudermi, ma non ci riesco: stamattina potrei quasi giurare di averlo visto io, coi miei occhi, uscire da Lavinia. Che cosa faceva dunque inVia Nazionale?… Affari di servizio! li chiama affari di servizio, lui! Sarebbe un po' meglio che il Governo li facesse lavorare davvero, questi soldati, con delle marcie, con delle grosse manovre, con delle spedizioni, magari nel centro dell'Affrica. Oh! per Dio! sotto ladestrase lavoravano di più! E poi con che costrutto cercherei d'illudermi? ormai la è finita: certo, se Lavinia non avesse avuto del contrabbando, non mi avrebbe proibito di andare da lei prima delle due!… Però è una gran disgrazia che mi è toccata, sicuro; e siccome le disgrazie non vengono mai sole, così ho avuta anche quell'altra di accorgermene troppo presto. Come farò d'ora in poi a passare il mio tempo?… La sera, pazienza, vuol dire che mi abbonerò al teatro come un marito qualunque; ma di giorno?… Che cosa farò tutto il santo giorno? Per oggi, tanto, sono le quattro e mezzo, ci rimedierò coll'andare a pranzo mezz'ora prima; ma domani?…

Non posso mica andare a pranzo appena alzato da letto, domani!…Perfida e senza cuore!—

Alclubnon trovò nulla di pronto e se ne indispettì, quantunque egli non sentisse la fame, essendosi anche troppo indebolito per causa della colazione soppressa e per la limonata che lo avea gonfiato come una rana. Avrebbe fatto bene a cominciare il pranzo con una minestra al brodo, calda e sostanziosa, e lui, difatti, l'avea domandata; ma quando il cameriere gli disse che bisognava farla andare apposta, allora la disordinò brontolando che il servizio del locale era un servizio pessimo e che bisognava cambiare la direzione. Terminato lo sfogo, si trovò dinanzi una porzione di carne lessata che opponeva al dente una ostinazione degna di miglior causa. Michele la voltò, la rivoltò, ci battè sopra sdegnosamente col piatto del coltello e finì coll'ingoiarla a stranguglioni.

—Auf!… che vita!… E pensare—continuava fra sè—che quella donna aveva l'impudenza di ripetermi due volte al giorno, dalle due alle cinque e dalle nove alle dodici, che mi voleva bene, e poi m'ha lasciato venir via senza dirmi una parola…. M'avesse scritto almeno, ma no: cioè no, veramente, non lo posso sapere, perchè in tal caso avrebbe spedita la lettera a casa mia; anzi è quasi probabile, è sicuro quasi che lo ha fatto.—

E allora, nella tenebra profonda di quella grande infelicità che lo aveva preso tutto, dal cuore allo stomaco, la speranza vi alitò un nuovo raggio di luce benefico e ristoratore.

Lasciò il pranzo da finire; già quella porzione di carne alida e tigliosa lo aveva affaticato, come se avesse smaltito un bue, e andò a casa dritto, quasi correndo.

—Ma! è proprio vero che i dolori tolgono affatto l'appetito. In tutto il giorno non ho preso un boccone, e il cibo invece di solleticarmi, chè!… mi dà nausea! Avrà scritto sì o no?… Io direi di sì.

Entrò dal portinaio che gli batteva il cuore, gettò un'occhiata sulla tavoletta per vedere se ci fosse quella tal lettera, che egli distingueva subito fra cento, ma non c'era nulla.

—Son venute lettere per me?

—Nossignore.

—Portatemele di sopra se vengono.

—Sissignore.

Michele salì nel suo appartamento e fece una teletta minuziosa, lenta, che non finiva mai; ma ebbe un bell'attendere; ridiscese più mortificato di prima.

—Nulla?

—Nulla, signor conte.

—Se più tardi arrivassero lettere, portatele alclub.

—Sissignore….

—Nemmeno una riga! stup…. no! tanto meglio, così sono libero finalmente—e il buon Michele tirò un sospirone che voleva essere di sollievo, ma che invece sembrava un rantolo.—Era la schiavitù dei negri tale e quale: tutti i santissimi giorni dalle due alle cinque e dalle nove alle dodici comprese le domeniche!… Stasera mi divertirò come uno scapolo alCirco Americano; farò la corte a madamigella Fayler e sconcerterò il suo esercito di adoratori….

—Signor conte! signor conte!

Michele si volse e vide il suo portinaio che gli correva dietro con una lettera in mano.

—Ah! ecco! lo dicevo! m'ha scritto! Intanto è la prima a cedere!

Il volto gli si colorì improvvisamente…. ahimè! Si accorse subito che non era una lettera di Lavinia; era un fornitore che lo pregava,stante gli impegni della fine del mese, di rimettergli prontamente il saldo della fattura già da tempo consegnata, in lire 1268 75.

—E sempre alverdequesto animale!—Cacciò la lettera in tasca e ritornò a pensare alla contessa.

***

Al Circo Americano non si divertì come aveva sperato. Trovò madamigella Fayler attorniata da una dozzina di giovanottini che la corteggiavano, offrendole dei fiori e dei cartocci dimarrons glacès. Michele, là in mezzo a quello sciame che ciaramellava, prese l'aria dell'uomo avvezzo, affettando colla equestre diva una dimestichezza, un fare d'intimità molto olimpico, ma poco educato, e per voler parere spiritoso finì coll'essere impertinente. Madamigella Fayler gli rispose per le rime; Michele si strinse nelle spalle, buttò là un'insolenza e se ne andò. In istrada tornò da capo a non sapere come finirebbe la serata. All'opera già non ci poteva andare perchè c'era la contessa!—Peccato; così bell'opera laFavorita!…A tanto amor, Leonora, il tuo risponda..,. Altro che la musica tedesca e i torci-budella dell'avvenire!… ed io non ci posso andare!… Cioè, anzi, non andandoci proverei a Lavinia che ho paura di rivederla; andandoci, invece, senza guardare dalla sua parte, nemmeno per starnutire, le dimostrerò chiaramente che non me ne importa un'acca di lei!

Giunto al teatro dell'opera, si sa bene, il numero nove fu il primo che Michele adocchiò colla scusa di accomodarsi il goletto della camicia….

—Come mai il capitano non è con lei?

E Michele che aveva notata Lavinia tutta sola, meno la visita innocua di un piccolo segretario di prefettura, cercò nei palchi a diritta per scoprire se il capitano Arditi fosse da quella parte afilarecon lei, poi, contento di non avercelo veduto, entrò nella suabarcaccia, dopo di essere passato dal Caffè dove prese un bicchiere di barolo caldo. Il nostro amico si sentì animato da una elasticità nuova, fece gli scalini a quattro a quattro e fra gli amici si mostrò gaio ed espansivo. Si pose sul davanti delpalcone, guardò a destra, a sinistra, di su, di giù; insomma il capitano non c'era proprio davvero!… Ma dunque egli non sapeva che la contessa fosse al teatro? Dunque non l'aveva veduta quel giorno? dunque lei non l'aveva avvertito,ergolui, Michele, aveva avuto torto di sospettare. Allora si sentì invadere da una contentezza, da una beatitudine che gli riscaldava l'anima e il cuore, si accusò di essere stato ingiusto con Lavinia e provò per lei un'effusione di tenerezza così viva da sentirne le lacrime agli occhi. Aspettò un atto ancora; poi, prima dell'ultimo, affatto sicuro ormai che il capitano non sarebbe più venuto al teatro, e perciò anche dell'innocenza della contessa, volò, proprio comedal desio portato, a farle visita. Lavinia, vedendolo entrare, arrossì tutta dal piacere, e quando un altro signore, molto intelligente, ch'era nel palco, battè in ritirata lasciandoli soli, essa, piegandosi tutta innanzi colla vita, per discorrere più piano e più da vicino con Michele:

—Dunque—gli disse—sgarbatone, ti è passata la luna?


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