c289III.Jela era rimasta alla finestra, guardando la sera salire sulle falde delle ultime colline. Dall'altezza del suo bel palazzo, sola nell'appartamento, nella stanza oramai buia, il pensiero le si oscurava malinconicamente come la campagna lontana, nella quale il verde fanciullesco della primavera svaniva tra il vecchio grigio del crepuscolo. Era un paesaggio smorto, diluito entro una nebbia finissima, lacerata ancora dalla massa biancastra di una casa o dal profilo sinistramente bruno di un albero. Poi la nebbia si ammucchiava all'orizzonte, come sbuffata da un cratere invisibile, ed avvolgeva le colline, mentre i campi, livellati sotto l'ombra, parevano allontanarsi colla inclinazione uniforme di un lago pieno di una vegetazione silenziosa.Jela alzò gli occhi; quel sereno così freddo e deserto le fece male. Colla mano guantata si strinse la capparella al seno, fece colla bocca una moina delicata e seguitò a pensare. La sera, bagnandola nel proprio umidore, la calmava in un'attonitaggine, che aveva la stessa incertezza di quell'ombra. Colla nuca appoggiata allo spigolo della finestra e il volto all'altezza del davanzale, senza un'attenzione per la strada, dalla quale si alzava un sommesso rumore di passi, seguiva col grande sguardo violetto quel digradamento della luce, digradando ella stessa in un abbattimento muto, senza trapassi di resistenza nè vertigini di cadute. Nella stanza il buio era così denso che lo specchio si era spento. Quindi a pocoa poco ella si assopì. Il rumore della strada si era fatto più discreto, come di ombre vagolanti tra i fanali allineati fin lontano rompendo il buio del selciato con certe pozzanghere di chiarore, le quali rimbalzavano sui muri all'altezza più che di un uomo; e al disopra l'ombra calava dai tetti, sospesa ancora sulla strada, comprimendone l'altezza. La frescura troppo umida cominciava ad avere delle vibrazioni, che le scendevano nelle carni, delle ondate, che le si rompevano negli occhi. Poi un vento gelato la destò di soprassalto, e Jela si trovò ancora dinanzi a Ida come due ore prima nel salone della lotteria, fra un crocchio elegante, che la guardava ironicamente. Jela tremava ancora, ma Ida conservava la stessa calma teatrale, voltandole le spalle colla tranquillità di un avventore.Ella che si era recata così gioiosa alla lotteria! Aveva indossato il nuovo abito di saia turchina, un costume immaginato colla contessa Guelfi, con una casacca da uomo che le serrava la vita incrociandosi sul petto, e quattro tasche piene di sigari e di sigarette. Poi aveva nascosto i capelli biondi sotto un cappellino tondo, birichino, colla fibbia di acciaio e la penna: un colletto dritto e largo acconsentiva tutta la delicata mollezza del suo collo, e intorno ad esso svolazzavano due grandi capi di una sciarpa turchina; la gonnella stretta a pieghe e rattenuta sul fianco sinistro da un gancio d'argento, cadeva sugli stivaletti bianchi, alti, che disegnavano due piedi e due caviglie adorabili. Una correggia a bandoliera reggeva tutta la sua piccola bottega di sigari e di fiammiferi. Jela era una tabaccaia e girava su e giù per il salone della lotteria festonato, la notte illuminato da tre grandi lampadaria gocce di cristallo, che s'accendevano come tre bracieri dalle fiammelle multicolori, dandogli un'aria da teatro, con tutta la gente che lo riempiva aggruppata intorno ai banchi delle venditrici, le più belle signore, rivaleggianti di grazia e di lusso, di avventure e di avventori.Jela, che non si sentiva forte a spirito, aveva scelto quel piccolo commercio e vi era stata fortunatissima. La sigaraia entusiasmava. Entrava avvolta in una capparella quasi bianca, un'audacia di fanciulla, che il successo aveva giustificato, e che con quella pettinatura e quel costume la rendeva singolarmente vivace. La sua fisonomia forse troppo delicata e signorile assumeva una grazia popolana, una piccola energia di scappata, con un ardore roseo sulle guance, un'ilarità cristallina negli occhi. Non sapeva che ridere, sorridere, inchinarsi, ma le sue mani erano così piccine quando offrivano un sigaro, era così piacevole fermarsele innanzi e cacciarle a soqquadro la piccola bottega, che pochi vi resistevano. I suoi incassi facevano disperare le compagne, mentre la contessa Guelfi, che non era stata accettata fra le venditrici, ne gongolava, appropriandosi i due terzi del trionfo.Jela era fuori di sè, si divertiva, si perdeva. Tutti i giovani più belli e alla moda le si serravano intorno in un cerchio mobile: riceveva un complimento ad ogni sigaro, i desiderii le si accendevano innanzi colla spontaneità dei fiammiferi, forse non durando di più, ma con una luce egualmente gaia e senza infiammare l'atmosfera. Ormai non parlava più di altro a casa, collo zio, colla zia, aveva sempre qualche aneddoto da raccontare, qualche piccola difficoltà superata, qualche audacia indovinatao cansata; poi sorrideva arrovesciando il capo con quella sua grazia di angelo monello. Solamente fra quei lumi, i fiori, le minime botteghe delle venditrici, quella folla educata e chiassosa, un incanagliamento aristocratico di un buon gusto forse equivoco ma pieno di acri profumi e di sapori carnali, ogni tratto il rosso delle gote le si smorzava ed un impaccio la investiva per tutta la persona incontrandosi nel capitano Buondelmonti, il più colossale e nullameno il più bel soldato del proprio reggimento; il quale la guardava con una sfacciataggine incredibile, ma di cui ella sola si accorgeva.Sulle prime le era dispiaciuto questa specie di predominio brutale, poi lo aveva cercato involontariamente. Aveva tanto inteso a dire che Buondelmonti era il più bell'ufficiale della città, uno spadaccino e un donnaiuolo terribile, che la sua piccola immaginazione se ne era riscaldata. Lo sbirciava con un'ammirazione paurosa, non osando nemmeno dirsi tutto su quell'uomo, che avrebbe potuto sollevarla per giuoco sul palmo della mano.Ma Buondelmonti, che si era accorto della buona impressione, le faceva la corte comprando qualche sigaro, che pagava sempre venti lire, e permettendosi spesso di accompagnarla in giro scherzosamente. Allora Jela si sentiva ancora più rimpicciolire, con una paura piena di soavità e una incertezza di moti e di parole fra quella gente, che la fermava ad ogni passo e alla quale bisognava pur rispondere, mentre ella cercava di farlo palpitando di vanità appena le paresse di aver trovato una risposta o avanzato un passo più presto. Se non che Buondelmonti, troppo guasto dall'abitudine delle donne facili per capire la grazia di quell'armeggìo, insistevaforse meno per capriccio galante che per la compiacenza di essere preferito dalla contessina Alidosi, una delle più grandi signore della città.—Convenite però che è bella,—gli aveva detto la contessa Ceri, la quale vendeva i liquori nel caffè della lotteria, e colla quale si andava raccomodando.—Per ora non posso: conoscete il mio modo di giudicare le donne.—Quale?—calcò la contessa, che lo sapeva benissimo:—dopo una rottura?—Sarebbe esigere troppo.La contessa aveva trovato quel motto da caserma spiritoso, ma Jela, che sapeva della loro relazione, aveva provato il morso di un dispetto vedendoli assieme.Quel giorno Jela era anche più gaia. Aveva girellato per gli scompartimenti delle venditrici sempre seguita da un gruppo di giovanotti, interessandosi a quelle piccole vendite così assurde di prezzo e talvolta, ma rado, così preziose di brio. Benchè la luce s'oscurasse nel salone, non si erano ancora accesi i lampadari, e quell'ora crepuscolare metteva nelle botteghe quasi una verità di chioschi lungo una strada, quando il giorno cade e la gente si rarefà. Le venditrici in piedi o sedute, usando dimestichezze deliziose, levavano ogni tratto una voce d'incanto e ridevano sonoramente, sorvegliandosi con occhiate scintillanti, facendosi più belle con uno sforzo di vanità a piacere. Quindi si udivano gli scoppi del bersaglietto dove una signora caricava ed offriva le pistole, i fiori olezzavano, il trillo nasale di una tromba da bambino dominava per un istante lo schiamazzo, poi lo schiamazzo cresceva,una ressa momentanea l'animava, perchè il pubblico a quell'ora non era più che di eleganti, una minoranza nella quale tutti si conoscevano. Molte mani si alzavano per ghermire un giuocattolo, e le risa stormivano con tinnii cristallini fra le note in falsetto, le parole tronche, le esclamazioni prolungate: ricominciavano da ogni lato nell'ombra, sprizzando fra la luce, di banco in banco, mescendosi, alzandosi, rumoreggiando, per ricadere in una cascata di zampilli, sparpagliarsi con un volo leggero di libellule, raggrupparsi ancora e risorgere.Jela colla capparella bianca sulle spalle e la cassetta al collo girava nella folla, presa fra quella allegria, che le ricordava certe chiassate al convento, sorridendo di felicità quando vendeva dieci franchi uno zolfino e metteva la mano nel borsello ricamato delle sue grandi cifre in argento e la corona di contessa, per lasciarvi ricadere il denaro. Il borsellino già gonfio le batteva sopra un fianco. La marchesa di Renzuno, che a forza di istanze aveva dovuto accompagnarla quel giorno, rubandosi ad un altro comitato di beneficenza, il quale le dava una pena infinita per la inerzia degli uomini e la indisciplinatezza delle signore, osservava tratto tratto la folla, congratulandosene seco medesima come di un proprio affare.—Mio Dio! marchesa, rovinate il mio piccolo commercio: mi avete mangiato tre fragole,—esclamò la baronessa De Angelis, una bella bruna, grassotta, vestita con buon gusto pretenzioso, vedendole prendere distrattamente un'altra fragola dal panierino di filigrana.—Ah! è vero, carina.—Settantacinque franchi di meno: non ne ho piùche otto. Perchè non comprate piuttosto quest'uccellino del paradiso? Cento lire.La vecchia marchesa sorrise.—Guardate Buondelmonti,—esclamò l'altra,—si accosta alla contessina Alidosi.—Le fa la corte, ma Jela ha altro da pensare, si diverte troppo.Infatti Buondelmonti pareva volersele riavvicinare. Ella se ne accorse, e vedendogli il sigaro ormai ridotto ad un mozzicone:—Un altro?—fe' mostrandogli un lungo sigaro Virginia con un gesto confidenziale.—Fra poco,—e dovette voltarsi perchè un amico lo chiamava, ma si rivoltò nuovamente. Ida appariva sulla porta spalancata del salone. I primi che la videro, si guardarono meravigliati, ma ella si avanzò lentamente, cercando Jela coll'occhio. Era sola, certamente venuta in carrozza, con quel lungo abito a coda.Jela, che la scorse quasi subito, si morse le labbra. L'abito color di foglia morta con una leggera guarnizione di foglie secche, rimaste come fra le pieghe della sottana, sapientemente traversate da una increspatura che le disegnava i ginocchi colla vivezza di un colpo di vento, era un capolavoro. La sua figura alta vi si allungava ancora sotto un cappotto grigio, chiuso sul petto e col largo bavero ribattuto, sul quale si attorcigliava il velo bruno del cappellino carico di foglie secche. Era più smorta del consueto, con un'aria più nobile, di una bella tristezza mondana, che la faceva rassomigliare ad un autunno, come lo rappresentano i giornali illustrati. In quei primi giorni della primavera Jela vi comprese una delle solite antitesi favorite di Ida.Il gruppo dei giovani, che la circondava, sussurrò, la marchesa di Renzuno occupata colla baronessa De Angelis non se ne avvide, ma due o tre altre venditrici si sentirono battere il cuore. Il loro istinto di donna le avvertiva di una scena.Ida s'inoltrava; colpì l'aspettazione destata dalla sua presenza e venne dritto a Jela, che si era fermata inconsciamente nel mezzo di quel crocchio per ricevere l'attacco. Oramai tutti la spiavano. Jela ebbe un brivido, le parve di riconoscere in quel volto la fisonomia tragicamente sconvolta della sua prima notte di matrimonio, quando colla veste di raso nero come le penne dell'aquila, e con una stessa furia stava per rapirle il marito. La fantasia le si abbuiò, si sentì una paura serpere nelle vene colla fredda viscosità di una biscia: poi un palpito violento la scosse. Vide che salutava Buondelmonti, il quale ne rimase impacciato e contento fra quelle signore, e che le si appressava. Il suo abito di seta troppo lungo aveva dei sibili sottili, le scorse una foglia secca sospesa per il gambo, che sembrava staccarsi ad ogni passo, le esaminò il taglio del cappotto, le parve che Ida fosse cresciuta.Si erano in faccia.Ida fece ancora due o tre passi, il gruppo si era aperto stringendosi dietro Jela. Ella fu quasi per voltarsi invocando la marchesa, ma era troppo tardi; e come tutto cospirasse contro di lei, si trovavano dirimpetto ad un finestrone, che fasciava tutto quel crocchio in un lembo biancastro di luce. Ida le si fermò dinanzi, quindi cercandosi il portasigarette nella tasca del cappotto:—Una scatola di fiammiferi,—chiese colla sua voce vellutata, accennandogliela del dito. Il guantoera colore di foglia secca, un'altra foglia le era caduta dal cappellino sulle spalle.Jela tremava. Quella domanda così semplice le si prolungava all'orecchio col fragore di una cascata, assordante e diffuso. Le teneva gli occhi bassi all'altezza del seno, incantati nel luccichio di un bottone. Passò del tempo o le parve; poi sentì la gente sussurrare intorno, che forse non erano trascorsi tre secondi, e prendendo la scatola, alzò la mano, alzò gli occhi.—Quanto?—seguitò Ida affrontandola.—Per voi due soldi.Fu uno scoppio di fulmine. Tutti sussultarono, ma nessuno parlò. Ida ricevette il fendente sul petto, ma non si mosse, la guardò colla stessa lentezza, poi cercando nel portasigarette ne trasse un bono, lo spiegò, era da mille lire, glielo porse. Jela lo accettò senza capire. Cominciava già a perdere la testa, sorpresa dalla soggezione di lei, che riceveva nel volto bianco come la cima di uno scoglio tutte quelle occhiate ostili. Era rimasta col bono nella mano aperta improvvidamente, non sapendo come o che cosa fare. Tutta la sua paura era risorta, non si ricordava più di nulla, con una sensazione soffocante della gente, che la serrava in un cerchio di curiosità malevole. Poi colla mano stessa, nella quale teneva il bono, cercò macchinalmente il borsello, ma Ida ebbe un gesto.—Il resto per i poveri.Ella si scosse. Senza comprendere seguitò a trarre dei biglietti di banca, guardandoli, che non potevano giungere a mille lire.—Non ne ho...—Dei poveri?—la interruppe vivamente.—Allora per voi, per i poveri di spirito.E le volse le spalle. Jela non si ricordava più di altro, solamente di aver pianto due grosse lagrime fra quella gente, che si agitava in un mormorio di risa soffocate; poi aveva incontrato lo sguardo di Buondelmonti, e la vergogna dell'umiliazione era stata così forte che ne era quasi svenuta. Ida aveva fatto un mezzo giro nel salone senza fermarsi a nessun banco. Quindi anche Jela se n'era andata colla marchesa di Renzuno, come passando attraverso una siepe di spini, che le entravano nelle carni.Adesso non pensava quasi più, sentendo il freddo di una grande irreparabilità agghiacciarle tutta la vita. Un dolore, che non osava di lagnarsi, le si aggrondava nell'anima, mentre cogli occhi fisi nella sera vedeva ancora il bel capitano con un sorriso involontario sulle labbra scambiare con Ida una rapida occhiata d'intelligenza, e rispondere poi agli amici, che gli si accalcavano intorno. La sua piccola testa di gigante si piegava con una compiacenza piena di discrezione, parlando certamente di lei, senza nascondere l'ilarità degli occhi, più insolente di tutto il rumore sommesso e beffardo di quella folla.Vi pensava, v'era sempre più incantata. Non si rammentava che la marchesa l'aveva lasciata in quella camera, uscendone a furia per cercare il conte o il duca e ricondurglieli, perchè s'intendessero su quel vituperio. Ella si era seduta alla finestra guardando di fuori, ma non vedeva che il capitano. Le pareva più bello e più grande. In quell'abbattimento la sua forza l'attirava come un rifugio: quell'uomo non potrebbe mai essere sopraffatto. Il suo volto angoloso, malgrado la rotondità piuttosto grossa di tutto il corpo, aveva un vigore di arditezza,che incuteva ed ammaliava. Il suo petto era così vasto che due donne avrebbero potuto cadervi e non tremare. Senza pensare alle conseguenze di quello scandalo, che le avrebbe attirato chissà per quanto tempo una ressa di malignità velenose, ella cedeva all'avvilimento di sentirsi sola, abbandonata da tutti in un mondo, che si rideva della sua gracilità, mentre sembrava qualche volta applaudirla per coglierla forse meglio in fallo ed aggiungere l'ingiustizia di una condanna all'ingiustizia di quella ironia.Il cielo si era fatto più scuro, la campagna affondata nelle tenebre mandava verso la città un roco sussurro di morente. Jela si alzò dal davanzale, e tutta quell'ombra della strada le fece paura; quindi per sottrarsi quasi ad un altro pericolo fuggì fanciullescamente nella propria camera.Infatti la marchesa, il duca di Rivola e il conte entravano poco dopo nel gabinetto dei ritratti. La marchesa aveva già narrato tutta la scena, precipitando, con una collera di gesti e di voce, che dava tratto tratto alle sue parole una sonorità stridente e squarrata. Ma drammatizzando il racconto vi si accaniva mano mano. Pareva quasi che invece di narrarlo lo apprendesse, e le difficoltà della ritirata con Jela attraverso tutte le signore, che si stringevano loro intorno per aumentare a forza di moine l'importanza già grossa dello scandalo, la traversassero ancora di fremiti ghiacciati. Era stato un lungo orrore, un vituperio, un abbominio senza esempio, il quale non finirebbe più con grande contentezza di tutte le borghesi e dei dissoluti presenti, cui la marchesa aveva già letto sul volto tutte le più bugiarde dicerie. Quindi la sua testa di aristocratica,infiammandosi di sdegno, parlava a scatti, con gesti angolosi di pupattola meccanica che si disloghi, mentre un compiacimento nervoso le faceva prolungare il racconto attraverso quel silenzio degli altri due.—È un orrore,—concluse infine riattaccandosi al duca.Egli aveva sorriso deplorando l'accaduto, ma trovandovi alcuni lati comici con una leggerezza così naturale e perversa, che la marchesa aveva dovuto pur riderne: poi la questione si era spostata. I particolari su Ida si moltiplicavano, il duca scherzava, dandosi delle occhiate furtive nello specchio, giudicando le signore della lotteria uno stormo di civette poco belle e poco dame. Tutte non pensavano che a sfoggiare, a regalarsi a qualcuno: era una ruina, una depravazione tutta moderna. La beneficenza serviva di pretesto, giacchè tutte quelle signore, che mettevano bottega per vendere dello spirito, non sarebbero mai riuscite a mettere insieme la lotteria. Il duca guardava la marchesa.—Già siete voi, mia cara marchesa, la cagione di tutto: siete l'anima della nostra aristocrazia; senza di voi non saprebbero nemmeno dare un pranzo.E il suo accento aveva una grande sicurezza di ammirazione. Ma ad un tratto si rivolse:—Jela non è che una bambina: tu dovresti, Enrico, impedirle certe scene. Non ha la più meschina esperienza del mondo.Se non che la marchesa l'aveva nuovamente interrotto, rimproverandogli Ida, rimproverando il conte, le signore della lotteria, sdegnandosi di tutto il mondo, che andava male, ripetendo ancora alcunecircostanze della scena preparata così malignamente da Ida, ma con tanto poco spirito nella sua risposta finale. La piccina l'avrebbe battuta se non si fosse smarrita subito dopo.—Questo poi non lo credo.—Perchè siete un libertino.—Non lo crede nemmeno Enrico, che Jela la possa battere. È stato battuto lui stesso.Il conte, che quella conversazione irritava, ferito nell'amor proprio dall'insulto di Ida alla contessa, alzò sdegnosamente le spalle. Si rinfacciava la sciocchezza di essersele ostinato dietro, frustato assiduamente dallo zio, che andava smussando con lei il proprio patrimonio, la sua eredità di un giorno, respinto invincibilmente da Ida con una dichiarazione di amore. Sulle prime non era stato che un capriccio di svogliato, poi l'umiliazione lo aveva acceso, e ora la cortigiana, dopo averlo deriso nel proprio salotto, gli entrava in casa e gli schiaffeggiava la moglie. L'altro rideva di quella sua falsa posizione di nipote arricchito dalla dote della moglie e che la lasciava vilipendere dalla mantenuta dello zio; mentre la zia invece non se ne era incollerita che per mescolarsi ancora nelle sue faccende, e comandargli in casa una volta di più. Ma ambedue in quel momento parevano non sospettare nemmeno della sua presenza; il duca parlava di Ida, la marchesa gli rallentava le confidenze con un battito degli occhi lustri, lasciando l'accidente disgustoso della lotteria allontanarsi a poco a poco nella conversazione come un semplice aneddoto senza interesse personale. Poi la marchesa si risovvenne improvvisamente di Jela, e andò ella stessa a cercarla nella sua camera.—Aspettateci qui,—disse, ridivenendo contegnosa.Il conte Enrico in piedi, colla mano dimenticata sopra un album aperto macchinalmente, la guardò appena. Una corrente di tristi pensieri lo travolgeva. Perchè Ida aveva fatto quella scena? Che cosa ne pensava il mondo? Perchè il duca e la marchesa, i primi a riderne malgrado gli obblighi mondani della parentela e del nome, v'intervenivano così dispoticamente per umiliarlo un'altra volta, ed egli doveva assoggettarvisi colla stupida docilità di uno scolaretto? Come era rimasta Jela? Ne scriverebbe al padre? Si rimprovererebbe di averlo sposato? Gli rinfaccerebbe almeno nel proprio pensiero i due milioni di dote, poichè Jela non era più innamorata di lui e sapeva del suo capriccio per Ida? Lo temeva. Malgrado tutte le promesse della notte, Ida non lo aveva ricevuto, invece di una sorpresa di amore preparandogli quello scandalo turpe. Ma dunque l'odiava? E allora come poteva mentire a tal punto, con tanta ostinazione di odio? Quindi i suoi complimenti convulsi quando gli diceva in faccia: come siete bello! gli passavano all'orecchio colla sonorità perlata di un riso nel silenzio di quel gabinetto coi ritratti degli avi allineati lungo le pareti in un'ombra come di sepolcro, che lo guardavano coll'indifferenza della loro posa e della loro superiorità, come il duca.Questi aveva acceso una sigaretta e si era messo allo specchio, osservando tratto tratto il nipote, cui la commozione di quella scena abbelliva singolarmente la fisonomia femminile.—Dunque Jela non viene? Mi dispiace, perchè sono invitato da Ida: mi aveva detto di cercarti,che si pranzerebbe assieme, ma tutto questo chiasso me lo ha quasi fatto scordare.—Le sette!—seguitò,—fra un quarto d'ora sarà tardi, in caso che tu venga. Ma Ida è capace di non aspettarci, se tardiamo troppo; stamattina era nervosa.—Ma, poichè il conte non rispondeva, si rattenne e, guardandolo con la compassione di un uomo, cui la vita non serberà mai le disaggradevolezze di simili posizioni, scosse la fronte.Finalmente la marchesa apparve con Jela dietro. Era ancora così vestita, si conosceva che aveva pianto. I suoi begli occhi, gonfi dall'infiammazione delle lagrime, le davano su quella improvvisa emaciazione del volto una commovente fisonomia di malata, che strinse il cuore del conte. Se non che, malgrado tutte le raccomandazioni della zia, la quale voleva condurla loro innanzi come un giudice, ella si avanzava come una colpevole, atterrita dalla propria innocente simpatia per Buondelmonti e dal sentimento di quel gran torto in faccia al mondo. La sua inesperienza della vita non le permetteva di capire i vantaggi di moglie ricca ed offesa, profittando di quel momento, forse unico nella vita, per assicurarsi l'indipendenza.Entrando si scontrò in un'occhiata con Enrico, e la tristezza della sua faccia le fece sentire l'angoscia di un nuovo pianto negli occhi.—Non ti sei ancora svestita, carina?—esclamò il duca, ammiccando con la marchesa ed attirando Jela con un gesto.—Son venuto ad invitarti per domenica: verrai con Enrico e la marchesa. Sapete benissimo, marchesa, che me lo avete promesso, non accetto scuse: d'altronde il pranzo è dato per Jela, che avrebberagione di offendersi. Ci sarà pure la contessa Guelfi, la contessa Ceri: guarda, inviterò pure Buondelmonti, che ti farà la corte, così ci divertiremo colla contessa. Enrico, tu lo permetti, non è vero? Non sei geloso? Poi Jela non crede che Buondelmonti sia bello.Ella arrossì trepidando.—È un bell'uomo, ma troppo soldato,—interloquì la marchesa.—Antipatico! ma dal momento che si prende come un giuocattolo...—Sei geloso! Marchesa, lo vedete, è geloso. Sai, Jela, ci divertiremo: tu farai la civettuola, la contessa si metterà sulla faccia tutti i suoi verdi più belli. Povera contessa, non vuol persuadersi d'invecchiare, e che fra i veterani sono pochi i non invalidi.Il conte Enrico, profittando della conversazione, si era avvicinato, la marchesa aveva preso una mano di Jela e gliela stringeva affettuosamente. La buona piega di quella scena la stupiva: quella le pareva, non meno che a Jela, una soluzione incredibile. Quindi profittando del destro scambiò un'occhiata col duca, quasi per mostrargli come ella aveva saputo da sola accomodare subito le cose, abbracciò Jela dandole un bacio sulla bocca:—Sei contenta?Poi, senza darle nemmeno il tempo di rispondere, si volse al conte Enrico, che si disponeva ad accompagnarla fino alla porta dell'appartamento. Ma appena furono soli, il duca mutò espressione, e dalla porta, dietro la quale era scomparsa la marchesa, riconducendole nel volto le pupille sembrò considerarla con simpatia malinconica.—Come ti tratta!—Io...Egli ebbe un gesto superbo, come non preso da quella generosità.—Sei un angelo! Buondelmonti avrebbe ragione d'innamorarsi.—Ma si fermò, sentendo ritornare il conte Enrico.—Dunque andiamo,—esclamò, facendosi d'un tratto frettoloso,—è già tardi, ci aspetteranno. Mi scordavo di dirtelo, ti rubo Enrico questa sera, ma te lo pagherò domenica. Siamo attesi, è un affare molto serio. Mi dispiace che pranzerai sola, ma infine la colpa non è mia; se non era la marchesa, saremmo già al convegno: quella donna è un ostacolo sempre. Sai, Jela, mi perdoni? Andiamo, Enrico.E mentre Jela lo guardava cogli occhi attoniti, temendo di una qualche minaccia in quell'abbandono, egli cercava di rianimare il conte. Jela tremava senza ardire di negare o di cedere, incantandosi in una indecisione, che prolungava la loro fretta simulata, mentre la paura dell'isolamento a poco a poco la ripigliava. Prima lo aveva desiderato, poi non avrebbe voluto per cosa al mondo restare sola colla propria coscienza. Quindi un sospetto la sfiorò abbarbagliandola.Il conte Enrico si era scosso, aveva trovato il cappello e si accostava per stringerle la mano: ella gliela abbandonò rabbrividendo, ma quando lo zio gliela serrò per la terza ed ultima volta, gli mise un tale sguardo negli occhi, che egli fe' un gesto per rassicurarla.—Impossibile!Ed uscirono quasi correndo, mentre Jela, l'occhio e l'orecchio sulle loro tracce, mormorava a bassa voce:—Vanno da Ida!Infatti era vero.L'aria era pungente, la strada deserta.—Non passa unfiacre,—disse il duca.—Avete fretta?—Io? per te. Sono otto giorni che Ida non ti riceve dopo averti invitato per l'indomani: figurati come ti desidera! Dovresti ringraziarmi della bontà.Camminarono ancora in silenzio, poi il conte, che non voleva mostrarsi interamente battuto, riannodò la conversazione. Il duca era in un accesso di moralità, e stigmatizzava violentemente tutte quelle feste di beneficenza, una nauseabonda affettazione democratica per ingraziosirsi il popolo, il quale aveva il buon senso di non esserne grato e di rispondere con insolenze a quella carità diventata una pania di adulterii. Le signore, invece di assentirvi, avrebbero dovuto far ancora l'elemosina alla porta dei loro palazzi come una volta, un'elemosina, che aveva il doppio vantaggio di lasciare chi la donava e chi la riceveva al loro posto.—Noi, ai nostri tempi eravamo più coraggiosi; voi altri, che avete fatto l'Italia e farete forse un giorno la repubblica, non osate nemmeno di essere signori. Ne domandate sempre l'amnistia alla piazza, o paolotti coi preti, o filantropi coi borghesi. Bah!—aggiunse sogghignando:—Ida ha ragione, è più onesta delle signore: almeno ha il coraggio di sè medesima.Passò un fiacchero, vi salirono. Il duca seguitava a calcare sulla bassezza dell'aristocrazia, la quale vuol farsi accettare dalla borghesia e dal popolo, senza poter assimilarsi ciò che forma la loro natura e garantisce loro l'avvenire; ma a poco a poco condannavatutto il vizio, anche l'antico, perchè in fondo non vi si trovava un gran vantaggio. La gentina aveva ragione, la famiglia era il più gran trovato dello spirito umano; egli ci aveva pensato, poi l'orgoglio dello scetticismo libertino lo aveva rattenuto. E la sua voce aveva un accento così sincero, che finì per meravigliare il conte.—Mi guardi? Se sono rimasto vedovo è la tua fortuna. Io mi lamento perchè sono un vizioso fortunato: non è permesso che ai ricchi di sentire veramente il vuoto delle ricchezze.—Però non vi rinunciano.—Troppo giusto!—ribattè colla sua stridente ironia:—Rinunciarvi prima di conoscerle sarebbe una scempiaggine, dopo averle conosciute cattive una malvagità.Erano alla palazzina di Ida. Il valletto livreato in nero li introdusse nel solito salotto, ma Giustina, la cameriera di confidenza, venne loro incontro con aria desolata. La padrona, ritornata di un umore massacrante dal passeggio, le aveva ingiunto di rimandar tutti, anche il duca. Ella non l'aveva mai vista di un simile carattere: si era chiusa nella propria camera senza lasciarsi nemmeno spogliare, borbottando fra i denti, strapazzandola quasi ferocemente per avere osato una piccola osservazione. Ma la fisonomia sbiadita di Giustina si andava man mano rischiarando di una malvagia malizia in queste parole strascicate leziosamente, come per osservarne meglio l'effetto sul volto del duca.—Si figuri che ha minacciato di cacciarmi via,—seguitò, appoggiandosi famigliarmente alla spalliera della poltrona.—Non ti ha detto che cos'ha?—Glielo avrei chiesto!—Ma non ha pranzato?—Ha detto che suonerà. È nella sua camera.Il duca non aggiunse altro. Evidentemente non ardiva di rompere la consegna. Giustina, che non si era nemmeno voltata verso il conte, si accomodava con affettazione una piega dell'abito, un ricco avanzo della padrona. Il duca taceva, il conte in piedi, esasperato da quel tono della cameriera, stentava a frenarsi. Tutta la collera, calmata dall'aria fredda della notte, gli riavvampava nella coscienza; sentiva di esser preso a gabbo.—Ma perchè non ordinate a quella scema di annunziarci?—rispose in francese al duca, che aveva scambiato seco uno sguardo furtivo. Il duca non pareva più quello, la vecchiezza lo aveva ripreso con tutte le sue tremule diffidenze.—Sei pazzo!Il conte, che si sentiva soffocare, accennò di andarsene, ma il duca si alzò, lo trasse alla finestra, e sempre in francese, a bassa voce, come se Giustina, che non ne sapeva un ette, potesse capirli, seguitò a spiegargli minuziosamente come la posizione non fosse delle più facili. Ida, furibonda per quella scena della lotteria mal riuscita, ne teneva loro il broncio colla solita logica delle donne, ma era tale da rimandarli. Purtroppo egli aveva dovuto accorgersi in cento altre occasioni come Ida mettesse una speciale vanità nella propria indipendenza. Ora non v'era forse che un solo mezzo di eludere la consegna.—Prova tu: va innanzi con Giustina. È abbastanza strano che tu venga da lei questa sera a domandarle da pranzo: Ida capisce, si mette a ridere, e tutto è accomodato.—Ma è quasi una viltà!—Ecco la borghesia: un signore non si avvilisce mai con una donna, che paga. Finezze di spirito!Il conte titubava.—Se no, io la conosco, ci tocca uscire, e questa volta diventiamo ridicoli sul serio.Giustina appoggiata coll'anca alla poltrona nell'atteggiamento di un garzone di caffè, li ascoltava, indovinando senza intenderli ed aspettando, uno de' suoi piaceri favoriti, che il duca agli estremi la consultasse umilmente.—Introduci il conte, io l'aspetterò qui,—le disse.—Uhm!—fe' squadrandolo con diffidenza.—Introducetemi,—questi ripetè seccamente.Giustina senza affrettarsi fissò ancora il duca, dondolando la testa come per dire che accettava, ma tutto sarebbe inutile. Il duca rimase aspettando. Quello che aveva detto al conte sul carattere inflessibile di Ida, purtroppo lo pensava sinceramente; ma l'idea di servirsi di lui, dopo lo scandalo del giorno, per vincere il capriccio bizzoso della fanciulla, gli parve uno scherzo così trionfante, un'abilità così inimitabile, che se ne compiacque.—È strano!—mormorava, parendogli di attendere da un pezzo. Poi si fermò dinanzi ad una litografia delPollice Versodel Gérôme, si voltò due o tre volte verso la porta, si risedette, tornò ad alzarsi.—Che cosa le dirà quello sciocco? Eppure è così facile!—Ma riflettendovi bene, non gli veniva lo scherzo per far sorridere Ida, mentre le parole del conte: «è quasi una viltà» gli tornavano agli orecchi. Finalmente intese il rumore di un passo femminile; era Giustina.—Venga, venga,—esclamò ridendo:—sono tutti e due seduti sulla sponda del letto.—Oh!—gridò, correndole incontro con uno slancio giovanile, poi si fermò:—Ha scritto anche oggi?—Il capitano? scrive tutti i giorni, la signora ha gettato la lettera senza neppure aprirla, deve essere sul camino.Il duca raggiò.—Sai, servimi sempre così,—disse pigliandole scherzosamente un pezzo di guancia tra l'indice ed il medio:—sei una bella ragazza!—E leggero, col passo di vent'anni, il volto ilare, entrò spalancando l'uscio nella camera di Ida.—Giuseppe e madama di Putifar!—proruppe allegramente baciandole la mano,—vi sorprendo, sciagurati.—Debbo invitarvi a pranzo anche stasera?—ella chiese dopo un istante.—È un'elemosina.—Già, nell'elemosina vi è sempre uno che si abbassa,—e il suo sguardo cadde sul conte, che trasalì; ma si levò di scatto e chiamò:—Giustina! il pranzo? sono le otto; è incredibile come si sia mal serviti. Apparecchia su quel tavolo; non è vero, signori, che si sta meglio qui che nel salotto? Ma sollecita, questi signori hanno fame.—E si girò verso il conte, prendendogli di mano il libro, col quale l'aveva sorpresa sul letto, e che egli non aveva ancora aperto.—Che cosa leggevate?—domandò il duca, che conosceva le tendenze letterarie della fanciulla, per lusingarla.—Un libro di Lewes, splendido. Ha ragione: nulla è più facile che drammatizzare un fatto, nulla piùdifficile e diverso che concepirlo dramma. Victor Hugo drammatizza sempre, eppure è un genio. L'arte moderna non ha che tre drammi sublimi: l'Amletodi Shakespeare, ilTristano e Isottadi Wagner eLa Faute de l'Abbé Mouretdi Zola. Farò un dramma anch'io.—Per il teatro? Musica o poesia?—domandò il conte con una leggera inflessione di scherno.—Nè l'uno nè l'altro. Non lo farò per il teatro, ma in teatro. A proposito, è per domenica l'ultimo veglione?Giustina rientrava in quel momento col valletto per apparecchiare la cena. Ida tornò a sedersi sulla sponda del letto, presso il conte, col duca ai piedi semicoricato sulla pelliccia d'ermellino. La camera alta, illuminata da due candelabri di bronzo a tre branche, si assopiva in un raccoglimento severo. I muri parati di stoffa azzurra, incorniciata da liste di bronzo inverdito, si alzavano in un'ombra nera fino al cornicione della volta, pieno di dorature e di arabeschi come la cornice di un immenso quadro, nel quale si scorgeva appena il sottanino rosso di un guerriero, qualche elmo, una bianchezza femminile perduta in una bruma di tramonto, in alto, fra una nuvola greve. Era una camera di palazzo antico, più vasta di un salone moderno, occupata la maggior parte da un letto di ebano incrostato d'avorio. La sua testiera, lavorata prodigiosamente, saliva riunendosi in una mensola da tabernacolo, con un'apoteosi di arte e di ricchezza. L'ebano aveva perduto il lucido, l'avorio si era ingiallito, ma dalla mensola, come dall'altezza di un trono, un piccolo Apollo di marmo sfolgorava di un candore immortale sotto un baldacchino di trine drappeggiate aminime pieghe, che lo raccoglievano come sotto una cappella cristiana dal lusso minuzioso e femminile. Una lampada antica di bronzo doveva ardergli tutta la notte dinanzi. E un'immensa coperta marezzata, dai bagliori cilestri, si arrovesciava dal letto, coprendone il lavoro meraviglioso con una frangia a ghiande alternativamente bronzee ed azzurre sino sul tappeto di una tinta bruna come le pareti. Il letto era posto sopra un gradino; a' suoi piedi, secondo il costume campagnuolo, una vecchia cassa di quercia intagliata sopra un piedestallo di panno turchino, con una grande chiave cesellata nella toppa e il coperchio aspro di un paesaggio, al quale gli anni avevano dato qua e là una lucentezza metallica, sembrava trattenergli le onde seriche; mentre ai fianchi, dal lato di Ida, una pelliccia di ermellino, ad orlo di seta cerula, conservava sulla innocente candidezza le orme leggiere della donna, e dall'altro una pelle di leone, colla testa fra le zampe, si stirava sul tappeto le unghie dorate con una vivezza di brace. Il leone aveva una pantofola da uomo in velluto cremisi sulla testa. Un camino di marmo nero, carico di ninnoli e difeso da una saracinesca di ottone, in faccia alla grande cassa intagliata, spiegava una pompa di incrostazioni a colori gemmei, pieni di fosforescenze e di bagliori. Tutti gli altri mobili, il piccolo armadio con due figure rilevate nei medaglioni dello sportello, e i due canterani a lato del camino, erano antichi, in quercia, a placche di acciaio annerito. Una psiche enorme metteva nell'angolo un chiarore notturno di lago; una lunga ottomana di raso rosso, davanti al lavabo in marmo nero a forniture di argento cesellato, accendeva in quel crepuscolo marino unavampa sanguigna d'incendio, mentre l'ombra vellutata di quell'azzurro si addensava con una mollezza di fumo, chiazzata dalla bianchezza degli origlieri ricamati in cilestro del nome di Ida, drappeggiandosi lungo i cortinaggi chiusi, ritraendosi ai solchi delle candele su per le pareti e sui mobili, addolcendo quella ricchezza quasi austera malgrado le bizzarrie moderne della gran mantenuta.Ida adorava quella camera, che le costava un tesoro ed era il suo capolavoro, poichè vi aveva tutto discusso e curato dalle piccole scansie, a fianco del letto, in corno ed avorio, alle scimmie di Norimberga, grandi e piccine, che si arrampicavano per tutti i cordoni del baldacchino sino dentro a guardare l'Apollo colla adorabile brutalità del loro grugnetto lascivo. Una scimmia, la più grossa, si chiamava Mynos. Nel camino agonizzavano poche brace dietro la grata d'ottone, a saracinesca, agitando una iridescenza di sorrisi sui nicchi del marmo. La camera, tenuta con uno studio eccessivo, prendeva dal lusso femminile del talamo il proprio sesso, poichè nessun altro oggetto, nessun oblio di vita o di toeletta vi tradiva la donna. Era bene la camera di Ida colle crudezze logiche del suo pensiero e la maschile fantasia della vanità, il suo primo sogno realizzato, quando l'abitudine dell'opulenza non gliene aveva ancora calmata l'ingordigia. Ogni mobile vi rappresentava la ricchezza potente di un'aristocrazia, che sa di essere imperitura e si fa una barriera del proprio lusso al lusso provvisorio dei borghesi; ma ella li aveva comprati un po' dappertutto, pagandoli a un prezzo assurdo, sapendo che sarebbero sempre una ricchezza. Ida non conosceva ancora la gracile eleganza e la effimera pomposità del lussomoderno; d'altronde lo detestava. I suoi ninnoli, i sopramobili erano capi artistici, copie in marmo o in bronzo: non accettava nè maioliche nè porcellane, fasto di rigattieri; aveva appena fatto grazia a quelle scimmie per l'antitesi heiniana di circondarne il suo Apollo greco, urtando così il primo e l'ultimo termine della fisonomia umana. Ma le contraddizioni del suo carattere scoppiavano qua e là in quell'ammobigliamento, cui la filosofia di Poe non era estranea; all'Apollo pagano, che sostituiva la Madonna a capo del letto, sublime nella serenità della propria bellezza, contrastava sopra il camino con una bellezza più ineffabile unEcce Homodel Guercino con i capelli biondi come l'oro ed il viso stravolto dalla passione; mentre sotto di esso un puttino di marmo, tutto moderno, un birichino in brandelli, le mani strette al seno dal freddo, stringeva pure ilrevolverpreferito di Ida colla canna a rabeschi dorati, il calcio d'avorio e la sua cifra in oro. Nessun profumo di alcova, nessuna mollezza sensuale temperava quella sontuosità di mobili ad angoli retti, con modanature così taglienti, che bisognava sfiorarli guardingamente.Ida celiava, Giustina e il valletto avevano apparecchiata la cena sopra il piccolo tavolo, miracolosamente intarsiato, fra la grande cassa ed il camino, ed aspettavano un cenno della padrona per servirla. Ma ella pareva essersene dimenticata, con un piede abbandonato nelle mani del duca e la testa quasi sulle spalle di Enrico, mentre la lunga veste da camera, rosea a trine bianche, di una leggerezza di nuvola e di una trasparenza quasi aerea, stava come per gonfiarsi ad ogni suo atto e sfiorare i volti di quei due uomini, che obliavano i loro rancori in un incanto di desiderio.Ma in un impeto di risa Ida cadde rovescioni sul letto, il conte le passò una mano sotto la cintura.—Ritirate quella zampa, cattivo gatto.—Bianco,—esclamò il duca.—Che? i gatti bianchi cogli occhi cilestri sono sordi, lo ha scoperto Haensinger. Poi i vostri occhi hanno la limpidità cristallina dei gatti, che morranno di tisi;—ma invece di sollevarsi ella gli si aggravava sulla mano col seno gonfio della sonorità di un riso voluttuoso. In quell'atteggiamento il piede, che il duca le teneva tra le palme, le si alzò scoprendo la caviglia rosea fra la nebbia rosea della veste. Il duca si levò ginocchioni, il conte Enrico le si curvò sul collo, tutti e tre ridendo nel riso scabro di quella scena; ma ella, che rideva più forte, a un tratto puntò la testa nel mezzo del letto e, ordinando loro di aiutarla, arrivò a distendervisi, adagiando il capo sull'origliere.—Ho fame, volete servirmi, conte? Ma vi farete prestare i guanti di filo da Giuseppe; voi duca sarete lo scalco.Malgrado la sua serietà di domestico ben educato, Giuseppe non potè trattenere una smorfia quando il conte gli chiese i guanti; questi se li mise, e chiamando il duca tutto ilare di quella follia, si fermarono davanti al tavolo. Il pranzo era di un'incredibilità capricciosa. Un enorme mazzo di fiori entro un vaso di argento massiccio, pieno di figure annerite dal tempo e sformate dalle ammaccature, occupava più che mezza la tavola, avvolgendola in un profumo di viole, che le gaggie disseminatevi come tanti occhi di falco fra quegli occhietti cilestri, irritavano con un'acrità di pimento. Il mazzo rotondo e convesso, allungava tutta la suaombra sul tavolo, che ne restava bruno malgrado la frizzante candidezza della tovaglia. I bicchieri in cristallo di Boemia e i piatti in cristallo di rocca si discernevano appena nella loro bianca limpidezza, mentre le piccole forchette d'oro, fra tutto quel bianco pieno di iridi e di bagliori, avevano la dolce ricchezza di una ciocca di capelli biondi sulle spalle nude di una donna. Non v'erano che tre posti, uno in mezzo sulla cassa, e gli altri ai due lati. Alcuni barattoli dalle forme bizzarre si addossavano ad un compostiere guarnito di frutta rare, ananassi, fichi d'India, aranci di Singapore, perine montanare a grappoli, grosse come le nocciuole di un rosario, pesche di una biondezza femminile e con un sorriso di carni brinate, frammezzo a molte frutta candite dalla viscosità granulosa e gelata di cadavere. Tutto il pranzo si componeva di dolci e di paste, ammassate sopra un piatto enorme d'argento, entro un cerchio di bottiglie di liquori, nere come una cintura di piccoli cipressi intorno a una piramide sepolcrale. E lì presso una conca antica di Sèvres, smagliantemente colorata, pareva una barca piena disandwichs, tutto il carico pesante di quel pranzo.Il conte e il duca, che non avevano badato ai preparativi, esclamarono.Essi avevano fame, quel pranzo era un'indegnità da parte di Ida, e non l'avrebbero servita; in nessuna casa del mondo si pranzava così. Ma Ida esclamò più di loro, perchè vi doveva essere un arrosto qualunque, un rifreddo e delle fragole.—Delle fragole non ce ne sono che per noi,—disse il duca, osservando sul tavolino.—Dove?—ripetè il conte seguendo il suo sguardo.Ida aveva sollevato il capo curiosamente.—Ma dove le cerchi, Enrico? non le vedi sulle labbra di Ida?Ida, che stava per scoppiare a quella mancanza del suo frutto prediletto, sorrise, e Giuseppe entrò coll'arrosto di bue affettato in un piatto d'argento bislungo; lo depose sull'orlo del tavolo, ritirandosi coll'indifferenza corretta di un cameriere, pel quale le stravaganze dei padroni non hanno nulla di strano. Giustina era uscita. Ida, colla testa sotto la mensola dell'Apollo, coperta da quell'ampia veste, che su quel raso cupo aveva l'ardore d'una nuvola accesa dal sole in fondo all'orizzonte marino, guardava i suoi due nuovi camerieri con gioia insieme puerile e profonda. Il conte aveva portato sul letto un piattello di paste, il duca una bottiglia di rosolio chinato, e si erano entrambi seduti sulla sponda mangiando, fingendo dimestichezze da servitori innamorati della padrona, mentre ella li strapazzava fra uno scoppio di riso, prendendo certe arie di testa di un'incantevole seduzione. Ma realmente non avevano fame; il duca aveva mangiato alclub, il conte, ancora agitato dalle scene precedenti, conservava appena un appetito di ghiottoneria. Il letto a molle, cogli spigoli fortemente imbottiti, cedeva lenemente verso il mezzo avvicinandoli a Ida, che si affondava come sotto un mucchio di rose, attirandoli colla gaiezza del sorriso e l'abbandono della posa. In quella camera così severa, illuminata da una luce fioca, tra que' mobili di trapassati, su quel letto imperiale rischiarato in alto dalla casta nudità dell'Apollo, ella felice nella soave mitezza della veste, una pasta fra i denti, era ancora una stranezza, la maggiore e la più artistica. Una beatitudine trepida apriva loro tutti i sensi, mentre scendevano il declivio capzioso del letto,respinti dall'ombra e dalle punte di tutti quei mobili secolari verso quella veste rosea, sotto il baldacchino bianco, come ad un ricovero di colori dolci, incomprensibile ed incantevole, un nido, un immenso fiore, una conchiglia, nella quale Ida metteva il suo pallore di perla, la sua morbidezza di rosa, il suo odore di donna. Parlavano adagio, i sorrisi filavano collo splendore illanguidito delle stelle, le parole avevano come un tremolìo di petali, un fruscìo di trine. La fronte rivolta verso Enrico, che teneva il vassoio in mano, Ida mangiava dei confetti fondenti come falde di neve, una evaporazione di rosolio magicamente congelata. Poi una carezza si diffuse sulla faccia della fanciulla, gli occhi le si inumidirono, ed un bagliore azzurrognolo le scese lungo i capelli, spegnendosi sul candore dell'origliere. Improvvisamente le parve di essere davvero sul letto con lui, sola, prostrata in una voluttà non ancora corrotta dall'abitudine. Il conte se ne accorse; una ruina gli avvallò nell'anima, come se tutti gli ostacoli e le resistenze di quella donna svanissero di un tratto, ed egli bello come l'Apollo scendesse dalla mensola a capo del letto per sdraiarsele sul seno, sotto quella nuvola di neve.Ma non durò che un minuto. Ida si allungò per prendere un'altra pasta, egli attirato invincibilmente da quel gesto le tese la mano. La fanciulla la ritirò.—Guardate, duca, se Enrico non pare proprio un cameriere innamorato: versatemi dunque un bicchierino.—Eccolo.Se non che Ida si trasse sulla sponda e vi si allungò, obbligando il conte a levarsi, mentre il duca accorreva col bicchierino dall'altra.—No, inginocchiatevi qui tutti e due: prenderò quello che voglio. Voi per il primo, conte, qui al cuscino, ma tenete il piatto alto; voi, duca, lì. Una volta le dame erano servite in ginocchio dai più grandi cavalieri; allungate dunque il piatto, Enrico, mio bel paggio. Avete visto quell'adorabile quadretto,I favoriti della duchessa? È un paggetto di sedici anni, lungo, esile, che tiene sulle ginocchia il muso di un levriero, mentre guarda un falchetto, che gli stride sopra una specie di leggìo. Ah!—s'interruppe:—e il thè? Aspettate che suono, non vi movete.Ed afferrò il cordone del campanello sotto il baldacchino.—È un quadretto adorabile,—ella seguitò:—il paggio vi somiglia quasi, Enrico; voi, duca, sarete il falco. Siete un po' più spennato, ma, per quanto realistica, l'arte non è mai tutta la realtà. Io sono la duchessa, che nel quadro non si vede, ma si indovina, una duchessa focosa e insensibile, che ha dei capricci d'usignuolo e delle carezze da tigre.Giuseppe e Giustina, che entravano in quel punto, meravigliati dei due in ginocchioni come due ragazzi ascoltando la lezione della maestra, frenarono a fatica una risata. Il conte li sentì e n'ebbe un insulto di malessere, che gli fe' tremare il piatto nelle mani.—Non abbassate dunque il piatto così, mi costringerete a cacciarvi, se mi sciupate il mio quadro. Io sono la duchessa, come ne esistevano qualche secolo fa, e ora non se ne trovano più; voi, duca, il falco, voi, Enrico, il paggio. E il veltro bianco? Sarà Jela. Siete i miei favoriti,—proseguiva con uno stridore di lama nella voce,—più umili dei miei domestici, che posso insultare ad ogni capriccio, perchè io vi ho regalatotutte le mie bassezze di donna per potervi amare senza pericolo. Oh! come siete vili!—esclamò,—voi gli ultimi di un'aristocrazia, che ha fatto le crociate. Come siete vili!E scoppiando in una risata sonora, quasi avesse sino allora declamato uno squarcio di commedia, li guardava torcendosi sul letto nelle convulsioni di una gioia così vera e nullameno così inesplicabile, che il duca ed il conte ne rimasero intontiti. Questi accennò di alzarsi.—Che! che!—intervenne Ida imperiosamente.—Preparate il thè, Giuseppe; tu, Giustina, butta qualche pastiglia sul fuoco.Giustina si avanzò subito per pigliare una piccola scatola sul tavolo da notte presso il conte. Il suo volto slavato aveva un'espressione contenta di sarcasmo guardando la padrona.—Che te ne pare?—le disse Ida famigliarmente.—Signor duca, badi, ha rovesciato mezzo il bicchierino sulla coperta.—Vuoi tu il resto?—Offritele dunque una pasta, Enrico.—Signor conte, stia comodo, la prenderò sopra la sua testa. Grazie, signor duca.E padrona e cameriera si divertivano di quei due gran signori, due dei nomi più belli d'Italia, in ginocchio davanti a loro nate dal popolo, col vecchio rancore del popolo nel cuore. Ma ella saltò dal letto e, chiamandoli a piccoli stridi, andò a sedersi sulla cassa davanti alla tavola, obbligando il conte a sedersele presso.—Verrete al veglione, domani sera?—gli domandava poggiandogli una mano sulla spalla, mentre si faceva mettere un confetto in bocca dal duca.—Senza dubbio.—Non ci mancate. Io sarò mascherata: un costume originale, lo vedrete. Conte, voi ci sarete in palco con Jela.—Ma scenderò: ho sempre il mio domino, faremo un diavolìo sino al mattino.—Fino al mattino? Ma allora andatevene, voglio dormire questa notte: andatevene, a domani sera.—Andiamo, zio.—Oh no! non vi ho detto che voglio dormire,—ribattè Ida, abbandonandosi sulla spalla del duca. Questi la cinse con un braccio.—Vedi bene che scaccia te solo: veramente è presto, non sono che le dieci. Ma se vuol dormire dopo...—Dopo?!—rispose il conte con una inflessione di scherno, impallidendo, mentre Ida lo guardava cogli occhi socchiusi come nel languore del sonno.—Andate alclub?—gli chiese stancamente, tendendogli la mano.—Se ci vedete Buondelmonti favorite di dirgli che accetto: domattina alle dieci.—Un appuntamento?—Sì, voglio provare il suo bel cavallo prima di comprarlo. Così mi risparmierete di scrivergli: egli è così sciocco, che sarebbe capace di mostrare la mia lettera, vantandosene.Il conte titubava ancora, non avendo in tutta la sera potuto ricordarle la promessa dell'ultima volta. Ma il duca col busto stecchito per sostenere il peso di Ida, che gli si aggravava addosso di tutta la persona, le aveva preso una mano e gliela sbatteva sul tavolo col vezzo dei bambini; e vi era tanta naturalezza nel loro gruppo, che si sarebbero detti due sposi. Il conte sentì un turbine di polvere passarglisugli occhi, ma volle dominarsi; salutò lo zio, strinse la mano a Ida.—Buona notte.—A rivederci, conte, grazie. Siete gentile quanto bello! Jela vi aspetterà.—Rammentatele il mio invito per domenica. Povera piccina!—intervenne il duca.—Non dubitate.—Arrivederci, conte.Quando fu uscito, Ida sempre colla testa sulla spalla del duca, rimase pensierosa; una tristezza le si stese sulla fronte, mentre gli occhi le si irrigidivano e la ruga verticale della fronte le si contraeva.—A che cosa pensi?—le chiese il duca dopo qualche momento.—Ad Enrico.—È innamorato di te. Povero ragazzo!—Povero ragazzo!—ripetè lentamente.
c289III.Jela era rimasta alla finestra, guardando la sera salire sulle falde delle ultime colline. Dall'altezza del suo bel palazzo, sola nell'appartamento, nella stanza oramai buia, il pensiero le si oscurava malinconicamente come la campagna lontana, nella quale il verde fanciullesco della primavera svaniva tra il vecchio grigio del crepuscolo. Era un paesaggio smorto, diluito entro una nebbia finissima, lacerata ancora dalla massa biancastra di una casa o dal profilo sinistramente bruno di un albero. Poi la nebbia si ammucchiava all'orizzonte, come sbuffata da un cratere invisibile, ed avvolgeva le colline, mentre i campi, livellati sotto l'ombra, parevano allontanarsi colla inclinazione uniforme di un lago pieno di una vegetazione silenziosa.Jela alzò gli occhi; quel sereno così freddo e deserto le fece male. Colla mano guantata si strinse la capparella al seno, fece colla bocca una moina delicata e seguitò a pensare. La sera, bagnandola nel proprio umidore, la calmava in un'attonitaggine, che aveva la stessa incertezza di quell'ombra. Colla nuca appoggiata allo spigolo della finestra e il volto all'altezza del davanzale, senza un'attenzione per la strada, dalla quale si alzava un sommesso rumore di passi, seguiva col grande sguardo violetto quel digradamento della luce, digradando ella stessa in un abbattimento muto, senza trapassi di resistenza nè vertigini di cadute. Nella stanza il buio era così denso che lo specchio si era spento. Quindi a pocoa poco ella si assopì. Il rumore della strada si era fatto più discreto, come di ombre vagolanti tra i fanali allineati fin lontano rompendo il buio del selciato con certe pozzanghere di chiarore, le quali rimbalzavano sui muri all'altezza più che di un uomo; e al disopra l'ombra calava dai tetti, sospesa ancora sulla strada, comprimendone l'altezza. La frescura troppo umida cominciava ad avere delle vibrazioni, che le scendevano nelle carni, delle ondate, che le si rompevano negli occhi. Poi un vento gelato la destò di soprassalto, e Jela si trovò ancora dinanzi a Ida come due ore prima nel salone della lotteria, fra un crocchio elegante, che la guardava ironicamente. Jela tremava ancora, ma Ida conservava la stessa calma teatrale, voltandole le spalle colla tranquillità di un avventore.Ella che si era recata così gioiosa alla lotteria! Aveva indossato il nuovo abito di saia turchina, un costume immaginato colla contessa Guelfi, con una casacca da uomo che le serrava la vita incrociandosi sul petto, e quattro tasche piene di sigari e di sigarette. Poi aveva nascosto i capelli biondi sotto un cappellino tondo, birichino, colla fibbia di acciaio e la penna: un colletto dritto e largo acconsentiva tutta la delicata mollezza del suo collo, e intorno ad esso svolazzavano due grandi capi di una sciarpa turchina; la gonnella stretta a pieghe e rattenuta sul fianco sinistro da un gancio d'argento, cadeva sugli stivaletti bianchi, alti, che disegnavano due piedi e due caviglie adorabili. Una correggia a bandoliera reggeva tutta la sua piccola bottega di sigari e di fiammiferi. Jela era una tabaccaia e girava su e giù per il salone della lotteria festonato, la notte illuminato da tre grandi lampadaria gocce di cristallo, che s'accendevano come tre bracieri dalle fiammelle multicolori, dandogli un'aria da teatro, con tutta la gente che lo riempiva aggruppata intorno ai banchi delle venditrici, le più belle signore, rivaleggianti di grazia e di lusso, di avventure e di avventori.Jela, che non si sentiva forte a spirito, aveva scelto quel piccolo commercio e vi era stata fortunatissima. La sigaraia entusiasmava. Entrava avvolta in una capparella quasi bianca, un'audacia di fanciulla, che il successo aveva giustificato, e che con quella pettinatura e quel costume la rendeva singolarmente vivace. La sua fisonomia forse troppo delicata e signorile assumeva una grazia popolana, una piccola energia di scappata, con un ardore roseo sulle guance, un'ilarità cristallina negli occhi. Non sapeva che ridere, sorridere, inchinarsi, ma le sue mani erano così piccine quando offrivano un sigaro, era così piacevole fermarsele innanzi e cacciarle a soqquadro la piccola bottega, che pochi vi resistevano. I suoi incassi facevano disperare le compagne, mentre la contessa Guelfi, che non era stata accettata fra le venditrici, ne gongolava, appropriandosi i due terzi del trionfo.Jela era fuori di sè, si divertiva, si perdeva. Tutti i giovani più belli e alla moda le si serravano intorno in un cerchio mobile: riceveva un complimento ad ogni sigaro, i desiderii le si accendevano innanzi colla spontaneità dei fiammiferi, forse non durando di più, ma con una luce egualmente gaia e senza infiammare l'atmosfera. Ormai non parlava più di altro a casa, collo zio, colla zia, aveva sempre qualche aneddoto da raccontare, qualche piccola difficoltà superata, qualche audacia indovinatao cansata; poi sorrideva arrovesciando il capo con quella sua grazia di angelo monello. Solamente fra quei lumi, i fiori, le minime botteghe delle venditrici, quella folla educata e chiassosa, un incanagliamento aristocratico di un buon gusto forse equivoco ma pieno di acri profumi e di sapori carnali, ogni tratto il rosso delle gote le si smorzava ed un impaccio la investiva per tutta la persona incontrandosi nel capitano Buondelmonti, il più colossale e nullameno il più bel soldato del proprio reggimento; il quale la guardava con una sfacciataggine incredibile, ma di cui ella sola si accorgeva.Sulle prime le era dispiaciuto questa specie di predominio brutale, poi lo aveva cercato involontariamente. Aveva tanto inteso a dire che Buondelmonti era il più bell'ufficiale della città, uno spadaccino e un donnaiuolo terribile, che la sua piccola immaginazione se ne era riscaldata. Lo sbirciava con un'ammirazione paurosa, non osando nemmeno dirsi tutto su quell'uomo, che avrebbe potuto sollevarla per giuoco sul palmo della mano.Ma Buondelmonti, che si era accorto della buona impressione, le faceva la corte comprando qualche sigaro, che pagava sempre venti lire, e permettendosi spesso di accompagnarla in giro scherzosamente. Allora Jela si sentiva ancora più rimpicciolire, con una paura piena di soavità e una incertezza di moti e di parole fra quella gente, che la fermava ad ogni passo e alla quale bisognava pur rispondere, mentre ella cercava di farlo palpitando di vanità appena le paresse di aver trovato una risposta o avanzato un passo più presto. Se non che Buondelmonti, troppo guasto dall'abitudine delle donne facili per capire la grazia di quell'armeggìo, insistevaforse meno per capriccio galante che per la compiacenza di essere preferito dalla contessina Alidosi, una delle più grandi signore della città.—Convenite però che è bella,—gli aveva detto la contessa Ceri, la quale vendeva i liquori nel caffè della lotteria, e colla quale si andava raccomodando.—Per ora non posso: conoscete il mio modo di giudicare le donne.—Quale?—calcò la contessa, che lo sapeva benissimo:—dopo una rottura?—Sarebbe esigere troppo.La contessa aveva trovato quel motto da caserma spiritoso, ma Jela, che sapeva della loro relazione, aveva provato il morso di un dispetto vedendoli assieme.Quel giorno Jela era anche più gaia. Aveva girellato per gli scompartimenti delle venditrici sempre seguita da un gruppo di giovanotti, interessandosi a quelle piccole vendite così assurde di prezzo e talvolta, ma rado, così preziose di brio. Benchè la luce s'oscurasse nel salone, non si erano ancora accesi i lampadari, e quell'ora crepuscolare metteva nelle botteghe quasi una verità di chioschi lungo una strada, quando il giorno cade e la gente si rarefà. Le venditrici in piedi o sedute, usando dimestichezze deliziose, levavano ogni tratto una voce d'incanto e ridevano sonoramente, sorvegliandosi con occhiate scintillanti, facendosi più belle con uno sforzo di vanità a piacere. Quindi si udivano gli scoppi del bersaglietto dove una signora caricava ed offriva le pistole, i fiori olezzavano, il trillo nasale di una tromba da bambino dominava per un istante lo schiamazzo, poi lo schiamazzo cresceva,una ressa momentanea l'animava, perchè il pubblico a quell'ora non era più che di eleganti, una minoranza nella quale tutti si conoscevano. Molte mani si alzavano per ghermire un giuocattolo, e le risa stormivano con tinnii cristallini fra le note in falsetto, le parole tronche, le esclamazioni prolungate: ricominciavano da ogni lato nell'ombra, sprizzando fra la luce, di banco in banco, mescendosi, alzandosi, rumoreggiando, per ricadere in una cascata di zampilli, sparpagliarsi con un volo leggero di libellule, raggrupparsi ancora e risorgere.Jela colla capparella bianca sulle spalle e la cassetta al collo girava nella folla, presa fra quella allegria, che le ricordava certe chiassate al convento, sorridendo di felicità quando vendeva dieci franchi uno zolfino e metteva la mano nel borsello ricamato delle sue grandi cifre in argento e la corona di contessa, per lasciarvi ricadere il denaro. Il borsellino già gonfio le batteva sopra un fianco. La marchesa di Renzuno, che a forza di istanze aveva dovuto accompagnarla quel giorno, rubandosi ad un altro comitato di beneficenza, il quale le dava una pena infinita per la inerzia degli uomini e la indisciplinatezza delle signore, osservava tratto tratto la folla, congratulandosene seco medesima come di un proprio affare.—Mio Dio! marchesa, rovinate il mio piccolo commercio: mi avete mangiato tre fragole,—esclamò la baronessa De Angelis, una bella bruna, grassotta, vestita con buon gusto pretenzioso, vedendole prendere distrattamente un'altra fragola dal panierino di filigrana.—Ah! è vero, carina.—Settantacinque franchi di meno: non ne ho piùche otto. Perchè non comprate piuttosto quest'uccellino del paradiso? Cento lire.La vecchia marchesa sorrise.—Guardate Buondelmonti,—esclamò l'altra,—si accosta alla contessina Alidosi.—Le fa la corte, ma Jela ha altro da pensare, si diverte troppo.Infatti Buondelmonti pareva volersele riavvicinare. Ella se ne accorse, e vedendogli il sigaro ormai ridotto ad un mozzicone:—Un altro?—fe' mostrandogli un lungo sigaro Virginia con un gesto confidenziale.—Fra poco,—e dovette voltarsi perchè un amico lo chiamava, ma si rivoltò nuovamente. Ida appariva sulla porta spalancata del salone. I primi che la videro, si guardarono meravigliati, ma ella si avanzò lentamente, cercando Jela coll'occhio. Era sola, certamente venuta in carrozza, con quel lungo abito a coda.Jela, che la scorse quasi subito, si morse le labbra. L'abito color di foglia morta con una leggera guarnizione di foglie secche, rimaste come fra le pieghe della sottana, sapientemente traversate da una increspatura che le disegnava i ginocchi colla vivezza di un colpo di vento, era un capolavoro. La sua figura alta vi si allungava ancora sotto un cappotto grigio, chiuso sul petto e col largo bavero ribattuto, sul quale si attorcigliava il velo bruno del cappellino carico di foglie secche. Era più smorta del consueto, con un'aria più nobile, di una bella tristezza mondana, che la faceva rassomigliare ad un autunno, come lo rappresentano i giornali illustrati. In quei primi giorni della primavera Jela vi comprese una delle solite antitesi favorite di Ida.Il gruppo dei giovani, che la circondava, sussurrò, la marchesa di Renzuno occupata colla baronessa De Angelis non se ne avvide, ma due o tre altre venditrici si sentirono battere il cuore. Il loro istinto di donna le avvertiva di una scena.Ida s'inoltrava; colpì l'aspettazione destata dalla sua presenza e venne dritto a Jela, che si era fermata inconsciamente nel mezzo di quel crocchio per ricevere l'attacco. Oramai tutti la spiavano. Jela ebbe un brivido, le parve di riconoscere in quel volto la fisonomia tragicamente sconvolta della sua prima notte di matrimonio, quando colla veste di raso nero come le penne dell'aquila, e con una stessa furia stava per rapirle il marito. La fantasia le si abbuiò, si sentì una paura serpere nelle vene colla fredda viscosità di una biscia: poi un palpito violento la scosse. Vide che salutava Buondelmonti, il quale ne rimase impacciato e contento fra quelle signore, e che le si appressava. Il suo abito di seta troppo lungo aveva dei sibili sottili, le scorse una foglia secca sospesa per il gambo, che sembrava staccarsi ad ogni passo, le esaminò il taglio del cappotto, le parve che Ida fosse cresciuta.Si erano in faccia.Ida fece ancora due o tre passi, il gruppo si era aperto stringendosi dietro Jela. Ella fu quasi per voltarsi invocando la marchesa, ma era troppo tardi; e come tutto cospirasse contro di lei, si trovavano dirimpetto ad un finestrone, che fasciava tutto quel crocchio in un lembo biancastro di luce. Ida le si fermò dinanzi, quindi cercandosi il portasigarette nella tasca del cappotto:—Una scatola di fiammiferi,—chiese colla sua voce vellutata, accennandogliela del dito. Il guantoera colore di foglia secca, un'altra foglia le era caduta dal cappellino sulle spalle.Jela tremava. Quella domanda così semplice le si prolungava all'orecchio col fragore di una cascata, assordante e diffuso. Le teneva gli occhi bassi all'altezza del seno, incantati nel luccichio di un bottone. Passò del tempo o le parve; poi sentì la gente sussurrare intorno, che forse non erano trascorsi tre secondi, e prendendo la scatola, alzò la mano, alzò gli occhi.—Quanto?—seguitò Ida affrontandola.—Per voi due soldi.Fu uno scoppio di fulmine. Tutti sussultarono, ma nessuno parlò. Ida ricevette il fendente sul petto, ma non si mosse, la guardò colla stessa lentezza, poi cercando nel portasigarette ne trasse un bono, lo spiegò, era da mille lire, glielo porse. Jela lo accettò senza capire. Cominciava già a perdere la testa, sorpresa dalla soggezione di lei, che riceveva nel volto bianco come la cima di uno scoglio tutte quelle occhiate ostili. Era rimasta col bono nella mano aperta improvvidamente, non sapendo come o che cosa fare. Tutta la sua paura era risorta, non si ricordava più di nulla, con una sensazione soffocante della gente, che la serrava in un cerchio di curiosità malevole. Poi colla mano stessa, nella quale teneva il bono, cercò macchinalmente il borsello, ma Ida ebbe un gesto.—Il resto per i poveri.Ella si scosse. Senza comprendere seguitò a trarre dei biglietti di banca, guardandoli, che non potevano giungere a mille lire.—Non ne ho...—Dei poveri?—la interruppe vivamente.—Allora per voi, per i poveri di spirito.E le volse le spalle. Jela non si ricordava più di altro, solamente di aver pianto due grosse lagrime fra quella gente, che si agitava in un mormorio di risa soffocate; poi aveva incontrato lo sguardo di Buondelmonti, e la vergogna dell'umiliazione era stata così forte che ne era quasi svenuta. Ida aveva fatto un mezzo giro nel salone senza fermarsi a nessun banco. Quindi anche Jela se n'era andata colla marchesa di Renzuno, come passando attraverso una siepe di spini, che le entravano nelle carni.Adesso non pensava quasi più, sentendo il freddo di una grande irreparabilità agghiacciarle tutta la vita. Un dolore, che non osava di lagnarsi, le si aggrondava nell'anima, mentre cogli occhi fisi nella sera vedeva ancora il bel capitano con un sorriso involontario sulle labbra scambiare con Ida una rapida occhiata d'intelligenza, e rispondere poi agli amici, che gli si accalcavano intorno. La sua piccola testa di gigante si piegava con una compiacenza piena di discrezione, parlando certamente di lei, senza nascondere l'ilarità degli occhi, più insolente di tutto il rumore sommesso e beffardo di quella folla.Vi pensava, v'era sempre più incantata. Non si rammentava che la marchesa l'aveva lasciata in quella camera, uscendone a furia per cercare il conte o il duca e ricondurglieli, perchè s'intendessero su quel vituperio. Ella si era seduta alla finestra guardando di fuori, ma non vedeva che il capitano. Le pareva più bello e più grande. In quell'abbattimento la sua forza l'attirava come un rifugio: quell'uomo non potrebbe mai essere sopraffatto. Il suo volto angoloso, malgrado la rotondità piuttosto grossa di tutto il corpo, aveva un vigore di arditezza,che incuteva ed ammaliava. Il suo petto era così vasto che due donne avrebbero potuto cadervi e non tremare. Senza pensare alle conseguenze di quello scandalo, che le avrebbe attirato chissà per quanto tempo una ressa di malignità velenose, ella cedeva all'avvilimento di sentirsi sola, abbandonata da tutti in un mondo, che si rideva della sua gracilità, mentre sembrava qualche volta applaudirla per coglierla forse meglio in fallo ed aggiungere l'ingiustizia di una condanna all'ingiustizia di quella ironia.Il cielo si era fatto più scuro, la campagna affondata nelle tenebre mandava verso la città un roco sussurro di morente. Jela si alzò dal davanzale, e tutta quell'ombra della strada le fece paura; quindi per sottrarsi quasi ad un altro pericolo fuggì fanciullescamente nella propria camera.Infatti la marchesa, il duca di Rivola e il conte entravano poco dopo nel gabinetto dei ritratti. La marchesa aveva già narrato tutta la scena, precipitando, con una collera di gesti e di voce, che dava tratto tratto alle sue parole una sonorità stridente e squarrata. Ma drammatizzando il racconto vi si accaniva mano mano. Pareva quasi che invece di narrarlo lo apprendesse, e le difficoltà della ritirata con Jela attraverso tutte le signore, che si stringevano loro intorno per aumentare a forza di moine l'importanza già grossa dello scandalo, la traversassero ancora di fremiti ghiacciati. Era stato un lungo orrore, un vituperio, un abbominio senza esempio, il quale non finirebbe più con grande contentezza di tutte le borghesi e dei dissoluti presenti, cui la marchesa aveva già letto sul volto tutte le più bugiarde dicerie. Quindi la sua testa di aristocratica,infiammandosi di sdegno, parlava a scatti, con gesti angolosi di pupattola meccanica che si disloghi, mentre un compiacimento nervoso le faceva prolungare il racconto attraverso quel silenzio degli altri due.—È un orrore,—concluse infine riattaccandosi al duca.Egli aveva sorriso deplorando l'accaduto, ma trovandovi alcuni lati comici con una leggerezza così naturale e perversa, che la marchesa aveva dovuto pur riderne: poi la questione si era spostata. I particolari su Ida si moltiplicavano, il duca scherzava, dandosi delle occhiate furtive nello specchio, giudicando le signore della lotteria uno stormo di civette poco belle e poco dame. Tutte non pensavano che a sfoggiare, a regalarsi a qualcuno: era una ruina, una depravazione tutta moderna. La beneficenza serviva di pretesto, giacchè tutte quelle signore, che mettevano bottega per vendere dello spirito, non sarebbero mai riuscite a mettere insieme la lotteria. Il duca guardava la marchesa.—Già siete voi, mia cara marchesa, la cagione di tutto: siete l'anima della nostra aristocrazia; senza di voi non saprebbero nemmeno dare un pranzo.E il suo accento aveva una grande sicurezza di ammirazione. Ma ad un tratto si rivolse:—Jela non è che una bambina: tu dovresti, Enrico, impedirle certe scene. Non ha la più meschina esperienza del mondo.Se non che la marchesa l'aveva nuovamente interrotto, rimproverandogli Ida, rimproverando il conte, le signore della lotteria, sdegnandosi di tutto il mondo, che andava male, ripetendo ancora alcunecircostanze della scena preparata così malignamente da Ida, ma con tanto poco spirito nella sua risposta finale. La piccina l'avrebbe battuta se non si fosse smarrita subito dopo.—Questo poi non lo credo.—Perchè siete un libertino.—Non lo crede nemmeno Enrico, che Jela la possa battere. È stato battuto lui stesso.Il conte, che quella conversazione irritava, ferito nell'amor proprio dall'insulto di Ida alla contessa, alzò sdegnosamente le spalle. Si rinfacciava la sciocchezza di essersele ostinato dietro, frustato assiduamente dallo zio, che andava smussando con lei il proprio patrimonio, la sua eredità di un giorno, respinto invincibilmente da Ida con una dichiarazione di amore. Sulle prime non era stato che un capriccio di svogliato, poi l'umiliazione lo aveva acceso, e ora la cortigiana, dopo averlo deriso nel proprio salotto, gli entrava in casa e gli schiaffeggiava la moglie. L'altro rideva di quella sua falsa posizione di nipote arricchito dalla dote della moglie e che la lasciava vilipendere dalla mantenuta dello zio; mentre la zia invece non se ne era incollerita che per mescolarsi ancora nelle sue faccende, e comandargli in casa una volta di più. Ma ambedue in quel momento parevano non sospettare nemmeno della sua presenza; il duca parlava di Ida, la marchesa gli rallentava le confidenze con un battito degli occhi lustri, lasciando l'accidente disgustoso della lotteria allontanarsi a poco a poco nella conversazione come un semplice aneddoto senza interesse personale. Poi la marchesa si risovvenne improvvisamente di Jela, e andò ella stessa a cercarla nella sua camera.—Aspettateci qui,—disse, ridivenendo contegnosa.Il conte Enrico in piedi, colla mano dimenticata sopra un album aperto macchinalmente, la guardò appena. Una corrente di tristi pensieri lo travolgeva. Perchè Ida aveva fatto quella scena? Che cosa ne pensava il mondo? Perchè il duca e la marchesa, i primi a riderne malgrado gli obblighi mondani della parentela e del nome, v'intervenivano così dispoticamente per umiliarlo un'altra volta, ed egli doveva assoggettarvisi colla stupida docilità di uno scolaretto? Come era rimasta Jela? Ne scriverebbe al padre? Si rimprovererebbe di averlo sposato? Gli rinfaccerebbe almeno nel proprio pensiero i due milioni di dote, poichè Jela non era più innamorata di lui e sapeva del suo capriccio per Ida? Lo temeva. Malgrado tutte le promesse della notte, Ida non lo aveva ricevuto, invece di una sorpresa di amore preparandogli quello scandalo turpe. Ma dunque l'odiava? E allora come poteva mentire a tal punto, con tanta ostinazione di odio? Quindi i suoi complimenti convulsi quando gli diceva in faccia: come siete bello! gli passavano all'orecchio colla sonorità perlata di un riso nel silenzio di quel gabinetto coi ritratti degli avi allineati lungo le pareti in un'ombra come di sepolcro, che lo guardavano coll'indifferenza della loro posa e della loro superiorità, come il duca.Questi aveva acceso una sigaretta e si era messo allo specchio, osservando tratto tratto il nipote, cui la commozione di quella scena abbelliva singolarmente la fisonomia femminile.—Dunque Jela non viene? Mi dispiace, perchè sono invitato da Ida: mi aveva detto di cercarti,che si pranzerebbe assieme, ma tutto questo chiasso me lo ha quasi fatto scordare.—Le sette!—seguitò,—fra un quarto d'ora sarà tardi, in caso che tu venga. Ma Ida è capace di non aspettarci, se tardiamo troppo; stamattina era nervosa.—Ma, poichè il conte non rispondeva, si rattenne e, guardandolo con la compassione di un uomo, cui la vita non serberà mai le disaggradevolezze di simili posizioni, scosse la fronte.Finalmente la marchesa apparve con Jela dietro. Era ancora così vestita, si conosceva che aveva pianto. I suoi begli occhi, gonfi dall'infiammazione delle lagrime, le davano su quella improvvisa emaciazione del volto una commovente fisonomia di malata, che strinse il cuore del conte. Se non che, malgrado tutte le raccomandazioni della zia, la quale voleva condurla loro innanzi come un giudice, ella si avanzava come una colpevole, atterrita dalla propria innocente simpatia per Buondelmonti e dal sentimento di quel gran torto in faccia al mondo. La sua inesperienza della vita non le permetteva di capire i vantaggi di moglie ricca ed offesa, profittando di quel momento, forse unico nella vita, per assicurarsi l'indipendenza.Entrando si scontrò in un'occhiata con Enrico, e la tristezza della sua faccia le fece sentire l'angoscia di un nuovo pianto negli occhi.—Non ti sei ancora svestita, carina?—esclamò il duca, ammiccando con la marchesa ed attirando Jela con un gesto.—Son venuto ad invitarti per domenica: verrai con Enrico e la marchesa. Sapete benissimo, marchesa, che me lo avete promesso, non accetto scuse: d'altronde il pranzo è dato per Jela, che avrebberagione di offendersi. Ci sarà pure la contessa Guelfi, la contessa Ceri: guarda, inviterò pure Buondelmonti, che ti farà la corte, così ci divertiremo colla contessa. Enrico, tu lo permetti, non è vero? Non sei geloso? Poi Jela non crede che Buondelmonti sia bello.Ella arrossì trepidando.—È un bell'uomo, ma troppo soldato,—interloquì la marchesa.—Antipatico! ma dal momento che si prende come un giuocattolo...—Sei geloso! Marchesa, lo vedete, è geloso. Sai, Jela, ci divertiremo: tu farai la civettuola, la contessa si metterà sulla faccia tutti i suoi verdi più belli. Povera contessa, non vuol persuadersi d'invecchiare, e che fra i veterani sono pochi i non invalidi.Il conte Enrico, profittando della conversazione, si era avvicinato, la marchesa aveva preso una mano di Jela e gliela stringeva affettuosamente. La buona piega di quella scena la stupiva: quella le pareva, non meno che a Jela, una soluzione incredibile. Quindi profittando del destro scambiò un'occhiata col duca, quasi per mostrargli come ella aveva saputo da sola accomodare subito le cose, abbracciò Jela dandole un bacio sulla bocca:—Sei contenta?Poi, senza darle nemmeno il tempo di rispondere, si volse al conte Enrico, che si disponeva ad accompagnarla fino alla porta dell'appartamento. Ma appena furono soli, il duca mutò espressione, e dalla porta, dietro la quale era scomparsa la marchesa, riconducendole nel volto le pupille sembrò considerarla con simpatia malinconica.—Come ti tratta!—Io...Egli ebbe un gesto superbo, come non preso da quella generosità.—Sei un angelo! Buondelmonti avrebbe ragione d'innamorarsi.—Ma si fermò, sentendo ritornare il conte Enrico.—Dunque andiamo,—esclamò, facendosi d'un tratto frettoloso,—è già tardi, ci aspetteranno. Mi scordavo di dirtelo, ti rubo Enrico questa sera, ma te lo pagherò domenica. Siamo attesi, è un affare molto serio. Mi dispiace che pranzerai sola, ma infine la colpa non è mia; se non era la marchesa, saremmo già al convegno: quella donna è un ostacolo sempre. Sai, Jela, mi perdoni? Andiamo, Enrico.E mentre Jela lo guardava cogli occhi attoniti, temendo di una qualche minaccia in quell'abbandono, egli cercava di rianimare il conte. Jela tremava senza ardire di negare o di cedere, incantandosi in una indecisione, che prolungava la loro fretta simulata, mentre la paura dell'isolamento a poco a poco la ripigliava. Prima lo aveva desiderato, poi non avrebbe voluto per cosa al mondo restare sola colla propria coscienza. Quindi un sospetto la sfiorò abbarbagliandola.Il conte Enrico si era scosso, aveva trovato il cappello e si accostava per stringerle la mano: ella gliela abbandonò rabbrividendo, ma quando lo zio gliela serrò per la terza ed ultima volta, gli mise un tale sguardo negli occhi, che egli fe' un gesto per rassicurarla.—Impossibile!Ed uscirono quasi correndo, mentre Jela, l'occhio e l'orecchio sulle loro tracce, mormorava a bassa voce:—Vanno da Ida!Infatti era vero.L'aria era pungente, la strada deserta.—Non passa unfiacre,—disse il duca.—Avete fretta?—Io? per te. Sono otto giorni che Ida non ti riceve dopo averti invitato per l'indomani: figurati come ti desidera! Dovresti ringraziarmi della bontà.Camminarono ancora in silenzio, poi il conte, che non voleva mostrarsi interamente battuto, riannodò la conversazione. Il duca era in un accesso di moralità, e stigmatizzava violentemente tutte quelle feste di beneficenza, una nauseabonda affettazione democratica per ingraziosirsi il popolo, il quale aveva il buon senso di non esserne grato e di rispondere con insolenze a quella carità diventata una pania di adulterii. Le signore, invece di assentirvi, avrebbero dovuto far ancora l'elemosina alla porta dei loro palazzi come una volta, un'elemosina, che aveva il doppio vantaggio di lasciare chi la donava e chi la riceveva al loro posto.—Noi, ai nostri tempi eravamo più coraggiosi; voi altri, che avete fatto l'Italia e farete forse un giorno la repubblica, non osate nemmeno di essere signori. Ne domandate sempre l'amnistia alla piazza, o paolotti coi preti, o filantropi coi borghesi. Bah!—aggiunse sogghignando:—Ida ha ragione, è più onesta delle signore: almeno ha il coraggio di sè medesima.Passò un fiacchero, vi salirono. Il duca seguitava a calcare sulla bassezza dell'aristocrazia, la quale vuol farsi accettare dalla borghesia e dal popolo, senza poter assimilarsi ciò che forma la loro natura e garantisce loro l'avvenire; ma a poco a poco condannavatutto il vizio, anche l'antico, perchè in fondo non vi si trovava un gran vantaggio. La gentina aveva ragione, la famiglia era il più gran trovato dello spirito umano; egli ci aveva pensato, poi l'orgoglio dello scetticismo libertino lo aveva rattenuto. E la sua voce aveva un accento così sincero, che finì per meravigliare il conte.—Mi guardi? Se sono rimasto vedovo è la tua fortuna. Io mi lamento perchè sono un vizioso fortunato: non è permesso che ai ricchi di sentire veramente il vuoto delle ricchezze.—Però non vi rinunciano.—Troppo giusto!—ribattè colla sua stridente ironia:—Rinunciarvi prima di conoscerle sarebbe una scempiaggine, dopo averle conosciute cattive una malvagità.Erano alla palazzina di Ida. Il valletto livreato in nero li introdusse nel solito salotto, ma Giustina, la cameriera di confidenza, venne loro incontro con aria desolata. La padrona, ritornata di un umore massacrante dal passeggio, le aveva ingiunto di rimandar tutti, anche il duca. Ella non l'aveva mai vista di un simile carattere: si era chiusa nella propria camera senza lasciarsi nemmeno spogliare, borbottando fra i denti, strapazzandola quasi ferocemente per avere osato una piccola osservazione. Ma la fisonomia sbiadita di Giustina si andava man mano rischiarando di una malvagia malizia in queste parole strascicate leziosamente, come per osservarne meglio l'effetto sul volto del duca.—Si figuri che ha minacciato di cacciarmi via,—seguitò, appoggiandosi famigliarmente alla spalliera della poltrona.—Non ti ha detto che cos'ha?—Glielo avrei chiesto!—Ma non ha pranzato?—Ha detto che suonerà. È nella sua camera.Il duca non aggiunse altro. Evidentemente non ardiva di rompere la consegna. Giustina, che non si era nemmeno voltata verso il conte, si accomodava con affettazione una piega dell'abito, un ricco avanzo della padrona. Il duca taceva, il conte in piedi, esasperato da quel tono della cameriera, stentava a frenarsi. Tutta la collera, calmata dall'aria fredda della notte, gli riavvampava nella coscienza; sentiva di esser preso a gabbo.—Ma perchè non ordinate a quella scema di annunziarci?—rispose in francese al duca, che aveva scambiato seco uno sguardo furtivo. Il duca non pareva più quello, la vecchiezza lo aveva ripreso con tutte le sue tremule diffidenze.—Sei pazzo!Il conte, che si sentiva soffocare, accennò di andarsene, ma il duca si alzò, lo trasse alla finestra, e sempre in francese, a bassa voce, come se Giustina, che non ne sapeva un ette, potesse capirli, seguitò a spiegargli minuziosamente come la posizione non fosse delle più facili. Ida, furibonda per quella scena della lotteria mal riuscita, ne teneva loro il broncio colla solita logica delle donne, ma era tale da rimandarli. Purtroppo egli aveva dovuto accorgersi in cento altre occasioni come Ida mettesse una speciale vanità nella propria indipendenza. Ora non v'era forse che un solo mezzo di eludere la consegna.—Prova tu: va innanzi con Giustina. È abbastanza strano che tu venga da lei questa sera a domandarle da pranzo: Ida capisce, si mette a ridere, e tutto è accomodato.—Ma è quasi una viltà!—Ecco la borghesia: un signore non si avvilisce mai con una donna, che paga. Finezze di spirito!Il conte titubava.—Se no, io la conosco, ci tocca uscire, e questa volta diventiamo ridicoli sul serio.Giustina appoggiata coll'anca alla poltrona nell'atteggiamento di un garzone di caffè, li ascoltava, indovinando senza intenderli ed aspettando, uno de' suoi piaceri favoriti, che il duca agli estremi la consultasse umilmente.—Introduci il conte, io l'aspetterò qui,—le disse.—Uhm!—fe' squadrandolo con diffidenza.—Introducetemi,—questi ripetè seccamente.Giustina senza affrettarsi fissò ancora il duca, dondolando la testa come per dire che accettava, ma tutto sarebbe inutile. Il duca rimase aspettando. Quello che aveva detto al conte sul carattere inflessibile di Ida, purtroppo lo pensava sinceramente; ma l'idea di servirsi di lui, dopo lo scandalo del giorno, per vincere il capriccio bizzoso della fanciulla, gli parve uno scherzo così trionfante, un'abilità così inimitabile, che se ne compiacque.—È strano!—mormorava, parendogli di attendere da un pezzo. Poi si fermò dinanzi ad una litografia delPollice Versodel Gérôme, si voltò due o tre volte verso la porta, si risedette, tornò ad alzarsi.—Che cosa le dirà quello sciocco? Eppure è così facile!—Ma riflettendovi bene, non gli veniva lo scherzo per far sorridere Ida, mentre le parole del conte: «è quasi una viltà» gli tornavano agli orecchi. Finalmente intese il rumore di un passo femminile; era Giustina.—Venga, venga,—esclamò ridendo:—sono tutti e due seduti sulla sponda del letto.—Oh!—gridò, correndole incontro con uno slancio giovanile, poi si fermò:—Ha scritto anche oggi?—Il capitano? scrive tutti i giorni, la signora ha gettato la lettera senza neppure aprirla, deve essere sul camino.Il duca raggiò.—Sai, servimi sempre così,—disse pigliandole scherzosamente un pezzo di guancia tra l'indice ed il medio:—sei una bella ragazza!—E leggero, col passo di vent'anni, il volto ilare, entrò spalancando l'uscio nella camera di Ida.—Giuseppe e madama di Putifar!—proruppe allegramente baciandole la mano,—vi sorprendo, sciagurati.—Debbo invitarvi a pranzo anche stasera?—ella chiese dopo un istante.—È un'elemosina.—Già, nell'elemosina vi è sempre uno che si abbassa,—e il suo sguardo cadde sul conte, che trasalì; ma si levò di scatto e chiamò:—Giustina! il pranzo? sono le otto; è incredibile come si sia mal serviti. Apparecchia su quel tavolo; non è vero, signori, che si sta meglio qui che nel salotto? Ma sollecita, questi signori hanno fame.—E si girò verso il conte, prendendogli di mano il libro, col quale l'aveva sorpresa sul letto, e che egli non aveva ancora aperto.—Che cosa leggevate?—domandò il duca, che conosceva le tendenze letterarie della fanciulla, per lusingarla.—Un libro di Lewes, splendido. Ha ragione: nulla è più facile che drammatizzare un fatto, nulla piùdifficile e diverso che concepirlo dramma. Victor Hugo drammatizza sempre, eppure è un genio. L'arte moderna non ha che tre drammi sublimi: l'Amletodi Shakespeare, ilTristano e Isottadi Wagner eLa Faute de l'Abbé Mouretdi Zola. Farò un dramma anch'io.—Per il teatro? Musica o poesia?—domandò il conte con una leggera inflessione di scherno.—Nè l'uno nè l'altro. Non lo farò per il teatro, ma in teatro. A proposito, è per domenica l'ultimo veglione?Giustina rientrava in quel momento col valletto per apparecchiare la cena. Ida tornò a sedersi sulla sponda del letto, presso il conte, col duca ai piedi semicoricato sulla pelliccia d'ermellino. La camera alta, illuminata da due candelabri di bronzo a tre branche, si assopiva in un raccoglimento severo. I muri parati di stoffa azzurra, incorniciata da liste di bronzo inverdito, si alzavano in un'ombra nera fino al cornicione della volta, pieno di dorature e di arabeschi come la cornice di un immenso quadro, nel quale si scorgeva appena il sottanino rosso di un guerriero, qualche elmo, una bianchezza femminile perduta in una bruma di tramonto, in alto, fra una nuvola greve. Era una camera di palazzo antico, più vasta di un salone moderno, occupata la maggior parte da un letto di ebano incrostato d'avorio. La sua testiera, lavorata prodigiosamente, saliva riunendosi in una mensola da tabernacolo, con un'apoteosi di arte e di ricchezza. L'ebano aveva perduto il lucido, l'avorio si era ingiallito, ma dalla mensola, come dall'altezza di un trono, un piccolo Apollo di marmo sfolgorava di un candore immortale sotto un baldacchino di trine drappeggiate aminime pieghe, che lo raccoglievano come sotto una cappella cristiana dal lusso minuzioso e femminile. Una lampada antica di bronzo doveva ardergli tutta la notte dinanzi. E un'immensa coperta marezzata, dai bagliori cilestri, si arrovesciava dal letto, coprendone il lavoro meraviglioso con una frangia a ghiande alternativamente bronzee ed azzurre sino sul tappeto di una tinta bruna come le pareti. Il letto era posto sopra un gradino; a' suoi piedi, secondo il costume campagnuolo, una vecchia cassa di quercia intagliata sopra un piedestallo di panno turchino, con una grande chiave cesellata nella toppa e il coperchio aspro di un paesaggio, al quale gli anni avevano dato qua e là una lucentezza metallica, sembrava trattenergli le onde seriche; mentre ai fianchi, dal lato di Ida, una pelliccia di ermellino, ad orlo di seta cerula, conservava sulla innocente candidezza le orme leggiere della donna, e dall'altro una pelle di leone, colla testa fra le zampe, si stirava sul tappeto le unghie dorate con una vivezza di brace. Il leone aveva una pantofola da uomo in velluto cremisi sulla testa. Un camino di marmo nero, carico di ninnoli e difeso da una saracinesca di ottone, in faccia alla grande cassa intagliata, spiegava una pompa di incrostazioni a colori gemmei, pieni di fosforescenze e di bagliori. Tutti gli altri mobili, il piccolo armadio con due figure rilevate nei medaglioni dello sportello, e i due canterani a lato del camino, erano antichi, in quercia, a placche di acciaio annerito. Una psiche enorme metteva nell'angolo un chiarore notturno di lago; una lunga ottomana di raso rosso, davanti al lavabo in marmo nero a forniture di argento cesellato, accendeva in quel crepuscolo marino unavampa sanguigna d'incendio, mentre l'ombra vellutata di quell'azzurro si addensava con una mollezza di fumo, chiazzata dalla bianchezza degli origlieri ricamati in cilestro del nome di Ida, drappeggiandosi lungo i cortinaggi chiusi, ritraendosi ai solchi delle candele su per le pareti e sui mobili, addolcendo quella ricchezza quasi austera malgrado le bizzarrie moderne della gran mantenuta.Ida adorava quella camera, che le costava un tesoro ed era il suo capolavoro, poichè vi aveva tutto discusso e curato dalle piccole scansie, a fianco del letto, in corno ed avorio, alle scimmie di Norimberga, grandi e piccine, che si arrampicavano per tutti i cordoni del baldacchino sino dentro a guardare l'Apollo colla adorabile brutalità del loro grugnetto lascivo. Una scimmia, la più grossa, si chiamava Mynos. Nel camino agonizzavano poche brace dietro la grata d'ottone, a saracinesca, agitando una iridescenza di sorrisi sui nicchi del marmo. La camera, tenuta con uno studio eccessivo, prendeva dal lusso femminile del talamo il proprio sesso, poichè nessun altro oggetto, nessun oblio di vita o di toeletta vi tradiva la donna. Era bene la camera di Ida colle crudezze logiche del suo pensiero e la maschile fantasia della vanità, il suo primo sogno realizzato, quando l'abitudine dell'opulenza non gliene aveva ancora calmata l'ingordigia. Ogni mobile vi rappresentava la ricchezza potente di un'aristocrazia, che sa di essere imperitura e si fa una barriera del proprio lusso al lusso provvisorio dei borghesi; ma ella li aveva comprati un po' dappertutto, pagandoli a un prezzo assurdo, sapendo che sarebbero sempre una ricchezza. Ida non conosceva ancora la gracile eleganza e la effimera pomposità del lussomoderno; d'altronde lo detestava. I suoi ninnoli, i sopramobili erano capi artistici, copie in marmo o in bronzo: non accettava nè maioliche nè porcellane, fasto di rigattieri; aveva appena fatto grazia a quelle scimmie per l'antitesi heiniana di circondarne il suo Apollo greco, urtando così il primo e l'ultimo termine della fisonomia umana. Ma le contraddizioni del suo carattere scoppiavano qua e là in quell'ammobigliamento, cui la filosofia di Poe non era estranea; all'Apollo pagano, che sostituiva la Madonna a capo del letto, sublime nella serenità della propria bellezza, contrastava sopra il camino con una bellezza più ineffabile unEcce Homodel Guercino con i capelli biondi come l'oro ed il viso stravolto dalla passione; mentre sotto di esso un puttino di marmo, tutto moderno, un birichino in brandelli, le mani strette al seno dal freddo, stringeva pure ilrevolverpreferito di Ida colla canna a rabeschi dorati, il calcio d'avorio e la sua cifra in oro. Nessun profumo di alcova, nessuna mollezza sensuale temperava quella sontuosità di mobili ad angoli retti, con modanature così taglienti, che bisognava sfiorarli guardingamente.Ida celiava, Giustina e il valletto avevano apparecchiata la cena sopra il piccolo tavolo, miracolosamente intarsiato, fra la grande cassa ed il camino, ed aspettavano un cenno della padrona per servirla. Ma ella pareva essersene dimenticata, con un piede abbandonato nelle mani del duca e la testa quasi sulle spalle di Enrico, mentre la lunga veste da camera, rosea a trine bianche, di una leggerezza di nuvola e di una trasparenza quasi aerea, stava come per gonfiarsi ad ogni suo atto e sfiorare i volti di quei due uomini, che obliavano i loro rancori in un incanto di desiderio.Ma in un impeto di risa Ida cadde rovescioni sul letto, il conte le passò una mano sotto la cintura.—Ritirate quella zampa, cattivo gatto.—Bianco,—esclamò il duca.—Che? i gatti bianchi cogli occhi cilestri sono sordi, lo ha scoperto Haensinger. Poi i vostri occhi hanno la limpidità cristallina dei gatti, che morranno di tisi;—ma invece di sollevarsi ella gli si aggravava sulla mano col seno gonfio della sonorità di un riso voluttuoso. In quell'atteggiamento il piede, che il duca le teneva tra le palme, le si alzò scoprendo la caviglia rosea fra la nebbia rosea della veste. Il duca si levò ginocchioni, il conte Enrico le si curvò sul collo, tutti e tre ridendo nel riso scabro di quella scena; ma ella, che rideva più forte, a un tratto puntò la testa nel mezzo del letto e, ordinando loro di aiutarla, arrivò a distendervisi, adagiando il capo sull'origliere.—Ho fame, volete servirmi, conte? Ma vi farete prestare i guanti di filo da Giuseppe; voi duca sarete lo scalco.Malgrado la sua serietà di domestico ben educato, Giuseppe non potè trattenere una smorfia quando il conte gli chiese i guanti; questi se li mise, e chiamando il duca tutto ilare di quella follia, si fermarono davanti al tavolo. Il pranzo era di un'incredibilità capricciosa. Un enorme mazzo di fiori entro un vaso di argento massiccio, pieno di figure annerite dal tempo e sformate dalle ammaccature, occupava più che mezza la tavola, avvolgendola in un profumo di viole, che le gaggie disseminatevi come tanti occhi di falco fra quegli occhietti cilestri, irritavano con un'acrità di pimento. Il mazzo rotondo e convesso, allungava tutta la suaombra sul tavolo, che ne restava bruno malgrado la frizzante candidezza della tovaglia. I bicchieri in cristallo di Boemia e i piatti in cristallo di rocca si discernevano appena nella loro bianca limpidezza, mentre le piccole forchette d'oro, fra tutto quel bianco pieno di iridi e di bagliori, avevano la dolce ricchezza di una ciocca di capelli biondi sulle spalle nude di una donna. Non v'erano che tre posti, uno in mezzo sulla cassa, e gli altri ai due lati. Alcuni barattoli dalle forme bizzarre si addossavano ad un compostiere guarnito di frutta rare, ananassi, fichi d'India, aranci di Singapore, perine montanare a grappoli, grosse come le nocciuole di un rosario, pesche di una biondezza femminile e con un sorriso di carni brinate, frammezzo a molte frutta candite dalla viscosità granulosa e gelata di cadavere. Tutto il pranzo si componeva di dolci e di paste, ammassate sopra un piatto enorme d'argento, entro un cerchio di bottiglie di liquori, nere come una cintura di piccoli cipressi intorno a una piramide sepolcrale. E lì presso una conca antica di Sèvres, smagliantemente colorata, pareva una barca piena disandwichs, tutto il carico pesante di quel pranzo.Il conte e il duca, che non avevano badato ai preparativi, esclamarono.Essi avevano fame, quel pranzo era un'indegnità da parte di Ida, e non l'avrebbero servita; in nessuna casa del mondo si pranzava così. Ma Ida esclamò più di loro, perchè vi doveva essere un arrosto qualunque, un rifreddo e delle fragole.—Delle fragole non ce ne sono che per noi,—disse il duca, osservando sul tavolino.—Dove?—ripetè il conte seguendo il suo sguardo.Ida aveva sollevato il capo curiosamente.—Ma dove le cerchi, Enrico? non le vedi sulle labbra di Ida?Ida, che stava per scoppiare a quella mancanza del suo frutto prediletto, sorrise, e Giuseppe entrò coll'arrosto di bue affettato in un piatto d'argento bislungo; lo depose sull'orlo del tavolo, ritirandosi coll'indifferenza corretta di un cameriere, pel quale le stravaganze dei padroni non hanno nulla di strano. Giustina era uscita. Ida, colla testa sotto la mensola dell'Apollo, coperta da quell'ampia veste, che su quel raso cupo aveva l'ardore d'una nuvola accesa dal sole in fondo all'orizzonte marino, guardava i suoi due nuovi camerieri con gioia insieme puerile e profonda. Il conte aveva portato sul letto un piattello di paste, il duca una bottiglia di rosolio chinato, e si erano entrambi seduti sulla sponda mangiando, fingendo dimestichezze da servitori innamorati della padrona, mentre ella li strapazzava fra uno scoppio di riso, prendendo certe arie di testa di un'incantevole seduzione. Ma realmente non avevano fame; il duca aveva mangiato alclub, il conte, ancora agitato dalle scene precedenti, conservava appena un appetito di ghiottoneria. Il letto a molle, cogli spigoli fortemente imbottiti, cedeva lenemente verso il mezzo avvicinandoli a Ida, che si affondava come sotto un mucchio di rose, attirandoli colla gaiezza del sorriso e l'abbandono della posa. In quella camera così severa, illuminata da una luce fioca, tra que' mobili di trapassati, su quel letto imperiale rischiarato in alto dalla casta nudità dell'Apollo, ella felice nella soave mitezza della veste, una pasta fra i denti, era ancora una stranezza, la maggiore e la più artistica. Una beatitudine trepida apriva loro tutti i sensi, mentre scendevano il declivio capzioso del letto,respinti dall'ombra e dalle punte di tutti quei mobili secolari verso quella veste rosea, sotto il baldacchino bianco, come ad un ricovero di colori dolci, incomprensibile ed incantevole, un nido, un immenso fiore, una conchiglia, nella quale Ida metteva il suo pallore di perla, la sua morbidezza di rosa, il suo odore di donna. Parlavano adagio, i sorrisi filavano collo splendore illanguidito delle stelle, le parole avevano come un tremolìo di petali, un fruscìo di trine. La fronte rivolta verso Enrico, che teneva il vassoio in mano, Ida mangiava dei confetti fondenti come falde di neve, una evaporazione di rosolio magicamente congelata. Poi una carezza si diffuse sulla faccia della fanciulla, gli occhi le si inumidirono, ed un bagliore azzurrognolo le scese lungo i capelli, spegnendosi sul candore dell'origliere. Improvvisamente le parve di essere davvero sul letto con lui, sola, prostrata in una voluttà non ancora corrotta dall'abitudine. Il conte se ne accorse; una ruina gli avvallò nell'anima, come se tutti gli ostacoli e le resistenze di quella donna svanissero di un tratto, ed egli bello come l'Apollo scendesse dalla mensola a capo del letto per sdraiarsele sul seno, sotto quella nuvola di neve.Ma non durò che un minuto. Ida si allungò per prendere un'altra pasta, egli attirato invincibilmente da quel gesto le tese la mano. La fanciulla la ritirò.—Guardate, duca, se Enrico non pare proprio un cameriere innamorato: versatemi dunque un bicchierino.—Eccolo.Se non che Ida si trasse sulla sponda e vi si allungò, obbligando il conte a levarsi, mentre il duca accorreva col bicchierino dall'altra.—No, inginocchiatevi qui tutti e due: prenderò quello che voglio. Voi per il primo, conte, qui al cuscino, ma tenete il piatto alto; voi, duca, lì. Una volta le dame erano servite in ginocchio dai più grandi cavalieri; allungate dunque il piatto, Enrico, mio bel paggio. Avete visto quell'adorabile quadretto,I favoriti della duchessa? È un paggetto di sedici anni, lungo, esile, che tiene sulle ginocchia il muso di un levriero, mentre guarda un falchetto, che gli stride sopra una specie di leggìo. Ah!—s'interruppe:—e il thè? Aspettate che suono, non vi movete.Ed afferrò il cordone del campanello sotto il baldacchino.—È un quadretto adorabile,—ella seguitò:—il paggio vi somiglia quasi, Enrico; voi, duca, sarete il falco. Siete un po' più spennato, ma, per quanto realistica, l'arte non è mai tutta la realtà. Io sono la duchessa, che nel quadro non si vede, ma si indovina, una duchessa focosa e insensibile, che ha dei capricci d'usignuolo e delle carezze da tigre.Giuseppe e Giustina, che entravano in quel punto, meravigliati dei due in ginocchioni come due ragazzi ascoltando la lezione della maestra, frenarono a fatica una risata. Il conte li sentì e n'ebbe un insulto di malessere, che gli fe' tremare il piatto nelle mani.—Non abbassate dunque il piatto così, mi costringerete a cacciarvi, se mi sciupate il mio quadro. Io sono la duchessa, come ne esistevano qualche secolo fa, e ora non se ne trovano più; voi, duca, il falco, voi, Enrico, il paggio. E il veltro bianco? Sarà Jela. Siete i miei favoriti,—proseguiva con uno stridore di lama nella voce,—più umili dei miei domestici, che posso insultare ad ogni capriccio, perchè io vi ho regalatotutte le mie bassezze di donna per potervi amare senza pericolo. Oh! come siete vili!—esclamò,—voi gli ultimi di un'aristocrazia, che ha fatto le crociate. Come siete vili!E scoppiando in una risata sonora, quasi avesse sino allora declamato uno squarcio di commedia, li guardava torcendosi sul letto nelle convulsioni di una gioia così vera e nullameno così inesplicabile, che il duca ed il conte ne rimasero intontiti. Questi accennò di alzarsi.—Che! che!—intervenne Ida imperiosamente.—Preparate il thè, Giuseppe; tu, Giustina, butta qualche pastiglia sul fuoco.Giustina si avanzò subito per pigliare una piccola scatola sul tavolo da notte presso il conte. Il suo volto slavato aveva un'espressione contenta di sarcasmo guardando la padrona.—Che te ne pare?—le disse Ida famigliarmente.—Signor duca, badi, ha rovesciato mezzo il bicchierino sulla coperta.—Vuoi tu il resto?—Offritele dunque una pasta, Enrico.—Signor conte, stia comodo, la prenderò sopra la sua testa. Grazie, signor duca.E padrona e cameriera si divertivano di quei due gran signori, due dei nomi più belli d'Italia, in ginocchio davanti a loro nate dal popolo, col vecchio rancore del popolo nel cuore. Ma ella saltò dal letto e, chiamandoli a piccoli stridi, andò a sedersi sulla cassa davanti alla tavola, obbligando il conte a sedersele presso.—Verrete al veglione, domani sera?—gli domandava poggiandogli una mano sulla spalla, mentre si faceva mettere un confetto in bocca dal duca.—Senza dubbio.—Non ci mancate. Io sarò mascherata: un costume originale, lo vedrete. Conte, voi ci sarete in palco con Jela.—Ma scenderò: ho sempre il mio domino, faremo un diavolìo sino al mattino.—Fino al mattino? Ma allora andatevene, voglio dormire questa notte: andatevene, a domani sera.—Andiamo, zio.—Oh no! non vi ho detto che voglio dormire,—ribattè Ida, abbandonandosi sulla spalla del duca. Questi la cinse con un braccio.—Vedi bene che scaccia te solo: veramente è presto, non sono che le dieci. Ma se vuol dormire dopo...—Dopo?!—rispose il conte con una inflessione di scherno, impallidendo, mentre Ida lo guardava cogli occhi socchiusi come nel languore del sonno.—Andate alclub?—gli chiese stancamente, tendendogli la mano.—Se ci vedete Buondelmonti favorite di dirgli che accetto: domattina alle dieci.—Un appuntamento?—Sì, voglio provare il suo bel cavallo prima di comprarlo. Così mi risparmierete di scrivergli: egli è così sciocco, che sarebbe capace di mostrare la mia lettera, vantandosene.Il conte titubava ancora, non avendo in tutta la sera potuto ricordarle la promessa dell'ultima volta. Ma il duca col busto stecchito per sostenere il peso di Ida, che gli si aggravava addosso di tutta la persona, le aveva preso una mano e gliela sbatteva sul tavolo col vezzo dei bambini; e vi era tanta naturalezza nel loro gruppo, che si sarebbero detti due sposi. Il conte sentì un turbine di polvere passarglisugli occhi, ma volle dominarsi; salutò lo zio, strinse la mano a Ida.—Buona notte.—A rivederci, conte, grazie. Siete gentile quanto bello! Jela vi aspetterà.—Rammentatele il mio invito per domenica. Povera piccina!—intervenne il duca.—Non dubitate.—Arrivederci, conte.Quando fu uscito, Ida sempre colla testa sulla spalla del duca, rimase pensierosa; una tristezza le si stese sulla fronte, mentre gli occhi le si irrigidivano e la ruga verticale della fronte le si contraeva.—A che cosa pensi?—le chiese il duca dopo qualche momento.—Ad Enrico.—È innamorato di te. Povero ragazzo!—Povero ragazzo!—ripetè lentamente.
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Jela era rimasta alla finestra, guardando la sera salire sulle falde delle ultime colline. Dall'altezza del suo bel palazzo, sola nell'appartamento, nella stanza oramai buia, il pensiero le si oscurava malinconicamente come la campagna lontana, nella quale il verde fanciullesco della primavera svaniva tra il vecchio grigio del crepuscolo. Era un paesaggio smorto, diluito entro una nebbia finissima, lacerata ancora dalla massa biancastra di una casa o dal profilo sinistramente bruno di un albero. Poi la nebbia si ammucchiava all'orizzonte, come sbuffata da un cratere invisibile, ed avvolgeva le colline, mentre i campi, livellati sotto l'ombra, parevano allontanarsi colla inclinazione uniforme di un lago pieno di una vegetazione silenziosa.
Jela alzò gli occhi; quel sereno così freddo e deserto le fece male. Colla mano guantata si strinse la capparella al seno, fece colla bocca una moina delicata e seguitò a pensare. La sera, bagnandola nel proprio umidore, la calmava in un'attonitaggine, che aveva la stessa incertezza di quell'ombra. Colla nuca appoggiata allo spigolo della finestra e il volto all'altezza del davanzale, senza un'attenzione per la strada, dalla quale si alzava un sommesso rumore di passi, seguiva col grande sguardo violetto quel digradamento della luce, digradando ella stessa in un abbattimento muto, senza trapassi di resistenza nè vertigini di cadute. Nella stanza il buio era così denso che lo specchio si era spento. Quindi a pocoa poco ella si assopì. Il rumore della strada si era fatto più discreto, come di ombre vagolanti tra i fanali allineati fin lontano rompendo il buio del selciato con certe pozzanghere di chiarore, le quali rimbalzavano sui muri all'altezza più che di un uomo; e al disopra l'ombra calava dai tetti, sospesa ancora sulla strada, comprimendone l'altezza. La frescura troppo umida cominciava ad avere delle vibrazioni, che le scendevano nelle carni, delle ondate, che le si rompevano negli occhi. Poi un vento gelato la destò di soprassalto, e Jela si trovò ancora dinanzi a Ida come due ore prima nel salone della lotteria, fra un crocchio elegante, che la guardava ironicamente. Jela tremava ancora, ma Ida conservava la stessa calma teatrale, voltandole le spalle colla tranquillità di un avventore.
Ella che si era recata così gioiosa alla lotteria! Aveva indossato il nuovo abito di saia turchina, un costume immaginato colla contessa Guelfi, con una casacca da uomo che le serrava la vita incrociandosi sul petto, e quattro tasche piene di sigari e di sigarette. Poi aveva nascosto i capelli biondi sotto un cappellino tondo, birichino, colla fibbia di acciaio e la penna: un colletto dritto e largo acconsentiva tutta la delicata mollezza del suo collo, e intorno ad esso svolazzavano due grandi capi di una sciarpa turchina; la gonnella stretta a pieghe e rattenuta sul fianco sinistro da un gancio d'argento, cadeva sugli stivaletti bianchi, alti, che disegnavano due piedi e due caviglie adorabili. Una correggia a bandoliera reggeva tutta la sua piccola bottega di sigari e di fiammiferi. Jela era una tabaccaia e girava su e giù per il salone della lotteria festonato, la notte illuminato da tre grandi lampadaria gocce di cristallo, che s'accendevano come tre bracieri dalle fiammelle multicolori, dandogli un'aria da teatro, con tutta la gente che lo riempiva aggruppata intorno ai banchi delle venditrici, le più belle signore, rivaleggianti di grazia e di lusso, di avventure e di avventori.
Jela, che non si sentiva forte a spirito, aveva scelto quel piccolo commercio e vi era stata fortunatissima. La sigaraia entusiasmava. Entrava avvolta in una capparella quasi bianca, un'audacia di fanciulla, che il successo aveva giustificato, e che con quella pettinatura e quel costume la rendeva singolarmente vivace. La sua fisonomia forse troppo delicata e signorile assumeva una grazia popolana, una piccola energia di scappata, con un ardore roseo sulle guance, un'ilarità cristallina negli occhi. Non sapeva che ridere, sorridere, inchinarsi, ma le sue mani erano così piccine quando offrivano un sigaro, era così piacevole fermarsele innanzi e cacciarle a soqquadro la piccola bottega, che pochi vi resistevano. I suoi incassi facevano disperare le compagne, mentre la contessa Guelfi, che non era stata accettata fra le venditrici, ne gongolava, appropriandosi i due terzi del trionfo.
Jela era fuori di sè, si divertiva, si perdeva. Tutti i giovani più belli e alla moda le si serravano intorno in un cerchio mobile: riceveva un complimento ad ogni sigaro, i desiderii le si accendevano innanzi colla spontaneità dei fiammiferi, forse non durando di più, ma con una luce egualmente gaia e senza infiammare l'atmosfera. Ormai non parlava più di altro a casa, collo zio, colla zia, aveva sempre qualche aneddoto da raccontare, qualche piccola difficoltà superata, qualche audacia indovinatao cansata; poi sorrideva arrovesciando il capo con quella sua grazia di angelo monello. Solamente fra quei lumi, i fiori, le minime botteghe delle venditrici, quella folla educata e chiassosa, un incanagliamento aristocratico di un buon gusto forse equivoco ma pieno di acri profumi e di sapori carnali, ogni tratto il rosso delle gote le si smorzava ed un impaccio la investiva per tutta la persona incontrandosi nel capitano Buondelmonti, il più colossale e nullameno il più bel soldato del proprio reggimento; il quale la guardava con una sfacciataggine incredibile, ma di cui ella sola si accorgeva.
Sulle prime le era dispiaciuto questa specie di predominio brutale, poi lo aveva cercato involontariamente. Aveva tanto inteso a dire che Buondelmonti era il più bell'ufficiale della città, uno spadaccino e un donnaiuolo terribile, che la sua piccola immaginazione se ne era riscaldata. Lo sbirciava con un'ammirazione paurosa, non osando nemmeno dirsi tutto su quell'uomo, che avrebbe potuto sollevarla per giuoco sul palmo della mano.
Ma Buondelmonti, che si era accorto della buona impressione, le faceva la corte comprando qualche sigaro, che pagava sempre venti lire, e permettendosi spesso di accompagnarla in giro scherzosamente. Allora Jela si sentiva ancora più rimpicciolire, con una paura piena di soavità e una incertezza di moti e di parole fra quella gente, che la fermava ad ogni passo e alla quale bisognava pur rispondere, mentre ella cercava di farlo palpitando di vanità appena le paresse di aver trovato una risposta o avanzato un passo più presto. Se non che Buondelmonti, troppo guasto dall'abitudine delle donne facili per capire la grazia di quell'armeggìo, insistevaforse meno per capriccio galante che per la compiacenza di essere preferito dalla contessina Alidosi, una delle più grandi signore della città.
—Convenite però che è bella,—gli aveva detto la contessa Ceri, la quale vendeva i liquori nel caffè della lotteria, e colla quale si andava raccomodando.
—Per ora non posso: conoscete il mio modo di giudicare le donne.
—Quale?—calcò la contessa, che lo sapeva benissimo:—dopo una rottura?
—Sarebbe esigere troppo.
La contessa aveva trovato quel motto da caserma spiritoso, ma Jela, che sapeva della loro relazione, aveva provato il morso di un dispetto vedendoli assieme.
Quel giorno Jela era anche più gaia. Aveva girellato per gli scompartimenti delle venditrici sempre seguita da un gruppo di giovanotti, interessandosi a quelle piccole vendite così assurde di prezzo e talvolta, ma rado, così preziose di brio. Benchè la luce s'oscurasse nel salone, non si erano ancora accesi i lampadari, e quell'ora crepuscolare metteva nelle botteghe quasi una verità di chioschi lungo una strada, quando il giorno cade e la gente si rarefà. Le venditrici in piedi o sedute, usando dimestichezze deliziose, levavano ogni tratto una voce d'incanto e ridevano sonoramente, sorvegliandosi con occhiate scintillanti, facendosi più belle con uno sforzo di vanità a piacere. Quindi si udivano gli scoppi del bersaglietto dove una signora caricava ed offriva le pistole, i fiori olezzavano, il trillo nasale di una tromba da bambino dominava per un istante lo schiamazzo, poi lo schiamazzo cresceva,una ressa momentanea l'animava, perchè il pubblico a quell'ora non era più che di eleganti, una minoranza nella quale tutti si conoscevano. Molte mani si alzavano per ghermire un giuocattolo, e le risa stormivano con tinnii cristallini fra le note in falsetto, le parole tronche, le esclamazioni prolungate: ricominciavano da ogni lato nell'ombra, sprizzando fra la luce, di banco in banco, mescendosi, alzandosi, rumoreggiando, per ricadere in una cascata di zampilli, sparpagliarsi con un volo leggero di libellule, raggrupparsi ancora e risorgere.
Jela colla capparella bianca sulle spalle e la cassetta al collo girava nella folla, presa fra quella allegria, che le ricordava certe chiassate al convento, sorridendo di felicità quando vendeva dieci franchi uno zolfino e metteva la mano nel borsello ricamato delle sue grandi cifre in argento e la corona di contessa, per lasciarvi ricadere il denaro. Il borsellino già gonfio le batteva sopra un fianco. La marchesa di Renzuno, che a forza di istanze aveva dovuto accompagnarla quel giorno, rubandosi ad un altro comitato di beneficenza, il quale le dava una pena infinita per la inerzia degli uomini e la indisciplinatezza delle signore, osservava tratto tratto la folla, congratulandosene seco medesima come di un proprio affare.
—Mio Dio! marchesa, rovinate il mio piccolo commercio: mi avete mangiato tre fragole,—esclamò la baronessa De Angelis, una bella bruna, grassotta, vestita con buon gusto pretenzioso, vedendole prendere distrattamente un'altra fragola dal panierino di filigrana.
—Ah! è vero, carina.
—Settantacinque franchi di meno: non ne ho piùche otto. Perchè non comprate piuttosto quest'uccellino del paradiso? Cento lire.
La vecchia marchesa sorrise.
—Guardate Buondelmonti,—esclamò l'altra,—si accosta alla contessina Alidosi.
—Le fa la corte, ma Jela ha altro da pensare, si diverte troppo.
Infatti Buondelmonti pareva volersele riavvicinare. Ella se ne accorse, e vedendogli il sigaro ormai ridotto ad un mozzicone:
—Un altro?—fe' mostrandogli un lungo sigaro Virginia con un gesto confidenziale.
—Fra poco,—e dovette voltarsi perchè un amico lo chiamava, ma si rivoltò nuovamente. Ida appariva sulla porta spalancata del salone. I primi che la videro, si guardarono meravigliati, ma ella si avanzò lentamente, cercando Jela coll'occhio. Era sola, certamente venuta in carrozza, con quel lungo abito a coda.
Jela, che la scorse quasi subito, si morse le labbra. L'abito color di foglia morta con una leggera guarnizione di foglie secche, rimaste come fra le pieghe della sottana, sapientemente traversate da una increspatura che le disegnava i ginocchi colla vivezza di un colpo di vento, era un capolavoro. La sua figura alta vi si allungava ancora sotto un cappotto grigio, chiuso sul petto e col largo bavero ribattuto, sul quale si attorcigliava il velo bruno del cappellino carico di foglie secche. Era più smorta del consueto, con un'aria più nobile, di una bella tristezza mondana, che la faceva rassomigliare ad un autunno, come lo rappresentano i giornali illustrati. In quei primi giorni della primavera Jela vi comprese una delle solite antitesi favorite di Ida.Il gruppo dei giovani, che la circondava, sussurrò, la marchesa di Renzuno occupata colla baronessa De Angelis non se ne avvide, ma due o tre altre venditrici si sentirono battere il cuore. Il loro istinto di donna le avvertiva di una scena.
Ida s'inoltrava; colpì l'aspettazione destata dalla sua presenza e venne dritto a Jela, che si era fermata inconsciamente nel mezzo di quel crocchio per ricevere l'attacco. Oramai tutti la spiavano. Jela ebbe un brivido, le parve di riconoscere in quel volto la fisonomia tragicamente sconvolta della sua prima notte di matrimonio, quando colla veste di raso nero come le penne dell'aquila, e con una stessa furia stava per rapirle il marito. La fantasia le si abbuiò, si sentì una paura serpere nelle vene colla fredda viscosità di una biscia: poi un palpito violento la scosse. Vide che salutava Buondelmonti, il quale ne rimase impacciato e contento fra quelle signore, e che le si appressava. Il suo abito di seta troppo lungo aveva dei sibili sottili, le scorse una foglia secca sospesa per il gambo, che sembrava staccarsi ad ogni passo, le esaminò il taglio del cappotto, le parve che Ida fosse cresciuta.
Si erano in faccia.
Ida fece ancora due o tre passi, il gruppo si era aperto stringendosi dietro Jela. Ella fu quasi per voltarsi invocando la marchesa, ma era troppo tardi; e come tutto cospirasse contro di lei, si trovavano dirimpetto ad un finestrone, che fasciava tutto quel crocchio in un lembo biancastro di luce. Ida le si fermò dinanzi, quindi cercandosi il portasigarette nella tasca del cappotto:
—Una scatola di fiammiferi,—chiese colla sua voce vellutata, accennandogliela del dito. Il guantoera colore di foglia secca, un'altra foglia le era caduta dal cappellino sulle spalle.
Jela tremava. Quella domanda così semplice le si prolungava all'orecchio col fragore di una cascata, assordante e diffuso. Le teneva gli occhi bassi all'altezza del seno, incantati nel luccichio di un bottone. Passò del tempo o le parve; poi sentì la gente sussurrare intorno, che forse non erano trascorsi tre secondi, e prendendo la scatola, alzò la mano, alzò gli occhi.
—Quanto?—seguitò Ida affrontandola.
—Per voi due soldi.
Fu uno scoppio di fulmine. Tutti sussultarono, ma nessuno parlò. Ida ricevette il fendente sul petto, ma non si mosse, la guardò colla stessa lentezza, poi cercando nel portasigarette ne trasse un bono, lo spiegò, era da mille lire, glielo porse. Jela lo accettò senza capire. Cominciava già a perdere la testa, sorpresa dalla soggezione di lei, che riceveva nel volto bianco come la cima di uno scoglio tutte quelle occhiate ostili. Era rimasta col bono nella mano aperta improvvidamente, non sapendo come o che cosa fare. Tutta la sua paura era risorta, non si ricordava più di nulla, con una sensazione soffocante della gente, che la serrava in un cerchio di curiosità malevole. Poi colla mano stessa, nella quale teneva il bono, cercò macchinalmente il borsello, ma Ida ebbe un gesto.
—Il resto per i poveri.
Ella si scosse. Senza comprendere seguitò a trarre dei biglietti di banca, guardandoli, che non potevano giungere a mille lire.
—Non ne ho...
—Dei poveri?—la interruppe vivamente.—Allora per voi, per i poveri di spirito.
E le volse le spalle. Jela non si ricordava più di altro, solamente di aver pianto due grosse lagrime fra quella gente, che si agitava in un mormorio di risa soffocate; poi aveva incontrato lo sguardo di Buondelmonti, e la vergogna dell'umiliazione era stata così forte che ne era quasi svenuta. Ida aveva fatto un mezzo giro nel salone senza fermarsi a nessun banco. Quindi anche Jela se n'era andata colla marchesa di Renzuno, come passando attraverso una siepe di spini, che le entravano nelle carni.
Adesso non pensava quasi più, sentendo il freddo di una grande irreparabilità agghiacciarle tutta la vita. Un dolore, che non osava di lagnarsi, le si aggrondava nell'anima, mentre cogli occhi fisi nella sera vedeva ancora il bel capitano con un sorriso involontario sulle labbra scambiare con Ida una rapida occhiata d'intelligenza, e rispondere poi agli amici, che gli si accalcavano intorno. La sua piccola testa di gigante si piegava con una compiacenza piena di discrezione, parlando certamente di lei, senza nascondere l'ilarità degli occhi, più insolente di tutto il rumore sommesso e beffardo di quella folla.
Vi pensava, v'era sempre più incantata. Non si rammentava che la marchesa l'aveva lasciata in quella camera, uscendone a furia per cercare il conte o il duca e ricondurglieli, perchè s'intendessero su quel vituperio. Ella si era seduta alla finestra guardando di fuori, ma non vedeva che il capitano. Le pareva più bello e più grande. In quell'abbattimento la sua forza l'attirava come un rifugio: quell'uomo non potrebbe mai essere sopraffatto. Il suo volto angoloso, malgrado la rotondità piuttosto grossa di tutto il corpo, aveva un vigore di arditezza,che incuteva ed ammaliava. Il suo petto era così vasto che due donne avrebbero potuto cadervi e non tremare. Senza pensare alle conseguenze di quello scandalo, che le avrebbe attirato chissà per quanto tempo una ressa di malignità velenose, ella cedeva all'avvilimento di sentirsi sola, abbandonata da tutti in un mondo, che si rideva della sua gracilità, mentre sembrava qualche volta applaudirla per coglierla forse meglio in fallo ed aggiungere l'ingiustizia di una condanna all'ingiustizia di quella ironia.
Il cielo si era fatto più scuro, la campagna affondata nelle tenebre mandava verso la città un roco sussurro di morente. Jela si alzò dal davanzale, e tutta quell'ombra della strada le fece paura; quindi per sottrarsi quasi ad un altro pericolo fuggì fanciullescamente nella propria camera.
Infatti la marchesa, il duca di Rivola e il conte entravano poco dopo nel gabinetto dei ritratti. La marchesa aveva già narrato tutta la scena, precipitando, con una collera di gesti e di voce, che dava tratto tratto alle sue parole una sonorità stridente e squarrata. Ma drammatizzando il racconto vi si accaniva mano mano. Pareva quasi che invece di narrarlo lo apprendesse, e le difficoltà della ritirata con Jela attraverso tutte le signore, che si stringevano loro intorno per aumentare a forza di moine l'importanza già grossa dello scandalo, la traversassero ancora di fremiti ghiacciati. Era stato un lungo orrore, un vituperio, un abbominio senza esempio, il quale non finirebbe più con grande contentezza di tutte le borghesi e dei dissoluti presenti, cui la marchesa aveva già letto sul volto tutte le più bugiarde dicerie. Quindi la sua testa di aristocratica,infiammandosi di sdegno, parlava a scatti, con gesti angolosi di pupattola meccanica che si disloghi, mentre un compiacimento nervoso le faceva prolungare il racconto attraverso quel silenzio degli altri due.
—È un orrore,—concluse infine riattaccandosi al duca.
Egli aveva sorriso deplorando l'accaduto, ma trovandovi alcuni lati comici con una leggerezza così naturale e perversa, che la marchesa aveva dovuto pur riderne: poi la questione si era spostata. I particolari su Ida si moltiplicavano, il duca scherzava, dandosi delle occhiate furtive nello specchio, giudicando le signore della lotteria uno stormo di civette poco belle e poco dame. Tutte non pensavano che a sfoggiare, a regalarsi a qualcuno: era una ruina, una depravazione tutta moderna. La beneficenza serviva di pretesto, giacchè tutte quelle signore, che mettevano bottega per vendere dello spirito, non sarebbero mai riuscite a mettere insieme la lotteria. Il duca guardava la marchesa.
—Già siete voi, mia cara marchesa, la cagione di tutto: siete l'anima della nostra aristocrazia; senza di voi non saprebbero nemmeno dare un pranzo.
E il suo accento aveva una grande sicurezza di ammirazione. Ma ad un tratto si rivolse:
—Jela non è che una bambina: tu dovresti, Enrico, impedirle certe scene. Non ha la più meschina esperienza del mondo.
Se non che la marchesa l'aveva nuovamente interrotto, rimproverandogli Ida, rimproverando il conte, le signore della lotteria, sdegnandosi di tutto il mondo, che andava male, ripetendo ancora alcunecircostanze della scena preparata così malignamente da Ida, ma con tanto poco spirito nella sua risposta finale. La piccina l'avrebbe battuta se non si fosse smarrita subito dopo.
—Questo poi non lo credo.
—Perchè siete un libertino.
—Non lo crede nemmeno Enrico, che Jela la possa battere. È stato battuto lui stesso.
Il conte, che quella conversazione irritava, ferito nell'amor proprio dall'insulto di Ida alla contessa, alzò sdegnosamente le spalle. Si rinfacciava la sciocchezza di essersele ostinato dietro, frustato assiduamente dallo zio, che andava smussando con lei il proprio patrimonio, la sua eredità di un giorno, respinto invincibilmente da Ida con una dichiarazione di amore. Sulle prime non era stato che un capriccio di svogliato, poi l'umiliazione lo aveva acceso, e ora la cortigiana, dopo averlo deriso nel proprio salotto, gli entrava in casa e gli schiaffeggiava la moglie. L'altro rideva di quella sua falsa posizione di nipote arricchito dalla dote della moglie e che la lasciava vilipendere dalla mantenuta dello zio; mentre la zia invece non se ne era incollerita che per mescolarsi ancora nelle sue faccende, e comandargli in casa una volta di più. Ma ambedue in quel momento parevano non sospettare nemmeno della sua presenza; il duca parlava di Ida, la marchesa gli rallentava le confidenze con un battito degli occhi lustri, lasciando l'accidente disgustoso della lotteria allontanarsi a poco a poco nella conversazione come un semplice aneddoto senza interesse personale. Poi la marchesa si risovvenne improvvisamente di Jela, e andò ella stessa a cercarla nella sua camera.
—Aspettateci qui,—disse, ridivenendo contegnosa.
Il conte Enrico in piedi, colla mano dimenticata sopra un album aperto macchinalmente, la guardò appena. Una corrente di tristi pensieri lo travolgeva. Perchè Ida aveva fatto quella scena? Che cosa ne pensava il mondo? Perchè il duca e la marchesa, i primi a riderne malgrado gli obblighi mondani della parentela e del nome, v'intervenivano così dispoticamente per umiliarlo un'altra volta, ed egli doveva assoggettarvisi colla stupida docilità di uno scolaretto? Come era rimasta Jela? Ne scriverebbe al padre? Si rimprovererebbe di averlo sposato? Gli rinfaccerebbe almeno nel proprio pensiero i due milioni di dote, poichè Jela non era più innamorata di lui e sapeva del suo capriccio per Ida? Lo temeva. Malgrado tutte le promesse della notte, Ida non lo aveva ricevuto, invece di una sorpresa di amore preparandogli quello scandalo turpe. Ma dunque l'odiava? E allora come poteva mentire a tal punto, con tanta ostinazione di odio? Quindi i suoi complimenti convulsi quando gli diceva in faccia: come siete bello! gli passavano all'orecchio colla sonorità perlata di un riso nel silenzio di quel gabinetto coi ritratti degli avi allineati lungo le pareti in un'ombra come di sepolcro, che lo guardavano coll'indifferenza della loro posa e della loro superiorità, come il duca.
Questi aveva acceso una sigaretta e si era messo allo specchio, osservando tratto tratto il nipote, cui la commozione di quella scena abbelliva singolarmente la fisonomia femminile.
—Dunque Jela non viene? Mi dispiace, perchè sono invitato da Ida: mi aveva detto di cercarti,che si pranzerebbe assieme, ma tutto questo chiasso me lo ha quasi fatto scordare.
—Le sette!—seguitò,—fra un quarto d'ora sarà tardi, in caso che tu venga. Ma Ida è capace di non aspettarci, se tardiamo troppo; stamattina era nervosa.—Ma, poichè il conte non rispondeva, si rattenne e, guardandolo con la compassione di un uomo, cui la vita non serberà mai le disaggradevolezze di simili posizioni, scosse la fronte.
Finalmente la marchesa apparve con Jela dietro. Era ancora così vestita, si conosceva che aveva pianto. I suoi begli occhi, gonfi dall'infiammazione delle lagrime, le davano su quella improvvisa emaciazione del volto una commovente fisonomia di malata, che strinse il cuore del conte. Se non che, malgrado tutte le raccomandazioni della zia, la quale voleva condurla loro innanzi come un giudice, ella si avanzava come una colpevole, atterrita dalla propria innocente simpatia per Buondelmonti e dal sentimento di quel gran torto in faccia al mondo. La sua inesperienza della vita non le permetteva di capire i vantaggi di moglie ricca ed offesa, profittando di quel momento, forse unico nella vita, per assicurarsi l'indipendenza.
Entrando si scontrò in un'occhiata con Enrico, e la tristezza della sua faccia le fece sentire l'angoscia di un nuovo pianto negli occhi.
—Non ti sei ancora svestita, carina?—esclamò il duca, ammiccando con la marchesa ed attirando Jela con un gesto.
—Son venuto ad invitarti per domenica: verrai con Enrico e la marchesa. Sapete benissimo, marchesa, che me lo avete promesso, non accetto scuse: d'altronde il pranzo è dato per Jela, che avrebberagione di offendersi. Ci sarà pure la contessa Guelfi, la contessa Ceri: guarda, inviterò pure Buondelmonti, che ti farà la corte, così ci divertiremo colla contessa. Enrico, tu lo permetti, non è vero? Non sei geloso? Poi Jela non crede che Buondelmonti sia bello.
Ella arrossì trepidando.
—È un bell'uomo, ma troppo soldato,—interloquì la marchesa.
—Antipatico! ma dal momento che si prende come un giuocattolo...
—Sei geloso! Marchesa, lo vedete, è geloso. Sai, Jela, ci divertiremo: tu farai la civettuola, la contessa si metterà sulla faccia tutti i suoi verdi più belli. Povera contessa, non vuol persuadersi d'invecchiare, e che fra i veterani sono pochi i non invalidi.
Il conte Enrico, profittando della conversazione, si era avvicinato, la marchesa aveva preso una mano di Jela e gliela stringeva affettuosamente. La buona piega di quella scena la stupiva: quella le pareva, non meno che a Jela, una soluzione incredibile. Quindi profittando del destro scambiò un'occhiata col duca, quasi per mostrargli come ella aveva saputo da sola accomodare subito le cose, abbracciò Jela dandole un bacio sulla bocca:
—Sei contenta?
Poi, senza darle nemmeno il tempo di rispondere, si volse al conte Enrico, che si disponeva ad accompagnarla fino alla porta dell'appartamento. Ma appena furono soli, il duca mutò espressione, e dalla porta, dietro la quale era scomparsa la marchesa, riconducendole nel volto le pupille sembrò considerarla con simpatia malinconica.
—Come ti tratta!
—Io...
Egli ebbe un gesto superbo, come non preso da quella generosità.
—Sei un angelo! Buondelmonti avrebbe ragione d'innamorarsi.—Ma si fermò, sentendo ritornare il conte Enrico.
—Dunque andiamo,—esclamò, facendosi d'un tratto frettoloso,—è già tardi, ci aspetteranno. Mi scordavo di dirtelo, ti rubo Enrico questa sera, ma te lo pagherò domenica. Siamo attesi, è un affare molto serio. Mi dispiace che pranzerai sola, ma infine la colpa non è mia; se non era la marchesa, saremmo già al convegno: quella donna è un ostacolo sempre. Sai, Jela, mi perdoni? Andiamo, Enrico.
E mentre Jela lo guardava cogli occhi attoniti, temendo di una qualche minaccia in quell'abbandono, egli cercava di rianimare il conte. Jela tremava senza ardire di negare o di cedere, incantandosi in una indecisione, che prolungava la loro fretta simulata, mentre la paura dell'isolamento a poco a poco la ripigliava. Prima lo aveva desiderato, poi non avrebbe voluto per cosa al mondo restare sola colla propria coscienza. Quindi un sospetto la sfiorò abbarbagliandola.
Il conte Enrico si era scosso, aveva trovato il cappello e si accostava per stringerle la mano: ella gliela abbandonò rabbrividendo, ma quando lo zio gliela serrò per la terza ed ultima volta, gli mise un tale sguardo negli occhi, che egli fe' un gesto per rassicurarla.
—Impossibile!
Ed uscirono quasi correndo, mentre Jela, l'occhio e l'orecchio sulle loro tracce, mormorava a bassa voce:
—Vanno da Ida!
Infatti era vero.
L'aria era pungente, la strada deserta.
—Non passa unfiacre,—disse il duca.
—Avete fretta?
—Io? per te. Sono otto giorni che Ida non ti riceve dopo averti invitato per l'indomani: figurati come ti desidera! Dovresti ringraziarmi della bontà.
Camminarono ancora in silenzio, poi il conte, che non voleva mostrarsi interamente battuto, riannodò la conversazione. Il duca era in un accesso di moralità, e stigmatizzava violentemente tutte quelle feste di beneficenza, una nauseabonda affettazione democratica per ingraziosirsi il popolo, il quale aveva il buon senso di non esserne grato e di rispondere con insolenze a quella carità diventata una pania di adulterii. Le signore, invece di assentirvi, avrebbero dovuto far ancora l'elemosina alla porta dei loro palazzi come una volta, un'elemosina, che aveva il doppio vantaggio di lasciare chi la donava e chi la riceveva al loro posto.
—Noi, ai nostri tempi eravamo più coraggiosi; voi altri, che avete fatto l'Italia e farete forse un giorno la repubblica, non osate nemmeno di essere signori. Ne domandate sempre l'amnistia alla piazza, o paolotti coi preti, o filantropi coi borghesi. Bah!—aggiunse sogghignando:—Ida ha ragione, è più onesta delle signore: almeno ha il coraggio di sè medesima.
Passò un fiacchero, vi salirono. Il duca seguitava a calcare sulla bassezza dell'aristocrazia, la quale vuol farsi accettare dalla borghesia e dal popolo, senza poter assimilarsi ciò che forma la loro natura e garantisce loro l'avvenire; ma a poco a poco condannavatutto il vizio, anche l'antico, perchè in fondo non vi si trovava un gran vantaggio. La gentina aveva ragione, la famiglia era il più gran trovato dello spirito umano; egli ci aveva pensato, poi l'orgoglio dello scetticismo libertino lo aveva rattenuto. E la sua voce aveva un accento così sincero, che finì per meravigliare il conte.
—Mi guardi? Se sono rimasto vedovo è la tua fortuna. Io mi lamento perchè sono un vizioso fortunato: non è permesso che ai ricchi di sentire veramente il vuoto delle ricchezze.
—Però non vi rinunciano.
—Troppo giusto!—ribattè colla sua stridente ironia:—Rinunciarvi prima di conoscerle sarebbe una scempiaggine, dopo averle conosciute cattive una malvagità.
Erano alla palazzina di Ida. Il valletto livreato in nero li introdusse nel solito salotto, ma Giustina, la cameriera di confidenza, venne loro incontro con aria desolata. La padrona, ritornata di un umore massacrante dal passeggio, le aveva ingiunto di rimandar tutti, anche il duca. Ella non l'aveva mai vista di un simile carattere: si era chiusa nella propria camera senza lasciarsi nemmeno spogliare, borbottando fra i denti, strapazzandola quasi ferocemente per avere osato una piccola osservazione. Ma la fisonomia sbiadita di Giustina si andava man mano rischiarando di una malvagia malizia in queste parole strascicate leziosamente, come per osservarne meglio l'effetto sul volto del duca.
—Si figuri che ha minacciato di cacciarmi via,—seguitò, appoggiandosi famigliarmente alla spalliera della poltrona.
—Non ti ha detto che cos'ha?
—Glielo avrei chiesto!
—Ma non ha pranzato?
—Ha detto che suonerà. È nella sua camera.
Il duca non aggiunse altro. Evidentemente non ardiva di rompere la consegna. Giustina, che non si era nemmeno voltata verso il conte, si accomodava con affettazione una piega dell'abito, un ricco avanzo della padrona. Il duca taceva, il conte in piedi, esasperato da quel tono della cameriera, stentava a frenarsi. Tutta la collera, calmata dall'aria fredda della notte, gli riavvampava nella coscienza; sentiva di esser preso a gabbo.
—Ma perchè non ordinate a quella scema di annunziarci?—rispose in francese al duca, che aveva scambiato seco uno sguardo furtivo. Il duca non pareva più quello, la vecchiezza lo aveva ripreso con tutte le sue tremule diffidenze.
—Sei pazzo!
Il conte, che si sentiva soffocare, accennò di andarsene, ma il duca si alzò, lo trasse alla finestra, e sempre in francese, a bassa voce, come se Giustina, che non ne sapeva un ette, potesse capirli, seguitò a spiegargli minuziosamente come la posizione non fosse delle più facili. Ida, furibonda per quella scena della lotteria mal riuscita, ne teneva loro il broncio colla solita logica delle donne, ma era tale da rimandarli. Purtroppo egli aveva dovuto accorgersi in cento altre occasioni come Ida mettesse una speciale vanità nella propria indipendenza. Ora non v'era forse che un solo mezzo di eludere la consegna.
—Prova tu: va innanzi con Giustina. È abbastanza strano che tu venga da lei questa sera a domandarle da pranzo: Ida capisce, si mette a ridere, e tutto è accomodato.
—Ma è quasi una viltà!
—Ecco la borghesia: un signore non si avvilisce mai con una donna, che paga. Finezze di spirito!
Il conte titubava.
—Se no, io la conosco, ci tocca uscire, e questa volta diventiamo ridicoli sul serio.
Giustina appoggiata coll'anca alla poltrona nell'atteggiamento di un garzone di caffè, li ascoltava, indovinando senza intenderli ed aspettando, uno de' suoi piaceri favoriti, che il duca agli estremi la consultasse umilmente.
—Introduci il conte, io l'aspetterò qui,—le disse.
—Uhm!—fe' squadrandolo con diffidenza.
—Introducetemi,—questi ripetè seccamente.
Giustina senza affrettarsi fissò ancora il duca, dondolando la testa come per dire che accettava, ma tutto sarebbe inutile. Il duca rimase aspettando. Quello che aveva detto al conte sul carattere inflessibile di Ida, purtroppo lo pensava sinceramente; ma l'idea di servirsi di lui, dopo lo scandalo del giorno, per vincere il capriccio bizzoso della fanciulla, gli parve uno scherzo così trionfante, un'abilità così inimitabile, che se ne compiacque.
—È strano!—mormorava, parendogli di attendere da un pezzo. Poi si fermò dinanzi ad una litografia delPollice Versodel Gérôme, si voltò due o tre volte verso la porta, si risedette, tornò ad alzarsi.—Che cosa le dirà quello sciocco? Eppure è così facile!—Ma riflettendovi bene, non gli veniva lo scherzo per far sorridere Ida, mentre le parole del conte: «è quasi una viltà» gli tornavano agli orecchi. Finalmente intese il rumore di un passo femminile; era Giustina.
—Venga, venga,—esclamò ridendo:—sono tutti e due seduti sulla sponda del letto.
—Oh!—gridò, correndole incontro con uno slancio giovanile, poi si fermò:—Ha scritto anche oggi?
—Il capitano? scrive tutti i giorni, la signora ha gettato la lettera senza neppure aprirla, deve essere sul camino.
Il duca raggiò.
—Sai, servimi sempre così,—disse pigliandole scherzosamente un pezzo di guancia tra l'indice ed il medio:—sei una bella ragazza!—E leggero, col passo di vent'anni, il volto ilare, entrò spalancando l'uscio nella camera di Ida.
—Giuseppe e madama di Putifar!—proruppe allegramente baciandole la mano,—vi sorprendo, sciagurati.
—Debbo invitarvi a pranzo anche stasera?—ella chiese dopo un istante.
—È un'elemosina.
—Già, nell'elemosina vi è sempre uno che si abbassa,—e il suo sguardo cadde sul conte, che trasalì; ma si levò di scatto e chiamò:
—Giustina! il pranzo? sono le otto; è incredibile come si sia mal serviti. Apparecchia su quel tavolo; non è vero, signori, che si sta meglio qui che nel salotto? Ma sollecita, questi signori hanno fame.—E si girò verso il conte, prendendogli di mano il libro, col quale l'aveva sorpresa sul letto, e che egli non aveva ancora aperto.
—Che cosa leggevate?—domandò il duca, che conosceva le tendenze letterarie della fanciulla, per lusingarla.
—Un libro di Lewes, splendido. Ha ragione: nulla è più facile che drammatizzare un fatto, nulla piùdifficile e diverso che concepirlo dramma. Victor Hugo drammatizza sempre, eppure è un genio. L'arte moderna non ha che tre drammi sublimi: l'Amletodi Shakespeare, ilTristano e Isottadi Wagner eLa Faute de l'Abbé Mouretdi Zola. Farò un dramma anch'io.
—Per il teatro? Musica o poesia?—domandò il conte con una leggera inflessione di scherno.
—Nè l'uno nè l'altro. Non lo farò per il teatro, ma in teatro. A proposito, è per domenica l'ultimo veglione?
Giustina rientrava in quel momento col valletto per apparecchiare la cena. Ida tornò a sedersi sulla sponda del letto, presso il conte, col duca ai piedi semicoricato sulla pelliccia d'ermellino. La camera alta, illuminata da due candelabri di bronzo a tre branche, si assopiva in un raccoglimento severo. I muri parati di stoffa azzurra, incorniciata da liste di bronzo inverdito, si alzavano in un'ombra nera fino al cornicione della volta, pieno di dorature e di arabeschi come la cornice di un immenso quadro, nel quale si scorgeva appena il sottanino rosso di un guerriero, qualche elmo, una bianchezza femminile perduta in una bruma di tramonto, in alto, fra una nuvola greve. Era una camera di palazzo antico, più vasta di un salone moderno, occupata la maggior parte da un letto di ebano incrostato d'avorio. La sua testiera, lavorata prodigiosamente, saliva riunendosi in una mensola da tabernacolo, con un'apoteosi di arte e di ricchezza. L'ebano aveva perduto il lucido, l'avorio si era ingiallito, ma dalla mensola, come dall'altezza di un trono, un piccolo Apollo di marmo sfolgorava di un candore immortale sotto un baldacchino di trine drappeggiate aminime pieghe, che lo raccoglievano come sotto una cappella cristiana dal lusso minuzioso e femminile. Una lampada antica di bronzo doveva ardergli tutta la notte dinanzi. E un'immensa coperta marezzata, dai bagliori cilestri, si arrovesciava dal letto, coprendone il lavoro meraviglioso con una frangia a ghiande alternativamente bronzee ed azzurre sino sul tappeto di una tinta bruna come le pareti. Il letto era posto sopra un gradino; a' suoi piedi, secondo il costume campagnuolo, una vecchia cassa di quercia intagliata sopra un piedestallo di panno turchino, con una grande chiave cesellata nella toppa e il coperchio aspro di un paesaggio, al quale gli anni avevano dato qua e là una lucentezza metallica, sembrava trattenergli le onde seriche; mentre ai fianchi, dal lato di Ida, una pelliccia di ermellino, ad orlo di seta cerula, conservava sulla innocente candidezza le orme leggiere della donna, e dall'altro una pelle di leone, colla testa fra le zampe, si stirava sul tappeto le unghie dorate con una vivezza di brace. Il leone aveva una pantofola da uomo in velluto cremisi sulla testa. Un camino di marmo nero, carico di ninnoli e difeso da una saracinesca di ottone, in faccia alla grande cassa intagliata, spiegava una pompa di incrostazioni a colori gemmei, pieni di fosforescenze e di bagliori. Tutti gli altri mobili, il piccolo armadio con due figure rilevate nei medaglioni dello sportello, e i due canterani a lato del camino, erano antichi, in quercia, a placche di acciaio annerito. Una psiche enorme metteva nell'angolo un chiarore notturno di lago; una lunga ottomana di raso rosso, davanti al lavabo in marmo nero a forniture di argento cesellato, accendeva in quel crepuscolo marino unavampa sanguigna d'incendio, mentre l'ombra vellutata di quell'azzurro si addensava con una mollezza di fumo, chiazzata dalla bianchezza degli origlieri ricamati in cilestro del nome di Ida, drappeggiandosi lungo i cortinaggi chiusi, ritraendosi ai solchi delle candele su per le pareti e sui mobili, addolcendo quella ricchezza quasi austera malgrado le bizzarrie moderne della gran mantenuta.
Ida adorava quella camera, che le costava un tesoro ed era il suo capolavoro, poichè vi aveva tutto discusso e curato dalle piccole scansie, a fianco del letto, in corno ed avorio, alle scimmie di Norimberga, grandi e piccine, che si arrampicavano per tutti i cordoni del baldacchino sino dentro a guardare l'Apollo colla adorabile brutalità del loro grugnetto lascivo. Una scimmia, la più grossa, si chiamava Mynos. Nel camino agonizzavano poche brace dietro la grata d'ottone, a saracinesca, agitando una iridescenza di sorrisi sui nicchi del marmo. La camera, tenuta con uno studio eccessivo, prendeva dal lusso femminile del talamo il proprio sesso, poichè nessun altro oggetto, nessun oblio di vita o di toeletta vi tradiva la donna. Era bene la camera di Ida colle crudezze logiche del suo pensiero e la maschile fantasia della vanità, il suo primo sogno realizzato, quando l'abitudine dell'opulenza non gliene aveva ancora calmata l'ingordigia. Ogni mobile vi rappresentava la ricchezza potente di un'aristocrazia, che sa di essere imperitura e si fa una barriera del proprio lusso al lusso provvisorio dei borghesi; ma ella li aveva comprati un po' dappertutto, pagandoli a un prezzo assurdo, sapendo che sarebbero sempre una ricchezza. Ida non conosceva ancora la gracile eleganza e la effimera pomposità del lussomoderno; d'altronde lo detestava. I suoi ninnoli, i sopramobili erano capi artistici, copie in marmo o in bronzo: non accettava nè maioliche nè porcellane, fasto di rigattieri; aveva appena fatto grazia a quelle scimmie per l'antitesi heiniana di circondarne il suo Apollo greco, urtando così il primo e l'ultimo termine della fisonomia umana. Ma le contraddizioni del suo carattere scoppiavano qua e là in quell'ammobigliamento, cui la filosofia di Poe non era estranea; all'Apollo pagano, che sostituiva la Madonna a capo del letto, sublime nella serenità della propria bellezza, contrastava sopra il camino con una bellezza più ineffabile unEcce Homodel Guercino con i capelli biondi come l'oro ed il viso stravolto dalla passione; mentre sotto di esso un puttino di marmo, tutto moderno, un birichino in brandelli, le mani strette al seno dal freddo, stringeva pure ilrevolverpreferito di Ida colla canna a rabeschi dorati, il calcio d'avorio e la sua cifra in oro. Nessun profumo di alcova, nessuna mollezza sensuale temperava quella sontuosità di mobili ad angoli retti, con modanature così taglienti, che bisognava sfiorarli guardingamente.
Ida celiava, Giustina e il valletto avevano apparecchiata la cena sopra il piccolo tavolo, miracolosamente intarsiato, fra la grande cassa ed il camino, ed aspettavano un cenno della padrona per servirla. Ma ella pareva essersene dimenticata, con un piede abbandonato nelle mani del duca e la testa quasi sulle spalle di Enrico, mentre la lunga veste da camera, rosea a trine bianche, di una leggerezza di nuvola e di una trasparenza quasi aerea, stava come per gonfiarsi ad ogni suo atto e sfiorare i volti di quei due uomini, che obliavano i loro rancori in un incanto di desiderio.
Ma in un impeto di risa Ida cadde rovescioni sul letto, il conte le passò una mano sotto la cintura.
—Ritirate quella zampa, cattivo gatto.
—Bianco,—esclamò il duca.
—Che? i gatti bianchi cogli occhi cilestri sono sordi, lo ha scoperto Haensinger. Poi i vostri occhi hanno la limpidità cristallina dei gatti, che morranno di tisi;—ma invece di sollevarsi ella gli si aggravava sulla mano col seno gonfio della sonorità di un riso voluttuoso. In quell'atteggiamento il piede, che il duca le teneva tra le palme, le si alzò scoprendo la caviglia rosea fra la nebbia rosea della veste. Il duca si levò ginocchioni, il conte Enrico le si curvò sul collo, tutti e tre ridendo nel riso scabro di quella scena; ma ella, che rideva più forte, a un tratto puntò la testa nel mezzo del letto e, ordinando loro di aiutarla, arrivò a distendervisi, adagiando il capo sull'origliere.
—Ho fame, volete servirmi, conte? Ma vi farete prestare i guanti di filo da Giuseppe; voi duca sarete lo scalco.
Malgrado la sua serietà di domestico ben educato, Giuseppe non potè trattenere una smorfia quando il conte gli chiese i guanti; questi se li mise, e chiamando il duca tutto ilare di quella follia, si fermarono davanti al tavolo. Il pranzo era di un'incredibilità capricciosa. Un enorme mazzo di fiori entro un vaso di argento massiccio, pieno di figure annerite dal tempo e sformate dalle ammaccature, occupava più che mezza la tavola, avvolgendola in un profumo di viole, che le gaggie disseminatevi come tanti occhi di falco fra quegli occhietti cilestri, irritavano con un'acrità di pimento. Il mazzo rotondo e convesso, allungava tutta la suaombra sul tavolo, che ne restava bruno malgrado la frizzante candidezza della tovaglia. I bicchieri in cristallo di Boemia e i piatti in cristallo di rocca si discernevano appena nella loro bianca limpidezza, mentre le piccole forchette d'oro, fra tutto quel bianco pieno di iridi e di bagliori, avevano la dolce ricchezza di una ciocca di capelli biondi sulle spalle nude di una donna. Non v'erano che tre posti, uno in mezzo sulla cassa, e gli altri ai due lati. Alcuni barattoli dalle forme bizzarre si addossavano ad un compostiere guarnito di frutta rare, ananassi, fichi d'India, aranci di Singapore, perine montanare a grappoli, grosse come le nocciuole di un rosario, pesche di una biondezza femminile e con un sorriso di carni brinate, frammezzo a molte frutta candite dalla viscosità granulosa e gelata di cadavere. Tutto il pranzo si componeva di dolci e di paste, ammassate sopra un piatto enorme d'argento, entro un cerchio di bottiglie di liquori, nere come una cintura di piccoli cipressi intorno a una piramide sepolcrale. E lì presso una conca antica di Sèvres, smagliantemente colorata, pareva una barca piena disandwichs, tutto il carico pesante di quel pranzo.
Il conte e il duca, che non avevano badato ai preparativi, esclamarono.
Essi avevano fame, quel pranzo era un'indegnità da parte di Ida, e non l'avrebbero servita; in nessuna casa del mondo si pranzava così. Ma Ida esclamò più di loro, perchè vi doveva essere un arrosto qualunque, un rifreddo e delle fragole.
—Delle fragole non ce ne sono che per noi,—disse il duca, osservando sul tavolino.
—Dove?—ripetè il conte seguendo il suo sguardo.
Ida aveva sollevato il capo curiosamente.
—Ma dove le cerchi, Enrico? non le vedi sulle labbra di Ida?
Ida, che stava per scoppiare a quella mancanza del suo frutto prediletto, sorrise, e Giuseppe entrò coll'arrosto di bue affettato in un piatto d'argento bislungo; lo depose sull'orlo del tavolo, ritirandosi coll'indifferenza corretta di un cameriere, pel quale le stravaganze dei padroni non hanno nulla di strano. Giustina era uscita. Ida, colla testa sotto la mensola dell'Apollo, coperta da quell'ampia veste, che su quel raso cupo aveva l'ardore d'una nuvola accesa dal sole in fondo all'orizzonte marino, guardava i suoi due nuovi camerieri con gioia insieme puerile e profonda. Il conte aveva portato sul letto un piattello di paste, il duca una bottiglia di rosolio chinato, e si erano entrambi seduti sulla sponda mangiando, fingendo dimestichezze da servitori innamorati della padrona, mentre ella li strapazzava fra uno scoppio di riso, prendendo certe arie di testa di un'incantevole seduzione. Ma realmente non avevano fame; il duca aveva mangiato alclub, il conte, ancora agitato dalle scene precedenti, conservava appena un appetito di ghiottoneria. Il letto a molle, cogli spigoli fortemente imbottiti, cedeva lenemente verso il mezzo avvicinandoli a Ida, che si affondava come sotto un mucchio di rose, attirandoli colla gaiezza del sorriso e l'abbandono della posa. In quella camera così severa, illuminata da una luce fioca, tra que' mobili di trapassati, su quel letto imperiale rischiarato in alto dalla casta nudità dell'Apollo, ella felice nella soave mitezza della veste, una pasta fra i denti, era ancora una stranezza, la maggiore e la più artistica. Una beatitudine trepida apriva loro tutti i sensi, mentre scendevano il declivio capzioso del letto,respinti dall'ombra e dalle punte di tutti quei mobili secolari verso quella veste rosea, sotto il baldacchino bianco, come ad un ricovero di colori dolci, incomprensibile ed incantevole, un nido, un immenso fiore, una conchiglia, nella quale Ida metteva il suo pallore di perla, la sua morbidezza di rosa, il suo odore di donna. Parlavano adagio, i sorrisi filavano collo splendore illanguidito delle stelle, le parole avevano come un tremolìo di petali, un fruscìo di trine. La fronte rivolta verso Enrico, che teneva il vassoio in mano, Ida mangiava dei confetti fondenti come falde di neve, una evaporazione di rosolio magicamente congelata. Poi una carezza si diffuse sulla faccia della fanciulla, gli occhi le si inumidirono, ed un bagliore azzurrognolo le scese lungo i capelli, spegnendosi sul candore dell'origliere. Improvvisamente le parve di essere davvero sul letto con lui, sola, prostrata in una voluttà non ancora corrotta dall'abitudine. Il conte se ne accorse; una ruina gli avvallò nell'anima, come se tutti gli ostacoli e le resistenze di quella donna svanissero di un tratto, ed egli bello come l'Apollo scendesse dalla mensola a capo del letto per sdraiarsele sul seno, sotto quella nuvola di neve.
Ma non durò che un minuto. Ida si allungò per prendere un'altra pasta, egli attirato invincibilmente da quel gesto le tese la mano. La fanciulla la ritirò.
—Guardate, duca, se Enrico non pare proprio un cameriere innamorato: versatemi dunque un bicchierino.
—Eccolo.
Se non che Ida si trasse sulla sponda e vi si allungò, obbligando il conte a levarsi, mentre il duca accorreva col bicchierino dall'altra.
—No, inginocchiatevi qui tutti e due: prenderò quello che voglio. Voi per il primo, conte, qui al cuscino, ma tenete il piatto alto; voi, duca, lì. Una volta le dame erano servite in ginocchio dai più grandi cavalieri; allungate dunque il piatto, Enrico, mio bel paggio. Avete visto quell'adorabile quadretto,I favoriti della duchessa? È un paggetto di sedici anni, lungo, esile, che tiene sulle ginocchia il muso di un levriero, mentre guarda un falchetto, che gli stride sopra una specie di leggìo. Ah!—s'interruppe:—e il thè? Aspettate che suono, non vi movete.
Ed afferrò il cordone del campanello sotto il baldacchino.
—È un quadretto adorabile,—ella seguitò:—il paggio vi somiglia quasi, Enrico; voi, duca, sarete il falco. Siete un po' più spennato, ma, per quanto realistica, l'arte non è mai tutta la realtà. Io sono la duchessa, che nel quadro non si vede, ma si indovina, una duchessa focosa e insensibile, che ha dei capricci d'usignuolo e delle carezze da tigre.
Giuseppe e Giustina, che entravano in quel punto, meravigliati dei due in ginocchioni come due ragazzi ascoltando la lezione della maestra, frenarono a fatica una risata. Il conte li sentì e n'ebbe un insulto di malessere, che gli fe' tremare il piatto nelle mani.
—Non abbassate dunque il piatto così, mi costringerete a cacciarvi, se mi sciupate il mio quadro. Io sono la duchessa, come ne esistevano qualche secolo fa, e ora non se ne trovano più; voi, duca, il falco, voi, Enrico, il paggio. E il veltro bianco? Sarà Jela. Siete i miei favoriti,—proseguiva con uno stridore di lama nella voce,—più umili dei miei domestici, che posso insultare ad ogni capriccio, perchè io vi ho regalatotutte le mie bassezze di donna per potervi amare senza pericolo. Oh! come siete vili!—esclamò,—voi gli ultimi di un'aristocrazia, che ha fatto le crociate. Come siete vili!
E scoppiando in una risata sonora, quasi avesse sino allora declamato uno squarcio di commedia, li guardava torcendosi sul letto nelle convulsioni di una gioia così vera e nullameno così inesplicabile, che il duca ed il conte ne rimasero intontiti. Questi accennò di alzarsi.
—Che! che!—intervenne Ida imperiosamente.—Preparate il thè, Giuseppe; tu, Giustina, butta qualche pastiglia sul fuoco.
Giustina si avanzò subito per pigliare una piccola scatola sul tavolo da notte presso il conte. Il suo volto slavato aveva un'espressione contenta di sarcasmo guardando la padrona.
—Che te ne pare?—le disse Ida famigliarmente.
—Signor duca, badi, ha rovesciato mezzo il bicchierino sulla coperta.
—Vuoi tu il resto?
—Offritele dunque una pasta, Enrico.
—Signor conte, stia comodo, la prenderò sopra la sua testa. Grazie, signor duca.
E padrona e cameriera si divertivano di quei due gran signori, due dei nomi più belli d'Italia, in ginocchio davanti a loro nate dal popolo, col vecchio rancore del popolo nel cuore. Ma ella saltò dal letto e, chiamandoli a piccoli stridi, andò a sedersi sulla cassa davanti alla tavola, obbligando il conte a sedersele presso.
—Verrete al veglione, domani sera?—gli domandava poggiandogli una mano sulla spalla, mentre si faceva mettere un confetto in bocca dal duca.
—Senza dubbio.
—Non ci mancate. Io sarò mascherata: un costume originale, lo vedrete. Conte, voi ci sarete in palco con Jela.
—Ma scenderò: ho sempre il mio domino, faremo un diavolìo sino al mattino.
—Fino al mattino? Ma allora andatevene, voglio dormire questa notte: andatevene, a domani sera.
—Andiamo, zio.
—Oh no! non vi ho detto che voglio dormire,—ribattè Ida, abbandonandosi sulla spalla del duca. Questi la cinse con un braccio.
—Vedi bene che scaccia te solo: veramente è presto, non sono che le dieci. Ma se vuol dormire dopo...
—Dopo?!—rispose il conte con una inflessione di scherno, impallidendo, mentre Ida lo guardava cogli occhi socchiusi come nel languore del sonno.
—Andate alclub?—gli chiese stancamente, tendendogli la mano.—Se ci vedete Buondelmonti favorite di dirgli che accetto: domattina alle dieci.
—Un appuntamento?
—Sì, voglio provare il suo bel cavallo prima di comprarlo. Così mi risparmierete di scrivergli: egli è così sciocco, che sarebbe capace di mostrare la mia lettera, vantandosene.
Il conte titubava ancora, non avendo in tutta la sera potuto ricordarle la promessa dell'ultima volta. Ma il duca col busto stecchito per sostenere il peso di Ida, che gli si aggravava addosso di tutta la persona, le aveva preso una mano e gliela sbatteva sul tavolo col vezzo dei bambini; e vi era tanta naturalezza nel loro gruppo, che si sarebbero detti due sposi. Il conte sentì un turbine di polvere passarglisugli occhi, ma volle dominarsi; salutò lo zio, strinse la mano a Ida.
—Buona notte.
—A rivederci, conte, grazie. Siete gentile quanto bello! Jela vi aspetterà.
—Rammentatele il mio invito per domenica. Povera piccina!—intervenne il duca.
—Non dubitate.
—Arrivederci, conte.
Quando fu uscito, Ida sempre colla testa sulla spalla del duca, rimase pensierosa; una tristezza le si stese sulla fronte, mentre gli occhi le si irrigidivano e la ruga verticale della fronte le si contraeva.
—A che cosa pensi?—le chiese il duca dopo qualche momento.
—Ad Enrico.
—È innamorato di te. Povero ragazzo!
—Povero ragazzo!—ripetè lentamente.