IV.

c322IV.Alla vigilia di compiere il lungo e feroce disegno Ida si sentiva come stanca. La notte non aveva dormito. Nella insonnia, che le rendeva aspro perfino il contatto levigato delle lenzuola, i suoi nervi avevano una sensibilità così sospettosa, che il duca si era affrettato ad andarsene senza nemmeno interrogarla su quello specioso appuntamento con Buondelmonti. D'altronde si proponeva di spiarlo. Ida, seduta al lavabo, lo aveva veduto partire, come chi si affretti sotto un uragano imminente. Una rilassatezza greve l'abbatteva sulla poltrona, dandole certimoti pigri, certi gesti prolungati, i quali stupivano Giustina, usa tutte le mattine ad una brevità piuttosto secca di comandi.Si era appena attorcigliate le trecce sulla nuca, aveva infilata un'ampia veste da camera di lana col cappuccio, bianca come la tonaca di un domenicano, poi era passata nel gabinetto nero ordinandovi il fuoco. Fuori il mattino raggiava. Un enorme sorriso, vibrante, ostinato, inondava cielo e terra, ravvoltolandoli come in un velo immenso di una trasparenza abbagliante, colle pagliette accese e le pieghe in fiamme. Ida aveva detto a Giustina di abbassare una metà della tenda, di voltare il dosso della poltrona alla finestra, e vi si era allungata. Giustina indifferente a quella preoccupazione della padrona, era ritornata poco dopo colla macchinetta in argento per il caffè; ma Ida le aveva levato gli occhi in volto, rispondendo bruscamente:—No.—Allora mi ritiro.L'altra non aveva replicato.Teneva i piedi sulla piccola balaustra di bronzo, la testa sulla spalliera, la lunga veste ammassata sul tappeto come un veltro bianco. Le fiamme, lingueggiando sulla lastra nera, avevano una purità così diafana, che le illuminava i pensieri nella mente. Le pareva di vederli ondeggiare, storcersi ad ogni alito, risolversi nel guizzo di un colore e riapparire ancora avventando scintille come i fanciulli gettano un grido. Per qualche tempo quel giuoco l'interessò. Il casimiro della sua veste bianca scaldandosi al riverbero della fiamma si marezzava di bagliori metallici, che le salivano per le gambe e le si spegnevano sulla faccia. Ma in quel placarsi dei nervi unturbamento le si elevava dalla coscienza colla inesorabilità di un'ombra e la confusione di una tempesta. Era una melanconia, una scontentezza, un rimorso forse mille volte respinto, ricacciato nell'abisso, e che ne usciva sporgendo la testa di spettro. Ella lo conosceva. Sentiva questo rimescolamento della coscienza, la sua vita passata risalirle intorno, distendendosele sotto lo sguardo, dalla elegante veste bianca sino lontano, con una sconsolata miseria di landa. E la percorreva avanzando per quella vuota prospettiva, riconoscendone alcuni lembi, ritrovando molte orme, circondata da un silenzio, che sembrava accrescere la nettezza della visione. Rivedeva il suo villaggio in una vita spettrale, la gente che si muoveva, lavorava senza mai alzare la testa, senza barattare una parola, come tanti automi, che si spostassero adagio con una felicità meccanica. Lo rivedeva in una precisione di sogno, poi la città, l'istituto, la sua camera, il suo vestito nero, il lutto della sua giovinezza insanguinata dalla ecatombe di tanti desiderii, smorta dalla insonnia di tante notti; ella sempre sola in una pensierosità di prigioniero, e poi il villaggio ancora, ma in una luce più slavata, in un crepuscolo autunnale. La lebbra de' muri si era inverdita, l'orto più piccolo aveva una vacuità di deserto, mentre il villaggio si allontanava in un murmure lontano e il crepuscolo lasciava cadere una cenere fina ed intirizzente fino dentro alla camera, dalla quale ella guardava intontita attraverso i vetri, colla sensazione fissa di quella cenere, che pioveva sempre, lontano, in fondo all'orizzonte, da ogni lato, soffocando ogni rumore, annegando ogni forma, aumentando ciecamente, mutamente.Quindi rivedeva il castello di Valdiffusa fra unanfiteatro di verzura, col bosco delle elci, umido e severo. Un uccello zufolava il ritornello di una canzone, i monti avevano una monotonia grandiosa, un silenzio pieno di fremiti e di sussurri. Ella era vestita ancora di nero, ma la coscienza le si era allargata come quella valle, colla forte tranquillità delle elci e la semplicità bruna e feconda del bosco. E una apparizione fantastica la investiva con un riso perlato, che batteva tutti gli echi, e tutti gli echi rispondevano sgranando le loro note cristalline fra uno stormire di alberi, un pigolìo di uccellini, un crepitare di bottoni, mentre Jela ancora bambina, le sottane e i capelli al vento, le correva incontro fra un raggio di sole, che l'ardeva sollevandola e gliela lasciava cadere sul petto con un abbandono di viola, che piega il capo.Si amavano. Jela era tutta carezze, il castello prestava la sua vastità per i loro giuochi, la sua libertà, i suoi cavalli, Febo baio colla criniera che Ida aveva tante volte intrecciata di cordelle azzurre. Quindi correvano, folleggiavano; ma Ida si vedeva pur sempre innanzi una distesa, un deserto dietro quei monti, oltre tutto quel verde, che si perdeva in fondo, nel chiaro, nella nebbia e, avvicinandosele talvolta sino al petto del cavallo, svaniva poi all'improvviso.Perchè mai odiava tanto il conte Enrico? Non lo aveva amato, o almeno ne dubitava, perchè quella passione le scendeva più dalla testa che non le salisse dal cuore. Le pareva bello, benchè non lo fosse; un grazioso biondo meschino, un marito per Jela. Ella se ne accorgeva, se ne era subito accorta, ma una segreta attrazione di battaglie la trascinava verso quel gracile aristocratico, che le veniva incontro dal mondo tanto sognato, con un sorriso disuperiorità insuperabile sulle labbra. L'odio accumulato negli studi e nelle ultime miserie le si ridestava in fondo all'anima, mentre coi sensi ancora ammaliati e col più cinico scetticismo della ragione ella spremeva come una raffinatezza lasciva da quella sua mostruosa bellezza. Ella avrebbe voluto soggiogarlo come il povero Rocco, travolgerlo nella fiumana dei propri impeti, per abbandonarlo forse sdegnosamente sopra un greto sassoso; ma il conte le passava vicino senza sentire la sua eccellenza, giudicandola una povera maestra. Quindi ella così malata di orgoglio piegava sotto quella indifferenza di un aristocratico. Poi si ricordava come il conte l'avesse presa alla stessa pania che ella il duca: si ripeteva le parole, le risposte, i ripicchi delle loro conversazioni, nelle quali ella aveva quasi sempre la peggio; si rammentava quella osservazione di Stendhal su Rousseau, che la superbia del genio non è mai tanto forte da soffocare l'umiliazione della nascita, Rousseau piangente di orgoglio perchè un principe imbecille gli aveva offerto il braccio: osservazione, colla quale ella si era sferzata mille volte nella violenza dei propri dispetti.Evidentemente ella non aveva nè spirito nè ingegno. L'albagia, colla quale credendosi una Sand trattava la gente, era ancora una ridicolezza di più nella sua vita già così falsa; la sua abilità nel maneggio degli uomini una pretenzione, che il fato aveva rudemente schiaffeggiata. E uno scoramento afflitto, quasi dolce, l'invadeva. Si era creduta un poeta, una scrittrice, odiata, ammirata, fischiata da tutto un popolo, e non era stato nulla: non aveva salito nemmeno il primo gradino della scala; era una ragazza uscita dall'istituto, come tanti ragazziescono dal liceo, con qualche brandello di idee ed una deformità d'istruzione. S'era creduta una donna non bella, ma irresistibile, e il primo contino l'aveva battuta, e se il duca, un vecchio rimbecillito, non l'avesse raccolta, la raccoglieva forse la questura; si era creduta la elevatezza, la finezza di una dama, ed ecco che, contrariamente a tutti i suoi piani, era lo scandalo della città, tutti parlavano sprezzantemente di lei, che commetteva scene di una audacia sguaiata siccome l'ultima con Jela nel salone della lotteria, senza trovare nemmeno una risposta veramente spiritosa per demolire quel simulacro di donna.Ella s'inabissava sempre più. Col corpo rilassato, depresso nella voluttà dei bambini, che si schiacciano sotto un gran peso, osservava le brace del camino bruciare con una soavità di piccole fiamme, piene di colori gemmei, sotto il velo della cenere, bruciato anch'esso e tagliuzzato sui tizzoni, che ne sembravano involuti. Diventando la mantenuta del duca di Rivola ella si era tracciato tutto un abile piano di vita; vendicarsi del conte innamorandolo, ma rimanere nascosta, invisibile, finchè avendo accumulato un piccolo patrimonio potesse partire quindi per Parigi o per Londra alla ricerca di un marito. Lo aveva seguito fedelmente nella parte finanziaria, malgrado la ricchezza dell'appartamento, nel quale erano passate tutte le sue economie, ma donde avrebbe sempre potuto ritirarle, aveva disteso in proprio nome le scritture di locazione; faceva ella stessa tutti i contratti, si ordinava le carrozze, si comprava i cavalli. Il cocchiere non conosceva che lei, e non avrebbe attaccato una carrozza ad un comando del duca. In quel disordineapparente di vita teneva la propria casa con una regolarità meticolosa, voleva sapere e conoscere tutto, pagava poco i servitori e li trattava alteramente. Sebbene prodiga per natura, si era fatta avara, rivendeva quasi tutti gli abiti vecchi, discuteva seco medesima la più piccola spesa. Una volta il duca, pregato dal prefetto, le aveva chiesto di presentarle Laura, la mantenuta fuggita poi con un impiegato; ma Ida era entrata in una collera così violenta che il duca, in fondo felice del rifiuto, le aveva regalato per placarla quel magnifico lavabo.Viveva sempre sola: sulle prime non aveva voluto nemmeno la carrozza, poi il lusso l'aveva ubbriacata e si era mostrata qualche volta, più spesso, assiduamente, ai teatri e ai passeggi, cacciando Jela ed Enrico con una ostinazione demente. Così la grande città, che doveva ignorarla e che ella aveva scelto per il teatro della prima campagna, ripeteva per tutte le bocche il suo nome, interessandosi più a lei che non alle più ricche signore, alle mantenute più troneggianti. Ma nonostante tutta la cecità del suo odio e le lusinghe vanitose, quella impura celebrità l'angustiava per l'avvenire. Quindi un dispetto doloroso le peggiorava quella solitudine senza amici tranne il povero Savelli, non praticando che il duca, non ricevendo che il conte; molti signori le avevano fatto la corte, ma non aveva accettata se non quella di Buondelmonti. Ida pensava a tutto ciò, al nulla della vita, che si era figurata così splendida e rumorosa quando fanciulla all'istituto leggeva i primi romanzi ed osservava le piccole celebrità provinciali del vizio; quindi la sua anima, misantropa malgrado la bramosia insaziabile d'impero, si raggomitolava in sè medesima, divorandocome un alimento la propria acerba malinconia. A che pro tanto armeggio? tanti sogni? tanti sacrifici? tante lotte? Il mondo le sfuggiva: appena qualche scioperato la conosceva e voltava la testa incontrandola; la gente passava oltre, forse anco la nominavano, ma come si legge un avviso sulla quarta pagina di un giornale. Allora avrebbe voluto essere un uomo. Poi il pensiero di Jela, della quale trovava spesso il nome nelle cronache dei giornali, le entrava nelle carni come un pungolo, quando la sera, d'inverno, accanto al fuoco, sola con un libro o un sigaro fra i denti, guardava tratto tratto la pendola avanzare con una lentezza disperante. A poco a poco l'isolamento la spaventava; ma quando entrava Savelli o il conte, come in faccia ad un avversario, col fioretto in pugno, rialzava la fronte e ritornava l'Ida eccentrica ma forte, con tutte le seduzioni della donna e le brutalità dell'uomo.Fuori il mattino raggiava. Il cielo ampio e profondo aveva una limpidezza estiva, che lo dilatava. Malgrado la mezza tenda abbassata, il salotto se ne riempiva come di una sonorità, che scuoteva tutti i mobili ed animava di una vita tiepida quella tappezzeria a fondo marino, dove i colori sembravano dormire sopra una vegetazione naufragata. Dai mobili neri, che si squarciavano alla superficie sotto l'acuta pressione di un raggio, una polvere impalpabile, bionda, si sollevava sino ai vetri chiusi della finestra coll'apparenza di un muro diafano e tremulo, sul quale scendessero entrando i fantasmi del giorno. E il salotto perdeva in quella luce la espressione di tetraggine concentrata per una severità mondana ed elegante, che la veste bianca di Ida esilarava ancora colla sua stridente bianchezza,come un gran pizzo sul bruno castigato di una signora.Ida era sempre in quella posa, domandandosi perchè odiasse tanto il conte Enrico. Nessuno al posto di lui avrebbe agito altrimenti, quindi ella, offendendosene, non era meno perversa che pazza. Era colpa del conte se ella odiava tutti i signori, ed egli era nato nella loro classe? Il conte era troppo piccino, troppo insulso, per sceglierlo a rappresentante espiatorio della propria gente. Perchè dunque sacrificare tutto a questa vendetta contro Jela, colla quale aveva dei debiti irredimibili di riconoscenza, e che ella sentiva così bambina e così buona? Ida non trovava la risposta. Aveva un tormento di febbre nelle vene, una malvagità fredda nella coscienza. E però un rimorso, nel quale si acuiva un rammarico di sconfitta, le penetrava sempre più innanzi, attraverso le barriere rovesciate di tutte quelle recriminazioni. Anche il povero Rocco era morto per lei; ella aveva ricevuta la notizia della morte del padre, aveva veduta morire la mamma senza la più lieve stretta di dolore, la più fuggevole incertezza di affetto. Chi era per sottrarsi così alle leggi della natura? E tutta la sua spavalda superiorità l'aveva condotta ad una prostituzione. Fango e sangue: il giorno, nel quale la rovina di quell'effimero edificio di vizi e di lusso le traesse il pianto dall'anima, la sua vita avrebbe trovato l'ultimo termine. Ella non aveva mai pianto, poichè le lagrime dell'ira sono come le gocce di sangue, che colano da una ferita.E colla memoria vaneggiante nelle rappresentazioni del passato rivedeva Rocco, l'ingegnere, la mamma, che la guardavano con una spaventataattonitaggine, quasi aspettando di vederla piangere: e allora, irrigidendosi come tante altre volte, rispondeva alla desolata insistenza della loro attesa colla crudele caparbietà di una sfida:—No.Era iniqua, ma non importa: non voleva rimorsi, erano una viltà. Storici e poeti mentivano: Nerone non ne aveva provato, o se pure, tanto peggio per lui. Il rimorso è il dubbio de' ribelli, ma ella non si era mai ribellata, perchè non aveva mai servito, era nata libera, era ingenua. Il doppio senso di questa parola la fece sorridere. Andrebbe fino in fondo; poichè aveva torto e la sua vita si trascinava sopra una falsa strada, non le dispiaceva di schiacciare qualcuno nel proprio sbaraglio. Ma non voleva rimorsi. Se la notte aveva sofferto d'insonnia, ciò dipendeva forse da qualche disordine di stomaco: era troppo forte per queste debolezze, per deporre le armi a battaglia omai vinta. La notte seguente dormirebbe: le insonnie dei colpevoli non accadevano che in teatro, vecchia rettorica, buona per la plebe e per i pedanti. Nulla rassomiglia più al sonno di un galantuomo che il sonno di un delinquente: Despine l'aveva affermato giustamente. Quindi, colla esaltazione teatrale de' suoi momenti critici, si accovacciava nella reità di quell'agguato, assaporandone una squisitezza di ferocia. Rivedeva l'ingegnere negli ultimi giorni, la mamma negli ultimi momenti, Rocco nelle ultime notti, tutti questi vinti, e ripeteva come una provocazione la parola scritta sulla loro sola lapide:Forsan. La sua vita era infelice: perchè quella degli altri non lo sarebbe? Che importavano nel mondo la vita di Ida o quella del conte?Ma ella l'avrebbe forse amato, se i loro due destini non si fossero urtati al primo incontro. Fuggendo dal castello di Valdiffusa Ida non era sicura di diventare la mantenuta del duca: e se questi l'avesse ospitata la notte per iscacciarla il mattino? In quel momento, con quella veste bianca, in quel gabinetto nero, Ida si diceva che sarebbe morta piuttosto. Ma non poteva perdonargli l'angoscia in quell'ora di fuga, mentre egli forse ne rideva asciugando coi baci le lagrime di Jela. A ciascuno la propria volta:vae victis!Era la sua divisa.Ma il rimorso, malgrado tutte quelle iattanze, le si insinuava sempre più innanzi, al centro della vita, con una lenta inflessibilità, oltrepassandolo, al di là della vita, nella vacuità di un indomani eterno, in un silenzio spaventevolmente misterioso. La cenere aveva ricoperto tutte le brace del camino, mentre un alito di fumo si allungava ancora su per la lastra nera. Ella si levò. In quel tepore di stufa i mobili avevano una ilarità di sorrisi intorno alla sua veste bianca, sulla quale la polvere luminosa si alzava in nimbo, facendole un'aureola al capo. Il suo pallore aveva perduto lo splendore cereo della notte, gli occhi le si erano inumiditi. Ma era stanca, tornò a sedersi. Nel lungo attrito di tutta la notte e del mattino quei pensieri avevano oramai perduto ogni rilievo di fisonomia e le sparivano come nel letargo di un coma. Decisamente non andrebbe a quell'appuntamento di Buondelmonti.Fu l'ultima idea improvvisa, socchiuse gli occhi. Nell'angolo del camino la punta di un sarmento respirava ancora un filo di fumo, che l'incantò. Il camino di marmo nero, pieno di un ondeggiamento luminoso, aveva ancora qualche vibrazione di tempesta, quandoil raggio di sole posato sul davanzale della finestra sussultava. Ma ad un tratto Ida si ricordò di aver fame, e si allungò per tirare il cordone del campanello. Entrò Giuseppe.—Dite a Giustina di portare il caffè.Quindi tornò a guardare quel filo di fumo sottile, il quale pareva rompersi ad ogni istante, raggrinzandosi come in una spirale, poi si riattaccava, salendo fin sotto la cappa senza nè allargarsi nè attenuarsi, mentre la punta del sarmento non aveva più che una capocchia rossastra. Da quanto tempo quel fumo filava? La sua immaginazione, sedotta da quella continuità inesplicabile, vi si sospese.Giuseppe rientrò con un biglietto sopra un bacile.«Gualtiero Buondelmonti, capitano nel 2º cavalleggieri—prega di essere ricevuto». Queste ultime parole erano scritte colla matita.—Fatelo passare.Buondelmonti entrò.Ida era in piedi presso il camino. Il capitano, piuttosto imbarazzato per quella prima visita, rimase ancora più perplesso all'aria eccessivamente contegnosa del suo viso. Ella ricevette il suo inchino, rispondendovi appena cogli occhi, senza invitarlo nemmeno a sedere. Vi fu qualche istante di silenzio. Sotto la negligente alterigia di quello sguardo il capitano ebbe un turbamento, ma si rimise e, considerando con ammirazione la bella posa evidentemente ostile di quella donna, le domandò in termini cortesi perdonò della visita importuna; ma poichè ella era mancata all'appuntamento, aveva temuto qualche disgrazia ed aveva osato salire.Ma alle ultime parole s'intralciò, Ida lo guardava. Quella mattina il capitano era anche più bello,aveva una montura nuova, i capelli arricciati, forse di un biondo troppo dolce per la sua figura rossa e marziale. Colle lunghe punte dei baffi incerate, la persona leggermente inchina ad una eleganza di gentiluomo e di soldato, una mano sul pomo della sciabola e la cresta dell'elmo nell'altra, attendeva.—Forse,—arrischiò con un sorriso,—l'appuntamento era troppo mattiniero?!Ida non rispose.—Me ne dispiace,—seguitò, piccato da quel silenzio, giacchè aveva supposto nell'appuntamento fallito un pretesto per riceverlo in casa:—Baiardo era di un'insolita vivacità stamane, non troverò più una mattina così propizia per venderlo. Non l'ho mai montato così bello.—È bellissimo.—Il più bel cavallo, che io abbia avuto. Sarei desolatissimo di non venderlo ad una signora, perchè non vi è al mondo cavaliere degno di Baiardo.—Nemmeno voi! lo amate dunque?—Come si può amare un cavallo.Ida si rattenne ancora, poi sembrando fare uno sforzo:—Vi costa davvero cinque mila lire, come mi avete scritto?—Cinque mila lire.—Voi mentite!—proruppe raddrizzandosi e scagliandogli in faccia un'occhiata formidabile, che lo fece retrocedere di un passo, meravigliato, attonito a quell'accento come di minaccia, dinanzi a quei due occhi sfolgoranti come due carbonchi. Ida aveva pronunziato quella parola con tale scoppio, che pareva irrompere dal silenzio di poco d'ora: lo guardòcon violenza prolungata, poi, levando la mano ad un gesto di disprezzo, si mosse per voltargli le spalle.—Signora...—mormorò fermandola, ancora più intontito che offeso.Ella fece un mezzo passo per proseguire.—Perdono, ma...—Non è vero?!—l'interruppe con voce sorda e precipitata.Quindi:—Mi amate?Egli voleva rispondere.—No,—interruppe un'altra volta;—me lo avete scritto in molte lettere: menzogna! Voi non mi amate, non siete il capitano Buondelmonti, non siete un gentiluomo; Buondelmonti è un nome troppo bello per voi, Baiardo non è vostro.—Non è mio?—Ebbene, ditemelo in faccia, Baiardo è proprio vostro? L'avete pagato cinque mila lire, proprio voi?Il capitano impallidì.—Voi impallidite!Ella si rivolse, si gettò sulla poltrona, l'attirò con un gesto sopra uno sgabello e, abbandonando la testa sopra la spalliera, con un moto convulso gli accennò di sedere. Ella stessa era smorta quanto lui, cogli occhi ardenti e una trepidazione di tutti i muscoli, che le dava una mobilità di fisonomia abbagliante ed irresistibile. Si era abbandonata stancamente sulla poltrona, ma vi si gittò; tutta la bianchezza della veste le era salita alla faccia, tutto il nero del gabinetto le si ammassava sulla testa. Allora, senza dargli il tempo di rinvenire, colla voce rotta, sibilante, spegnendo certe parole con un gesto,trascinando la voce come una lama di pugnale nel fodero, battendolo collo sguardo e col sorriso scomposti, a lampi, a contorsioni, gli disse tutto, che la contessa Ceri gli aveva pagato quel cavallo, che egli lo vendeva per un debito di giuoco, che la contessa ne era furibonda, ma non avendo altro denaro non poteva impedirglielo, giacchè aveva impegnato le proprie gioie per comprare Baiardo... che era una viltà, un'infamia...—E allora,—proseguì, scuotendo la testa come una leonessa,—perchè non siete donna? Noi possiamo farlo, possiamo venderci: è il diritto dello schiavo. Noi non perdiamo nulla, la nostra bellezza è il nostro onore, finchè siamo belle possiamo essere amate. Ah! voi credete forse che una donna la si possegga, perchè la si sposa o la si paga? Lo credete sul serio, come tutti gli imbecilli? Ma voi... oh è vile! Se sapessi che siete un assassino, che siete un borsaiuolo, e che importa? Ogni eroe è omicida, ogni conquistatore è ladro: c'è ancora della forza, è una lotta.Egli tentò un gesto.—Volete le prove? volete che vi reciti la lettera della contessa il giorno del vostro duello con Villani? La so a memoria, sentite: «Voi siete un ingrato, un vile. Sapete benissimo che Villani non è mai stato il mio amante, e che non lo sarà mai, ma prendete questo odioso pretesto per sdebitarvi meco...»E come spossata da questo impeto, si prese la fronte nelle mani e si rigettò sulla spalliera.Buondelmonti immobile fra quella tempesta di parole e di passione, nemmeno sospettata da principio, guardava l'atteggiamento stravolto di quella donna, mentre nella incertezza scombussolata di tutto il suospirito un'idea terribile sorgeva come una testa immane di capidoglio sopra un'onda, e gli ghiacciava il sangue. Era seduto goffamente sullo sgabello, quasi percossovi dal gesto di Ida, che si era rivolta al camino per evitare forzatamente di guardarlo.Chi mai glielo aveva detto? Come aveva ella potuto sapere?... Perchè conosceva quella lettera? Egli non ne rinveniva: ma questa idea mostruosa gli si ingigantiva davanti, sulla veste bianca di quella donna, colla facilità di un'ombra e la immobilità di un fantasma. Eppure Ida l'aveva letta, e forse la possedeva. La realtà di questa impossibilità gli schiacciava la coscienza, annebbiandogli la ragione; non ardiva più nulla. La sua grossa faccia marziale esprimeva un'inazione di fantoccio, uno sbalordimento di soggezione, reso disgustoso dalla paura.Ella levò ancora il viso, una lagrima sembrava brillarle sugli occhi.—È stata una triste idea questa visita!—disse, rialzandolo dallo sgabello con un'occhiata di congedo e un suono lontano di malinconia nella voce.Egli abbassò il capo.—Addio, signore;—poi, come le parole le sfuggissero:—tutto è finito.L'altro si scosse.—Mi scacciate?...—mormorò umilmente, credendo di afferrare nella tristezza di quella frase una tavola di salvamento.—Allora non vi avrei ricevuto: vi abbandono, signore. Una donna può scendere sempre... Forse questa teorica vi parrà ridicola in bocca mia,—seguitò con amaro sorriso:—non importa, una donna può essere venduta e pagata, poichè coloro, che la pagheranno, non la possederanno certamente. Vi è un angolo,una camera in fondo al cuore, nella quale bisogna essere amati per esservi ricevuti; la donna non è che lì dentro, il resto esteriorità, apparenza! Un uomo no.—Ma siete ben sicura?...—Non vi provate ad ingannarmi, signore; dovreste aver capito che è inutile. A voi non resta che una sola forza, il cinismo, per essere ancora un uomo. Io non userò contro di voi la mia arma; potrei mandare quella lettera al conte Ceri, e voi sareste perduto anche allora che aveste il coraggio di suicidarvi. Non lo farò.Il capitano ebbe un respiro.—Non mi ringraziate; sono io che vi ringrazio. Facendovi pagare,—ed ella sembrava sillabargli queste parole sulla faccia,—mi avete salvata da un grande pericolo. Vi avrei forse amato, ed amando un uomo più vile di me, avrei perduto l'ultima forza del mio carattere, l'ultima fede del mio cuore. Ma badate, il pericolo non è assolutamente scongiurato per voi: la persona, che involò la prima copia di quella lettera...—Ah! vi è dunque qualcuno...!—gridò Buondelmonti con uno scoppio d'ira, sentendosi quasi libero in faccia a questo nuovo pericolo, che faceva una diversione nel loro dialogo chiamandovi un terzo, sul quale ruinare l'oppressione, di cui Ida lo soffocava.Ella aspettò un istante.—Ditemelo: dev'essere un vile.—Oh! il giudizio potrebb'essere avventato.Il capitano comprese l'allusione insolente, ma non piegò il capo. Quantunque ancora agitato, il suo occhio aveva ripresa la solita arditezza di bravata. Si raccolse, poi, mutando ad un tratto espressionee guardandola in faccia, quasi avesse penetrato il suo disegno:—Voi odiate quell'uomo; dunque mi direte il suo nome.—Forse.—Siete ben sicura, che non abbia parlato con altri?—Sicura.—Oh!—esclamò, raddrizzandosi con orgoglio e quasi splendido nella prepotenza della propria forza:—avrà parlato per l'ultima volta.Era ancora in piedi nello stesso atteggiamento, ma la facilità, colla quale s'intendevano, li abbassava allo stesso livello. Ida lo sentì troppo tardi. Allora una dimestichezza subitanea li strinse; Buondelmonti interrogava, ella rispondeva, a parole rapide, scontrandosi con occhiate di complicità. Ida immobile, cogli occhi ardenti, egli fremendo, trovando ancora qualche sorriso, qualche posa elegante, spiandola cautamente per non cadere in un agguato, e preparando già tutto un piano di guerra.—E la lettera l'avete presso di voi?—le chiese ad un tratto.—Sì.Il capitano titubò.—L'abbrucerò... dopo.Questa parola li gelò. Ida si sentiva trascinata ed aveva paura, trovandosi finalmente in una delle situazioni tragiche tanto sognate nell'esilio dal mondo del suo odio e dei suoi desiderii. Ma improvvisamente un impeto di superbia la sollevò; Buondelmonti non era più nulla, lo sdegno realmente provato nel rinfacciargli la sua prostituzione era svanito per dar luogo ad un benessere feroce, nel quale il delitto siperdeva in una lirica astrazione, non conservando più che la fatalità della propria forza e uno splendore di eroismo. Quindi ella si alzava nella sua contemplazione come sopra un nembo freddo, all'altezza dell'areonauta, coll'occhio sbarrato dell'aquila e la limpida insensibilità di una stella.Buondelmonti se ne accorse egli pure, ma, troppo preoccupato di sè stesso e troppo poco intelligente per comprendere certi fenomeni, attribuì ad un ritorno di debolezza la fissazione come spaventata del suo volto. Allora temette per il nome dell'incognito, il quale poteva perderlo con una sola parola, dinanzi alla paura supposta di quella donna, per lui non meno incognita che inesplicabile. Chi era colui? come aveva sorpreso quella lettera? Perchè l'aveva mostrata, data a Ida, una mantenuta? Qual dramma veniva a mischiarsi nella sua commedia, gaia, depravata, alla Molière, gettando lo scompiglio del terrore nel disordine allegro di un imbroglio? Il suo pensiero era corso per un momento al duca, ma deviandone tosto: non era possibile.—Il suo nome?—ridomandò.—Più tardi.—Vi pentireste forse?Un bianco sorriso sfiorò le labbra della fanciulla.—Troppo tardi.—Ditemelo.—E quando l'avrò detto?—Ci penso io.—Sono io che ci penserò,—rispose sommessamente, appoggiando una mano sulla sedia con un gesto spossato. Buondelmonti fu pronto a farla girare e gliela offerse: ella sedette. Una lassitudine morbosale intorpidiva i ginocchi, come se avesse ascesa frettolosamente e ridiscesa del pari la torre più alta. Poi allungò i piedi sino nel raggio di sole sdraiato sul tappeto, e tacquero. Nella commozione della fantasia quel raggio, che le saliva tiepidamente sugli stinchi, le parve un leone, che le si stirasse ai piedi. Riceveva sulle ginocchia il calore del suo alito, vedeva la polvere del deserto alzarglisi bionda dalla criniera, mentre in un luccichio del tappeto balenavano le chiazze dei suoi occhi di belva. Era la decorazione di quella scena.—Che cos'è?—chiese di soprassalto, intendendo muoversi l'uscio.Era Giustina, che al sopravvenire del capitano, malgrado l'ordine di Giuseppe, aveva giudicato di ritardare, ed entrava finalmente recando la colazione favorita di Ida. Al primo sguardo indovinò una scena violenta, ma infelice per il capitano: Ida era accigliata. Giustina depose il vassoio sopra un piccolo tavolo triangolare e glielo appressò. Conoscendo i gusti della padrona aveva già versato nella tazza di cristallo di rocca il latte, appena oscurato da poche gocce di caffè, e disposta sopra il piattino una piccola piramide di paste, appuntata da un confetto grosso come una susina. Il capitano si levò rispettosamente.—Volete dividere la mia colazione, capitano, dopo una trottata su Baiardo?—Mille grazie, l'ho già fatta al caffè.—Non è una buona ragione: accetterete almeno un confetto.—Come un ricordo.Ella glielo porse, inghiottendo la punta di una pasta colla più delicata moina. Aveva appoggiato un gomitosul tavolo, colla fronte sopra un polso, come se mangiasse per compiacenza. In quella posizione la veste da camera le disegnava così squisitamente un contorno del seno, che il capitano dovette ammirarlo con rammarico, pensando che se non si fosse compromesso con la contessa Ceri, Ida lo avrebbe forse amato. Evidentemente la contessa non era che una signora corta a quattrini, poco bella, poco spiritosa, con gelosie da cameriera, che potevano un giorno o l'altro rovinare qualcuno. In quel momento egli la detestava, cominciando a sentire più vivamente l'eleganza di quel salottino senza dubbio immaginato da Ida. Ma se ella lo avesse amato davvero, esagerando per segno di gelosia il proprio disprezzo di poco d'ora? Le donne sono così strane; poi Ida era una mantenuta.—Andate al veglione di questa notte?—Sì.—Pare che vi saranno molte signore in maschera. Ho saputo stamane che la baronessa De Angelis e la contessa Alidosi avevano concertato un costume di giapponesi, ma la contessina in ultimo non ha avuto il coraggio della pettinatura. Infatti i suoi capelli sono troppo belli per sciuparli così.—Vi pare bella la contessa Alidosi?—Tutti lo dicono, ma ve ne sono di più belle.—La contessa Ce.....Egli fece un gesto supplichevole.—Ah! io forse? E del conte Alidosi che ve ne pare?—Insopportabile.—Tanto meglio!Ma si fermò per bere un sorso, poi respinse la tazza.—Dividete,—seguitò, porgendogli la punta di una pasta.—Perchè tanto meglio?—ripetè, mentre pigliava gentilmente colla estremità del guanto la pasta.Ida lo guardò negli occhi: egli tentennò, ebbe un lampo, alzò gli occhi al soffitto come per seguire l'idea e, riabbassandoli ancora con un dubbio supremo:—È lui!—Dividete dunque, capitano: rifiutereste?—E gli ruppe la pasta nella mano; poi aggrottando la fronte e con voce fredda:—Avete letto l'ultimo libro di Girardin:Le droit de punir? Vi è nell'appendice sull'antica penalità un particolare interessante: quando si condannava un reo a morte, due giudici rompevano una paglia... Dunque il veglione riuscirà bello; forse ci sarò anch'io. La contessa Alidosi verrà in palco: potrete trovarla meglio che sotto la maschera, ma il marito si annoierà con lei, perchè i mariti si annoiano sempre colle loro signore.—Gli terrò compagnia.—Ma lo divertirete?Il capitano si era fatto pensieroso. La disinvoltura finale di Ida, che gli ordinava, rosicchiando una piccola pasta nera, di uccidere un uomo provocandolo in faccia alla moglie, nel tumulto folleggiante di un veglione, lo imbarazzava. Certo qualche gran cosa doveva essere fra di loro, oltre lo scandalo del castello di Valdiffusa secondo che il duca lo raccontava.—Lo odiate dunque molto?—le si rivolse grossolanamente, stracciando tutto il velo da lei tessuto con un'arte così difficile su quella scena.—Forse! forse lo amo.—Ne dubito.—Avete torto: non ho io forse bisogno di credere che voi amate la contessa Ceri?Questa risposta lo persuase di non poter lottare: Ida respinse il tavolo, e fece un passo verso di lui come per accompagnarlo fino all'uscio, mentre egli si moveva colla sciabola in una mano e l'elmo dall'altra.—Se per caso non fossi al veglione, manderò Giustina, la mia cameriera: le darete un biglietto per me,—disse chinando distrattamente gli occhi sopra una pantofola, che il sole le riscaldava in quel momento.—Tutto non è dunque finito?—Ma che cosa è incominciato?—Se vi chiedessi di sperare per essere più forte?—In che?Buondelmonti si rattenne.—Io sono sicuro,—disse poi risolutamente,—ma vorrei...—Pss!—fe' troncandogli la parola, ma annuendo col gesto.Ella stessa aperse l'uscio, il capitano congiunse i piedi per un inchino, urtando le rotelle degli speroni, sbozzò un ultimo sorriso e uscì. Ida tornò al camino; la punta del sarmento fumava ancora.—Vi è dell'ostinazione,—mormorò, ricadendo nel sentimento di quella fissazione prima che entrasse Buondelmonti: ma allora il filo si ruppe e la capocchia, spegnendosi, cadde sulla cenere con un moto cadaverico.—Così sia.c345V.Ella passò in orgasmo tutto quel giorno, comandò la carrozza, uscì a cavallo, mutò due volte di abiti, ordinò il pranzo ad un'ora insolita e non potè mangiare, giacchè malgrado tutte le bravate della sua vanità, una paura profondamente femminile le faceva battere il cuore. A certi momenti le veniva di rivolgersi come se un incognito fantasma le fosse dietro e il suo alito le gelasse la nuca. Quindi si sforzava di non ci pensare, cacciandosi per tutti i ricordi della propria vita, intrattenendosi colle idee meno note. Ma a pranzo, quando la sartina le portò nella cesta il costume turco, al quale la maestra aveva cucito alcuni ornamenti di stile troppo europeo, ella parve uscire da quel concentrato mutismo.—È orribile,—esclamò respingendolo brutalmente:—non entrerò mai lì dentro. Voi, Giustina, andrete al veglione per me.Giustina, che non s'aspettava questo favore, lasciò sfuggire un'esclamazione di gioia.—Speri dunque di divertirti?—Ne ero sicura anche prima che non speravo d'andarci.—Io no.Ed entrò nel proprio appartamento; ma non si era ancora seduta al lavabo, guardandosi nello specchio, che Giustina sopravvenne con una lettera.—Di Enrico!—ella proruppe, rompendone nervosamente il suggello.—È Dio che la manda.—Dio o il diavolo,—arrischiò famigliarmente Giustina, che aveva creduto di accorgersi altre volte delle intenzioni ostili di Ida verso il conte.—Forse, ma è Dio egualmente.—Poi:—Salì dal cuoco e digli che prepari un altro pranzo per le sette, splendido, squisito. Ha tempo due ore, ne ha d'avanzo.Quindi tornò a passeggiare febbrilmente per la camera: Giustina non era ancora all'uscio, che la richiamò.—Metti fuori la veste coll'edera: non sono in casa per nessuno sino a domani.—Se il signor duca...—Nemmeno; vai, senti: fa scaldare il mio bagno, subito, ho fretta.Giustina fuggì quasi a gambe. Ella seguitò a passeggiare osservando tratto tratto il letto, animata in viso da un rossore d'infermo, aprendosi l'abito come se il bagno fosse già pronto a quel solo cenno e volesse smorzarvi l'ardore divorante delle vene. Parlava a mezza voce, poi, fermandosi con un gesto convulso e guardandosi innanzi colla fissazione sonnambula di tante volte, sorrise. Non erano che le quattro: bisognava aspettare due ore. Improvvisamente le parvero troppe: due ore ad aspettarlo sola, contando tutti i minuti, ciurlando in quel pensiero... Almeno avesse avuto il duca per distrarsi. Dal biglietto capiva che la scena con Buondelmonti doveva già essere scoppiata e corsa la sfida, ma poichè ella l'aveva combinata per il teatro, questa piccola infrazione del proprio disegno la liberava da ogni complicità. Quindi colla volubilità della donna si mise in questa idea e la percorse tutta: le parve di non aver nulla pensato contro il conte, il quale le scriveva per chiederle da pranzo, avendo certamentescritto a Jela un altro qualunque pretesto. Quella scema lo crederebbe: imbecilli ed ubbriachi non erano i prediletti della provvidenza? Ma le dispiaceva che Jela cadesse in quella scusa. Perchè la contessa dovrebbe ignorare il dolore del tradimento? Non l'aveva forse Jela scacciata una volta dal castello di Valdiffusa, sperando che ne morrebbe di miseria o d'infamia, mentre ella sarebbe accolta in tutti i saloni cogli omaggi della ricchezza e del nome! Ma il calcolo della contessina non era tornato: Ida era risorta più bella, come una minaccia e un'invidia egualmente dolorosa per tutte le signore. Quindi il suo orgoglio perverso le si alzava come un'immenso nuvolone, chele gitta va un'ombra fosca sulla faccia. Si rivedeva al castello, fuggendo dalla camera nuziale di Jela, inseguita dal suo gesto imperioso; e Jela non sapeva ora che Enrico stava per venire da lei, da Ida, che vi resterebbe tutta la notte, che era innamorato pazzo, morto, di lei?—Morto!—ripeteva.Tutto era lotta nella vita. Ella credeva dunque, quella pupattola, che per essere onesta sarebbe più forte di lei? Scempiaggini! Il mondo, i saloni, la legge, erano per le donne oneste; ma ella aveva l'amore, aveva l'odio, e sopra tutto sè stessa. Tanto peggio per Jela. Perchè cominciare la lotta lei, la più debole? E lotta dunque, ma a tutti i momenti, sovra tutti i terreni, anche sul letto. Jela non sapeva dunque che si può uccidere un uomo con un bacio, strappare un marito ad una maglie, romperlo ed obliarlo, e che tutto il mondo riderebbe della vedova? Ma la vedova non riderebbe ella pure? Questo dubbio atrocemente depravato la ritenne, ma come la palla, che sfiorando un ostacolo rimbalzae sorvola, risalì alla astrazione del duello fra la donna onesta e la cortigiana, la fissazione di tutta la sua vita. Ella era il campione della propria classe, l'ultima rimasta nel circo fra i cadaveri delle compagne, cadute come tanti volgari gladiatori, per riparare la sconfitta di tutte e strappare la ghirlanda insanguinata dalle mani della vittoria. Non era già sicura? Non poteva come Otriade moribondo, sublime superstite, scrivere già col dito sanguinolento sullo scudo, come sulla propria lapide, la eroica iscrizione: «Ho vinto»? Cleopatra non faceva uccidere ogni mattina gli amanti d'ogni notte? Imperia non era stata la donna più adorata del suo secolo, e il popolo riconoscente non le aveva scritto sul sepolcro, a Roma, in Sant'Agostino, queste grandi parole:Imperia, cortisana romana? Atene non aveva votata una statua a Frine per ringraziarla di essersi mostrata nuda? Le cortigiane non avevano dunque sempre perduto. Che importa se oggi i trionfi sarebbero stati senza ovazioni e senza monumenti? a lei bastava di vincere: i veramente forti hanno l'indifferenza dell'applauso.E come un maniaco ripreso dalla idea fissa, vi si ingolfava sempre più, accendendosi innanzi i razzi dei paradossi più colorati, cogliendosi fra i piedi i fiori più sinistri della poesia boema. Si era arrestata alla psiche, coll'abito rigettato sulle spalle e la camicia a mezzo il seno. Le maniche, ancora gonfie, sembravano abbracciarle le ginocchia nel dolore di un lungo gesto supplichevole, mentre ella si esaminava minutamente nell'acquea opacità della lastra.—Com'è bella quest'oggi!—esclamò Giustina, colpita dal fulgore della sua fisonomia.—Il bagno è pronto.—Hai aperto la finestra?—Le pare? l'aria si raffredda a quest'ora.—Aprila, e che il sole entri.Giustina la credette ammattita.—Ma il sole è già tramontato.Ida rimase pensierosa, non aveva più fretta pel bagno. Si sedette sulla poltrona, e chiamando Giustina la fece parlare qualche tempo del conte. Giustina, che gli serbava rancore per l'alterigia delle sue maniere, lo diceva antipatico, brutto anche come donna, malgrado la bianchezza e la freschezza della sua pelle. Un uomo doveva essere un uomo.—La sua superiorità consiste appunto nel non esserlo, ma allora non può essere amato se non da una donna, che sia un uomo.—Perchè?—Tu non puoi capirlo, gli ibridi non si riproducono. Questa condanna dipende forse dalla deformità delle loro nature, che si cercano per distruggersi. Poichè la vita è una continuità, ogni eccezione non è solubile che nella propria regola; due eccezioni, che s'incontrano, sono insolubili e devono frantumarsi.Giustina, incapace di comprendere il filosofismo oscuro di quelle parole, la guardò stralunata, ma Ida si era già sprofondata nelle proprie riflessioni; poi si riscosse con queste parole:—Viene!—Sono oramai le cinque; badi, il bagno si agghiaccerà.—Troppo tardi: hai pronta la veste? Allora prepara una di quelle camice rosse e profumala, a momenti sarà qui.—E, quasi per darle ragione, Giuseppe bussò in quel punto alla porta annunziando il conte Alidosi.Ida scattò in piedi.—Presto!—esclamò con Giustina, scomparendo nell'attiguo gabinetto:—introducetelo qui.Il conte entrò: aveva inteso il fruscìo della veste di Ida, e rimase un istante cogli occhi sull'uscio, dietro il quale era scomparsa. La luce, che rasente i tetti opposti entrava per la finestra da un lontano lembo di cielo, dava una dolce pallidezza a quella camera già buia agli angoli e nobilmente severa. Le tappezzerie azzurre, piene di riverberi nel giorno, si erano spente e i mobili imbruniti: solo la psiche in un canto aveva ancora un chiarore vacuo ed abbagliante come di un abisso, nel quale si fosse perduta l'immagine di Ida. Egli si guardò attorno, poi venne a sedersi sulla poltrona rossa, appoggiata al letto facendovi come una larga macchia di sangue. La sua stanchezza, greve di un avvilimento malinconico, gli fece sembrare più bella la castigata sontuosità di quella camera, così poco adatta per una mantenuta; ma, arrovesciando la testa, si vide sopra una delle piccole scimmie del letto, arrampicata in atto di salvarsi al minimo cenno, con un sorriso così violentemente bianco sul suo grugnetto nero, che egli vi s'incantò. Il suo pensiero, eccitato dalla femminile birberia di quell'atteggiamento, le cercò un misterioso rapporto, una quantità di significati come profumi che evaporassero dal letto di Ida e dessero una voluttà di carni a quel sorriso di porcellana, una provocazione di più a quella lubrica selvatichezza. Perchè rideva quella scimmia? Rideva di Ida, o del duca? rideva di lui, che veniva in quel momento da Ida a provare l'ultima scena drammatica di un amore da commedia? Ma quel sorriso lo tentava in tale momento come un segreto; si alzò,alzò la mano per afferrare quella scimmietta ai piedi, quando Ida lo sorprese:—La mia Mary!—esclamò avvicinandosi con una premura affettuosa, ed imprimendole un moto ondulatorio sopra la testa del conte.—Di che razza è?—questi chiese ironicamente.—Mirikina: sono gli Asra delle scimmie, quelle che muoiono d'amore.Ma il conte se ne distolse, raccontandole subito con una leggerezza abbastanza coraggiosa come Buondelmonti alclub, per una questione di cavalli l'avesse insultato, e si dovessero battere al mattino. Lo scontro sarebbe alla sciabola, nessun colpo escluso, ma a primo sangue.—Ne uscirete quindi con una scalfittura.—È probabile. Buondelmonti è una lama troppo celebre per potermi uccidere. Domani mattina faremo colazione insieme. Veramente ho avuto torto di trattargli così male Baiardo, ma egli non può aver sospettato le mie allusioni.—Non avete dunque paura?—Oh!—Ne avreste il diritto... Allora venite a chiedermi da pranzo per non trovarvi colla contessa, la quale sapendo del duello vi farebbe forse una scena? Ma e dopo pranzo? Questa notte?—C'è tempo ancora.—Mio Dio! come siete pallido!—proruppe improvvisamente, appressandogli il volto.—Perchè negarlo? avete paura. Nelle donne il coraggio è sempre brutto, a meno che non sia tragico. Vorrei vedervi sul terreno contro quel Porthos di Buondelmonti.—Ebbene! il duello è domattina alle dieci nelprato di S. Giacomo, venite;—ripetè piccato da quella insistenza.Ma Ida gli volse le spalle e andò lentamente a guardare dalla finestra. La sua veste verdecipresso, ricamata a catenelle di edera, un prodigio d'imitazione, era così ampia che tutto il suo bel corpo vi scompariva come certe statue dei vecchi parchi in un lembo di verzura. Se non che i capelli, invece di starle attorcigliati col ciuffo classico sulla nuca, consentendo la soave mollezza del collo, erano distesi sulle tempia come quelli di una Madonna ed esalavano un odore lontano di fieno. Si era addossata ad uno scuro, colle braccia lente.Il conte Enrico le si appressò.—Avete dunque paura per me?—le chiese incoraggito dalla sua malinconia.Ella non rispose.—Vediamo,—seguitò appressandosi sino a toccarle col ginocchio la veste e chinandosi a parlare sul collo:—dubitate che io muoia? Ma Buondelmonti non sa che la contessa Ceri mi abbia mostrato quella lettera; d'altronde, se l'avesse saputo, è talmente sciocco che mi avrebbe provocato violentemente. Sono stato io a morderlo. Ieri sera foste ben cattiva con me: vi appoggiavate sulla spalla del duca niente altro che per farmi dispetto. Se volevate darmi lo spettacolo pungente di ciò che potete essere per un uomo, ci siete riuscita. Questa notte non mi è stato possibile dormire.—A me pure.—Mi amate dunque?—No, forse vi desidero.—È lo stesso.—Fanciullo! l'amore può far morire di spasimochi lo sente, mentre il desiderio può fare uccidere chi l'ispira. Perchè mi avete trattata così crudelmente quella notte al castello? Allora avrei potuto morire per voi: forse non vi amavo, ma la vostra mostruosa bellezza mi aveva sedotta a tal punto, odiavo così me stessa e la mia posizione, che sarei morta volentieri. Voi mi disprezzaste, vi montaste la testa di orgoglio credendo che sarei sempre ai vostri piedi a chiedere quell'elemosina di amore; ma v'ingannaste, v'ingannaste malamente, signor conte. Io ero infelice, odiavo. Nessuno al mondo aveva avuto una parola dolce per me, ero cresciuta come una tigre nella gabbia, ma una tigre che vedesse attraverso i ferri la bionda immensità del deserto colle sue abbrucianti seduzioni. Un uomo, una donna, che mi fossero venuti incontro, avrebbero potuto fare di me un altro essere, farmi credere e farmi sopportare. Oggi è troppo tardi: nel mondo non si è mai come la natura, ma bensì come la vita ci ha fatti.—Siete dunque infelice?—Non ve ne siete accorto e dite di amarmi! No, voi mi desiderate, come vi desidero io, noi non possiamo amarci. Io vi oltrepasso senza raggiungervi: siete inafferrabile, siete come un'ombra, che abbia tutti i toni della carne colla leggerezza di un odore. Voi non siete nè uomo nè donna; non siete qualcuno, che quando siete il conte Alidosi. Allora la superbia della vostra fortuna vi rende adorabile e perverso: diventate come l'upas, forse il fiore più bello e il più velenoso.—Cosicchè mi odiate?—domandò, scosso suo malgrado dalla violenza di quelle parole, ma col suo accento educato d'ironia:—Confesso che se vi avessi conosciuta come...—Non mi avreste amata più che non mi amiate adesso. E che importa?—seguitò con un gesto superbo e nullameno malinconico:—Dal primo giorno ci dichiarammo la guerra: voi vinceste contro di me una battaglia terribile, la vostra prima notte di matrimonio, e io dovetti abbandonare sul campo il mio onore di fanciulla e di donna. Sono diventata una mantenuta, un animale che costa più di un cavallo, ma si stima forse meno: e hanno torto. Napoleone ha detto che per vincere un nemico bisogna stimarlo. Io vi debbo tutto questo: perchè vi credeste il più bello e il più amato degli uomini ho dovuto perdere tutto; ma la guerra non è terminata, e la mia rivincita non sarà forse meno terribile della vostra vittoria.Si arrestò. Una collera cupa le fumava in fondo all'anima, in faccia a quel tramonto di sole e a tutta quell'ombra, che dalle strade della città saliva come un fumo ad annebbiare le trasparenze aeree. La sua voce piena di sonorità lontane aveva degli stridori di vento e degli echi cavernosi, quando non guardandogli più in viso allungava gli sguardi davanti a sè stessa, come dentro ad un paesaggio fantasmagorico, sulle orme di una apparizione fuggente. In quel momento il suo passato la riafferrava con una stretta di cadavere risorto, ancora spaventato della morte.—È un triste tramonto,—osservò mostrandoglielo con un'occhiata.—Triste?—Il tramonto lo è sempre, perchè nel tramonto non vi è mai la speranza del mattino. Ognuno pare l'ultimo: guardatelo.—L'ultimo per me?—Fors'anco: Buondelmonti può uccidervi, non fate l'eroe, Enrico. Voi siete un vile, giacchè avete sposato Jela per la sua dote, mi avete rifiutata una volta per la paura di Jela o di suo padre. Odiate vostro zio, che vi schernisce, e lo accarezzate per la speranza dell'eredità: odiate me, che ve la scemo, e mi fate la corte malgrado le mie insolenze, malgrado il mio odio, perchè io vi odio, Enrico. Voi avete paura di domani, e siete venuto da me, perchè vi siete detto: Ida è donna, si commuoverà al pericolo che corro, mi inviterà questa notte.—È vero, ho sperato...—Vi siete ingannato. Non ho paura, potrei assistere al duello e vedervi fracassare la testa senza impallidire. Jela avrebbe paura, ma più paura ancora che dolore. Ella non vi ama più, siete solo come me nella vita, voi mantenuto dalla moglie, io dal duca. La partita è pari. Il vostro duello non è con Buondelmonti, ma fra me e voi: ebbene...—Ebbene!—proruppe finalmente,—ciò vuol dire, che voi avete detto a Buondelmonti come io vi abbia mostrato quella lettera.—Potrebbe darsi,—replicò alteramente.Il conte indietreggiò di un passo come davanti ad un nemico implacabile, che, avendolo tratto finalmente ad un agguato, si cavasse all'improvviso la maschera per vederlo meglio morire. Gli pareva di comprendere tutto, la sua ostinazione nell'innamorarlo, tutto quello studio di lusso e di seduzioni, la rovina del duca in pochi anni, gli scaldali con Jela, la rivelazione a Buondelmonti per avventarglielo contro ad un dato momento. Ida si era senza dubbio intesa con colui. Fu come una visione istantanea, una certezza mortale di una minaccia creduta finoallora romantica, la quale lo colpiva come una piattonata di sciabola sul petto pittandogli un gran freddo nelle carni. Egli non aveva taciuto fino allora se non credendo quella scena l'ultima resistenza di Ida, a secco di argomenti contro di lui e torturandolo col passato per sottrargli il proprio presente.—Dunque,—ella riprese, alzando sprezzantemente le spalle e dando in una stridula risata,—vedete che vi ho fatto paura, mio bell'eroe. Via, non ve la farò più, ma,—proseguiva con una moina indescrivibile,—vi farò ammazzare egualmente, giacchè stanotte starete meco e domattina non avrete più la forza di una parata. Accettate? Accettate?—insistè, vedendo che stentava a rimettersi.—Povero Enrico! Come sono ingiusta con voi! Ma perchè far pompa di coraggio, quando è così semplice avere paura? Credete dunque che il coraggio sia una qualità di prim'ordine? Vi batterete, porterete il braccio al collo per otto giorni, e passerete per un'eroe dopo un duello con Buondelmonti.—Ma se morirò?—la interruppe con una tristezza di paura finta eppure vera.—Mio Dio! non sarete il primo; ma, Enrico, non vi avvilite a questo punto. Dimenticate dunque che discendete dalle crociate? Venite qui, mio povero bambino: per provarvi che è stato uno scherzo vi darò un bacio sulla fronte. Vi basta? Vi ripeterò che siete ancora più donna che bambino.Ed accompagnando la parola col gesto gli aperse le braccia, sorridendogli invitevolmente come ad un fantolino.—Provate dunque se sono una donna.—Davvero?—Sì.—Pensateci, Enrico; la prova potrebb'essere al disopra delle vostre forze. Voi non siete un uomo.Egli rispose con un sogghigno.—Lo volete?—ripetè, ridivenendo torva nel viso a quella sua resistenza inaspettata.Quindi parve titubare, cercando un pensiero sotto lo sprone di quel sorriso lubrico a un tempo e vanitoso. Lo trovò; e cacciandosi risolutamente sotto il baldacchino del letto, diè una forte strappata al campanello. Il conte, sorpreso di quanto accadrebbe e ancora commosso di tutte quelle minacce smentite e ripetute, si sentiva mano mano più mal sicuro in quella camera e con quella donna nascosta dietro il cortinaggio come per preparargli un tranello. Infatti ella ne uscì guardando alla porta del gabinetto: la porta si aperse, si presentò Giustina:—Giustina, venite qui,—le ordinò seccamente: poi riavvicinandosi al conte, col volto illividito ancora più dal verde funereo della veste:—Provate,—gli disse coll'accento di un supremo disprezzo, gettandogli quella donna con un'occhiata, come si gitta un soldo a un mendico.—Oh!—egli mormorò spalancando gli occhi e vacillando dalla meraviglia.—È una donna... le darò mille lire. Per la prova che invocate basta una cameriera. Giustina!—s'interruppe ripetendo quel gesto, mentre il conte la guardava ancora stupefatto.—Ma voi non avete nemmeno l'onnipotenza della brutalità, non siete un uomo, ve lo aveva pur detto che siete vile. I fiori di campo, perchè resistono al vento, si credono la forza di una quercia, e una zampa di pecora basta a schiacciarli. Bisogna avere il calore del simumnel sangue, le tempeste dell'oceano nel cuore e la serenità del cielo nel pensiero per essere un uomo: allora si affascina e si soggioga. Ogni uomo è un imperatore, ma gli imperatori si contano sulle dita. Andate, andate pure, Giustina,—le si rivolse, vedendola trattenuta nella curiosità di quel discorso e allontanandola con un'imperiosità, che finì di atterrare il conte.Poi ella tornò a quello scuro della finestra, e vi si appoggiò.L'ombra oscillava a onde sempre più dense sui tetti come un vapore che ne fumasse, oscurando la volta alta dell'azzurro. Sulle case di contro la gamma stridula dei colori, acquetatasi nel lividore della sera, era sparita sotto la scorie dei tetti, come sotto un immenso mantello lacerato ed imporrito disteso su tutta la città. La strada era stretta, il palazzo opposto bruno e screpolato. Ida taceva. Il suo cuore aveva ancora dei sussulti, dei rumori, che si andavano smorzando; poi quelle tenebre l'assopirono e vi si obliò. Tutta quella violenza di torrente si era calmata come nella vastità di una laguna. Allora, in quella solitudine bruna, l'immaginazione del deserto la riprese, una paura di perdervisi collo sguardo esterrefatto, coll'oppressione sempre più soffocante, che le grandi uniformità della natura aggravano sulla coscienza. Un arcano sentimento di piccolezza le veniva da quella sconfinata monotonia, nella quale non era nemmeno un punto. Quindi il ricordo dell'ultima agitazione le palpitò ancora dinanzi al pensiero immobile, come se in fondo a quel vuoto orizzonte un lembo superstite di nuvola compiesse di svaporare, mentre uno scoramento di naufrago che non lotta più, una tristezza di areonauta perdutoper il rado azzurro del cielo le cadevano sull'anima. Ma a poco a poco il suo cuore tornò a battere. Qualche memoria si risollevava stancamente e ricadeva nell'ultima convulsione di una parola invano conservata, nella suprema amarezza di un dolore abbandonato e che non poteva morire di abbandono. Aveva un freddo di sonno nel corpo, un malessere di sogno nell'anima. La gelata resistenza del cristallo nella fronte le dava dei brividi quasi sonori, mentre l'ombra della strada, sempre più fitta, la respingeva dentro la camera. Stava ancora così appoggiata a quello scuro, colle lagrime negli occhi e nell'anima una trepidazione inesprimibile, alla quale sarebbe bastato forse il soffio di una parola o il moto di un pensiero per prorompere in singhiozzi.Il conte le si avvicinò sommessamente, e, passandole un braccio alla cintura, le diè un bacio sui capelli.—Mi perdonate?Ella gli abbandonò la testa sulla testa. La strada buia non mandava più alla finestra che un incerto bagliore di gas ad illuminare la bianchezza delle loro fronti così giovani e così pure. Ida gli appoggiava tutta una gota sui capelli, premendo sulla loro finezza con una voluttà intenerita, mentre egli le aveva messo una spalla sotto la spalla sorreggendola, in modo da farle perdere l'equilibrio. L'ombra discreta e leggera li avvolgeva fino ai volti, annegati dentro quel barlume dei vetri.—Ida...—egli sussurrò, sforzandosi di rivolgerle il capo per darle un altro bacio.Ella si rizzò mollemente.—Vai a letto.—E tu?—Pss,—fe' guardandolo con un'occhiata piena di crepuscoli, e respingendolo verso la poltrona diventata bruna in quell'ombra: poi si torse nuovamente alla finestra e vi restò in una fissazione sonnambula. Sentiva Enrico spogliarsi febbrilmente gittando gli abiti sul tappeto, mentre il pensiero le fuggiva invece sempre più lontano, ritirandosi da quella attesa voluttuosa come da una musica piena di frasi acute tra una irritante lentezza di accordi. Quel bacio del conte le stirava ancora i capelli con una carezzevole mordacità di spuma, e dagli ultimi ricci sotto la nuca le grondavano giù per il collo le gocce periate dei primi brividi. La notte incominciava. Il buio aveva una soavità indicibile, un silenzio di felicità; non si vedeva più nulla. Le catenelle dell'edera, abbarbicatelesi sul seno e intorno alle gambe con una tenacità egoistica di passione, la facevano vacillare; le trecce le si slacciavano sulla testa arrovesciandogliela, costringendola a guardare in alto, come dietro il sibilo di un'ora fuggiasca dal paradiso. Una tacita complicità saliva dalla strada deserta e, filtrando per i vetri opachi, si addensava nell'ombra della camera piena di un'aspettazione voluttuosa e discreta. I mobili parevano essersi ritirati nel buio, mentre il letto solo rimaneva dentro quella nuvola rischiarata insensibilmente nel mezzo dal candore divino dell'Apollo. Ella si rivolse, si sentiva il collo gonfio e battere i polsi.—Ida...—chiamò il conte, scivolando sulla levigatezza delle lenzuola ed agitando la coperta con uno spasimo di felicità, mentre l'acre dolcezza di quel freddo gli entrava nelle carni.Ella gli venne innanzi sotto il baldacchino; il conte le prese una mano, ma non trovò cosa dire:—Come è buono il tuo letto!—esclamò finalmente, dandole un bacio e tirandola per un braccio per farla sedere. Poi intrecciandole le dita sulla cintura, appena fu seduta, ed appressandole la testa al grembo:—Come sei grassa!—le diceva a piccoli stridi femminili;—avresti dovuto vestirti da turca: hai un seno da sultana.Ella si scosse, e con voce trasognata rispose stranamente:—Lo sai perchè i seni vi piacciono tanto così? perchè promettono molto latte al bambino, che nascerà. Tu non ci pensavi.In quel punto la piccola pendola sul comodino suonò le sette.—L'ora del mio pranzo,—egli proruppe.—Jela mi aspetterà.—Ah!—gridò Ida scattando in piedi:—ora vengo,—e prendendo dal comodino un zolfanello l'accese, andò verso la piccola scansia all'altro lato, prese un foglio di carta, trovò una busta, una matita, e scrisse:«Vostro marito si batte alle nove col capitano Buondelmonti, si farà ammazzare; io sola posso salvarlo.Ida».Piegò la lettera, la mise nella busta, l'ingommò. Nel mezzo della busta, invece di una cifra, il motto tedesco di Moltke: «pensare prima, osare poi» si arrotolava come un serpente dalle scaglie iridate. Il grosso zolfanello da notte si spense, Ida scrisse l'indirizzo al buio.—Che cosa fai?—Comincio.—Che cosa?—Mi spoglio.—Ida...Ma ebbe appena il tempo di ripetere il nome, che ella era già sul letto incollandogli le labbra colle labbra.Poco dopo Giustina, che entrava dalla porta del gabinetto nero con un doppiere in mano per annunziare il pranzo, si fermò attonita sulla soglia vedendoli già a letto. Il conte Enrico levò la testa.—La signora è servita—ella disse ad alta voce, imitando la voce di Giuseppe nel pronunciare quelle parole sacramentali. Ma Ida storse il capo, e col suo accento più calmo:—Servirete la cena nel gabinetto, pigliate questa lettera, la farete recapitare domattina alle otto, nè più tardi, nè più presto. Urgentissima: andate.Quando Giustina fu uscita, rimasero soli tutta la notte.Alle otto circa del mattino, mentre il conte assopitosi un istante aveva chiuso gli occhi, Ida scivolò chetamente dal letto. Era smorta, cogli occhi gonfi, con quella camicia rossa, che la rendeva ancora più pallida. La notte era stata tempestosa. Infilò i piccoli sandali di corno, ma afferrava appunto la veste, ancora gonfia sul tappeto come vi era caduta, che al suo fruscìo il conte si riscosse.—È dunque tardi!—esclamò con un gesto di spavento.—Oramai le otto, puoi riposarti ancora: l'appuntamento coi padrini non è che alle nove.Però egli si era levato sentoni. Era più abbattuto,ma molto più bello, colla pelle fresca e le labbra rosse come un melograno. Ella si ravviò i capelli, finì di abbottonarsi la veste facendo il giro del letto col suo passo più pigro, venne all'altra sponda e gli si sedette così vicino che con un gomito gli toccava il ginocchio. Il conte l'avvertì appena. Stava quasi seduto, colle mani sul ventre al disopra delle coperte, in uno sbalordimento, al quale la contrazione della bocca dava un significato di desolazione. Ella gli contemplò un istante il disordine dei capelli biondi, nei quali le tracce delle proprie dita erano ancora visibili, e le ammaccature della camicia inamidata, senza più un solo bottoncino d'oro, che gli scopriva un petto delicato quanto quello di una donna.—Enrico,—mormorò finalmente, aspettando in una carezza l'ultima effusione di quella notte innamorata; ma il conte le volse appena lo sguardo con una meraviglia quasi di malcontento.—Enrico! ella ripetè con voce ancora più soave e una sommissione piena di incertezze.—E già tardi: dovrò alzarmi,—rispose oppresso dal ricordo di tutte quelle minacce della sera, che gli cadevano come una grandine di sassi sulle memorie palpitanti della notte.—Se non avete altro pensiero, potete aspettare mezz'ora,—ribattè l'altra alzandosi e gittandogli un'ultima occhiata.Il conte si accorse di averla offesa, ma troppo preoccupato di sè stesso e dal sentimento confuso che Ida entrasse per qualche cosa nel suo duello con Buondelmonti, sebbene percosso da quello sguardo non la richiamò. Ida cercò un ferruccio sul lavabo, ed uscì. Il letto era disordinato, ma la camera avevala stessa fisonomia; solamente due o tre piatti sopra il comodino, dal canto suo e sulla cassa, ancora sucidi della cena, e due o tre bottiglie sturate tradivano il passaggio di un'orgia. Li osservò, si richiamò tutta quella notte, dovendosi confessare che era stata la più bella della sua vita. Senonchè, invece di gioirne, se ne rattristò. Nella spossatezza ancora sensuale di quell'ora non avrebbe mai voluto essersi incontrato con quella donna, cui la sera seguente avrebbe forse ridesiderato con una veemenza anche maggiore di passione, e che lo aveva amato in una notte più che tutte le altre donne della sua vita nei lunghi mesi dei loro capricci, ma non dandogli mai un bacio se non sulla cicatrice di un morso. Il suo carattere, il genere della sua bellezza, la stessa voluttuosità di Ida lo irritavano al punto, che finiva col negarla. Se non le si fosse ostinato dietro così scioccamente, non si sarebbe svegliato quel mattino sul suo letto per andare a un duello con Buondelmonti. Ma Buondelmonti non era un amante di Ida? Avrebbe quasi voluto crederlo per meglio disprezzarla, ma il pensiero che la notte seguente Buondelmonti potesse essere al suo posto, dopo averlo ucciso, gli dava un insopportabile raccapriccio. Perchè no ucciso? Il duello era a primo sangue, però nessun colpo escluso; e Buondelmonti insospettito poteva bene, abusando della propria abilità, passarlo fuor fuori. In questo caso egli giurava di morire vendicato, rivelando prima di morire l'abbiezione di quello spadaccino: ma il caso non perdeva con questa consolazione gran cosa della propria tristezza. E perchè tutto ciò? Perchè la contessa Ceri pagava Buondelmonti, lo zio pagava Ida, egli aveva sposato Jela? Perchè la contessa amava Buondelmonti e lo denunciava,Ida amava lui e gli tirava addosso un duello forse mortale? perchè il duca scapolo senza altri figli che quei due nipoti, i bastoni della sua vecchiaia, si spassava a torturarli, inebriandosi ai dolori della loro falsa posizione, da lui stesso creata? Perchè questa falsa e trista società? Quale equivalenza di nature, malgrado le differenze irreducibili di classe! Jela sola era pura, ma talmente insulsa, che la sua purezza aveva la volgarità del vetro fra quei falsi brillanti. Forse a questa ora era desta aspettandolo: forse qualcuno l'aveva messa in sospetto! Il duca n'era benissimo capace.Ma alla sua volta egli lo scherniva da quel letto di seta.Questo piccolo trionfo lo animò; poi la pendola suonò le otto e un quarto, e Ida riapparve alla porta del gabinetto. Aveva il viso più fresco e una calma glaciale: scostò il cortinaggio del letto, ed allungandogli le due mani sul collo lo fissò con uno sguardo inesprimibile.—Addio!Si raddrizzò, ed uscì per la porta del gabinetto nero. Giustina, ritornata allora dal veglione colle tracce del baccano sul volto, le si presentò all'istante.—Introducetela,—Ida rispose con voce breve.Il fuoco ardeva nel caminetto, Ida era in piedi. Jela, vestita di grigio, col velo del cappellino ancora abbassato, entrò precipitosamente. Tremava, non sapeva quello che fosse per dire o per fare; forse la vedeva appena. Ida non si mosse, aveva ritrovato la sua posa più scultoria, la testa indietro e le labbra strette; l'arruffio dei capelli e la veste male abbottonata, sotto la quale si travedeva quella camiciasanguinolenta, facevano credere chi si fosse alzata allora per riceverla. Jela non si accorse di nulla, del calore del caminetto, del colore della veste di Ida, del suo atteggiamento; sentì solamente il freddo della sua faccia, e con un gesto eccessivamente simpatico di timidezza:—Enrico?!—le domandò, come se fossero ancora ai giorni della loro amicizia.—Il conte Enrico!—ripetè l'altra con una vibrazione metallica.—Dov'è?Ida non rispose, lasciò che Jela la guardasse ancora supplicando, poi colla stessa rigidezza andò alla porta della camera e l'aperse in modo da restarvi riparata dietro il battente. Jela la seguì istintivamente, ma si arrestò, vedendo che ella si fermava contro il muro nella immobilità di una statua. Ebbe un fremito: vedeva già un lembo della camera, il tappeto turchino, sul quale posava la grande cassa intagliata, il lavabo nero a magnifiche forniture di argento, la poltrona di raso rosso, un angolo di lusso antico, più aristocratico ancora che quello del proprio palazzo. Un profumo insensibile di alcova usciva dalla porta, un tepore della notte, che l'aria del giorno non aveva ancora alterato: notò un piatto sulla cassa, una bottiglia col collo inargentato; sentì la ricchezza delle grandi tende, che cascavano sino sul tappeto, velando colla loro trasparenza la luce già velata da tutto quell'azzurro; fece ancora due passi e scorse un angolo della coperta, travide una figura della volta, un guerriero in sottanino rosso, colla sciabola dorata. Ma Ida, cui ella sfiorava colla veste, ebbe un tremito, e i loro volti si urtarono; Jela fu respinta, chinò il capo, avanzò l'ultimo passo gettando un piccolo grido.Il conte Enrico, che si era risollevato sui cuscini, ne cacciò un altro riconoscendola.—Voi qui...—Uscite!—esclamò subito dopo:—bisogna essere ben imbecilli... Uscite: assolutamente lo voglio.Ma in quel momento Ida si presentò nel vano della porta, colle braccia incrociate sul seno e un sorriso immobile sulle labbra, osservando la loro confusione. Egli sussultò, Jela si volse d'istinto, e allora finalmente comprese. Vacillò, mosse un passo verso la sorella, ma l'occhio le corse irresistibilmente ad Enrico, e vedendolo colla fronte ardente di rossore, la fisonomia vergognosa malgrado lo sdegno, s'intese mancare. Ida le aveva sedotto il marito, e per dargliene colla propria vendetta una prova umiliante, l'aveva con quel bugiardo biglietto attirata nella propria camera. Il suo cuore si rivoltò: poi subito dopo, sotto quella mano, che li piegava, i due sposi si toccarono, in quella camera di Ida, nella quale l'aria della notte aveva ancora la nausea leggiera di una voluttà digerita.Ida non si muoveva.—Ma uscite dunque!—urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno subitaneo ed infrenabile di uscire e diessere fuori. In quella camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita, col suo passo elegante, venne verso la sorella.Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla, ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono. Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto, dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida, questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di umano:—Salutatelo per l'ultima volta,—le disse.Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.—Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,—esclamò Ida, chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra del gabinetto:—uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di belva.

c322IV.Alla vigilia di compiere il lungo e feroce disegno Ida si sentiva come stanca. La notte non aveva dormito. Nella insonnia, che le rendeva aspro perfino il contatto levigato delle lenzuola, i suoi nervi avevano una sensibilità così sospettosa, che il duca si era affrettato ad andarsene senza nemmeno interrogarla su quello specioso appuntamento con Buondelmonti. D'altronde si proponeva di spiarlo. Ida, seduta al lavabo, lo aveva veduto partire, come chi si affretti sotto un uragano imminente. Una rilassatezza greve l'abbatteva sulla poltrona, dandole certimoti pigri, certi gesti prolungati, i quali stupivano Giustina, usa tutte le mattine ad una brevità piuttosto secca di comandi.Si era appena attorcigliate le trecce sulla nuca, aveva infilata un'ampia veste da camera di lana col cappuccio, bianca come la tonaca di un domenicano, poi era passata nel gabinetto nero ordinandovi il fuoco. Fuori il mattino raggiava. Un enorme sorriso, vibrante, ostinato, inondava cielo e terra, ravvoltolandoli come in un velo immenso di una trasparenza abbagliante, colle pagliette accese e le pieghe in fiamme. Ida aveva detto a Giustina di abbassare una metà della tenda, di voltare il dosso della poltrona alla finestra, e vi si era allungata. Giustina indifferente a quella preoccupazione della padrona, era ritornata poco dopo colla macchinetta in argento per il caffè; ma Ida le aveva levato gli occhi in volto, rispondendo bruscamente:—No.—Allora mi ritiro.L'altra non aveva replicato.Teneva i piedi sulla piccola balaustra di bronzo, la testa sulla spalliera, la lunga veste ammassata sul tappeto come un veltro bianco. Le fiamme, lingueggiando sulla lastra nera, avevano una purità così diafana, che le illuminava i pensieri nella mente. Le pareva di vederli ondeggiare, storcersi ad ogni alito, risolversi nel guizzo di un colore e riapparire ancora avventando scintille come i fanciulli gettano un grido. Per qualche tempo quel giuoco l'interessò. Il casimiro della sua veste bianca scaldandosi al riverbero della fiamma si marezzava di bagliori metallici, che le salivano per le gambe e le si spegnevano sulla faccia. Ma in quel placarsi dei nervi unturbamento le si elevava dalla coscienza colla inesorabilità di un'ombra e la confusione di una tempesta. Era una melanconia, una scontentezza, un rimorso forse mille volte respinto, ricacciato nell'abisso, e che ne usciva sporgendo la testa di spettro. Ella lo conosceva. Sentiva questo rimescolamento della coscienza, la sua vita passata risalirle intorno, distendendosele sotto lo sguardo, dalla elegante veste bianca sino lontano, con una sconsolata miseria di landa. E la percorreva avanzando per quella vuota prospettiva, riconoscendone alcuni lembi, ritrovando molte orme, circondata da un silenzio, che sembrava accrescere la nettezza della visione. Rivedeva il suo villaggio in una vita spettrale, la gente che si muoveva, lavorava senza mai alzare la testa, senza barattare una parola, come tanti automi, che si spostassero adagio con una felicità meccanica. Lo rivedeva in una precisione di sogno, poi la città, l'istituto, la sua camera, il suo vestito nero, il lutto della sua giovinezza insanguinata dalla ecatombe di tanti desiderii, smorta dalla insonnia di tante notti; ella sempre sola in una pensierosità di prigioniero, e poi il villaggio ancora, ma in una luce più slavata, in un crepuscolo autunnale. La lebbra de' muri si era inverdita, l'orto più piccolo aveva una vacuità di deserto, mentre il villaggio si allontanava in un murmure lontano e il crepuscolo lasciava cadere una cenere fina ed intirizzente fino dentro alla camera, dalla quale ella guardava intontita attraverso i vetri, colla sensazione fissa di quella cenere, che pioveva sempre, lontano, in fondo all'orizzonte, da ogni lato, soffocando ogni rumore, annegando ogni forma, aumentando ciecamente, mutamente.Quindi rivedeva il castello di Valdiffusa fra unanfiteatro di verzura, col bosco delle elci, umido e severo. Un uccello zufolava il ritornello di una canzone, i monti avevano una monotonia grandiosa, un silenzio pieno di fremiti e di sussurri. Ella era vestita ancora di nero, ma la coscienza le si era allargata come quella valle, colla forte tranquillità delle elci e la semplicità bruna e feconda del bosco. E una apparizione fantastica la investiva con un riso perlato, che batteva tutti gli echi, e tutti gli echi rispondevano sgranando le loro note cristalline fra uno stormire di alberi, un pigolìo di uccellini, un crepitare di bottoni, mentre Jela ancora bambina, le sottane e i capelli al vento, le correva incontro fra un raggio di sole, che l'ardeva sollevandola e gliela lasciava cadere sul petto con un abbandono di viola, che piega il capo.Si amavano. Jela era tutta carezze, il castello prestava la sua vastità per i loro giuochi, la sua libertà, i suoi cavalli, Febo baio colla criniera che Ida aveva tante volte intrecciata di cordelle azzurre. Quindi correvano, folleggiavano; ma Ida si vedeva pur sempre innanzi una distesa, un deserto dietro quei monti, oltre tutto quel verde, che si perdeva in fondo, nel chiaro, nella nebbia e, avvicinandosele talvolta sino al petto del cavallo, svaniva poi all'improvviso.Perchè mai odiava tanto il conte Enrico? Non lo aveva amato, o almeno ne dubitava, perchè quella passione le scendeva più dalla testa che non le salisse dal cuore. Le pareva bello, benchè non lo fosse; un grazioso biondo meschino, un marito per Jela. Ella se ne accorgeva, se ne era subito accorta, ma una segreta attrazione di battaglie la trascinava verso quel gracile aristocratico, che le veniva incontro dal mondo tanto sognato, con un sorriso disuperiorità insuperabile sulle labbra. L'odio accumulato negli studi e nelle ultime miserie le si ridestava in fondo all'anima, mentre coi sensi ancora ammaliati e col più cinico scetticismo della ragione ella spremeva come una raffinatezza lasciva da quella sua mostruosa bellezza. Ella avrebbe voluto soggiogarlo come il povero Rocco, travolgerlo nella fiumana dei propri impeti, per abbandonarlo forse sdegnosamente sopra un greto sassoso; ma il conte le passava vicino senza sentire la sua eccellenza, giudicandola una povera maestra. Quindi ella così malata di orgoglio piegava sotto quella indifferenza di un aristocratico. Poi si ricordava come il conte l'avesse presa alla stessa pania che ella il duca: si ripeteva le parole, le risposte, i ripicchi delle loro conversazioni, nelle quali ella aveva quasi sempre la peggio; si rammentava quella osservazione di Stendhal su Rousseau, che la superbia del genio non è mai tanto forte da soffocare l'umiliazione della nascita, Rousseau piangente di orgoglio perchè un principe imbecille gli aveva offerto il braccio: osservazione, colla quale ella si era sferzata mille volte nella violenza dei propri dispetti.Evidentemente ella non aveva nè spirito nè ingegno. L'albagia, colla quale credendosi una Sand trattava la gente, era ancora una ridicolezza di più nella sua vita già così falsa; la sua abilità nel maneggio degli uomini una pretenzione, che il fato aveva rudemente schiaffeggiata. E uno scoramento afflitto, quasi dolce, l'invadeva. Si era creduta un poeta, una scrittrice, odiata, ammirata, fischiata da tutto un popolo, e non era stato nulla: non aveva salito nemmeno il primo gradino della scala; era una ragazza uscita dall'istituto, come tanti ragazziescono dal liceo, con qualche brandello di idee ed una deformità d'istruzione. S'era creduta una donna non bella, ma irresistibile, e il primo contino l'aveva battuta, e se il duca, un vecchio rimbecillito, non l'avesse raccolta, la raccoglieva forse la questura; si era creduta la elevatezza, la finezza di una dama, ed ecco che, contrariamente a tutti i suoi piani, era lo scandalo della città, tutti parlavano sprezzantemente di lei, che commetteva scene di una audacia sguaiata siccome l'ultima con Jela nel salone della lotteria, senza trovare nemmeno una risposta veramente spiritosa per demolire quel simulacro di donna.Ella s'inabissava sempre più. Col corpo rilassato, depresso nella voluttà dei bambini, che si schiacciano sotto un gran peso, osservava le brace del camino bruciare con una soavità di piccole fiamme, piene di colori gemmei, sotto il velo della cenere, bruciato anch'esso e tagliuzzato sui tizzoni, che ne sembravano involuti. Diventando la mantenuta del duca di Rivola ella si era tracciato tutto un abile piano di vita; vendicarsi del conte innamorandolo, ma rimanere nascosta, invisibile, finchè avendo accumulato un piccolo patrimonio potesse partire quindi per Parigi o per Londra alla ricerca di un marito. Lo aveva seguito fedelmente nella parte finanziaria, malgrado la ricchezza dell'appartamento, nel quale erano passate tutte le sue economie, ma donde avrebbe sempre potuto ritirarle, aveva disteso in proprio nome le scritture di locazione; faceva ella stessa tutti i contratti, si ordinava le carrozze, si comprava i cavalli. Il cocchiere non conosceva che lei, e non avrebbe attaccato una carrozza ad un comando del duca. In quel disordineapparente di vita teneva la propria casa con una regolarità meticolosa, voleva sapere e conoscere tutto, pagava poco i servitori e li trattava alteramente. Sebbene prodiga per natura, si era fatta avara, rivendeva quasi tutti gli abiti vecchi, discuteva seco medesima la più piccola spesa. Una volta il duca, pregato dal prefetto, le aveva chiesto di presentarle Laura, la mantenuta fuggita poi con un impiegato; ma Ida era entrata in una collera così violenta che il duca, in fondo felice del rifiuto, le aveva regalato per placarla quel magnifico lavabo.Viveva sempre sola: sulle prime non aveva voluto nemmeno la carrozza, poi il lusso l'aveva ubbriacata e si era mostrata qualche volta, più spesso, assiduamente, ai teatri e ai passeggi, cacciando Jela ed Enrico con una ostinazione demente. Così la grande città, che doveva ignorarla e che ella aveva scelto per il teatro della prima campagna, ripeteva per tutte le bocche il suo nome, interessandosi più a lei che non alle più ricche signore, alle mantenute più troneggianti. Ma nonostante tutta la cecità del suo odio e le lusinghe vanitose, quella impura celebrità l'angustiava per l'avvenire. Quindi un dispetto doloroso le peggiorava quella solitudine senza amici tranne il povero Savelli, non praticando che il duca, non ricevendo che il conte; molti signori le avevano fatto la corte, ma non aveva accettata se non quella di Buondelmonti. Ida pensava a tutto ciò, al nulla della vita, che si era figurata così splendida e rumorosa quando fanciulla all'istituto leggeva i primi romanzi ed osservava le piccole celebrità provinciali del vizio; quindi la sua anima, misantropa malgrado la bramosia insaziabile d'impero, si raggomitolava in sè medesima, divorandocome un alimento la propria acerba malinconia. A che pro tanto armeggio? tanti sogni? tanti sacrifici? tante lotte? Il mondo le sfuggiva: appena qualche scioperato la conosceva e voltava la testa incontrandola; la gente passava oltre, forse anco la nominavano, ma come si legge un avviso sulla quarta pagina di un giornale. Allora avrebbe voluto essere un uomo. Poi il pensiero di Jela, della quale trovava spesso il nome nelle cronache dei giornali, le entrava nelle carni come un pungolo, quando la sera, d'inverno, accanto al fuoco, sola con un libro o un sigaro fra i denti, guardava tratto tratto la pendola avanzare con una lentezza disperante. A poco a poco l'isolamento la spaventava; ma quando entrava Savelli o il conte, come in faccia ad un avversario, col fioretto in pugno, rialzava la fronte e ritornava l'Ida eccentrica ma forte, con tutte le seduzioni della donna e le brutalità dell'uomo.Fuori il mattino raggiava. Il cielo ampio e profondo aveva una limpidezza estiva, che lo dilatava. Malgrado la mezza tenda abbassata, il salotto se ne riempiva come di una sonorità, che scuoteva tutti i mobili ed animava di una vita tiepida quella tappezzeria a fondo marino, dove i colori sembravano dormire sopra una vegetazione naufragata. Dai mobili neri, che si squarciavano alla superficie sotto l'acuta pressione di un raggio, una polvere impalpabile, bionda, si sollevava sino ai vetri chiusi della finestra coll'apparenza di un muro diafano e tremulo, sul quale scendessero entrando i fantasmi del giorno. E il salotto perdeva in quella luce la espressione di tetraggine concentrata per una severità mondana ed elegante, che la veste bianca di Ida esilarava ancora colla sua stridente bianchezza,come un gran pizzo sul bruno castigato di una signora.Ida era sempre in quella posa, domandandosi perchè odiasse tanto il conte Enrico. Nessuno al posto di lui avrebbe agito altrimenti, quindi ella, offendendosene, non era meno perversa che pazza. Era colpa del conte se ella odiava tutti i signori, ed egli era nato nella loro classe? Il conte era troppo piccino, troppo insulso, per sceglierlo a rappresentante espiatorio della propria gente. Perchè dunque sacrificare tutto a questa vendetta contro Jela, colla quale aveva dei debiti irredimibili di riconoscenza, e che ella sentiva così bambina e così buona? Ida non trovava la risposta. Aveva un tormento di febbre nelle vene, una malvagità fredda nella coscienza. E però un rimorso, nel quale si acuiva un rammarico di sconfitta, le penetrava sempre più innanzi, attraverso le barriere rovesciate di tutte quelle recriminazioni. Anche il povero Rocco era morto per lei; ella aveva ricevuta la notizia della morte del padre, aveva veduta morire la mamma senza la più lieve stretta di dolore, la più fuggevole incertezza di affetto. Chi era per sottrarsi così alle leggi della natura? E tutta la sua spavalda superiorità l'aveva condotta ad una prostituzione. Fango e sangue: il giorno, nel quale la rovina di quell'effimero edificio di vizi e di lusso le traesse il pianto dall'anima, la sua vita avrebbe trovato l'ultimo termine. Ella non aveva mai pianto, poichè le lagrime dell'ira sono come le gocce di sangue, che colano da una ferita.E colla memoria vaneggiante nelle rappresentazioni del passato rivedeva Rocco, l'ingegnere, la mamma, che la guardavano con una spaventataattonitaggine, quasi aspettando di vederla piangere: e allora, irrigidendosi come tante altre volte, rispondeva alla desolata insistenza della loro attesa colla crudele caparbietà di una sfida:—No.Era iniqua, ma non importa: non voleva rimorsi, erano una viltà. Storici e poeti mentivano: Nerone non ne aveva provato, o se pure, tanto peggio per lui. Il rimorso è il dubbio de' ribelli, ma ella non si era mai ribellata, perchè non aveva mai servito, era nata libera, era ingenua. Il doppio senso di questa parola la fece sorridere. Andrebbe fino in fondo; poichè aveva torto e la sua vita si trascinava sopra una falsa strada, non le dispiaceva di schiacciare qualcuno nel proprio sbaraglio. Ma non voleva rimorsi. Se la notte aveva sofferto d'insonnia, ciò dipendeva forse da qualche disordine di stomaco: era troppo forte per queste debolezze, per deporre le armi a battaglia omai vinta. La notte seguente dormirebbe: le insonnie dei colpevoli non accadevano che in teatro, vecchia rettorica, buona per la plebe e per i pedanti. Nulla rassomiglia più al sonno di un galantuomo che il sonno di un delinquente: Despine l'aveva affermato giustamente. Quindi, colla esaltazione teatrale de' suoi momenti critici, si accovacciava nella reità di quell'agguato, assaporandone una squisitezza di ferocia. Rivedeva l'ingegnere negli ultimi giorni, la mamma negli ultimi momenti, Rocco nelle ultime notti, tutti questi vinti, e ripeteva come una provocazione la parola scritta sulla loro sola lapide:Forsan. La sua vita era infelice: perchè quella degli altri non lo sarebbe? Che importavano nel mondo la vita di Ida o quella del conte?Ma ella l'avrebbe forse amato, se i loro due destini non si fossero urtati al primo incontro. Fuggendo dal castello di Valdiffusa Ida non era sicura di diventare la mantenuta del duca: e se questi l'avesse ospitata la notte per iscacciarla il mattino? In quel momento, con quella veste bianca, in quel gabinetto nero, Ida si diceva che sarebbe morta piuttosto. Ma non poteva perdonargli l'angoscia in quell'ora di fuga, mentre egli forse ne rideva asciugando coi baci le lagrime di Jela. A ciascuno la propria volta:vae victis!Era la sua divisa.Ma il rimorso, malgrado tutte quelle iattanze, le si insinuava sempre più innanzi, al centro della vita, con una lenta inflessibilità, oltrepassandolo, al di là della vita, nella vacuità di un indomani eterno, in un silenzio spaventevolmente misterioso. La cenere aveva ricoperto tutte le brace del camino, mentre un alito di fumo si allungava ancora su per la lastra nera. Ella si levò. In quel tepore di stufa i mobili avevano una ilarità di sorrisi intorno alla sua veste bianca, sulla quale la polvere luminosa si alzava in nimbo, facendole un'aureola al capo. Il suo pallore aveva perduto lo splendore cereo della notte, gli occhi le si erano inumiditi. Ma era stanca, tornò a sedersi. Nel lungo attrito di tutta la notte e del mattino quei pensieri avevano oramai perduto ogni rilievo di fisonomia e le sparivano come nel letargo di un coma. Decisamente non andrebbe a quell'appuntamento di Buondelmonti.Fu l'ultima idea improvvisa, socchiuse gli occhi. Nell'angolo del camino la punta di un sarmento respirava ancora un filo di fumo, che l'incantò. Il camino di marmo nero, pieno di un ondeggiamento luminoso, aveva ancora qualche vibrazione di tempesta, quandoil raggio di sole posato sul davanzale della finestra sussultava. Ma ad un tratto Ida si ricordò di aver fame, e si allungò per tirare il cordone del campanello. Entrò Giuseppe.—Dite a Giustina di portare il caffè.Quindi tornò a guardare quel filo di fumo sottile, il quale pareva rompersi ad ogni istante, raggrinzandosi come in una spirale, poi si riattaccava, salendo fin sotto la cappa senza nè allargarsi nè attenuarsi, mentre la punta del sarmento non aveva più che una capocchia rossastra. Da quanto tempo quel fumo filava? La sua immaginazione, sedotta da quella continuità inesplicabile, vi si sospese.Giuseppe rientrò con un biglietto sopra un bacile.«Gualtiero Buondelmonti, capitano nel 2º cavalleggieri—prega di essere ricevuto». Queste ultime parole erano scritte colla matita.—Fatelo passare.Buondelmonti entrò.Ida era in piedi presso il camino. Il capitano, piuttosto imbarazzato per quella prima visita, rimase ancora più perplesso all'aria eccessivamente contegnosa del suo viso. Ella ricevette il suo inchino, rispondendovi appena cogli occhi, senza invitarlo nemmeno a sedere. Vi fu qualche istante di silenzio. Sotto la negligente alterigia di quello sguardo il capitano ebbe un turbamento, ma si rimise e, considerando con ammirazione la bella posa evidentemente ostile di quella donna, le domandò in termini cortesi perdonò della visita importuna; ma poichè ella era mancata all'appuntamento, aveva temuto qualche disgrazia ed aveva osato salire.Ma alle ultime parole s'intralciò, Ida lo guardava. Quella mattina il capitano era anche più bello,aveva una montura nuova, i capelli arricciati, forse di un biondo troppo dolce per la sua figura rossa e marziale. Colle lunghe punte dei baffi incerate, la persona leggermente inchina ad una eleganza di gentiluomo e di soldato, una mano sul pomo della sciabola e la cresta dell'elmo nell'altra, attendeva.—Forse,—arrischiò con un sorriso,—l'appuntamento era troppo mattiniero?!Ida non rispose.—Me ne dispiace,—seguitò, piccato da quel silenzio, giacchè aveva supposto nell'appuntamento fallito un pretesto per riceverlo in casa:—Baiardo era di un'insolita vivacità stamane, non troverò più una mattina così propizia per venderlo. Non l'ho mai montato così bello.—È bellissimo.—Il più bel cavallo, che io abbia avuto. Sarei desolatissimo di non venderlo ad una signora, perchè non vi è al mondo cavaliere degno di Baiardo.—Nemmeno voi! lo amate dunque?—Come si può amare un cavallo.Ida si rattenne ancora, poi sembrando fare uno sforzo:—Vi costa davvero cinque mila lire, come mi avete scritto?—Cinque mila lire.—Voi mentite!—proruppe raddrizzandosi e scagliandogli in faccia un'occhiata formidabile, che lo fece retrocedere di un passo, meravigliato, attonito a quell'accento come di minaccia, dinanzi a quei due occhi sfolgoranti come due carbonchi. Ida aveva pronunziato quella parola con tale scoppio, che pareva irrompere dal silenzio di poco d'ora: lo guardòcon violenza prolungata, poi, levando la mano ad un gesto di disprezzo, si mosse per voltargli le spalle.—Signora...—mormorò fermandola, ancora più intontito che offeso.Ella fece un mezzo passo per proseguire.—Perdono, ma...—Non è vero?!—l'interruppe con voce sorda e precipitata.Quindi:—Mi amate?Egli voleva rispondere.—No,—interruppe un'altra volta;—me lo avete scritto in molte lettere: menzogna! Voi non mi amate, non siete il capitano Buondelmonti, non siete un gentiluomo; Buondelmonti è un nome troppo bello per voi, Baiardo non è vostro.—Non è mio?—Ebbene, ditemelo in faccia, Baiardo è proprio vostro? L'avete pagato cinque mila lire, proprio voi?Il capitano impallidì.—Voi impallidite!Ella si rivolse, si gettò sulla poltrona, l'attirò con un gesto sopra uno sgabello e, abbandonando la testa sopra la spalliera, con un moto convulso gli accennò di sedere. Ella stessa era smorta quanto lui, cogli occhi ardenti e una trepidazione di tutti i muscoli, che le dava una mobilità di fisonomia abbagliante ed irresistibile. Si era abbandonata stancamente sulla poltrona, ma vi si gittò; tutta la bianchezza della veste le era salita alla faccia, tutto il nero del gabinetto le si ammassava sulla testa. Allora, senza dargli il tempo di rinvenire, colla voce rotta, sibilante, spegnendo certe parole con un gesto,trascinando la voce come una lama di pugnale nel fodero, battendolo collo sguardo e col sorriso scomposti, a lampi, a contorsioni, gli disse tutto, che la contessa Ceri gli aveva pagato quel cavallo, che egli lo vendeva per un debito di giuoco, che la contessa ne era furibonda, ma non avendo altro denaro non poteva impedirglielo, giacchè aveva impegnato le proprie gioie per comprare Baiardo... che era una viltà, un'infamia...—E allora,—proseguì, scuotendo la testa come una leonessa,—perchè non siete donna? Noi possiamo farlo, possiamo venderci: è il diritto dello schiavo. Noi non perdiamo nulla, la nostra bellezza è il nostro onore, finchè siamo belle possiamo essere amate. Ah! voi credete forse che una donna la si possegga, perchè la si sposa o la si paga? Lo credete sul serio, come tutti gli imbecilli? Ma voi... oh è vile! Se sapessi che siete un assassino, che siete un borsaiuolo, e che importa? Ogni eroe è omicida, ogni conquistatore è ladro: c'è ancora della forza, è una lotta.Egli tentò un gesto.—Volete le prove? volete che vi reciti la lettera della contessa il giorno del vostro duello con Villani? La so a memoria, sentite: «Voi siete un ingrato, un vile. Sapete benissimo che Villani non è mai stato il mio amante, e che non lo sarà mai, ma prendete questo odioso pretesto per sdebitarvi meco...»E come spossata da questo impeto, si prese la fronte nelle mani e si rigettò sulla spalliera.Buondelmonti immobile fra quella tempesta di parole e di passione, nemmeno sospettata da principio, guardava l'atteggiamento stravolto di quella donna, mentre nella incertezza scombussolata di tutto il suospirito un'idea terribile sorgeva come una testa immane di capidoglio sopra un'onda, e gli ghiacciava il sangue. Era seduto goffamente sullo sgabello, quasi percossovi dal gesto di Ida, che si era rivolta al camino per evitare forzatamente di guardarlo.Chi mai glielo aveva detto? Come aveva ella potuto sapere?... Perchè conosceva quella lettera? Egli non ne rinveniva: ma questa idea mostruosa gli si ingigantiva davanti, sulla veste bianca di quella donna, colla facilità di un'ombra e la immobilità di un fantasma. Eppure Ida l'aveva letta, e forse la possedeva. La realtà di questa impossibilità gli schiacciava la coscienza, annebbiandogli la ragione; non ardiva più nulla. La sua grossa faccia marziale esprimeva un'inazione di fantoccio, uno sbalordimento di soggezione, reso disgustoso dalla paura.Ella levò ancora il viso, una lagrima sembrava brillarle sugli occhi.—È stata una triste idea questa visita!—disse, rialzandolo dallo sgabello con un'occhiata di congedo e un suono lontano di malinconia nella voce.Egli abbassò il capo.—Addio, signore;—poi, come le parole le sfuggissero:—tutto è finito.L'altro si scosse.—Mi scacciate?...—mormorò umilmente, credendo di afferrare nella tristezza di quella frase una tavola di salvamento.—Allora non vi avrei ricevuto: vi abbandono, signore. Una donna può scendere sempre... Forse questa teorica vi parrà ridicola in bocca mia,—seguitò con amaro sorriso:—non importa, una donna può essere venduta e pagata, poichè coloro, che la pagheranno, non la possederanno certamente. Vi è un angolo,una camera in fondo al cuore, nella quale bisogna essere amati per esservi ricevuti; la donna non è che lì dentro, il resto esteriorità, apparenza! Un uomo no.—Ma siete ben sicura?...—Non vi provate ad ingannarmi, signore; dovreste aver capito che è inutile. A voi non resta che una sola forza, il cinismo, per essere ancora un uomo. Io non userò contro di voi la mia arma; potrei mandare quella lettera al conte Ceri, e voi sareste perduto anche allora che aveste il coraggio di suicidarvi. Non lo farò.Il capitano ebbe un respiro.—Non mi ringraziate; sono io che vi ringrazio. Facendovi pagare,—ed ella sembrava sillabargli queste parole sulla faccia,—mi avete salvata da un grande pericolo. Vi avrei forse amato, ed amando un uomo più vile di me, avrei perduto l'ultima forza del mio carattere, l'ultima fede del mio cuore. Ma badate, il pericolo non è assolutamente scongiurato per voi: la persona, che involò la prima copia di quella lettera...—Ah! vi è dunque qualcuno...!—gridò Buondelmonti con uno scoppio d'ira, sentendosi quasi libero in faccia a questo nuovo pericolo, che faceva una diversione nel loro dialogo chiamandovi un terzo, sul quale ruinare l'oppressione, di cui Ida lo soffocava.Ella aspettò un istante.—Ditemelo: dev'essere un vile.—Oh! il giudizio potrebb'essere avventato.Il capitano comprese l'allusione insolente, ma non piegò il capo. Quantunque ancora agitato, il suo occhio aveva ripresa la solita arditezza di bravata. Si raccolse, poi, mutando ad un tratto espressionee guardandola in faccia, quasi avesse penetrato il suo disegno:—Voi odiate quell'uomo; dunque mi direte il suo nome.—Forse.—Siete ben sicura, che non abbia parlato con altri?—Sicura.—Oh!—esclamò, raddrizzandosi con orgoglio e quasi splendido nella prepotenza della propria forza:—avrà parlato per l'ultima volta.Era ancora in piedi nello stesso atteggiamento, ma la facilità, colla quale s'intendevano, li abbassava allo stesso livello. Ida lo sentì troppo tardi. Allora una dimestichezza subitanea li strinse; Buondelmonti interrogava, ella rispondeva, a parole rapide, scontrandosi con occhiate di complicità. Ida immobile, cogli occhi ardenti, egli fremendo, trovando ancora qualche sorriso, qualche posa elegante, spiandola cautamente per non cadere in un agguato, e preparando già tutto un piano di guerra.—E la lettera l'avete presso di voi?—le chiese ad un tratto.—Sì.Il capitano titubò.—L'abbrucerò... dopo.Questa parola li gelò. Ida si sentiva trascinata ed aveva paura, trovandosi finalmente in una delle situazioni tragiche tanto sognate nell'esilio dal mondo del suo odio e dei suoi desiderii. Ma improvvisamente un impeto di superbia la sollevò; Buondelmonti non era più nulla, lo sdegno realmente provato nel rinfacciargli la sua prostituzione era svanito per dar luogo ad un benessere feroce, nel quale il delitto siperdeva in una lirica astrazione, non conservando più che la fatalità della propria forza e uno splendore di eroismo. Quindi ella si alzava nella sua contemplazione come sopra un nembo freddo, all'altezza dell'areonauta, coll'occhio sbarrato dell'aquila e la limpida insensibilità di una stella.Buondelmonti se ne accorse egli pure, ma, troppo preoccupato di sè stesso e troppo poco intelligente per comprendere certi fenomeni, attribuì ad un ritorno di debolezza la fissazione come spaventata del suo volto. Allora temette per il nome dell'incognito, il quale poteva perderlo con una sola parola, dinanzi alla paura supposta di quella donna, per lui non meno incognita che inesplicabile. Chi era colui? come aveva sorpreso quella lettera? Perchè l'aveva mostrata, data a Ida, una mantenuta? Qual dramma veniva a mischiarsi nella sua commedia, gaia, depravata, alla Molière, gettando lo scompiglio del terrore nel disordine allegro di un imbroglio? Il suo pensiero era corso per un momento al duca, ma deviandone tosto: non era possibile.—Il suo nome?—ridomandò.—Più tardi.—Vi pentireste forse?Un bianco sorriso sfiorò le labbra della fanciulla.—Troppo tardi.—Ditemelo.—E quando l'avrò detto?—Ci penso io.—Sono io che ci penserò,—rispose sommessamente, appoggiando una mano sulla sedia con un gesto spossato. Buondelmonti fu pronto a farla girare e gliela offerse: ella sedette. Una lassitudine morbosale intorpidiva i ginocchi, come se avesse ascesa frettolosamente e ridiscesa del pari la torre più alta. Poi allungò i piedi sino nel raggio di sole sdraiato sul tappeto, e tacquero. Nella commozione della fantasia quel raggio, che le saliva tiepidamente sugli stinchi, le parve un leone, che le si stirasse ai piedi. Riceveva sulle ginocchia il calore del suo alito, vedeva la polvere del deserto alzarglisi bionda dalla criniera, mentre in un luccichio del tappeto balenavano le chiazze dei suoi occhi di belva. Era la decorazione di quella scena.—Che cos'è?—chiese di soprassalto, intendendo muoversi l'uscio.Era Giustina, che al sopravvenire del capitano, malgrado l'ordine di Giuseppe, aveva giudicato di ritardare, ed entrava finalmente recando la colazione favorita di Ida. Al primo sguardo indovinò una scena violenta, ma infelice per il capitano: Ida era accigliata. Giustina depose il vassoio sopra un piccolo tavolo triangolare e glielo appressò. Conoscendo i gusti della padrona aveva già versato nella tazza di cristallo di rocca il latte, appena oscurato da poche gocce di caffè, e disposta sopra il piattino una piccola piramide di paste, appuntata da un confetto grosso come una susina. Il capitano si levò rispettosamente.—Volete dividere la mia colazione, capitano, dopo una trottata su Baiardo?—Mille grazie, l'ho già fatta al caffè.—Non è una buona ragione: accetterete almeno un confetto.—Come un ricordo.Ella glielo porse, inghiottendo la punta di una pasta colla più delicata moina. Aveva appoggiato un gomitosul tavolo, colla fronte sopra un polso, come se mangiasse per compiacenza. In quella posizione la veste da camera le disegnava così squisitamente un contorno del seno, che il capitano dovette ammirarlo con rammarico, pensando che se non si fosse compromesso con la contessa Ceri, Ida lo avrebbe forse amato. Evidentemente la contessa non era che una signora corta a quattrini, poco bella, poco spiritosa, con gelosie da cameriera, che potevano un giorno o l'altro rovinare qualcuno. In quel momento egli la detestava, cominciando a sentire più vivamente l'eleganza di quel salottino senza dubbio immaginato da Ida. Ma se ella lo avesse amato davvero, esagerando per segno di gelosia il proprio disprezzo di poco d'ora? Le donne sono così strane; poi Ida era una mantenuta.—Andate al veglione di questa notte?—Sì.—Pare che vi saranno molte signore in maschera. Ho saputo stamane che la baronessa De Angelis e la contessa Alidosi avevano concertato un costume di giapponesi, ma la contessina in ultimo non ha avuto il coraggio della pettinatura. Infatti i suoi capelli sono troppo belli per sciuparli così.—Vi pare bella la contessa Alidosi?—Tutti lo dicono, ma ve ne sono di più belle.—La contessa Ce.....Egli fece un gesto supplichevole.—Ah! io forse? E del conte Alidosi che ve ne pare?—Insopportabile.—Tanto meglio!Ma si fermò per bere un sorso, poi respinse la tazza.—Dividete,—seguitò, porgendogli la punta di una pasta.—Perchè tanto meglio?—ripetè, mentre pigliava gentilmente colla estremità del guanto la pasta.Ida lo guardò negli occhi: egli tentennò, ebbe un lampo, alzò gli occhi al soffitto come per seguire l'idea e, riabbassandoli ancora con un dubbio supremo:—È lui!—Dividete dunque, capitano: rifiutereste?—E gli ruppe la pasta nella mano; poi aggrottando la fronte e con voce fredda:—Avete letto l'ultimo libro di Girardin:Le droit de punir? Vi è nell'appendice sull'antica penalità un particolare interessante: quando si condannava un reo a morte, due giudici rompevano una paglia... Dunque il veglione riuscirà bello; forse ci sarò anch'io. La contessa Alidosi verrà in palco: potrete trovarla meglio che sotto la maschera, ma il marito si annoierà con lei, perchè i mariti si annoiano sempre colle loro signore.—Gli terrò compagnia.—Ma lo divertirete?Il capitano si era fatto pensieroso. La disinvoltura finale di Ida, che gli ordinava, rosicchiando una piccola pasta nera, di uccidere un uomo provocandolo in faccia alla moglie, nel tumulto folleggiante di un veglione, lo imbarazzava. Certo qualche gran cosa doveva essere fra di loro, oltre lo scandalo del castello di Valdiffusa secondo che il duca lo raccontava.—Lo odiate dunque molto?—le si rivolse grossolanamente, stracciando tutto il velo da lei tessuto con un'arte così difficile su quella scena.—Forse! forse lo amo.—Ne dubito.—Avete torto: non ho io forse bisogno di credere che voi amate la contessa Ceri?Questa risposta lo persuase di non poter lottare: Ida respinse il tavolo, e fece un passo verso di lui come per accompagnarlo fino all'uscio, mentre egli si moveva colla sciabola in una mano e l'elmo dall'altra.—Se per caso non fossi al veglione, manderò Giustina, la mia cameriera: le darete un biglietto per me,—disse chinando distrattamente gli occhi sopra una pantofola, che il sole le riscaldava in quel momento.—Tutto non è dunque finito?—Ma che cosa è incominciato?—Se vi chiedessi di sperare per essere più forte?—In che?Buondelmonti si rattenne.—Io sono sicuro,—disse poi risolutamente,—ma vorrei...—Pss!—fe' troncandogli la parola, ma annuendo col gesto.Ella stessa aperse l'uscio, il capitano congiunse i piedi per un inchino, urtando le rotelle degli speroni, sbozzò un ultimo sorriso e uscì. Ida tornò al camino; la punta del sarmento fumava ancora.—Vi è dell'ostinazione,—mormorò, ricadendo nel sentimento di quella fissazione prima che entrasse Buondelmonti: ma allora il filo si ruppe e la capocchia, spegnendosi, cadde sulla cenere con un moto cadaverico.—Così sia.

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Alla vigilia di compiere il lungo e feroce disegno Ida si sentiva come stanca. La notte non aveva dormito. Nella insonnia, che le rendeva aspro perfino il contatto levigato delle lenzuola, i suoi nervi avevano una sensibilità così sospettosa, che il duca si era affrettato ad andarsene senza nemmeno interrogarla su quello specioso appuntamento con Buondelmonti. D'altronde si proponeva di spiarlo. Ida, seduta al lavabo, lo aveva veduto partire, come chi si affretti sotto un uragano imminente. Una rilassatezza greve l'abbatteva sulla poltrona, dandole certimoti pigri, certi gesti prolungati, i quali stupivano Giustina, usa tutte le mattine ad una brevità piuttosto secca di comandi.

Si era appena attorcigliate le trecce sulla nuca, aveva infilata un'ampia veste da camera di lana col cappuccio, bianca come la tonaca di un domenicano, poi era passata nel gabinetto nero ordinandovi il fuoco. Fuori il mattino raggiava. Un enorme sorriso, vibrante, ostinato, inondava cielo e terra, ravvoltolandoli come in un velo immenso di una trasparenza abbagliante, colle pagliette accese e le pieghe in fiamme. Ida aveva detto a Giustina di abbassare una metà della tenda, di voltare il dosso della poltrona alla finestra, e vi si era allungata. Giustina indifferente a quella preoccupazione della padrona, era ritornata poco dopo colla macchinetta in argento per il caffè; ma Ida le aveva levato gli occhi in volto, rispondendo bruscamente:

—No.

—Allora mi ritiro.

L'altra non aveva replicato.

Teneva i piedi sulla piccola balaustra di bronzo, la testa sulla spalliera, la lunga veste ammassata sul tappeto come un veltro bianco. Le fiamme, lingueggiando sulla lastra nera, avevano una purità così diafana, che le illuminava i pensieri nella mente. Le pareva di vederli ondeggiare, storcersi ad ogni alito, risolversi nel guizzo di un colore e riapparire ancora avventando scintille come i fanciulli gettano un grido. Per qualche tempo quel giuoco l'interessò. Il casimiro della sua veste bianca scaldandosi al riverbero della fiamma si marezzava di bagliori metallici, che le salivano per le gambe e le si spegnevano sulla faccia. Ma in quel placarsi dei nervi unturbamento le si elevava dalla coscienza colla inesorabilità di un'ombra e la confusione di una tempesta. Era una melanconia, una scontentezza, un rimorso forse mille volte respinto, ricacciato nell'abisso, e che ne usciva sporgendo la testa di spettro. Ella lo conosceva. Sentiva questo rimescolamento della coscienza, la sua vita passata risalirle intorno, distendendosele sotto lo sguardo, dalla elegante veste bianca sino lontano, con una sconsolata miseria di landa. E la percorreva avanzando per quella vuota prospettiva, riconoscendone alcuni lembi, ritrovando molte orme, circondata da un silenzio, che sembrava accrescere la nettezza della visione. Rivedeva il suo villaggio in una vita spettrale, la gente che si muoveva, lavorava senza mai alzare la testa, senza barattare una parola, come tanti automi, che si spostassero adagio con una felicità meccanica. Lo rivedeva in una precisione di sogno, poi la città, l'istituto, la sua camera, il suo vestito nero, il lutto della sua giovinezza insanguinata dalla ecatombe di tanti desiderii, smorta dalla insonnia di tante notti; ella sempre sola in una pensierosità di prigioniero, e poi il villaggio ancora, ma in una luce più slavata, in un crepuscolo autunnale. La lebbra de' muri si era inverdita, l'orto più piccolo aveva una vacuità di deserto, mentre il villaggio si allontanava in un murmure lontano e il crepuscolo lasciava cadere una cenere fina ed intirizzente fino dentro alla camera, dalla quale ella guardava intontita attraverso i vetri, colla sensazione fissa di quella cenere, che pioveva sempre, lontano, in fondo all'orizzonte, da ogni lato, soffocando ogni rumore, annegando ogni forma, aumentando ciecamente, mutamente.

Quindi rivedeva il castello di Valdiffusa fra unanfiteatro di verzura, col bosco delle elci, umido e severo. Un uccello zufolava il ritornello di una canzone, i monti avevano una monotonia grandiosa, un silenzio pieno di fremiti e di sussurri. Ella era vestita ancora di nero, ma la coscienza le si era allargata come quella valle, colla forte tranquillità delle elci e la semplicità bruna e feconda del bosco. E una apparizione fantastica la investiva con un riso perlato, che batteva tutti gli echi, e tutti gli echi rispondevano sgranando le loro note cristalline fra uno stormire di alberi, un pigolìo di uccellini, un crepitare di bottoni, mentre Jela ancora bambina, le sottane e i capelli al vento, le correva incontro fra un raggio di sole, che l'ardeva sollevandola e gliela lasciava cadere sul petto con un abbandono di viola, che piega il capo.

Si amavano. Jela era tutta carezze, il castello prestava la sua vastità per i loro giuochi, la sua libertà, i suoi cavalli, Febo baio colla criniera che Ida aveva tante volte intrecciata di cordelle azzurre. Quindi correvano, folleggiavano; ma Ida si vedeva pur sempre innanzi una distesa, un deserto dietro quei monti, oltre tutto quel verde, che si perdeva in fondo, nel chiaro, nella nebbia e, avvicinandosele talvolta sino al petto del cavallo, svaniva poi all'improvviso.

Perchè mai odiava tanto il conte Enrico? Non lo aveva amato, o almeno ne dubitava, perchè quella passione le scendeva più dalla testa che non le salisse dal cuore. Le pareva bello, benchè non lo fosse; un grazioso biondo meschino, un marito per Jela. Ella se ne accorgeva, se ne era subito accorta, ma una segreta attrazione di battaglie la trascinava verso quel gracile aristocratico, che le veniva incontro dal mondo tanto sognato, con un sorriso disuperiorità insuperabile sulle labbra. L'odio accumulato negli studi e nelle ultime miserie le si ridestava in fondo all'anima, mentre coi sensi ancora ammaliati e col più cinico scetticismo della ragione ella spremeva come una raffinatezza lasciva da quella sua mostruosa bellezza. Ella avrebbe voluto soggiogarlo come il povero Rocco, travolgerlo nella fiumana dei propri impeti, per abbandonarlo forse sdegnosamente sopra un greto sassoso; ma il conte le passava vicino senza sentire la sua eccellenza, giudicandola una povera maestra. Quindi ella così malata di orgoglio piegava sotto quella indifferenza di un aristocratico. Poi si ricordava come il conte l'avesse presa alla stessa pania che ella il duca: si ripeteva le parole, le risposte, i ripicchi delle loro conversazioni, nelle quali ella aveva quasi sempre la peggio; si rammentava quella osservazione di Stendhal su Rousseau, che la superbia del genio non è mai tanto forte da soffocare l'umiliazione della nascita, Rousseau piangente di orgoglio perchè un principe imbecille gli aveva offerto il braccio: osservazione, colla quale ella si era sferzata mille volte nella violenza dei propri dispetti.

Evidentemente ella non aveva nè spirito nè ingegno. L'albagia, colla quale credendosi una Sand trattava la gente, era ancora una ridicolezza di più nella sua vita già così falsa; la sua abilità nel maneggio degli uomini una pretenzione, che il fato aveva rudemente schiaffeggiata. E uno scoramento afflitto, quasi dolce, l'invadeva. Si era creduta un poeta, una scrittrice, odiata, ammirata, fischiata da tutto un popolo, e non era stato nulla: non aveva salito nemmeno il primo gradino della scala; era una ragazza uscita dall'istituto, come tanti ragazziescono dal liceo, con qualche brandello di idee ed una deformità d'istruzione. S'era creduta una donna non bella, ma irresistibile, e il primo contino l'aveva battuta, e se il duca, un vecchio rimbecillito, non l'avesse raccolta, la raccoglieva forse la questura; si era creduta la elevatezza, la finezza di una dama, ed ecco che, contrariamente a tutti i suoi piani, era lo scandalo della città, tutti parlavano sprezzantemente di lei, che commetteva scene di una audacia sguaiata siccome l'ultima con Jela nel salone della lotteria, senza trovare nemmeno una risposta veramente spiritosa per demolire quel simulacro di donna.

Ella s'inabissava sempre più. Col corpo rilassato, depresso nella voluttà dei bambini, che si schiacciano sotto un gran peso, osservava le brace del camino bruciare con una soavità di piccole fiamme, piene di colori gemmei, sotto il velo della cenere, bruciato anch'esso e tagliuzzato sui tizzoni, che ne sembravano involuti. Diventando la mantenuta del duca di Rivola ella si era tracciato tutto un abile piano di vita; vendicarsi del conte innamorandolo, ma rimanere nascosta, invisibile, finchè avendo accumulato un piccolo patrimonio potesse partire quindi per Parigi o per Londra alla ricerca di un marito. Lo aveva seguito fedelmente nella parte finanziaria, malgrado la ricchezza dell'appartamento, nel quale erano passate tutte le sue economie, ma donde avrebbe sempre potuto ritirarle, aveva disteso in proprio nome le scritture di locazione; faceva ella stessa tutti i contratti, si ordinava le carrozze, si comprava i cavalli. Il cocchiere non conosceva che lei, e non avrebbe attaccato una carrozza ad un comando del duca. In quel disordineapparente di vita teneva la propria casa con una regolarità meticolosa, voleva sapere e conoscere tutto, pagava poco i servitori e li trattava alteramente. Sebbene prodiga per natura, si era fatta avara, rivendeva quasi tutti gli abiti vecchi, discuteva seco medesima la più piccola spesa. Una volta il duca, pregato dal prefetto, le aveva chiesto di presentarle Laura, la mantenuta fuggita poi con un impiegato; ma Ida era entrata in una collera così violenta che il duca, in fondo felice del rifiuto, le aveva regalato per placarla quel magnifico lavabo.

Viveva sempre sola: sulle prime non aveva voluto nemmeno la carrozza, poi il lusso l'aveva ubbriacata e si era mostrata qualche volta, più spesso, assiduamente, ai teatri e ai passeggi, cacciando Jela ed Enrico con una ostinazione demente. Così la grande città, che doveva ignorarla e che ella aveva scelto per il teatro della prima campagna, ripeteva per tutte le bocche il suo nome, interessandosi più a lei che non alle più ricche signore, alle mantenute più troneggianti. Ma nonostante tutta la cecità del suo odio e le lusinghe vanitose, quella impura celebrità l'angustiava per l'avvenire. Quindi un dispetto doloroso le peggiorava quella solitudine senza amici tranne il povero Savelli, non praticando che il duca, non ricevendo che il conte; molti signori le avevano fatto la corte, ma non aveva accettata se non quella di Buondelmonti. Ida pensava a tutto ciò, al nulla della vita, che si era figurata così splendida e rumorosa quando fanciulla all'istituto leggeva i primi romanzi ed osservava le piccole celebrità provinciali del vizio; quindi la sua anima, misantropa malgrado la bramosia insaziabile d'impero, si raggomitolava in sè medesima, divorandocome un alimento la propria acerba malinconia. A che pro tanto armeggio? tanti sogni? tanti sacrifici? tante lotte? Il mondo le sfuggiva: appena qualche scioperato la conosceva e voltava la testa incontrandola; la gente passava oltre, forse anco la nominavano, ma come si legge un avviso sulla quarta pagina di un giornale. Allora avrebbe voluto essere un uomo. Poi il pensiero di Jela, della quale trovava spesso il nome nelle cronache dei giornali, le entrava nelle carni come un pungolo, quando la sera, d'inverno, accanto al fuoco, sola con un libro o un sigaro fra i denti, guardava tratto tratto la pendola avanzare con una lentezza disperante. A poco a poco l'isolamento la spaventava; ma quando entrava Savelli o il conte, come in faccia ad un avversario, col fioretto in pugno, rialzava la fronte e ritornava l'Ida eccentrica ma forte, con tutte le seduzioni della donna e le brutalità dell'uomo.

Fuori il mattino raggiava. Il cielo ampio e profondo aveva una limpidezza estiva, che lo dilatava. Malgrado la mezza tenda abbassata, il salotto se ne riempiva come di una sonorità, che scuoteva tutti i mobili ed animava di una vita tiepida quella tappezzeria a fondo marino, dove i colori sembravano dormire sopra una vegetazione naufragata. Dai mobili neri, che si squarciavano alla superficie sotto l'acuta pressione di un raggio, una polvere impalpabile, bionda, si sollevava sino ai vetri chiusi della finestra coll'apparenza di un muro diafano e tremulo, sul quale scendessero entrando i fantasmi del giorno. E il salotto perdeva in quella luce la espressione di tetraggine concentrata per una severità mondana ed elegante, che la veste bianca di Ida esilarava ancora colla sua stridente bianchezza,come un gran pizzo sul bruno castigato di una signora.

Ida era sempre in quella posa, domandandosi perchè odiasse tanto il conte Enrico. Nessuno al posto di lui avrebbe agito altrimenti, quindi ella, offendendosene, non era meno perversa che pazza. Era colpa del conte se ella odiava tutti i signori, ed egli era nato nella loro classe? Il conte era troppo piccino, troppo insulso, per sceglierlo a rappresentante espiatorio della propria gente. Perchè dunque sacrificare tutto a questa vendetta contro Jela, colla quale aveva dei debiti irredimibili di riconoscenza, e che ella sentiva così bambina e così buona? Ida non trovava la risposta. Aveva un tormento di febbre nelle vene, una malvagità fredda nella coscienza. E però un rimorso, nel quale si acuiva un rammarico di sconfitta, le penetrava sempre più innanzi, attraverso le barriere rovesciate di tutte quelle recriminazioni. Anche il povero Rocco era morto per lei; ella aveva ricevuta la notizia della morte del padre, aveva veduta morire la mamma senza la più lieve stretta di dolore, la più fuggevole incertezza di affetto. Chi era per sottrarsi così alle leggi della natura? E tutta la sua spavalda superiorità l'aveva condotta ad una prostituzione. Fango e sangue: il giorno, nel quale la rovina di quell'effimero edificio di vizi e di lusso le traesse il pianto dall'anima, la sua vita avrebbe trovato l'ultimo termine. Ella non aveva mai pianto, poichè le lagrime dell'ira sono come le gocce di sangue, che colano da una ferita.

E colla memoria vaneggiante nelle rappresentazioni del passato rivedeva Rocco, l'ingegnere, la mamma, che la guardavano con una spaventataattonitaggine, quasi aspettando di vederla piangere: e allora, irrigidendosi come tante altre volte, rispondeva alla desolata insistenza della loro attesa colla crudele caparbietà di una sfida:

—No.

Era iniqua, ma non importa: non voleva rimorsi, erano una viltà. Storici e poeti mentivano: Nerone non ne aveva provato, o se pure, tanto peggio per lui. Il rimorso è il dubbio de' ribelli, ma ella non si era mai ribellata, perchè non aveva mai servito, era nata libera, era ingenua. Il doppio senso di questa parola la fece sorridere. Andrebbe fino in fondo; poichè aveva torto e la sua vita si trascinava sopra una falsa strada, non le dispiaceva di schiacciare qualcuno nel proprio sbaraglio. Ma non voleva rimorsi. Se la notte aveva sofferto d'insonnia, ciò dipendeva forse da qualche disordine di stomaco: era troppo forte per queste debolezze, per deporre le armi a battaglia omai vinta. La notte seguente dormirebbe: le insonnie dei colpevoli non accadevano che in teatro, vecchia rettorica, buona per la plebe e per i pedanti. Nulla rassomiglia più al sonno di un galantuomo che il sonno di un delinquente: Despine l'aveva affermato giustamente. Quindi, colla esaltazione teatrale de' suoi momenti critici, si accovacciava nella reità di quell'agguato, assaporandone una squisitezza di ferocia. Rivedeva l'ingegnere negli ultimi giorni, la mamma negli ultimi momenti, Rocco nelle ultime notti, tutti questi vinti, e ripeteva come una provocazione la parola scritta sulla loro sola lapide:Forsan. La sua vita era infelice: perchè quella degli altri non lo sarebbe? Che importavano nel mondo la vita di Ida o quella del conte?

Ma ella l'avrebbe forse amato, se i loro due destini non si fossero urtati al primo incontro. Fuggendo dal castello di Valdiffusa Ida non era sicura di diventare la mantenuta del duca: e se questi l'avesse ospitata la notte per iscacciarla il mattino? In quel momento, con quella veste bianca, in quel gabinetto nero, Ida si diceva che sarebbe morta piuttosto. Ma non poteva perdonargli l'angoscia in quell'ora di fuga, mentre egli forse ne rideva asciugando coi baci le lagrime di Jela. A ciascuno la propria volta:vae victis!Era la sua divisa.

Ma il rimorso, malgrado tutte quelle iattanze, le si insinuava sempre più innanzi, al centro della vita, con una lenta inflessibilità, oltrepassandolo, al di là della vita, nella vacuità di un indomani eterno, in un silenzio spaventevolmente misterioso. La cenere aveva ricoperto tutte le brace del camino, mentre un alito di fumo si allungava ancora su per la lastra nera. Ella si levò. In quel tepore di stufa i mobili avevano una ilarità di sorrisi intorno alla sua veste bianca, sulla quale la polvere luminosa si alzava in nimbo, facendole un'aureola al capo. Il suo pallore aveva perduto lo splendore cereo della notte, gli occhi le si erano inumiditi. Ma era stanca, tornò a sedersi. Nel lungo attrito di tutta la notte e del mattino quei pensieri avevano oramai perduto ogni rilievo di fisonomia e le sparivano come nel letargo di un coma. Decisamente non andrebbe a quell'appuntamento di Buondelmonti.

Fu l'ultima idea improvvisa, socchiuse gli occhi. Nell'angolo del camino la punta di un sarmento respirava ancora un filo di fumo, che l'incantò. Il camino di marmo nero, pieno di un ondeggiamento luminoso, aveva ancora qualche vibrazione di tempesta, quandoil raggio di sole posato sul davanzale della finestra sussultava. Ma ad un tratto Ida si ricordò di aver fame, e si allungò per tirare il cordone del campanello. Entrò Giuseppe.

—Dite a Giustina di portare il caffè.

Quindi tornò a guardare quel filo di fumo sottile, il quale pareva rompersi ad ogni istante, raggrinzandosi come in una spirale, poi si riattaccava, salendo fin sotto la cappa senza nè allargarsi nè attenuarsi, mentre la punta del sarmento non aveva più che una capocchia rossastra. Da quanto tempo quel fumo filava? La sua immaginazione, sedotta da quella continuità inesplicabile, vi si sospese.

Giuseppe rientrò con un biglietto sopra un bacile.

«Gualtiero Buondelmonti, capitano nel 2º cavalleggieri—prega di essere ricevuto». Queste ultime parole erano scritte colla matita.

—Fatelo passare.

Buondelmonti entrò.

Ida era in piedi presso il camino. Il capitano, piuttosto imbarazzato per quella prima visita, rimase ancora più perplesso all'aria eccessivamente contegnosa del suo viso. Ella ricevette il suo inchino, rispondendovi appena cogli occhi, senza invitarlo nemmeno a sedere. Vi fu qualche istante di silenzio. Sotto la negligente alterigia di quello sguardo il capitano ebbe un turbamento, ma si rimise e, considerando con ammirazione la bella posa evidentemente ostile di quella donna, le domandò in termini cortesi perdonò della visita importuna; ma poichè ella era mancata all'appuntamento, aveva temuto qualche disgrazia ed aveva osato salire.

Ma alle ultime parole s'intralciò, Ida lo guardava. Quella mattina il capitano era anche più bello,aveva una montura nuova, i capelli arricciati, forse di un biondo troppo dolce per la sua figura rossa e marziale. Colle lunghe punte dei baffi incerate, la persona leggermente inchina ad una eleganza di gentiluomo e di soldato, una mano sul pomo della sciabola e la cresta dell'elmo nell'altra, attendeva.

—Forse,—arrischiò con un sorriso,—l'appuntamento era troppo mattiniero?!

Ida non rispose.

—Me ne dispiace,—seguitò, piccato da quel silenzio, giacchè aveva supposto nell'appuntamento fallito un pretesto per riceverlo in casa:—Baiardo era di un'insolita vivacità stamane, non troverò più una mattina così propizia per venderlo. Non l'ho mai montato così bello.

—È bellissimo.

—Il più bel cavallo, che io abbia avuto. Sarei desolatissimo di non venderlo ad una signora, perchè non vi è al mondo cavaliere degno di Baiardo.

—Nemmeno voi! lo amate dunque?

—Come si può amare un cavallo.

Ida si rattenne ancora, poi sembrando fare uno sforzo:

—Vi costa davvero cinque mila lire, come mi avete scritto?

—Cinque mila lire.

—Voi mentite!—proruppe raddrizzandosi e scagliandogli in faccia un'occhiata formidabile, che lo fece retrocedere di un passo, meravigliato, attonito a quell'accento come di minaccia, dinanzi a quei due occhi sfolgoranti come due carbonchi. Ida aveva pronunziato quella parola con tale scoppio, che pareva irrompere dal silenzio di poco d'ora: lo guardòcon violenza prolungata, poi, levando la mano ad un gesto di disprezzo, si mosse per voltargli le spalle.

—Signora...—mormorò fermandola, ancora più intontito che offeso.

Ella fece un mezzo passo per proseguire.

—Perdono, ma...

—Non è vero?!—l'interruppe con voce sorda e precipitata.

Quindi:

—Mi amate?

Egli voleva rispondere.

—No,—interruppe un'altra volta;—me lo avete scritto in molte lettere: menzogna! Voi non mi amate, non siete il capitano Buondelmonti, non siete un gentiluomo; Buondelmonti è un nome troppo bello per voi, Baiardo non è vostro.

—Non è mio?

—Ebbene, ditemelo in faccia, Baiardo è proprio vostro? L'avete pagato cinque mila lire, proprio voi?

Il capitano impallidì.

—Voi impallidite!

Ella si rivolse, si gettò sulla poltrona, l'attirò con un gesto sopra uno sgabello e, abbandonando la testa sopra la spalliera, con un moto convulso gli accennò di sedere. Ella stessa era smorta quanto lui, cogli occhi ardenti e una trepidazione di tutti i muscoli, che le dava una mobilità di fisonomia abbagliante ed irresistibile. Si era abbandonata stancamente sulla poltrona, ma vi si gittò; tutta la bianchezza della veste le era salita alla faccia, tutto il nero del gabinetto le si ammassava sulla testa. Allora, senza dargli il tempo di rinvenire, colla voce rotta, sibilante, spegnendo certe parole con un gesto,trascinando la voce come una lama di pugnale nel fodero, battendolo collo sguardo e col sorriso scomposti, a lampi, a contorsioni, gli disse tutto, che la contessa Ceri gli aveva pagato quel cavallo, che egli lo vendeva per un debito di giuoco, che la contessa ne era furibonda, ma non avendo altro denaro non poteva impedirglielo, giacchè aveva impegnato le proprie gioie per comprare Baiardo... che era una viltà, un'infamia...

—E allora,—proseguì, scuotendo la testa come una leonessa,—perchè non siete donna? Noi possiamo farlo, possiamo venderci: è il diritto dello schiavo. Noi non perdiamo nulla, la nostra bellezza è il nostro onore, finchè siamo belle possiamo essere amate. Ah! voi credete forse che una donna la si possegga, perchè la si sposa o la si paga? Lo credete sul serio, come tutti gli imbecilli? Ma voi... oh è vile! Se sapessi che siete un assassino, che siete un borsaiuolo, e che importa? Ogni eroe è omicida, ogni conquistatore è ladro: c'è ancora della forza, è una lotta.

Egli tentò un gesto.

—Volete le prove? volete che vi reciti la lettera della contessa il giorno del vostro duello con Villani? La so a memoria, sentite: «Voi siete un ingrato, un vile. Sapete benissimo che Villani non è mai stato il mio amante, e che non lo sarà mai, ma prendete questo odioso pretesto per sdebitarvi meco...»

E come spossata da questo impeto, si prese la fronte nelle mani e si rigettò sulla spalliera.

Buondelmonti immobile fra quella tempesta di parole e di passione, nemmeno sospettata da principio, guardava l'atteggiamento stravolto di quella donna, mentre nella incertezza scombussolata di tutto il suospirito un'idea terribile sorgeva come una testa immane di capidoglio sopra un'onda, e gli ghiacciava il sangue. Era seduto goffamente sullo sgabello, quasi percossovi dal gesto di Ida, che si era rivolta al camino per evitare forzatamente di guardarlo.

Chi mai glielo aveva detto? Come aveva ella potuto sapere?... Perchè conosceva quella lettera? Egli non ne rinveniva: ma questa idea mostruosa gli si ingigantiva davanti, sulla veste bianca di quella donna, colla facilità di un'ombra e la immobilità di un fantasma. Eppure Ida l'aveva letta, e forse la possedeva. La realtà di questa impossibilità gli schiacciava la coscienza, annebbiandogli la ragione; non ardiva più nulla. La sua grossa faccia marziale esprimeva un'inazione di fantoccio, uno sbalordimento di soggezione, reso disgustoso dalla paura.

Ella levò ancora il viso, una lagrima sembrava brillarle sugli occhi.

—È stata una triste idea questa visita!—disse, rialzandolo dallo sgabello con un'occhiata di congedo e un suono lontano di malinconia nella voce.

Egli abbassò il capo.

—Addio, signore;—poi, come le parole le sfuggissero:—tutto è finito.

L'altro si scosse.

—Mi scacciate?...—mormorò umilmente, credendo di afferrare nella tristezza di quella frase una tavola di salvamento.

—Allora non vi avrei ricevuto: vi abbandono, signore. Una donna può scendere sempre... Forse questa teorica vi parrà ridicola in bocca mia,—seguitò con amaro sorriso:—non importa, una donna può essere venduta e pagata, poichè coloro, che la pagheranno, non la possederanno certamente. Vi è un angolo,una camera in fondo al cuore, nella quale bisogna essere amati per esservi ricevuti; la donna non è che lì dentro, il resto esteriorità, apparenza! Un uomo no.

—Ma siete ben sicura?...

—Non vi provate ad ingannarmi, signore; dovreste aver capito che è inutile. A voi non resta che una sola forza, il cinismo, per essere ancora un uomo. Io non userò contro di voi la mia arma; potrei mandare quella lettera al conte Ceri, e voi sareste perduto anche allora che aveste il coraggio di suicidarvi. Non lo farò.

Il capitano ebbe un respiro.

—Non mi ringraziate; sono io che vi ringrazio. Facendovi pagare,—ed ella sembrava sillabargli queste parole sulla faccia,—mi avete salvata da un grande pericolo. Vi avrei forse amato, ed amando un uomo più vile di me, avrei perduto l'ultima forza del mio carattere, l'ultima fede del mio cuore. Ma badate, il pericolo non è assolutamente scongiurato per voi: la persona, che involò la prima copia di quella lettera...

—Ah! vi è dunque qualcuno...!—gridò Buondelmonti con uno scoppio d'ira, sentendosi quasi libero in faccia a questo nuovo pericolo, che faceva una diversione nel loro dialogo chiamandovi un terzo, sul quale ruinare l'oppressione, di cui Ida lo soffocava.

Ella aspettò un istante.

—Ditemelo: dev'essere un vile.

—Oh! il giudizio potrebb'essere avventato.

Il capitano comprese l'allusione insolente, ma non piegò il capo. Quantunque ancora agitato, il suo occhio aveva ripresa la solita arditezza di bravata. Si raccolse, poi, mutando ad un tratto espressionee guardandola in faccia, quasi avesse penetrato il suo disegno:

—Voi odiate quell'uomo; dunque mi direte il suo nome.

—Forse.

—Siete ben sicura, che non abbia parlato con altri?

—Sicura.

—Oh!—esclamò, raddrizzandosi con orgoglio e quasi splendido nella prepotenza della propria forza:—avrà parlato per l'ultima volta.

Era ancora in piedi nello stesso atteggiamento, ma la facilità, colla quale s'intendevano, li abbassava allo stesso livello. Ida lo sentì troppo tardi. Allora una dimestichezza subitanea li strinse; Buondelmonti interrogava, ella rispondeva, a parole rapide, scontrandosi con occhiate di complicità. Ida immobile, cogli occhi ardenti, egli fremendo, trovando ancora qualche sorriso, qualche posa elegante, spiandola cautamente per non cadere in un agguato, e preparando già tutto un piano di guerra.

—E la lettera l'avete presso di voi?—le chiese ad un tratto.

—Sì.

Il capitano titubò.

—L'abbrucerò... dopo.

Questa parola li gelò. Ida si sentiva trascinata ed aveva paura, trovandosi finalmente in una delle situazioni tragiche tanto sognate nell'esilio dal mondo del suo odio e dei suoi desiderii. Ma improvvisamente un impeto di superbia la sollevò; Buondelmonti non era più nulla, lo sdegno realmente provato nel rinfacciargli la sua prostituzione era svanito per dar luogo ad un benessere feroce, nel quale il delitto siperdeva in una lirica astrazione, non conservando più che la fatalità della propria forza e uno splendore di eroismo. Quindi ella si alzava nella sua contemplazione come sopra un nembo freddo, all'altezza dell'areonauta, coll'occhio sbarrato dell'aquila e la limpida insensibilità di una stella.

Buondelmonti se ne accorse egli pure, ma, troppo preoccupato di sè stesso e troppo poco intelligente per comprendere certi fenomeni, attribuì ad un ritorno di debolezza la fissazione come spaventata del suo volto. Allora temette per il nome dell'incognito, il quale poteva perderlo con una sola parola, dinanzi alla paura supposta di quella donna, per lui non meno incognita che inesplicabile. Chi era colui? come aveva sorpreso quella lettera? Perchè l'aveva mostrata, data a Ida, una mantenuta? Qual dramma veniva a mischiarsi nella sua commedia, gaia, depravata, alla Molière, gettando lo scompiglio del terrore nel disordine allegro di un imbroglio? Il suo pensiero era corso per un momento al duca, ma deviandone tosto: non era possibile.

—Il suo nome?—ridomandò.

—Più tardi.

—Vi pentireste forse?

Un bianco sorriso sfiorò le labbra della fanciulla.

—Troppo tardi.

—Ditemelo.

—E quando l'avrò detto?

—Ci penso io.

—Sono io che ci penserò,—rispose sommessamente, appoggiando una mano sulla sedia con un gesto spossato. Buondelmonti fu pronto a farla girare e gliela offerse: ella sedette. Una lassitudine morbosale intorpidiva i ginocchi, come se avesse ascesa frettolosamente e ridiscesa del pari la torre più alta. Poi allungò i piedi sino nel raggio di sole sdraiato sul tappeto, e tacquero. Nella commozione della fantasia quel raggio, che le saliva tiepidamente sugli stinchi, le parve un leone, che le si stirasse ai piedi. Riceveva sulle ginocchia il calore del suo alito, vedeva la polvere del deserto alzarglisi bionda dalla criniera, mentre in un luccichio del tappeto balenavano le chiazze dei suoi occhi di belva. Era la decorazione di quella scena.

—Che cos'è?—chiese di soprassalto, intendendo muoversi l'uscio.

Era Giustina, che al sopravvenire del capitano, malgrado l'ordine di Giuseppe, aveva giudicato di ritardare, ed entrava finalmente recando la colazione favorita di Ida. Al primo sguardo indovinò una scena violenta, ma infelice per il capitano: Ida era accigliata. Giustina depose il vassoio sopra un piccolo tavolo triangolare e glielo appressò. Conoscendo i gusti della padrona aveva già versato nella tazza di cristallo di rocca il latte, appena oscurato da poche gocce di caffè, e disposta sopra il piattino una piccola piramide di paste, appuntata da un confetto grosso come una susina. Il capitano si levò rispettosamente.

—Volete dividere la mia colazione, capitano, dopo una trottata su Baiardo?

—Mille grazie, l'ho già fatta al caffè.

—Non è una buona ragione: accetterete almeno un confetto.

—Come un ricordo.

Ella glielo porse, inghiottendo la punta di una pasta colla più delicata moina. Aveva appoggiato un gomitosul tavolo, colla fronte sopra un polso, come se mangiasse per compiacenza. In quella posizione la veste da camera le disegnava così squisitamente un contorno del seno, che il capitano dovette ammirarlo con rammarico, pensando che se non si fosse compromesso con la contessa Ceri, Ida lo avrebbe forse amato. Evidentemente la contessa non era che una signora corta a quattrini, poco bella, poco spiritosa, con gelosie da cameriera, che potevano un giorno o l'altro rovinare qualcuno. In quel momento egli la detestava, cominciando a sentire più vivamente l'eleganza di quel salottino senza dubbio immaginato da Ida. Ma se ella lo avesse amato davvero, esagerando per segno di gelosia il proprio disprezzo di poco d'ora? Le donne sono così strane; poi Ida era una mantenuta.

—Andate al veglione di questa notte?

—Sì.

—Pare che vi saranno molte signore in maschera. Ho saputo stamane che la baronessa De Angelis e la contessa Alidosi avevano concertato un costume di giapponesi, ma la contessina in ultimo non ha avuto il coraggio della pettinatura. Infatti i suoi capelli sono troppo belli per sciuparli così.

—Vi pare bella la contessa Alidosi?

—Tutti lo dicono, ma ve ne sono di più belle.

—La contessa Ce.....

Egli fece un gesto supplichevole.

—Ah! io forse? E del conte Alidosi che ve ne pare?

—Insopportabile.

—Tanto meglio!

Ma si fermò per bere un sorso, poi respinse la tazza.

—Dividete,—seguitò, porgendogli la punta di una pasta.

—Perchè tanto meglio?—ripetè, mentre pigliava gentilmente colla estremità del guanto la pasta.

Ida lo guardò negli occhi: egli tentennò, ebbe un lampo, alzò gli occhi al soffitto come per seguire l'idea e, riabbassandoli ancora con un dubbio supremo:

—È lui!

—Dividete dunque, capitano: rifiutereste?—E gli ruppe la pasta nella mano; poi aggrottando la fronte e con voce fredda:—Avete letto l'ultimo libro di Girardin:Le droit de punir? Vi è nell'appendice sull'antica penalità un particolare interessante: quando si condannava un reo a morte, due giudici rompevano una paglia... Dunque il veglione riuscirà bello; forse ci sarò anch'io. La contessa Alidosi verrà in palco: potrete trovarla meglio che sotto la maschera, ma il marito si annoierà con lei, perchè i mariti si annoiano sempre colle loro signore.

—Gli terrò compagnia.

—Ma lo divertirete?

Il capitano si era fatto pensieroso. La disinvoltura finale di Ida, che gli ordinava, rosicchiando una piccola pasta nera, di uccidere un uomo provocandolo in faccia alla moglie, nel tumulto folleggiante di un veglione, lo imbarazzava. Certo qualche gran cosa doveva essere fra di loro, oltre lo scandalo del castello di Valdiffusa secondo che il duca lo raccontava.

—Lo odiate dunque molto?—le si rivolse grossolanamente, stracciando tutto il velo da lei tessuto con un'arte così difficile su quella scena.

—Forse! forse lo amo.

—Ne dubito.

—Avete torto: non ho io forse bisogno di credere che voi amate la contessa Ceri?

Questa risposta lo persuase di non poter lottare: Ida respinse il tavolo, e fece un passo verso di lui come per accompagnarlo fino all'uscio, mentre egli si moveva colla sciabola in una mano e l'elmo dall'altra.

—Se per caso non fossi al veglione, manderò Giustina, la mia cameriera: le darete un biglietto per me,—disse chinando distrattamente gli occhi sopra una pantofola, che il sole le riscaldava in quel momento.

—Tutto non è dunque finito?

—Ma che cosa è incominciato?

—Se vi chiedessi di sperare per essere più forte?

—In che?

Buondelmonti si rattenne.

—Io sono sicuro,—disse poi risolutamente,—ma vorrei...

—Pss!—fe' troncandogli la parola, ma annuendo col gesto.

Ella stessa aperse l'uscio, il capitano congiunse i piedi per un inchino, urtando le rotelle degli speroni, sbozzò un ultimo sorriso e uscì. Ida tornò al camino; la punta del sarmento fumava ancora.

—Vi è dell'ostinazione,—mormorò, ricadendo nel sentimento di quella fissazione prima che entrasse Buondelmonti: ma allora il filo si ruppe e la capocchia, spegnendosi, cadde sulla cenere con un moto cadaverico.

—Così sia.

c345V.Ella passò in orgasmo tutto quel giorno, comandò la carrozza, uscì a cavallo, mutò due volte di abiti, ordinò il pranzo ad un'ora insolita e non potè mangiare, giacchè malgrado tutte le bravate della sua vanità, una paura profondamente femminile le faceva battere il cuore. A certi momenti le veniva di rivolgersi come se un incognito fantasma le fosse dietro e il suo alito le gelasse la nuca. Quindi si sforzava di non ci pensare, cacciandosi per tutti i ricordi della propria vita, intrattenendosi colle idee meno note. Ma a pranzo, quando la sartina le portò nella cesta il costume turco, al quale la maestra aveva cucito alcuni ornamenti di stile troppo europeo, ella parve uscire da quel concentrato mutismo.—È orribile,—esclamò respingendolo brutalmente:—non entrerò mai lì dentro. Voi, Giustina, andrete al veglione per me.Giustina, che non s'aspettava questo favore, lasciò sfuggire un'esclamazione di gioia.—Speri dunque di divertirti?—Ne ero sicura anche prima che non speravo d'andarci.—Io no.Ed entrò nel proprio appartamento; ma non si era ancora seduta al lavabo, guardandosi nello specchio, che Giustina sopravvenne con una lettera.—Di Enrico!—ella proruppe, rompendone nervosamente il suggello.—È Dio che la manda.—Dio o il diavolo,—arrischiò famigliarmente Giustina, che aveva creduto di accorgersi altre volte delle intenzioni ostili di Ida verso il conte.—Forse, ma è Dio egualmente.—Poi:—Salì dal cuoco e digli che prepari un altro pranzo per le sette, splendido, squisito. Ha tempo due ore, ne ha d'avanzo.Quindi tornò a passeggiare febbrilmente per la camera: Giustina non era ancora all'uscio, che la richiamò.—Metti fuori la veste coll'edera: non sono in casa per nessuno sino a domani.—Se il signor duca...—Nemmeno; vai, senti: fa scaldare il mio bagno, subito, ho fretta.Giustina fuggì quasi a gambe. Ella seguitò a passeggiare osservando tratto tratto il letto, animata in viso da un rossore d'infermo, aprendosi l'abito come se il bagno fosse già pronto a quel solo cenno e volesse smorzarvi l'ardore divorante delle vene. Parlava a mezza voce, poi, fermandosi con un gesto convulso e guardandosi innanzi colla fissazione sonnambula di tante volte, sorrise. Non erano che le quattro: bisognava aspettare due ore. Improvvisamente le parvero troppe: due ore ad aspettarlo sola, contando tutti i minuti, ciurlando in quel pensiero... Almeno avesse avuto il duca per distrarsi. Dal biglietto capiva che la scena con Buondelmonti doveva già essere scoppiata e corsa la sfida, ma poichè ella l'aveva combinata per il teatro, questa piccola infrazione del proprio disegno la liberava da ogni complicità. Quindi colla volubilità della donna si mise in questa idea e la percorse tutta: le parve di non aver nulla pensato contro il conte, il quale le scriveva per chiederle da pranzo, avendo certamentescritto a Jela un altro qualunque pretesto. Quella scema lo crederebbe: imbecilli ed ubbriachi non erano i prediletti della provvidenza? Ma le dispiaceva che Jela cadesse in quella scusa. Perchè la contessa dovrebbe ignorare il dolore del tradimento? Non l'aveva forse Jela scacciata una volta dal castello di Valdiffusa, sperando che ne morrebbe di miseria o d'infamia, mentre ella sarebbe accolta in tutti i saloni cogli omaggi della ricchezza e del nome! Ma il calcolo della contessina non era tornato: Ida era risorta più bella, come una minaccia e un'invidia egualmente dolorosa per tutte le signore. Quindi il suo orgoglio perverso le si alzava come un'immenso nuvolone, chele gitta va un'ombra fosca sulla faccia. Si rivedeva al castello, fuggendo dalla camera nuziale di Jela, inseguita dal suo gesto imperioso; e Jela non sapeva ora che Enrico stava per venire da lei, da Ida, che vi resterebbe tutta la notte, che era innamorato pazzo, morto, di lei?—Morto!—ripeteva.Tutto era lotta nella vita. Ella credeva dunque, quella pupattola, che per essere onesta sarebbe più forte di lei? Scempiaggini! Il mondo, i saloni, la legge, erano per le donne oneste; ma ella aveva l'amore, aveva l'odio, e sopra tutto sè stessa. Tanto peggio per Jela. Perchè cominciare la lotta lei, la più debole? E lotta dunque, ma a tutti i momenti, sovra tutti i terreni, anche sul letto. Jela non sapeva dunque che si può uccidere un uomo con un bacio, strappare un marito ad una maglie, romperlo ed obliarlo, e che tutto il mondo riderebbe della vedova? Ma la vedova non riderebbe ella pure? Questo dubbio atrocemente depravato la ritenne, ma come la palla, che sfiorando un ostacolo rimbalzae sorvola, risalì alla astrazione del duello fra la donna onesta e la cortigiana, la fissazione di tutta la sua vita. Ella era il campione della propria classe, l'ultima rimasta nel circo fra i cadaveri delle compagne, cadute come tanti volgari gladiatori, per riparare la sconfitta di tutte e strappare la ghirlanda insanguinata dalle mani della vittoria. Non era già sicura? Non poteva come Otriade moribondo, sublime superstite, scrivere già col dito sanguinolento sullo scudo, come sulla propria lapide, la eroica iscrizione: «Ho vinto»? Cleopatra non faceva uccidere ogni mattina gli amanti d'ogni notte? Imperia non era stata la donna più adorata del suo secolo, e il popolo riconoscente non le aveva scritto sul sepolcro, a Roma, in Sant'Agostino, queste grandi parole:Imperia, cortisana romana? Atene non aveva votata una statua a Frine per ringraziarla di essersi mostrata nuda? Le cortigiane non avevano dunque sempre perduto. Che importa se oggi i trionfi sarebbero stati senza ovazioni e senza monumenti? a lei bastava di vincere: i veramente forti hanno l'indifferenza dell'applauso.E come un maniaco ripreso dalla idea fissa, vi si ingolfava sempre più, accendendosi innanzi i razzi dei paradossi più colorati, cogliendosi fra i piedi i fiori più sinistri della poesia boema. Si era arrestata alla psiche, coll'abito rigettato sulle spalle e la camicia a mezzo il seno. Le maniche, ancora gonfie, sembravano abbracciarle le ginocchia nel dolore di un lungo gesto supplichevole, mentre ella si esaminava minutamente nell'acquea opacità della lastra.—Com'è bella quest'oggi!—esclamò Giustina, colpita dal fulgore della sua fisonomia.—Il bagno è pronto.—Hai aperto la finestra?—Le pare? l'aria si raffredda a quest'ora.—Aprila, e che il sole entri.Giustina la credette ammattita.—Ma il sole è già tramontato.Ida rimase pensierosa, non aveva più fretta pel bagno. Si sedette sulla poltrona, e chiamando Giustina la fece parlare qualche tempo del conte. Giustina, che gli serbava rancore per l'alterigia delle sue maniere, lo diceva antipatico, brutto anche come donna, malgrado la bianchezza e la freschezza della sua pelle. Un uomo doveva essere un uomo.—La sua superiorità consiste appunto nel non esserlo, ma allora non può essere amato se non da una donna, che sia un uomo.—Perchè?—Tu non puoi capirlo, gli ibridi non si riproducono. Questa condanna dipende forse dalla deformità delle loro nature, che si cercano per distruggersi. Poichè la vita è una continuità, ogni eccezione non è solubile che nella propria regola; due eccezioni, che s'incontrano, sono insolubili e devono frantumarsi.Giustina, incapace di comprendere il filosofismo oscuro di quelle parole, la guardò stralunata, ma Ida si era già sprofondata nelle proprie riflessioni; poi si riscosse con queste parole:—Viene!—Sono oramai le cinque; badi, il bagno si agghiaccerà.—Troppo tardi: hai pronta la veste? Allora prepara una di quelle camice rosse e profumala, a momenti sarà qui.—E, quasi per darle ragione, Giuseppe bussò in quel punto alla porta annunziando il conte Alidosi.Ida scattò in piedi.—Presto!—esclamò con Giustina, scomparendo nell'attiguo gabinetto:—introducetelo qui.Il conte entrò: aveva inteso il fruscìo della veste di Ida, e rimase un istante cogli occhi sull'uscio, dietro il quale era scomparsa. La luce, che rasente i tetti opposti entrava per la finestra da un lontano lembo di cielo, dava una dolce pallidezza a quella camera già buia agli angoli e nobilmente severa. Le tappezzerie azzurre, piene di riverberi nel giorno, si erano spente e i mobili imbruniti: solo la psiche in un canto aveva ancora un chiarore vacuo ed abbagliante come di un abisso, nel quale si fosse perduta l'immagine di Ida. Egli si guardò attorno, poi venne a sedersi sulla poltrona rossa, appoggiata al letto facendovi come una larga macchia di sangue. La sua stanchezza, greve di un avvilimento malinconico, gli fece sembrare più bella la castigata sontuosità di quella camera, così poco adatta per una mantenuta; ma, arrovesciando la testa, si vide sopra una delle piccole scimmie del letto, arrampicata in atto di salvarsi al minimo cenno, con un sorriso così violentemente bianco sul suo grugnetto nero, che egli vi s'incantò. Il suo pensiero, eccitato dalla femminile birberia di quell'atteggiamento, le cercò un misterioso rapporto, una quantità di significati come profumi che evaporassero dal letto di Ida e dessero una voluttà di carni a quel sorriso di porcellana, una provocazione di più a quella lubrica selvatichezza. Perchè rideva quella scimmia? Rideva di Ida, o del duca? rideva di lui, che veniva in quel momento da Ida a provare l'ultima scena drammatica di un amore da commedia? Ma quel sorriso lo tentava in tale momento come un segreto; si alzò,alzò la mano per afferrare quella scimmietta ai piedi, quando Ida lo sorprese:—La mia Mary!—esclamò avvicinandosi con una premura affettuosa, ed imprimendole un moto ondulatorio sopra la testa del conte.—Di che razza è?—questi chiese ironicamente.—Mirikina: sono gli Asra delle scimmie, quelle che muoiono d'amore.Ma il conte se ne distolse, raccontandole subito con una leggerezza abbastanza coraggiosa come Buondelmonti alclub, per una questione di cavalli l'avesse insultato, e si dovessero battere al mattino. Lo scontro sarebbe alla sciabola, nessun colpo escluso, ma a primo sangue.—Ne uscirete quindi con una scalfittura.—È probabile. Buondelmonti è una lama troppo celebre per potermi uccidere. Domani mattina faremo colazione insieme. Veramente ho avuto torto di trattargli così male Baiardo, ma egli non può aver sospettato le mie allusioni.—Non avete dunque paura?—Oh!—Ne avreste il diritto... Allora venite a chiedermi da pranzo per non trovarvi colla contessa, la quale sapendo del duello vi farebbe forse una scena? Ma e dopo pranzo? Questa notte?—C'è tempo ancora.—Mio Dio! come siete pallido!—proruppe improvvisamente, appressandogli il volto.—Perchè negarlo? avete paura. Nelle donne il coraggio è sempre brutto, a meno che non sia tragico. Vorrei vedervi sul terreno contro quel Porthos di Buondelmonti.—Ebbene! il duello è domattina alle dieci nelprato di S. Giacomo, venite;—ripetè piccato da quella insistenza.Ma Ida gli volse le spalle e andò lentamente a guardare dalla finestra. La sua veste verdecipresso, ricamata a catenelle di edera, un prodigio d'imitazione, era così ampia che tutto il suo bel corpo vi scompariva come certe statue dei vecchi parchi in un lembo di verzura. Se non che i capelli, invece di starle attorcigliati col ciuffo classico sulla nuca, consentendo la soave mollezza del collo, erano distesi sulle tempia come quelli di una Madonna ed esalavano un odore lontano di fieno. Si era addossata ad uno scuro, colle braccia lente.Il conte Enrico le si appressò.—Avete dunque paura per me?—le chiese incoraggito dalla sua malinconia.Ella non rispose.—Vediamo,—seguitò appressandosi sino a toccarle col ginocchio la veste e chinandosi a parlare sul collo:—dubitate che io muoia? Ma Buondelmonti non sa che la contessa Ceri mi abbia mostrato quella lettera; d'altronde, se l'avesse saputo, è talmente sciocco che mi avrebbe provocato violentemente. Sono stato io a morderlo. Ieri sera foste ben cattiva con me: vi appoggiavate sulla spalla del duca niente altro che per farmi dispetto. Se volevate darmi lo spettacolo pungente di ciò che potete essere per un uomo, ci siete riuscita. Questa notte non mi è stato possibile dormire.—A me pure.—Mi amate dunque?—No, forse vi desidero.—È lo stesso.—Fanciullo! l'amore può far morire di spasimochi lo sente, mentre il desiderio può fare uccidere chi l'ispira. Perchè mi avete trattata così crudelmente quella notte al castello? Allora avrei potuto morire per voi: forse non vi amavo, ma la vostra mostruosa bellezza mi aveva sedotta a tal punto, odiavo così me stessa e la mia posizione, che sarei morta volentieri. Voi mi disprezzaste, vi montaste la testa di orgoglio credendo che sarei sempre ai vostri piedi a chiedere quell'elemosina di amore; ma v'ingannaste, v'ingannaste malamente, signor conte. Io ero infelice, odiavo. Nessuno al mondo aveva avuto una parola dolce per me, ero cresciuta come una tigre nella gabbia, ma una tigre che vedesse attraverso i ferri la bionda immensità del deserto colle sue abbrucianti seduzioni. Un uomo, una donna, che mi fossero venuti incontro, avrebbero potuto fare di me un altro essere, farmi credere e farmi sopportare. Oggi è troppo tardi: nel mondo non si è mai come la natura, ma bensì come la vita ci ha fatti.—Siete dunque infelice?—Non ve ne siete accorto e dite di amarmi! No, voi mi desiderate, come vi desidero io, noi non possiamo amarci. Io vi oltrepasso senza raggiungervi: siete inafferrabile, siete come un'ombra, che abbia tutti i toni della carne colla leggerezza di un odore. Voi non siete nè uomo nè donna; non siete qualcuno, che quando siete il conte Alidosi. Allora la superbia della vostra fortuna vi rende adorabile e perverso: diventate come l'upas, forse il fiore più bello e il più velenoso.—Cosicchè mi odiate?—domandò, scosso suo malgrado dalla violenza di quelle parole, ma col suo accento educato d'ironia:—Confesso che se vi avessi conosciuta come...—Non mi avreste amata più che non mi amiate adesso. E che importa?—seguitò con un gesto superbo e nullameno malinconico:—Dal primo giorno ci dichiarammo la guerra: voi vinceste contro di me una battaglia terribile, la vostra prima notte di matrimonio, e io dovetti abbandonare sul campo il mio onore di fanciulla e di donna. Sono diventata una mantenuta, un animale che costa più di un cavallo, ma si stima forse meno: e hanno torto. Napoleone ha detto che per vincere un nemico bisogna stimarlo. Io vi debbo tutto questo: perchè vi credeste il più bello e il più amato degli uomini ho dovuto perdere tutto; ma la guerra non è terminata, e la mia rivincita non sarà forse meno terribile della vostra vittoria.Si arrestò. Una collera cupa le fumava in fondo all'anima, in faccia a quel tramonto di sole e a tutta quell'ombra, che dalle strade della città saliva come un fumo ad annebbiare le trasparenze aeree. La sua voce piena di sonorità lontane aveva degli stridori di vento e degli echi cavernosi, quando non guardandogli più in viso allungava gli sguardi davanti a sè stessa, come dentro ad un paesaggio fantasmagorico, sulle orme di una apparizione fuggente. In quel momento il suo passato la riafferrava con una stretta di cadavere risorto, ancora spaventato della morte.—È un triste tramonto,—osservò mostrandoglielo con un'occhiata.—Triste?—Il tramonto lo è sempre, perchè nel tramonto non vi è mai la speranza del mattino. Ognuno pare l'ultimo: guardatelo.—L'ultimo per me?—Fors'anco: Buondelmonti può uccidervi, non fate l'eroe, Enrico. Voi siete un vile, giacchè avete sposato Jela per la sua dote, mi avete rifiutata una volta per la paura di Jela o di suo padre. Odiate vostro zio, che vi schernisce, e lo accarezzate per la speranza dell'eredità: odiate me, che ve la scemo, e mi fate la corte malgrado le mie insolenze, malgrado il mio odio, perchè io vi odio, Enrico. Voi avete paura di domani, e siete venuto da me, perchè vi siete detto: Ida è donna, si commuoverà al pericolo che corro, mi inviterà questa notte.—È vero, ho sperato...—Vi siete ingannato. Non ho paura, potrei assistere al duello e vedervi fracassare la testa senza impallidire. Jela avrebbe paura, ma più paura ancora che dolore. Ella non vi ama più, siete solo come me nella vita, voi mantenuto dalla moglie, io dal duca. La partita è pari. Il vostro duello non è con Buondelmonti, ma fra me e voi: ebbene...—Ebbene!—proruppe finalmente,—ciò vuol dire, che voi avete detto a Buondelmonti come io vi abbia mostrato quella lettera.—Potrebbe darsi,—replicò alteramente.Il conte indietreggiò di un passo come davanti ad un nemico implacabile, che, avendolo tratto finalmente ad un agguato, si cavasse all'improvviso la maschera per vederlo meglio morire. Gli pareva di comprendere tutto, la sua ostinazione nell'innamorarlo, tutto quello studio di lusso e di seduzioni, la rovina del duca in pochi anni, gli scaldali con Jela, la rivelazione a Buondelmonti per avventarglielo contro ad un dato momento. Ida si era senza dubbio intesa con colui. Fu come una visione istantanea, una certezza mortale di una minaccia creduta finoallora romantica, la quale lo colpiva come una piattonata di sciabola sul petto pittandogli un gran freddo nelle carni. Egli non aveva taciuto fino allora se non credendo quella scena l'ultima resistenza di Ida, a secco di argomenti contro di lui e torturandolo col passato per sottrargli il proprio presente.—Dunque,—ella riprese, alzando sprezzantemente le spalle e dando in una stridula risata,—vedete che vi ho fatto paura, mio bell'eroe. Via, non ve la farò più, ma,—proseguiva con una moina indescrivibile,—vi farò ammazzare egualmente, giacchè stanotte starete meco e domattina non avrete più la forza di una parata. Accettate? Accettate?—insistè, vedendo che stentava a rimettersi.—Povero Enrico! Come sono ingiusta con voi! Ma perchè far pompa di coraggio, quando è così semplice avere paura? Credete dunque che il coraggio sia una qualità di prim'ordine? Vi batterete, porterete il braccio al collo per otto giorni, e passerete per un'eroe dopo un duello con Buondelmonti.—Ma se morirò?—la interruppe con una tristezza di paura finta eppure vera.—Mio Dio! non sarete il primo; ma, Enrico, non vi avvilite a questo punto. Dimenticate dunque che discendete dalle crociate? Venite qui, mio povero bambino: per provarvi che è stato uno scherzo vi darò un bacio sulla fronte. Vi basta? Vi ripeterò che siete ancora più donna che bambino.Ed accompagnando la parola col gesto gli aperse le braccia, sorridendogli invitevolmente come ad un fantolino.—Provate dunque se sono una donna.—Davvero?—Sì.—Pensateci, Enrico; la prova potrebb'essere al disopra delle vostre forze. Voi non siete un uomo.Egli rispose con un sogghigno.—Lo volete?—ripetè, ridivenendo torva nel viso a quella sua resistenza inaspettata.Quindi parve titubare, cercando un pensiero sotto lo sprone di quel sorriso lubrico a un tempo e vanitoso. Lo trovò; e cacciandosi risolutamente sotto il baldacchino del letto, diè una forte strappata al campanello. Il conte, sorpreso di quanto accadrebbe e ancora commosso di tutte quelle minacce smentite e ripetute, si sentiva mano mano più mal sicuro in quella camera e con quella donna nascosta dietro il cortinaggio come per preparargli un tranello. Infatti ella ne uscì guardando alla porta del gabinetto: la porta si aperse, si presentò Giustina:—Giustina, venite qui,—le ordinò seccamente: poi riavvicinandosi al conte, col volto illividito ancora più dal verde funereo della veste:—Provate,—gli disse coll'accento di un supremo disprezzo, gettandogli quella donna con un'occhiata, come si gitta un soldo a un mendico.—Oh!—egli mormorò spalancando gli occhi e vacillando dalla meraviglia.—È una donna... le darò mille lire. Per la prova che invocate basta una cameriera. Giustina!—s'interruppe ripetendo quel gesto, mentre il conte la guardava ancora stupefatto.—Ma voi non avete nemmeno l'onnipotenza della brutalità, non siete un uomo, ve lo aveva pur detto che siete vile. I fiori di campo, perchè resistono al vento, si credono la forza di una quercia, e una zampa di pecora basta a schiacciarli. Bisogna avere il calore del simumnel sangue, le tempeste dell'oceano nel cuore e la serenità del cielo nel pensiero per essere un uomo: allora si affascina e si soggioga. Ogni uomo è un imperatore, ma gli imperatori si contano sulle dita. Andate, andate pure, Giustina,—le si rivolse, vedendola trattenuta nella curiosità di quel discorso e allontanandola con un'imperiosità, che finì di atterrare il conte.Poi ella tornò a quello scuro della finestra, e vi si appoggiò.L'ombra oscillava a onde sempre più dense sui tetti come un vapore che ne fumasse, oscurando la volta alta dell'azzurro. Sulle case di contro la gamma stridula dei colori, acquetatasi nel lividore della sera, era sparita sotto la scorie dei tetti, come sotto un immenso mantello lacerato ed imporrito disteso su tutta la città. La strada era stretta, il palazzo opposto bruno e screpolato. Ida taceva. Il suo cuore aveva ancora dei sussulti, dei rumori, che si andavano smorzando; poi quelle tenebre l'assopirono e vi si obliò. Tutta quella violenza di torrente si era calmata come nella vastità di una laguna. Allora, in quella solitudine bruna, l'immaginazione del deserto la riprese, una paura di perdervisi collo sguardo esterrefatto, coll'oppressione sempre più soffocante, che le grandi uniformità della natura aggravano sulla coscienza. Un arcano sentimento di piccolezza le veniva da quella sconfinata monotonia, nella quale non era nemmeno un punto. Quindi il ricordo dell'ultima agitazione le palpitò ancora dinanzi al pensiero immobile, come se in fondo a quel vuoto orizzonte un lembo superstite di nuvola compiesse di svaporare, mentre uno scoramento di naufrago che non lotta più, una tristezza di areonauta perdutoper il rado azzurro del cielo le cadevano sull'anima. Ma a poco a poco il suo cuore tornò a battere. Qualche memoria si risollevava stancamente e ricadeva nell'ultima convulsione di una parola invano conservata, nella suprema amarezza di un dolore abbandonato e che non poteva morire di abbandono. Aveva un freddo di sonno nel corpo, un malessere di sogno nell'anima. La gelata resistenza del cristallo nella fronte le dava dei brividi quasi sonori, mentre l'ombra della strada, sempre più fitta, la respingeva dentro la camera. Stava ancora così appoggiata a quello scuro, colle lagrime negli occhi e nell'anima una trepidazione inesprimibile, alla quale sarebbe bastato forse il soffio di una parola o il moto di un pensiero per prorompere in singhiozzi.Il conte le si avvicinò sommessamente, e, passandole un braccio alla cintura, le diè un bacio sui capelli.—Mi perdonate?Ella gli abbandonò la testa sulla testa. La strada buia non mandava più alla finestra che un incerto bagliore di gas ad illuminare la bianchezza delle loro fronti così giovani e così pure. Ida gli appoggiava tutta una gota sui capelli, premendo sulla loro finezza con una voluttà intenerita, mentre egli le aveva messo una spalla sotto la spalla sorreggendola, in modo da farle perdere l'equilibrio. L'ombra discreta e leggera li avvolgeva fino ai volti, annegati dentro quel barlume dei vetri.—Ida...—egli sussurrò, sforzandosi di rivolgerle il capo per darle un altro bacio.Ella si rizzò mollemente.—Vai a letto.—E tu?—Pss,—fe' guardandolo con un'occhiata piena di crepuscoli, e respingendolo verso la poltrona diventata bruna in quell'ombra: poi si torse nuovamente alla finestra e vi restò in una fissazione sonnambula. Sentiva Enrico spogliarsi febbrilmente gittando gli abiti sul tappeto, mentre il pensiero le fuggiva invece sempre più lontano, ritirandosi da quella attesa voluttuosa come da una musica piena di frasi acute tra una irritante lentezza di accordi. Quel bacio del conte le stirava ancora i capelli con una carezzevole mordacità di spuma, e dagli ultimi ricci sotto la nuca le grondavano giù per il collo le gocce periate dei primi brividi. La notte incominciava. Il buio aveva una soavità indicibile, un silenzio di felicità; non si vedeva più nulla. Le catenelle dell'edera, abbarbicatelesi sul seno e intorno alle gambe con una tenacità egoistica di passione, la facevano vacillare; le trecce le si slacciavano sulla testa arrovesciandogliela, costringendola a guardare in alto, come dietro il sibilo di un'ora fuggiasca dal paradiso. Una tacita complicità saliva dalla strada deserta e, filtrando per i vetri opachi, si addensava nell'ombra della camera piena di un'aspettazione voluttuosa e discreta. I mobili parevano essersi ritirati nel buio, mentre il letto solo rimaneva dentro quella nuvola rischiarata insensibilmente nel mezzo dal candore divino dell'Apollo. Ella si rivolse, si sentiva il collo gonfio e battere i polsi.—Ida...—chiamò il conte, scivolando sulla levigatezza delle lenzuola ed agitando la coperta con uno spasimo di felicità, mentre l'acre dolcezza di quel freddo gli entrava nelle carni.Ella gli venne innanzi sotto il baldacchino; il conte le prese una mano, ma non trovò cosa dire:—Come è buono il tuo letto!—esclamò finalmente, dandole un bacio e tirandola per un braccio per farla sedere. Poi intrecciandole le dita sulla cintura, appena fu seduta, ed appressandole la testa al grembo:—Come sei grassa!—le diceva a piccoli stridi femminili;—avresti dovuto vestirti da turca: hai un seno da sultana.Ella si scosse, e con voce trasognata rispose stranamente:—Lo sai perchè i seni vi piacciono tanto così? perchè promettono molto latte al bambino, che nascerà. Tu non ci pensavi.In quel punto la piccola pendola sul comodino suonò le sette.—L'ora del mio pranzo,—egli proruppe.—Jela mi aspetterà.—Ah!—gridò Ida scattando in piedi:—ora vengo,—e prendendo dal comodino un zolfanello l'accese, andò verso la piccola scansia all'altro lato, prese un foglio di carta, trovò una busta, una matita, e scrisse:«Vostro marito si batte alle nove col capitano Buondelmonti, si farà ammazzare; io sola posso salvarlo.Ida».Piegò la lettera, la mise nella busta, l'ingommò. Nel mezzo della busta, invece di una cifra, il motto tedesco di Moltke: «pensare prima, osare poi» si arrotolava come un serpente dalle scaglie iridate. Il grosso zolfanello da notte si spense, Ida scrisse l'indirizzo al buio.—Che cosa fai?—Comincio.—Che cosa?—Mi spoglio.—Ida...Ma ebbe appena il tempo di ripetere il nome, che ella era già sul letto incollandogli le labbra colle labbra.Poco dopo Giustina, che entrava dalla porta del gabinetto nero con un doppiere in mano per annunziare il pranzo, si fermò attonita sulla soglia vedendoli già a letto. Il conte Enrico levò la testa.—La signora è servita—ella disse ad alta voce, imitando la voce di Giuseppe nel pronunciare quelle parole sacramentali. Ma Ida storse il capo, e col suo accento più calmo:—Servirete la cena nel gabinetto, pigliate questa lettera, la farete recapitare domattina alle otto, nè più tardi, nè più presto. Urgentissima: andate.Quando Giustina fu uscita, rimasero soli tutta la notte.Alle otto circa del mattino, mentre il conte assopitosi un istante aveva chiuso gli occhi, Ida scivolò chetamente dal letto. Era smorta, cogli occhi gonfi, con quella camicia rossa, che la rendeva ancora più pallida. La notte era stata tempestosa. Infilò i piccoli sandali di corno, ma afferrava appunto la veste, ancora gonfia sul tappeto come vi era caduta, che al suo fruscìo il conte si riscosse.—È dunque tardi!—esclamò con un gesto di spavento.—Oramai le otto, puoi riposarti ancora: l'appuntamento coi padrini non è che alle nove.Però egli si era levato sentoni. Era più abbattuto,ma molto più bello, colla pelle fresca e le labbra rosse come un melograno. Ella si ravviò i capelli, finì di abbottonarsi la veste facendo il giro del letto col suo passo più pigro, venne all'altra sponda e gli si sedette così vicino che con un gomito gli toccava il ginocchio. Il conte l'avvertì appena. Stava quasi seduto, colle mani sul ventre al disopra delle coperte, in uno sbalordimento, al quale la contrazione della bocca dava un significato di desolazione. Ella gli contemplò un istante il disordine dei capelli biondi, nei quali le tracce delle proprie dita erano ancora visibili, e le ammaccature della camicia inamidata, senza più un solo bottoncino d'oro, che gli scopriva un petto delicato quanto quello di una donna.—Enrico,—mormorò finalmente, aspettando in una carezza l'ultima effusione di quella notte innamorata; ma il conte le volse appena lo sguardo con una meraviglia quasi di malcontento.—Enrico! ella ripetè con voce ancora più soave e una sommissione piena di incertezze.—E già tardi: dovrò alzarmi,—rispose oppresso dal ricordo di tutte quelle minacce della sera, che gli cadevano come una grandine di sassi sulle memorie palpitanti della notte.—Se non avete altro pensiero, potete aspettare mezz'ora,—ribattè l'altra alzandosi e gittandogli un'ultima occhiata.Il conte si accorse di averla offesa, ma troppo preoccupato di sè stesso e dal sentimento confuso che Ida entrasse per qualche cosa nel suo duello con Buondelmonti, sebbene percosso da quello sguardo non la richiamò. Ida cercò un ferruccio sul lavabo, ed uscì. Il letto era disordinato, ma la camera avevala stessa fisonomia; solamente due o tre piatti sopra il comodino, dal canto suo e sulla cassa, ancora sucidi della cena, e due o tre bottiglie sturate tradivano il passaggio di un'orgia. Li osservò, si richiamò tutta quella notte, dovendosi confessare che era stata la più bella della sua vita. Senonchè, invece di gioirne, se ne rattristò. Nella spossatezza ancora sensuale di quell'ora non avrebbe mai voluto essersi incontrato con quella donna, cui la sera seguente avrebbe forse ridesiderato con una veemenza anche maggiore di passione, e che lo aveva amato in una notte più che tutte le altre donne della sua vita nei lunghi mesi dei loro capricci, ma non dandogli mai un bacio se non sulla cicatrice di un morso. Il suo carattere, il genere della sua bellezza, la stessa voluttuosità di Ida lo irritavano al punto, che finiva col negarla. Se non le si fosse ostinato dietro così scioccamente, non si sarebbe svegliato quel mattino sul suo letto per andare a un duello con Buondelmonti. Ma Buondelmonti non era un amante di Ida? Avrebbe quasi voluto crederlo per meglio disprezzarla, ma il pensiero che la notte seguente Buondelmonti potesse essere al suo posto, dopo averlo ucciso, gli dava un insopportabile raccapriccio. Perchè no ucciso? Il duello era a primo sangue, però nessun colpo escluso; e Buondelmonti insospettito poteva bene, abusando della propria abilità, passarlo fuor fuori. In questo caso egli giurava di morire vendicato, rivelando prima di morire l'abbiezione di quello spadaccino: ma il caso non perdeva con questa consolazione gran cosa della propria tristezza. E perchè tutto ciò? Perchè la contessa Ceri pagava Buondelmonti, lo zio pagava Ida, egli aveva sposato Jela? Perchè la contessa amava Buondelmonti e lo denunciava,Ida amava lui e gli tirava addosso un duello forse mortale? perchè il duca scapolo senza altri figli che quei due nipoti, i bastoni della sua vecchiaia, si spassava a torturarli, inebriandosi ai dolori della loro falsa posizione, da lui stesso creata? Perchè questa falsa e trista società? Quale equivalenza di nature, malgrado le differenze irreducibili di classe! Jela sola era pura, ma talmente insulsa, che la sua purezza aveva la volgarità del vetro fra quei falsi brillanti. Forse a questa ora era desta aspettandolo: forse qualcuno l'aveva messa in sospetto! Il duca n'era benissimo capace.Ma alla sua volta egli lo scherniva da quel letto di seta.Questo piccolo trionfo lo animò; poi la pendola suonò le otto e un quarto, e Ida riapparve alla porta del gabinetto. Aveva il viso più fresco e una calma glaciale: scostò il cortinaggio del letto, ed allungandogli le due mani sul collo lo fissò con uno sguardo inesprimibile.—Addio!Si raddrizzò, ed uscì per la porta del gabinetto nero. Giustina, ritornata allora dal veglione colle tracce del baccano sul volto, le si presentò all'istante.—Introducetela,—Ida rispose con voce breve.Il fuoco ardeva nel caminetto, Ida era in piedi. Jela, vestita di grigio, col velo del cappellino ancora abbassato, entrò precipitosamente. Tremava, non sapeva quello che fosse per dire o per fare; forse la vedeva appena. Ida non si mosse, aveva ritrovato la sua posa più scultoria, la testa indietro e le labbra strette; l'arruffio dei capelli e la veste male abbottonata, sotto la quale si travedeva quella camiciasanguinolenta, facevano credere chi si fosse alzata allora per riceverla. Jela non si accorse di nulla, del calore del caminetto, del colore della veste di Ida, del suo atteggiamento; sentì solamente il freddo della sua faccia, e con un gesto eccessivamente simpatico di timidezza:—Enrico?!—le domandò, come se fossero ancora ai giorni della loro amicizia.—Il conte Enrico!—ripetè l'altra con una vibrazione metallica.—Dov'è?Ida non rispose, lasciò che Jela la guardasse ancora supplicando, poi colla stessa rigidezza andò alla porta della camera e l'aperse in modo da restarvi riparata dietro il battente. Jela la seguì istintivamente, ma si arrestò, vedendo che ella si fermava contro il muro nella immobilità di una statua. Ebbe un fremito: vedeva già un lembo della camera, il tappeto turchino, sul quale posava la grande cassa intagliata, il lavabo nero a magnifiche forniture di argento, la poltrona di raso rosso, un angolo di lusso antico, più aristocratico ancora che quello del proprio palazzo. Un profumo insensibile di alcova usciva dalla porta, un tepore della notte, che l'aria del giorno non aveva ancora alterato: notò un piatto sulla cassa, una bottiglia col collo inargentato; sentì la ricchezza delle grandi tende, che cascavano sino sul tappeto, velando colla loro trasparenza la luce già velata da tutto quell'azzurro; fece ancora due passi e scorse un angolo della coperta, travide una figura della volta, un guerriero in sottanino rosso, colla sciabola dorata. Ma Ida, cui ella sfiorava colla veste, ebbe un tremito, e i loro volti si urtarono; Jela fu respinta, chinò il capo, avanzò l'ultimo passo gettando un piccolo grido.Il conte Enrico, che si era risollevato sui cuscini, ne cacciò un altro riconoscendola.—Voi qui...—Uscite!—esclamò subito dopo:—bisogna essere ben imbecilli... Uscite: assolutamente lo voglio.Ma in quel momento Ida si presentò nel vano della porta, colle braccia incrociate sul seno e un sorriso immobile sulle labbra, osservando la loro confusione. Egli sussultò, Jela si volse d'istinto, e allora finalmente comprese. Vacillò, mosse un passo verso la sorella, ma l'occhio le corse irresistibilmente ad Enrico, e vedendolo colla fronte ardente di rossore, la fisonomia vergognosa malgrado lo sdegno, s'intese mancare. Ida le aveva sedotto il marito, e per dargliene colla propria vendetta una prova umiliante, l'aveva con quel bugiardo biglietto attirata nella propria camera. Il suo cuore si rivoltò: poi subito dopo, sotto quella mano, che li piegava, i due sposi si toccarono, in quella camera di Ida, nella quale l'aria della notte aveva ancora la nausea leggiera di una voluttà digerita.Ida non si muoveva.—Ma uscite dunque!—urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno subitaneo ed infrenabile di uscire e diessere fuori. In quella camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita, col suo passo elegante, venne verso la sorella.Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla, ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono. Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto, dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida, questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di umano:—Salutatelo per l'ultima volta,—le disse.Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.—Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,—esclamò Ida, chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra del gabinetto:—uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di belva.

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Ella passò in orgasmo tutto quel giorno, comandò la carrozza, uscì a cavallo, mutò due volte di abiti, ordinò il pranzo ad un'ora insolita e non potè mangiare, giacchè malgrado tutte le bravate della sua vanità, una paura profondamente femminile le faceva battere il cuore. A certi momenti le veniva di rivolgersi come se un incognito fantasma le fosse dietro e il suo alito le gelasse la nuca. Quindi si sforzava di non ci pensare, cacciandosi per tutti i ricordi della propria vita, intrattenendosi colle idee meno note. Ma a pranzo, quando la sartina le portò nella cesta il costume turco, al quale la maestra aveva cucito alcuni ornamenti di stile troppo europeo, ella parve uscire da quel concentrato mutismo.

—È orribile,—esclamò respingendolo brutalmente:—non entrerò mai lì dentro. Voi, Giustina, andrete al veglione per me.

Giustina, che non s'aspettava questo favore, lasciò sfuggire un'esclamazione di gioia.

—Speri dunque di divertirti?

—Ne ero sicura anche prima che non speravo d'andarci.

—Io no.

Ed entrò nel proprio appartamento; ma non si era ancora seduta al lavabo, guardandosi nello specchio, che Giustina sopravvenne con una lettera.

—Di Enrico!—ella proruppe, rompendone nervosamente il suggello.

—È Dio che la manda.

—Dio o il diavolo,—arrischiò famigliarmente Giustina, che aveva creduto di accorgersi altre volte delle intenzioni ostili di Ida verso il conte.

—Forse, ma è Dio egualmente.—Poi:—Salì dal cuoco e digli che prepari un altro pranzo per le sette, splendido, squisito. Ha tempo due ore, ne ha d'avanzo.

Quindi tornò a passeggiare febbrilmente per la camera: Giustina non era ancora all'uscio, che la richiamò.

—Metti fuori la veste coll'edera: non sono in casa per nessuno sino a domani.

—Se il signor duca...

—Nemmeno; vai, senti: fa scaldare il mio bagno, subito, ho fretta.

Giustina fuggì quasi a gambe. Ella seguitò a passeggiare osservando tratto tratto il letto, animata in viso da un rossore d'infermo, aprendosi l'abito come se il bagno fosse già pronto a quel solo cenno e volesse smorzarvi l'ardore divorante delle vene. Parlava a mezza voce, poi, fermandosi con un gesto convulso e guardandosi innanzi colla fissazione sonnambula di tante volte, sorrise. Non erano che le quattro: bisognava aspettare due ore. Improvvisamente le parvero troppe: due ore ad aspettarlo sola, contando tutti i minuti, ciurlando in quel pensiero... Almeno avesse avuto il duca per distrarsi. Dal biglietto capiva che la scena con Buondelmonti doveva già essere scoppiata e corsa la sfida, ma poichè ella l'aveva combinata per il teatro, questa piccola infrazione del proprio disegno la liberava da ogni complicità. Quindi colla volubilità della donna si mise in questa idea e la percorse tutta: le parve di non aver nulla pensato contro il conte, il quale le scriveva per chiederle da pranzo, avendo certamentescritto a Jela un altro qualunque pretesto. Quella scema lo crederebbe: imbecilli ed ubbriachi non erano i prediletti della provvidenza? Ma le dispiaceva che Jela cadesse in quella scusa. Perchè la contessa dovrebbe ignorare il dolore del tradimento? Non l'aveva forse Jela scacciata una volta dal castello di Valdiffusa, sperando che ne morrebbe di miseria o d'infamia, mentre ella sarebbe accolta in tutti i saloni cogli omaggi della ricchezza e del nome! Ma il calcolo della contessina non era tornato: Ida era risorta più bella, come una minaccia e un'invidia egualmente dolorosa per tutte le signore. Quindi il suo orgoglio perverso le si alzava come un'immenso nuvolone, chele gitta va un'ombra fosca sulla faccia. Si rivedeva al castello, fuggendo dalla camera nuziale di Jela, inseguita dal suo gesto imperioso; e Jela non sapeva ora che Enrico stava per venire da lei, da Ida, che vi resterebbe tutta la notte, che era innamorato pazzo, morto, di lei?

—Morto!—ripeteva.

Tutto era lotta nella vita. Ella credeva dunque, quella pupattola, che per essere onesta sarebbe più forte di lei? Scempiaggini! Il mondo, i saloni, la legge, erano per le donne oneste; ma ella aveva l'amore, aveva l'odio, e sopra tutto sè stessa. Tanto peggio per Jela. Perchè cominciare la lotta lei, la più debole? E lotta dunque, ma a tutti i momenti, sovra tutti i terreni, anche sul letto. Jela non sapeva dunque che si può uccidere un uomo con un bacio, strappare un marito ad una maglie, romperlo ed obliarlo, e che tutto il mondo riderebbe della vedova? Ma la vedova non riderebbe ella pure? Questo dubbio atrocemente depravato la ritenne, ma come la palla, che sfiorando un ostacolo rimbalzae sorvola, risalì alla astrazione del duello fra la donna onesta e la cortigiana, la fissazione di tutta la sua vita. Ella era il campione della propria classe, l'ultima rimasta nel circo fra i cadaveri delle compagne, cadute come tanti volgari gladiatori, per riparare la sconfitta di tutte e strappare la ghirlanda insanguinata dalle mani della vittoria. Non era già sicura? Non poteva come Otriade moribondo, sublime superstite, scrivere già col dito sanguinolento sullo scudo, come sulla propria lapide, la eroica iscrizione: «Ho vinto»? Cleopatra non faceva uccidere ogni mattina gli amanti d'ogni notte? Imperia non era stata la donna più adorata del suo secolo, e il popolo riconoscente non le aveva scritto sul sepolcro, a Roma, in Sant'Agostino, queste grandi parole:Imperia, cortisana romana? Atene non aveva votata una statua a Frine per ringraziarla di essersi mostrata nuda? Le cortigiane non avevano dunque sempre perduto. Che importa se oggi i trionfi sarebbero stati senza ovazioni e senza monumenti? a lei bastava di vincere: i veramente forti hanno l'indifferenza dell'applauso.

E come un maniaco ripreso dalla idea fissa, vi si ingolfava sempre più, accendendosi innanzi i razzi dei paradossi più colorati, cogliendosi fra i piedi i fiori più sinistri della poesia boema. Si era arrestata alla psiche, coll'abito rigettato sulle spalle e la camicia a mezzo il seno. Le maniche, ancora gonfie, sembravano abbracciarle le ginocchia nel dolore di un lungo gesto supplichevole, mentre ella si esaminava minutamente nell'acquea opacità della lastra.

—Com'è bella quest'oggi!—esclamò Giustina, colpita dal fulgore della sua fisonomia.—Il bagno è pronto.

—Hai aperto la finestra?

—Le pare? l'aria si raffredda a quest'ora.

—Aprila, e che il sole entri.

Giustina la credette ammattita.

—Ma il sole è già tramontato.

Ida rimase pensierosa, non aveva più fretta pel bagno. Si sedette sulla poltrona, e chiamando Giustina la fece parlare qualche tempo del conte. Giustina, che gli serbava rancore per l'alterigia delle sue maniere, lo diceva antipatico, brutto anche come donna, malgrado la bianchezza e la freschezza della sua pelle. Un uomo doveva essere un uomo.

—La sua superiorità consiste appunto nel non esserlo, ma allora non può essere amato se non da una donna, che sia un uomo.

—Perchè?

—Tu non puoi capirlo, gli ibridi non si riproducono. Questa condanna dipende forse dalla deformità delle loro nature, che si cercano per distruggersi. Poichè la vita è una continuità, ogni eccezione non è solubile che nella propria regola; due eccezioni, che s'incontrano, sono insolubili e devono frantumarsi.

Giustina, incapace di comprendere il filosofismo oscuro di quelle parole, la guardò stralunata, ma Ida si era già sprofondata nelle proprie riflessioni; poi si riscosse con queste parole:

—Viene!

—Sono oramai le cinque; badi, il bagno si agghiaccerà.

—Troppo tardi: hai pronta la veste? Allora prepara una di quelle camice rosse e profumala, a momenti sarà qui.—E, quasi per darle ragione, Giuseppe bussò in quel punto alla porta annunziando il conte Alidosi.

Ida scattò in piedi.

—Presto!—esclamò con Giustina, scomparendo nell'attiguo gabinetto:—introducetelo qui.

Il conte entrò: aveva inteso il fruscìo della veste di Ida, e rimase un istante cogli occhi sull'uscio, dietro il quale era scomparsa. La luce, che rasente i tetti opposti entrava per la finestra da un lontano lembo di cielo, dava una dolce pallidezza a quella camera già buia agli angoli e nobilmente severa. Le tappezzerie azzurre, piene di riverberi nel giorno, si erano spente e i mobili imbruniti: solo la psiche in un canto aveva ancora un chiarore vacuo ed abbagliante come di un abisso, nel quale si fosse perduta l'immagine di Ida. Egli si guardò attorno, poi venne a sedersi sulla poltrona rossa, appoggiata al letto facendovi come una larga macchia di sangue. La sua stanchezza, greve di un avvilimento malinconico, gli fece sembrare più bella la castigata sontuosità di quella camera, così poco adatta per una mantenuta; ma, arrovesciando la testa, si vide sopra una delle piccole scimmie del letto, arrampicata in atto di salvarsi al minimo cenno, con un sorriso così violentemente bianco sul suo grugnetto nero, che egli vi s'incantò. Il suo pensiero, eccitato dalla femminile birberia di quell'atteggiamento, le cercò un misterioso rapporto, una quantità di significati come profumi che evaporassero dal letto di Ida e dessero una voluttà di carni a quel sorriso di porcellana, una provocazione di più a quella lubrica selvatichezza. Perchè rideva quella scimmia? Rideva di Ida, o del duca? rideva di lui, che veniva in quel momento da Ida a provare l'ultima scena drammatica di un amore da commedia? Ma quel sorriso lo tentava in tale momento come un segreto; si alzò,alzò la mano per afferrare quella scimmietta ai piedi, quando Ida lo sorprese:

—La mia Mary!—esclamò avvicinandosi con una premura affettuosa, ed imprimendole un moto ondulatorio sopra la testa del conte.

—Di che razza è?—questi chiese ironicamente.

—Mirikina: sono gli Asra delle scimmie, quelle che muoiono d'amore.

Ma il conte se ne distolse, raccontandole subito con una leggerezza abbastanza coraggiosa come Buondelmonti alclub, per una questione di cavalli l'avesse insultato, e si dovessero battere al mattino. Lo scontro sarebbe alla sciabola, nessun colpo escluso, ma a primo sangue.

—Ne uscirete quindi con una scalfittura.

—È probabile. Buondelmonti è una lama troppo celebre per potermi uccidere. Domani mattina faremo colazione insieme. Veramente ho avuto torto di trattargli così male Baiardo, ma egli non può aver sospettato le mie allusioni.

—Non avete dunque paura?

—Oh!

—Ne avreste il diritto... Allora venite a chiedermi da pranzo per non trovarvi colla contessa, la quale sapendo del duello vi farebbe forse una scena? Ma e dopo pranzo? Questa notte?

—C'è tempo ancora.

—Mio Dio! come siete pallido!—proruppe improvvisamente, appressandogli il volto.—Perchè negarlo? avete paura. Nelle donne il coraggio è sempre brutto, a meno che non sia tragico. Vorrei vedervi sul terreno contro quel Porthos di Buondelmonti.

—Ebbene! il duello è domattina alle dieci nelprato di S. Giacomo, venite;—ripetè piccato da quella insistenza.

Ma Ida gli volse le spalle e andò lentamente a guardare dalla finestra. La sua veste verdecipresso, ricamata a catenelle di edera, un prodigio d'imitazione, era così ampia che tutto il suo bel corpo vi scompariva come certe statue dei vecchi parchi in un lembo di verzura. Se non che i capelli, invece di starle attorcigliati col ciuffo classico sulla nuca, consentendo la soave mollezza del collo, erano distesi sulle tempia come quelli di una Madonna ed esalavano un odore lontano di fieno. Si era addossata ad uno scuro, colle braccia lente.

Il conte Enrico le si appressò.

—Avete dunque paura per me?—le chiese incoraggito dalla sua malinconia.

Ella non rispose.

—Vediamo,—seguitò appressandosi sino a toccarle col ginocchio la veste e chinandosi a parlare sul collo:—dubitate che io muoia? Ma Buondelmonti non sa che la contessa Ceri mi abbia mostrato quella lettera; d'altronde, se l'avesse saputo, è talmente sciocco che mi avrebbe provocato violentemente. Sono stato io a morderlo. Ieri sera foste ben cattiva con me: vi appoggiavate sulla spalla del duca niente altro che per farmi dispetto. Se volevate darmi lo spettacolo pungente di ciò che potete essere per un uomo, ci siete riuscita. Questa notte non mi è stato possibile dormire.

—A me pure.

—Mi amate dunque?

—No, forse vi desidero.

—È lo stesso.

—Fanciullo! l'amore può far morire di spasimochi lo sente, mentre il desiderio può fare uccidere chi l'ispira. Perchè mi avete trattata così crudelmente quella notte al castello? Allora avrei potuto morire per voi: forse non vi amavo, ma la vostra mostruosa bellezza mi aveva sedotta a tal punto, odiavo così me stessa e la mia posizione, che sarei morta volentieri. Voi mi disprezzaste, vi montaste la testa di orgoglio credendo che sarei sempre ai vostri piedi a chiedere quell'elemosina di amore; ma v'ingannaste, v'ingannaste malamente, signor conte. Io ero infelice, odiavo. Nessuno al mondo aveva avuto una parola dolce per me, ero cresciuta come una tigre nella gabbia, ma una tigre che vedesse attraverso i ferri la bionda immensità del deserto colle sue abbrucianti seduzioni. Un uomo, una donna, che mi fossero venuti incontro, avrebbero potuto fare di me un altro essere, farmi credere e farmi sopportare. Oggi è troppo tardi: nel mondo non si è mai come la natura, ma bensì come la vita ci ha fatti.

—Siete dunque infelice?

—Non ve ne siete accorto e dite di amarmi! No, voi mi desiderate, come vi desidero io, noi non possiamo amarci. Io vi oltrepasso senza raggiungervi: siete inafferrabile, siete come un'ombra, che abbia tutti i toni della carne colla leggerezza di un odore. Voi non siete nè uomo nè donna; non siete qualcuno, che quando siete il conte Alidosi. Allora la superbia della vostra fortuna vi rende adorabile e perverso: diventate come l'upas, forse il fiore più bello e il più velenoso.

—Cosicchè mi odiate?—domandò, scosso suo malgrado dalla violenza di quelle parole, ma col suo accento educato d'ironia:—Confesso che se vi avessi conosciuta come...

—Non mi avreste amata più che non mi amiate adesso. E che importa?—seguitò con un gesto superbo e nullameno malinconico:—Dal primo giorno ci dichiarammo la guerra: voi vinceste contro di me una battaglia terribile, la vostra prima notte di matrimonio, e io dovetti abbandonare sul campo il mio onore di fanciulla e di donna. Sono diventata una mantenuta, un animale che costa più di un cavallo, ma si stima forse meno: e hanno torto. Napoleone ha detto che per vincere un nemico bisogna stimarlo. Io vi debbo tutto questo: perchè vi credeste il più bello e il più amato degli uomini ho dovuto perdere tutto; ma la guerra non è terminata, e la mia rivincita non sarà forse meno terribile della vostra vittoria.

Si arrestò. Una collera cupa le fumava in fondo all'anima, in faccia a quel tramonto di sole e a tutta quell'ombra, che dalle strade della città saliva come un fumo ad annebbiare le trasparenze aeree. La sua voce piena di sonorità lontane aveva degli stridori di vento e degli echi cavernosi, quando non guardandogli più in viso allungava gli sguardi davanti a sè stessa, come dentro ad un paesaggio fantasmagorico, sulle orme di una apparizione fuggente. In quel momento il suo passato la riafferrava con una stretta di cadavere risorto, ancora spaventato della morte.

—È un triste tramonto,—osservò mostrandoglielo con un'occhiata.

—Triste?

—Il tramonto lo è sempre, perchè nel tramonto non vi è mai la speranza del mattino. Ognuno pare l'ultimo: guardatelo.

—L'ultimo per me?

—Fors'anco: Buondelmonti può uccidervi, non fate l'eroe, Enrico. Voi siete un vile, giacchè avete sposato Jela per la sua dote, mi avete rifiutata una volta per la paura di Jela o di suo padre. Odiate vostro zio, che vi schernisce, e lo accarezzate per la speranza dell'eredità: odiate me, che ve la scemo, e mi fate la corte malgrado le mie insolenze, malgrado il mio odio, perchè io vi odio, Enrico. Voi avete paura di domani, e siete venuto da me, perchè vi siete detto: Ida è donna, si commuoverà al pericolo che corro, mi inviterà questa notte.

—È vero, ho sperato...

—Vi siete ingannato. Non ho paura, potrei assistere al duello e vedervi fracassare la testa senza impallidire. Jela avrebbe paura, ma più paura ancora che dolore. Ella non vi ama più, siete solo come me nella vita, voi mantenuto dalla moglie, io dal duca. La partita è pari. Il vostro duello non è con Buondelmonti, ma fra me e voi: ebbene...

—Ebbene!—proruppe finalmente,—ciò vuol dire, che voi avete detto a Buondelmonti come io vi abbia mostrato quella lettera.

—Potrebbe darsi,—replicò alteramente.

Il conte indietreggiò di un passo come davanti ad un nemico implacabile, che, avendolo tratto finalmente ad un agguato, si cavasse all'improvviso la maschera per vederlo meglio morire. Gli pareva di comprendere tutto, la sua ostinazione nell'innamorarlo, tutto quello studio di lusso e di seduzioni, la rovina del duca in pochi anni, gli scaldali con Jela, la rivelazione a Buondelmonti per avventarglielo contro ad un dato momento. Ida si era senza dubbio intesa con colui. Fu come una visione istantanea, una certezza mortale di una minaccia creduta finoallora romantica, la quale lo colpiva come una piattonata di sciabola sul petto pittandogli un gran freddo nelle carni. Egli non aveva taciuto fino allora se non credendo quella scena l'ultima resistenza di Ida, a secco di argomenti contro di lui e torturandolo col passato per sottrargli il proprio presente.

—Dunque,—ella riprese, alzando sprezzantemente le spalle e dando in una stridula risata,—vedete che vi ho fatto paura, mio bell'eroe. Via, non ve la farò più, ma,—proseguiva con una moina indescrivibile,—vi farò ammazzare egualmente, giacchè stanotte starete meco e domattina non avrete più la forza di una parata. Accettate? Accettate?—insistè, vedendo che stentava a rimettersi.—Povero Enrico! Come sono ingiusta con voi! Ma perchè far pompa di coraggio, quando è così semplice avere paura? Credete dunque che il coraggio sia una qualità di prim'ordine? Vi batterete, porterete il braccio al collo per otto giorni, e passerete per un'eroe dopo un duello con Buondelmonti.

—Ma se morirò?—la interruppe con una tristezza di paura finta eppure vera.

—Mio Dio! non sarete il primo; ma, Enrico, non vi avvilite a questo punto. Dimenticate dunque che discendete dalle crociate? Venite qui, mio povero bambino: per provarvi che è stato uno scherzo vi darò un bacio sulla fronte. Vi basta? Vi ripeterò che siete ancora più donna che bambino.

Ed accompagnando la parola col gesto gli aperse le braccia, sorridendogli invitevolmente come ad un fantolino.

—Provate dunque se sono una donna.

—Davvero?

—Sì.

—Pensateci, Enrico; la prova potrebb'essere al disopra delle vostre forze. Voi non siete un uomo.

Egli rispose con un sogghigno.

—Lo volete?—ripetè, ridivenendo torva nel viso a quella sua resistenza inaspettata.

Quindi parve titubare, cercando un pensiero sotto lo sprone di quel sorriso lubrico a un tempo e vanitoso. Lo trovò; e cacciandosi risolutamente sotto il baldacchino del letto, diè una forte strappata al campanello. Il conte, sorpreso di quanto accadrebbe e ancora commosso di tutte quelle minacce smentite e ripetute, si sentiva mano mano più mal sicuro in quella camera e con quella donna nascosta dietro il cortinaggio come per preparargli un tranello. Infatti ella ne uscì guardando alla porta del gabinetto: la porta si aperse, si presentò Giustina:

—Giustina, venite qui,—le ordinò seccamente: poi riavvicinandosi al conte, col volto illividito ancora più dal verde funereo della veste:

—Provate,—gli disse coll'accento di un supremo disprezzo, gettandogli quella donna con un'occhiata, come si gitta un soldo a un mendico.

—Oh!—egli mormorò spalancando gli occhi e vacillando dalla meraviglia.

—È una donna... le darò mille lire. Per la prova che invocate basta una cameriera. Giustina!—s'interruppe ripetendo quel gesto, mentre il conte la guardava ancora stupefatto.—Ma voi non avete nemmeno l'onnipotenza della brutalità, non siete un uomo, ve lo aveva pur detto che siete vile. I fiori di campo, perchè resistono al vento, si credono la forza di una quercia, e una zampa di pecora basta a schiacciarli. Bisogna avere il calore del simumnel sangue, le tempeste dell'oceano nel cuore e la serenità del cielo nel pensiero per essere un uomo: allora si affascina e si soggioga. Ogni uomo è un imperatore, ma gli imperatori si contano sulle dita. Andate, andate pure, Giustina,—le si rivolse, vedendola trattenuta nella curiosità di quel discorso e allontanandola con un'imperiosità, che finì di atterrare il conte.

Poi ella tornò a quello scuro della finestra, e vi si appoggiò.

L'ombra oscillava a onde sempre più dense sui tetti come un vapore che ne fumasse, oscurando la volta alta dell'azzurro. Sulle case di contro la gamma stridula dei colori, acquetatasi nel lividore della sera, era sparita sotto la scorie dei tetti, come sotto un immenso mantello lacerato ed imporrito disteso su tutta la città. La strada era stretta, il palazzo opposto bruno e screpolato. Ida taceva. Il suo cuore aveva ancora dei sussulti, dei rumori, che si andavano smorzando; poi quelle tenebre l'assopirono e vi si obliò. Tutta quella violenza di torrente si era calmata come nella vastità di una laguna. Allora, in quella solitudine bruna, l'immaginazione del deserto la riprese, una paura di perdervisi collo sguardo esterrefatto, coll'oppressione sempre più soffocante, che le grandi uniformità della natura aggravano sulla coscienza. Un arcano sentimento di piccolezza le veniva da quella sconfinata monotonia, nella quale non era nemmeno un punto. Quindi il ricordo dell'ultima agitazione le palpitò ancora dinanzi al pensiero immobile, come se in fondo a quel vuoto orizzonte un lembo superstite di nuvola compiesse di svaporare, mentre uno scoramento di naufrago che non lotta più, una tristezza di areonauta perdutoper il rado azzurro del cielo le cadevano sull'anima. Ma a poco a poco il suo cuore tornò a battere. Qualche memoria si risollevava stancamente e ricadeva nell'ultima convulsione di una parola invano conservata, nella suprema amarezza di un dolore abbandonato e che non poteva morire di abbandono. Aveva un freddo di sonno nel corpo, un malessere di sogno nell'anima. La gelata resistenza del cristallo nella fronte le dava dei brividi quasi sonori, mentre l'ombra della strada, sempre più fitta, la respingeva dentro la camera. Stava ancora così appoggiata a quello scuro, colle lagrime negli occhi e nell'anima una trepidazione inesprimibile, alla quale sarebbe bastato forse il soffio di una parola o il moto di un pensiero per prorompere in singhiozzi.

Il conte le si avvicinò sommessamente, e, passandole un braccio alla cintura, le diè un bacio sui capelli.

—Mi perdonate?

Ella gli abbandonò la testa sulla testa. La strada buia non mandava più alla finestra che un incerto bagliore di gas ad illuminare la bianchezza delle loro fronti così giovani e così pure. Ida gli appoggiava tutta una gota sui capelli, premendo sulla loro finezza con una voluttà intenerita, mentre egli le aveva messo una spalla sotto la spalla sorreggendola, in modo da farle perdere l'equilibrio. L'ombra discreta e leggera li avvolgeva fino ai volti, annegati dentro quel barlume dei vetri.

—Ida...—egli sussurrò, sforzandosi di rivolgerle il capo per darle un altro bacio.

Ella si rizzò mollemente.

—Vai a letto.

—E tu?

—Pss,—fe' guardandolo con un'occhiata piena di crepuscoli, e respingendolo verso la poltrona diventata bruna in quell'ombra: poi si torse nuovamente alla finestra e vi restò in una fissazione sonnambula. Sentiva Enrico spogliarsi febbrilmente gittando gli abiti sul tappeto, mentre il pensiero le fuggiva invece sempre più lontano, ritirandosi da quella attesa voluttuosa come da una musica piena di frasi acute tra una irritante lentezza di accordi. Quel bacio del conte le stirava ancora i capelli con una carezzevole mordacità di spuma, e dagli ultimi ricci sotto la nuca le grondavano giù per il collo le gocce periate dei primi brividi. La notte incominciava. Il buio aveva una soavità indicibile, un silenzio di felicità; non si vedeva più nulla. Le catenelle dell'edera, abbarbicatelesi sul seno e intorno alle gambe con una tenacità egoistica di passione, la facevano vacillare; le trecce le si slacciavano sulla testa arrovesciandogliela, costringendola a guardare in alto, come dietro il sibilo di un'ora fuggiasca dal paradiso. Una tacita complicità saliva dalla strada deserta e, filtrando per i vetri opachi, si addensava nell'ombra della camera piena di un'aspettazione voluttuosa e discreta. I mobili parevano essersi ritirati nel buio, mentre il letto solo rimaneva dentro quella nuvola rischiarata insensibilmente nel mezzo dal candore divino dell'Apollo. Ella si rivolse, si sentiva il collo gonfio e battere i polsi.

—Ida...—chiamò il conte, scivolando sulla levigatezza delle lenzuola ed agitando la coperta con uno spasimo di felicità, mentre l'acre dolcezza di quel freddo gli entrava nelle carni.

Ella gli venne innanzi sotto il baldacchino; il conte le prese una mano, ma non trovò cosa dire:

—Come è buono il tuo letto!—esclamò finalmente, dandole un bacio e tirandola per un braccio per farla sedere. Poi intrecciandole le dita sulla cintura, appena fu seduta, ed appressandole la testa al grembo:

—Come sei grassa!—le diceva a piccoli stridi femminili;—avresti dovuto vestirti da turca: hai un seno da sultana.

Ella si scosse, e con voce trasognata rispose stranamente:

—Lo sai perchè i seni vi piacciono tanto così? perchè promettono molto latte al bambino, che nascerà. Tu non ci pensavi.

In quel punto la piccola pendola sul comodino suonò le sette.

—L'ora del mio pranzo,—egli proruppe.—Jela mi aspetterà.

—Ah!—gridò Ida scattando in piedi:—ora vengo,—e prendendo dal comodino un zolfanello l'accese, andò verso la piccola scansia all'altro lato, prese un foglio di carta, trovò una busta, una matita, e scrisse:

«Vostro marito si batte alle nove col capitano Buondelmonti, si farà ammazzare; io sola posso salvarlo.

Ida».

Piegò la lettera, la mise nella busta, l'ingommò. Nel mezzo della busta, invece di una cifra, il motto tedesco di Moltke: «pensare prima, osare poi» si arrotolava come un serpente dalle scaglie iridate. Il grosso zolfanello da notte si spense, Ida scrisse l'indirizzo al buio.

—Che cosa fai?

—Comincio.

—Che cosa?

—Mi spoglio.

—Ida...

Ma ebbe appena il tempo di ripetere il nome, che ella era già sul letto incollandogli le labbra colle labbra.

Poco dopo Giustina, che entrava dalla porta del gabinetto nero con un doppiere in mano per annunziare il pranzo, si fermò attonita sulla soglia vedendoli già a letto. Il conte Enrico levò la testa.

—La signora è servita—ella disse ad alta voce, imitando la voce di Giuseppe nel pronunciare quelle parole sacramentali. Ma Ida storse il capo, e col suo accento più calmo:

—Servirete la cena nel gabinetto, pigliate questa lettera, la farete recapitare domattina alle otto, nè più tardi, nè più presto. Urgentissima: andate.

Quando Giustina fu uscita, rimasero soli tutta la notte.

Alle otto circa del mattino, mentre il conte assopitosi un istante aveva chiuso gli occhi, Ida scivolò chetamente dal letto. Era smorta, cogli occhi gonfi, con quella camicia rossa, che la rendeva ancora più pallida. La notte era stata tempestosa. Infilò i piccoli sandali di corno, ma afferrava appunto la veste, ancora gonfia sul tappeto come vi era caduta, che al suo fruscìo il conte si riscosse.

—È dunque tardi!—esclamò con un gesto di spavento.

—Oramai le otto, puoi riposarti ancora: l'appuntamento coi padrini non è che alle nove.

Però egli si era levato sentoni. Era più abbattuto,ma molto più bello, colla pelle fresca e le labbra rosse come un melograno. Ella si ravviò i capelli, finì di abbottonarsi la veste facendo il giro del letto col suo passo più pigro, venne all'altra sponda e gli si sedette così vicino che con un gomito gli toccava il ginocchio. Il conte l'avvertì appena. Stava quasi seduto, colle mani sul ventre al disopra delle coperte, in uno sbalordimento, al quale la contrazione della bocca dava un significato di desolazione. Ella gli contemplò un istante il disordine dei capelli biondi, nei quali le tracce delle proprie dita erano ancora visibili, e le ammaccature della camicia inamidata, senza più un solo bottoncino d'oro, che gli scopriva un petto delicato quanto quello di una donna.

—Enrico,—mormorò finalmente, aspettando in una carezza l'ultima effusione di quella notte innamorata; ma il conte le volse appena lo sguardo con una meraviglia quasi di malcontento.

—Enrico! ella ripetè con voce ancora più soave e una sommissione piena di incertezze.

—E già tardi: dovrò alzarmi,—rispose oppresso dal ricordo di tutte quelle minacce della sera, che gli cadevano come una grandine di sassi sulle memorie palpitanti della notte.

—Se non avete altro pensiero, potete aspettare mezz'ora,—ribattè l'altra alzandosi e gittandogli un'ultima occhiata.

Il conte si accorse di averla offesa, ma troppo preoccupato di sè stesso e dal sentimento confuso che Ida entrasse per qualche cosa nel suo duello con Buondelmonti, sebbene percosso da quello sguardo non la richiamò. Ida cercò un ferruccio sul lavabo, ed uscì. Il letto era disordinato, ma la camera avevala stessa fisonomia; solamente due o tre piatti sopra il comodino, dal canto suo e sulla cassa, ancora sucidi della cena, e due o tre bottiglie sturate tradivano il passaggio di un'orgia. Li osservò, si richiamò tutta quella notte, dovendosi confessare che era stata la più bella della sua vita. Senonchè, invece di gioirne, se ne rattristò. Nella spossatezza ancora sensuale di quell'ora non avrebbe mai voluto essersi incontrato con quella donna, cui la sera seguente avrebbe forse ridesiderato con una veemenza anche maggiore di passione, e che lo aveva amato in una notte più che tutte le altre donne della sua vita nei lunghi mesi dei loro capricci, ma non dandogli mai un bacio se non sulla cicatrice di un morso. Il suo carattere, il genere della sua bellezza, la stessa voluttuosità di Ida lo irritavano al punto, che finiva col negarla. Se non le si fosse ostinato dietro così scioccamente, non si sarebbe svegliato quel mattino sul suo letto per andare a un duello con Buondelmonti. Ma Buondelmonti non era un amante di Ida? Avrebbe quasi voluto crederlo per meglio disprezzarla, ma il pensiero che la notte seguente Buondelmonti potesse essere al suo posto, dopo averlo ucciso, gli dava un insopportabile raccapriccio. Perchè no ucciso? Il duello era a primo sangue, però nessun colpo escluso; e Buondelmonti insospettito poteva bene, abusando della propria abilità, passarlo fuor fuori. In questo caso egli giurava di morire vendicato, rivelando prima di morire l'abbiezione di quello spadaccino: ma il caso non perdeva con questa consolazione gran cosa della propria tristezza. E perchè tutto ciò? Perchè la contessa Ceri pagava Buondelmonti, lo zio pagava Ida, egli aveva sposato Jela? Perchè la contessa amava Buondelmonti e lo denunciava,Ida amava lui e gli tirava addosso un duello forse mortale? perchè il duca scapolo senza altri figli che quei due nipoti, i bastoni della sua vecchiaia, si spassava a torturarli, inebriandosi ai dolori della loro falsa posizione, da lui stesso creata? Perchè questa falsa e trista società? Quale equivalenza di nature, malgrado le differenze irreducibili di classe! Jela sola era pura, ma talmente insulsa, che la sua purezza aveva la volgarità del vetro fra quei falsi brillanti. Forse a questa ora era desta aspettandolo: forse qualcuno l'aveva messa in sospetto! Il duca n'era benissimo capace.

Ma alla sua volta egli lo scherniva da quel letto di seta.

Questo piccolo trionfo lo animò; poi la pendola suonò le otto e un quarto, e Ida riapparve alla porta del gabinetto. Aveva il viso più fresco e una calma glaciale: scostò il cortinaggio del letto, ed allungandogli le due mani sul collo lo fissò con uno sguardo inesprimibile.

—Addio!

Si raddrizzò, ed uscì per la porta del gabinetto nero. Giustina, ritornata allora dal veglione colle tracce del baccano sul volto, le si presentò all'istante.

—Introducetela,—Ida rispose con voce breve.

Il fuoco ardeva nel caminetto, Ida era in piedi. Jela, vestita di grigio, col velo del cappellino ancora abbassato, entrò precipitosamente. Tremava, non sapeva quello che fosse per dire o per fare; forse la vedeva appena. Ida non si mosse, aveva ritrovato la sua posa più scultoria, la testa indietro e le labbra strette; l'arruffio dei capelli e la veste male abbottonata, sotto la quale si travedeva quella camiciasanguinolenta, facevano credere chi si fosse alzata allora per riceverla. Jela non si accorse di nulla, del calore del caminetto, del colore della veste di Ida, del suo atteggiamento; sentì solamente il freddo della sua faccia, e con un gesto eccessivamente simpatico di timidezza:

—Enrico?!—le domandò, come se fossero ancora ai giorni della loro amicizia.

—Il conte Enrico!—ripetè l'altra con una vibrazione metallica.

—Dov'è?

Ida non rispose, lasciò che Jela la guardasse ancora supplicando, poi colla stessa rigidezza andò alla porta della camera e l'aperse in modo da restarvi riparata dietro il battente. Jela la seguì istintivamente, ma si arrestò, vedendo che ella si fermava contro il muro nella immobilità di una statua. Ebbe un fremito: vedeva già un lembo della camera, il tappeto turchino, sul quale posava la grande cassa intagliata, il lavabo nero a magnifiche forniture di argento, la poltrona di raso rosso, un angolo di lusso antico, più aristocratico ancora che quello del proprio palazzo. Un profumo insensibile di alcova usciva dalla porta, un tepore della notte, che l'aria del giorno non aveva ancora alterato: notò un piatto sulla cassa, una bottiglia col collo inargentato; sentì la ricchezza delle grandi tende, che cascavano sino sul tappeto, velando colla loro trasparenza la luce già velata da tutto quell'azzurro; fece ancora due passi e scorse un angolo della coperta, travide una figura della volta, un guerriero in sottanino rosso, colla sciabola dorata. Ma Ida, cui ella sfiorava colla veste, ebbe un tremito, e i loro volti si urtarono; Jela fu respinta, chinò il capo, avanzò l'ultimo passo gettando un piccolo grido.

Il conte Enrico, che si era risollevato sui cuscini, ne cacciò un altro riconoscendola.

—Voi qui...

—Uscite!—esclamò subito dopo:—bisogna essere ben imbecilli... Uscite: assolutamente lo voglio.

Ma in quel momento Ida si presentò nel vano della porta, colle braccia incrociate sul seno e un sorriso immobile sulle labbra, osservando la loro confusione. Egli sussultò, Jela si volse d'istinto, e allora finalmente comprese. Vacillò, mosse un passo verso la sorella, ma l'occhio le corse irresistibilmente ad Enrico, e vedendolo colla fronte ardente di rossore, la fisonomia vergognosa malgrado lo sdegno, s'intese mancare. Ida le aveva sedotto il marito, e per dargliene colla propria vendetta una prova umiliante, l'aveva con quel bugiardo biglietto attirata nella propria camera. Il suo cuore si rivoltò: poi subito dopo, sotto quella mano, che li piegava, i due sposi si toccarono, in quella camera di Ida, nella quale l'aria della notte aveva ancora la nausea leggiera di una voluttà digerita.

Ida non si muoveva.

—Ma uscite dunque!—urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno subitaneo ed infrenabile di uscire e diessere fuori. In quella camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita, col suo passo elegante, venne verso la sorella.

Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla, ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono. Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto, dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida, questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di umano:

—Salutatelo per l'ultima volta,—le disse.

Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.

—Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,—esclamò Ida, chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra del gabinetto:—uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.

E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di belva.


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