c245PARTE TERZAI.Ida aveva ordinato al cocchiere di retrocedere. Il vespro era sereno e malinconico. I grandi platani del viale, immobili e pensierosi, sembravano non avvertire la folla delle carrozze e dei pedoni, i quali rumoreggiando ritornavano in città a coppie, a crocchi, talvolta soli, coll'aria leggermente preoccupata, che il mistero invadente del vespero dà a tutte le fisonomie.Ella si strinse nella mantiglia bruna a ricami dorati, premendosi nell'angolo del riccolandau. Quel giorno il passeggio era stato più popoloso del solito; nessuna delle ricche eleganti vi aveva mancato, quindi erano scese nel prato dei pini a calpestare il fresco tappeto primaverile, gustando la nuova gioia delle vesti striscianti sull'erba e degli stivalini, che vi si affondavano con una morbidezza refrigerante. Il sole aveva più luce che calore, le piante più bottoni che fiori. I loro verdi infantili, che si erano guardati tutto il giorno coi più teneri sorrisi, illanguiditisi al cadere del sole, vanivano ora in un'ombra fredda, che pareva divorare anche le foglie neonate, abbrunando gli alti scheletri invernali degli alberi.Le carrozze calavano in lunga fila ininterrotta, al trotto rattenuto dei cavalli coperti di ricchi bardamenti, ondulando, la maggior parte scoperte per comodo delle signore, che avevano mutato le pellicce di Russia nelle mantiglie di Lione. E la folla dei pedoni, mano mano più frettolosi d'ambo i lati, prolungava gli sguardi al passare di qualche donna più bella o più celebre nel piccolo mondo aristocratico; le quali, felici di quelle occhiate anonime, facevano le viste di non sentirle, trascinandosele dietro con quella calcolata indifferenza dell'orgoglio, che dà all'anima la sensazione carezzevole del vento sulla faccia.Illandaudi Ida a due magnifici cavalli russi, col cocchiere in livrea nera, era forse il più ricco equipaggio della passeggiata, che attirava con tutti gli sguardi i maggiori commenti. Ella vi stava sdraiata nell'ombra azzurra della tappezzeria, resa più cupa ancora dal suo abbigliamento nero, colle mani nel manicotto di volpe turchina e una piccola piuma sanguigna sul cappellino. Ma, benchè distratta, coglieva quel trionfo del proprio lusso, quando le grandi signore, che affettavano di non vederla, se il suo landau le soverchiava, le ricercavano con uno solo sguardo il più piccolo difetto di eleganza e si parlavano all'orecchio. Talora il pensiero, fra quella folla bruna e ricca, le si posava involontariamente sopra una povera figura di uomo o di donna; la penetrava, poi sfuggiva ratto, ritornando sul largo stradone delle carrozze, dentro quellandauprincipesco, in quell'ombra di rasi e di velluti.Il vespero saliva lentamente. Il viale, bianco e secco come di asfalto, proseguiva fra gli alberi e la gente, sotto le unghie dei cavalli, che vi battevanocon misurata e sonora cadenza. Due o tre cavalieri venivano al passo. D'improvviso un galoppo poderoso percosse il terreno, molte persone rivolsero il capo e videro spuntare alla svolta un gran cavallo nero e un ufficiale coll'elmo. Cavallo e cavaliere venivano colla violenza di una ruina, ma si frenarono; il cavallo fece due o tre balzi, e seguitò al trotto, mentre altri tre signori a cavallo, come punti da rivalità, si spiccavano dinanzi allandaudi Ida. Ma i più stavano intenti nel nuovo cavaliere. L'animale era di una statura e di una bellezza assai rara, morello, balzano da quattro.—Il capitano Buondelmonti!—mormorava qualcuno.Il cavaliere, più perfetto del cavallo, malgrado le difficoltà di quel trotto saltellato salutò graziosamente qualche carrozza, e si appressò a quella di Ida. Evidentemente, fingendo di rattenerlo, irritava il cavallo e gli faceva gittare dei salti, che lo portarono quasi allo sportello. Tutta la gente era incantata. Ida si rivolse appena, sorprese una intenzione nello sguardo del capitano: un invisibile sorriso le passò sulle labbra, il capitano lo colse, il cavallo ebbe uno scatto, che strappò quasi un applauso, e si precipitò. Il capitano balzava sulla sella con la leggerezza di una donna. Lambì come una visione fragorosa la lunga fila delle carrozze, poi dovette arrestarsi alla cancellata, perchè alcuni legni entravano tuttavia a quell'ora tarda.Ilmylorddi Jela, guidato da un grosso cocchiere inglese, si avanzava al passo; il capitano salutò. Jela ebbe un tremito, rispose con un cenno leggero di capo e, quando fu passato, gittandogli dietro un'occhiata, chiese al conte Enrico:—Credi che morirà?—Forse. Buondelmonti gli ha spaccato la testa. Fortunatamente Villani aveva torto.—È orribile!Il conte non disse altro, ma Jela si guardò dietro un'altra volta, involontariamente. Ad un tratto proseguì:—Ha la mamma?—Le abbiamo telegrafato subito dopo il duello, arriverà questa sera. Forse sarebbe stata pietà il non chiamarla. Se Villani avesse potuto parlare, era della mia opinione, ma gli altri padrini hanno insistito. Egli si è battuto benissimo, ma Buondelmonti è troppo forte... Già aveva ragione,—ripetè, insistendo su questa parola con una certa ironia.—Non valeva proprio la pena che due uomini distinti si ammazzassero per una donna, la quale ha avuto tanti amanti.—Lo sai anche tu?—Lo sanno tutti: però è abbastanza punita. Bice mi ha detto che Buondelmonti ha giurato di non mettere più il piede in casa di quella donna, e che non è punto innamorato.—È possibile, ma Buondelmonti perderebbe troppo perdendo la contessa Ceri. Donne come la contessa non se ne trovano soventi.—Fortuna!—Per Buondelmonti?—e il conte aveva il sorriso maligno di chi conosce un secreto.Ma s'incontrarono nellandaudi Ida; le due carrozze andavano di un trotto lentissimo. Il conte vide quel volto pallido, che lo guardava sorridendo, e provò una specie di vergogna nell'essere sorpreso dalla moglie in tale apparente intimità; ma non potèevitarla. Ida diede al proprio sguardo un'espressione anche più sfacciata, fece col capo un cenno invisibile, intraducibile, ed allungandosi languidamente li oltrepassò.Nessuno dei pedoni aveva capito, ma Jela si era sentita uno strappo al cuore. Non incontrava mai quella donna senza uno sconvolgimento di terrori e di attrazioni. Tutta la sua vita era ancora troppo piena di lei, giacchè quella scena, rompendo la loro amicizia, non aveva potuto nella sua fulminante imprevedibilità strapparne i più profondi rapporti. Poi Jela, avendo sposato il conte Enrico, si era trovata improvvisamente senza affetto e senza appoggio. Suo padre non lo era che di nome, forse di fatto, ma non di anima; suo marito l'aveva presa per la dote, ed ella si era innamorata meno per un'affinità di natura, che per la misteriosa ed ancora ingenua attrattiva del sesso. Tutte le poesie primaverili, addensandosi intorno alla figura femminea del conte, glielo avevano fatto desiderare coll'ingordigia della bambina e la depravazione birichina della educanda; ma quei primi entusiasmi d'amore erano stati appena i vagiti della donna, che si formava ed avrebbe amato un giorno, o i rantoli della donna che moriva nascendo, soffocata dalle animalità eleganti della femmina, dalle vanità corrotte della signora.Il lucignolo, che si accende, ha lo stesso raggio e la stessa luce del lucignolo che muore.Ma di ciò Jela non aveva potuto rendersi un certo conto che dopo, e nemmeno molto particolareggiato ed esatto. Però, se prima non aveva sentito neanche l'aridezza del padre, dopo aveva dovuto accorgersi di essere solitaria come un magnifico fiore in un magnifico vaso del proprio appartamento.Persino la tenerezza brontolona della Nencia le mancava, giacchè la vecchia aveva capito, malgrado l'egoismo senile della propria passione per Jela, di essere impossibile nella nuova casa degli sposi. Il conte, che non la vedeva di buon occhio, l'avrebbe forse considerata come una spia del suocero; poi la Nencia, sapendo di non avere nessuna abilità per la toeletta, preferiva ancora di essere lontana dalla padroncina alla umiliazione di vedersi preposta un'altra cameriera, esperta delle eleganze e delle debolezze delle signore. Solamente aveva offerta a sè medesima una speranza, che Jela avesse un bel bambino, e allora la vecchia ridiventava possibile, rientrava nella nuova casa, e occupandosi esclusivamente di lui, vedeva e dominava tutto. Talora ne parlava col conte Alberto, che la guardava sorridendo.—Tu speri dunque?—Ma lo credo bene io, per la casa che finisce.—È già finita.Ma la vecchia non ne conveniva; quel bambino sarebbe sempre stato il bambino di Jela, qualunque fosse il suo cognome, giacchè per lui avrebbe potuto ritornarle vicino. Quindi ella potrebbe finalmente benedire la propria vita, di assidua migrazione attraverso la vita degli altri senza fermarsi mai sopra un terreno proprio, il giorno che, sedendosi povera vecchia con un angelo in grembo e guardando la sua bella mamma, potesse addormentarsi nonna zitellona nella rosea luce di quelle due vite. Il conte invece non sperava più nulla, e Jela non lo aveva veduto da due mesi; era andato in Inghilterra per comprare dei tori, poi non ne era più ritornato e non aveva nemmeno scritto; d'altronde non scrivevamai. Dal giorno che aveva lasciato il castello di Valdiffusa per il viaggio di nozze, Jela aveva ricevuto solamente una lettera paterna, breve come una ricetta. Ella se n'era un po' afflitta, minacciando di piangere, ma il conte Enrico aveva saputo commentarla così spiritosamente, che la sposina aveva dovuto conchiudere con una pazza risata. Allora erano sul Reno. Jela se ne ricordava ancora. Fu visitando uno de' suoi poetici castelli che le venne il primo dubbio di sè medesima e d'Enrico; giacchè in quel momento Ida le era apparsa pallida come una larva di quei drammatici corridoi, chiusa in una veste nera di un funerale, passando loro frammezzo cogli occhi assopiti e la bocca dilatata ad un riso marmoreo. Ne rimasero freddi. Che cosa era stato? Da che dipendeva? Essi medesimi non avrebbero saputo dirlo. Il loro amore si abbassava, il viaggio diventava increscioso; giunsero perfino a celiarne. Egli fu il primo, ella lo seguì vivacemente, ma in fondo al cuore soffrendo della propria inferiorità di donna, che l'attaccava fatalmente a quell'uomo come a tutto il mondo finora da lei conosciuto. Ma la natura le riparò tuttavia abbastanza presto quei primi guasti della vita. Se le siepi avevano troppi spini, bastava ancora gittarvi qualche fiore di giorno, o sospendervi qualche lampioncino di notte. Infine il viaggio li stancò.Erano a Spah. Il conte Enrico aveva giocato, Jela era stata corteggiata due sere da un ungherese, splendido come un eroe nel suo costume di magiaro. Jela aveva subito pensato ad un ballo mascherato, il conte avea perduto una bella somma, Jela l'occasione di una bella galanteria. Ritornarono, andarono in una villa, che il conte aveva fatto restaurare duranteil viaggio, e la loro luna di miele tramontò sulle sue vaghe colline. Fu un triste tramonto. Non che l'aria fosse fredda o la trepidazione della tempesta facesse già rabbrividire il giovane paesaggio, ma fu ancora più triste. Il sereno era scialbo, la luna dal colore dell'argento era scesa a quello dello zinco, l'aria aveva una immobilità di morta gora, il paesaggio un'attonitaggine di ebetismo.La noia aveva ucciso quell'amore. Il conte era tornato alle distrazioni di prima, Jela si fermava talvolta a meditare sul piccolo sepolcro della propria felicità senza osare di aprirlo. Era meravigliata del proprio stato. Quindi i motti scettici di Ida le ripassavano per la memoria come improvvise rivelazioni. Spesso le pareva di rivederla trasfigurata dalla passione, come in quella notte fatale piegando Enrico quasi in due nella stretta spasmodica dell'abbraccio, con una pallidezza di spettro e tutto il corpo vibrante sotto quella veste di raso nero, per la quale correvano brividi di luce elettrica. Quindi tornava ad avere paura come la prima notte di matrimonio, quando credeva di sentirsela sempre intorno al letto e si tirava le coperte sulla testa sfuggendo ai baci di Enrico.Poscia le novità del matrimonio, l'attività spensierata del primo viaggio, l'instancabile succedersi di mondi e il tumulto di impressioni, le quali non facevano se non che svanire nella sua anima, l'avevano distratta dai ricordi di quella notte. Ora i ricordi ritornavano più minuti e più precisi. La fanciulla, dopo quel primo abbarbaglio sulla soglia del mondo, cominciava coi begli occhi violetti a coglierne le forme ed i toni. Fu una ricostruzione: rimeditò Ida, la rifece, la comprese per quanto stava in lei,sentì come avesse dovuto fare sopra Enrico una incancellabile impressione, esagerò a sè stessa il valore della sorella. Nell'amarezza dell'umiliazione si negò persino l'incantesimo della propria natura eccezionale, vedendosi in faccia ad una donna senza dubbio meno bella (Jela su questo non aveva davvero molti dubbi) ma incalcolabilmente, misteriosamente più forte cogli uomini e colla vita. Il suo terrore centuplicò colla sua ammirazione; ebbe sogni che erano un intero romanzo, ridicolaggini paurose, che la divertivano.Ma anche questo passò, perchè Jela non poteva nè troppo sentire, nè troppo riflettere. D'altronde l'ingresso nei saloni l'occupò. Fu accolta con festa, adulata, corteggiata, leggermente, senza insistenza, senza affetto. La trattavano ancora da bambina, e nullameno le piacque, giacchè aveva bisogno di piccoli trionfi, come le pianticelle hanno duopo di rugiada. La marchesa di Renzuno l'accompagnò qualche volta, l'accompagnò il marito, l'accompagnò lo zio. Ma adesso ella lo guardava con stupefazione. Che cosa aveva mai questo uomo da possedere pubblicamente Ida senza averla sposata? Ogni qualvolta lo incontrasse, la fantasia la riconduceva sempre in casa di Ida, e vedendoli come ella vedeva il conte Enrico a certi momenti, la naturalezza della cosa l'abbacinava.Tuttavia il mondo di quella galanteria senile e di quel vizio vendereccio le restava chiuso. Una volta, cadendone il discorso, osò chiedergli.—Siete innamorato?—Forse.—Una donna come quella...—Ti piace pure la musica di Offenbach.—Piace anche ad Enrico.—Lo so,—e il vecchio duca aperse le labbra ad uno di quei sorrisi maligni, che indispettivano la fanciulla.—Come siete cattivo!—esclamò alzandosi; ma la sera, quando seppe che Enrico andava qualche volta in casa di Ida, si fece pensierosa. Glielo aveva detto la contessa Bice Guelfi, una antica compagna di convento, maggiore di cinque o sei anni, che viveva assai elegantemente. Jela lo dimandò ad Enrico, egli negò, ella non ardì insistere. Però la domenica seguente, alla passeggiata, il calesse di Ida più ricco del loro, tappezzato di un raso paglino, tratto da due cavalli mezzo sangue, venne sfacciatamente a postarsi loro d'allato nel gran piazzale. Jela era sola con Enrico; fortunatamente, per la folla delle carrozze, non avevano giovanotti agli sportelli.Jela ebbe una vampa di rossore, il conte Enrico aveva impallidito. Tutte le signore delle carrozze vicine, che conoscevano la storia di Ida, stavano così intente nei due sposi, che a Jela sembrava d'intendere i loro propositi. Quello fu un quarto d'ora d'angoscia, male dissimulata da tutti gli sforzi di Enrico per fingere una conversazione, mentre Ida, adagiata in una delle sue pose più sapienti, vestita di velluto nero, pareva non accorgersi nemmeno della loro presenza.Jela ferita nell'orgoglio aristocratico, la sola sua forza, aveva osato lagnarsene collo zio, la sera stessa a pranzo, ma egli si era buttato nei principii democratici per provare il diritto di Ida, canzonando la nipote di quel puritanismo.—Infine l'equipaggio di Ida era il più bello. Ma allora, mia cara, la duchessa Del Giglio, che tu saluticon tanto rispetto, non potrebbe entrare nel piazzale, perchè la sua magra carrozza sai benissimo che gliela mantiene quel vecchio ebreo.—Ma Ida voleva offenderci.—Glielo domanderò; in ogni caso tu non fai altro da mezz'ora: la partita è pari.Jela non rinveniva dalla meraviglia, era tentata di piangere. Da quel giorno s'accorse che scoppiava la lotta, mentre la sua vita cominciava senza un amico o una amica. Fortunatamente la sua timidezza la salvò da confidenze stordite colle signore, che la ricevevano.Quella sera il duca pranzava da lei, però essendovi altri invitati, non fu puntuale.—Mi perdoni, Jela?—esclamò entrando nel salottino dei ritratti.—No.—Fai male. Vengo in questo punto da Ida, che voleva trattenermi a pranzo, ci ritorno.—Ma intanto si cavava i guanti, accomodandosi un riccio della pettinatura nello specchio del camino.—Allora vengo anche io,—interloquì gaiamente il conte Enrico:—Non vedi come Jela è seria? Pranzeremo molto male qui.—Per te staresti peggio laggiù: sei innamorato e non riesci.—Adagio, zio.—Gli è che non vali nulla: non è vero, Jela?—E Ida vale proprio quello che vi costa?—Più.Sulla faccia di Jela passò una nube, il duca la vide come il conte, e ne sorrise. Ma a tavola Ida fu ancora il soggetto della conversazione, accarezzato con una esagerazione crudele, come se entrambi sifossero prima accordati per torturare fino a sangue la povera contessina. Il duca soprattutti era insolente. Nel bisogno di rifarsi sugli altri della vecchiaia attribuitagli prima di possedere quella donna singolare, la sua mordacità non aveva più nè tono, nè misura. Ida gli aveva raccontata, svisandola, la storia di quella notte, quando più curiosa che innamorata aveva voluto spiare come i due sposini si abbraccerebbero e il conte l'aveva sorpresa senza poterla sedurre; quindi egli, battuto recentemente dal conte con una ballerina celebre, per rifarsene lo aveva creduto. Anzi lo conduceva egli stesso da lei, per vederli lottare insieme e andarne sempre Enrico colla peggio. Ida era ogni giorno più implacabile contro lui e contro Jela.Una volta il duca gliene chiese il perchè.—Ditemi dunque perchè voi stesso serbate rancore a quell'adorabile contessina?—Io... siete pazza?Ma Ida lo aveva fissato con tale acutezza, che egli si era confuso, accorgendosi forse per la prima volta della verità di quella cattiva risposta.c256II.Quando il duca entrò nel gabinetto la pendola del camino suonava le undici. Ida era sdraiata sopra una lunga poltrona di raso a scacchi bianchi e neri, colle gambe incrociate e una piccola pantofola, che le si agitava impazientemente fuori della veste. La lumiera della volta, velata di fiori, lasciava nell'ombra l'angolo, dove ella posava innanzi al vecchio maestro, arruffando nervosamente le piume di unparafuoco fatto di un uccello dell'equatore, dalle penne brillantemente colorate e la coda aperta, con un ramoscello di albero fra i piedi.Il maestro volle alzarsi rispettosamente, ma Ida lo rattenne con un'occhiata, quindi accennando al duca, che si avanzava colla mano tesa e il sorriso sulle labbra, di sedersi, seguitò la discussione. Parlavano di Murger. Savelli ne aveva vantato la profonda tenerezza, il sentimento fine fra quelle girandole di motti spiritosi, sotto quell'apparente volgarità di soggetti; ma Ida si ribellava. Per lei Murger non aveva che dello spirito e non sempre buono, il suo sentimento sapeva di lattime, le sue finezze servivano troppo spesso per una scroccheria.—È morto all'ospedale dopo avere inutilmente svestite le proprie piaghe su per le piazze, cercando d'impietosire col lazzo quando le lagrime fallivano; mentre Escousse, un altro boemo, forse con altrettanto ingegno ma con più cuore, piuttosto che scendere a tutte quelle bassezze, eseguite con tanto brio e descritte con abbastanza arte, si è ucciso. Non mi parlate di Murger,—seguitava riscaldandosi;—si può leggerlo, ma non si potrebbe invitarlo a pranzo, a meno di non considerarlo come uno scroccone, del quale si ammira la destrezza della mano e della lingua.—Era povero,—arrischiò timidamente Savelli.—Quando si è poveri e si vuol farsi una gloria o uno scandalo della propria povertà, bisogna vivere come Antistene o come Diogene.—Un poeta!—Perchè scriveva delle poesie! I poeti più che ai versi li riconosco alla vita. Byron, ecco il poeta; ha vissuto come ha scritto, è morto come ha vissuto.Musset, un altro. Un poeta è prima un temperamento, poi un ingegno. Goethe aveva più ingegno di Byron, ma io glielo pospongo. Hugo ha più ingegno di Musset, ma io ammiro Hugo ed amo Musset. Forse il poeta più vero non è quello, che scrive la migliore canzone, ma che commette la più bella follia.—Perfettamente!—interloquì il duca.Savelli, che temeva già di tener testa ad Ida, sentendo il duca approvarla si arrese del tutto, ma la fanciulla gli salvò la ritirata stringendosi improvvisamente col duca, che veniva da teatro. Era stato nel palco di Jela all'ultimo atto dellaDoradi Sardou. Domani sera si rappresenterebbe l'Etrangèredi Dumas. Ida, che voleva assistervi, si volse al maestro, perchè la accompagnasse; egli titubava:—Non è vero che non vi vergognate di me?—Signorina!—esclamò sorridendo.Ma questa domanda avea finito di sconvolgerlo. Malgrado la sua poca abitudine del salone, si accorgeva d'essere d'impaccio in quel gabinetto, fra quei due, ad un'ora così avanzata, egli che non frequentava altra casa e soleva coricarsi alle nove di sera, solo nel suo modesto appartamento alla mercede di una vecchia serva.Gli pareva già di udirla brontolare in cucina. Tutte le sere, che veniva da Ida, bisognava chiedere il permesso, ed era sempre la solita ragione, che glielo faceva ottenere. Ida per mezzo del duca lo aveva fatto nominare direttore di un istituto tecnico con quattrocento lire di stipendio mensile. Questo colpo insperato di fortuna aveva portato alquanto di agiatezza nella vita di Savelli, entusiasmando la serva, umiliata fino allora da quella miseria nei propri talenti culinarii; ma non aveva potuto disarmarla.Per lei la fanciulla era sempre una sfacciata, buona per farsi mantenere dai vecchi, che non innamorava se non dei vecchi; ed egli pure, un vecchio, un professore, si era lasciato prendere come una lasca. E Savelli arrossiva.Sicuramente sapeva di essere troppo vecchio per innamorarsi di Ida, ma la fanciulla d'oggi non somigliava punto a quella di due anni prima, quando meravigliandolo colla forte elettezza della propria natura gli faceva mormorare con mondano rammarico: peccato che non sia bella! Non era bella ancora, nel senso ordinario della parola, anzi a prima vista non destava nemmeno la simpatia delle persone brutte e squisitamente dotate. La sua fronte troppo seria per quella giovinezza, la sua pelle troppo bruna per quel pallore troppo livido, i suoi occhi troppo neri per essere così grandi, il sorriso sempre sprezzante delle sue labbra, impensierivano e repellevano; si considerava forse la sua testa, se ne ammirava la forza, ma non si poteva accarezzarla, e la simpatia non è se non la facilità della carezza. Ma la severa e nel tempo stesso pomposa eleganza del suo lusso attraeva l'attenzione; le sue arie di testa, il suo portamento, la perfezione plastica del corpo, al quale gli abiti così temerarii di rivelazioni andavano pur così bene; la finezza della sua pelle e la finitezza delle sue estremità, le mani nervose come la branca di uno sparviero e nullameno tanto morbide, il piede piccolo e superbamente arcuato come per calpestare tappeti ed affetti; un'alterigia che le evaporava da tutta la persona, e che ella agitava a onde col più leggero de' suoi moti e il più indifferente de' suoi gesti, le davano una vivezza di originalità troppo rara per una donna. Quantunquecortese e raffinata nelle maniere, un profondo disprezzo trapelava da ogni suo atto e da ogni parola; e vi era tanto orgoglio e tanta seduzione nella sua fisonomia, che sarebbesi detto non avesse voluto esser bella per un calcolo audace delle proprie forze.—La bellezza nelle donne è come lo spirito negli uomini: si seduce, ma non si conquista;—ella aveva detto.Infatti era un conquistatore. Nessuna dama era più dama di lei. Avrebbe rinunziato a tutte le altre belle fattezze pur di conservare i piedi e le mani, i capelli e la pelle: il resto se lo traeva dall'anima.Nessuno gliela aveva insegnata, ma appena ricca da poter rivaleggiare colle vere duchesse, aveva subito trovato quella disinvoltura, che non si acquista se non coll'abitudine del comando. Il suo sorriso aveva delle compiacenze da regina, e la sua fronte delle subite rughe da generale, pur restando sempre fanciulla. Spesso un'ombra di malinconia le sfumava gli angoli imperiosi del volto, e il corpo le si illanguidiva in una soavità di abbandono verginale, mentre gli occhi le si velavano e la bocca le si schiudeva come nel solletico di una carezza, che un sogno le facesse sulle labbra prima di svanire nel soffio di un sospiro.Savelli, che in tutta la vita non aveva mai conosciuto una gran signora, fu vivamente impressionato di quella metamorfosi. Malgrado l'onestà della propria morale, a poco a poco dimenticò la falsa posizione di Ida, abituandosi a vederle il duca nell'appartamento, quantunque sapesse che glielo aveva ammobigliato egli medesimo spendendo una somma assurda. Il lusso, l'eleganza, la poesia, che ella davaalla sua nuova ricchezza e che la ricchezza le rendeva, gli furono sorgenti di nuove e squisite sensazioni; di giorno in giorno senti più forte la necessità di quella fanciulla, che gli era rimasta nel cuore come un affettuoso ricordo. La loro amicizia rifiorì quindi come un alicante al sole d'inverno.Ma Ida, che supponendolo assolutamente vecchio lo considerava quasi senza sesso, non aveva scrupolo di riceverlo nel gabinetto della toeletta, persino a letto; aveva per lui delle moine di piccola nipote per il nonno, delle confidenze di fanciulla per la mamma, dei dispotismi di beniamino per il maestro; gli mostrava, gli spiegava, gli offriva tutto il proprio lusso. Ad ogni visita gli presentava un regalo, lo tratteneva a pranzo, lo invitava spesso a tenerle compagnia per il thè, abbandonandosi quindi con lui alle più audaci discussioni filosofiche. Però nelle analisi anche più imprudenti non si erano mai fermati alla posizione di lei col duca, nè all'avvenire, che un altro capriccio o la morte di questi potesse riserbarle.Egli non l'avrebbe osato per tutto l'oro del mondo, ella sembrava non pensarci; poi Savelli ne avrebbe sofferto. Una gelosia sorda gli rendeva disaggradevole il pensiero del duca, un vecchio come lui, senza nessuna buona qualità, ed ancora tanto ricco e felice da possedere donne come Ida. Savelli, che gli doveva quella nomina a direttore, finiva col sentirsi umiliato della sua indifferenza di gran signore per i clienti; ma bastava che Ida sorridesse, perchè il cuore gli tornasse a battere come ai bei tempi, quando studiava in una soffitta sognando una cattedra all'Università e ristorandosi dello studio nelle braccia di una qualche sartina. Le antiche dissolutezze,seppellite nella memoria da lunghi anni, gli risorgevano improvvisamente nella memoria, come se la morte le avesse colpite nell'ora più felice della loro primavera; si sentiva gli sguardi lucenti, alzava la fronte nell'antico orgoglio dei capelli neri, senza ricordarsi più di nulla, quasi avesse finalmente realizzato il sogno di tante notti insonni, essere l'amante di una gran signora.Ma ciò gli accadeva quasi sempre nel gabinetto di Ida. Era un salottino buio come un antro, tappezzato di un damasco a foglie marine di mille colori verdognoli, che ne venavano il fondo, dandogli l'apparenza di un letto di mare, nel quale i riverberi della seta si accendessero qua e là come i riverberi dell'acqua alla luce del cielo. Il cortinaggio della finestra, doppio e panneggiato, non lasciava passare che un lume incerto sui pochi mobili di ebano, senza che nè un vaso o uno specchio potessero turbare con stridenti chiarori o con importune fosforescenze quel silenzio azzurro-cupo.Ella vi restava sdraiata lunghe ore sull'ottomana prendendo un bagno di tenebre. Nessun oggetto poteva frammischiarsi a' suoi sogni: il tappeto era torbido come le pareti, la volta si distingueva appena. Savelli non vi entrava mai senza un fremito, come penetrando nell'ignoto delizioso di tutti i romanzi mal fantasticati nella gioventù. L'ombra aveva un tepore di meriggio primaverile e grandiosità notturne; dagli angoli del gabinetto, che parevano prolungarsi nel buio, si muovevano pericoli sonnacchiosi, mostruosità buie e vellutate; i mobili neri avevano un'immobilità, una nudità sinistra, come preoccupati di custodire i secreti della padrona, della quale non serbavano il più piccolo vestigio.La prima volta, che vi fu ammesso, Savelli si ricordò del pranzo di Diocleziano colle corone di cipresso e gli apparati neri, scherzo di una imperiale ferocia, che lo aveva tanto divertito leggendolo la prima volta. Egli vedeva una massa, più bruna e lunga, schiacciata sul tappeto, rischiarata dalla pallida bianchezza del volto: si appressava, Ida gli tendeva mollemente la mano e chiacchieravano.Caso civetteria, Ida aveva sempre delle pose seduttrici, delle temerità negligenti, che sembravano provocazioni.Talora incantandosi in un pensiero, sospirava languidamente o si stirava le braccia. Savelli se ne accorgeva, seduto sempre sulla stessa poltrona, guardandosi attorno nella preoccupazione di quel buio, che pareva farsi mano mano più fosco e tremare di un palpito prepotente. Un odore di seta, un umidore di bagno, una caldezza di alcova piena di atomi frizzanti e di polveri pollinee gli irritava tutti i sensi.Non avrebbe saputo dirlo egli medesimo, vergognandosi di analizzare ciò che provava, ma a poco a poco cessava di rispondere, come assopito in quell'olezzo leggero e diffuso come di prati falciati. Una lassitudine voluttuosa lo prendeva; si affondava in tutte quelle morbidezze, i piedi sul tappeto, il corpo sulla poltrona, gli occhi in quel crepuscolo. Ida sembrava dentro un bagno di rasi odorosi come tante foglie di fiori, del quale la ottomana fosse la tinozza. Egli le stava presso: non aveva se non ad allungare la mano e a tuffarvi dentro una carezza per dividerlo. Un'inquietudine trepidante di dolcezze gli saliva dalla coscienza; il cortinaggio della finestra apriva l'ombra del gabinetto con un chiarorecalmo, una discrezione piena di lusinghe cortigiane; la punta di un mobile in un angolo frenava a stento un sorriso.Tutto quel gabinetto non era che una cornice di Ida; ella lo riempiva, lo spiegava. I mobili erano neri come le sue vesti, la luce pallida come il suo volto; le stesse tenebre, lo stesso arcano della sua vita, un raccoglimento delizioso e sinistro, un lusso severo e romantico. Ella lo aveva creato traendolo da sè medesima, come altra volta si adattava le mode e si cuciva le vesti; giacchè il duca non vi appariva più del tappezziere.Un giorno, che il cielo era nebbioso e l'aria tepida, il maestro stava con Ida. La fanciulla lunga distesa sulla poltrona, colla testa appoggiata ad un cuscino e i capelli disciolti, che le si ammucchiavano sul tappeto, aveva preso allora allora un bagno caldo e ne assaporava, colla quiete dei grandi raffinati, il rilassamento snervato. Non fumava, non aveva fatti due gesti in mezz'ora. Savelli, seduto sopra unpouffa capo della sua poltrona, le stava sopra col volto. Si era rasa poco prima la barba e spartiti accuratamente i capelli bianchi sulla fronte, ma il suo viso era ancora così fresco che i capelli parevano incipriati come quelli di un ritratto antico. Era malinconico.Non si udiva che la calda respirazione del calorifero nascosto, rotta a volta a volta come dal soffio di un respiro o da un bollore di serra, che passavano sopra l'ottomana della fanciulla e sulla fronte di Savelli inumidendogliela. Due volte egli si era portato la mano al capo con un gesto nervoso, poi glielo aveva appressato ancora più, abbassandolo, così che avrebbe potuto darle un bacio sui capelli.La ottomana aveva ingoiato tutto il corpo di Ida, l'ombra addossatavisi aveva divorato tutto il corpo di Savelli: non restavano che le due facce.Savelli, una mano sulla spalliera della poltrona, le prese una ciocca di capelli, esaminandone, con quell'attonitaggine che pare il morto irrigidimento di una attenzione troppo prolungata, i fili radi, di una finezza di seta, quasi crepitanti fra le dita. Quindi si ricordò improvvisamente senza saper come il proverbio contadino: «regge più un pelo di donna che un canapo da carro», che egli aveva tante volte ripetuto al caso di qualche follia amorosa colla bonomia leggermente ironica dei vecchi saggi, senza accorgersi che quel ricordo era forse l'ultimo avviso della coscienza. L'odore della donna lo aveva ubbriacato. Ella non faceva un moto.Forse la lassitudine del bagno, apprendendosele all'anima, gliene assopiva gl'istinti gagliardi e i fieri sentimenti. Si sentiva prostrata. Quel raccoglimento quasi di cappella e quel calore del gabinetto senza un fiore, uno specchio, un ricordo, una speranza di uomo, che ella si era composto in un giorno di orgoglio intellettuale per sottrarsi a tutto il mondo e sognare, le dava le lubriche mansuetudini, gl'incerti desiderii della notte a letto, nel silenzio della penombra, quando le vesti caddero dal corpo come i disegni e le preoccupazioni dallo spirito, e le due nudità si sdraiano in un morbido impudore. Le pareva di annegare nella ottomana come in una gora di raso tiepido, che le si apriva sotto con un romorio di fremiti accarezzandole le carni, fasciandola come in una grande moina dalla radice del collo ai piedi sporgenti asciutti sul tappeto.La poltrona, larga quanto un lettino e quasilunga altrettanto, le si abbassava con una curva sapiente sotto il dosso, rialzandolesi al capo con una mollezza di guanciale.Ida alzò gli occhi e sorprese Savelli, che le guardava il seno.La fanciulla ebbe un palpito.—Perchè tacete?—gli domandò colla sua voce più dolce.Savelli non rispose, tornò ad arrossire; poi levandosi come chi prenda una risoluzione, rimase ancora colla mano appoggiata sulla spalliera.Ella non disse altro. Savelli, che aspettava una parola, interdetto da quel silenzio si smarrì di nuovo.—Dovrei andarmene,—balbettò.—Dovrei...—ripetè, con sorriso fine ma indolente.—Anzi me ne vado,—e staccando la mano, cercò cogli occhi il cappello, lo vide sopra una poltroncina, fece un passo per prenderlo. Era agitato, tremava; una confusione di scolaro lo rendeva quasi compassionevole. S'abbottonò il vecchio soprabito, e allora, come se si fosse chiuso nella corazza, si sentì meno debole. Tuttavia le parole non gli venivano, era orribilmente imbarazzato per andarsene.—Eccovi la mano,—gli disse Ida, che seguiva sempre colla stessa aria quella manovra.Egli la prese infatti, ma Ida gliela strinse tirandolo a seder sulla sponda della propria poltrona:—Cosa fate?—egli chiese smarrito.—Sedete.Savelli era rimasto colla mano della fanciulla nella mano all'altezza del petto, seduto, scivolandole verso il grembo della sponda della poltrona duramente imbottita. Una fiamma gli imporporò il viso.—Lo so,—mormorò la fanciulla lentamente; poi raddolcendosi ancora ed appressandogli il capo di un dito:—Perchè non mi baciate la mano? Preferite la faccia? Se non è che questo...Egli ebbe un gesto perduto, abbassò gli occhi, si guardò il cappello, vergognoso di essere scoperto, ed impacciato ancora più da quel tono di tiepida affettuosità, che gli andava al cuore. Ida aveva una bontà quasi materna, una mitezza di vergine, che vela l'invito col sorriso, quasi per renderlo più facile con tale suprema delicatezza. Il pallore le si era fatto più opaco, e la mano nella sua mano gliela premeva con un crescendo insensibile.—Perchè no? Siete il solo che mi ami per me. Una volta non vi piacevo, eppure mi volevate bene lo stesso; e se oggi...—e i suoi occhi ebbero un sorriso di soave malizia.—Ebbene tanto meglio, o tanto peggio: io valgo bene un'altra, e voi valete certamente il...Stava per dire il duca, ma un pudore improvviso la rattenne in quell'invito brutale, poichè le parve un'insolenza per Savelli legare con un confronto quei due vecchi e quei due amori così dissimili. Quindi riprese concitata:—Non l'avrei mai creduto, ma voi non siete un uomo come gli altri. Forse l'essere professore di storia ha servito a rendervi così buono. Guardando la vita dall'alto, ne avete perduto le passioni nella curiosità dello spettacolo; fors'anche la bontà di un genio (voi sostenete che il vero genio è sempre buono) dipende dall'indifferenza della sua volontà e dalla socievolezza del suo istinto. Che importa? L'essere buono sarà sempre una grande attrattiva,perchè è una grande originalità, e voi lo siete, mio caro maestro. Vi ricordate quando venivo a scuola? Allora non avremmo previsto di trovarci qui. Io aveva la febbre di tutti i sogni, voi mi guardavate con una passione malinconica di esperienza. Io lo aveva indovinato. Forse avevate ragione, ma potreste anche un giorno aver torto, perchè una battaglia perduta non decide sempre della guerra.E la sua voce vibrò nel pronunciare queste ultime parole. Gli appressò ancora la testa, agitandola sulla spalliera. Savelli, che aveva sdrucciolato nuovamente sul pendio della poltrona e si sentiva un fianco grasso, caldo, della fanciulla contro l'anca, dovette reggersi con isforzo sulla gamba sinistra per non caderle letteralmente addosso.La fanciulla scottava. Poi alzò pigramente un braccio, si volse, se lo passò sotto il capo a guanciale, ed allungandosi come sul letto, dal proprio canto, colle pupille velate, ebbe due o tre moti di sonnolenza. Savelli scivolò del tutto.Le aveva quasi un gomito sul seno.—Non ho che voi a volermi bene:—ella ripetè; quindi ripigliando l'immagine dell'ultima frase, proseguì:—À la guerre comme à la guerre.Tutto è provvisorio quando la vita è incerta o una vittoria può mutare il soldato più che la morte stessa. Non vi è più differenza tra un granatiere e Napoleone, che tra un granatiere vivo e un granatiere morto? Si bivacca, si uccide, si ama dappertutto. Si saccheggia oggi per essere derubato domani, si stringe una mano come un fucile, si agguanta un cavallo come una donna. Anche noi siamo in guerra, non è vero? Voi siete un uomo, io sono una donna, mase foste un giovane non sareste più nulla per me. Così sì. Non arrossite, mio caro maestro. Un giovane vorrebbe strappare invece di accettare, avrebbe delle pretese, tutte le pose romantiche ed insopportabili. E tutto questo perchè? Per una ignobile commedia, che non c'ingannerebbe nessuno dei due. Mi desiderate? prendetemi: potrete aver l'orgoglio di essere il solo, al quale...—e senza finire la frase agitò ancora la testa e chiuse gli occhi.Savelli la guardò di furto; era ancora rosso, ma quelle ultime parole lo avevano rimesso.Ella non gli serrava più la mano, abbandonata. Una seduzione insistente esalava da quella donna ravvolta in una veste di raso, sopra una poltrona di raso, nel torpore di un lungo desiderio, che le socchiudeva gli occhi lasciandole la bocca aperta. Il seno quasi nudo sotto quell'abito, che lo guantava, le batteva con una respirazione forte ma calma, come la faccia, che pareva addormentata sotto un sorriso. Evidentemente la fanciulla non aveva preoccupazioni. Savelli lo comprese di un tratto, e quell'abbandono di ogni difesa lo umiliò profondamente, come un calcolo pietoso della fanciulla per non fargli sentire d'esser vecchio e dargli tutto il tempo di preparare in sè stesso le energie dell'assalto. Fu un tumulto, ventoso, di un istante: il calore dello scirocco si abbassò, le nebbie si sciolsero, il volto gli si imbiancò come i capelli.Si alzò.—Me ne vado,—disse, tendendole la mano.Ella rimase sopra pensieri: Savelli in piedi era diventato anche più freddo. La reazione lo gelava, quantunque in fondo al cuore qualche fiamma gli tremasse ancora e un rombo di sibili gli passasseall'orecchio; ma la ragione aveva preso il sopravvento. Si accorgeva di essere sfuggito a un grande pericolo.—Avete ragione,—mormorò Ida stringendogli la mano:—sarebbe stata una disgrazia per voi; ma però ricordatevene sempre come della mia più grande prova di affetto.Savelli ebbe uno slancio di orgoglio, salutò volgendosi per uscire con un passo più elastico, quasi per mostrarle di non essere poi vecchio; ma sulla porta ella lo richiamò.—Venite qui... più vicino,—disse, tendendogli la fronte,—datemi un bacio paterno.Egli le si chinò, sorridendo amorevolmente, sulla fronte, e la baciò.—Adesso eccovi sicuro; addio, papà.Savelli si fermò meravigliato, indi comprese. Soffocò con una stretta il suo ultimo orgoglio, che in quell'ultimo bacio aveva voluto vedere un dispetto di donna, e partì tutto commosso. Ida era rimasta sulla poltrona; la profonda ruga verticale le apriva la fronte.—È strano!—sussurrò,—il secondo uomo che mi rifiuta.La sera, quando Savelli ritornò coll'aria splendente, Ida lo accolse come se nulla fosse mai stato tra di loro; ma egli, che non poteva capire quella suprema indifferenza e sperava di riparlarle del mattino per soccombere ad una nuova tentazione, rimase scombussolato. Due o tre volte fu sul punto di cimentarsi con qualche scappata contro quell'amabile superba, senonchè ebbe sempre paura e finì col ritirarsi più presto del solito. Ida insistè leggermente, poi lo lasciò andare. Poco dopo entròil duca. Era ilare. Le raccontò che Laura, la mantenuta del prefetto, era scappata con un impiegato di prefettura, e che quegli infuriato li aveva fatti arrestare. Alclubnon si parlava d'altro. Il prefetto domani sarebbe la favola della città.—Se fosse vivo Diogene!—A proposito di che?—Non avete mai letto il suo magnifico dialogo, conservatoci da Dione, sopra un caso consimile?Il duca, che non s'aspettava questa doccia fredda di erudizione, sentì smorzarsi il proprio entusiasmo novellistico. Ida era seduta indifferentemente al tavolo col mazzo delle carte in mano: aveva incominciato un solitario.—Sai che cosa si diceva alclub?Ella non si volse nemmeno.—Che io sono fortunato.—Perchè?—Perchè tu non mi tradisci.Ida si strinse nelle spalle con bonomia.—Era il principe di Atella che diceva questo?—Precisamente.—Mio Dio! è così sciocco!—Lo diceva con Lovito.—Quello almeno è un bell'uomo; peccato che lo sappia troppo e si renda uggioso. Quando mi faceva quella corte spietata, aveva l'aria che io dovessi ammirarlo.—Sei la donna più onesta della città,—proseguì il duca.—È ancora il principe o Lovito che lo dice?—Sono io.—Avete ragione.Egli fu scosso da quella risposta e più dal suotono di semplicità. Ida ne sembrava così perfettamente convinta da non avere nemmeno sorpreso la ironia da lui messa nel complimento per una di quelle contraddizioni frequenti nei libertini, i quali in fondo alla coscienza non ammettono altra moralità che la borghese ed altra virtù che la legale.—Sei singolare!—Perchè sono onesta? E voi siete uno sciocco credendo che io lo faccia per voi. Una mantenuta dev'esserlo: è l'unica originalità, che le sia permessa. Gli scandali scadono di diritto alle signore, che sole vi arrischiano qualche cosa. Sposatemi e vedrete.Il duca ammutolì.—Intanto favorite di andarvene: mi avete seccato.—Ida!—Mi volete dunque costringere a scappare come la povera Laura? Buona notte, mio caro; domani v'invito a pranzo. Ho Savelli, non mancate,—gli disse voltandogli le spalle, senza preoccuparsi punto del suo viso confuso e collerico.Ma il duca aveva l'abitudine di quei cattivi trattamenti. Erano poche le sere che Ida lo ricevesse di buon umore e gli permettesse di passare la notte nel proprio appartamento, perchè ella aveva subito compreso come per dominarlo bisognasse torgli ogni supremazia morale. Con un'abile manovra, e stringendolo sempre nel dilemma o di tacere subendo, o rispondere brutalmente (ed egli sapeva che Ida lo avrebbe piantato con quella audace indifferenza dell'avvenire mille volte provata), gli aveva tolto il coraggio della più piccola rimostranza. Come accade spesso a coloro, che sposano la propria serva, egli era lo schiavo della propria mantenuta; ma Ida aveva iltatto di non spingere troppo oltre la tirannia, e in faccia ad altri affettava talora una sommissione piena di blandizie, la quale gli lusingava tutti gl'istinti di uomo e di signore. Poi lo aveva persuaso di non ingannarlo. Il duca, che piegava sempre sotto la sua volontà, si era fatta un'idea bizzarra della forza di quella donna, nella quale sentiva qualche cosa di terribile, una risoluzione, un dramma nascosto, che la rendeva inaccessibile a tutte le debolezze delle sue pari. Questa stranezza di apparenza teatrale metteva come un'acrità di mostarda nel sapore carnale della loro relazione.Gli pareva di non amarla; infatti cogli amici, alclub, e col nipote parlava di Ida come di una delle sue tante mantenute; ma diceva: è l'ultima; e questa parola involontaria gli gelava spesso il sorriso libertino sulle labbra. Quella donna era diventata l'imperioso, il vitale bisogno della sua vecchiaia, giacchè lo divertiva, lo esaltava, lo rifaceva giovane con un solo gesto, con una risposta impreveduta. Ma vi era dell'astuzia in quella magia, perchè, bistrattandolo come amico, non gli faceva mai sentire di essere vecchio; quindi dopo averlo schiacciato colla superiorità dell'ingegno o del carattere, fingeva poi di soccombere nelle sue braccia, soffocata dal suo vigore di maschio, inebriata dal suo dispotismo di uomo. Ella che lo avrebbe scagliato nella parete colla stessa forza della Brunhilde deiNibelungi, aveva allora delle umiltà trepidanti, dei rispetti di bambina e di schiava: era sfinita, dimandava grazia col corpo scultoreamente estenuato, lo sguardo velato e nullameno aperto ad una riconoscenza piena di ammirazione. Il duca che si sentiva abbagliare dalla morbida bianchezza di quel corpo, con tutti i profumi chegli entravano nelle carni, perdeva l'ultimo senso della realtà nella luce crepuscolare di quello sguardo. Amava quella donna, si ammirava col petto gonfio di orgoglio e il volto illuminato da un riverbero interiore, che sembrava verniciargli la precoce decrepitezza.Quelle notti non ritornava al palazzo che verso le quattro o le cinque del mattino; ma nel giorno Ida non era più quella, non si ricordava più di nulla, aveva un sarcasmo per ogni allusione, una indifferenza altera, che gli frustava a sangue desiderii e ricordi. Così la loro relazione sembrava sempre al principio; Ida vi manteneva tutta l'etichetta di una gran signora, il duca ne soffriva qualche volta nei capricci di libertinaggio, ma in fondo n'era contento ed ammirava. Il linguaggio di Ida, troppo letterario per una donna, aveva la duttile castigatezza del salone; l'oscenità poteva entrarvi solo colla eleganza del tono e la superiorità della frase: ella, che ne aveva fatto un lungo studio, gli prestava sovente i motti temerari per i saloni, dove erano accolti colla più gaia cortesia e una meraviglia d'inaspettato. Se il duca non fosse stato duca e non avesse avuto forte sentimento della propria posizione sociale, sarebbe caduto piedi e mani legato dinanzi a quella fanciulla; ma ciò bastava a permettergli quella noncuranza spavalda parlando di Ida, e spiegava forse le subitanee e paurose tristezze di lei.Quella sera il duca, che entrava allegrissimo, alla vista di Savelli si era subito agghiacciato. Istintivamente egli detestava quel vecchio pedante, il quale aveva passata la vita a fare il maestro per guadagnarsi da vivere, e gli si trovava continuamente fra i piedi nell'appartamento di Ida. Savelliaveva tutti i capelli bianchi, mentre il duca, più vecchio, li aveva invece tinti di nero. Poi la soggezione delle sue maniere, che egli giudicava servili, e la protezione di Ida, nella quale egli cercava delle intenzioni umilianti, glielo rendevano anche più antipatico.—A proposito: vi ho mostrato lo stemma che metterò sulla mia carrozza?—disse Ida d'improvviso.—L'ho pensato questa notte. Un morione, scudo nero, in mezzo un braccio con una fiaccola, e sotto questo motto:N. I. L.—Un motto nichilista.—Internazionalista anche.N. I. L.; leggete:Noctu, Ignis, Lux.—Uno val l'altro,—disse il duca.—Non esattamente, ma si fondono: il motto della disperazione suicida e della disperazione omicida; convenite che è almeno bello quanto il vostro:Tarde sed tuto, che pare trovato per una diligenza di villaggio.Savelli non potè a meno di sorridere, il duca arrossì leggermente. Così trascorse una grossa mezz'ora, durante la quale Savelli ascoltò due volte suonare la pendola, accompagnandone i rintocchi con una cadenza intontita e pensando alla serva, che lo aspettava addormentata in cucina.Finalmente il valletto annunziò il conte Alidosi.—Vi siete fatto aspettare,—ella gli disse colla voce più carezzevole.Egli s'inchinò al complimento, strinse volgendosi la mano al duca e a Savelli, e le sedette vicino sopra una poltrona. Era sempre così biondo e così bello. Ripetè una delle mille insignificanti conversazioni per le signore, profumandola con tutte le piccoleattenzioni, le amabilità effimere del gesto e della voce, per farsi più bello colla perfetta manovra di un uomo abituato al salone. Ida accettava, il duca con un sorriso velato gettava qualche parola nel loro discorso, Savelli si era ancora più rincantucciato. Il conte, che sapeva chiacchierare e quella sera era in vena, trovava dei frizzi, dei doppi sensi, che scattavano come giocattoli, sempre più lusingato dall'attenzione della fanciulla sospesa ai suoi occhi.Ad un tratto questa lo interruppe:—È orribile! Essere arrivata a quarant'anni senz'amanti ed incontrarsi in un geloso, che vi ammazza.—Infine lo ha avuto: può ringraziare la provvidenza.—La provvidenza ha delle ironie formidabili,—esclamò la fanciulla, che si era alzata nervosamente.—La provvidenza, che rende cieco Galileo e sordo Beethoven, che ispira ai missionari il coraggio apostolico per scoprire i selvaggi e manda poi sulle loro orme i soldati che li spodestano e li distruggono! Ironia per il catecumeno ed il catechista: non è vero, Savelli?Ma senza dargli tempo di rispondere gli andò incontro.—Siete stanco: aspettate, adesso vi libero.—Duca,—lo chiamò:—la trottata di questa mattina mi ha affranto; mi corico presto, perchè ho bisogno di montare a cavallo per rimettermi in esercizio. Se volete v'invito ad ammirarmi; non voi, Savelli: voi farete qualche cosa di meglio, mio caro maestro, farete scuola, e non farete più un'altra allieva come Ida. Voi, duca, dovreste accompagnarmi in carrozza: intanto, giacchè l'avete alla porta, riconducete Savelli.—Signor duca, io non permetterò mai...—È inutile, poichè sono io che ordino: andatevene, siate buono. È tardi, Savelli abita lontano. Datemi un bacio sulla fronte.A queste parole, pronunciate meno bruscamente, il conte si rivolse.—Badate, uno solo,—ella seguitò sorridendo.—Sì, uno per tutti e tutti per uno, la mia divisa.Il conte vide lo zio chinarsi compostamente sulla faccia della fanciulla e stamparvi un bacio. Un sorriso di scherno gli contorse le labbra, si avvicinò al loro gruppo. Il duca gli strinse la mano.—Ti lascio in buona compagnia,—disse, restituendogli un altro sorriso non meno ironico, e:—Sono tuo zio!—mormorò a bassa voce.—Dubitereste?Il duca guardò Ida, poi fissandolo sicuramente rispose:—No.Savelli, che si era chinato per prendere la canna, fece un ultimo inchino, la fanciulla gli strinse ancora la mano, scambiò un'occhiata languida col duca e, scuotendo mollemente la testa in segno di stanchezza, sembrò rattenerlo ancora un istante. Il duca sentì quella morbida resistenza.—Addio, Enrico.Questi non rispose. Si era seduto famigliarmente sul divano, dissimulando a stento il malumore.Savelli e il duca uscirono. Ida gironzò qualche secondo per il salotto, finalmente gli si fermò di contro.—Mi sembrate annoiato, caro conte.—Con voi?!Ella sorrise e, sedendogli presso, appoggiò la testa alla spalliera del divano.—Allora,—proseguì guardandolo fra le palpebre socchiuse,—il bacio del duca vi ha messo di malumore.—Perchè dovrei inquietarmi? non so forse...—Non sapete gran cosa; ma potreste confessarlo, poichè sapete benissimo che non tengo alla vostra gelosia. La osservo. È un fenomeno poco studiato la gelosia di un uomo, che ama, sa di essere amato, e che sarà sempre respinto. Che m'importa se siete geloso? Io non sono cattiva, so di essere amata e mi basta. Il mio trionfo è pieno.—Non del tutto, se mi amate voi stessa.Ella parve raccogliersi a questa obbiezione, forse più profonda che il conte non credesse, aprì gli occhi, ma chiudendoli subito dopo come per velarne la espressione, mormorò:—È vero.Il conte sentì la propria irritazione crescere fino alla collera. Ida gli confessava forse per la centesima volta di amarlo, con quell'accento stentato di una confessione che gli faceva battere il cuore d'una inutile speranza. Egli fremeva, si arrovellava contro un ostacolo infrangibile, la volontà di quella donna, che un giorno gli aveva detto piangendo:—Vi amo, ma non mi avrete mai.Quel «mai» se lo trovava sempre tra i piedi, nel presente, nel passato, nell'avvenire. Era come un cerchio che gli rinserrava la vita, una montagna sorta d'incanto e che gli sbarrava l'orizzonte, sulla cima della quale sedeva quella donna atteggiata di un sentimento fantastico a guardarlo con una ostinazione di amore impossibile. Invano egli le aveva fatto tutte le proposte, offerto tutte le follie, altero, supplichevole, geloso, civettuolo, studiando tutti gli aditi delsuo cuore, tutti gli spalti della sua mente, giacchè ad ogni porta, ad ogni fessura, ad ogni feritoia trovava sempre quel sorriso languido, quello sguardo appassionato, che lo respingeva con una carezza. Quindi egli vi si incaponiva colla testardaggine del desiderio rinvigorito dalla umiliazione e dalla vanità di altri trionfi, sperando che Ida, innamorata da gran tempo e per lui solo buttatasi allo sbaraglio di una vita infame, un giorno o l'altro gli cadrebbe sfinita di resistenza e di bramosia fra le braccia. Ma s'ingannava, se ne accorgeva, e s'indispettiva inutilmente. Dal primo giorno la fanciulla non aveva mutato contegno. Aveva accolta la prima e l'ultima dichiarazione d'amore colla stessa franchezza, quasi con riconoscenza, ma dall'alto di una superiorità intellettuale e di una suprema decisione: no.—Allora, perchè mi amate?—Lo so io forse? Siete bello fino all'assurdo, probabilmente sarà per questo.—Ida!Ella gli tese la mano.—Siate ragionevole: conoscete bene che è impossibile. Alla vostra vanità dovrebbe bastare che io, sprezzantemente respinta, in ginocchioni davanti a voi, scacciata da una casa dove ero stata accolta come una sorella, vi ami al punto di dovervelo confessare, a voi che mi avete rovinata. Se non vi avessi incontrato, a quest'ora invece di essere la mantenuta del duca di Rivola, sarei forse una direttrice celebre nei giornali per il suo ingegno, con una posizione netta nella società e un avvenire sicuro ed onorevole. Voi avete su di me un grande vantaggio.Egli alzò le spalle.—Io non ho che il mio no, l'ultimo brano di ragione, col quale mi sono armata la volontà contro di voi, che vi umilia un pochino nella vostra superbia di donnaiuolo, ma non áltera punto la vostra vita. Invece voi dominate la mia: vi siete trovato al suo principio, e tutto quello che mi accade è una vostra conseguenza.Ida si alzò, pareva agitata da quell'analisi dolorosa della propria vita. Andò a un piccolo tavolo da fumare, ricco e bizzarro nel disegno, ne prese due grossi sigari d'Avana, ne accese uno alla candela, stracciandone quasi con rabbia la punta fra i denti, e ritornò a presentargli l'altro.—Non parliamone più, sarà meglio per ambedue.—Come sta Jela? Non me ne avete ancora dato nuove, cattivo marito.—Colpa vostra.—Ancora?—Ancora e sempre. Non volete dunque accettare?—Ma parlate sul serio?—Avete torto.—Ho ragione e vi compatisco, perchè vi so debole di testa. Essere la vostra mantenuta! E con che mi manterreste voi?—seguitava con accento nervoso e una fiamma gialla in fondo alle pupille, che le vibrava a quando a quando come una lingua di serpente:—voi che siete più povero di me! Il duca ve lo avrà detto, perchè se ne vanta: non siamo insieme da un anno, e gli ho già speso centocinquanta mila lire. Io amo il lusso; è la mia aristocrazia, la mia vita, io che ho perduto tutte le altre dignità e sono uscita dall'ambiente sociale. Che importa? Molti grandi furono gettati dalla tempesta sul marginedella società, e seppero rientrarvi più violenti della tempesta. Voi siete povero, la vostra ricchezza è la dote di Jela. Intenderete benissimo che io amo Jela, la mia sorella di latte, che mi ha salvato un giorno dalla fame, e non voglio renderla infelice rubandole quelle ricchezze, che mi ha mille volte offerte con una generosità, che voi non capirete mai.Il conte, pallido di umiliazione, non ebbe il coraggio di una risposta, gettò lungi lo zigaro, abbassò il capo. Avrebbe pianto come un fanciullo, se non se ne fosse vergognato. La inesorabilità di quella logica lo spezzava; ma Ida, dolente di averlo afflitto, mutò dolcemente la voce:—Non vi basta, Enrico, di essere il mio amante?—Così no.—Mi amate dunque molto?—Al punto di diventare uno sciocco.—La cosa non è molto difficile,—ribattè con sarcasmo feroce, contemplando quella sua aria sconcertata.—Gli uomini,—aggiunse, ritornando al tuono lusinghevole di prima,—non sanno amare senza commettere scempiaggini. Amatemi come vi amo io, in fondo al cuore: vi ci ho seppellito sotto un mucchio di rose e non vado a cercarvi se non quando sono ben sola. Che importa se voi non siete con me? Ci siete egualmente e più bello di adesso. Passo con voi delle lunghe ore che mi sfiniscono, vi mangio con una avidità di poeta e di donna, che hanno raffinato le loro due delicatezze per una di quelle voluttà, alle quali si finisce sempre per soccombere, quando non se ne impazzisce. Perchè mai siete così bello?—Davvero?—non potè a meno di rispondere, riscaldato dal calore di quella passione ed avanzandosi verso di lei per prenderle una mano.—È la sola giustificazione della mia insensatezza: dovrei odiarvi, e vi amo.La figura del conte si illuminò. Indovinava in quella scena un calcolo di umiliarlo, straziandolo colla povertà e fingendo di amare Jela, mentre forse la odiava con tutto l'accanimento di una popolana arricchita provvisoriamente dai disordini disonoranti della propria vita; ma non si poteva frenare. Gli occhi e le parole di quella donna lo trascinavano. Come un fiore strappato dal vento, avvolto nelle carezze del sole, nella confusione di una polvere ardente, egli si alzava leggiero e sbattuto, lacerato e felice, incoronandosi di quella luce che lo accecava, lasciandosi straziare da quella donna, che non giungeva ad odiarlo e, se non fosse stato l'orgoglio di una rivincita, gli avrebbe strisciato ai piedi leccandoglieli come un cane. Le prese tutte e due le mani e, stringendogliele con forza, finse di volerla ricondurre sul divano. La sua bella testa, bionda come quella di una fata, aveva un'espressione quasi pura, illuminata dalla luce turchina degli occhi, di una soavità fantastica. Ella l'avvertì, gli guardò il collo dolce come quello di una donna e più bianco della camicia.—No.—Datemi un bacio.Egli insistette, ella negò, egli lo ridimandò ostinandosi invano, supplicando, ella rispondendo sempre di no col sorriso ed una fiamma negli occhi, che le divampava tratto tratto sempre più grande, vibrando con tutto il corpo quando egli le appressava il volto. Stettero così forse cinque minuti, egli non si stancava: la pendola suonò.—All'ultimo tocco me lo darete.—No.—Vendetemelo dunque,—gridò con uno scoppio d'irritazione.—Non siete abbastanza ricco per comprarlo; poi io sono come Diogene: mi si può pagare, ma non mi vendo.Egli aprì le mani.—Non siete ragionevole, Enrico. Un bacio! non ve lo do, mi perderei. La mia volontà ne resterebbe ubbriaca, e allora addio famosa risoluzione. Ad un altro uomo forse più bello, ma diversamente bello, a Buondelmonti... glielo darei un bacio, glielo venderei, per servirmi della vostra parola cortese: a voi no.—A Buondelmonti non glielo vendereste certo un bacio,—ripetè colla sua stizza di femmina.—Forse perchè egli pure non potrebbe pagarmelo? È povero?—Più di me,—e un'ironia mista di amarezza gl'increspava le labbra.—Conosco questo sorriso: sapete qualche cosa su Buondelmonti, o fingete saperlo.—Sì, fingo.—Perchè siete geloso. È bello quanto voi.Egli scosse sprezzantemente il capo.—Provatevi dunque a vendergli un bacio.—È inutile, glieli regalo,—rispose tranquillamente.—Buondelmonti è dunque il vostro amante?—Forse: perchè non vi voglio, non è una buona ragione per non accettare un altro. È bello, intelligente, un nobile carattere.Il conte era impallidito a quella confessione: per un momento vacillò. Egli aveva per Buondelmontil'antipatia di un efebo depravato in paggio per il gigante guerriero, ma rattenuta dalla paura. Dubitò, poi l'ira del dispetto rendendolo meno guardingo, si raddrizzò con una grazia sinistra di serpente e le vibrò una occhiata di sfida. Ida per irritarlo doppiamente finse di non gli badare, quindi alzandogli gli occhi in viso con una di quelle occhiate di ammirazione compassionevole, parve dirgli:—Povero ragazzo!—Vendetegli un bacio!—egli ripetè con voce stridula.—Giacchè ci tenete, lo farò.—Mi farete vedere il prezzo.—Sarà difficile, poichè me lo pagherà con un altro.—Difatti, non ha altri capitali, ma ne vive bene.Ella comprese:—Voi dite una viltà, non vi credo.—Se ne avessi la prova?—Non l'avete. Siete vile come un fanciullo e calunniatore come una donna.A queste nuove sferzate il conte s'impennò. La violenza di Ida nel difendere Buondelmonti, che egli temeva davvero il suo amante, lo accecava.—Le donne non calunniano sempre. Potrei mostrarvi una lettera della contessa Ceri, che gli ha pagato il suo ultimo cavallo, quello stupendo morello, che gli avete visto oggi.—Infamie di donna: Buondelmonti ha dovuto battersi ed abbandonarla, ed ella se ne vendica.—Voi credete al carattere nobile di Buondelmonti?—Voi siete suo amico.—Ma non ho voluto servirgli da padrino.—Lo eravate di Villani.—E me gli ero offerto per non essere di Buondelmonti.—Perchè dunque salutate quell'uomo e non lo smascherate alclub, mio buon gentiluomo senza macchia e senza paura? Mostratemi quella lettera.—No.—Cossa vi ha indovinato quando scriveva la parte di Silio nellaMessalina: sei bello, ma vile! Avete paura che non vi renda quella lettera e la mostri a Buondelmonti?Ma ella si arrestò e, colorandosi di un rossore improvviso, come lanciata da uno scoppio di passione, gli si avventò al collo, gli prese il volto con ambo le mani e divorandoselo degli occhi con rabbia amorosa, mentre glielo scuoteva come quello di un bambino:—Che m'importa,—proruppe,—se egli è un soldato di ventura, che rubi agli uomini in tempo di guerra e si faccia mantenere dalle donne in tempo di pace? Buondelmonti è un imbecille: se non fosse un capitano, potrebbe essere un facchino; sarà per questo che la contessa Ceri lo paga. Tu credi che io lo ami? Non ti sei accorto che faccio per attaccarti un po' del mio male con questa gelosia ridicola? che amo te solo?... e tu credi! Oh!—esclamò colla voce piena di singhiozzi, intanto che il conte indietreggiava stupefatto per comprendere meglio quel brusco impeto. Ma la fanciulla, che non lo vedeva convinto, lasciando la presa con un gesto sublime di disperazione fu per voltargli le spalle.—Guardate,—fe' rattenendola per un braccio e presentandole la lettera con un ultimo tremito.Ella la ghermì avidamente. La contessa Ceri avevapagato quel cavallo a Buondelmonti, impegnando per quattro mila franchi di gioie al Monte di Pietà, come se ne era confessata col conte. Egli, che era stato uno dei suoi capricci più effimeri ed era poi sempre rimasto con lei in una amicizia di piccoli servigi e di grandi confidenze, aveva dovuto andarla a trovar la mattina stessa del duello. La contessa furiosa scriveva una lettera a Buondelmonti, rinfacciandogli tutto, minacciandolo persino di dire tutto al marito; e il conte Enrico aveva cercato di placarla senza ottenere nulla in quel momento di esaltazione gelosa, mentre essa non si era nemmeno accorta, leggendogli quella lettera, come gliene pigliasse dallo scrittoio, distrattamente, la prima copia macchiata largamente d'inchiostro. Ma la contessa, malgrado ogni rimostranza, aveva mandato quella lettera al capitano.Il conte Enrico ne sorrideva ancora:—Che fate?—le chiese meravigliato, vedendola bruciare la lettera sul candeliere.—Vi salvo: questa lettera avrebbe finito per compromettervi: d'altronde è così terribile, che la so quasi a memoria—aggiunse con uno strano sorriso.—L'avreste mostrata a qualcuno, la contessa avrebbe negato, molto più che è senza firma, Buondelmonti calunniato atrocemente vi avrebbe ucciso. Non lo voglio.Era ritornata blanda e carezzevole: gli si appressò adagio con una sommissione da cavalla, lo prese per mano, lo condusse alla poltrona, poi sedendogli sulle ginocchia gli diè un bacio sulla fronte.—Non lo voglio che tu sia ucciso,—ripeteva con una specie di singhiozzo,—ti amo troppo, ti amo troppo.—Mi ami?—Cattivo!Il conte inebriato, violentato da quell'abbraccio inatteso, le copriva il collo di baci, l'accarezzava, se la stringeva sul petto, soffocando dalla felicità, che gli alzava le spalle e gli faceva aprire la bocca con una oppressione ineffabile. Ma fu un lampo, la fanciulla gli sfuggì robustamente, scattò in piedi, cogli occhi ancora lagrimosi, le labbra tremanti.—Andate, andate.—Ida...—Andate, no, Enrico: andate...Egli fe' un passo, ella più pronta si gettò al campanello e suonò.—Domani?—Domani.Allora un impeto di superbia lo sconvolse: Ida era già alla porta della propria camera.—Mai!?—le gridò dietro con un gesto grazioso ed il viso sfavillante.Ella si rivolse sorridente, felice, diede al proprio sorriso lo splendore di un razzo, e senza rispondere disparve.Il conte aveva vinto. Quindi per una idea subitanea, poichè il valletto tardava a comparire, volle un trofeo; si guardò attorno, corse su tutti gli oggetti per prenderne uno e riportarglielo l'indomani, ma dopo averlo conservato tutto la notte e riveduto al mattino colla gioia dei fanciulli, ai quali la vecchia ha portato il regalo per il camino. Gironzò, andò a tutti i tavoli, al camino ingombro di ninnoli, alle pareti, alle due scarabattole degli angoli, sulle quali si ammucchiavano a piramidi le bagattelle, le rarità, i capolavori senza nome; ma fra tutta quella folla bella e deforme di capricci non ne trovò uno solo col significato del momento.Il valletto attendeva rispettosamente sulla porta.Allora il conte si diresse ad un ombrellino di porcellana mezzo aperto, inchiodato nel muro, dal quale sorgevano molti fiori appassiti, esaminò molti ritratti in cento pose, di cento grandezze, in cento cornici, di Ida in amazone, in veste da camera, scollacciata, in costume, e nessuno gli piacque, e quel capriccio improvviso gli diventava una necessità, che lo esilarava. Vi si ostinò, tornò a cercare, finchè voltandosi vide il valletto, che lo osservava. Si sentiva allegro, la gioia lo illuminava, gli pareva di ridiventare ragazzo alla prima avventura. Il gabinetto aveva una misteriosità profumata, una curiosità di tutti quegli oggetti coalizzati contro di lui. I quadri e le figurine di Sassonia si ammiccavano nell'ombra, le porcellane rompevano in scoppi di sorrisi rutilanti, il canarino, che aveva udita tutta la conversazione sospeso fra le tende della finestra, lo seguiva colla testina dorata, aspettando forse di coglierlo in fallo per gettargli la sua beffa in un trillo. Ma il conte tornò alla poltrona, sulla quale Ida lo aveva ricevuto, e scorgendo i libri sul tavolino di lacca, li esaminò: un romanzo di Zola, un volume dellaPsicologiadi Spencer,De Virginitatedi S. Ambrogio. Quest'ultimo lo fece ridere addirittura, senonchè alzandolo vi scorse sotto un pugnale piccino come uno spillone, colla lama lucida al pari del cristallo e il manico di oro. Ida se ne serviva da tagliacarte. V'era un motto sulla lama:—Nulli parcit.—Depose il libro e si tenne il pugnale.—Bah!—mormorò nel pensiero,—nulli parcit!, come il «mai»: manìe di tragedia, che finiscono in farsa.
c245PARTE TERZAI.Ida aveva ordinato al cocchiere di retrocedere. Il vespro era sereno e malinconico. I grandi platani del viale, immobili e pensierosi, sembravano non avvertire la folla delle carrozze e dei pedoni, i quali rumoreggiando ritornavano in città a coppie, a crocchi, talvolta soli, coll'aria leggermente preoccupata, che il mistero invadente del vespero dà a tutte le fisonomie.Ella si strinse nella mantiglia bruna a ricami dorati, premendosi nell'angolo del riccolandau. Quel giorno il passeggio era stato più popoloso del solito; nessuna delle ricche eleganti vi aveva mancato, quindi erano scese nel prato dei pini a calpestare il fresco tappeto primaverile, gustando la nuova gioia delle vesti striscianti sull'erba e degli stivalini, che vi si affondavano con una morbidezza refrigerante. Il sole aveva più luce che calore, le piante più bottoni che fiori. I loro verdi infantili, che si erano guardati tutto il giorno coi più teneri sorrisi, illanguiditisi al cadere del sole, vanivano ora in un'ombra fredda, che pareva divorare anche le foglie neonate, abbrunando gli alti scheletri invernali degli alberi.Le carrozze calavano in lunga fila ininterrotta, al trotto rattenuto dei cavalli coperti di ricchi bardamenti, ondulando, la maggior parte scoperte per comodo delle signore, che avevano mutato le pellicce di Russia nelle mantiglie di Lione. E la folla dei pedoni, mano mano più frettolosi d'ambo i lati, prolungava gli sguardi al passare di qualche donna più bella o più celebre nel piccolo mondo aristocratico; le quali, felici di quelle occhiate anonime, facevano le viste di non sentirle, trascinandosele dietro con quella calcolata indifferenza dell'orgoglio, che dà all'anima la sensazione carezzevole del vento sulla faccia.Illandaudi Ida a due magnifici cavalli russi, col cocchiere in livrea nera, era forse il più ricco equipaggio della passeggiata, che attirava con tutti gli sguardi i maggiori commenti. Ella vi stava sdraiata nell'ombra azzurra della tappezzeria, resa più cupa ancora dal suo abbigliamento nero, colle mani nel manicotto di volpe turchina e una piccola piuma sanguigna sul cappellino. Ma, benchè distratta, coglieva quel trionfo del proprio lusso, quando le grandi signore, che affettavano di non vederla, se il suo landau le soverchiava, le ricercavano con uno solo sguardo il più piccolo difetto di eleganza e si parlavano all'orecchio. Talora il pensiero, fra quella folla bruna e ricca, le si posava involontariamente sopra una povera figura di uomo o di donna; la penetrava, poi sfuggiva ratto, ritornando sul largo stradone delle carrozze, dentro quellandauprincipesco, in quell'ombra di rasi e di velluti.Il vespero saliva lentamente. Il viale, bianco e secco come di asfalto, proseguiva fra gli alberi e la gente, sotto le unghie dei cavalli, che vi battevanocon misurata e sonora cadenza. Due o tre cavalieri venivano al passo. D'improvviso un galoppo poderoso percosse il terreno, molte persone rivolsero il capo e videro spuntare alla svolta un gran cavallo nero e un ufficiale coll'elmo. Cavallo e cavaliere venivano colla violenza di una ruina, ma si frenarono; il cavallo fece due o tre balzi, e seguitò al trotto, mentre altri tre signori a cavallo, come punti da rivalità, si spiccavano dinanzi allandaudi Ida. Ma i più stavano intenti nel nuovo cavaliere. L'animale era di una statura e di una bellezza assai rara, morello, balzano da quattro.—Il capitano Buondelmonti!—mormorava qualcuno.Il cavaliere, più perfetto del cavallo, malgrado le difficoltà di quel trotto saltellato salutò graziosamente qualche carrozza, e si appressò a quella di Ida. Evidentemente, fingendo di rattenerlo, irritava il cavallo e gli faceva gittare dei salti, che lo portarono quasi allo sportello. Tutta la gente era incantata. Ida si rivolse appena, sorprese una intenzione nello sguardo del capitano: un invisibile sorriso le passò sulle labbra, il capitano lo colse, il cavallo ebbe uno scatto, che strappò quasi un applauso, e si precipitò. Il capitano balzava sulla sella con la leggerezza di una donna. Lambì come una visione fragorosa la lunga fila delle carrozze, poi dovette arrestarsi alla cancellata, perchè alcuni legni entravano tuttavia a quell'ora tarda.Ilmylorddi Jela, guidato da un grosso cocchiere inglese, si avanzava al passo; il capitano salutò. Jela ebbe un tremito, rispose con un cenno leggero di capo e, quando fu passato, gittandogli dietro un'occhiata, chiese al conte Enrico:—Credi che morirà?—Forse. Buondelmonti gli ha spaccato la testa. Fortunatamente Villani aveva torto.—È orribile!Il conte non disse altro, ma Jela si guardò dietro un'altra volta, involontariamente. Ad un tratto proseguì:—Ha la mamma?—Le abbiamo telegrafato subito dopo il duello, arriverà questa sera. Forse sarebbe stata pietà il non chiamarla. Se Villani avesse potuto parlare, era della mia opinione, ma gli altri padrini hanno insistito. Egli si è battuto benissimo, ma Buondelmonti è troppo forte... Già aveva ragione,—ripetè, insistendo su questa parola con una certa ironia.—Non valeva proprio la pena che due uomini distinti si ammazzassero per una donna, la quale ha avuto tanti amanti.—Lo sai anche tu?—Lo sanno tutti: però è abbastanza punita. Bice mi ha detto che Buondelmonti ha giurato di non mettere più il piede in casa di quella donna, e che non è punto innamorato.—È possibile, ma Buondelmonti perderebbe troppo perdendo la contessa Ceri. Donne come la contessa non se ne trovano soventi.—Fortuna!—Per Buondelmonti?—e il conte aveva il sorriso maligno di chi conosce un secreto.Ma s'incontrarono nellandaudi Ida; le due carrozze andavano di un trotto lentissimo. Il conte vide quel volto pallido, che lo guardava sorridendo, e provò una specie di vergogna nell'essere sorpreso dalla moglie in tale apparente intimità; ma non potèevitarla. Ida diede al proprio sguardo un'espressione anche più sfacciata, fece col capo un cenno invisibile, intraducibile, ed allungandosi languidamente li oltrepassò.Nessuno dei pedoni aveva capito, ma Jela si era sentita uno strappo al cuore. Non incontrava mai quella donna senza uno sconvolgimento di terrori e di attrazioni. Tutta la sua vita era ancora troppo piena di lei, giacchè quella scena, rompendo la loro amicizia, non aveva potuto nella sua fulminante imprevedibilità strapparne i più profondi rapporti. Poi Jela, avendo sposato il conte Enrico, si era trovata improvvisamente senza affetto e senza appoggio. Suo padre non lo era che di nome, forse di fatto, ma non di anima; suo marito l'aveva presa per la dote, ed ella si era innamorata meno per un'affinità di natura, che per la misteriosa ed ancora ingenua attrattiva del sesso. Tutte le poesie primaverili, addensandosi intorno alla figura femminea del conte, glielo avevano fatto desiderare coll'ingordigia della bambina e la depravazione birichina della educanda; ma quei primi entusiasmi d'amore erano stati appena i vagiti della donna, che si formava ed avrebbe amato un giorno, o i rantoli della donna che moriva nascendo, soffocata dalle animalità eleganti della femmina, dalle vanità corrotte della signora.Il lucignolo, che si accende, ha lo stesso raggio e la stessa luce del lucignolo che muore.Ma di ciò Jela non aveva potuto rendersi un certo conto che dopo, e nemmeno molto particolareggiato ed esatto. Però, se prima non aveva sentito neanche l'aridezza del padre, dopo aveva dovuto accorgersi di essere solitaria come un magnifico fiore in un magnifico vaso del proprio appartamento.Persino la tenerezza brontolona della Nencia le mancava, giacchè la vecchia aveva capito, malgrado l'egoismo senile della propria passione per Jela, di essere impossibile nella nuova casa degli sposi. Il conte, che non la vedeva di buon occhio, l'avrebbe forse considerata come una spia del suocero; poi la Nencia, sapendo di non avere nessuna abilità per la toeletta, preferiva ancora di essere lontana dalla padroncina alla umiliazione di vedersi preposta un'altra cameriera, esperta delle eleganze e delle debolezze delle signore. Solamente aveva offerta a sè medesima una speranza, che Jela avesse un bel bambino, e allora la vecchia ridiventava possibile, rientrava nella nuova casa, e occupandosi esclusivamente di lui, vedeva e dominava tutto. Talora ne parlava col conte Alberto, che la guardava sorridendo.—Tu speri dunque?—Ma lo credo bene io, per la casa che finisce.—È già finita.Ma la vecchia non ne conveniva; quel bambino sarebbe sempre stato il bambino di Jela, qualunque fosse il suo cognome, giacchè per lui avrebbe potuto ritornarle vicino. Quindi ella potrebbe finalmente benedire la propria vita, di assidua migrazione attraverso la vita degli altri senza fermarsi mai sopra un terreno proprio, il giorno che, sedendosi povera vecchia con un angelo in grembo e guardando la sua bella mamma, potesse addormentarsi nonna zitellona nella rosea luce di quelle due vite. Il conte invece non sperava più nulla, e Jela non lo aveva veduto da due mesi; era andato in Inghilterra per comprare dei tori, poi non ne era più ritornato e non aveva nemmeno scritto; d'altronde non scrivevamai. Dal giorno che aveva lasciato il castello di Valdiffusa per il viaggio di nozze, Jela aveva ricevuto solamente una lettera paterna, breve come una ricetta. Ella se n'era un po' afflitta, minacciando di piangere, ma il conte Enrico aveva saputo commentarla così spiritosamente, che la sposina aveva dovuto conchiudere con una pazza risata. Allora erano sul Reno. Jela se ne ricordava ancora. Fu visitando uno de' suoi poetici castelli che le venne il primo dubbio di sè medesima e d'Enrico; giacchè in quel momento Ida le era apparsa pallida come una larva di quei drammatici corridoi, chiusa in una veste nera di un funerale, passando loro frammezzo cogli occhi assopiti e la bocca dilatata ad un riso marmoreo. Ne rimasero freddi. Che cosa era stato? Da che dipendeva? Essi medesimi non avrebbero saputo dirlo. Il loro amore si abbassava, il viaggio diventava increscioso; giunsero perfino a celiarne. Egli fu il primo, ella lo seguì vivacemente, ma in fondo al cuore soffrendo della propria inferiorità di donna, che l'attaccava fatalmente a quell'uomo come a tutto il mondo finora da lei conosciuto. Ma la natura le riparò tuttavia abbastanza presto quei primi guasti della vita. Se le siepi avevano troppi spini, bastava ancora gittarvi qualche fiore di giorno, o sospendervi qualche lampioncino di notte. Infine il viaggio li stancò.Erano a Spah. Il conte Enrico aveva giocato, Jela era stata corteggiata due sere da un ungherese, splendido come un eroe nel suo costume di magiaro. Jela aveva subito pensato ad un ballo mascherato, il conte avea perduto una bella somma, Jela l'occasione di una bella galanteria. Ritornarono, andarono in una villa, che il conte aveva fatto restaurare duranteil viaggio, e la loro luna di miele tramontò sulle sue vaghe colline. Fu un triste tramonto. Non che l'aria fosse fredda o la trepidazione della tempesta facesse già rabbrividire il giovane paesaggio, ma fu ancora più triste. Il sereno era scialbo, la luna dal colore dell'argento era scesa a quello dello zinco, l'aria aveva una immobilità di morta gora, il paesaggio un'attonitaggine di ebetismo.La noia aveva ucciso quell'amore. Il conte era tornato alle distrazioni di prima, Jela si fermava talvolta a meditare sul piccolo sepolcro della propria felicità senza osare di aprirlo. Era meravigliata del proprio stato. Quindi i motti scettici di Ida le ripassavano per la memoria come improvvise rivelazioni. Spesso le pareva di rivederla trasfigurata dalla passione, come in quella notte fatale piegando Enrico quasi in due nella stretta spasmodica dell'abbraccio, con una pallidezza di spettro e tutto il corpo vibrante sotto quella veste di raso nero, per la quale correvano brividi di luce elettrica. Quindi tornava ad avere paura come la prima notte di matrimonio, quando credeva di sentirsela sempre intorno al letto e si tirava le coperte sulla testa sfuggendo ai baci di Enrico.Poscia le novità del matrimonio, l'attività spensierata del primo viaggio, l'instancabile succedersi di mondi e il tumulto di impressioni, le quali non facevano se non che svanire nella sua anima, l'avevano distratta dai ricordi di quella notte. Ora i ricordi ritornavano più minuti e più precisi. La fanciulla, dopo quel primo abbarbaglio sulla soglia del mondo, cominciava coi begli occhi violetti a coglierne le forme ed i toni. Fu una ricostruzione: rimeditò Ida, la rifece, la comprese per quanto stava in lei,sentì come avesse dovuto fare sopra Enrico una incancellabile impressione, esagerò a sè stessa il valore della sorella. Nell'amarezza dell'umiliazione si negò persino l'incantesimo della propria natura eccezionale, vedendosi in faccia ad una donna senza dubbio meno bella (Jela su questo non aveva davvero molti dubbi) ma incalcolabilmente, misteriosamente più forte cogli uomini e colla vita. Il suo terrore centuplicò colla sua ammirazione; ebbe sogni che erano un intero romanzo, ridicolaggini paurose, che la divertivano.Ma anche questo passò, perchè Jela non poteva nè troppo sentire, nè troppo riflettere. D'altronde l'ingresso nei saloni l'occupò. Fu accolta con festa, adulata, corteggiata, leggermente, senza insistenza, senza affetto. La trattavano ancora da bambina, e nullameno le piacque, giacchè aveva bisogno di piccoli trionfi, come le pianticelle hanno duopo di rugiada. La marchesa di Renzuno l'accompagnò qualche volta, l'accompagnò il marito, l'accompagnò lo zio. Ma adesso ella lo guardava con stupefazione. Che cosa aveva mai questo uomo da possedere pubblicamente Ida senza averla sposata? Ogni qualvolta lo incontrasse, la fantasia la riconduceva sempre in casa di Ida, e vedendoli come ella vedeva il conte Enrico a certi momenti, la naturalezza della cosa l'abbacinava.Tuttavia il mondo di quella galanteria senile e di quel vizio vendereccio le restava chiuso. Una volta, cadendone il discorso, osò chiedergli.—Siete innamorato?—Forse.—Una donna come quella...—Ti piace pure la musica di Offenbach.—Piace anche ad Enrico.—Lo so,—e il vecchio duca aperse le labbra ad uno di quei sorrisi maligni, che indispettivano la fanciulla.—Come siete cattivo!—esclamò alzandosi; ma la sera, quando seppe che Enrico andava qualche volta in casa di Ida, si fece pensierosa. Glielo aveva detto la contessa Bice Guelfi, una antica compagna di convento, maggiore di cinque o sei anni, che viveva assai elegantemente. Jela lo dimandò ad Enrico, egli negò, ella non ardì insistere. Però la domenica seguente, alla passeggiata, il calesse di Ida più ricco del loro, tappezzato di un raso paglino, tratto da due cavalli mezzo sangue, venne sfacciatamente a postarsi loro d'allato nel gran piazzale. Jela era sola con Enrico; fortunatamente, per la folla delle carrozze, non avevano giovanotti agli sportelli.Jela ebbe una vampa di rossore, il conte Enrico aveva impallidito. Tutte le signore delle carrozze vicine, che conoscevano la storia di Ida, stavano così intente nei due sposi, che a Jela sembrava d'intendere i loro propositi. Quello fu un quarto d'ora d'angoscia, male dissimulata da tutti gli sforzi di Enrico per fingere una conversazione, mentre Ida, adagiata in una delle sue pose più sapienti, vestita di velluto nero, pareva non accorgersi nemmeno della loro presenza.Jela ferita nell'orgoglio aristocratico, la sola sua forza, aveva osato lagnarsene collo zio, la sera stessa a pranzo, ma egli si era buttato nei principii democratici per provare il diritto di Ida, canzonando la nipote di quel puritanismo.—Infine l'equipaggio di Ida era il più bello. Ma allora, mia cara, la duchessa Del Giglio, che tu saluticon tanto rispetto, non potrebbe entrare nel piazzale, perchè la sua magra carrozza sai benissimo che gliela mantiene quel vecchio ebreo.—Ma Ida voleva offenderci.—Glielo domanderò; in ogni caso tu non fai altro da mezz'ora: la partita è pari.Jela non rinveniva dalla meraviglia, era tentata di piangere. Da quel giorno s'accorse che scoppiava la lotta, mentre la sua vita cominciava senza un amico o una amica. Fortunatamente la sua timidezza la salvò da confidenze stordite colle signore, che la ricevevano.Quella sera il duca pranzava da lei, però essendovi altri invitati, non fu puntuale.—Mi perdoni, Jela?—esclamò entrando nel salottino dei ritratti.—No.—Fai male. Vengo in questo punto da Ida, che voleva trattenermi a pranzo, ci ritorno.—Ma intanto si cavava i guanti, accomodandosi un riccio della pettinatura nello specchio del camino.—Allora vengo anche io,—interloquì gaiamente il conte Enrico:—Non vedi come Jela è seria? Pranzeremo molto male qui.—Per te staresti peggio laggiù: sei innamorato e non riesci.—Adagio, zio.—Gli è che non vali nulla: non è vero, Jela?—E Ida vale proprio quello che vi costa?—Più.Sulla faccia di Jela passò una nube, il duca la vide come il conte, e ne sorrise. Ma a tavola Ida fu ancora il soggetto della conversazione, accarezzato con una esagerazione crudele, come se entrambi sifossero prima accordati per torturare fino a sangue la povera contessina. Il duca soprattutti era insolente. Nel bisogno di rifarsi sugli altri della vecchiaia attribuitagli prima di possedere quella donna singolare, la sua mordacità non aveva più nè tono, nè misura. Ida gli aveva raccontata, svisandola, la storia di quella notte, quando più curiosa che innamorata aveva voluto spiare come i due sposini si abbraccerebbero e il conte l'aveva sorpresa senza poterla sedurre; quindi egli, battuto recentemente dal conte con una ballerina celebre, per rifarsene lo aveva creduto. Anzi lo conduceva egli stesso da lei, per vederli lottare insieme e andarne sempre Enrico colla peggio. Ida era ogni giorno più implacabile contro lui e contro Jela.Una volta il duca gliene chiese il perchè.—Ditemi dunque perchè voi stesso serbate rancore a quell'adorabile contessina?—Io... siete pazza?Ma Ida lo aveva fissato con tale acutezza, che egli si era confuso, accorgendosi forse per la prima volta della verità di quella cattiva risposta.
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PARTE TERZA
Ida aveva ordinato al cocchiere di retrocedere. Il vespro era sereno e malinconico. I grandi platani del viale, immobili e pensierosi, sembravano non avvertire la folla delle carrozze e dei pedoni, i quali rumoreggiando ritornavano in città a coppie, a crocchi, talvolta soli, coll'aria leggermente preoccupata, che il mistero invadente del vespero dà a tutte le fisonomie.
Ella si strinse nella mantiglia bruna a ricami dorati, premendosi nell'angolo del riccolandau. Quel giorno il passeggio era stato più popoloso del solito; nessuna delle ricche eleganti vi aveva mancato, quindi erano scese nel prato dei pini a calpestare il fresco tappeto primaverile, gustando la nuova gioia delle vesti striscianti sull'erba e degli stivalini, che vi si affondavano con una morbidezza refrigerante. Il sole aveva più luce che calore, le piante più bottoni che fiori. I loro verdi infantili, che si erano guardati tutto il giorno coi più teneri sorrisi, illanguiditisi al cadere del sole, vanivano ora in un'ombra fredda, che pareva divorare anche le foglie neonate, abbrunando gli alti scheletri invernali degli alberi.
Le carrozze calavano in lunga fila ininterrotta, al trotto rattenuto dei cavalli coperti di ricchi bardamenti, ondulando, la maggior parte scoperte per comodo delle signore, che avevano mutato le pellicce di Russia nelle mantiglie di Lione. E la folla dei pedoni, mano mano più frettolosi d'ambo i lati, prolungava gli sguardi al passare di qualche donna più bella o più celebre nel piccolo mondo aristocratico; le quali, felici di quelle occhiate anonime, facevano le viste di non sentirle, trascinandosele dietro con quella calcolata indifferenza dell'orgoglio, che dà all'anima la sensazione carezzevole del vento sulla faccia.
Illandaudi Ida a due magnifici cavalli russi, col cocchiere in livrea nera, era forse il più ricco equipaggio della passeggiata, che attirava con tutti gli sguardi i maggiori commenti. Ella vi stava sdraiata nell'ombra azzurra della tappezzeria, resa più cupa ancora dal suo abbigliamento nero, colle mani nel manicotto di volpe turchina e una piccola piuma sanguigna sul cappellino. Ma, benchè distratta, coglieva quel trionfo del proprio lusso, quando le grandi signore, che affettavano di non vederla, se il suo landau le soverchiava, le ricercavano con uno solo sguardo il più piccolo difetto di eleganza e si parlavano all'orecchio. Talora il pensiero, fra quella folla bruna e ricca, le si posava involontariamente sopra una povera figura di uomo o di donna; la penetrava, poi sfuggiva ratto, ritornando sul largo stradone delle carrozze, dentro quellandauprincipesco, in quell'ombra di rasi e di velluti.
Il vespero saliva lentamente. Il viale, bianco e secco come di asfalto, proseguiva fra gli alberi e la gente, sotto le unghie dei cavalli, che vi battevanocon misurata e sonora cadenza. Due o tre cavalieri venivano al passo. D'improvviso un galoppo poderoso percosse il terreno, molte persone rivolsero il capo e videro spuntare alla svolta un gran cavallo nero e un ufficiale coll'elmo. Cavallo e cavaliere venivano colla violenza di una ruina, ma si frenarono; il cavallo fece due o tre balzi, e seguitò al trotto, mentre altri tre signori a cavallo, come punti da rivalità, si spiccavano dinanzi allandaudi Ida. Ma i più stavano intenti nel nuovo cavaliere. L'animale era di una statura e di una bellezza assai rara, morello, balzano da quattro.
—Il capitano Buondelmonti!—mormorava qualcuno.
Il cavaliere, più perfetto del cavallo, malgrado le difficoltà di quel trotto saltellato salutò graziosamente qualche carrozza, e si appressò a quella di Ida. Evidentemente, fingendo di rattenerlo, irritava il cavallo e gli faceva gittare dei salti, che lo portarono quasi allo sportello. Tutta la gente era incantata. Ida si rivolse appena, sorprese una intenzione nello sguardo del capitano: un invisibile sorriso le passò sulle labbra, il capitano lo colse, il cavallo ebbe uno scatto, che strappò quasi un applauso, e si precipitò. Il capitano balzava sulla sella con la leggerezza di una donna. Lambì come una visione fragorosa la lunga fila delle carrozze, poi dovette arrestarsi alla cancellata, perchè alcuni legni entravano tuttavia a quell'ora tarda.
Ilmylorddi Jela, guidato da un grosso cocchiere inglese, si avanzava al passo; il capitano salutò. Jela ebbe un tremito, rispose con un cenno leggero di capo e, quando fu passato, gittandogli dietro un'occhiata, chiese al conte Enrico:
—Credi che morirà?
—Forse. Buondelmonti gli ha spaccato la testa. Fortunatamente Villani aveva torto.
—È orribile!
Il conte non disse altro, ma Jela si guardò dietro un'altra volta, involontariamente. Ad un tratto proseguì:
—Ha la mamma?
—Le abbiamo telegrafato subito dopo il duello, arriverà questa sera. Forse sarebbe stata pietà il non chiamarla. Se Villani avesse potuto parlare, era della mia opinione, ma gli altri padrini hanno insistito. Egli si è battuto benissimo, ma Buondelmonti è troppo forte... Già aveva ragione,—ripetè, insistendo su questa parola con una certa ironia.
—Non valeva proprio la pena che due uomini distinti si ammazzassero per una donna, la quale ha avuto tanti amanti.
—Lo sai anche tu?
—Lo sanno tutti: però è abbastanza punita. Bice mi ha detto che Buondelmonti ha giurato di non mettere più il piede in casa di quella donna, e che non è punto innamorato.
—È possibile, ma Buondelmonti perderebbe troppo perdendo la contessa Ceri. Donne come la contessa non se ne trovano soventi.
—Fortuna!
—Per Buondelmonti?—e il conte aveva il sorriso maligno di chi conosce un secreto.
Ma s'incontrarono nellandaudi Ida; le due carrozze andavano di un trotto lentissimo. Il conte vide quel volto pallido, che lo guardava sorridendo, e provò una specie di vergogna nell'essere sorpreso dalla moglie in tale apparente intimità; ma non potèevitarla. Ida diede al proprio sguardo un'espressione anche più sfacciata, fece col capo un cenno invisibile, intraducibile, ed allungandosi languidamente li oltrepassò.
Nessuno dei pedoni aveva capito, ma Jela si era sentita uno strappo al cuore. Non incontrava mai quella donna senza uno sconvolgimento di terrori e di attrazioni. Tutta la sua vita era ancora troppo piena di lei, giacchè quella scena, rompendo la loro amicizia, non aveva potuto nella sua fulminante imprevedibilità strapparne i più profondi rapporti. Poi Jela, avendo sposato il conte Enrico, si era trovata improvvisamente senza affetto e senza appoggio. Suo padre non lo era che di nome, forse di fatto, ma non di anima; suo marito l'aveva presa per la dote, ed ella si era innamorata meno per un'affinità di natura, che per la misteriosa ed ancora ingenua attrattiva del sesso. Tutte le poesie primaverili, addensandosi intorno alla figura femminea del conte, glielo avevano fatto desiderare coll'ingordigia della bambina e la depravazione birichina della educanda; ma quei primi entusiasmi d'amore erano stati appena i vagiti della donna, che si formava ed avrebbe amato un giorno, o i rantoli della donna che moriva nascendo, soffocata dalle animalità eleganti della femmina, dalle vanità corrotte della signora.
Il lucignolo, che si accende, ha lo stesso raggio e la stessa luce del lucignolo che muore.
Ma di ciò Jela non aveva potuto rendersi un certo conto che dopo, e nemmeno molto particolareggiato ed esatto. Però, se prima non aveva sentito neanche l'aridezza del padre, dopo aveva dovuto accorgersi di essere solitaria come un magnifico fiore in un magnifico vaso del proprio appartamento.
Persino la tenerezza brontolona della Nencia le mancava, giacchè la vecchia aveva capito, malgrado l'egoismo senile della propria passione per Jela, di essere impossibile nella nuova casa degli sposi. Il conte, che non la vedeva di buon occhio, l'avrebbe forse considerata come una spia del suocero; poi la Nencia, sapendo di non avere nessuna abilità per la toeletta, preferiva ancora di essere lontana dalla padroncina alla umiliazione di vedersi preposta un'altra cameriera, esperta delle eleganze e delle debolezze delle signore. Solamente aveva offerta a sè medesima una speranza, che Jela avesse un bel bambino, e allora la vecchia ridiventava possibile, rientrava nella nuova casa, e occupandosi esclusivamente di lui, vedeva e dominava tutto. Talora ne parlava col conte Alberto, che la guardava sorridendo.
—Tu speri dunque?
—Ma lo credo bene io, per la casa che finisce.
—È già finita.
Ma la vecchia non ne conveniva; quel bambino sarebbe sempre stato il bambino di Jela, qualunque fosse il suo cognome, giacchè per lui avrebbe potuto ritornarle vicino. Quindi ella potrebbe finalmente benedire la propria vita, di assidua migrazione attraverso la vita degli altri senza fermarsi mai sopra un terreno proprio, il giorno che, sedendosi povera vecchia con un angelo in grembo e guardando la sua bella mamma, potesse addormentarsi nonna zitellona nella rosea luce di quelle due vite. Il conte invece non sperava più nulla, e Jela non lo aveva veduto da due mesi; era andato in Inghilterra per comprare dei tori, poi non ne era più ritornato e non aveva nemmeno scritto; d'altronde non scrivevamai. Dal giorno che aveva lasciato il castello di Valdiffusa per il viaggio di nozze, Jela aveva ricevuto solamente una lettera paterna, breve come una ricetta. Ella se n'era un po' afflitta, minacciando di piangere, ma il conte Enrico aveva saputo commentarla così spiritosamente, che la sposina aveva dovuto conchiudere con una pazza risata. Allora erano sul Reno. Jela se ne ricordava ancora. Fu visitando uno de' suoi poetici castelli che le venne il primo dubbio di sè medesima e d'Enrico; giacchè in quel momento Ida le era apparsa pallida come una larva di quei drammatici corridoi, chiusa in una veste nera di un funerale, passando loro frammezzo cogli occhi assopiti e la bocca dilatata ad un riso marmoreo. Ne rimasero freddi. Che cosa era stato? Da che dipendeva? Essi medesimi non avrebbero saputo dirlo. Il loro amore si abbassava, il viaggio diventava increscioso; giunsero perfino a celiarne. Egli fu il primo, ella lo seguì vivacemente, ma in fondo al cuore soffrendo della propria inferiorità di donna, che l'attaccava fatalmente a quell'uomo come a tutto il mondo finora da lei conosciuto. Ma la natura le riparò tuttavia abbastanza presto quei primi guasti della vita. Se le siepi avevano troppi spini, bastava ancora gittarvi qualche fiore di giorno, o sospendervi qualche lampioncino di notte. Infine il viaggio li stancò.
Erano a Spah. Il conte Enrico aveva giocato, Jela era stata corteggiata due sere da un ungherese, splendido come un eroe nel suo costume di magiaro. Jela aveva subito pensato ad un ballo mascherato, il conte avea perduto una bella somma, Jela l'occasione di una bella galanteria. Ritornarono, andarono in una villa, che il conte aveva fatto restaurare duranteil viaggio, e la loro luna di miele tramontò sulle sue vaghe colline. Fu un triste tramonto. Non che l'aria fosse fredda o la trepidazione della tempesta facesse già rabbrividire il giovane paesaggio, ma fu ancora più triste. Il sereno era scialbo, la luna dal colore dell'argento era scesa a quello dello zinco, l'aria aveva una immobilità di morta gora, il paesaggio un'attonitaggine di ebetismo.
La noia aveva ucciso quell'amore. Il conte era tornato alle distrazioni di prima, Jela si fermava talvolta a meditare sul piccolo sepolcro della propria felicità senza osare di aprirlo. Era meravigliata del proprio stato. Quindi i motti scettici di Ida le ripassavano per la memoria come improvvise rivelazioni. Spesso le pareva di rivederla trasfigurata dalla passione, come in quella notte fatale piegando Enrico quasi in due nella stretta spasmodica dell'abbraccio, con una pallidezza di spettro e tutto il corpo vibrante sotto quella veste di raso nero, per la quale correvano brividi di luce elettrica. Quindi tornava ad avere paura come la prima notte di matrimonio, quando credeva di sentirsela sempre intorno al letto e si tirava le coperte sulla testa sfuggendo ai baci di Enrico.
Poscia le novità del matrimonio, l'attività spensierata del primo viaggio, l'instancabile succedersi di mondi e il tumulto di impressioni, le quali non facevano se non che svanire nella sua anima, l'avevano distratta dai ricordi di quella notte. Ora i ricordi ritornavano più minuti e più precisi. La fanciulla, dopo quel primo abbarbaglio sulla soglia del mondo, cominciava coi begli occhi violetti a coglierne le forme ed i toni. Fu una ricostruzione: rimeditò Ida, la rifece, la comprese per quanto stava in lei,sentì come avesse dovuto fare sopra Enrico una incancellabile impressione, esagerò a sè stessa il valore della sorella. Nell'amarezza dell'umiliazione si negò persino l'incantesimo della propria natura eccezionale, vedendosi in faccia ad una donna senza dubbio meno bella (Jela su questo non aveva davvero molti dubbi) ma incalcolabilmente, misteriosamente più forte cogli uomini e colla vita. Il suo terrore centuplicò colla sua ammirazione; ebbe sogni che erano un intero romanzo, ridicolaggini paurose, che la divertivano.
Ma anche questo passò, perchè Jela non poteva nè troppo sentire, nè troppo riflettere. D'altronde l'ingresso nei saloni l'occupò. Fu accolta con festa, adulata, corteggiata, leggermente, senza insistenza, senza affetto. La trattavano ancora da bambina, e nullameno le piacque, giacchè aveva bisogno di piccoli trionfi, come le pianticelle hanno duopo di rugiada. La marchesa di Renzuno l'accompagnò qualche volta, l'accompagnò il marito, l'accompagnò lo zio. Ma adesso ella lo guardava con stupefazione. Che cosa aveva mai questo uomo da possedere pubblicamente Ida senza averla sposata? Ogni qualvolta lo incontrasse, la fantasia la riconduceva sempre in casa di Ida, e vedendoli come ella vedeva il conte Enrico a certi momenti, la naturalezza della cosa l'abbacinava.
Tuttavia il mondo di quella galanteria senile e di quel vizio vendereccio le restava chiuso. Una volta, cadendone il discorso, osò chiedergli.
—Siete innamorato?
—Forse.
—Una donna come quella...
—Ti piace pure la musica di Offenbach.
—Piace anche ad Enrico.
—Lo so,—e il vecchio duca aperse le labbra ad uno di quei sorrisi maligni, che indispettivano la fanciulla.
—Come siete cattivo!—esclamò alzandosi; ma la sera, quando seppe che Enrico andava qualche volta in casa di Ida, si fece pensierosa. Glielo aveva detto la contessa Bice Guelfi, una antica compagna di convento, maggiore di cinque o sei anni, che viveva assai elegantemente. Jela lo dimandò ad Enrico, egli negò, ella non ardì insistere. Però la domenica seguente, alla passeggiata, il calesse di Ida più ricco del loro, tappezzato di un raso paglino, tratto da due cavalli mezzo sangue, venne sfacciatamente a postarsi loro d'allato nel gran piazzale. Jela era sola con Enrico; fortunatamente, per la folla delle carrozze, non avevano giovanotti agli sportelli.
Jela ebbe una vampa di rossore, il conte Enrico aveva impallidito. Tutte le signore delle carrozze vicine, che conoscevano la storia di Ida, stavano così intente nei due sposi, che a Jela sembrava d'intendere i loro propositi. Quello fu un quarto d'ora d'angoscia, male dissimulata da tutti gli sforzi di Enrico per fingere una conversazione, mentre Ida, adagiata in una delle sue pose più sapienti, vestita di velluto nero, pareva non accorgersi nemmeno della loro presenza.
Jela ferita nell'orgoglio aristocratico, la sola sua forza, aveva osato lagnarsene collo zio, la sera stessa a pranzo, ma egli si era buttato nei principii democratici per provare il diritto di Ida, canzonando la nipote di quel puritanismo.
—Infine l'equipaggio di Ida era il più bello. Ma allora, mia cara, la duchessa Del Giglio, che tu saluticon tanto rispetto, non potrebbe entrare nel piazzale, perchè la sua magra carrozza sai benissimo che gliela mantiene quel vecchio ebreo.
—Ma Ida voleva offenderci.
—Glielo domanderò; in ogni caso tu non fai altro da mezz'ora: la partita è pari.
Jela non rinveniva dalla meraviglia, era tentata di piangere. Da quel giorno s'accorse che scoppiava la lotta, mentre la sua vita cominciava senza un amico o una amica. Fortunatamente la sua timidezza la salvò da confidenze stordite colle signore, che la ricevevano.
Quella sera il duca pranzava da lei, però essendovi altri invitati, non fu puntuale.
—Mi perdoni, Jela?—esclamò entrando nel salottino dei ritratti.
—No.
—Fai male. Vengo in questo punto da Ida, che voleva trattenermi a pranzo, ci ritorno.—Ma intanto si cavava i guanti, accomodandosi un riccio della pettinatura nello specchio del camino.
—Allora vengo anche io,—interloquì gaiamente il conte Enrico:—Non vedi come Jela è seria? Pranzeremo molto male qui.
—Per te staresti peggio laggiù: sei innamorato e non riesci.
—Adagio, zio.
—Gli è che non vali nulla: non è vero, Jela?
—E Ida vale proprio quello che vi costa?
—Più.
Sulla faccia di Jela passò una nube, il duca la vide come il conte, e ne sorrise. Ma a tavola Ida fu ancora il soggetto della conversazione, accarezzato con una esagerazione crudele, come se entrambi sifossero prima accordati per torturare fino a sangue la povera contessina. Il duca soprattutti era insolente. Nel bisogno di rifarsi sugli altri della vecchiaia attribuitagli prima di possedere quella donna singolare, la sua mordacità non aveva più nè tono, nè misura. Ida gli aveva raccontata, svisandola, la storia di quella notte, quando più curiosa che innamorata aveva voluto spiare come i due sposini si abbraccerebbero e il conte l'aveva sorpresa senza poterla sedurre; quindi egli, battuto recentemente dal conte con una ballerina celebre, per rifarsene lo aveva creduto. Anzi lo conduceva egli stesso da lei, per vederli lottare insieme e andarne sempre Enrico colla peggio. Ida era ogni giorno più implacabile contro lui e contro Jela.
Una volta il duca gliene chiese il perchè.
—Ditemi dunque perchè voi stesso serbate rancore a quell'adorabile contessina?
—Io... siete pazza?
Ma Ida lo aveva fissato con tale acutezza, che egli si era confuso, accorgendosi forse per la prima volta della verità di quella cattiva risposta.
c256II.Quando il duca entrò nel gabinetto la pendola del camino suonava le undici. Ida era sdraiata sopra una lunga poltrona di raso a scacchi bianchi e neri, colle gambe incrociate e una piccola pantofola, che le si agitava impazientemente fuori della veste. La lumiera della volta, velata di fiori, lasciava nell'ombra l'angolo, dove ella posava innanzi al vecchio maestro, arruffando nervosamente le piume di unparafuoco fatto di un uccello dell'equatore, dalle penne brillantemente colorate e la coda aperta, con un ramoscello di albero fra i piedi.Il maestro volle alzarsi rispettosamente, ma Ida lo rattenne con un'occhiata, quindi accennando al duca, che si avanzava colla mano tesa e il sorriso sulle labbra, di sedersi, seguitò la discussione. Parlavano di Murger. Savelli ne aveva vantato la profonda tenerezza, il sentimento fine fra quelle girandole di motti spiritosi, sotto quell'apparente volgarità di soggetti; ma Ida si ribellava. Per lei Murger non aveva che dello spirito e non sempre buono, il suo sentimento sapeva di lattime, le sue finezze servivano troppo spesso per una scroccheria.—È morto all'ospedale dopo avere inutilmente svestite le proprie piaghe su per le piazze, cercando d'impietosire col lazzo quando le lagrime fallivano; mentre Escousse, un altro boemo, forse con altrettanto ingegno ma con più cuore, piuttosto che scendere a tutte quelle bassezze, eseguite con tanto brio e descritte con abbastanza arte, si è ucciso. Non mi parlate di Murger,—seguitava riscaldandosi;—si può leggerlo, ma non si potrebbe invitarlo a pranzo, a meno di non considerarlo come uno scroccone, del quale si ammira la destrezza della mano e della lingua.—Era povero,—arrischiò timidamente Savelli.—Quando si è poveri e si vuol farsi una gloria o uno scandalo della propria povertà, bisogna vivere come Antistene o come Diogene.—Un poeta!—Perchè scriveva delle poesie! I poeti più che ai versi li riconosco alla vita. Byron, ecco il poeta; ha vissuto come ha scritto, è morto come ha vissuto.Musset, un altro. Un poeta è prima un temperamento, poi un ingegno. Goethe aveva più ingegno di Byron, ma io glielo pospongo. Hugo ha più ingegno di Musset, ma io ammiro Hugo ed amo Musset. Forse il poeta più vero non è quello, che scrive la migliore canzone, ma che commette la più bella follia.—Perfettamente!—interloquì il duca.Savelli, che temeva già di tener testa ad Ida, sentendo il duca approvarla si arrese del tutto, ma la fanciulla gli salvò la ritirata stringendosi improvvisamente col duca, che veniva da teatro. Era stato nel palco di Jela all'ultimo atto dellaDoradi Sardou. Domani sera si rappresenterebbe l'Etrangèredi Dumas. Ida, che voleva assistervi, si volse al maestro, perchè la accompagnasse; egli titubava:—Non è vero che non vi vergognate di me?—Signorina!—esclamò sorridendo.Ma questa domanda avea finito di sconvolgerlo. Malgrado la sua poca abitudine del salone, si accorgeva d'essere d'impaccio in quel gabinetto, fra quei due, ad un'ora così avanzata, egli che non frequentava altra casa e soleva coricarsi alle nove di sera, solo nel suo modesto appartamento alla mercede di una vecchia serva.Gli pareva già di udirla brontolare in cucina. Tutte le sere, che veniva da Ida, bisognava chiedere il permesso, ed era sempre la solita ragione, che glielo faceva ottenere. Ida per mezzo del duca lo aveva fatto nominare direttore di un istituto tecnico con quattrocento lire di stipendio mensile. Questo colpo insperato di fortuna aveva portato alquanto di agiatezza nella vita di Savelli, entusiasmando la serva, umiliata fino allora da quella miseria nei propri talenti culinarii; ma non aveva potuto disarmarla.Per lei la fanciulla era sempre una sfacciata, buona per farsi mantenere dai vecchi, che non innamorava se non dei vecchi; ed egli pure, un vecchio, un professore, si era lasciato prendere come una lasca. E Savelli arrossiva.Sicuramente sapeva di essere troppo vecchio per innamorarsi di Ida, ma la fanciulla d'oggi non somigliava punto a quella di due anni prima, quando meravigliandolo colla forte elettezza della propria natura gli faceva mormorare con mondano rammarico: peccato che non sia bella! Non era bella ancora, nel senso ordinario della parola, anzi a prima vista non destava nemmeno la simpatia delle persone brutte e squisitamente dotate. La sua fronte troppo seria per quella giovinezza, la sua pelle troppo bruna per quel pallore troppo livido, i suoi occhi troppo neri per essere così grandi, il sorriso sempre sprezzante delle sue labbra, impensierivano e repellevano; si considerava forse la sua testa, se ne ammirava la forza, ma non si poteva accarezzarla, e la simpatia non è se non la facilità della carezza. Ma la severa e nel tempo stesso pomposa eleganza del suo lusso attraeva l'attenzione; le sue arie di testa, il suo portamento, la perfezione plastica del corpo, al quale gli abiti così temerarii di rivelazioni andavano pur così bene; la finezza della sua pelle e la finitezza delle sue estremità, le mani nervose come la branca di uno sparviero e nullameno tanto morbide, il piede piccolo e superbamente arcuato come per calpestare tappeti ed affetti; un'alterigia che le evaporava da tutta la persona, e che ella agitava a onde col più leggero de' suoi moti e il più indifferente de' suoi gesti, le davano una vivezza di originalità troppo rara per una donna. Quantunquecortese e raffinata nelle maniere, un profondo disprezzo trapelava da ogni suo atto e da ogni parola; e vi era tanto orgoglio e tanta seduzione nella sua fisonomia, che sarebbesi detto non avesse voluto esser bella per un calcolo audace delle proprie forze.—La bellezza nelle donne è come lo spirito negli uomini: si seduce, ma non si conquista;—ella aveva detto.Infatti era un conquistatore. Nessuna dama era più dama di lei. Avrebbe rinunziato a tutte le altre belle fattezze pur di conservare i piedi e le mani, i capelli e la pelle: il resto se lo traeva dall'anima.Nessuno gliela aveva insegnata, ma appena ricca da poter rivaleggiare colle vere duchesse, aveva subito trovato quella disinvoltura, che non si acquista se non coll'abitudine del comando. Il suo sorriso aveva delle compiacenze da regina, e la sua fronte delle subite rughe da generale, pur restando sempre fanciulla. Spesso un'ombra di malinconia le sfumava gli angoli imperiosi del volto, e il corpo le si illanguidiva in una soavità di abbandono verginale, mentre gli occhi le si velavano e la bocca le si schiudeva come nel solletico di una carezza, che un sogno le facesse sulle labbra prima di svanire nel soffio di un sospiro.Savelli, che in tutta la vita non aveva mai conosciuto una gran signora, fu vivamente impressionato di quella metamorfosi. Malgrado l'onestà della propria morale, a poco a poco dimenticò la falsa posizione di Ida, abituandosi a vederle il duca nell'appartamento, quantunque sapesse che glielo aveva ammobigliato egli medesimo spendendo una somma assurda. Il lusso, l'eleganza, la poesia, che ella davaalla sua nuova ricchezza e che la ricchezza le rendeva, gli furono sorgenti di nuove e squisite sensazioni; di giorno in giorno senti più forte la necessità di quella fanciulla, che gli era rimasta nel cuore come un affettuoso ricordo. La loro amicizia rifiorì quindi come un alicante al sole d'inverno.Ma Ida, che supponendolo assolutamente vecchio lo considerava quasi senza sesso, non aveva scrupolo di riceverlo nel gabinetto della toeletta, persino a letto; aveva per lui delle moine di piccola nipote per il nonno, delle confidenze di fanciulla per la mamma, dei dispotismi di beniamino per il maestro; gli mostrava, gli spiegava, gli offriva tutto il proprio lusso. Ad ogni visita gli presentava un regalo, lo tratteneva a pranzo, lo invitava spesso a tenerle compagnia per il thè, abbandonandosi quindi con lui alle più audaci discussioni filosofiche. Però nelle analisi anche più imprudenti non si erano mai fermati alla posizione di lei col duca, nè all'avvenire, che un altro capriccio o la morte di questi potesse riserbarle.Egli non l'avrebbe osato per tutto l'oro del mondo, ella sembrava non pensarci; poi Savelli ne avrebbe sofferto. Una gelosia sorda gli rendeva disaggradevole il pensiero del duca, un vecchio come lui, senza nessuna buona qualità, ed ancora tanto ricco e felice da possedere donne come Ida. Savelli, che gli doveva quella nomina a direttore, finiva col sentirsi umiliato della sua indifferenza di gran signore per i clienti; ma bastava che Ida sorridesse, perchè il cuore gli tornasse a battere come ai bei tempi, quando studiava in una soffitta sognando una cattedra all'Università e ristorandosi dello studio nelle braccia di una qualche sartina. Le antiche dissolutezze,seppellite nella memoria da lunghi anni, gli risorgevano improvvisamente nella memoria, come se la morte le avesse colpite nell'ora più felice della loro primavera; si sentiva gli sguardi lucenti, alzava la fronte nell'antico orgoglio dei capelli neri, senza ricordarsi più di nulla, quasi avesse finalmente realizzato il sogno di tante notti insonni, essere l'amante di una gran signora.Ma ciò gli accadeva quasi sempre nel gabinetto di Ida. Era un salottino buio come un antro, tappezzato di un damasco a foglie marine di mille colori verdognoli, che ne venavano il fondo, dandogli l'apparenza di un letto di mare, nel quale i riverberi della seta si accendessero qua e là come i riverberi dell'acqua alla luce del cielo. Il cortinaggio della finestra, doppio e panneggiato, non lasciava passare che un lume incerto sui pochi mobili di ebano, senza che nè un vaso o uno specchio potessero turbare con stridenti chiarori o con importune fosforescenze quel silenzio azzurro-cupo.Ella vi restava sdraiata lunghe ore sull'ottomana prendendo un bagno di tenebre. Nessun oggetto poteva frammischiarsi a' suoi sogni: il tappeto era torbido come le pareti, la volta si distingueva appena. Savelli non vi entrava mai senza un fremito, come penetrando nell'ignoto delizioso di tutti i romanzi mal fantasticati nella gioventù. L'ombra aveva un tepore di meriggio primaverile e grandiosità notturne; dagli angoli del gabinetto, che parevano prolungarsi nel buio, si muovevano pericoli sonnacchiosi, mostruosità buie e vellutate; i mobili neri avevano un'immobilità, una nudità sinistra, come preoccupati di custodire i secreti della padrona, della quale non serbavano il più piccolo vestigio.La prima volta, che vi fu ammesso, Savelli si ricordò del pranzo di Diocleziano colle corone di cipresso e gli apparati neri, scherzo di una imperiale ferocia, che lo aveva tanto divertito leggendolo la prima volta. Egli vedeva una massa, più bruna e lunga, schiacciata sul tappeto, rischiarata dalla pallida bianchezza del volto: si appressava, Ida gli tendeva mollemente la mano e chiacchieravano.Caso civetteria, Ida aveva sempre delle pose seduttrici, delle temerità negligenti, che sembravano provocazioni.Talora incantandosi in un pensiero, sospirava languidamente o si stirava le braccia. Savelli se ne accorgeva, seduto sempre sulla stessa poltrona, guardandosi attorno nella preoccupazione di quel buio, che pareva farsi mano mano più fosco e tremare di un palpito prepotente. Un odore di seta, un umidore di bagno, una caldezza di alcova piena di atomi frizzanti e di polveri pollinee gli irritava tutti i sensi.Non avrebbe saputo dirlo egli medesimo, vergognandosi di analizzare ciò che provava, ma a poco a poco cessava di rispondere, come assopito in quell'olezzo leggero e diffuso come di prati falciati. Una lassitudine voluttuosa lo prendeva; si affondava in tutte quelle morbidezze, i piedi sul tappeto, il corpo sulla poltrona, gli occhi in quel crepuscolo. Ida sembrava dentro un bagno di rasi odorosi come tante foglie di fiori, del quale la ottomana fosse la tinozza. Egli le stava presso: non aveva se non ad allungare la mano e a tuffarvi dentro una carezza per dividerlo. Un'inquietudine trepidante di dolcezze gli saliva dalla coscienza; il cortinaggio della finestra apriva l'ombra del gabinetto con un chiarorecalmo, una discrezione piena di lusinghe cortigiane; la punta di un mobile in un angolo frenava a stento un sorriso.Tutto quel gabinetto non era che una cornice di Ida; ella lo riempiva, lo spiegava. I mobili erano neri come le sue vesti, la luce pallida come il suo volto; le stesse tenebre, lo stesso arcano della sua vita, un raccoglimento delizioso e sinistro, un lusso severo e romantico. Ella lo aveva creato traendolo da sè medesima, come altra volta si adattava le mode e si cuciva le vesti; giacchè il duca non vi appariva più del tappezziere.Un giorno, che il cielo era nebbioso e l'aria tepida, il maestro stava con Ida. La fanciulla lunga distesa sulla poltrona, colla testa appoggiata ad un cuscino e i capelli disciolti, che le si ammucchiavano sul tappeto, aveva preso allora allora un bagno caldo e ne assaporava, colla quiete dei grandi raffinati, il rilassamento snervato. Non fumava, non aveva fatti due gesti in mezz'ora. Savelli, seduto sopra unpouffa capo della sua poltrona, le stava sopra col volto. Si era rasa poco prima la barba e spartiti accuratamente i capelli bianchi sulla fronte, ma il suo viso era ancora così fresco che i capelli parevano incipriati come quelli di un ritratto antico. Era malinconico.Non si udiva che la calda respirazione del calorifero nascosto, rotta a volta a volta come dal soffio di un respiro o da un bollore di serra, che passavano sopra l'ottomana della fanciulla e sulla fronte di Savelli inumidendogliela. Due volte egli si era portato la mano al capo con un gesto nervoso, poi glielo aveva appressato ancora più, abbassandolo, così che avrebbe potuto darle un bacio sui capelli.La ottomana aveva ingoiato tutto il corpo di Ida, l'ombra addossatavisi aveva divorato tutto il corpo di Savelli: non restavano che le due facce.Savelli, una mano sulla spalliera della poltrona, le prese una ciocca di capelli, esaminandone, con quell'attonitaggine che pare il morto irrigidimento di una attenzione troppo prolungata, i fili radi, di una finezza di seta, quasi crepitanti fra le dita. Quindi si ricordò improvvisamente senza saper come il proverbio contadino: «regge più un pelo di donna che un canapo da carro», che egli aveva tante volte ripetuto al caso di qualche follia amorosa colla bonomia leggermente ironica dei vecchi saggi, senza accorgersi che quel ricordo era forse l'ultimo avviso della coscienza. L'odore della donna lo aveva ubbriacato. Ella non faceva un moto.Forse la lassitudine del bagno, apprendendosele all'anima, gliene assopiva gl'istinti gagliardi e i fieri sentimenti. Si sentiva prostrata. Quel raccoglimento quasi di cappella e quel calore del gabinetto senza un fiore, uno specchio, un ricordo, una speranza di uomo, che ella si era composto in un giorno di orgoglio intellettuale per sottrarsi a tutto il mondo e sognare, le dava le lubriche mansuetudini, gl'incerti desiderii della notte a letto, nel silenzio della penombra, quando le vesti caddero dal corpo come i disegni e le preoccupazioni dallo spirito, e le due nudità si sdraiano in un morbido impudore. Le pareva di annegare nella ottomana come in una gora di raso tiepido, che le si apriva sotto con un romorio di fremiti accarezzandole le carni, fasciandola come in una grande moina dalla radice del collo ai piedi sporgenti asciutti sul tappeto.La poltrona, larga quanto un lettino e quasilunga altrettanto, le si abbassava con una curva sapiente sotto il dosso, rialzandolesi al capo con una mollezza di guanciale.Ida alzò gli occhi e sorprese Savelli, che le guardava il seno.La fanciulla ebbe un palpito.—Perchè tacete?—gli domandò colla sua voce più dolce.Savelli non rispose, tornò ad arrossire; poi levandosi come chi prenda una risoluzione, rimase ancora colla mano appoggiata sulla spalliera.Ella non disse altro. Savelli, che aspettava una parola, interdetto da quel silenzio si smarrì di nuovo.—Dovrei andarmene,—balbettò.—Dovrei...—ripetè, con sorriso fine ma indolente.—Anzi me ne vado,—e staccando la mano, cercò cogli occhi il cappello, lo vide sopra una poltroncina, fece un passo per prenderlo. Era agitato, tremava; una confusione di scolaro lo rendeva quasi compassionevole. S'abbottonò il vecchio soprabito, e allora, come se si fosse chiuso nella corazza, si sentì meno debole. Tuttavia le parole non gli venivano, era orribilmente imbarazzato per andarsene.—Eccovi la mano,—gli disse Ida, che seguiva sempre colla stessa aria quella manovra.Egli la prese infatti, ma Ida gliela strinse tirandolo a seder sulla sponda della propria poltrona:—Cosa fate?—egli chiese smarrito.—Sedete.Savelli era rimasto colla mano della fanciulla nella mano all'altezza del petto, seduto, scivolandole verso il grembo della sponda della poltrona duramente imbottita. Una fiamma gli imporporò il viso.—Lo so,—mormorò la fanciulla lentamente; poi raddolcendosi ancora ed appressandogli il capo di un dito:—Perchè non mi baciate la mano? Preferite la faccia? Se non è che questo...Egli ebbe un gesto perduto, abbassò gli occhi, si guardò il cappello, vergognoso di essere scoperto, ed impacciato ancora più da quel tono di tiepida affettuosità, che gli andava al cuore. Ida aveva una bontà quasi materna, una mitezza di vergine, che vela l'invito col sorriso, quasi per renderlo più facile con tale suprema delicatezza. Il pallore le si era fatto più opaco, e la mano nella sua mano gliela premeva con un crescendo insensibile.—Perchè no? Siete il solo che mi ami per me. Una volta non vi piacevo, eppure mi volevate bene lo stesso; e se oggi...—e i suoi occhi ebbero un sorriso di soave malizia.—Ebbene tanto meglio, o tanto peggio: io valgo bene un'altra, e voi valete certamente il...Stava per dire il duca, ma un pudore improvviso la rattenne in quell'invito brutale, poichè le parve un'insolenza per Savelli legare con un confronto quei due vecchi e quei due amori così dissimili. Quindi riprese concitata:—Non l'avrei mai creduto, ma voi non siete un uomo come gli altri. Forse l'essere professore di storia ha servito a rendervi così buono. Guardando la vita dall'alto, ne avete perduto le passioni nella curiosità dello spettacolo; fors'anche la bontà di un genio (voi sostenete che il vero genio è sempre buono) dipende dall'indifferenza della sua volontà e dalla socievolezza del suo istinto. Che importa? L'essere buono sarà sempre una grande attrattiva,perchè è una grande originalità, e voi lo siete, mio caro maestro. Vi ricordate quando venivo a scuola? Allora non avremmo previsto di trovarci qui. Io aveva la febbre di tutti i sogni, voi mi guardavate con una passione malinconica di esperienza. Io lo aveva indovinato. Forse avevate ragione, ma potreste anche un giorno aver torto, perchè una battaglia perduta non decide sempre della guerra.E la sua voce vibrò nel pronunciare queste ultime parole. Gli appressò ancora la testa, agitandola sulla spalliera. Savelli, che aveva sdrucciolato nuovamente sul pendio della poltrona e si sentiva un fianco grasso, caldo, della fanciulla contro l'anca, dovette reggersi con isforzo sulla gamba sinistra per non caderle letteralmente addosso.La fanciulla scottava. Poi alzò pigramente un braccio, si volse, se lo passò sotto il capo a guanciale, ed allungandosi come sul letto, dal proprio canto, colle pupille velate, ebbe due o tre moti di sonnolenza. Savelli scivolò del tutto.Le aveva quasi un gomito sul seno.—Non ho che voi a volermi bene:—ella ripetè; quindi ripigliando l'immagine dell'ultima frase, proseguì:—À la guerre comme à la guerre.Tutto è provvisorio quando la vita è incerta o una vittoria può mutare il soldato più che la morte stessa. Non vi è più differenza tra un granatiere e Napoleone, che tra un granatiere vivo e un granatiere morto? Si bivacca, si uccide, si ama dappertutto. Si saccheggia oggi per essere derubato domani, si stringe una mano come un fucile, si agguanta un cavallo come una donna. Anche noi siamo in guerra, non è vero? Voi siete un uomo, io sono una donna, mase foste un giovane non sareste più nulla per me. Così sì. Non arrossite, mio caro maestro. Un giovane vorrebbe strappare invece di accettare, avrebbe delle pretese, tutte le pose romantiche ed insopportabili. E tutto questo perchè? Per una ignobile commedia, che non c'ingannerebbe nessuno dei due. Mi desiderate? prendetemi: potrete aver l'orgoglio di essere il solo, al quale...—e senza finire la frase agitò ancora la testa e chiuse gli occhi.Savelli la guardò di furto; era ancora rosso, ma quelle ultime parole lo avevano rimesso.Ella non gli serrava più la mano, abbandonata. Una seduzione insistente esalava da quella donna ravvolta in una veste di raso, sopra una poltrona di raso, nel torpore di un lungo desiderio, che le socchiudeva gli occhi lasciandole la bocca aperta. Il seno quasi nudo sotto quell'abito, che lo guantava, le batteva con una respirazione forte ma calma, come la faccia, che pareva addormentata sotto un sorriso. Evidentemente la fanciulla non aveva preoccupazioni. Savelli lo comprese di un tratto, e quell'abbandono di ogni difesa lo umiliò profondamente, come un calcolo pietoso della fanciulla per non fargli sentire d'esser vecchio e dargli tutto il tempo di preparare in sè stesso le energie dell'assalto. Fu un tumulto, ventoso, di un istante: il calore dello scirocco si abbassò, le nebbie si sciolsero, il volto gli si imbiancò come i capelli.Si alzò.—Me ne vado,—disse, tendendole la mano.Ella rimase sopra pensieri: Savelli in piedi era diventato anche più freddo. La reazione lo gelava, quantunque in fondo al cuore qualche fiamma gli tremasse ancora e un rombo di sibili gli passasseall'orecchio; ma la ragione aveva preso il sopravvento. Si accorgeva di essere sfuggito a un grande pericolo.—Avete ragione,—mormorò Ida stringendogli la mano:—sarebbe stata una disgrazia per voi; ma però ricordatevene sempre come della mia più grande prova di affetto.Savelli ebbe uno slancio di orgoglio, salutò volgendosi per uscire con un passo più elastico, quasi per mostrarle di non essere poi vecchio; ma sulla porta ella lo richiamò.—Venite qui... più vicino,—disse, tendendogli la fronte,—datemi un bacio paterno.Egli le si chinò, sorridendo amorevolmente, sulla fronte, e la baciò.—Adesso eccovi sicuro; addio, papà.Savelli si fermò meravigliato, indi comprese. Soffocò con una stretta il suo ultimo orgoglio, che in quell'ultimo bacio aveva voluto vedere un dispetto di donna, e partì tutto commosso. Ida era rimasta sulla poltrona; la profonda ruga verticale le apriva la fronte.—È strano!—sussurrò,—il secondo uomo che mi rifiuta.La sera, quando Savelli ritornò coll'aria splendente, Ida lo accolse come se nulla fosse mai stato tra di loro; ma egli, che non poteva capire quella suprema indifferenza e sperava di riparlarle del mattino per soccombere ad una nuova tentazione, rimase scombussolato. Due o tre volte fu sul punto di cimentarsi con qualche scappata contro quell'amabile superba, senonchè ebbe sempre paura e finì col ritirarsi più presto del solito. Ida insistè leggermente, poi lo lasciò andare. Poco dopo entròil duca. Era ilare. Le raccontò che Laura, la mantenuta del prefetto, era scappata con un impiegato di prefettura, e che quegli infuriato li aveva fatti arrestare. Alclubnon si parlava d'altro. Il prefetto domani sarebbe la favola della città.—Se fosse vivo Diogene!—A proposito di che?—Non avete mai letto il suo magnifico dialogo, conservatoci da Dione, sopra un caso consimile?Il duca, che non s'aspettava questa doccia fredda di erudizione, sentì smorzarsi il proprio entusiasmo novellistico. Ida era seduta indifferentemente al tavolo col mazzo delle carte in mano: aveva incominciato un solitario.—Sai che cosa si diceva alclub?Ella non si volse nemmeno.—Che io sono fortunato.—Perchè?—Perchè tu non mi tradisci.Ida si strinse nelle spalle con bonomia.—Era il principe di Atella che diceva questo?—Precisamente.—Mio Dio! è così sciocco!—Lo diceva con Lovito.—Quello almeno è un bell'uomo; peccato che lo sappia troppo e si renda uggioso. Quando mi faceva quella corte spietata, aveva l'aria che io dovessi ammirarlo.—Sei la donna più onesta della città,—proseguì il duca.—È ancora il principe o Lovito che lo dice?—Sono io.—Avete ragione.Egli fu scosso da quella risposta e più dal suotono di semplicità. Ida ne sembrava così perfettamente convinta da non avere nemmeno sorpreso la ironia da lui messa nel complimento per una di quelle contraddizioni frequenti nei libertini, i quali in fondo alla coscienza non ammettono altra moralità che la borghese ed altra virtù che la legale.—Sei singolare!—Perchè sono onesta? E voi siete uno sciocco credendo che io lo faccia per voi. Una mantenuta dev'esserlo: è l'unica originalità, che le sia permessa. Gli scandali scadono di diritto alle signore, che sole vi arrischiano qualche cosa. Sposatemi e vedrete.Il duca ammutolì.—Intanto favorite di andarvene: mi avete seccato.—Ida!—Mi volete dunque costringere a scappare come la povera Laura? Buona notte, mio caro; domani v'invito a pranzo. Ho Savelli, non mancate,—gli disse voltandogli le spalle, senza preoccuparsi punto del suo viso confuso e collerico.Ma il duca aveva l'abitudine di quei cattivi trattamenti. Erano poche le sere che Ida lo ricevesse di buon umore e gli permettesse di passare la notte nel proprio appartamento, perchè ella aveva subito compreso come per dominarlo bisognasse torgli ogni supremazia morale. Con un'abile manovra, e stringendolo sempre nel dilemma o di tacere subendo, o rispondere brutalmente (ed egli sapeva che Ida lo avrebbe piantato con quella audace indifferenza dell'avvenire mille volte provata), gli aveva tolto il coraggio della più piccola rimostranza. Come accade spesso a coloro, che sposano la propria serva, egli era lo schiavo della propria mantenuta; ma Ida aveva iltatto di non spingere troppo oltre la tirannia, e in faccia ad altri affettava talora una sommissione piena di blandizie, la quale gli lusingava tutti gl'istinti di uomo e di signore. Poi lo aveva persuaso di non ingannarlo. Il duca, che piegava sempre sotto la sua volontà, si era fatta un'idea bizzarra della forza di quella donna, nella quale sentiva qualche cosa di terribile, una risoluzione, un dramma nascosto, che la rendeva inaccessibile a tutte le debolezze delle sue pari. Questa stranezza di apparenza teatrale metteva come un'acrità di mostarda nel sapore carnale della loro relazione.Gli pareva di non amarla; infatti cogli amici, alclub, e col nipote parlava di Ida come di una delle sue tante mantenute; ma diceva: è l'ultima; e questa parola involontaria gli gelava spesso il sorriso libertino sulle labbra. Quella donna era diventata l'imperioso, il vitale bisogno della sua vecchiaia, giacchè lo divertiva, lo esaltava, lo rifaceva giovane con un solo gesto, con una risposta impreveduta. Ma vi era dell'astuzia in quella magia, perchè, bistrattandolo come amico, non gli faceva mai sentire di essere vecchio; quindi dopo averlo schiacciato colla superiorità dell'ingegno o del carattere, fingeva poi di soccombere nelle sue braccia, soffocata dal suo vigore di maschio, inebriata dal suo dispotismo di uomo. Ella che lo avrebbe scagliato nella parete colla stessa forza della Brunhilde deiNibelungi, aveva allora delle umiltà trepidanti, dei rispetti di bambina e di schiava: era sfinita, dimandava grazia col corpo scultoreamente estenuato, lo sguardo velato e nullameno aperto ad una riconoscenza piena di ammirazione. Il duca che si sentiva abbagliare dalla morbida bianchezza di quel corpo, con tutti i profumi chegli entravano nelle carni, perdeva l'ultimo senso della realtà nella luce crepuscolare di quello sguardo. Amava quella donna, si ammirava col petto gonfio di orgoglio e il volto illuminato da un riverbero interiore, che sembrava verniciargli la precoce decrepitezza.Quelle notti non ritornava al palazzo che verso le quattro o le cinque del mattino; ma nel giorno Ida non era più quella, non si ricordava più di nulla, aveva un sarcasmo per ogni allusione, una indifferenza altera, che gli frustava a sangue desiderii e ricordi. Così la loro relazione sembrava sempre al principio; Ida vi manteneva tutta l'etichetta di una gran signora, il duca ne soffriva qualche volta nei capricci di libertinaggio, ma in fondo n'era contento ed ammirava. Il linguaggio di Ida, troppo letterario per una donna, aveva la duttile castigatezza del salone; l'oscenità poteva entrarvi solo colla eleganza del tono e la superiorità della frase: ella, che ne aveva fatto un lungo studio, gli prestava sovente i motti temerari per i saloni, dove erano accolti colla più gaia cortesia e una meraviglia d'inaspettato. Se il duca non fosse stato duca e non avesse avuto forte sentimento della propria posizione sociale, sarebbe caduto piedi e mani legato dinanzi a quella fanciulla; ma ciò bastava a permettergli quella noncuranza spavalda parlando di Ida, e spiegava forse le subitanee e paurose tristezze di lei.Quella sera il duca, che entrava allegrissimo, alla vista di Savelli si era subito agghiacciato. Istintivamente egli detestava quel vecchio pedante, il quale aveva passata la vita a fare il maestro per guadagnarsi da vivere, e gli si trovava continuamente fra i piedi nell'appartamento di Ida. Savelliaveva tutti i capelli bianchi, mentre il duca, più vecchio, li aveva invece tinti di nero. Poi la soggezione delle sue maniere, che egli giudicava servili, e la protezione di Ida, nella quale egli cercava delle intenzioni umilianti, glielo rendevano anche più antipatico.—A proposito: vi ho mostrato lo stemma che metterò sulla mia carrozza?—disse Ida d'improvviso.—L'ho pensato questa notte. Un morione, scudo nero, in mezzo un braccio con una fiaccola, e sotto questo motto:N. I. L.—Un motto nichilista.—Internazionalista anche.N. I. L.; leggete:Noctu, Ignis, Lux.—Uno val l'altro,—disse il duca.—Non esattamente, ma si fondono: il motto della disperazione suicida e della disperazione omicida; convenite che è almeno bello quanto il vostro:Tarde sed tuto, che pare trovato per una diligenza di villaggio.Savelli non potè a meno di sorridere, il duca arrossì leggermente. Così trascorse una grossa mezz'ora, durante la quale Savelli ascoltò due volte suonare la pendola, accompagnandone i rintocchi con una cadenza intontita e pensando alla serva, che lo aspettava addormentata in cucina.Finalmente il valletto annunziò il conte Alidosi.—Vi siete fatto aspettare,—ella gli disse colla voce più carezzevole.Egli s'inchinò al complimento, strinse volgendosi la mano al duca e a Savelli, e le sedette vicino sopra una poltrona. Era sempre così biondo e così bello. Ripetè una delle mille insignificanti conversazioni per le signore, profumandola con tutte le piccoleattenzioni, le amabilità effimere del gesto e della voce, per farsi più bello colla perfetta manovra di un uomo abituato al salone. Ida accettava, il duca con un sorriso velato gettava qualche parola nel loro discorso, Savelli si era ancora più rincantucciato. Il conte, che sapeva chiacchierare e quella sera era in vena, trovava dei frizzi, dei doppi sensi, che scattavano come giocattoli, sempre più lusingato dall'attenzione della fanciulla sospesa ai suoi occhi.Ad un tratto questa lo interruppe:—È orribile! Essere arrivata a quarant'anni senz'amanti ed incontrarsi in un geloso, che vi ammazza.—Infine lo ha avuto: può ringraziare la provvidenza.—La provvidenza ha delle ironie formidabili,—esclamò la fanciulla, che si era alzata nervosamente.—La provvidenza, che rende cieco Galileo e sordo Beethoven, che ispira ai missionari il coraggio apostolico per scoprire i selvaggi e manda poi sulle loro orme i soldati che li spodestano e li distruggono! Ironia per il catecumeno ed il catechista: non è vero, Savelli?Ma senza dargli tempo di rispondere gli andò incontro.—Siete stanco: aspettate, adesso vi libero.—Duca,—lo chiamò:—la trottata di questa mattina mi ha affranto; mi corico presto, perchè ho bisogno di montare a cavallo per rimettermi in esercizio. Se volete v'invito ad ammirarmi; non voi, Savelli: voi farete qualche cosa di meglio, mio caro maestro, farete scuola, e non farete più un'altra allieva come Ida. Voi, duca, dovreste accompagnarmi in carrozza: intanto, giacchè l'avete alla porta, riconducete Savelli.—Signor duca, io non permetterò mai...—È inutile, poichè sono io che ordino: andatevene, siate buono. È tardi, Savelli abita lontano. Datemi un bacio sulla fronte.A queste parole, pronunciate meno bruscamente, il conte si rivolse.—Badate, uno solo,—ella seguitò sorridendo.—Sì, uno per tutti e tutti per uno, la mia divisa.Il conte vide lo zio chinarsi compostamente sulla faccia della fanciulla e stamparvi un bacio. Un sorriso di scherno gli contorse le labbra, si avvicinò al loro gruppo. Il duca gli strinse la mano.—Ti lascio in buona compagnia,—disse, restituendogli un altro sorriso non meno ironico, e:—Sono tuo zio!—mormorò a bassa voce.—Dubitereste?Il duca guardò Ida, poi fissandolo sicuramente rispose:—No.Savelli, che si era chinato per prendere la canna, fece un ultimo inchino, la fanciulla gli strinse ancora la mano, scambiò un'occhiata languida col duca e, scuotendo mollemente la testa in segno di stanchezza, sembrò rattenerlo ancora un istante. Il duca sentì quella morbida resistenza.—Addio, Enrico.Questi non rispose. Si era seduto famigliarmente sul divano, dissimulando a stento il malumore.Savelli e il duca uscirono. Ida gironzò qualche secondo per il salotto, finalmente gli si fermò di contro.—Mi sembrate annoiato, caro conte.—Con voi?!Ella sorrise e, sedendogli presso, appoggiò la testa alla spalliera del divano.—Allora,—proseguì guardandolo fra le palpebre socchiuse,—il bacio del duca vi ha messo di malumore.—Perchè dovrei inquietarmi? non so forse...—Non sapete gran cosa; ma potreste confessarlo, poichè sapete benissimo che non tengo alla vostra gelosia. La osservo. È un fenomeno poco studiato la gelosia di un uomo, che ama, sa di essere amato, e che sarà sempre respinto. Che m'importa se siete geloso? Io non sono cattiva, so di essere amata e mi basta. Il mio trionfo è pieno.—Non del tutto, se mi amate voi stessa.Ella parve raccogliersi a questa obbiezione, forse più profonda che il conte non credesse, aprì gli occhi, ma chiudendoli subito dopo come per velarne la espressione, mormorò:—È vero.Il conte sentì la propria irritazione crescere fino alla collera. Ida gli confessava forse per la centesima volta di amarlo, con quell'accento stentato di una confessione che gli faceva battere il cuore d'una inutile speranza. Egli fremeva, si arrovellava contro un ostacolo infrangibile, la volontà di quella donna, che un giorno gli aveva detto piangendo:—Vi amo, ma non mi avrete mai.Quel «mai» se lo trovava sempre tra i piedi, nel presente, nel passato, nell'avvenire. Era come un cerchio che gli rinserrava la vita, una montagna sorta d'incanto e che gli sbarrava l'orizzonte, sulla cima della quale sedeva quella donna atteggiata di un sentimento fantastico a guardarlo con una ostinazione di amore impossibile. Invano egli le aveva fatto tutte le proposte, offerto tutte le follie, altero, supplichevole, geloso, civettuolo, studiando tutti gli aditi delsuo cuore, tutti gli spalti della sua mente, giacchè ad ogni porta, ad ogni fessura, ad ogni feritoia trovava sempre quel sorriso languido, quello sguardo appassionato, che lo respingeva con una carezza. Quindi egli vi si incaponiva colla testardaggine del desiderio rinvigorito dalla umiliazione e dalla vanità di altri trionfi, sperando che Ida, innamorata da gran tempo e per lui solo buttatasi allo sbaraglio di una vita infame, un giorno o l'altro gli cadrebbe sfinita di resistenza e di bramosia fra le braccia. Ma s'ingannava, se ne accorgeva, e s'indispettiva inutilmente. Dal primo giorno la fanciulla non aveva mutato contegno. Aveva accolta la prima e l'ultima dichiarazione d'amore colla stessa franchezza, quasi con riconoscenza, ma dall'alto di una superiorità intellettuale e di una suprema decisione: no.—Allora, perchè mi amate?—Lo so io forse? Siete bello fino all'assurdo, probabilmente sarà per questo.—Ida!Ella gli tese la mano.—Siate ragionevole: conoscete bene che è impossibile. Alla vostra vanità dovrebbe bastare che io, sprezzantemente respinta, in ginocchioni davanti a voi, scacciata da una casa dove ero stata accolta come una sorella, vi ami al punto di dovervelo confessare, a voi che mi avete rovinata. Se non vi avessi incontrato, a quest'ora invece di essere la mantenuta del duca di Rivola, sarei forse una direttrice celebre nei giornali per il suo ingegno, con una posizione netta nella società e un avvenire sicuro ed onorevole. Voi avete su di me un grande vantaggio.Egli alzò le spalle.—Io non ho che il mio no, l'ultimo brano di ragione, col quale mi sono armata la volontà contro di voi, che vi umilia un pochino nella vostra superbia di donnaiuolo, ma non áltera punto la vostra vita. Invece voi dominate la mia: vi siete trovato al suo principio, e tutto quello che mi accade è una vostra conseguenza.Ida si alzò, pareva agitata da quell'analisi dolorosa della propria vita. Andò a un piccolo tavolo da fumare, ricco e bizzarro nel disegno, ne prese due grossi sigari d'Avana, ne accese uno alla candela, stracciandone quasi con rabbia la punta fra i denti, e ritornò a presentargli l'altro.—Non parliamone più, sarà meglio per ambedue.—Come sta Jela? Non me ne avete ancora dato nuove, cattivo marito.—Colpa vostra.—Ancora?—Ancora e sempre. Non volete dunque accettare?—Ma parlate sul serio?—Avete torto.—Ho ragione e vi compatisco, perchè vi so debole di testa. Essere la vostra mantenuta! E con che mi manterreste voi?—seguitava con accento nervoso e una fiamma gialla in fondo alle pupille, che le vibrava a quando a quando come una lingua di serpente:—voi che siete più povero di me! Il duca ve lo avrà detto, perchè se ne vanta: non siamo insieme da un anno, e gli ho già speso centocinquanta mila lire. Io amo il lusso; è la mia aristocrazia, la mia vita, io che ho perduto tutte le altre dignità e sono uscita dall'ambiente sociale. Che importa? Molti grandi furono gettati dalla tempesta sul marginedella società, e seppero rientrarvi più violenti della tempesta. Voi siete povero, la vostra ricchezza è la dote di Jela. Intenderete benissimo che io amo Jela, la mia sorella di latte, che mi ha salvato un giorno dalla fame, e non voglio renderla infelice rubandole quelle ricchezze, che mi ha mille volte offerte con una generosità, che voi non capirete mai.Il conte, pallido di umiliazione, non ebbe il coraggio di una risposta, gettò lungi lo zigaro, abbassò il capo. Avrebbe pianto come un fanciullo, se non se ne fosse vergognato. La inesorabilità di quella logica lo spezzava; ma Ida, dolente di averlo afflitto, mutò dolcemente la voce:—Non vi basta, Enrico, di essere il mio amante?—Così no.—Mi amate dunque molto?—Al punto di diventare uno sciocco.—La cosa non è molto difficile,—ribattè con sarcasmo feroce, contemplando quella sua aria sconcertata.—Gli uomini,—aggiunse, ritornando al tuono lusinghevole di prima,—non sanno amare senza commettere scempiaggini. Amatemi come vi amo io, in fondo al cuore: vi ci ho seppellito sotto un mucchio di rose e non vado a cercarvi se non quando sono ben sola. Che importa se voi non siete con me? Ci siete egualmente e più bello di adesso. Passo con voi delle lunghe ore che mi sfiniscono, vi mangio con una avidità di poeta e di donna, che hanno raffinato le loro due delicatezze per una di quelle voluttà, alle quali si finisce sempre per soccombere, quando non se ne impazzisce. Perchè mai siete così bello?—Davvero?—non potè a meno di rispondere, riscaldato dal calore di quella passione ed avanzandosi verso di lei per prenderle una mano.—È la sola giustificazione della mia insensatezza: dovrei odiarvi, e vi amo.La figura del conte si illuminò. Indovinava in quella scena un calcolo di umiliarlo, straziandolo colla povertà e fingendo di amare Jela, mentre forse la odiava con tutto l'accanimento di una popolana arricchita provvisoriamente dai disordini disonoranti della propria vita; ma non si poteva frenare. Gli occhi e le parole di quella donna lo trascinavano. Come un fiore strappato dal vento, avvolto nelle carezze del sole, nella confusione di una polvere ardente, egli si alzava leggiero e sbattuto, lacerato e felice, incoronandosi di quella luce che lo accecava, lasciandosi straziare da quella donna, che non giungeva ad odiarlo e, se non fosse stato l'orgoglio di una rivincita, gli avrebbe strisciato ai piedi leccandoglieli come un cane. Le prese tutte e due le mani e, stringendogliele con forza, finse di volerla ricondurre sul divano. La sua bella testa, bionda come quella di una fata, aveva un'espressione quasi pura, illuminata dalla luce turchina degli occhi, di una soavità fantastica. Ella l'avvertì, gli guardò il collo dolce come quello di una donna e più bianco della camicia.—No.—Datemi un bacio.Egli insistette, ella negò, egli lo ridimandò ostinandosi invano, supplicando, ella rispondendo sempre di no col sorriso ed una fiamma negli occhi, che le divampava tratto tratto sempre più grande, vibrando con tutto il corpo quando egli le appressava il volto. Stettero così forse cinque minuti, egli non si stancava: la pendola suonò.—All'ultimo tocco me lo darete.—No.—Vendetemelo dunque,—gridò con uno scoppio d'irritazione.—Non siete abbastanza ricco per comprarlo; poi io sono come Diogene: mi si può pagare, ma non mi vendo.Egli aprì le mani.—Non siete ragionevole, Enrico. Un bacio! non ve lo do, mi perderei. La mia volontà ne resterebbe ubbriaca, e allora addio famosa risoluzione. Ad un altro uomo forse più bello, ma diversamente bello, a Buondelmonti... glielo darei un bacio, glielo venderei, per servirmi della vostra parola cortese: a voi no.—A Buondelmonti non glielo vendereste certo un bacio,—ripetè colla sua stizza di femmina.—Forse perchè egli pure non potrebbe pagarmelo? È povero?—Più di me,—e un'ironia mista di amarezza gl'increspava le labbra.—Conosco questo sorriso: sapete qualche cosa su Buondelmonti, o fingete saperlo.—Sì, fingo.—Perchè siete geloso. È bello quanto voi.Egli scosse sprezzantemente il capo.—Provatevi dunque a vendergli un bacio.—È inutile, glieli regalo,—rispose tranquillamente.—Buondelmonti è dunque il vostro amante?—Forse: perchè non vi voglio, non è una buona ragione per non accettare un altro. È bello, intelligente, un nobile carattere.Il conte era impallidito a quella confessione: per un momento vacillò. Egli aveva per Buondelmontil'antipatia di un efebo depravato in paggio per il gigante guerriero, ma rattenuta dalla paura. Dubitò, poi l'ira del dispetto rendendolo meno guardingo, si raddrizzò con una grazia sinistra di serpente e le vibrò una occhiata di sfida. Ida per irritarlo doppiamente finse di non gli badare, quindi alzandogli gli occhi in viso con una di quelle occhiate di ammirazione compassionevole, parve dirgli:—Povero ragazzo!—Vendetegli un bacio!—egli ripetè con voce stridula.—Giacchè ci tenete, lo farò.—Mi farete vedere il prezzo.—Sarà difficile, poichè me lo pagherà con un altro.—Difatti, non ha altri capitali, ma ne vive bene.Ella comprese:—Voi dite una viltà, non vi credo.—Se ne avessi la prova?—Non l'avete. Siete vile come un fanciullo e calunniatore come una donna.A queste nuove sferzate il conte s'impennò. La violenza di Ida nel difendere Buondelmonti, che egli temeva davvero il suo amante, lo accecava.—Le donne non calunniano sempre. Potrei mostrarvi una lettera della contessa Ceri, che gli ha pagato il suo ultimo cavallo, quello stupendo morello, che gli avete visto oggi.—Infamie di donna: Buondelmonti ha dovuto battersi ed abbandonarla, ed ella se ne vendica.—Voi credete al carattere nobile di Buondelmonti?—Voi siete suo amico.—Ma non ho voluto servirgli da padrino.—Lo eravate di Villani.—E me gli ero offerto per non essere di Buondelmonti.—Perchè dunque salutate quell'uomo e non lo smascherate alclub, mio buon gentiluomo senza macchia e senza paura? Mostratemi quella lettera.—No.—Cossa vi ha indovinato quando scriveva la parte di Silio nellaMessalina: sei bello, ma vile! Avete paura che non vi renda quella lettera e la mostri a Buondelmonti?Ma ella si arrestò e, colorandosi di un rossore improvviso, come lanciata da uno scoppio di passione, gli si avventò al collo, gli prese il volto con ambo le mani e divorandoselo degli occhi con rabbia amorosa, mentre glielo scuoteva come quello di un bambino:—Che m'importa,—proruppe,—se egli è un soldato di ventura, che rubi agli uomini in tempo di guerra e si faccia mantenere dalle donne in tempo di pace? Buondelmonti è un imbecille: se non fosse un capitano, potrebbe essere un facchino; sarà per questo che la contessa Ceri lo paga. Tu credi che io lo ami? Non ti sei accorto che faccio per attaccarti un po' del mio male con questa gelosia ridicola? che amo te solo?... e tu credi! Oh!—esclamò colla voce piena di singhiozzi, intanto che il conte indietreggiava stupefatto per comprendere meglio quel brusco impeto. Ma la fanciulla, che non lo vedeva convinto, lasciando la presa con un gesto sublime di disperazione fu per voltargli le spalle.—Guardate,—fe' rattenendola per un braccio e presentandole la lettera con un ultimo tremito.Ella la ghermì avidamente. La contessa Ceri avevapagato quel cavallo a Buondelmonti, impegnando per quattro mila franchi di gioie al Monte di Pietà, come se ne era confessata col conte. Egli, che era stato uno dei suoi capricci più effimeri ed era poi sempre rimasto con lei in una amicizia di piccoli servigi e di grandi confidenze, aveva dovuto andarla a trovar la mattina stessa del duello. La contessa furiosa scriveva una lettera a Buondelmonti, rinfacciandogli tutto, minacciandolo persino di dire tutto al marito; e il conte Enrico aveva cercato di placarla senza ottenere nulla in quel momento di esaltazione gelosa, mentre essa non si era nemmeno accorta, leggendogli quella lettera, come gliene pigliasse dallo scrittoio, distrattamente, la prima copia macchiata largamente d'inchiostro. Ma la contessa, malgrado ogni rimostranza, aveva mandato quella lettera al capitano.Il conte Enrico ne sorrideva ancora:—Che fate?—le chiese meravigliato, vedendola bruciare la lettera sul candeliere.—Vi salvo: questa lettera avrebbe finito per compromettervi: d'altronde è così terribile, che la so quasi a memoria—aggiunse con uno strano sorriso.—L'avreste mostrata a qualcuno, la contessa avrebbe negato, molto più che è senza firma, Buondelmonti calunniato atrocemente vi avrebbe ucciso. Non lo voglio.Era ritornata blanda e carezzevole: gli si appressò adagio con una sommissione da cavalla, lo prese per mano, lo condusse alla poltrona, poi sedendogli sulle ginocchia gli diè un bacio sulla fronte.—Non lo voglio che tu sia ucciso,—ripeteva con una specie di singhiozzo,—ti amo troppo, ti amo troppo.—Mi ami?—Cattivo!Il conte inebriato, violentato da quell'abbraccio inatteso, le copriva il collo di baci, l'accarezzava, se la stringeva sul petto, soffocando dalla felicità, che gli alzava le spalle e gli faceva aprire la bocca con una oppressione ineffabile. Ma fu un lampo, la fanciulla gli sfuggì robustamente, scattò in piedi, cogli occhi ancora lagrimosi, le labbra tremanti.—Andate, andate.—Ida...—Andate, no, Enrico: andate...Egli fe' un passo, ella più pronta si gettò al campanello e suonò.—Domani?—Domani.Allora un impeto di superbia lo sconvolse: Ida era già alla porta della propria camera.—Mai!?—le gridò dietro con un gesto grazioso ed il viso sfavillante.Ella si rivolse sorridente, felice, diede al proprio sorriso lo splendore di un razzo, e senza rispondere disparve.Il conte aveva vinto. Quindi per una idea subitanea, poichè il valletto tardava a comparire, volle un trofeo; si guardò attorno, corse su tutti gli oggetti per prenderne uno e riportarglielo l'indomani, ma dopo averlo conservato tutto la notte e riveduto al mattino colla gioia dei fanciulli, ai quali la vecchia ha portato il regalo per il camino. Gironzò, andò a tutti i tavoli, al camino ingombro di ninnoli, alle pareti, alle due scarabattole degli angoli, sulle quali si ammucchiavano a piramidi le bagattelle, le rarità, i capolavori senza nome; ma fra tutta quella folla bella e deforme di capricci non ne trovò uno solo col significato del momento.Il valletto attendeva rispettosamente sulla porta.Allora il conte si diresse ad un ombrellino di porcellana mezzo aperto, inchiodato nel muro, dal quale sorgevano molti fiori appassiti, esaminò molti ritratti in cento pose, di cento grandezze, in cento cornici, di Ida in amazone, in veste da camera, scollacciata, in costume, e nessuno gli piacque, e quel capriccio improvviso gli diventava una necessità, che lo esilarava. Vi si ostinò, tornò a cercare, finchè voltandosi vide il valletto, che lo osservava. Si sentiva allegro, la gioia lo illuminava, gli pareva di ridiventare ragazzo alla prima avventura. Il gabinetto aveva una misteriosità profumata, una curiosità di tutti quegli oggetti coalizzati contro di lui. I quadri e le figurine di Sassonia si ammiccavano nell'ombra, le porcellane rompevano in scoppi di sorrisi rutilanti, il canarino, che aveva udita tutta la conversazione sospeso fra le tende della finestra, lo seguiva colla testina dorata, aspettando forse di coglierlo in fallo per gettargli la sua beffa in un trillo. Ma il conte tornò alla poltrona, sulla quale Ida lo aveva ricevuto, e scorgendo i libri sul tavolino di lacca, li esaminò: un romanzo di Zola, un volume dellaPsicologiadi Spencer,De Virginitatedi S. Ambrogio. Quest'ultimo lo fece ridere addirittura, senonchè alzandolo vi scorse sotto un pugnale piccino come uno spillone, colla lama lucida al pari del cristallo e il manico di oro. Ida se ne serviva da tagliacarte. V'era un motto sulla lama:—Nulli parcit.—Depose il libro e si tenne il pugnale.—Bah!—mormorò nel pensiero,—nulli parcit!, come il «mai»: manìe di tragedia, che finiscono in farsa.
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Quando il duca entrò nel gabinetto la pendola del camino suonava le undici. Ida era sdraiata sopra una lunga poltrona di raso a scacchi bianchi e neri, colle gambe incrociate e una piccola pantofola, che le si agitava impazientemente fuori della veste. La lumiera della volta, velata di fiori, lasciava nell'ombra l'angolo, dove ella posava innanzi al vecchio maestro, arruffando nervosamente le piume di unparafuoco fatto di un uccello dell'equatore, dalle penne brillantemente colorate e la coda aperta, con un ramoscello di albero fra i piedi.
Il maestro volle alzarsi rispettosamente, ma Ida lo rattenne con un'occhiata, quindi accennando al duca, che si avanzava colla mano tesa e il sorriso sulle labbra, di sedersi, seguitò la discussione. Parlavano di Murger. Savelli ne aveva vantato la profonda tenerezza, il sentimento fine fra quelle girandole di motti spiritosi, sotto quell'apparente volgarità di soggetti; ma Ida si ribellava. Per lei Murger non aveva che dello spirito e non sempre buono, il suo sentimento sapeva di lattime, le sue finezze servivano troppo spesso per una scroccheria.
—È morto all'ospedale dopo avere inutilmente svestite le proprie piaghe su per le piazze, cercando d'impietosire col lazzo quando le lagrime fallivano; mentre Escousse, un altro boemo, forse con altrettanto ingegno ma con più cuore, piuttosto che scendere a tutte quelle bassezze, eseguite con tanto brio e descritte con abbastanza arte, si è ucciso. Non mi parlate di Murger,—seguitava riscaldandosi;—si può leggerlo, ma non si potrebbe invitarlo a pranzo, a meno di non considerarlo come uno scroccone, del quale si ammira la destrezza della mano e della lingua.
—Era povero,—arrischiò timidamente Savelli.
—Quando si è poveri e si vuol farsi una gloria o uno scandalo della propria povertà, bisogna vivere come Antistene o come Diogene.
—Un poeta!
—Perchè scriveva delle poesie! I poeti più che ai versi li riconosco alla vita. Byron, ecco il poeta; ha vissuto come ha scritto, è morto come ha vissuto.Musset, un altro. Un poeta è prima un temperamento, poi un ingegno. Goethe aveva più ingegno di Byron, ma io glielo pospongo. Hugo ha più ingegno di Musset, ma io ammiro Hugo ed amo Musset. Forse il poeta più vero non è quello, che scrive la migliore canzone, ma che commette la più bella follia.
—Perfettamente!—interloquì il duca.
Savelli, che temeva già di tener testa ad Ida, sentendo il duca approvarla si arrese del tutto, ma la fanciulla gli salvò la ritirata stringendosi improvvisamente col duca, che veniva da teatro. Era stato nel palco di Jela all'ultimo atto dellaDoradi Sardou. Domani sera si rappresenterebbe l'Etrangèredi Dumas. Ida, che voleva assistervi, si volse al maestro, perchè la accompagnasse; egli titubava:
—Non è vero che non vi vergognate di me?
—Signorina!—esclamò sorridendo.
Ma questa domanda avea finito di sconvolgerlo. Malgrado la sua poca abitudine del salone, si accorgeva d'essere d'impaccio in quel gabinetto, fra quei due, ad un'ora così avanzata, egli che non frequentava altra casa e soleva coricarsi alle nove di sera, solo nel suo modesto appartamento alla mercede di una vecchia serva.
Gli pareva già di udirla brontolare in cucina. Tutte le sere, che veniva da Ida, bisognava chiedere il permesso, ed era sempre la solita ragione, che glielo faceva ottenere. Ida per mezzo del duca lo aveva fatto nominare direttore di un istituto tecnico con quattrocento lire di stipendio mensile. Questo colpo insperato di fortuna aveva portato alquanto di agiatezza nella vita di Savelli, entusiasmando la serva, umiliata fino allora da quella miseria nei propri talenti culinarii; ma non aveva potuto disarmarla.Per lei la fanciulla era sempre una sfacciata, buona per farsi mantenere dai vecchi, che non innamorava se non dei vecchi; ed egli pure, un vecchio, un professore, si era lasciato prendere come una lasca. E Savelli arrossiva.
Sicuramente sapeva di essere troppo vecchio per innamorarsi di Ida, ma la fanciulla d'oggi non somigliava punto a quella di due anni prima, quando meravigliandolo colla forte elettezza della propria natura gli faceva mormorare con mondano rammarico: peccato che non sia bella! Non era bella ancora, nel senso ordinario della parola, anzi a prima vista non destava nemmeno la simpatia delle persone brutte e squisitamente dotate. La sua fronte troppo seria per quella giovinezza, la sua pelle troppo bruna per quel pallore troppo livido, i suoi occhi troppo neri per essere così grandi, il sorriso sempre sprezzante delle sue labbra, impensierivano e repellevano; si considerava forse la sua testa, se ne ammirava la forza, ma non si poteva accarezzarla, e la simpatia non è se non la facilità della carezza. Ma la severa e nel tempo stesso pomposa eleganza del suo lusso attraeva l'attenzione; le sue arie di testa, il suo portamento, la perfezione plastica del corpo, al quale gli abiti così temerarii di rivelazioni andavano pur così bene; la finezza della sua pelle e la finitezza delle sue estremità, le mani nervose come la branca di uno sparviero e nullameno tanto morbide, il piede piccolo e superbamente arcuato come per calpestare tappeti ed affetti; un'alterigia che le evaporava da tutta la persona, e che ella agitava a onde col più leggero de' suoi moti e il più indifferente de' suoi gesti, le davano una vivezza di originalità troppo rara per una donna. Quantunquecortese e raffinata nelle maniere, un profondo disprezzo trapelava da ogni suo atto e da ogni parola; e vi era tanto orgoglio e tanta seduzione nella sua fisonomia, che sarebbesi detto non avesse voluto esser bella per un calcolo audace delle proprie forze.
—La bellezza nelle donne è come lo spirito negli uomini: si seduce, ma non si conquista;—ella aveva detto.
Infatti era un conquistatore. Nessuna dama era più dama di lei. Avrebbe rinunziato a tutte le altre belle fattezze pur di conservare i piedi e le mani, i capelli e la pelle: il resto se lo traeva dall'anima.
Nessuno gliela aveva insegnata, ma appena ricca da poter rivaleggiare colle vere duchesse, aveva subito trovato quella disinvoltura, che non si acquista se non coll'abitudine del comando. Il suo sorriso aveva delle compiacenze da regina, e la sua fronte delle subite rughe da generale, pur restando sempre fanciulla. Spesso un'ombra di malinconia le sfumava gli angoli imperiosi del volto, e il corpo le si illanguidiva in una soavità di abbandono verginale, mentre gli occhi le si velavano e la bocca le si schiudeva come nel solletico di una carezza, che un sogno le facesse sulle labbra prima di svanire nel soffio di un sospiro.
Savelli, che in tutta la vita non aveva mai conosciuto una gran signora, fu vivamente impressionato di quella metamorfosi. Malgrado l'onestà della propria morale, a poco a poco dimenticò la falsa posizione di Ida, abituandosi a vederle il duca nell'appartamento, quantunque sapesse che glielo aveva ammobigliato egli medesimo spendendo una somma assurda. Il lusso, l'eleganza, la poesia, che ella davaalla sua nuova ricchezza e che la ricchezza le rendeva, gli furono sorgenti di nuove e squisite sensazioni; di giorno in giorno senti più forte la necessità di quella fanciulla, che gli era rimasta nel cuore come un affettuoso ricordo. La loro amicizia rifiorì quindi come un alicante al sole d'inverno.
Ma Ida, che supponendolo assolutamente vecchio lo considerava quasi senza sesso, non aveva scrupolo di riceverlo nel gabinetto della toeletta, persino a letto; aveva per lui delle moine di piccola nipote per il nonno, delle confidenze di fanciulla per la mamma, dei dispotismi di beniamino per il maestro; gli mostrava, gli spiegava, gli offriva tutto il proprio lusso. Ad ogni visita gli presentava un regalo, lo tratteneva a pranzo, lo invitava spesso a tenerle compagnia per il thè, abbandonandosi quindi con lui alle più audaci discussioni filosofiche. Però nelle analisi anche più imprudenti non si erano mai fermati alla posizione di lei col duca, nè all'avvenire, che un altro capriccio o la morte di questi potesse riserbarle.
Egli non l'avrebbe osato per tutto l'oro del mondo, ella sembrava non pensarci; poi Savelli ne avrebbe sofferto. Una gelosia sorda gli rendeva disaggradevole il pensiero del duca, un vecchio come lui, senza nessuna buona qualità, ed ancora tanto ricco e felice da possedere donne come Ida. Savelli, che gli doveva quella nomina a direttore, finiva col sentirsi umiliato della sua indifferenza di gran signore per i clienti; ma bastava che Ida sorridesse, perchè il cuore gli tornasse a battere come ai bei tempi, quando studiava in una soffitta sognando una cattedra all'Università e ristorandosi dello studio nelle braccia di una qualche sartina. Le antiche dissolutezze,seppellite nella memoria da lunghi anni, gli risorgevano improvvisamente nella memoria, come se la morte le avesse colpite nell'ora più felice della loro primavera; si sentiva gli sguardi lucenti, alzava la fronte nell'antico orgoglio dei capelli neri, senza ricordarsi più di nulla, quasi avesse finalmente realizzato il sogno di tante notti insonni, essere l'amante di una gran signora.
Ma ciò gli accadeva quasi sempre nel gabinetto di Ida. Era un salottino buio come un antro, tappezzato di un damasco a foglie marine di mille colori verdognoli, che ne venavano il fondo, dandogli l'apparenza di un letto di mare, nel quale i riverberi della seta si accendessero qua e là come i riverberi dell'acqua alla luce del cielo. Il cortinaggio della finestra, doppio e panneggiato, non lasciava passare che un lume incerto sui pochi mobili di ebano, senza che nè un vaso o uno specchio potessero turbare con stridenti chiarori o con importune fosforescenze quel silenzio azzurro-cupo.
Ella vi restava sdraiata lunghe ore sull'ottomana prendendo un bagno di tenebre. Nessun oggetto poteva frammischiarsi a' suoi sogni: il tappeto era torbido come le pareti, la volta si distingueva appena. Savelli non vi entrava mai senza un fremito, come penetrando nell'ignoto delizioso di tutti i romanzi mal fantasticati nella gioventù. L'ombra aveva un tepore di meriggio primaverile e grandiosità notturne; dagli angoli del gabinetto, che parevano prolungarsi nel buio, si muovevano pericoli sonnacchiosi, mostruosità buie e vellutate; i mobili neri avevano un'immobilità, una nudità sinistra, come preoccupati di custodire i secreti della padrona, della quale non serbavano il più piccolo vestigio.
La prima volta, che vi fu ammesso, Savelli si ricordò del pranzo di Diocleziano colle corone di cipresso e gli apparati neri, scherzo di una imperiale ferocia, che lo aveva tanto divertito leggendolo la prima volta. Egli vedeva una massa, più bruna e lunga, schiacciata sul tappeto, rischiarata dalla pallida bianchezza del volto: si appressava, Ida gli tendeva mollemente la mano e chiacchieravano.
Caso civetteria, Ida aveva sempre delle pose seduttrici, delle temerità negligenti, che sembravano provocazioni.
Talora incantandosi in un pensiero, sospirava languidamente o si stirava le braccia. Savelli se ne accorgeva, seduto sempre sulla stessa poltrona, guardandosi attorno nella preoccupazione di quel buio, che pareva farsi mano mano più fosco e tremare di un palpito prepotente. Un odore di seta, un umidore di bagno, una caldezza di alcova piena di atomi frizzanti e di polveri pollinee gli irritava tutti i sensi.
Non avrebbe saputo dirlo egli medesimo, vergognandosi di analizzare ciò che provava, ma a poco a poco cessava di rispondere, come assopito in quell'olezzo leggero e diffuso come di prati falciati. Una lassitudine voluttuosa lo prendeva; si affondava in tutte quelle morbidezze, i piedi sul tappeto, il corpo sulla poltrona, gli occhi in quel crepuscolo. Ida sembrava dentro un bagno di rasi odorosi come tante foglie di fiori, del quale la ottomana fosse la tinozza. Egli le stava presso: non aveva se non ad allungare la mano e a tuffarvi dentro una carezza per dividerlo. Un'inquietudine trepidante di dolcezze gli saliva dalla coscienza; il cortinaggio della finestra apriva l'ombra del gabinetto con un chiarorecalmo, una discrezione piena di lusinghe cortigiane; la punta di un mobile in un angolo frenava a stento un sorriso.
Tutto quel gabinetto non era che una cornice di Ida; ella lo riempiva, lo spiegava. I mobili erano neri come le sue vesti, la luce pallida come il suo volto; le stesse tenebre, lo stesso arcano della sua vita, un raccoglimento delizioso e sinistro, un lusso severo e romantico. Ella lo aveva creato traendolo da sè medesima, come altra volta si adattava le mode e si cuciva le vesti; giacchè il duca non vi appariva più del tappezziere.
Un giorno, che il cielo era nebbioso e l'aria tepida, il maestro stava con Ida. La fanciulla lunga distesa sulla poltrona, colla testa appoggiata ad un cuscino e i capelli disciolti, che le si ammucchiavano sul tappeto, aveva preso allora allora un bagno caldo e ne assaporava, colla quiete dei grandi raffinati, il rilassamento snervato. Non fumava, non aveva fatti due gesti in mezz'ora. Savelli, seduto sopra unpouffa capo della sua poltrona, le stava sopra col volto. Si era rasa poco prima la barba e spartiti accuratamente i capelli bianchi sulla fronte, ma il suo viso era ancora così fresco che i capelli parevano incipriati come quelli di un ritratto antico. Era malinconico.
Non si udiva che la calda respirazione del calorifero nascosto, rotta a volta a volta come dal soffio di un respiro o da un bollore di serra, che passavano sopra l'ottomana della fanciulla e sulla fronte di Savelli inumidendogliela. Due volte egli si era portato la mano al capo con un gesto nervoso, poi glielo aveva appressato ancora più, abbassandolo, così che avrebbe potuto darle un bacio sui capelli.
La ottomana aveva ingoiato tutto il corpo di Ida, l'ombra addossatavisi aveva divorato tutto il corpo di Savelli: non restavano che le due facce.
Savelli, una mano sulla spalliera della poltrona, le prese una ciocca di capelli, esaminandone, con quell'attonitaggine che pare il morto irrigidimento di una attenzione troppo prolungata, i fili radi, di una finezza di seta, quasi crepitanti fra le dita. Quindi si ricordò improvvisamente senza saper come il proverbio contadino: «regge più un pelo di donna che un canapo da carro», che egli aveva tante volte ripetuto al caso di qualche follia amorosa colla bonomia leggermente ironica dei vecchi saggi, senza accorgersi che quel ricordo era forse l'ultimo avviso della coscienza. L'odore della donna lo aveva ubbriacato. Ella non faceva un moto.
Forse la lassitudine del bagno, apprendendosele all'anima, gliene assopiva gl'istinti gagliardi e i fieri sentimenti. Si sentiva prostrata. Quel raccoglimento quasi di cappella e quel calore del gabinetto senza un fiore, uno specchio, un ricordo, una speranza di uomo, che ella si era composto in un giorno di orgoglio intellettuale per sottrarsi a tutto il mondo e sognare, le dava le lubriche mansuetudini, gl'incerti desiderii della notte a letto, nel silenzio della penombra, quando le vesti caddero dal corpo come i disegni e le preoccupazioni dallo spirito, e le due nudità si sdraiano in un morbido impudore. Le pareva di annegare nella ottomana come in una gora di raso tiepido, che le si apriva sotto con un romorio di fremiti accarezzandole le carni, fasciandola come in una grande moina dalla radice del collo ai piedi sporgenti asciutti sul tappeto.
La poltrona, larga quanto un lettino e quasilunga altrettanto, le si abbassava con una curva sapiente sotto il dosso, rialzandolesi al capo con una mollezza di guanciale.
Ida alzò gli occhi e sorprese Savelli, che le guardava il seno.
La fanciulla ebbe un palpito.
—Perchè tacete?—gli domandò colla sua voce più dolce.
Savelli non rispose, tornò ad arrossire; poi levandosi come chi prenda una risoluzione, rimase ancora colla mano appoggiata sulla spalliera.
Ella non disse altro. Savelli, che aspettava una parola, interdetto da quel silenzio si smarrì di nuovo.
—Dovrei andarmene,—balbettò.—Dovrei...—ripetè, con sorriso fine ma indolente.—Anzi me ne vado,—e staccando la mano, cercò cogli occhi il cappello, lo vide sopra una poltroncina, fece un passo per prenderlo. Era agitato, tremava; una confusione di scolaro lo rendeva quasi compassionevole. S'abbottonò il vecchio soprabito, e allora, come se si fosse chiuso nella corazza, si sentì meno debole. Tuttavia le parole non gli venivano, era orribilmente imbarazzato per andarsene.
—Eccovi la mano,—gli disse Ida, che seguiva sempre colla stessa aria quella manovra.
Egli la prese infatti, ma Ida gliela strinse tirandolo a seder sulla sponda della propria poltrona:
—Cosa fate?—egli chiese smarrito.
—Sedete.
Savelli era rimasto colla mano della fanciulla nella mano all'altezza del petto, seduto, scivolandole verso il grembo della sponda della poltrona duramente imbottita. Una fiamma gli imporporò il viso.
—Lo so,—mormorò la fanciulla lentamente; poi raddolcendosi ancora ed appressandogli il capo di un dito:
—Perchè non mi baciate la mano? Preferite la faccia? Se non è che questo...
Egli ebbe un gesto perduto, abbassò gli occhi, si guardò il cappello, vergognoso di essere scoperto, ed impacciato ancora più da quel tono di tiepida affettuosità, che gli andava al cuore. Ida aveva una bontà quasi materna, una mitezza di vergine, che vela l'invito col sorriso, quasi per renderlo più facile con tale suprema delicatezza. Il pallore le si era fatto più opaco, e la mano nella sua mano gliela premeva con un crescendo insensibile.
—Perchè no? Siete il solo che mi ami per me. Una volta non vi piacevo, eppure mi volevate bene lo stesso; e se oggi...—e i suoi occhi ebbero un sorriso di soave malizia.—Ebbene tanto meglio, o tanto peggio: io valgo bene un'altra, e voi valete certamente il...
Stava per dire il duca, ma un pudore improvviso la rattenne in quell'invito brutale, poichè le parve un'insolenza per Savelli legare con un confronto quei due vecchi e quei due amori così dissimili. Quindi riprese concitata:
—Non l'avrei mai creduto, ma voi non siete un uomo come gli altri. Forse l'essere professore di storia ha servito a rendervi così buono. Guardando la vita dall'alto, ne avete perduto le passioni nella curiosità dello spettacolo; fors'anche la bontà di un genio (voi sostenete che il vero genio è sempre buono) dipende dall'indifferenza della sua volontà e dalla socievolezza del suo istinto. Che importa? L'essere buono sarà sempre una grande attrattiva,perchè è una grande originalità, e voi lo siete, mio caro maestro. Vi ricordate quando venivo a scuola? Allora non avremmo previsto di trovarci qui. Io aveva la febbre di tutti i sogni, voi mi guardavate con una passione malinconica di esperienza. Io lo aveva indovinato. Forse avevate ragione, ma potreste anche un giorno aver torto, perchè una battaglia perduta non decide sempre della guerra.
E la sua voce vibrò nel pronunciare queste ultime parole. Gli appressò ancora la testa, agitandola sulla spalliera. Savelli, che aveva sdrucciolato nuovamente sul pendio della poltrona e si sentiva un fianco grasso, caldo, della fanciulla contro l'anca, dovette reggersi con isforzo sulla gamba sinistra per non caderle letteralmente addosso.
La fanciulla scottava. Poi alzò pigramente un braccio, si volse, se lo passò sotto il capo a guanciale, ed allungandosi come sul letto, dal proprio canto, colle pupille velate, ebbe due o tre moti di sonnolenza. Savelli scivolò del tutto.
Le aveva quasi un gomito sul seno.
—Non ho che voi a volermi bene:—ella ripetè; quindi ripigliando l'immagine dell'ultima frase, proseguì:
—À la guerre comme à la guerre.Tutto è provvisorio quando la vita è incerta o una vittoria può mutare il soldato più che la morte stessa. Non vi è più differenza tra un granatiere e Napoleone, che tra un granatiere vivo e un granatiere morto? Si bivacca, si uccide, si ama dappertutto. Si saccheggia oggi per essere derubato domani, si stringe una mano come un fucile, si agguanta un cavallo come una donna. Anche noi siamo in guerra, non è vero? Voi siete un uomo, io sono una donna, mase foste un giovane non sareste più nulla per me. Così sì. Non arrossite, mio caro maestro. Un giovane vorrebbe strappare invece di accettare, avrebbe delle pretese, tutte le pose romantiche ed insopportabili. E tutto questo perchè? Per una ignobile commedia, che non c'ingannerebbe nessuno dei due. Mi desiderate? prendetemi: potrete aver l'orgoglio di essere il solo, al quale...—e senza finire la frase agitò ancora la testa e chiuse gli occhi.
Savelli la guardò di furto; era ancora rosso, ma quelle ultime parole lo avevano rimesso.
Ella non gli serrava più la mano, abbandonata. Una seduzione insistente esalava da quella donna ravvolta in una veste di raso, sopra una poltrona di raso, nel torpore di un lungo desiderio, che le socchiudeva gli occhi lasciandole la bocca aperta. Il seno quasi nudo sotto quell'abito, che lo guantava, le batteva con una respirazione forte ma calma, come la faccia, che pareva addormentata sotto un sorriso. Evidentemente la fanciulla non aveva preoccupazioni. Savelli lo comprese di un tratto, e quell'abbandono di ogni difesa lo umiliò profondamente, come un calcolo pietoso della fanciulla per non fargli sentire d'esser vecchio e dargli tutto il tempo di preparare in sè stesso le energie dell'assalto. Fu un tumulto, ventoso, di un istante: il calore dello scirocco si abbassò, le nebbie si sciolsero, il volto gli si imbiancò come i capelli.
Si alzò.
—Me ne vado,—disse, tendendole la mano.
Ella rimase sopra pensieri: Savelli in piedi era diventato anche più freddo. La reazione lo gelava, quantunque in fondo al cuore qualche fiamma gli tremasse ancora e un rombo di sibili gli passasseall'orecchio; ma la ragione aveva preso il sopravvento. Si accorgeva di essere sfuggito a un grande pericolo.
—Avete ragione,—mormorò Ida stringendogli la mano:—sarebbe stata una disgrazia per voi; ma però ricordatevene sempre come della mia più grande prova di affetto.
Savelli ebbe uno slancio di orgoglio, salutò volgendosi per uscire con un passo più elastico, quasi per mostrarle di non essere poi vecchio; ma sulla porta ella lo richiamò.
—Venite qui... più vicino,—disse, tendendogli la fronte,—datemi un bacio paterno.
Egli le si chinò, sorridendo amorevolmente, sulla fronte, e la baciò.
—Adesso eccovi sicuro; addio, papà.
Savelli si fermò meravigliato, indi comprese. Soffocò con una stretta il suo ultimo orgoglio, che in quell'ultimo bacio aveva voluto vedere un dispetto di donna, e partì tutto commosso. Ida era rimasta sulla poltrona; la profonda ruga verticale le apriva la fronte.
—È strano!—sussurrò,—il secondo uomo che mi rifiuta.
La sera, quando Savelli ritornò coll'aria splendente, Ida lo accolse come se nulla fosse mai stato tra di loro; ma egli, che non poteva capire quella suprema indifferenza e sperava di riparlarle del mattino per soccombere ad una nuova tentazione, rimase scombussolato. Due o tre volte fu sul punto di cimentarsi con qualche scappata contro quell'amabile superba, senonchè ebbe sempre paura e finì col ritirarsi più presto del solito. Ida insistè leggermente, poi lo lasciò andare. Poco dopo entròil duca. Era ilare. Le raccontò che Laura, la mantenuta del prefetto, era scappata con un impiegato di prefettura, e che quegli infuriato li aveva fatti arrestare. Alclubnon si parlava d'altro. Il prefetto domani sarebbe la favola della città.
—Se fosse vivo Diogene!
—A proposito di che?
—Non avete mai letto il suo magnifico dialogo, conservatoci da Dione, sopra un caso consimile?
Il duca, che non s'aspettava questa doccia fredda di erudizione, sentì smorzarsi il proprio entusiasmo novellistico. Ida era seduta indifferentemente al tavolo col mazzo delle carte in mano: aveva incominciato un solitario.
—Sai che cosa si diceva alclub?
Ella non si volse nemmeno.
—Che io sono fortunato.
—Perchè?
—Perchè tu non mi tradisci.
Ida si strinse nelle spalle con bonomia.
—Era il principe di Atella che diceva questo?
—Precisamente.
—Mio Dio! è così sciocco!
—Lo diceva con Lovito.
—Quello almeno è un bell'uomo; peccato che lo sappia troppo e si renda uggioso. Quando mi faceva quella corte spietata, aveva l'aria che io dovessi ammirarlo.
—Sei la donna più onesta della città,—proseguì il duca.
—È ancora il principe o Lovito che lo dice?
—Sono io.
—Avete ragione.
Egli fu scosso da quella risposta e più dal suotono di semplicità. Ida ne sembrava così perfettamente convinta da non avere nemmeno sorpreso la ironia da lui messa nel complimento per una di quelle contraddizioni frequenti nei libertini, i quali in fondo alla coscienza non ammettono altra moralità che la borghese ed altra virtù che la legale.
—Sei singolare!
—Perchè sono onesta? E voi siete uno sciocco credendo che io lo faccia per voi. Una mantenuta dev'esserlo: è l'unica originalità, che le sia permessa. Gli scandali scadono di diritto alle signore, che sole vi arrischiano qualche cosa. Sposatemi e vedrete.
Il duca ammutolì.
—Intanto favorite di andarvene: mi avete seccato.
—Ida!
—Mi volete dunque costringere a scappare come la povera Laura? Buona notte, mio caro; domani v'invito a pranzo. Ho Savelli, non mancate,—gli disse voltandogli le spalle, senza preoccuparsi punto del suo viso confuso e collerico.
Ma il duca aveva l'abitudine di quei cattivi trattamenti. Erano poche le sere che Ida lo ricevesse di buon umore e gli permettesse di passare la notte nel proprio appartamento, perchè ella aveva subito compreso come per dominarlo bisognasse torgli ogni supremazia morale. Con un'abile manovra, e stringendolo sempre nel dilemma o di tacere subendo, o rispondere brutalmente (ed egli sapeva che Ida lo avrebbe piantato con quella audace indifferenza dell'avvenire mille volte provata), gli aveva tolto il coraggio della più piccola rimostranza. Come accade spesso a coloro, che sposano la propria serva, egli era lo schiavo della propria mantenuta; ma Ida aveva iltatto di non spingere troppo oltre la tirannia, e in faccia ad altri affettava talora una sommissione piena di blandizie, la quale gli lusingava tutti gl'istinti di uomo e di signore. Poi lo aveva persuaso di non ingannarlo. Il duca, che piegava sempre sotto la sua volontà, si era fatta un'idea bizzarra della forza di quella donna, nella quale sentiva qualche cosa di terribile, una risoluzione, un dramma nascosto, che la rendeva inaccessibile a tutte le debolezze delle sue pari. Questa stranezza di apparenza teatrale metteva come un'acrità di mostarda nel sapore carnale della loro relazione.
Gli pareva di non amarla; infatti cogli amici, alclub, e col nipote parlava di Ida come di una delle sue tante mantenute; ma diceva: è l'ultima; e questa parola involontaria gli gelava spesso il sorriso libertino sulle labbra. Quella donna era diventata l'imperioso, il vitale bisogno della sua vecchiaia, giacchè lo divertiva, lo esaltava, lo rifaceva giovane con un solo gesto, con una risposta impreveduta. Ma vi era dell'astuzia in quella magia, perchè, bistrattandolo come amico, non gli faceva mai sentire di essere vecchio; quindi dopo averlo schiacciato colla superiorità dell'ingegno o del carattere, fingeva poi di soccombere nelle sue braccia, soffocata dal suo vigore di maschio, inebriata dal suo dispotismo di uomo. Ella che lo avrebbe scagliato nella parete colla stessa forza della Brunhilde deiNibelungi, aveva allora delle umiltà trepidanti, dei rispetti di bambina e di schiava: era sfinita, dimandava grazia col corpo scultoreamente estenuato, lo sguardo velato e nullameno aperto ad una riconoscenza piena di ammirazione. Il duca che si sentiva abbagliare dalla morbida bianchezza di quel corpo, con tutti i profumi chegli entravano nelle carni, perdeva l'ultimo senso della realtà nella luce crepuscolare di quello sguardo. Amava quella donna, si ammirava col petto gonfio di orgoglio e il volto illuminato da un riverbero interiore, che sembrava verniciargli la precoce decrepitezza.
Quelle notti non ritornava al palazzo che verso le quattro o le cinque del mattino; ma nel giorno Ida non era più quella, non si ricordava più di nulla, aveva un sarcasmo per ogni allusione, una indifferenza altera, che gli frustava a sangue desiderii e ricordi. Così la loro relazione sembrava sempre al principio; Ida vi manteneva tutta l'etichetta di una gran signora, il duca ne soffriva qualche volta nei capricci di libertinaggio, ma in fondo n'era contento ed ammirava. Il linguaggio di Ida, troppo letterario per una donna, aveva la duttile castigatezza del salone; l'oscenità poteva entrarvi solo colla eleganza del tono e la superiorità della frase: ella, che ne aveva fatto un lungo studio, gli prestava sovente i motti temerari per i saloni, dove erano accolti colla più gaia cortesia e una meraviglia d'inaspettato. Se il duca non fosse stato duca e non avesse avuto forte sentimento della propria posizione sociale, sarebbe caduto piedi e mani legato dinanzi a quella fanciulla; ma ciò bastava a permettergli quella noncuranza spavalda parlando di Ida, e spiegava forse le subitanee e paurose tristezze di lei.
Quella sera il duca, che entrava allegrissimo, alla vista di Savelli si era subito agghiacciato. Istintivamente egli detestava quel vecchio pedante, il quale aveva passata la vita a fare il maestro per guadagnarsi da vivere, e gli si trovava continuamente fra i piedi nell'appartamento di Ida. Savelliaveva tutti i capelli bianchi, mentre il duca, più vecchio, li aveva invece tinti di nero. Poi la soggezione delle sue maniere, che egli giudicava servili, e la protezione di Ida, nella quale egli cercava delle intenzioni umilianti, glielo rendevano anche più antipatico.
—A proposito: vi ho mostrato lo stemma che metterò sulla mia carrozza?—disse Ida d'improvviso.—L'ho pensato questa notte. Un morione, scudo nero, in mezzo un braccio con una fiaccola, e sotto questo motto:N. I. L.
—Un motto nichilista.
—Internazionalista anche.N. I. L.; leggete:Noctu, Ignis, Lux.
—Uno val l'altro,—disse il duca.
—Non esattamente, ma si fondono: il motto della disperazione suicida e della disperazione omicida; convenite che è almeno bello quanto il vostro:Tarde sed tuto, che pare trovato per una diligenza di villaggio.
Savelli non potè a meno di sorridere, il duca arrossì leggermente. Così trascorse una grossa mezz'ora, durante la quale Savelli ascoltò due volte suonare la pendola, accompagnandone i rintocchi con una cadenza intontita e pensando alla serva, che lo aspettava addormentata in cucina.
Finalmente il valletto annunziò il conte Alidosi.
—Vi siete fatto aspettare,—ella gli disse colla voce più carezzevole.
Egli s'inchinò al complimento, strinse volgendosi la mano al duca e a Savelli, e le sedette vicino sopra una poltrona. Era sempre così biondo e così bello. Ripetè una delle mille insignificanti conversazioni per le signore, profumandola con tutte le piccoleattenzioni, le amabilità effimere del gesto e della voce, per farsi più bello colla perfetta manovra di un uomo abituato al salone. Ida accettava, il duca con un sorriso velato gettava qualche parola nel loro discorso, Savelli si era ancora più rincantucciato. Il conte, che sapeva chiacchierare e quella sera era in vena, trovava dei frizzi, dei doppi sensi, che scattavano come giocattoli, sempre più lusingato dall'attenzione della fanciulla sospesa ai suoi occhi.
Ad un tratto questa lo interruppe:
—È orribile! Essere arrivata a quarant'anni senz'amanti ed incontrarsi in un geloso, che vi ammazza.
—Infine lo ha avuto: può ringraziare la provvidenza.
—La provvidenza ha delle ironie formidabili,—esclamò la fanciulla, che si era alzata nervosamente.—La provvidenza, che rende cieco Galileo e sordo Beethoven, che ispira ai missionari il coraggio apostolico per scoprire i selvaggi e manda poi sulle loro orme i soldati che li spodestano e li distruggono! Ironia per il catecumeno ed il catechista: non è vero, Savelli?
Ma senza dargli tempo di rispondere gli andò incontro.
—Siete stanco: aspettate, adesso vi libero.
—Duca,—lo chiamò:—la trottata di questa mattina mi ha affranto; mi corico presto, perchè ho bisogno di montare a cavallo per rimettermi in esercizio. Se volete v'invito ad ammirarmi; non voi, Savelli: voi farete qualche cosa di meglio, mio caro maestro, farete scuola, e non farete più un'altra allieva come Ida. Voi, duca, dovreste accompagnarmi in carrozza: intanto, giacchè l'avete alla porta, riconducete Savelli.
—Signor duca, io non permetterò mai...
—È inutile, poichè sono io che ordino: andatevene, siate buono. È tardi, Savelli abita lontano. Datemi un bacio sulla fronte.
A queste parole, pronunciate meno bruscamente, il conte si rivolse.
—Badate, uno solo,—ella seguitò sorridendo.—Sì, uno per tutti e tutti per uno, la mia divisa.
Il conte vide lo zio chinarsi compostamente sulla faccia della fanciulla e stamparvi un bacio. Un sorriso di scherno gli contorse le labbra, si avvicinò al loro gruppo. Il duca gli strinse la mano.
—Ti lascio in buona compagnia,—disse, restituendogli un altro sorriso non meno ironico, e:—Sono tuo zio!—mormorò a bassa voce.
—Dubitereste?
Il duca guardò Ida, poi fissandolo sicuramente rispose:
—No.
Savelli, che si era chinato per prendere la canna, fece un ultimo inchino, la fanciulla gli strinse ancora la mano, scambiò un'occhiata languida col duca e, scuotendo mollemente la testa in segno di stanchezza, sembrò rattenerlo ancora un istante. Il duca sentì quella morbida resistenza.
—Addio, Enrico.
Questi non rispose. Si era seduto famigliarmente sul divano, dissimulando a stento il malumore.
Savelli e il duca uscirono. Ida gironzò qualche secondo per il salotto, finalmente gli si fermò di contro.
—Mi sembrate annoiato, caro conte.
—Con voi?!
Ella sorrise e, sedendogli presso, appoggiò la testa alla spalliera del divano.
—Allora,—proseguì guardandolo fra le palpebre socchiuse,—il bacio del duca vi ha messo di malumore.
—Perchè dovrei inquietarmi? non so forse...
—Non sapete gran cosa; ma potreste confessarlo, poichè sapete benissimo che non tengo alla vostra gelosia. La osservo. È un fenomeno poco studiato la gelosia di un uomo, che ama, sa di essere amato, e che sarà sempre respinto. Che m'importa se siete geloso? Io non sono cattiva, so di essere amata e mi basta. Il mio trionfo è pieno.
—Non del tutto, se mi amate voi stessa.
Ella parve raccogliersi a questa obbiezione, forse più profonda che il conte non credesse, aprì gli occhi, ma chiudendoli subito dopo come per velarne la espressione, mormorò:
—È vero.
Il conte sentì la propria irritazione crescere fino alla collera. Ida gli confessava forse per la centesima volta di amarlo, con quell'accento stentato di una confessione che gli faceva battere il cuore d'una inutile speranza. Egli fremeva, si arrovellava contro un ostacolo infrangibile, la volontà di quella donna, che un giorno gli aveva detto piangendo:
—Vi amo, ma non mi avrete mai.
Quel «mai» se lo trovava sempre tra i piedi, nel presente, nel passato, nell'avvenire. Era come un cerchio che gli rinserrava la vita, una montagna sorta d'incanto e che gli sbarrava l'orizzonte, sulla cima della quale sedeva quella donna atteggiata di un sentimento fantastico a guardarlo con una ostinazione di amore impossibile. Invano egli le aveva fatto tutte le proposte, offerto tutte le follie, altero, supplichevole, geloso, civettuolo, studiando tutti gli aditi delsuo cuore, tutti gli spalti della sua mente, giacchè ad ogni porta, ad ogni fessura, ad ogni feritoia trovava sempre quel sorriso languido, quello sguardo appassionato, che lo respingeva con una carezza. Quindi egli vi si incaponiva colla testardaggine del desiderio rinvigorito dalla umiliazione e dalla vanità di altri trionfi, sperando che Ida, innamorata da gran tempo e per lui solo buttatasi allo sbaraglio di una vita infame, un giorno o l'altro gli cadrebbe sfinita di resistenza e di bramosia fra le braccia. Ma s'ingannava, se ne accorgeva, e s'indispettiva inutilmente. Dal primo giorno la fanciulla non aveva mutato contegno. Aveva accolta la prima e l'ultima dichiarazione d'amore colla stessa franchezza, quasi con riconoscenza, ma dall'alto di una superiorità intellettuale e di una suprema decisione: no.
—Allora, perchè mi amate?
—Lo so io forse? Siete bello fino all'assurdo, probabilmente sarà per questo.
—Ida!
Ella gli tese la mano.
—Siate ragionevole: conoscete bene che è impossibile. Alla vostra vanità dovrebbe bastare che io, sprezzantemente respinta, in ginocchioni davanti a voi, scacciata da una casa dove ero stata accolta come una sorella, vi ami al punto di dovervelo confessare, a voi che mi avete rovinata. Se non vi avessi incontrato, a quest'ora invece di essere la mantenuta del duca di Rivola, sarei forse una direttrice celebre nei giornali per il suo ingegno, con una posizione netta nella società e un avvenire sicuro ed onorevole. Voi avete su di me un grande vantaggio.
Egli alzò le spalle.
—Io non ho che il mio no, l'ultimo brano di ragione, col quale mi sono armata la volontà contro di voi, che vi umilia un pochino nella vostra superbia di donnaiuolo, ma non áltera punto la vostra vita. Invece voi dominate la mia: vi siete trovato al suo principio, e tutto quello che mi accade è una vostra conseguenza.
Ida si alzò, pareva agitata da quell'analisi dolorosa della propria vita. Andò a un piccolo tavolo da fumare, ricco e bizzarro nel disegno, ne prese due grossi sigari d'Avana, ne accese uno alla candela, stracciandone quasi con rabbia la punta fra i denti, e ritornò a presentargli l'altro.
—Non parliamone più, sarà meglio per ambedue.
—Come sta Jela? Non me ne avete ancora dato nuove, cattivo marito.
—Colpa vostra.
—Ancora?
—Ancora e sempre. Non volete dunque accettare?
—Ma parlate sul serio?
—Avete torto.
—Ho ragione e vi compatisco, perchè vi so debole di testa. Essere la vostra mantenuta! E con che mi manterreste voi?—seguitava con accento nervoso e una fiamma gialla in fondo alle pupille, che le vibrava a quando a quando come una lingua di serpente:—voi che siete più povero di me! Il duca ve lo avrà detto, perchè se ne vanta: non siamo insieme da un anno, e gli ho già speso centocinquanta mila lire. Io amo il lusso; è la mia aristocrazia, la mia vita, io che ho perduto tutte le altre dignità e sono uscita dall'ambiente sociale. Che importa? Molti grandi furono gettati dalla tempesta sul marginedella società, e seppero rientrarvi più violenti della tempesta. Voi siete povero, la vostra ricchezza è la dote di Jela. Intenderete benissimo che io amo Jela, la mia sorella di latte, che mi ha salvato un giorno dalla fame, e non voglio renderla infelice rubandole quelle ricchezze, che mi ha mille volte offerte con una generosità, che voi non capirete mai.
Il conte, pallido di umiliazione, non ebbe il coraggio di una risposta, gettò lungi lo zigaro, abbassò il capo. Avrebbe pianto come un fanciullo, se non se ne fosse vergognato. La inesorabilità di quella logica lo spezzava; ma Ida, dolente di averlo afflitto, mutò dolcemente la voce:
—Non vi basta, Enrico, di essere il mio amante?
—Così no.
—Mi amate dunque molto?
—Al punto di diventare uno sciocco.
—La cosa non è molto difficile,—ribattè con sarcasmo feroce, contemplando quella sua aria sconcertata.—Gli uomini,—aggiunse, ritornando al tuono lusinghevole di prima,—non sanno amare senza commettere scempiaggini. Amatemi come vi amo io, in fondo al cuore: vi ci ho seppellito sotto un mucchio di rose e non vado a cercarvi se non quando sono ben sola. Che importa se voi non siete con me? Ci siete egualmente e più bello di adesso. Passo con voi delle lunghe ore che mi sfiniscono, vi mangio con una avidità di poeta e di donna, che hanno raffinato le loro due delicatezze per una di quelle voluttà, alle quali si finisce sempre per soccombere, quando non se ne impazzisce. Perchè mai siete così bello?
—Davvero?—non potè a meno di rispondere, riscaldato dal calore di quella passione ed avanzandosi verso di lei per prenderle una mano.
—È la sola giustificazione della mia insensatezza: dovrei odiarvi, e vi amo.
La figura del conte si illuminò. Indovinava in quella scena un calcolo di umiliarlo, straziandolo colla povertà e fingendo di amare Jela, mentre forse la odiava con tutto l'accanimento di una popolana arricchita provvisoriamente dai disordini disonoranti della propria vita; ma non si poteva frenare. Gli occhi e le parole di quella donna lo trascinavano. Come un fiore strappato dal vento, avvolto nelle carezze del sole, nella confusione di una polvere ardente, egli si alzava leggiero e sbattuto, lacerato e felice, incoronandosi di quella luce che lo accecava, lasciandosi straziare da quella donna, che non giungeva ad odiarlo e, se non fosse stato l'orgoglio di una rivincita, gli avrebbe strisciato ai piedi leccandoglieli come un cane. Le prese tutte e due le mani e, stringendogliele con forza, finse di volerla ricondurre sul divano. La sua bella testa, bionda come quella di una fata, aveva un'espressione quasi pura, illuminata dalla luce turchina degli occhi, di una soavità fantastica. Ella l'avvertì, gli guardò il collo dolce come quello di una donna e più bianco della camicia.
—No.
—Datemi un bacio.
Egli insistette, ella negò, egli lo ridimandò ostinandosi invano, supplicando, ella rispondendo sempre di no col sorriso ed una fiamma negli occhi, che le divampava tratto tratto sempre più grande, vibrando con tutto il corpo quando egli le appressava il volto. Stettero così forse cinque minuti, egli non si stancava: la pendola suonò.
—All'ultimo tocco me lo darete.
—No.
—Vendetemelo dunque,—gridò con uno scoppio d'irritazione.
—Non siete abbastanza ricco per comprarlo; poi io sono come Diogene: mi si può pagare, ma non mi vendo.
Egli aprì le mani.
—Non siete ragionevole, Enrico. Un bacio! non ve lo do, mi perderei. La mia volontà ne resterebbe ubbriaca, e allora addio famosa risoluzione. Ad un altro uomo forse più bello, ma diversamente bello, a Buondelmonti... glielo darei un bacio, glielo venderei, per servirmi della vostra parola cortese: a voi no.
—A Buondelmonti non glielo vendereste certo un bacio,—ripetè colla sua stizza di femmina.
—Forse perchè egli pure non potrebbe pagarmelo? È povero?
—Più di me,—e un'ironia mista di amarezza gl'increspava le labbra.
—Conosco questo sorriso: sapete qualche cosa su Buondelmonti, o fingete saperlo.
—Sì, fingo.
—Perchè siete geloso. È bello quanto voi.
Egli scosse sprezzantemente il capo.
—Provatevi dunque a vendergli un bacio.
—È inutile, glieli regalo,—rispose tranquillamente.
—Buondelmonti è dunque il vostro amante?
—Forse: perchè non vi voglio, non è una buona ragione per non accettare un altro. È bello, intelligente, un nobile carattere.
Il conte era impallidito a quella confessione: per un momento vacillò. Egli aveva per Buondelmontil'antipatia di un efebo depravato in paggio per il gigante guerriero, ma rattenuta dalla paura. Dubitò, poi l'ira del dispetto rendendolo meno guardingo, si raddrizzò con una grazia sinistra di serpente e le vibrò una occhiata di sfida. Ida per irritarlo doppiamente finse di non gli badare, quindi alzandogli gli occhi in viso con una di quelle occhiate di ammirazione compassionevole, parve dirgli:
—Povero ragazzo!
—Vendetegli un bacio!—egli ripetè con voce stridula.
—Giacchè ci tenete, lo farò.
—Mi farete vedere il prezzo.
—Sarà difficile, poichè me lo pagherà con un altro.
—Difatti, non ha altri capitali, ma ne vive bene.
Ella comprese:
—Voi dite una viltà, non vi credo.
—Se ne avessi la prova?
—Non l'avete. Siete vile come un fanciullo e calunniatore come una donna.
A queste nuove sferzate il conte s'impennò. La violenza di Ida nel difendere Buondelmonti, che egli temeva davvero il suo amante, lo accecava.
—Le donne non calunniano sempre. Potrei mostrarvi una lettera della contessa Ceri, che gli ha pagato il suo ultimo cavallo, quello stupendo morello, che gli avete visto oggi.
—Infamie di donna: Buondelmonti ha dovuto battersi ed abbandonarla, ed ella se ne vendica.
—Voi credete al carattere nobile di Buondelmonti?
—Voi siete suo amico.
—Ma non ho voluto servirgli da padrino.
—Lo eravate di Villani.
—E me gli ero offerto per non essere di Buondelmonti.
—Perchè dunque salutate quell'uomo e non lo smascherate alclub, mio buon gentiluomo senza macchia e senza paura? Mostratemi quella lettera.
—No.
—Cossa vi ha indovinato quando scriveva la parte di Silio nellaMessalina: sei bello, ma vile! Avete paura che non vi renda quella lettera e la mostri a Buondelmonti?
Ma ella si arrestò e, colorandosi di un rossore improvviso, come lanciata da uno scoppio di passione, gli si avventò al collo, gli prese il volto con ambo le mani e divorandoselo degli occhi con rabbia amorosa, mentre glielo scuoteva come quello di un bambino:
—Che m'importa,—proruppe,—se egli è un soldato di ventura, che rubi agli uomini in tempo di guerra e si faccia mantenere dalle donne in tempo di pace? Buondelmonti è un imbecille: se non fosse un capitano, potrebbe essere un facchino; sarà per questo che la contessa Ceri lo paga. Tu credi che io lo ami? Non ti sei accorto che faccio per attaccarti un po' del mio male con questa gelosia ridicola? che amo te solo?... e tu credi! Oh!—esclamò colla voce piena di singhiozzi, intanto che il conte indietreggiava stupefatto per comprendere meglio quel brusco impeto. Ma la fanciulla, che non lo vedeva convinto, lasciando la presa con un gesto sublime di disperazione fu per voltargli le spalle.
—Guardate,—fe' rattenendola per un braccio e presentandole la lettera con un ultimo tremito.
Ella la ghermì avidamente. La contessa Ceri avevapagato quel cavallo a Buondelmonti, impegnando per quattro mila franchi di gioie al Monte di Pietà, come se ne era confessata col conte. Egli, che era stato uno dei suoi capricci più effimeri ed era poi sempre rimasto con lei in una amicizia di piccoli servigi e di grandi confidenze, aveva dovuto andarla a trovar la mattina stessa del duello. La contessa furiosa scriveva una lettera a Buondelmonti, rinfacciandogli tutto, minacciandolo persino di dire tutto al marito; e il conte Enrico aveva cercato di placarla senza ottenere nulla in quel momento di esaltazione gelosa, mentre essa non si era nemmeno accorta, leggendogli quella lettera, come gliene pigliasse dallo scrittoio, distrattamente, la prima copia macchiata largamente d'inchiostro. Ma la contessa, malgrado ogni rimostranza, aveva mandato quella lettera al capitano.
Il conte Enrico ne sorrideva ancora:
—Che fate?—le chiese meravigliato, vedendola bruciare la lettera sul candeliere.
—Vi salvo: questa lettera avrebbe finito per compromettervi: d'altronde è così terribile, che la so quasi a memoria—aggiunse con uno strano sorriso.—L'avreste mostrata a qualcuno, la contessa avrebbe negato, molto più che è senza firma, Buondelmonti calunniato atrocemente vi avrebbe ucciso. Non lo voglio.
Era ritornata blanda e carezzevole: gli si appressò adagio con una sommissione da cavalla, lo prese per mano, lo condusse alla poltrona, poi sedendogli sulle ginocchia gli diè un bacio sulla fronte.
—Non lo voglio che tu sia ucciso,—ripeteva con una specie di singhiozzo,—ti amo troppo, ti amo troppo.
—Mi ami?
—Cattivo!
Il conte inebriato, violentato da quell'abbraccio inatteso, le copriva il collo di baci, l'accarezzava, se la stringeva sul petto, soffocando dalla felicità, che gli alzava le spalle e gli faceva aprire la bocca con una oppressione ineffabile. Ma fu un lampo, la fanciulla gli sfuggì robustamente, scattò in piedi, cogli occhi ancora lagrimosi, le labbra tremanti.
—Andate, andate.
—Ida...
—Andate, no, Enrico: andate...
Egli fe' un passo, ella più pronta si gettò al campanello e suonò.
—Domani?
—Domani.
Allora un impeto di superbia lo sconvolse: Ida era già alla porta della propria camera.
—Mai!?—le gridò dietro con un gesto grazioso ed il viso sfavillante.
Ella si rivolse sorridente, felice, diede al proprio sorriso lo splendore di un razzo, e senza rispondere disparve.
Il conte aveva vinto. Quindi per una idea subitanea, poichè il valletto tardava a comparire, volle un trofeo; si guardò attorno, corse su tutti gli oggetti per prenderne uno e riportarglielo l'indomani, ma dopo averlo conservato tutto la notte e riveduto al mattino colla gioia dei fanciulli, ai quali la vecchia ha portato il regalo per il camino. Gironzò, andò a tutti i tavoli, al camino ingombro di ninnoli, alle pareti, alle due scarabattole degli angoli, sulle quali si ammucchiavano a piramidi le bagattelle, le rarità, i capolavori senza nome; ma fra tutta quella folla bella e deforme di capricci non ne trovò uno solo col significato del momento.
Il valletto attendeva rispettosamente sulla porta.
Allora il conte si diresse ad un ombrellino di porcellana mezzo aperto, inchiodato nel muro, dal quale sorgevano molti fiori appassiti, esaminò molti ritratti in cento pose, di cento grandezze, in cento cornici, di Ida in amazone, in veste da camera, scollacciata, in costume, e nessuno gli piacque, e quel capriccio improvviso gli diventava una necessità, che lo esilarava. Vi si ostinò, tornò a cercare, finchè voltandosi vide il valletto, che lo osservava. Si sentiva allegro, la gioia lo illuminava, gli pareva di ridiventare ragazzo alla prima avventura. Il gabinetto aveva una misteriosità profumata, una curiosità di tutti quegli oggetti coalizzati contro di lui. I quadri e le figurine di Sassonia si ammiccavano nell'ombra, le porcellane rompevano in scoppi di sorrisi rutilanti, il canarino, che aveva udita tutta la conversazione sospeso fra le tende della finestra, lo seguiva colla testina dorata, aspettando forse di coglierlo in fallo per gettargli la sua beffa in un trillo. Ma il conte tornò alla poltrona, sulla quale Ida lo aveva ricevuto, e scorgendo i libri sul tavolino di lacca, li esaminò: un romanzo di Zola, un volume dellaPsicologiadi Spencer,De Virginitatedi S. Ambrogio. Quest'ultimo lo fece ridere addirittura, senonchè alzandolo vi scorse sotto un pugnale piccino come uno spillone, colla lama lucida al pari del cristallo e il manico di oro. Ida se ne serviva da tagliacarte. V'era un motto sulla lama:
—Nulli parcit.—
Depose il libro e si tenne il pugnale.
—Bah!—mormorò nel pensiero,—nulli parcit!, come il «mai»: manìe di tragedia, che finiscono in farsa.