V.

c201V.—Pigliami teco a letto la prima notte: lo ameremo insieme.—Che? Enrico è tutto mio, non te ne do neanche un capello.—Bada, gli piglierò la testa.—La testa?—rispose Jela, arrestandosi un momento all'energia feroce di questo scherzo; quindi buttandosele contro il viso ed arruffandone i capelli:—Il bel guerriero indiano! Te la metterai agli arcioni di Febo. Senti, ti suono il suo valzer: lo ha composto per me.—E tu lo credi: lo ha rubato a Schubert.—Bello! bello!... come sei bello, Enrico!—Jela seguitava a gridare scorrendo colle agili dita sulla tastiera, e traendone una danza di note calde e folleggianti, che pareano battere come tanti cuori e fremere come tante labbra, mentre la sua testina si agitava in una smania lasciva e scimmiesca.—Ida, vuoi venire a letto con noi? Appena arriva glielo domando.Ma Ida, che riceveva gli aculei di quelle celie nell'anima, come il toro la punta delle bandieruole rattenendo tutti gl'impeti dello spasimo per un salto inaspettato, era tornata collo sguardo sulla strada; quando all'urto di una massa bruna, che si avanzava verso il castello fra un nuvolo di polvere, esclamò:—Arrivano.Jela balzò alla finestra, poi fuggì. Ma Ida, che non voleva perdere il vantaggio di essere cercata, colse il loro doppio saluto, mentre entravano sotto il portone; il conte le parve anche più bello. Quindi ritornò sulla poltrona e riflettè lungamente prima di scendere in giardino. Nell'atrio incontrò il duca, che la cercava. Il sole curvo sulla cima del bosco allungava l'ombra del palazzo fin oltre la vasca dei pesci, mentre la moltitudine dei verdi sul monte impallidiva malinconicamente. L'aria era ancora calda e piena di profumi campestri. Essi rimasero in piedi, appoggiati colle ginocchia contro l'orlo levigato della vasca, ascoltando l'inesauribile soliloquio delle fontanelle. Ma il duca, che smaniava di offrirle il regalo, si trasse di tasca un astuccio e, presentandoglielo aperto con un garbo quasi di orefice, le domandò che cosa ne pensasse. Era un filo di perle piccole, brune ed uguali. Ida le considerò sbadatamente, e gliele restituì.—Ma sono per voi, se avrò la fortuna che le accettiate,—disse con una certa crudezza.La fanciulla lo guardò.Egli fu impacciato.—Quanto vi costano? signor duca?—chiese colla sua voce più limpida, giocarellando col filo delle perle nel mignolo.Egli fu impacciato.—Quanto vi costano? Spero che il loro prezzo non sarà un segreto.—Duemila lire.Ida trovò uno de' suoi potenti sorrisi.—Al mio villaggio conoscevo un ragazzo falegname, che un giorno per una lite col padre dovette uscire di casa, e sostituì un signore nella coscrizione. È morto nella Sila contro i briganti. Povero ragazzo! vendette per tremila franchi la sua vita!—Signorina,—rispose il duca colla fronte ardente di rossore:—vi assicuro che questa volta avete torto. Il duca di Rivola non è nè abbastanza ricco, nè abbastanza pazzo, per voler comprare con un filo di perle un brillante più grosso del Reggente.—Ah!—fe' rattenendo una risata a questo complimento rettorico, ma guardandolo con aria lusinghiera:—siete voi, signor duca, che avete torto. Perchè mi fate la corte a questo modo? Perchè non mi avete presentato un fiore, un libro, una perla sola? In una perla piccina può capire un mondo di ricordi o un mondo di speranze.—Vi ho offesa?—mormorò ammaliato dalla dolcezza di quella voce.—Offesa! ve l'ho detto un'altra volta: non mi offendo per non darvi il vantaggio di una superiorità. Offritele a Jela queste perle: ne sarà tutta contenta.—E se vi pregassi di accettarle come un rosario, col quale preghereste per me? Prendetene una almeno.Ella ruppe con una strappata il filo delle perle e, raccogliendole tutte nel cavo della mano, gliele presentò sorridendo.—Mettetemela nei capelli,—disse poi, abbassandogli il capo sul petto colla eleganza vezzosa, ma forte, di una capra.Il duca si guardò attorno come per darle un bacio sulla nuca profumata di un sottile odor di fieno; ma l'abbattimento di quella nuova sconfitta fu più grave della tentazione, e il desiderio gli si affondò nella coscienza. La fanciulla, che in quell'atteggiamento gli porgeva la mano colle perle più alto della propria testa, sforzando voluttuosamente un contorno del seno, cominciava a tremare d'impazienza. Egli prese quindi una perla e, sollevandole un riccio sulla fronte, ve la nascose in modo che non cadesse.—Avete finito?—sussurrava la fanciulla con un riso soffocato, accorgendosi che il duca le si perdeva cogli sguardi giù per il collo.—E queste? fate la mano.—Accettatele, ve ne prego.—Lo volete?—Ve ne scongiuro.—Ecco; grazie, signor duca!—e lanciò improvvisamente tutte le perle in aria, sulla vasca, che caddero in una pioggia minuta, attirando i pesci di Jela, mentre ella si curvava ad osservare le loro disillusioni colla stessa grazia, che se vi avesse gettato della sabbia. Ma il duca, sopraffatto da un sordo rammarico, era rimasto colla bocca aperta.—Come mi esaminate!—ella sclamò ad un tratto.—Ecco che mi trovate straordinaria, perchè distruggo duemila lire senza possederne altrettante. Via, signor duca, dovreste esser più gentile.—Vi ammiro.—E mi amate un poco per questo?—Vi amo troppo.—Troppo! avaro! Ebbene, fatevi amare, diventate bello come il conte Alidosi: la bellezza è sempre la prima virtù.—Siete innamorata di lui?—proruppe morsicato dalla gelosia.—Io...Poscia si fece seria e gli tese la mano.—Signor duca, vi credo: forse un giorno avrò bisogno di voi e dovrò cercarvi, se mi amerete ancora o piuttosto non mi avrete dimenticata come tante altre donne, che v'ispirarono dei capricci.—Mai.—Conto su di voi. Adesso parliamo d'altro, perchè ecco appunto che vengono a cercarci il conte Alberto e i due sposini: vedete, parlano di noi, dicono già che mi state seducendo. Ma, signor duca, se non affettate un contegno più indifferente, crederanno di arrivare a tempo per salvarmi: siete quasi drammatico.Il duca ebbe appena il tempo di rimettersi sotto questa nuova sferzata, che gli altri erano già loro sopra, e tutti insieme andarono nel bosco ad aspettare l'ora di pranzo. Jela raggiante pei regali ricevuti, e non ne era arrivata se non l'avanguardia, sotto la pressione di quella gioia, che le traboccava dal cuore, dovette appoggiarsi al braccio della sorella. Ella non capiva in sè, parlava, rideva, guardando Ida ed Enrico a vicenda, quasi per rifrangere sul loro viso la propria felicità e raddoppiarla.—No,—rispose Ida al conte con uno sguardo fiammeggiante.Egli le fece un cenno inutile, Jela non si era accorta di nulla, e l'altra era già tornata verso il duca.Passeggiarono ancora qualche tempo per il bosco, poi la campanella li chiamò a pranzo. Ida era presso il conte Enrico.—Ho bisogno di parlarvi: questa notte verrò nel vostro appartamento,—sussurrò offrendole una salsa.—Non siete abbastanza forte per farvi un giocattolo di me.—Allora non mi amate.—Vi amo più di Jela, ma se non posso disputarvi, non voglio pregustarvi come un cuoco.—Non le piace questa salsa?—le chiese il duca insospettito di quel dialogo a bassa voce.—No.Finalmente venne il giorno delle nozze. La funzione avrebbe dovuto essere per il mattino, ma Jela si era sentita così male, che sul consiglio del dottor Torquemasi, invitato dal villaggio, si era rimandato il tutto per l'indomani. La fanciulla non era più uscita dal proprio appartamento, sola tutto il giorno colla Nencia; poi la sera aveva pregato ella stessa lo zio, perchè il matrimonio si celebrasse subito, senza nemmeno quella poca solennità consentita dall'indolenza del padre. Ella aveva come paura e vergogna; se lo avesse potuto, sarebbe andata di notte, sola con Enrico e la Nencia, a bussare alla porta di don Natale, perchè li sposasse.Ma tutte queste contraddizioni, che facevano mormorare i domestici ed i pochi invitati, finivano di esasperare il duca, già irritato per non aver veduto Ida da due giorni. Il conte Enrico cominciava a sentirsi ridicolo. Solo il conte Alberto conservava la propria indifferenza, quasi estraneo a tutto quel moto, con una piccola contentezza d'ironia nel vedere tuttaquella gente trattenuta dalle fanciullaggini di Jela, ma la marchesa più d'ogni altro lo divertiva. Tuttavia Jela cominciava a vestirsi, girando fra le mani della Nencia come un fantoccio, coi brividi di un imminente naufragio per le ossa e la testa in preda ad un'allucinazione. La sua vita di bambina in casa di Ida, al convento, quegli ultimi mesi al castello, la chiesa di don Natale, il salottino delle rose bianche; Enrico dal primo giorno che lo vide, che lo amò, il primo bacio non mai confessato nemmeno con Ida; l'abito semplice, che indossava in quel punto, e l'altro bianco nella cesta di nozze, i regali ricevuti, i gioielli, le rarità; quel gabinetto tanto abitato, del quale ogni fiore della tappezzeria si ricordava una sua scappata, ogni piega del cortinaggio conservava le perle sgranate di un suo riso; lo specchio, i barattoli, le teche, i profumi, i nonnulla; poi la Nencia che le era inginocchiata ai piedi, poi tutto il castello, la valle, il mondo, l'infinito: ella sentiva tutto ciò con una confusione e una intensità così viva, che non poteva sopportarla, e alla quale non poteva sottrarsi. Quindi un senso strano di paura faceva oscillare tutta questa fantasmagoria, una paura di esservi dentro e che svanisse ad ogni istante; poi capiva, non capiva più, si accorgeva di aver fretta; e l'ultimo bottone era chiuso mentre la Nencia le drappeggiava ancora una piega sui tacchi balbettando:—Come è bella!—Aspettano, bisogna far presto... il conte Enrico...Ma a questo solo nome, gettato nel mezzo della sua commozione e della sua vita come un raggio fra due nuvole scintillanti di bianchezza, una vibrazione di luce la percoteva; rinveniva, ascoltava le parole borbottate dalla Nencia, avvertiva l'erroredi un riccio o di una trina, correggendolo con un gesto spossato.Erano le sette e mezzo: l'ultimo raggio del sole strisciava sulla cima delle colline.—Oramai verranno,—ripetè per la centesima volta la vecchia, affacciandosi alla finestra per vedere le carrozze allinearsi nel cortile.—È impossibile: ho paura.—E dopo poi?Ma Jela tremava davvero. La sua testina spiritata si volgeva da ogni lato, con moti da uccello in gabbia, e il seno le pulsava, mentre negli occhi le passava fra mille baleni di terrore una frotta di sorrisi, e la poesia e la malizia le morsicavano il cuore col vezzo di due cagnuoli.Quindi scordandosi ogni preoccupazione del vestito si gettò sulla poltrona, improvvisamente, tirandosi quasi la Nencia addosso.—Starai nella mia camera.—Finchè non verrà.—E se non verrà?Ella stessa non lo credeva; la vecchia si contentò di sorridere, poi aspettò. Jela aspettò anch'essa, e non ebbe altro da dire.—Ho paura,—ripetè ancora quando, terminata finalmente la toeletta, la Nencia volle spingerla verso la porta; se non che parve anche a lei così sublime, che le sbarrò il passo indietreggiando per meglio guardarla colle lagrime agli occhi. Quindi inginocchiandosele ai piedi, le prese un lembo della veste. La povera vecchia piangeva adagio a monosillabi incomprensibili, frammenti della sua anima di zitellona e di madre, che si spezzava nel convulso di quel trionfo della sua bambina, cadendole ai piedicoi fiori bianchi della sua corona virginale e le cortine lacerate dell'amore. Ma Jela, coll'anima intenta a quella meta rosea come i fuochi del vespero, spossata dalla lunga emozione, cominciava già a provare il bisogno di contenersi; quindi la ringraziò con un'occhiata, la respinse dolcemente per tornare allo specchio, perchè le pareva di essersi scordata quasi tutto e di non essere vestita che a mezzo. Poi se ne accorse, udì lo scalpito dei cavalli, la voce del conte Alberto, ebbe un'ultima sommossa di ripugnanze, di ricordi, di violenze; si fermò e, lasciandosi spingere lenemente dalla Nencia, come dalla mano invisibile del destino, discese.Giù nel salone l'aspettavano da venti minuti. La marchesa, quasi ringiovanita dal lusso severo dell'abito, era evidentemente inquieta.—Pare una commedia il matrimonio di un Alidosi!—mormorava un invitato.—Ho conosciuto fino da ragazzo il conte Alberto: è sempre stato così. La povera contessa ne è morta.—E la signorina Ida?—La signorina Ida?—ripetè la marchesa con tono secco alla Nencia.Il duca, l'Alidosi e Jela si voltarono.—Favorite di dirle che aspettiamo.—Non viene!—mormorò seco stesso il duca, seguendo col pensiero la Nencia attraverso l'appartamento della fanciulla.La vecchia traversò con passo vivace l'anticamera, il salottino da studio, ed entrò senza bussare nell'altra camera. Aveva fretta anche per sè medesima. Ida distesa sul letto, la faccia contro il muro, non l'intese.—Aspettano—disse, osservandola malignamente per indovinare il suo pensiero di quel momento.Ma Ida era distesa sovra un fianco, con ambe le mani al volto, i capelli in disordine, sul letto ancora più disordinato. Le coperte erano attorcigliate colle lenzuola, la fodera di un cuscino aveva lacerato mezzo un merletto.Ella lo notò.—Signorina,—ripetè:—giù aspettano. Jela è già al braccio dello sposo, non aspettano che lei, mi hanno mandata.—Grazie.—Non viene?Ida frenò uno scoppio di pianto.—Non viene? Jela ha fretta. Non viene?—No.—Si sente male?—domandò a bassa voce con melata ironia.—Alla testa.La Nencia, che voleva guardarla in faccia, fece un passo verso il letto, ma l'altra si strinse ancora più alla parete, rannicchiandosi come i malati per dormire, e si sottrasse.—Dunque non viene?—No.Allora la vecchia scrollò sprezzantemente le spalle, senza offrirle nemmeno di chiudere la finestra.Il conte Alberto era svanito. Tutti s'impazientavano, s'imbarazzavano. La marchesa stentò a frenare un: tanto meglio! alla risposta della Nencia; ma il dottore, che si credeva in dovere di essere quel giorno eccessivamente cortese con tutti, parlò di salire dall'ammalata.—Dottore!—lo arrestò la marchesa con un'occhiata: poi ordinò a Jela di discendere e diè il moto al corteo.—Si sente male?—domandò il duca, rimasto abilmente l'ultimo, alla Nencia nel passarle vicino, e la sua voce era commossa.—Alla testa.Ma la Nencia si sbagliava: Ida aveva male al cuore.Rattrappita sul letto udì le voci del corteo, che saliva nelle carrozze, lo scalpito dei cavalli, il rotolare delle ruote, i parlari dei servitori, che si sparpagliarono per il palazzo; poi il palazzo tornò silenzioso, avvolgendosi nel tenebrore della sera. La sua camera s'abbuiava mano mano come la sua anima. Ida ricominciò a singhiozzare disperatamente contro il muro, premendovi il volto colla rabbia insensata dell'impotenza. Il suo cuore, la sua volontà, la ragione stessa, sempre in lei così limpida e fredda, erano sopraffatte come da una bufera, che le schiantava avventandone le schegge giù nell'abisso, tra una furia di vortici pazzi e sibilanti.Era tutto uno schianto. Non sentiva più altro che la propria rovina, collo spavento di tutte le frane e lo strazio di tutte le lacerazioni. Il muro, sul quale gocciolava mutamente qualche lagrima, le insinuava dei brividi di freddo fra l'arsura della febbre. Stava immobile, smaniando al di dentro, abbandonata allo straripamento di tutte le passioni. Colle mani raggrinzite sulle coperte, i denti stretti, ruggiva, mordeva, fischiava. Vedeva cogli occhi fra le tenebre a distanze impossibili, udiva cogli orecchi fra quel fracasso della tempesta voci remote e sommesse. La fronte, infiammata dalla febbre e dal convulsivo strofinamento delle mani, le ardeva con una infinità di piccoli dolori a tutte le radici dei capelli, e le ardevano le gote, sulle quali si scioglieva il saledelle lagrime, mentre la voce le si agglutinava nella gola nauseata da un'amaritudine, che non poteva nè discendere nè salire. Nessuna idea le emergeva fra quella negra commozione di idee, nessun sentimento le stava fermo nel cuore. Era uno sfacelo, nel quale tutto andava rotto, anche la coscienza, sminuzzandosi in tanti frantumi come una coda di serpe, animati da un dolore, che sopravviveva alla morte. In quell'assidua ruina Ida si sentiva grandinare sull'anima le macerie di tutta la sua esistenza così giovane: gli anni dell'infanzia e della fanciullezza, quelli tanto dotti dell'istituto, quando cominciò la fecondazione del sole, poi tutti i sogni, i desiderii più giganteschi delle piramidi, le passioni più ardenti del deserto, le fantasie più tempestose del mare, le gracili creazioni d'un giorno e le effimere efflorescenze di un'ora, che le si ammassavano sopra, in una montagna informe, vibrante di rantoli, di feriti sopra un ferito, di moribondi sopra un moribondo.Ma ella resisteva ancora per l'istinto disperato della vita, stracciandosi nella inutile resistenza tutte le piaghe, aggrappandosi alle schegge taglienti di tutti i dolori e nullameno avvallando sempre più profondamente. E allora una stanchezza l'avviluppava come una coltrice funerea, ed ella s'abbandonava senza piangere come distesa contro il muro nel sonno, se il frequente singulto e il gorgoglio d'un sospiro non avessero provato anche troppo che non dormiva.La sera mandava fuori tutte le stelle, e l'avemaria era suonata alla parrocchia di don Natale senza che la fanciulla l'intendesse.Poi rinvenne. Si vide dinanzi tutte le figure del suo odio, il padre, la madre, la famigliuola del sarto.Jela con tutti i parenti signorili, più felici nella ricchezza della loro vita ora che gavazzavano nella solennità di un matrimonio senza un pensiero per lei, estranea nella casa e straniera alla loro vita. Era dunque una fatalità? Sarebbe morta anch'essa sul margine della società, fra la beffarda indifferenza del mondo, come il povero Rocco? Ormai lo credeva, ma invece di spaventarsene si scagliava più ferocemente contro quei fortunati e li dilaniava. Si era rizzata sentoni sul letto, guardando per le tenebre fuori della finestra.Forse a quest'ora Jela ed Enrico si erano sposati. Che le importava di tale amore sciocco come la loro unione? Ma non poteva tollerare la fortuna del loro destino! Qualcuno doveva ben pagarle quell'ineffabile umiliazione di sè medesima e tutte quelle lagrime, che le avevano bruciata la faccia. La sua vita era perduta, inevitabilmente perduta per sempre. Malgrado il turbamento della passione, sentiva di non poter durare lungamente in quella silenziosa agonia di disegni e di seduzioni, pensando sempre di sedurre qualcuno che le fuggiva, stancando il futuro coi sogni più assurdi, torturandosi in una dissimulazione dolorosa come una maschera di ferro rovente sul volto. Dopo tanta serietà di propositi era forse tempo di cedere alla follia e di puntare la vita all'ultima posta: infine la perdita sarebbe sempre inferiore al guadagno. Che valeva un'esistenza di affamato. In quel momento ella avrebbe arrischiato tutta una vita di trionfi per un'ora sola di vendetta scandalosa ed atroce.Si fisse in questo pensiero, lo ingigantì, lo arroventò con tutti i bagliori della propria immaginazione in fiamme, ma questa volta era ben decisa.Se Jela ed Enrico erano uniti, ella passerebbe loro immezzo come una folgore, dovesse poi svanire nella luce del baleno o nel fracasso del tuono. Quindi sorrideva, respingendosi i ricci sulla fronte ed avanzando il volto quasi per contemplare di già lo spettacolo di quella ruina. Non era amore, non era gelosia, nemmeno invidia, ma odio, solamente odio, composto di tutti i dolori e di tutti i veleni. Non sapeva più di aver torto e non se ne sarebbe curata, ma ripigliava tutta la sua vita passata, l'appuntava in un cuneo, la scagliava. Era superba, spietatamente paga di aver vissuto. Non era sempre stato il suo sogno aprire un largo solco nella vita? Il torrente, che squarcia, lascia una traccia più profonda del fiume che irriga; rovinare sì, ma sopra qualcuno, a questo patto consentiva.Se non che la disperazione, calmata momentaneamente, tornò a singhiozzare, e la fanciulla, troppo debole ancora per l'energia di quella risoluzione, vacillò. Invano colla schiuma della rabbia alla bocca e il lampo del delitto negli occhi, giurava a sè medesima di vendicarsi di tutti su Jela ed Enrico. Essi erano al coperto da ogni danno e così lungi da ogni pericolo, che non avrebbero nemmeno per stravaganza di fantasia potuto pensarvi; mentre ella povera e derelitta non poteva nulla contro di loro. Se il duca fosse stato giovane ed altro uomo, ed ella una duchessa, forse sarebbe riuscita a scagliarlo contro il conte in un duello mortale, gettando forse quella sera stessa o l'indomani sul letto primaverile di quella sposina un cadavere biondo ed insanguinato; ma il duca era vecchio a queste tragiche follie, nè forse abbastanza innamorato per accettarle, quando se ne fosse trovato il coraggio. La vita eraancora piena di drammi, ma gli eroi da romanzo non esistevano più. Oggi le pazzie non si fanno più che di denaro, e le donne si disputano coi boni di banca e non con le lame di Toledo. Ida, che lo sapeva, sogghignava colla sanguinolenta alterigia del disprezzo. Tutti erano piccini intorno a lei, donna sopravvissuta colle passioni spavalde e crudeli di altri secoli in un mondo di capricci.—Vili!—mormorò guardandosi attorno.Aver paura della morte le parve la suprema delle codardie, ma non pensò di compiere ella stessa il delitto. Non vi aveva ripugnanza di moralità, ma di orgoglio, poichè assassinando il conte Enrico perderebbe la partita invece di vincerla; Jela vedova si consolerebbe con un altro amore, mentre ella finirebbe in galera. Non erano più i bei tempi quando due o quattro gentiluomini si battevano ad oltranza e il vincitore si allontanava spensierato del cadavere del vinto, quando le principesse avvelenavano gli amanti infedeli e andavano dopo ad una festa di corte col più gaio sorriso sulle labbra. Bei tempi passati! Oggi tutto si era imbruttito, anche il delitto, giudicato nella corte di assise da una dozzina di pizzicagnoli e di affittaiuoli.Pure, un bisogno di morte la urgeva. Profondere lo squallore nell'anima di Jela le pareva la più sublime delle felicità. In quelle tigrine immaginazioni era discesa dal letto, appressandosi alla finestra. La notte era bella, ma fosca come nel presentimento pauroso di un acquazzone; le stelle si erano abbassate sul volto un volo di un azzurro anche più denso e non osavano sorridersi, gli alberi secolari del bosco non mormoravano più. Il suo spirito esaltato provò una strana delizia in quella calma sinistra della natura.Appoggiò i gomiti sul davanzale e stette guardando.Gli occhi infiammati dalle lagrime le bruciavano dolorosamente, le gote le si stiravano, i capelli le pesavano sulla nuca, mentre la frescura notturna, ventilandole il volto, arrivava alla sua passione come una carezza.A poco a poco si calmò, irrigidendosi nel tetro disegno. Non ammetteva nè dubbio, nè discussione: voleva vendicarsi, strapparsi dall'anima il proprio dolore e sbatterlo sulla faccia di qualcuno come un cencio insanguinato. Pensò, divagò, seguì le tracce di mille idee, in fondo ad ognuna imbattendosi sempre nella figura di Enrico; quindi i sensi, freddi in quell'uragano dello spirito, sorsero e vibrarono. Si ricordò giorno per giorno la vita del suo lascivo desiderio di quel bel giovine, le ultime notti col povero Rocco, quando seminuda sul letto col mostricciuolo sul seno si dibatteva in un'empia agonia di voluttà. Alcuni versi di Hamerling le passarono mormorando all'orecchio.Dovette soffocare un urlo.Poi si tolse smaniando dalla finestra, traversò il salottino, l'altro gabinetto fino all'anticamera, si affacciò alla finestra sul cortile. Le carrozze erano ritornate da un pezzo, il matrimonio era stato celebrato. Questa prova preveduta, ma purtroppo irrefragabile, del proprio disastro, la rese più calma. Era decisa, non sapendo bene a che.—Sono giù nel salone!—esclamò, vedendo un servo passare con un immenso vassoio.Quindi riflettè amaramente che non la cercavano. Rientrò nella camera, erano appena le dieci.Prima di mezzanotte nessuno andrebbe a letto.Questa insolente dimenticanza al ritorno dalla chiesa, mentre tutti si stringevano affettuosamente intorno alla sua sorella di latte (ella sottolineava nel pensiero questa parola) adesso la punse. Jela si staccava per sempre da lei: posdomani l'avrebbe scacciata. Tutti, tutti uguali. Ma il duca, ella lo sapeva, doveva essere partito immediatamente per la città; egli non l'avrebbe certo dimenticata.—Oh il terremoto adesso!—brontolò, entrando coll'immaginazione giù nella gran sala illuminata.Ma invano si sferzava i fianchi per eccitarsi alla ferocia, ora che il matrimonio di Jela con Enrico stava per compiersi davvero nella camera di Jela, assestata appositamente dalla Nencia, e verso la quale si sentiva suo malgrado attirata da un fascino voluttuoso. Quindi dal suo appartamento passò in quello di Jela. Un letto di quercia intagliato, annerito dagli anni, si allargava sul posto del lettino di Jela, attendendo gli sposi. Ella ignorava questo capriccio di Jela, nato all'ultima ora, di ricevere lo sposo nella camera verginale contro le disposizioni già prese dalla Nencia.Ida indovinò quell'infantile delicatezza e, pure apprezzandola, provò la smania di rispondervi con un sarcasmo.—Vuole evitare l'errore di Waterloo, cadere sul proprio terreno. Imbecille! non è il campo, ma il genio che dà la vittoria.Quella camera era forse la più bella di tutto il palazzo, perchè la morta contessa nella malinconica gioia della propria gravidanza pensando, malgrado tutti i desiderii, che partorirebbe una bambina, aveva voluto arredarla essa medesima, e le aveva data un'aria di bellezza pura ed effimera, chestringeva il cuore. Non era più grande di un salottino comune, nè più alta; aveva una sola finestra, con due piccoli usci nascosti, un lettino bianco ed un tavolo di madreperla. Le pareti tappezzate di un damasco roseo sotto una tenda di trine bianche, fresche come la corolla di un gran fiore, che avrebbe dovuto avvizzire ad ogni raggio di sole e palpitare ad ogni alito di respiro, le sfumavano gli angoli colla leggerezza di un vapore rosato ed immobile. La volta rappresentava un tramonto con una nube in un canto, dietro la quale il sole era scomparso diffondendo per la smorta purezza dell'azzurro una blandizie di oro. Un tappeto a fondo lattiginoso con filamenti rosei aumentava tutta quella bianchezza, mentre un divano, così basso e piccino che entrando lo si distingueva poco dal pavimento e dalle pareti, si drizzava presso uno degli usci di ebano rosa, che la tappezzeria celava quasi a mezzo sotto alcune pieghe leggere.Quantunque conoscesse quella camera di lunga mano, l'aspra gravezza del letto di quercia glie ne fece ora sentire meglio la soavità. Poi i lenzuoli l'attirarono colla loro freschezza bianca e levigata. Li toccò leggermente, sollevandoli per vedere dove si affonderebbero quei due felici.Erano già trascorsi dieci minuti.D'un tratto, accorgendosi di commettere una stravaganza, si fermò, ma nulla poteva più spaventarla; anzi per sfidare maggiormente il pericolo di essere scoperta, andò a sedersi sul divano, atteggiandosi sfrontatamente.—Tertulliano ha ragione,—pensò colla solita perversità di erudizione:—l'amore è sempre una prostituzione. O uno o tutti, il fatto non muta... Non sono che in un postribolo qui!E la sua immaginazione esacerbata afferrò Jela, le gittò sopra il conte Enrico, e rimase ad osservarli sghignazzando come una pazza. Poi un'idea l'abbagliò; quindi passando prestamente nel gabinetto della toeletta, da questo all'altro da bagno, si esaminò attentamente intorno. L'ultimo uscio dava sull'appartamento, che divideva i due sposi, e per il quale il conte Enrico doveva inevitabilmente passare. Il salottino pareva quello di uno stabilimento, colla tinozza incastrata nel muro, le pareti verniciate di bianco, a olio, e un breve tappeto scuro dinanzi alla tinozza. Ma un enorme specchio colla cornice di noce, sostenuto da due zampe di leone, si alzava in un angolo per una altezza di persona gigantesca.Ida notò come la cornice toccasse il pavimento; rientrò nella camera di Jela, quindi nella propria. La finestra era aperta, la notte anche più buia. Si rigettò l'abito dalle spalle, slacciò il busto, le sottane, la camicia, si chinò a sfibbiare le giarrettiere, si trasse le calze, dritta, coi piedi, pestandoseli febbrilmente, traballando come d'ubbriachezza, cogli occhi pieni di lampi e la bocca di parole. Poi raddrizzandosi in faccia a sè medesima, si riaffermò con un sorriso. I capelli arruffati dalle convulsioni sul letto le coprivano mezza la fronte e gli orecchi, ma non li ravviò. Il dolore li aveva scomposti come il volto in un'altra bellezza più formidabile; quindi si rimirò dentro allo specchio nell'impudore della propria nudità, colla fronte solcata da una ruga profonda. Nei momenti supremi la fanciulla subiva sempre il prestigio di una posa.Aveva steso sul letto l'ampia veste di raso nero, dentro di raso bianco, colle maniche ad imbuto,enormi, che consentivano tutta la nudità del braccio fino alla spalla: l'infilò, vi disparve. A quel lume delle candele il raso aveva delle ondulazioni di baleni. Poi cacciò i piedi in due pianelline di raso nero, e fece per muoversi udendo rumore nel gabinetto. La Nencia veniva ad informarsi della sua salute da parte del conte Alberto, se le doleva il capo.—Ancora, ma passerà, grazie.—Dove va?—chiese la vecchia, stupita di quell'abbigliamento.—Nella biblioteca.Infatti le passò innanzi senza nemmeno guardarla. La vecchia, che già preparava una malignità, la seguì suo malgrado fremendo alla molle superbia di quel portamento da palco scenico, che pareva passare fra gli applausi ed i fiori. La vide chiudere il pesante portone della biblioteca e sparire.—È matta,—pensò fra sè medesima, ridiscendendo nel salone, dove la conversazione stava per sciogliersi.Ma Ida mise il catenaccio al portone, depose il lume sul tavolo e da un usciuolo, nascosto fra gli scaffali, sicura di sè medesima, si diresse al bagno di Jela.Jela ed Enrico, che dalle loro camere potevano vedere i finestroni illuminati della biblioteca, la crederebbero là dentro.c220VI.Jela era già salita sul gran letto di quercia, nascondendosi la testa sotto i lenzuoli coll'astuzia di un fagiano spaventato. Il suo corpicino, rannicchiato sotto le coperte, aveva quasi rinunciato ad ogni seduzioneper raddoppiare quelle del volto, seppellito fra un nuvolo di ricci ammassati capricciosamente sull'origliere. Non parlava più, ma si moveva a piccoli stridi, con una trepidazione piena di bruscherie ad ogni parola della Nencia, che le girava intorno come una mamma, assaporando nella propria malignità di vecchia quell'ansia suprema di un'ora unica nella vita, alla quale si tengono sempre fisi gli occhi prima di arrivarvi, e alla quale si rivolgono irresistibilmente appena passata. Ma Jela, vezzosa crisalide, nella quale il verme non presentiva la farfalla, era incapace di provare tutta la malinconica terribilità di quella agonia di un mondo poetico, che deve dissolversi al contatto della realtà senza che nemmeno un frantume possa raffigurarlo più tardi, perchè nulla della vergine sopravvive nella donna. Era tardi.—E Ida?—chiese improvvisamente la fanciulla.—Sarà in biblioteca.L'altra non replicò e tornò a fissare l'uscio, pel quale la Nencia doveva uscire a spiare l'arrivo dello sposo. La vecchia, benchè reluttante, aveva dovuto consentire a questo ultimo capriccio di Jela.—Nencia!—ella gridò, vedendola andarsene davvero dopo aver accesa la bella lampada di alabastro sopra il tavolino di madreperla; ma la vecchia, che si sentiva ingrossare il respiro ed aveva bisogno di uscire per non diventare più bambina di Jela, le fe' un gesto supremo di addio. Senonchè aveva ancora la gruccia in mano quando, ricacciata da un impeto di tenerezza dentro la camera, tornò al letto.Jela aveva i goccioloni agli occhi:—Sta qui,—balbettò:—senti, va di là nel salottino.—Sì.—Se entra all'improvviso mi vien male. Come mi batte il cuore, mamma, mamma!—ripetè, congiungendole le mani sul collo e guardandola con una adorabile desolazione.—Mi vuoi bene anche tu, come lui? Se partiamo posdomani, ti voglio con me.—Ma andiamo dunque...—insisteva l'altra, cercando di dissimulare la propria emozione:—che cosa è poi mai? Il signor conte...—Pss...—l'interruppe, mettendole una mano sulla bocca.Questa volta fu l'ultima, e la Nencia uscì. Però quel capriccio di costringerla ad aspettare così in agguato non le pareva senza pericolo, se il conte dovesse crederla un'oscena malignità e negarle quindi un posto nella nuova casa maritale. A questo solo pensiero la vecchia si sentiva strozzare. Depose la candela sopra il tavolo e, sulle punte dei piedi, incollò l'orecchio al buco della serratura. Le sembrò d'intendere un sospiro. Attese, credette d'ingannarsi, ma un fruscìo di sibili seguì quel respiro, facendola palpitare di meraviglia. Nel salottino del bagno tutto era buio e silenzio. La vecchia rimase appiccicata all'uscio, indecisa, tornò ad attendere. Per un istante il pensiero le corse a Ida, la quale aveva pianto tutto il giorno per l'invidia del matrimonio di Jela, quasi per unire quel pianto e quel sospiro; ma un secondo sospiro (questa volta era sicura del proprio orecchio) le fece perdere il filo di ogni congettura. Quindi raddrizzandosi indolenzita, gittò senza volerlo per gli scuri socchiusi gli sguardi fuori del cortile, e vide i finestroni della biblioteca illuminati.—È là dentro,—brontolò con gioia beffarda,pensando che Jela era nell'altra camera ad aspettare lo sposo.Ma in quella lo scocco d'una porta lontana martellò; la vecchia, percossa da un brivido, non udì un altro fruscìo più distinto. Furono pochi istanti di una profonda ansietà: poi si distinse uno strascico leggero di passi.—Il signor conte, che viene!Non aveva ancora finito questo pensiero e cominciato l'altro di rientrare nella camera di Jela, che un rumore più vivo nel salotto la rattenne. Il lume del notturno visitatore passava già sotto l'uscio. La vecchia era tutta una vibrazione, aspettandosi a qualche cosa senza sapere che, nè perchè.Un'onda di luce ruppe nel salotto e il conte apparve sulla soglia in veste di seta azzurra, con una bugia in mano. Era senza cravatta, ben pettinato. Ad un sibilo stridente, questa volta di un abito, si volse bruscamente. Ida livida, coi capelli disordinati, sorgeva dietro lo specchio, più nera dell'ombra, nella quale s'avvolgeva, inoltrandosi verso di lui come un fantasma.Gli sbarrò il passo lentamente e, tendendogli la mano, mormorò:—Aspetto.Egli non comprese quella semplice parola, e la guardò attonitamente.—Vi aspetto da due ore,—ripetè con voce vellutata ma fremente, la mano sempre tesa verso la sua.—Che cosa volete?—Voi.—Qui... siete pazza?—Vi aspetto,—insistè, cacciandogli dentro gli occhi tutta la fiamma de' propri in un razzo, che lo fe' quasi retrocedere.Il conte ebbe un brivido d'impazienza.—Non sono due ore, sono tre mesi che aspetto.Egli si guardò attorno cautamente, quindi abbassò ancora più la voce:—Siete pazza?—Vi amo.—Ma è impossibile! Se vi sentissero...—Non sentono: vi ho già detto che vi amo, e non avete sentito.—Sì, piano!Ida gli prese la mano, gliela strinse fortemente, ed appressandogli il volto al volto in quella corrucciata lassitudine del desiderio, glielo lambì collo sguardo.—Mi credi?—ella balbettò agitando la testa.—Piano,—si affrettò, vedendola rannuvolarsi e temendo uno scoppio.—Ti amo come posso amare solamente io. Questa veste l'ho fatta per te: guardami come sono vestita,—ripetè mirandosi il seno, che le trepidava nudo nel vano di due o tre uncinetti. Ma ad un tratto s'illanguidì e, posandogli l'altra mano sulla mano, che già gli serrava, cogli occhi socchiusi, abbandonata entro quella veste troppo ampia, che aveva dei panneggiamenti da statua, balbettò dopo una pausa:—Come sei bello!Egli era stordito. Quella aggressione in un momento già difficile, sulla soglia della camera nuziale, preparata da ore con un rischio da pazza, fredda e voluttuosa, lo sbaragliava. Ida non aveva più paura dello scandalo. A questo punto lo amava troppo. La sua passione lungamente soffocata le aveva fatto saltare la ragione, bruciandole il cuore. Era pazza per lui, era bella.—Vieni,—ella gli disse a bassa voce ma imperiosa, attirandolo sopra una poltrona.—Ma, Ida...—Hai paura? Che importa? Io non ne ho, ti amo. Credi che avrei potuto lasciarti entrare questa notte in quella camera, e avrei dormito? Non lo sai dunque cosa sia una passione! Non sono stata abbastanza forte per impedirti questo matrimonio, perchè non sono ricca, e non si sposano che le ereditiere,—proseguì con straziante sarcasmo,—ma posso ancora disputarti. Intanto non entrerai in quella camera, adesso.Egli ebbe come un sorriso d'orgoglio negli occhi.—Ti voglio,—ella seguitò colla moina irresistibile della ostinazione, che sa di trionfare,—ti voglio prima di lei. Ella è ricca ed avrà il marito, ma io voglio l'amante, qui, sulla soglia della sua camera nuziale. Non è degna di te: sei troppo bello! Sono due ore che ti aspetto col mio abito da nozze, nero come la mia vita. Quando lo cucivo, ogni punto era una carezza per te; mi devi un bacio per punto.E la sua voce sempre velata si affievolì; tremava di febbre e di freddo. Poi cadde ad un tratto sotto un dolore così scoraggiato, che egli se la sentì quasi rovesciare addosso. La sua fronte, ancora corrugata dallo sforzo di quella scena, aveva una bianchezza strana, colle pupille sbarrate che le divoravano quasi la faccia, e i denti più bianchi della neve, che le brillavano dietro le labbra come di un grande desiderio goloso. In quella stretta voluttuosa sembrava soverchiarlo con tutto il capo, con una passione di leonessa intenerita. Tutte le forze le si erano allentate, mentre l'ubbriachezza dell'odio risolvendosi le lasciava nei nervi un gran bisogno di calma.Teneva sempre il conte per mano assorbendogli nel calore del contatto la sua rosea vita di aristocratico e perdendola soavemente nel proprio spirito, dove le tempeste viaggiavano per sconfinate opacità. Allora le parve di avere la stessa visione di Faust, e paragonandosi involontariamente con quel mitico spirito, pronunciò nel pensiero le parole desolanti della sua sfida con Mefistofele:Se avvien che io dica all'attimo fuggente:Arrestati, sei bello...,accorgendosi che il suo attimo bello era passato e la morte le aveva buttato nel sorriso di quella visione il proprio compenso. Quindi sorpresa da un nuovo avvilimento, chiuse gli occhi e gli abbandonò la mano. Il conte, lusingato ma del pari atterrito dallo scandalo di quella scena, credette giunto il momento della ragione.Sommessamente colla sua voce più dolce:—Ritiratevi,—mormorò.—Del voi?—proruppe la fanciulla, richiamata da quella sola parola al tumulto della realtà.—Quando ci avrete pensato, capirete che ho ragione. È tardi.—Avete dunque fretta?Il suo silenzio l'inasprì.—Ebbene, andate,—disse con un impeto sdegnoso di disprezzo,—che trasse un gran peso dal cuore della Nencia.Sulle prime ella aveva quasi temuto che il conte cedesse alla capziosa ferocia di quell'assalto, e non ne perdeva nè una sillaba, nè un gesto; ma la scena era talmente bizzarra, che il suo odio stesso per la fanciulla ammutoliva. Quindi non intese Jela socchiuderemaliziosamente l'uscio arretrandosi stupita nell'osservarla ginocchioni in quell'atteggiamento di una sorpresa. Era in camicia, scalza, camminando sulle punte dei piedi, un labbro fra i denti per rattenere la risata, che le sprizzava dagli occhi; ma le stava oramai sopra, che l'ultima parola di Ida la colpì. Rimase sospesa, agghiacciata, poi un respiro della Nencia l'attrasse, e piegandosele precipitosamente sulla spalla, la urtò per prendere il suo posto al buco.La Nencia giunse appena a frenare un urlo.—No,—brontolò, contendendole la serratura ed impallidendo ella stessa al pallore della fanciulla.—L'ami dunque molto?—s'intese la voce stridente di Ida, che gli aveva riafferrato la mano.—Piano.—È vergine, l'ami per questo? Lo sono anch'io, non perdi nulla nel cambio, ma bada che in quella camera non c'entri. Se mi sfuggissi, sarei capace di inseguirti. Sarò la tua sposa di questa notte, una notte sola per tutta la mia vita! su questa poltrona, che non dirà nulla domani, giacchè tu hai paura. Tu sei un uomo, tu! Spegneremo il lume, non parleremo. Oh! non temere, non urlerò. Sono forte io, mi lascerò uccidere senza un lamento... Mi ami?—seguitò,—che cosa ti costa il confessarmelo? Jela non saprà morire: domani notte farai il confronto, e mi amerai di più. Vi sono ancora dei gladiatori: vedrai come muoiono le vergini!—Ed appoggiandogli una mano sulla spalla, così che i capelli delle loro fronti si toccavano e la fiamma del suo alito gli bruciava le gote, esclamò come se le sfuggissero le parole:—Non puoi amare tu! sei troppo bello: la passioneti guasterebbe. Tu devi salire sull'amore come su di un piedistallo, e lasciarti ammirare. Ad Atene ti avrebbero votata una statua, io te ne offro un'altra.Ma questa volta, accompagnando l'atto alla parola, gli si sospese al collo con un bacio. Egli già scosso dall'impeto di quelle frasi tentennò, fece un passo addietro con tutto il suo peso nel petto, così soffocato da quell'abbraccio, che per reggersi dovette respingerle il seno col seno, cingendole col braccio libero la vita.Ida cedette senza lentare la presa, le loro teste si dibatterono un istante, quando un grido li percosse, e Jela, spalancando l'uscio del gabinetto nell'urlo supremo di una follia, corse ad Enrico, e senza che nessuno dei tre se ne accorgesse gli si attaccò al collo, mentre Ida saltava indietro spaventata.La Nencia si affacciò sulla porta.Ida era verde. Vide la vecchia, e in un baleno credette di aver tutto compreso. La sua anima diè un balzo, ma un singhiozzo di Jela l'arrestò. La fanciulla abbandonata sulla spalla di Enrico, il volto sul suo collo, piangeva stupidamente. La camicia troppo fina la lasciava quasi in una nudità da bagno, coi piedi scalzi sul tappeto, una spalla nuda sino alla sommità del seno, e le mani congiunte disperatamente dietro la testa di lui nell'atteggiamento di un terrore fanciullesco ed immenso. La candela del conte, bruciandole quasi una ciocca di capelli dietro il collo, dava alla leggerezza della sua camicia la diafanità di un velo, che le trasparenze rosee della pelle macchiavano lungo il dosso e sui lombi.La Nencia mosse un passo verso il conte. Egli se ne accorse, quindi sdegnato della confusione di quella sorpresa, nella quale entravano perfino i domestici,si rivolse obliquamente a Ida. Questa sentì la freddezza egoistica del suo dispetto e gli gettò l'ironia di un sogghigno, che cadde su Jela come uno schiaffo.—Uscite,—egli rispose con un'occhiata, mentre la Nencia si avanzava d'un altro passo. Ida capì, ma erse il capo ed incrociò le braccia. Tutto era perduto. Non le restava più che una ignobile fuga, per il più triste dei motivi, da quella casa dove era stata accolta come una sorella, e donde aveva sperato innalzarsi ancora ad altri palazzi. Però quella stessa disperazione di tutto, invece di scombuiarla, la calmò. Quindi attese il risveglio di Jela nella tensione dello schermitore ferito, che vuole con un ultimo colpo ammazzare l'avversario. Era tremante e superba. Jela alzò lentamente il volto, e senza abbandonare il collo dello sposo, si rivolse come trasognata. I loro sguardi si sbatterono. Jela palpitò e dovette staccare i propri, ma l'orgoglio, che l'aristocrazia della razza e dell'educazione le aveva deposto nell'anima, vibrò in quel minuto. Li risollevò prontamente e dimenticandosi di essere scalza, seminuda, le additò con un'incredibile nobiltà di gesto la porta del suo stesso appartamento.Ida accennò di sì col capo, ma invece di dirigersi all'uscio le venne innanzi foscamente.—Avete vinto!—disse staccando sonoramente le sillabe.Quindi la strinse in un'occhiata fiammeggiante, la scaraventò lontano, e voltandole le spalle passò davanti alla Nencia. La vecchia le sbarrò la soglia.—Indietro, villana!—ruggì soffocatamente, alzando la mano a percuoterla sulla guancia.Traversò il gabinetto, l'altra camera, lasciandosi dietro la veste una lunga traccia di sibili, che guizzavanoper la lattea dolcezza del tappeto come tante serpi di sotto ad una mina rotolata da un uragano. Sfiorò il letto, osservò le coperte respinte dal canto di Jela, la luce venata dell'alabastro come una soavità notturna fra quelle soavità quasi mattinali. Sentì la morbidezza del tappeto salirle per le gambe come una morbidezza di carni smorte, mentre la trasparenza della volta le pareva un velo gettato sul rossore inconscio delle pareti, che si preparavano ad altri rossori; sentì la forza della quercia, che aspettava gli sposi fra tutte quelle rosee delicatezze, perchè potessero tumultuarvi liberamente e ripetere i tumulti per tutti gli anni che essa durerebbe, per tutta la diversità dei rabeschi che la venavano; sentì la vivezza di quel silenzio profumato, e poi da lungi lo strido morente di una voce giovanile, eco lontana di una pellegrina, che si avvicinava all'oasi e cadeva tramortita alla vista di una tigre, mentre la belva l'aveva già traversata senza traccia, lenta sì ma fuggiasca verso il deserto ignorato dalla carovana e dai ruscelli.Aveva i capelli rabbuffati come una criniera, la bocca aperta. Si cacciò nel buio delle altre stanze, oltrepassandolo come aveva oltrepassato quella nuvola rosea illuminata dentro da un raggio prigioniero in un'urna. Non urtava nei mobili o non se ne accorgeva; spalancava le porte, sbattendovi il raso della veste, frantumandovene i sibili.Poi rientrò nella sua camera ed accese il lume.Si spogliò precipitosamente, si rimise le calze, la camicia, il busto, in un batter d'occhio come chi sfugge ad un disastro. Aveva sempre più fretta; tornò all'armadio per prendere il frustino e il cappello a cilindro. Non furono cinque minuti, era giàvestita. Si adattò il cappello allo specchio, guardandosi colle labbra tremanti, ed uscì a furia.Scese lo scalone, traversò il cortile d'onore, l'altro fino all'usciolo delle scuderie; era socchiuso, lo spalancò. Una lanterna sospesa ad una colonna bruciava, rischiarando le schiene lucenti di otto cavalli. L'odore di stalla la fermò sulla porta. Tutti i cavalli erano desti, alcuni si volsero al rumore e s'incantarono nella notturna visitatrice. Ella ebbe un sussulto. Una calma grassa sorgeva dal terreno imbevuto di concime, addensandosi nell'aria colla nebbia di tutti quegli aliti poderosi, che velavano quasi il chiarore della lanterna. I raggi separati dalla porosità del vetro vi aprivano come dei solchi, i quali si rompevano sulla noce levigata delle colonne e sulle culatte dei cavalli, rimbalzando da un ciottolo, scheggiandosi sopra una piastra di metallo, quasi senza vibrazioni sopra tutte quelle untuosità di sudore, che lo studio della pulizia non aveva se non aumentato. Bagliori di specchi parevano ondulare alle pareti, mentre la volta si oscurava in una tenebra di antro, e dinanzi ai cavalli il davanzale marmoreo della mangiatoia s'allungava in una striscia di un bianco stridente sotto le rastrelliere separate, ricurve, come tante piccole inferriate di prigione.Ida si rattenne un istante, ma non potendo in quella frenesia aver modo di riflettere, si raccolse l'abito nella mano ed avanzò. Lo stalliere dormiva in un angolo sopra una branda, la faccia contro il cuscino, vestito, i piedi senza scarpe. Gli percosse le spalle col frustino.—Ohe!—esclamò di soprassalto, alzando due occhi grossi, che non vedevano.—Sellami Febo.Alla sua voce il cavallo nitrì, Ida si rivolse. Era il quinto a destra. Ma lo stalliere seguitava a strofinarsi gli occhi per accertarsi di non sognare, ginocchioni sul letto, cercando macchinalmente coi piedi gli zoccoli.—Sellami Febo,—ella insistè seccamente.—Adesso?!—Sì.Egli si mosse.—Febo?Ida non rispose nemmeno, mentre l'altro, che aveva finalmente infilato gli zoccoli, ricomponendosi man mano, apriva una porta interna a fianco della branda, che dava nella selleria; ma si fermò ancora.—Vuole montare?—tornò a ripetere con una confidenza mezza giustificata dalla stranezza dell'ordine.—Non lo vuoi?—Io...—e un sorriso gli compì sulle labbra quella confessione della propria nullità.La fanciulla aveva un'aria così imperiosa che l'altro non aggiunse verbo; quindi entrò nella posta di Febo, mentre Ida abbassava gli occhi sopra un sasso, piegandovi nervosamente il frustino. Quell'odore di stalla la calmava. I cavalli non scalpitavano nemmeno, voltandosi ad osservarla con atti pigri, la lucerna aveva uno splendore oleoso, una misteriosità stupida per quella sonnolenza di bruti, in quel silenzio grave di un raccoglimento animale. Ma Febo fu presto sellato. Tratto tratto Matteo sbirciava la fanciulla evidentemente in preda ad una grande passione, e più bella in quell'amazone, che le guantava il busto. Dove andrebbe a quest'ora così sola? Che cosa era successo? Gli venne quasi inmente di destare Giovanni, per non essere strapazzato l'indomani, se lasciava di notte il cavallo alla signorina, ma non ebbe il coraggio di trovare una scusa, colla quale uscire cinque minuti di stalla.—Le domando dove va,—conchiuse, forzando per il barbazzale il cavallo ad indietreggiare dalla posta. Ida si appressò.—Fallo uscire: monto nel cortile,—e si mise dietro a Febo, che batteva sonoramente i ferri sul selciato, quasi spingendolo col proprio passo, mentre gli altri cavalli allungavano curiosamente la testa. Due nitrirono. Matteo si era fermato innanzi all'uscio.—Prendimi,—gli disse, impugnando le redini ed offerendoglisi, perchè la salisse in sella.—Va proprio via?—Sì.Egli l'afferrò timidamente alla cintura, piegò il ginocchio, perchè vi si poggiasse; ma Ida aveva già spiccato lo slancio e si adattava la coscia nel corno, cercando coll'altro piede la staffa. La notte era serena, Febo fremeva.—Il cancello è chiuso: debbo aspettarla?—le si rivolse aprendo un battente.—No.—Non ritorna?—No.Matteo si stupì, ma Febo aveva già infilato il collo nell'apertura, cacciandosi innanzi così furiosamente, che egli dovette spalancare tutto l'altro battente per non lasciarvisi schiacciare.—Ohep!—gridò Ida appena all'aria aperta, lanciandolo al galoppo lungo il muro, per svoltare all'angolo e correre manifestamente al cancello in fondo dello stradone.—È chiuso! è chiuso!—egli urlò, trascinato da quella furia, che finalmente scoppiava, e balzandole dietro a corsa; ma Febo correva come un cavallo fantastico. Quando egli giunse all'angolo lo vide che aveva già traversato il giardino e si precipitava contro le stagge nere di ferro, a capo del viale fiancheggiato di limoni, sui quali passava come un'ombra la bruna figura della fanciulla curva sulla sua criniera.Il cavallo era già troppo lontano; ma egli si spinse ancora correndo con tutta la forza di un ripicco e della paura per l'imminente pericolo della fanciulla, urlando, movendo più le braccia che le gambe; e la vide già in fondo, dieci passi prima di rompersi la fronte nel cancello, storcersi, deviare verso il pilastro destro, urtare nella siepe, sorvolarla di un salto e prorompere un'altra volta sulla strada maestra in un galoppo sonoro. Ida fuggiva, incitando Febo col morso e collo sprone.La strada bianca e silenziosa nella notte si perdeva lontanamente, sempre sulla riva sinistra del fiume, lambendo le case dei contadini e dei carrettieri. Era secca e senza polvere. I monti, alti e ripidi sulle sponde del fiume, le davano l'apparenza di un altro canale morto, cui il bruno notturno degli opposti boschetti cedui accresceva l'opaca chiarezza e quella malinconia di abbandono. Ella fuggiva sfrenatamente sul cavallo disteso ad una carriera, che le toglieva quasi il respiro, colle redini rilassate, la testa bassa come chi ruini contro un ostacolo. Per limitarsi la strada non vedendola, guardava innanzi alle orecchie di Febo dieci passi, l'occhio fiso su quell'immobile candore, mentre la lena precipitante dell'animale la trascinava. Colle sottane sbattute dalvento come una piccola vela sulla groppa del cavallo, mentre le premevano il grembo con una sensazione di violenza voluttuosa, e i capelli, ricacciati a ciocche dalle tempia, che le pizzicavano le orecchie di carezze, ella non pensava, non sentiva più che lo sbaraglio trionfale di quel moto. Corse sempre a quella carriera svoltando a tutte le curve, precipitando per le discese, ansando alle salite, poi irruendo ad ogni distesa della strada come se vi caricasse guerrescamente tutte le difficoltà della sua vita, aprendovi un solco di rantoli e di urli, in mezzo ai quali passava col viso smorto come il chiarore di quella strada, l'occhio vitreo e le labbra tremanti. Respirava a stento, aveva il seno gonfio.Il generoso cavallo era tutto bianco di schiuma, col ventre insanguinato. Benchè corresse da quattro miglia, non allentava l'impeto della corsa, invasato dallo spirito della fanciulla, battendo faticosamente i fianchi con un orgoglio demente, che non gli lasciava provare la stanchezza nella sonorità del proprio galoppo. Le orecchie basse, il collo teso, si respingeva la strada sotto le zampe come una larga tela, facendo uno sforzo supremo ad ogni nervosità della fanciulla, inchiodata robustamente sulla sella, ma percossa tratto tratto da un sussulto. Fortunatamente incontrarono poche birocce. I carrettieri, desti da quel rumore rovinoso, avevano appena il tempo di scansarsi e di guardare, interrompendo a mezzo la bestemmia dalla maraviglia; e vedevano una leggiera veste bruna fluttuare sulla groppa di un cavallo spaventato, e allontanarsi sonoramente attraverso la mitezza della notte e il sonno della campagna.Ma il cavallo era già invisibile, e la veste svolazzavadavanti alla loro fantasia eccitata, all'ultimo lembo della strada con una leggerezza sinistra. Ida non si era neppure accorta di loro. Due volte fu ventura se Febo non si spaccò il petto nei rotelloni delle ruote; un'altra volta strisciò contro un carro di fieno, e le raschiature alla faccia destarono la fanciulla. I contadini, che non avevano avuto il tempo di evitarla, le gettarono dietro un urlo stupefatto. Febo ansava come un mantice, e, malgrado la frenesia di quell'impeto, cominciava a rimettere della prima irruenza.Adesso la strada spesseggiava di case.Qualche villa vi avanzava i cancelli fino sul margine, qualche siepe tosata e qualche balaustra di ferro coi fanali spenti sorgeva sul fosso, qua e là irto di spini scapigliati. Più avanti un camino gigantesco forava il cielo sopra un gruppo di tettoie lucenti e prolungate; poi le case si addossavano a crocchi, molte con una leggenda commerciale a caratteri enormi fra i due piani, colle porte contigue quanto le finestre, mentre dalle griglie e dagli ornati di alcune altre s'indovinava il sobborgo. E la porta della città apparve davanti alla mole dei palazzi, delle case, delle casipole immobili nel proprio disordine; attraverso la barriera chiusa si vedeva una lunga strada punteggiata di fanali, per la quale qualche carrozza coi lampioni veniva verso il sobborgo, che aveva spento i propri, troppo povero o troppo rozzo per tale lusso di città. Lo sguardo della fanciulla entrò per la barriera, posandosi sopra un fiacchero lontano, come un uccello stracco sopra un albero. Febo s'inoltrava a mezzo galoppo, il sobborgo era deserto. Ella si gettò attorno un'occhiata: doveva essere tardi. Una calma silenziosa avvolgevaquella specie di villaggio, che aveva chiuse tutte le sue porte e le sue finestre, e nel quale non vegliava un lume, non si alzava una voce, non si moveva una figura. Tutti dormivano. I due caffè, quasi dirimpetto, si erano serrati gli usci in faccia, ed obliavano nel sonno le loro rivalità. I fondachi e le botteghe così sonore di lavoro nel giorno, si affondavano nell'ombra, mentre il catino d'ottone sulla porta del barbiere coll'incorreggibile pettegolezzo del mestiere gettava tratto tratto un riso stridulo, come la nota acuta di una maldicenza. Il galoppo di Febo tuonò. I doganieri di guardia uscirono e si fermarono contro il cancello meravigliati di quella signora sola a quell'ora; ma poichè si dirigeva evidentemente su di loro, apersero con abbastanza prontezza. La fanciulla provò una grande sensazione di quiete entrando dalla rozza barriera di legno sotto l'arco della porta spalancata. Era in città. Poi ebbe un brivido, e frenò il cavallo quasi colla circospezione del soldato, che sente l'agguato. Un orologio suonò le due e mezzo. Ella percepì nettamente gli squilli della campana, svegliandosi alla realtà di quella fuga romantica nel mezzo della strada lunga, gremita di palazzi, che avevano l'aria di chiedere curiosamente dove scenderebbe questa zingara senza casa, la quale sembrava arrivare dalla steppa sul cavallo morto di fatica. E allora, in quell'eleganza di toeletta e di cavalcatura, si sentì orribilmente sprovveduta ed abbandonata. Febo si era messo al passo, scotendo il collo con un tinnìo argentino del filone nel morso e sbuffando; la criniera gli rabbrividiva. Quindi Ida lo toccò collo sprone per sottrarsi colla fuga all'avvilimento, che le pioveva addosso da quei palazzi signorili, ma raddrizzandosi nellasua più bella posa di cavallerizza sotto gli occhi chiusi delle finestre e fra tutti gli echi di quel trotto ferrato, che le rimbalzavano intorno come inseguendola. Le poche persone attardate lungo la strada si voltavano attonitamente a guardarle dietro: ne intese alcuni dimandarsi ad alta voce il suo nome.Sempre al trotto discese la strada, svoltò a sinistra; una carrozza l'obbligò a rattenersi, vide la signora cacciare il volto dagli sportelli per esaminarla. Proseguì. Passando dinanzi ad un caffè, un crocchio di scioperati allungarono il collo, un acquavitaro colla cesta posata sopra un pilastro all'angolo di una via esclamò: ohe!, un cane le corse dietro abbaiando. Persino una finestra, che si chiudeva, tornò ad aprirsi, ed una testa si sporse a guardare. Ma la città era deserta come il sobborgo. Quei pochi rimasugli del giorno, vagolanti al lume dei fanali, raggruppati ad una porta, incerti, fantastici, pronti a scomparire col mattino, le davano ancora più un'aria di città morta. L'ombra colava pei muri, giù dalle gronde, stracciata ad intervalli dai raggi di un lampione, addensandosi nelle porte, sotto i loggiati, e si mesceva col silenzio. Nelle stazioni i fiaccheri guardavano con due grandi occhi di fiamma, rimanendo invisibili; le strade partivano dalle strade, vuote, restringendosi in una taciturnità di mal augurio e piena di attrazioni. Ida vi guardava pensando a volta a volta che avrebbe potuto cacciarvisi inutilmente ed assurdamente. Poi si sentiva più strana in quel mondo notturno, che tutti avevano abbandonato, ella che fuggiva pure da un altro mondo. Un istante ebbe paura del proprio rumore. Finalmente infilò l'ultima via e guardò il cielo: era sereno, ma anche le stelle cominciavano a ritirarsi. Feboallungò spontaneamente il trotto; la strada tortuosa e stretta era chiusa ad un cento passi dalla massa bruna di un palazzo. In un baleno vi arrivò, entrò il portone col cuore e la testa in fiamme, non accorgendosi nemmeno della stravaganza, forse dovuta alla sonnolenza del portiere, che la metà del ricco cancello a dorature fosse aperta. Il becco di un fanale antico, in ferro intagliato e a piccoli vetri ottagoni, spandeva una luce quieta; il portinaio non c'era. Il passo di Febo echeggiò sotto la volta.Ella discese precipitosamente e si cacciò per lo scalone, fermandosi sul vasto pianerottolo pieno di vasi, dinanzi a una gran porta, dalla quale pendeva un cordone rosso di seta a fiocco, e suonò. Poco dopo le fu aperto; il cameriere del duca indietreggiò stupefatto.—Il signor duca?—ella chiese appoggiandosi all'uscio.L'altro tardò a rispondere, esaminandole la faccia stravolta come da una fissazione.—Si è coricato in questo punto.—Introducetemi.Il cameriere era titubante.—Perdoni,—arrischiò,—è forse accaduto...—ma vedendo che la fanciulla si avviava già senza rispondergli:—Il signor duca è a letto.—Introducetemi.—Nella camera?Traversarono molte stanze in fretta, perchè Ida correva quasi, poi due salotti stupendamente ricchi, che ella non vide nemmeno, e il cameriere si fermò discretamente ad una porta per bussare; ma ella lo respinse con una mano, e fermandolo con un'occhiatairresistibile, aprì e se la chiuse dietro. La camera di una magnificenza principesca, lenemente illuminata, aveva un odore sottile. Rimase addossata alla porta, invisibile nello spessore del muro, rattenuta ancora da una suprema incertezza; ma la sensazione di quell'odore fu per lei la sola ben distinta. Poi si avanzò.Il duca, già in letto, aveva alzato il capo, parendogli d'intendere rumore; quindi mise un grido.—Voi?La fanciulla si fermò nel mezzo della camera, lo guardò come inebetita e cadde sopra una poltrona. La poltrona, un mobile di fantasia, era di raso bianco di un candore virginale.—Ida!—le chiese affannosamente, sedendosi sul letto senza poter rinvenire dalla meraviglia:—che cos'è?—Sono stanca.—Di dove venite?Ella chiuse gli occhi.Il duca ebbe una forte tentazione di scendere dal letto, ma non se ne fidò. Aveva solamente una camicia di seta, elegantissima. Era fuori di sè ed osservava stupidamente la fanciulla abbandonata su di una poltrona in una posa naturale di stanchezza. Ma d'improvviso ella scattò in piedi e gli si appressò.—Venite da Valdiffusa?—egli ripetè.Il duca era seduto sul letto, colla coperta di seta azzurro-cupo sul ventre e il busto dritto entro la camicia di seta paglina, legata al collo da un cordoncino, la quale gli disegnava i grugni delle spalle come una camicia da bagno inzuppata. Era gialla, e pareva ingiallita dal riverbero della sua facciaquasi irriconoscibile, così lavata da tutti gli impiastricciamenti del giorno. Aveva gli occhi sbarrati, il viso più smunto; i pochi capelli grigiastri, disordinati sulle tempia, senza quel solito riccio diplomatico ed elegante, non gli coprivano più la irradiazione delle piccole crespe dagli occhi. E le sorrideva inconsciamente, chinandosele incontro nella sua posa consueta di galanteria, senza pensare che la camicia di seta gli scopriva i peli bianchi del petto.Il cuore della fanciulla si gonfiò; le parve che tutto si squarciasse, di vedere Enrico e Jela abbracciati.—Ida!Ella gli abbassò gli occhi sul petto, ve li trattenne, poi abbassandoli ancora scorse il Fanfulla mezzo spiegato sul letto.—Vi annoiavate?—gli domandò accennandoglielo con un amaro sorriso.—Ida...Ella si sedette lassamente sulla sponda del letto e mormorò:—Annoiatemi.

c201V.—Pigliami teco a letto la prima notte: lo ameremo insieme.—Che? Enrico è tutto mio, non te ne do neanche un capello.—Bada, gli piglierò la testa.—La testa?—rispose Jela, arrestandosi un momento all'energia feroce di questo scherzo; quindi buttandosele contro il viso ed arruffandone i capelli:—Il bel guerriero indiano! Te la metterai agli arcioni di Febo. Senti, ti suono il suo valzer: lo ha composto per me.—E tu lo credi: lo ha rubato a Schubert.—Bello! bello!... come sei bello, Enrico!—Jela seguitava a gridare scorrendo colle agili dita sulla tastiera, e traendone una danza di note calde e folleggianti, che pareano battere come tanti cuori e fremere come tante labbra, mentre la sua testina si agitava in una smania lasciva e scimmiesca.—Ida, vuoi venire a letto con noi? Appena arriva glielo domando.Ma Ida, che riceveva gli aculei di quelle celie nell'anima, come il toro la punta delle bandieruole rattenendo tutti gl'impeti dello spasimo per un salto inaspettato, era tornata collo sguardo sulla strada; quando all'urto di una massa bruna, che si avanzava verso il castello fra un nuvolo di polvere, esclamò:—Arrivano.Jela balzò alla finestra, poi fuggì. Ma Ida, che non voleva perdere il vantaggio di essere cercata, colse il loro doppio saluto, mentre entravano sotto il portone; il conte le parve anche più bello. Quindi ritornò sulla poltrona e riflettè lungamente prima di scendere in giardino. Nell'atrio incontrò il duca, che la cercava. Il sole curvo sulla cima del bosco allungava l'ombra del palazzo fin oltre la vasca dei pesci, mentre la moltitudine dei verdi sul monte impallidiva malinconicamente. L'aria era ancora calda e piena di profumi campestri. Essi rimasero in piedi, appoggiati colle ginocchia contro l'orlo levigato della vasca, ascoltando l'inesauribile soliloquio delle fontanelle. Ma il duca, che smaniava di offrirle il regalo, si trasse di tasca un astuccio e, presentandoglielo aperto con un garbo quasi di orefice, le domandò che cosa ne pensasse. Era un filo di perle piccole, brune ed uguali. Ida le considerò sbadatamente, e gliele restituì.—Ma sono per voi, se avrò la fortuna che le accettiate,—disse con una certa crudezza.La fanciulla lo guardò.Egli fu impacciato.—Quanto vi costano? signor duca?—chiese colla sua voce più limpida, giocarellando col filo delle perle nel mignolo.Egli fu impacciato.—Quanto vi costano? Spero che il loro prezzo non sarà un segreto.—Duemila lire.Ida trovò uno de' suoi potenti sorrisi.—Al mio villaggio conoscevo un ragazzo falegname, che un giorno per una lite col padre dovette uscire di casa, e sostituì un signore nella coscrizione. È morto nella Sila contro i briganti. Povero ragazzo! vendette per tremila franchi la sua vita!—Signorina,—rispose il duca colla fronte ardente di rossore:—vi assicuro che questa volta avete torto. Il duca di Rivola non è nè abbastanza ricco, nè abbastanza pazzo, per voler comprare con un filo di perle un brillante più grosso del Reggente.—Ah!—fe' rattenendo una risata a questo complimento rettorico, ma guardandolo con aria lusinghiera:—siete voi, signor duca, che avete torto. Perchè mi fate la corte a questo modo? Perchè non mi avete presentato un fiore, un libro, una perla sola? In una perla piccina può capire un mondo di ricordi o un mondo di speranze.—Vi ho offesa?—mormorò ammaliato dalla dolcezza di quella voce.—Offesa! ve l'ho detto un'altra volta: non mi offendo per non darvi il vantaggio di una superiorità. Offritele a Jela queste perle: ne sarà tutta contenta.—E se vi pregassi di accettarle come un rosario, col quale preghereste per me? Prendetene una almeno.Ella ruppe con una strappata il filo delle perle e, raccogliendole tutte nel cavo della mano, gliele presentò sorridendo.—Mettetemela nei capelli,—disse poi, abbassandogli il capo sul petto colla eleganza vezzosa, ma forte, di una capra.Il duca si guardò attorno come per darle un bacio sulla nuca profumata di un sottile odor di fieno; ma l'abbattimento di quella nuova sconfitta fu più grave della tentazione, e il desiderio gli si affondò nella coscienza. La fanciulla, che in quell'atteggiamento gli porgeva la mano colle perle più alto della propria testa, sforzando voluttuosamente un contorno del seno, cominciava a tremare d'impazienza. Egli prese quindi una perla e, sollevandole un riccio sulla fronte, ve la nascose in modo che non cadesse.—Avete finito?—sussurrava la fanciulla con un riso soffocato, accorgendosi che il duca le si perdeva cogli sguardi giù per il collo.—E queste? fate la mano.—Accettatele, ve ne prego.—Lo volete?—Ve ne scongiuro.—Ecco; grazie, signor duca!—e lanciò improvvisamente tutte le perle in aria, sulla vasca, che caddero in una pioggia minuta, attirando i pesci di Jela, mentre ella si curvava ad osservare le loro disillusioni colla stessa grazia, che se vi avesse gettato della sabbia. Ma il duca, sopraffatto da un sordo rammarico, era rimasto colla bocca aperta.—Come mi esaminate!—ella sclamò ad un tratto.—Ecco che mi trovate straordinaria, perchè distruggo duemila lire senza possederne altrettante. Via, signor duca, dovreste esser più gentile.—Vi ammiro.—E mi amate un poco per questo?—Vi amo troppo.—Troppo! avaro! Ebbene, fatevi amare, diventate bello come il conte Alidosi: la bellezza è sempre la prima virtù.—Siete innamorata di lui?—proruppe morsicato dalla gelosia.—Io...Poscia si fece seria e gli tese la mano.—Signor duca, vi credo: forse un giorno avrò bisogno di voi e dovrò cercarvi, se mi amerete ancora o piuttosto non mi avrete dimenticata come tante altre donne, che v'ispirarono dei capricci.—Mai.—Conto su di voi. Adesso parliamo d'altro, perchè ecco appunto che vengono a cercarci il conte Alberto e i due sposini: vedete, parlano di noi, dicono già che mi state seducendo. Ma, signor duca, se non affettate un contegno più indifferente, crederanno di arrivare a tempo per salvarmi: siete quasi drammatico.Il duca ebbe appena il tempo di rimettersi sotto questa nuova sferzata, che gli altri erano già loro sopra, e tutti insieme andarono nel bosco ad aspettare l'ora di pranzo. Jela raggiante pei regali ricevuti, e non ne era arrivata se non l'avanguardia, sotto la pressione di quella gioia, che le traboccava dal cuore, dovette appoggiarsi al braccio della sorella. Ella non capiva in sè, parlava, rideva, guardando Ida ed Enrico a vicenda, quasi per rifrangere sul loro viso la propria felicità e raddoppiarla.—No,—rispose Ida al conte con uno sguardo fiammeggiante.Egli le fece un cenno inutile, Jela non si era accorta di nulla, e l'altra era già tornata verso il duca.Passeggiarono ancora qualche tempo per il bosco, poi la campanella li chiamò a pranzo. Ida era presso il conte Enrico.—Ho bisogno di parlarvi: questa notte verrò nel vostro appartamento,—sussurrò offrendole una salsa.—Non siete abbastanza forte per farvi un giocattolo di me.—Allora non mi amate.—Vi amo più di Jela, ma se non posso disputarvi, non voglio pregustarvi come un cuoco.—Non le piace questa salsa?—le chiese il duca insospettito di quel dialogo a bassa voce.—No.Finalmente venne il giorno delle nozze. La funzione avrebbe dovuto essere per il mattino, ma Jela si era sentita così male, che sul consiglio del dottor Torquemasi, invitato dal villaggio, si era rimandato il tutto per l'indomani. La fanciulla non era più uscita dal proprio appartamento, sola tutto il giorno colla Nencia; poi la sera aveva pregato ella stessa lo zio, perchè il matrimonio si celebrasse subito, senza nemmeno quella poca solennità consentita dall'indolenza del padre. Ella aveva come paura e vergogna; se lo avesse potuto, sarebbe andata di notte, sola con Enrico e la Nencia, a bussare alla porta di don Natale, perchè li sposasse.Ma tutte queste contraddizioni, che facevano mormorare i domestici ed i pochi invitati, finivano di esasperare il duca, già irritato per non aver veduto Ida da due giorni. Il conte Enrico cominciava a sentirsi ridicolo. Solo il conte Alberto conservava la propria indifferenza, quasi estraneo a tutto quel moto, con una piccola contentezza d'ironia nel vedere tuttaquella gente trattenuta dalle fanciullaggini di Jela, ma la marchesa più d'ogni altro lo divertiva. Tuttavia Jela cominciava a vestirsi, girando fra le mani della Nencia come un fantoccio, coi brividi di un imminente naufragio per le ossa e la testa in preda ad un'allucinazione. La sua vita di bambina in casa di Ida, al convento, quegli ultimi mesi al castello, la chiesa di don Natale, il salottino delle rose bianche; Enrico dal primo giorno che lo vide, che lo amò, il primo bacio non mai confessato nemmeno con Ida; l'abito semplice, che indossava in quel punto, e l'altro bianco nella cesta di nozze, i regali ricevuti, i gioielli, le rarità; quel gabinetto tanto abitato, del quale ogni fiore della tappezzeria si ricordava una sua scappata, ogni piega del cortinaggio conservava le perle sgranate di un suo riso; lo specchio, i barattoli, le teche, i profumi, i nonnulla; poi la Nencia che le era inginocchiata ai piedi, poi tutto il castello, la valle, il mondo, l'infinito: ella sentiva tutto ciò con una confusione e una intensità così viva, che non poteva sopportarla, e alla quale non poteva sottrarsi. Quindi un senso strano di paura faceva oscillare tutta questa fantasmagoria, una paura di esservi dentro e che svanisse ad ogni istante; poi capiva, non capiva più, si accorgeva di aver fretta; e l'ultimo bottone era chiuso mentre la Nencia le drappeggiava ancora una piega sui tacchi balbettando:—Come è bella!—Aspettano, bisogna far presto... il conte Enrico...Ma a questo solo nome, gettato nel mezzo della sua commozione e della sua vita come un raggio fra due nuvole scintillanti di bianchezza, una vibrazione di luce la percoteva; rinveniva, ascoltava le parole borbottate dalla Nencia, avvertiva l'erroredi un riccio o di una trina, correggendolo con un gesto spossato.Erano le sette e mezzo: l'ultimo raggio del sole strisciava sulla cima delle colline.—Oramai verranno,—ripetè per la centesima volta la vecchia, affacciandosi alla finestra per vedere le carrozze allinearsi nel cortile.—È impossibile: ho paura.—E dopo poi?Ma Jela tremava davvero. La sua testina spiritata si volgeva da ogni lato, con moti da uccello in gabbia, e il seno le pulsava, mentre negli occhi le passava fra mille baleni di terrore una frotta di sorrisi, e la poesia e la malizia le morsicavano il cuore col vezzo di due cagnuoli.Quindi scordandosi ogni preoccupazione del vestito si gettò sulla poltrona, improvvisamente, tirandosi quasi la Nencia addosso.—Starai nella mia camera.—Finchè non verrà.—E se non verrà?Ella stessa non lo credeva; la vecchia si contentò di sorridere, poi aspettò. Jela aspettò anch'essa, e non ebbe altro da dire.—Ho paura,—ripetè ancora quando, terminata finalmente la toeletta, la Nencia volle spingerla verso la porta; se non che parve anche a lei così sublime, che le sbarrò il passo indietreggiando per meglio guardarla colle lagrime agli occhi. Quindi inginocchiandosele ai piedi, le prese un lembo della veste. La povera vecchia piangeva adagio a monosillabi incomprensibili, frammenti della sua anima di zitellona e di madre, che si spezzava nel convulso di quel trionfo della sua bambina, cadendole ai piedicoi fiori bianchi della sua corona virginale e le cortine lacerate dell'amore. Ma Jela, coll'anima intenta a quella meta rosea come i fuochi del vespero, spossata dalla lunga emozione, cominciava già a provare il bisogno di contenersi; quindi la ringraziò con un'occhiata, la respinse dolcemente per tornare allo specchio, perchè le pareva di essersi scordata quasi tutto e di non essere vestita che a mezzo. Poi se ne accorse, udì lo scalpito dei cavalli, la voce del conte Alberto, ebbe un'ultima sommossa di ripugnanze, di ricordi, di violenze; si fermò e, lasciandosi spingere lenemente dalla Nencia, come dalla mano invisibile del destino, discese.Giù nel salone l'aspettavano da venti minuti. La marchesa, quasi ringiovanita dal lusso severo dell'abito, era evidentemente inquieta.—Pare una commedia il matrimonio di un Alidosi!—mormorava un invitato.—Ho conosciuto fino da ragazzo il conte Alberto: è sempre stato così. La povera contessa ne è morta.—E la signorina Ida?—La signorina Ida?—ripetè la marchesa con tono secco alla Nencia.Il duca, l'Alidosi e Jela si voltarono.—Favorite di dirle che aspettiamo.—Non viene!—mormorò seco stesso il duca, seguendo col pensiero la Nencia attraverso l'appartamento della fanciulla.La vecchia traversò con passo vivace l'anticamera, il salottino da studio, ed entrò senza bussare nell'altra camera. Aveva fretta anche per sè medesima. Ida distesa sul letto, la faccia contro il muro, non l'intese.—Aspettano—disse, osservandola malignamente per indovinare il suo pensiero di quel momento.Ma Ida era distesa sovra un fianco, con ambe le mani al volto, i capelli in disordine, sul letto ancora più disordinato. Le coperte erano attorcigliate colle lenzuola, la fodera di un cuscino aveva lacerato mezzo un merletto.Ella lo notò.—Signorina,—ripetè:—giù aspettano. Jela è già al braccio dello sposo, non aspettano che lei, mi hanno mandata.—Grazie.—Non viene?Ida frenò uno scoppio di pianto.—Non viene? Jela ha fretta. Non viene?—No.—Si sente male?—domandò a bassa voce con melata ironia.—Alla testa.La Nencia, che voleva guardarla in faccia, fece un passo verso il letto, ma l'altra si strinse ancora più alla parete, rannicchiandosi come i malati per dormire, e si sottrasse.—Dunque non viene?—No.Allora la vecchia scrollò sprezzantemente le spalle, senza offrirle nemmeno di chiudere la finestra.Il conte Alberto era svanito. Tutti s'impazientavano, s'imbarazzavano. La marchesa stentò a frenare un: tanto meglio! alla risposta della Nencia; ma il dottore, che si credeva in dovere di essere quel giorno eccessivamente cortese con tutti, parlò di salire dall'ammalata.—Dottore!—lo arrestò la marchesa con un'occhiata: poi ordinò a Jela di discendere e diè il moto al corteo.—Si sente male?—domandò il duca, rimasto abilmente l'ultimo, alla Nencia nel passarle vicino, e la sua voce era commossa.—Alla testa.Ma la Nencia si sbagliava: Ida aveva male al cuore.Rattrappita sul letto udì le voci del corteo, che saliva nelle carrozze, lo scalpito dei cavalli, il rotolare delle ruote, i parlari dei servitori, che si sparpagliarono per il palazzo; poi il palazzo tornò silenzioso, avvolgendosi nel tenebrore della sera. La sua camera s'abbuiava mano mano come la sua anima. Ida ricominciò a singhiozzare disperatamente contro il muro, premendovi il volto colla rabbia insensata dell'impotenza. Il suo cuore, la sua volontà, la ragione stessa, sempre in lei così limpida e fredda, erano sopraffatte come da una bufera, che le schiantava avventandone le schegge giù nell'abisso, tra una furia di vortici pazzi e sibilanti.Era tutto uno schianto. Non sentiva più altro che la propria rovina, collo spavento di tutte le frane e lo strazio di tutte le lacerazioni. Il muro, sul quale gocciolava mutamente qualche lagrima, le insinuava dei brividi di freddo fra l'arsura della febbre. Stava immobile, smaniando al di dentro, abbandonata allo straripamento di tutte le passioni. Colle mani raggrinzite sulle coperte, i denti stretti, ruggiva, mordeva, fischiava. Vedeva cogli occhi fra le tenebre a distanze impossibili, udiva cogli orecchi fra quel fracasso della tempesta voci remote e sommesse. La fronte, infiammata dalla febbre e dal convulsivo strofinamento delle mani, le ardeva con una infinità di piccoli dolori a tutte le radici dei capelli, e le ardevano le gote, sulle quali si scioglieva il saledelle lagrime, mentre la voce le si agglutinava nella gola nauseata da un'amaritudine, che non poteva nè discendere nè salire. Nessuna idea le emergeva fra quella negra commozione di idee, nessun sentimento le stava fermo nel cuore. Era uno sfacelo, nel quale tutto andava rotto, anche la coscienza, sminuzzandosi in tanti frantumi come una coda di serpe, animati da un dolore, che sopravviveva alla morte. In quell'assidua ruina Ida si sentiva grandinare sull'anima le macerie di tutta la sua esistenza così giovane: gli anni dell'infanzia e della fanciullezza, quelli tanto dotti dell'istituto, quando cominciò la fecondazione del sole, poi tutti i sogni, i desiderii più giganteschi delle piramidi, le passioni più ardenti del deserto, le fantasie più tempestose del mare, le gracili creazioni d'un giorno e le effimere efflorescenze di un'ora, che le si ammassavano sopra, in una montagna informe, vibrante di rantoli, di feriti sopra un ferito, di moribondi sopra un moribondo.Ma ella resisteva ancora per l'istinto disperato della vita, stracciandosi nella inutile resistenza tutte le piaghe, aggrappandosi alle schegge taglienti di tutti i dolori e nullameno avvallando sempre più profondamente. E allora una stanchezza l'avviluppava come una coltrice funerea, ed ella s'abbandonava senza piangere come distesa contro il muro nel sonno, se il frequente singulto e il gorgoglio d'un sospiro non avessero provato anche troppo che non dormiva.La sera mandava fuori tutte le stelle, e l'avemaria era suonata alla parrocchia di don Natale senza che la fanciulla l'intendesse.Poi rinvenne. Si vide dinanzi tutte le figure del suo odio, il padre, la madre, la famigliuola del sarto.Jela con tutti i parenti signorili, più felici nella ricchezza della loro vita ora che gavazzavano nella solennità di un matrimonio senza un pensiero per lei, estranea nella casa e straniera alla loro vita. Era dunque una fatalità? Sarebbe morta anch'essa sul margine della società, fra la beffarda indifferenza del mondo, come il povero Rocco? Ormai lo credeva, ma invece di spaventarsene si scagliava più ferocemente contro quei fortunati e li dilaniava. Si era rizzata sentoni sul letto, guardando per le tenebre fuori della finestra.Forse a quest'ora Jela ed Enrico si erano sposati. Che le importava di tale amore sciocco come la loro unione? Ma non poteva tollerare la fortuna del loro destino! Qualcuno doveva ben pagarle quell'ineffabile umiliazione di sè medesima e tutte quelle lagrime, che le avevano bruciata la faccia. La sua vita era perduta, inevitabilmente perduta per sempre. Malgrado il turbamento della passione, sentiva di non poter durare lungamente in quella silenziosa agonia di disegni e di seduzioni, pensando sempre di sedurre qualcuno che le fuggiva, stancando il futuro coi sogni più assurdi, torturandosi in una dissimulazione dolorosa come una maschera di ferro rovente sul volto. Dopo tanta serietà di propositi era forse tempo di cedere alla follia e di puntare la vita all'ultima posta: infine la perdita sarebbe sempre inferiore al guadagno. Che valeva un'esistenza di affamato. In quel momento ella avrebbe arrischiato tutta una vita di trionfi per un'ora sola di vendetta scandalosa ed atroce.Si fisse in questo pensiero, lo ingigantì, lo arroventò con tutti i bagliori della propria immaginazione in fiamme, ma questa volta era ben decisa.Se Jela ed Enrico erano uniti, ella passerebbe loro immezzo come una folgore, dovesse poi svanire nella luce del baleno o nel fracasso del tuono. Quindi sorrideva, respingendosi i ricci sulla fronte ed avanzando il volto quasi per contemplare di già lo spettacolo di quella ruina. Non era amore, non era gelosia, nemmeno invidia, ma odio, solamente odio, composto di tutti i dolori e di tutti i veleni. Non sapeva più di aver torto e non se ne sarebbe curata, ma ripigliava tutta la sua vita passata, l'appuntava in un cuneo, la scagliava. Era superba, spietatamente paga di aver vissuto. Non era sempre stato il suo sogno aprire un largo solco nella vita? Il torrente, che squarcia, lascia una traccia più profonda del fiume che irriga; rovinare sì, ma sopra qualcuno, a questo patto consentiva.Se non che la disperazione, calmata momentaneamente, tornò a singhiozzare, e la fanciulla, troppo debole ancora per l'energia di quella risoluzione, vacillò. Invano colla schiuma della rabbia alla bocca e il lampo del delitto negli occhi, giurava a sè medesima di vendicarsi di tutti su Jela ed Enrico. Essi erano al coperto da ogni danno e così lungi da ogni pericolo, che non avrebbero nemmeno per stravaganza di fantasia potuto pensarvi; mentre ella povera e derelitta non poteva nulla contro di loro. Se il duca fosse stato giovane ed altro uomo, ed ella una duchessa, forse sarebbe riuscita a scagliarlo contro il conte in un duello mortale, gettando forse quella sera stessa o l'indomani sul letto primaverile di quella sposina un cadavere biondo ed insanguinato; ma il duca era vecchio a queste tragiche follie, nè forse abbastanza innamorato per accettarle, quando se ne fosse trovato il coraggio. La vita eraancora piena di drammi, ma gli eroi da romanzo non esistevano più. Oggi le pazzie non si fanno più che di denaro, e le donne si disputano coi boni di banca e non con le lame di Toledo. Ida, che lo sapeva, sogghignava colla sanguinolenta alterigia del disprezzo. Tutti erano piccini intorno a lei, donna sopravvissuta colle passioni spavalde e crudeli di altri secoli in un mondo di capricci.—Vili!—mormorò guardandosi attorno.Aver paura della morte le parve la suprema delle codardie, ma non pensò di compiere ella stessa il delitto. Non vi aveva ripugnanza di moralità, ma di orgoglio, poichè assassinando il conte Enrico perderebbe la partita invece di vincerla; Jela vedova si consolerebbe con un altro amore, mentre ella finirebbe in galera. Non erano più i bei tempi quando due o quattro gentiluomini si battevano ad oltranza e il vincitore si allontanava spensierato del cadavere del vinto, quando le principesse avvelenavano gli amanti infedeli e andavano dopo ad una festa di corte col più gaio sorriso sulle labbra. Bei tempi passati! Oggi tutto si era imbruttito, anche il delitto, giudicato nella corte di assise da una dozzina di pizzicagnoli e di affittaiuoli.Pure, un bisogno di morte la urgeva. Profondere lo squallore nell'anima di Jela le pareva la più sublime delle felicità. In quelle tigrine immaginazioni era discesa dal letto, appressandosi alla finestra. La notte era bella, ma fosca come nel presentimento pauroso di un acquazzone; le stelle si erano abbassate sul volto un volo di un azzurro anche più denso e non osavano sorridersi, gli alberi secolari del bosco non mormoravano più. Il suo spirito esaltato provò una strana delizia in quella calma sinistra della natura.Appoggiò i gomiti sul davanzale e stette guardando.Gli occhi infiammati dalle lagrime le bruciavano dolorosamente, le gote le si stiravano, i capelli le pesavano sulla nuca, mentre la frescura notturna, ventilandole il volto, arrivava alla sua passione come una carezza.A poco a poco si calmò, irrigidendosi nel tetro disegno. Non ammetteva nè dubbio, nè discussione: voleva vendicarsi, strapparsi dall'anima il proprio dolore e sbatterlo sulla faccia di qualcuno come un cencio insanguinato. Pensò, divagò, seguì le tracce di mille idee, in fondo ad ognuna imbattendosi sempre nella figura di Enrico; quindi i sensi, freddi in quell'uragano dello spirito, sorsero e vibrarono. Si ricordò giorno per giorno la vita del suo lascivo desiderio di quel bel giovine, le ultime notti col povero Rocco, quando seminuda sul letto col mostricciuolo sul seno si dibatteva in un'empia agonia di voluttà. Alcuni versi di Hamerling le passarono mormorando all'orecchio.Dovette soffocare un urlo.Poi si tolse smaniando dalla finestra, traversò il salottino, l'altro gabinetto fino all'anticamera, si affacciò alla finestra sul cortile. Le carrozze erano ritornate da un pezzo, il matrimonio era stato celebrato. Questa prova preveduta, ma purtroppo irrefragabile, del proprio disastro, la rese più calma. Era decisa, non sapendo bene a che.—Sono giù nel salone!—esclamò, vedendo un servo passare con un immenso vassoio.Quindi riflettè amaramente che non la cercavano. Rientrò nella camera, erano appena le dieci.Prima di mezzanotte nessuno andrebbe a letto.Questa insolente dimenticanza al ritorno dalla chiesa, mentre tutti si stringevano affettuosamente intorno alla sua sorella di latte (ella sottolineava nel pensiero questa parola) adesso la punse. Jela si staccava per sempre da lei: posdomani l'avrebbe scacciata. Tutti, tutti uguali. Ma il duca, ella lo sapeva, doveva essere partito immediatamente per la città; egli non l'avrebbe certo dimenticata.—Oh il terremoto adesso!—brontolò, entrando coll'immaginazione giù nella gran sala illuminata.Ma invano si sferzava i fianchi per eccitarsi alla ferocia, ora che il matrimonio di Jela con Enrico stava per compiersi davvero nella camera di Jela, assestata appositamente dalla Nencia, e verso la quale si sentiva suo malgrado attirata da un fascino voluttuoso. Quindi dal suo appartamento passò in quello di Jela. Un letto di quercia intagliato, annerito dagli anni, si allargava sul posto del lettino di Jela, attendendo gli sposi. Ella ignorava questo capriccio di Jela, nato all'ultima ora, di ricevere lo sposo nella camera verginale contro le disposizioni già prese dalla Nencia.Ida indovinò quell'infantile delicatezza e, pure apprezzandola, provò la smania di rispondervi con un sarcasmo.—Vuole evitare l'errore di Waterloo, cadere sul proprio terreno. Imbecille! non è il campo, ma il genio che dà la vittoria.Quella camera era forse la più bella di tutto il palazzo, perchè la morta contessa nella malinconica gioia della propria gravidanza pensando, malgrado tutti i desiderii, che partorirebbe una bambina, aveva voluto arredarla essa medesima, e le aveva data un'aria di bellezza pura ed effimera, chestringeva il cuore. Non era più grande di un salottino comune, nè più alta; aveva una sola finestra, con due piccoli usci nascosti, un lettino bianco ed un tavolo di madreperla. Le pareti tappezzate di un damasco roseo sotto una tenda di trine bianche, fresche come la corolla di un gran fiore, che avrebbe dovuto avvizzire ad ogni raggio di sole e palpitare ad ogni alito di respiro, le sfumavano gli angoli colla leggerezza di un vapore rosato ed immobile. La volta rappresentava un tramonto con una nube in un canto, dietro la quale il sole era scomparso diffondendo per la smorta purezza dell'azzurro una blandizie di oro. Un tappeto a fondo lattiginoso con filamenti rosei aumentava tutta quella bianchezza, mentre un divano, così basso e piccino che entrando lo si distingueva poco dal pavimento e dalle pareti, si drizzava presso uno degli usci di ebano rosa, che la tappezzeria celava quasi a mezzo sotto alcune pieghe leggere.Quantunque conoscesse quella camera di lunga mano, l'aspra gravezza del letto di quercia glie ne fece ora sentire meglio la soavità. Poi i lenzuoli l'attirarono colla loro freschezza bianca e levigata. Li toccò leggermente, sollevandoli per vedere dove si affonderebbero quei due felici.Erano già trascorsi dieci minuti.D'un tratto, accorgendosi di commettere una stravaganza, si fermò, ma nulla poteva più spaventarla; anzi per sfidare maggiormente il pericolo di essere scoperta, andò a sedersi sul divano, atteggiandosi sfrontatamente.—Tertulliano ha ragione,—pensò colla solita perversità di erudizione:—l'amore è sempre una prostituzione. O uno o tutti, il fatto non muta... Non sono che in un postribolo qui!E la sua immaginazione esacerbata afferrò Jela, le gittò sopra il conte Enrico, e rimase ad osservarli sghignazzando come una pazza. Poi un'idea l'abbagliò; quindi passando prestamente nel gabinetto della toeletta, da questo all'altro da bagno, si esaminò attentamente intorno. L'ultimo uscio dava sull'appartamento, che divideva i due sposi, e per il quale il conte Enrico doveva inevitabilmente passare. Il salottino pareva quello di uno stabilimento, colla tinozza incastrata nel muro, le pareti verniciate di bianco, a olio, e un breve tappeto scuro dinanzi alla tinozza. Ma un enorme specchio colla cornice di noce, sostenuto da due zampe di leone, si alzava in un angolo per una altezza di persona gigantesca.Ida notò come la cornice toccasse il pavimento; rientrò nella camera di Jela, quindi nella propria. La finestra era aperta, la notte anche più buia. Si rigettò l'abito dalle spalle, slacciò il busto, le sottane, la camicia, si chinò a sfibbiare le giarrettiere, si trasse le calze, dritta, coi piedi, pestandoseli febbrilmente, traballando come d'ubbriachezza, cogli occhi pieni di lampi e la bocca di parole. Poi raddrizzandosi in faccia a sè medesima, si riaffermò con un sorriso. I capelli arruffati dalle convulsioni sul letto le coprivano mezza la fronte e gli orecchi, ma non li ravviò. Il dolore li aveva scomposti come il volto in un'altra bellezza più formidabile; quindi si rimirò dentro allo specchio nell'impudore della propria nudità, colla fronte solcata da una ruga profonda. Nei momenti supremi la fanciulla subiva sempre il prestigio di una posa.Aveva steso sul letto l'ampia veste di raso nero, dentro di raso bianco, colle maniche ad imbuto,enormi, che consentivano tutta la nudità del braccio fino alla spalla: l'infilò, vi disparve. A quel lume delle candele il raso aveva delle ondulazioni di baleni. Poi cacciò i piedi in due pianelline di raso nero, e fece per muoversi udendo rumore nel gabinetto. La Nencia veniva ad informarsi della sua salute da parte del conte Alberto, se le doleva il capo.—Ancora, ma passerà, grazie.—Dove va?—chiese la vecchia, stupita di quell'abbigliamento.—Nella biblioteca.Infatti le passò innanzi senza nemmeno guardarla. La vecchia, che già preparava una malignità, la seguì suo malgrado fremendo alla molle superbia di quel portamento da palco scenico, che pareva passare fra gli applausi ed i fiori. La vide chiudere il pesante portone della biblioteca e sparire.—È matta,—pensò fra sè medesima, ridiscendendo nel salone, dove la conversazione stava per sciogliersi.Ma Ida mise il catenaccio al portone, depose il lume sul tavolo e da un usciuolo, nascosto fra gli scaffali, sicura di sè medesima, si diresse al bagno di Jela.Jela ed Enrico, che dalle loro camere potevano vedere i finestroni illuminati della biblioteca, la crederebbero là dentro.

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—Pigliami teco a letto la prima notte: lo ameremo insieme.

—Che? Enrico è tutto mio, non te ne do neanche un capello.

—Bada, gli piglierò la testa.

—La testa?—rispose Jela, arrestandosi un momento all'energia feroce di questo scherzo; quindi buttandosele contro il viso ed arruffandone i capelli:—Il bel guerriero indiano! Te la metterai agli arcioni di Febo. Senti, ti suono il suo valzer: lo ha composto per me.

—E tu lo credi: lo ha rubato a Schubert.

—Bello! bello!... come sei bello, Enrico!—Jela seguitava a gridare scorrendo colle agili dita sulla tastiera, e traendone una danza di note calde e folleggianti, che pareano battere come tanti cuori e fremere come tante labbra, mentre la sua testina si agitava in una smania lasciva e scimmiesca.

—Ida, vuoi venire a letto con noi? Appena arriva glielo domando.

Ma Ida, che riceveva gli aculei di quelle celie nell'anima, come il toro la punta delle bandieruole rattenendo tutti gl'impeti dello spasimo per un salto inaspettato, era tornata collo sguardo sulla strada; quando all'urto di una massa bruna, che si avanzava verso il castello fra un nuvolo di polvere, esclamò:

—Arrivano.

Jela balzò alla finestra, poi fuggì. Ma Ida, che non voleva perdere il vantaggio di essere cercata, colse il loro doppio saluto, mentre entravano sotto il portone; il conte le parve anche più bello. Quindi ritornò sulla poltrona e riflettè lungamente prima di scendere in giardino. Nell'atrio incontrò il duca, che la cercava. Il sole curvo sulla cima del bosco allungava l'ombra del palazzo fin oltre la vasca dei pesci, mentre la moltitudine dei verdi sul monte impallidiva malinconicamente. L'aria era ancora calda e piena di profumi campestri. Essi rimasero in piedi, appoggiati colle ginocchia contro l'orlo levigato della vasca, ascoltando l'inesauribile soliloquio delle fontanelle. Ma il duca, che smaniava di offrirle il regalo, si trasse di tasca un astuccio e, presentandoglielo aperto con un garbo quasi di orefice, le domandò che cosa ne pensasse. Era un filo di perle piccole, brune ed uguali. Ida le considerò sbadatamente, e gliele restituì.

—Ma sono per voi, se avrò la fortuna che le accettiate,—disse con una certa crudezza.

La fanciulla lo guardò.

Egli fu impacciato.

—Quanto vi costano? signor duca?—chiese colla sua voce più limpida, giocarellando col filo delle perle nel mignolo.

Egli fu impacciato.

—Quanto vi costano? Spero che il loro prezzo non sarà un segreto.

—Duemila lire.

Ida trovò uno de' suoi potenti sorrisi.

—Al mio villaggio conoscevo un ragazzo falegname, che un giorno per una lite col padre dovette uscire di casa, e sostituì un signore nella coscrizione. È morto nella Sila contro i briganti. Povero ragazzo! vendette per tremila franchi la sua vita!

—Signorina,—rispose il duca colla fronte ardente di rossore:—vi assicuro che questa volta avete torto. Il duca di Rivola non è nè abbastanza ricco, nè abbastanza pazzo, per voler comprare con un filo di perle un brillante più grosso del Reggente.

—Ah!—fe' rattenendo una risata a questo complimento rettorico, ma guardandolo con aria lusinghiera:—siete voi, signor duca, che avete torto. Perchè mi fate la corte a questo modo? Perchè non mi avete presentato un fiore, un libro, una perla sola? In una perla piccina può capire un mondo di ricordi o un mondo di speranze.

—Vi ho offesa?—mormorò ammaliato dalla dolcezza di quella voce.

—Offesa! ve l'ho detto un'altra volta: non mi offendo per non darvi il vantaggio di una superiorità. Offritele a Jela queste perle: ne sarà tutta contenta.

—E se vi pregassi di accettarle come un rosario, col quale preghereste per me? Prendetene una almeno.

Ella ruppe con una strappata il filo delle perle e, raccogliendole tutte nel cavo della mano, gliele presentò sorridendo.

—Mettetemela nei capelli,—disse poi, abbassandogli il capo sul petto colla eleganza vezzosa, ma forte, di una capra.

Il duca si guardò attorno come per darle un bacio sulla nuca profumata di un sottile odor di fieno; ma l'abbattimento di quella nuova sconfitta fu più grave della tentazione, e il desiderio gli si affondò nella coscienza. La fanciulla, che in quell'atteggiamento gli porgeva la mano colle perle più alto della propria testa, sforzando voluttuosamente un contorno del seno, cominciava a tremare d'impazienza. Egli prese quindi una perla e, sollevandole un riccio sulla fronte, ve la nascose in modo che non cadesse.

—Avete finito?—sussurrava la fanciulla con un riso soffocato, accorgendosi che il duca le si perdeva cogli sguardi giù per il collo.—E queste? fate la mano.

—Accettatele, ve ne prego.

—Lo volete?

—Ve ne scongiuro.

—Ecco; grazie, signor duca!—e lanciò improvvisamente tutte le perle in aria, sulla vasca, che caddero in una pioggia minuta, attirando i pesci di Jela, mentre ella si curvava ad osservare le loro disillusioni colla stessa grazia, che se vi avesse gettato della sabbia. Ma il duca, sopraffatto da un sordo rammarico, era rimasto colla bocca aperta.

—Come mi esaminate!—ella sclamò ad un tratto.—Ecco che mi trovate straordinaria, perchè distruggo duemila lire senza possederne altrettante. Via, signor duca, dovreste esser più gentile.

—Vi ammiro.

—E mi amate un poco per questo?

—Vi amo troppo.

—Troppo! avaro! Ebbene, fatevi amare, diventate bello come il conte Alidosi: la bellezza è sempre la prima virtù.

—Siete innamorata di lui?—proruppe morsicato dalla gelosia.

—Io...

Poscia si fece seria e gli tese la mano.

—Signor duca, vi credo: forse un giorno avrò bisogno di voi e dovrò cercarvi, se mi amerete ancora o piuttosto non mi avrete dimenticata come tante altre donne, che v'ispirarono dei capricci.

—Mai.

—Conto su di voi. Adesso parliamo d'altro, perchè ecco appunto che vengono a cercarci il conte Alberto e i due sposini: vedete, parlano di noi, dicono già che mi state seducendo. Ma, signor duca, se non affettate un contegno più indifferente, crederanno di arrivare a tempo per salvarmi: siete quasi drammatico.

Il duca ebbe appena il tempo di rimettersi sotto questa nuova sferzata, che gli altri erano già loro sopra, e tutti insieme andarono nel bosco ad aspettare l'ora di pranzo. Jela raggiante pei regali ricevuti, e non ne era arrivata se non l'avanguardia, sotto la pressione di quella gioia, che le traboccava dal cuore, dovette appoggiarsi al braccio della sorella. Ella non capiva in sè, parlava, rideva, guardando Ida ed Enrico a vicenda, quasi per rifrangere sul loro viso la propria felicità e raddoppiarla.

—No,—rispose Ida al conte con uno sguardo fiammeggiante.

Egli le fece un cenno inutile, Jela non si era accorta di nulla, e l'altra era già tornata verso il duca.

Passeggiarono ancora qualche tempo per il bosco, poi la campanella li chiamò a pranzo. Ida era presso il conte Enrico.

—Ho bisogno di parlarvi: questa notte verrò nel vostro appartamento,—sussurrò offrendole una salsa.

—Non siete abbastanza forte per farvi un giocattolo di me.

—Allora non mi amate.

—Vi amo più di Jela, ma se non posso disputarvi, non voglio pregustarvi come un cuoco.

—Non le piace questa salsa?—le chiese il duca insospettito di quel dialogo a bassa voce.

—No.

Finalmente venne il giorno delle nozze. La funzione avrebbe dovuto essere per il mattino, ma Jela si era sentita così male, che sul consiglio del dottor Torquemasi, invitato dal villaggio, si era rimandato il tutto per l'indomani. La fanciulla non era più uscita dal proprio appartamento, sola tutto il giorno colla Nencia; poi la sera aveva pregato ella stessa lo zio, perchè il matrimonio si celebrasse subito, senza nemmeno quella poca solennità consentita dall'indolenza del padre. Ella aveva come paura e vergogna; se lo avesse potuto, sarebbe andata di notte, sola con Enrico e la Nencia, a bussare alla porta di don Natale, perchè li sposasse.

Ma tutte queste contraddizioni, che facevano mormorare i domestici ed i pochi invitati, finivano di esasperare il duca, già irritato per non aver veduto Ida da due giorni. Il conte Enrico cominciava a sentirsi ridicolo. Solo il conte Alberto conservava la propria indifferenza, quasi estraneo a tutto quel moto, con una piccola contentezza d'ironia nel vedere tuttaquella gente trattenuta dalle fanciullaggini di Jela, ma la marchesa più d'ogni altro lo divertiva. Tuttavia Jela cominciava a vestirsi, girando fra le mani della Nencia come un fantoccio, coi brividi di un imminente naufragio per le ossa e la testa in preda ad un'allucinazione. La sua vita di bambina in casa di Ida, al convento, quegli ultimi mesi al castello, la chiesa di don Natale, il salottino delle rose bianche; Enrico dal primo giorno che lo vide, che lo amò, il primo bacio non mai confessato nemmeno con Ida; l'abito semplice, che indossava in quel punto, e l'altro bianco nella cesta di nozze, i regali ricevuti, i gioielli, le rarità; quel gabinetto tanto abitato, del quale ogni fiore della tappezzeria si ricordava una sua scappata, ogni piega del cortinaggio conservava le perle sgranate di un suo riso; lo specchio, i barattoli, le teche, i profumi, i nonnulla; poi la Nencia che le era inginocchiata ai piedi, poi tutto il castello, la valle, il mondo, l'infinito: ella sentiva tutto ciò con una confusione e una intensità così viva, che non poteva sopportarla, e alla quale non poteva sottrarsi. Quindi un senso strano di paura faceva oscillare tutta questa fantasmagoria, una paura di esservi dentro e che svanisse ad ogni istante; poi capiva, non capiva più, si accorgeva di aver fretta; e l'ultimo bottone era chiuso mentre la Nencia le drappeggiava ancora una piega sui tacchi balbettando:

—Come è bella!

—Aspettano, bisogna far presto... il conte Enrico...

Ma a questo solo nome, gettato nel mezzo della sua commozione e della sua vita come un raggio fra due nuvole scintillanti di bianchezza, una vibrazione di luce la percoteva; rinveniva, ascoltava le parole borbottate dalla Nencia, avvertiva l'erroredi un riccio o di una trina, correggendolo con un gesto spossato.

Erano le sette e mezzo: l'ultimo raggio del sole strisciava sulla cima delle colline.

—Oramai verranno,—ripetè per la centesima volta la vecchia, affacciandosi alla finestra per vedere le carrozze allinearsi nel cortile.

—È impossibile: ho paura.

—E dopo poi?

Ma Jela tremava davvero. La sua testina spiritata si volgeva da ogni lato, con moti da uccello in gabbia, e il seno le pulsava, mentre negli occhi le passava fra mille baleni di terrore una frotta di sorrisi, e la poesia e la malizia le morsicavano il cuore col vezzo di due cagnuoli.

Quindi scordandosi ogni preoccupazione del vestito si gettò sulla poltrona, improvvisamente, tirandosi quasi la Nencia addosso.

—Starai nella mia camera.

—Finchè non verrà.

—E se non verrà?

Ella stessa non lo credeva; la vecchia si contentò di sorridere, poi aspettò. Jela aspettò anch'essa, e non ebbe altro da dire.

—Ho paura,—ripetè ancora quando, terminata finalmente la toeletta, la Nencia volle spingerla verso la porta; se non che parve anche a lei così sublime, che le sbarrò il passo indietreggiando per meglio guardarla colle lagrime agli occhi. Quindi inginocchiandosele ai piedi, le prese un lembo della veste. La povera vecchia piangeva adagio a monosillabi incomprensibili, frammenti della sua anima di zitellona e di madre, che si spezzava nel convulso di quel trionfo della sua bambina, cadendole ai piedicoi fiori bianchi della sua corona virginale e le cortine lacerate dell'amore. Ma Jela, coll'anima intenta a quella meta rosea come i fuochi del vespero, spossata dalla lunga emozione, cominciava già a provare il bisogno di contenersi; quindi la ringraziò con un'occhiata, la respinse dolcemente per tornare allo specchio, perchè le pareva di essersi scordata quasi tutto e di non essere vestita che a mezzo. Poi se ne accorse, udì lo scalpito dei cavalli, la voce del conte Alberto, ebbe un'ultima sommossa di ripugnanze, di ricordi, di violenze; si fermò e, lasciandosi spingere lenemente dalla Nencia, come dalla mano invisibile del destino, discese.

Giù nel salone l'aspettavano da venti minuti. La marchesa, quasi ringiovanita dal lusso severo dell'abito, era evidentemente inquieta.

—Pare una commedia il matrimonio di un Alidosi!—mormorava un invitato.

—Ho conosciuto fino da ragazzo il conte Alberto: è sempre stato così. La povera contessa ne è morta.

—E la signorina Ida?

—La signorina Ida?—ripetè la marchesa con tono secco alla Nencia.

Il duca, l'Alidosi e Jela si voltarono.

—Favorite di dirle che aspettiamo.

—Non viene!—mormorò seco stesso il duca, seguendo col pensiero la Nencia attraverso l'appartamento della fanciulla.

La vecchia traversò con passo vivace l'anticamera, il salottino da studio, ed entrò senza bussare nell'altra camera. Aveva fretta anche per sè medesima. Ida distesa sul letto, la faccia contro il muro, non l'intese.

—Aspettano—disse, osservandola malignamente per indovinare il suo pensiero di quel momento.

Ma Ida era distesa sovra un fianco, con ambe le mani al volto, i capelli in disordine, sul letto ancora più disordinato. Le coperte erano attorcigliate colle lenzuola, la fodera di un cuscino aveva lacerato mezzo un merletto.

Ella lo notò.

—Signorina,—ripetè:—giù aspettano. Jela è già al braccio dello sposo, non aspettano che lei, mi hanno mandata.

—Grazie.

—Non viene?

Ida frenò uno scoppio di pianto.

—Non viene? Jela ha fretta. Non viene?

—No.

—Si sente male?—domandò a bassa voce con melata ironia.

—Alla testa.

La Nencia, che voleva guardarla in faccia, fece un passo verso il letto, ma l'altra si strinse ancora più alla parete, rannicchiandosi come i malati per dormire, e si sottrasse.

—Dunque non viene?

—No.

Allora la vecchia scrollò sprezzantemente le spalle, senza offrirle nemmeno di chiudere la finestra.

Il conte Alberto era svanito. Tutti s'impazientavano, s'imbarazzavano. La marchesa stentò a frenare un: tanto meglio! alla risposta della Nencia; ma il dottore, che si credeva in dovere di essere quel giorno eccessivamente cortese con tutti, parlò di salire dall'ammalata.

—Dottore!—lo arrestò la marchesa con un'occhiata: poi ordinò a Jela di discendere e diè il moto al corteo.

—Si sente male?—domandò il duca, rimasto abilmente l'ultimo, alla Nencia nel passarle vicino, e la sua voce era commossa.

—Alla testa.

Ma la Nencia si sbagliava: Ida aveva male al cuore.

Rattrappita sul letto udì le voci del corteo, che saliva nelle carrozze, lo scalpito dei cavalli, il rotolare delle ruote, i parlari dei servitori, che si sparpagliarono per il palazzo; poi il palazzo tornò silenzioso, avvolgendosi nel tenebrore della sera. La sua camera s'abbuiava mano mano come la sua anima. Ida ricominciò a singhiozzare disperatamente contro il muro, premendovi il volto colla rabbia insensata dell'impotenza. Il suo cuore, la sua volontà, la ragione stessa, sempre in lei così limpida e fredda, erano sopraffatte come da una bufera, che le schiantava avventandone le schegge giù nell'abisso, tra una furia di vortici pazzi e sibilanti.

Era tutto uno schianto. Non sentiva più altro che la propria rovina, collo spavento di tutte le frane e lo strazio di tutte le lacerazioni. Il muro, sul quale gocciolava mutamente qualche lagrima, le insinuava dei brividi di freddo fra l'arsura della febbre. Stava immobile, smaniando al di dentro, abbandonata allo straripamento di tutte le passioni. Colle mani raggrinzite sulle coperte, i denti stretti, ruggiva, mordeva, fischiava. Vedeva cogli occhi fra le tenebre a distanze impossibili, udiva cogli orecchi fra quel fracasso della tempesta voci remote e sommesse. La fronte, infiammata dalla febbre e dal convulsivo strofinamento delle mani, le ardeva con una infinità di piccoli dolori a tutte le radici dei capelli, e le ardevano le gote, sulle quali si scioglieva il saledelle lagrime, mentre la voce le si agglutinava nella gola nauseata da un'amaritudine, che non poteva nè discendere nè salire. Nessuna idea le emergeva fra quella negra commozione di idee, nessun sentimento le stava fermo nel cuore. Era uno sfacelo, nel quale tutto andava rotto, anche la coscienza, sminuzzandosi in tanti frantumi come una coda di serpe, animati da un dolore, che sopravviveva alla morte. In quell'assidua ruina Ida si sentiva grandinare sull'anima le macerie di tutta la sua esistenza così giovane: gli anni dell'infanzia e della fanciullezza, quelli tanto dotti dell'istituto, quando cominciò la fecondazione del sole, poi tutti i sogni, i desiderii più giganteschi delle piramidi, le passioni più ardenti del deserto, le fantasie più tempestose del mare, le gracili creazioni d'un giorno e le effimere efflorescenze di un'ora, che le si ammassavano sopra, in una montagna informe, vibrante di rantoli, di feriti sopra un ferito, di moribondi sopra un moribondo.

Ma ella resisteva ancora per l'istinto disperato della vita, stracciandosi nella inutile resistenza tutte le piaghe, aggrappandosi alle schegge taglienti di tutti i dolori e nullameno avvallando sempre più profondamente. E allora una stanchezza l'avviluppava come una coltrice funerea, ed ella s'abbandonava senza piangere come distesa contro il muro nel sonno, se il frequente singulto e il gorgoglio d'un sospiro non avessero provato anche troppo che non dormiva.

La sera mandava fuori tutte le stelle, e l'avemaria era suonata alla parrocchia di don Natale senza che la fanciulla l'intendesse.

Poi rinvenne. Si vide dinanzi tutte le figure del suo odio, il padre, la madre, la famigliuola del sarto.Jela con tutti i parenti signorili, più felici nella ricchezza della loro vita ora che gavazzavano nella solennità di un matrimonio senza un pensiero per lei, estranea nella casa e straniera alla loro vita. Era dunque una fatalità? Sarebbe morta anch'essa sul margine della società, fra la beffarda indifferenza del mondo, come il povero Rocco? Ormai lo credeva, ma invece di spaventarsene si scagliava più ferocemente contro quei fortunati e li dilaniava. Si era rizzata sentoni sul letto, guardando per le tenebre fuori della finestra.

Forse a quest'ora Jela ed Enrico si erano sposati. Che le importava di tale amore sciocco come la loro unione? Ma non poteva tollerare la fortuna del loro destino! Qualcuno doveva ben pagarle quell'ineffabile umiliazione di sè medesima e tutte quelle lagrime, che le avevano bruciata la faccia. La sua vita era perduta, inevitabilmente perduta per sempre. Malgrado il turbamento della passione, sentiva di non poter durare lungamente in quella silenziosa agonia di disegni e di seduzioni, pensando sempre di sedurre qualcuno che le fuggiva, stancando il futuro coi sogni più assurdi, torturandosi in una dissimulazione dolorosa come una maschera di ferro rovente sul volto. Dopo tanta serietà di propositi era forse tempo di cedere alla follia e di puntare la vita all'ultima posta: infine la perdita sarebbe sempre inferiore al guadagno. Che valeva un'esistenza di affamato. In quel momento ella avrebbe arrischiato tutta una vita di trionfi per un'ora sola di vendetta scandalosa ed atroce.

Si fisse in questo pensiero, lo ingigantì, lo arroventò con tutti i bagliori della propria immaginazione in fiamme, ma questa volta era ben decisa.Se Jela ed Enrico erano uniti, ella passerebbe loro immezzo come una folgore, dovesse poi svanire nella luce del baleno o nel fracasso del tuono. Quindi sorrideva, respingendosi i ricci sulla fronte ed avanzando il volto quasi per contemplare di già lo spettacolo di quella ruina. Non era amore, non era gelosia, nemmeno invidia, ma odio, solamente odio, composto di tutti i dolori e di tutti i veleni. Non sapeva più di aver torto e non se ne sarebbe curata, ma ripigliava tutta la sua vita passata, l'appuntava in un cuneo, la scagliava. Era superba, spietatamente paga di aver vissuto. Non era sempre stato il suo sogno aprire un largo solco nella vita? Il torrente, che squarcia, lascia una traccia più profonda del fiume che irriga; rovinare sì, ma sopra qualcuno, a questo patto consentiva.

Se non che la disperazione, calmata momentaneamente, tornò a singhiozzare, e la fanciulla, troppo debole ancora per l'energia di quella risoluzione, vacillò. Invano colla schiuma della rabbia alla bocca e il lampo del delitto negli occhi, giurava a sè medesima di vendicarsi di tutti su Jela ed Enrico. Essi erano al coperto da ogni danno e così lungi da ogni pericolo, che non avrebbero nemmeno per stravaganza di fantasia potuto pensarvi; mentre ella povera e derelitta non poteva nulla contro di loro. Se il duca fosse stato giovane ed altro uomo, ed ella una duchessa, forse sarebbe riuscita a scagliarlo contro il conte in un duello mortale, gettando forse quella sera stessa o l'indomani sul letto primaverile di quella sposina un cadavere biondo ed insanguinato; ma il duca era vecchio a queste tragiche follie, nè forse abbastanza innamorato per accettarle, quando se ne fosse trovato il coraggio. La vita eraancora piena di drammi, ma gli eroi da romanzo non esistevano più. Oggi le pazzie non si fanno più che di denaro, e le donne si disputano coi boni di banca e non con le lame di Toledo. Ida, che lo sapeva, sogghignava colla sanguinolenta alterigia del disprezzo. Tutti erano piccini intorno a lei, donna sopravvissuta colle passioni spavalde e crudeli di altri secoli in un mondo di capricci.

—Vili!—mormorò guardandosi attorno.

Aver paura della morte le parve la suprema delle codardie, ma non pensò di compiere ella stessa il delitto. Non vi aveva ripugnanza di moralità, ma di orgoglio, poichè assassinando il conte Enrico perderebbe la partita invece di vincerla; Jela vedova si consolerebbe con un altro amore, mentre ella finirebbe in galera. Non erano più i bei tempi quando due o quattro gentiluomini si battevano ad oltranza e il vincitore si allontanava spensierato del cadavere del vinto, quando le principesse avvelenavano gli amanti infedeli e andavano dopo ad una festa di corte col più gaio sorriso sulle labbra. Bei tempi passati! Oggi tutto si era imbruttito, anche il delitto, giudicato nella corte di assise da una dozzina di pizzicagnoli e di affittaiuoli.

Pure, un bisogno di morte la urgeva. Profondere lo squallore nell'anima di Jela le pareva la più sublime delle felicità. In quelle tigrine immaginazioni era discesa dal letto, appressandosi alla finestra. La notte era bella, ma fosca come nel presentimento pauroso di un acquazzone; le stelle si erano abbassate sul volto un volo di un azzurro anche più denso e non osavano sorridersi, gli alberi secolari del bosco non mormoravano più. Il suo spirito esaltato provò una strana delizia in quella calma sinistra della natura.Appoggiò i gomiti sul davanzale e stette guardando.

Gli occhi infiammati dalle lagrime le bruciavano dolorosamente, le gote le si stiravano, i capelli le pesavano sulla nuca, mentre la frescura notturna, ventilandole il volto, arrivava alla sua passione come una carezza.

A poco a poco si calmò, irrigidendosi nel tetro disegno. Non ammetteva nè dubbio, nè discussione: voleva vendicarsi, strapparsi dall'anima il proprio dolore e sbatterlo sulla faccia di qualcuno come un cencio insanguinato. Pensò, divagò, seguì le tracce di mille idee, in fondo ad ognuna imbattendosi sempre nella figura di Enrico; quindi i sensi, freddi in quell'uragano dello spirito, sorsero e vibrarono. Si ricordò giorno per giorno la vita del suo lascivo desiderio di quel bel giovine, le ultime notti col povero Rocco, quando seminuda sul letto col mostricciuolo sul seno si dibatteva in un'empia agonia di voluttà. Alcuni versi di Hamerling le passarono mormorando all'orecchio.

Dovette soffocare un urlo.

Poi si tolse smaniando dalla finestra, traversò il salottino, l'altro gabinetto fino all'anticamera, si affacciò alla finestra sul cortile. Le carrozze erano ritornate da un pezzo, il matrimonio era stato celebrato. Questa prova preveduta, ma purtroppo irrefragabile, del proprio disastro, la rese più calma. Era decisa, non sapendo bene a che.

—Sono giù nel salone!—esclamò, vedendo un servo passare con un immenso vassoio.

Quindi riflettè amaramente che non la cercavano. Rientrò nella camera, erano appena le dieci.

Prima di mezzanotte nessuno andrebbe a letto.Questa insolente dimenticanza al ritorno dalla chiesa, mentre tutti si stringevano affettuosamente intorno alla sua sorella di latte (ella sottolineava nel pensiero questa parola) adesso la punse. Jela si staccava per sempre da lei: posdomani l'avrebbe scacciata. Tutti, tutti uguali. Ma il duca, ella lo sapeva, doveva essere partito immediatamente per la città; egli non l'avrebbe certo dimenticata.

—Oh il terremoto adesso!—brontolò, entrando coll'immaginazione giù nella gran sala illuminata.

Ma invano si sferzava i fianchi per eccitarsi alla ferocia, ora che il matrimonio di Jela con Enrico stava per compiersi davvero nella camera di Jela, assestata appositamente dalla Nencia, e verso la quale si sentiva suo malgrado attirata da un fascino voluttuoso. Quindi dal suo appartamento passò in quello di Jela. Un letto di quercia intagliato, annerito dagli anni, si allargava sul posto del lettino di Jela, attendendo gli sposi. Ella ignorava questo capriccio di Jela, nato all'ultima ora, di ricevere lo sposo nella camera verginale contro le disposizioni già prese dalla Nencia.

Ida indovinò quell'infantile delicatezza e, pure apprezzandola, provò la smania di rispondervi con un sarcasmo.

—Vuole evitare l'errore di Waterloo, cadere sul proprio terreno. Imbecille! non è il campo, ma il genio che dà la vittoria.

Quella camera era forse la più bella di tutto il palazzo, perchè la morta contessa nella malinconica gioia della propria gravidanza pensando, malgrado tutti i desiderii, che partorirebbe una bambina, aveva voluto arredarla essa medesima, e le aveva data un'aria di bellezza pura ed effimera, chestringeva il cuore. Non era più grande di un salottino comune, nè più alta; aveva una sola finestra, con due piccoli usci nascosti, un lettino bianco ed un tavolo di madreperla. Le pareti tappezzate di un damasco roseo sotto una tenda di trine bianche, fresche come la corolla di un gran fiore, che avrebbe dovuto avvizzire ad ogni raggio di sole e palpitare ad ogni alito di respiro, le sfumavano gli angoli colla leggerezza di un vapore rosato ed immobile. La volta rappresentava un tramonto con una nube in un canto, dietro la quale il sole era scomparso diffondendo per la smorta purezza dell'azzurro una blandizie di oro. Un tappeto a fondo lattiginoso con filamenti rosei aumentava tutta quella bianchezza, mentre un divano, così basso e piccino che entrando lo si distingueva poco dal pavimento e dalle pareti, si drizzava presso uno degli usci di ebano rosa, che la tappezzeria celava quasi a mezzo sotto alcune pieghe leggere.

Quantunque conoscesse quella camera di lunga mano, l'aspra gravezza del letto di quercia glie ne fece ora sentire meglio la soavità. Poi i lenzuoli l'attirarono colla loro freschezza bianca e levigata. Li toccò leggermente, sollevandoli per vedere dove si affonderebbero quei due felici.

Erano già trascorsi dieci minuti.

D'un tratto, accorgendosi di commettere una stravaganza, si fermò, ma nulla poteva più spaventarla; anzi per sfidare maggiormente il pericolo di essere scoperta, andò a sedersi sul divano, atteggiandosi sfrontatamente.

—Tertulliano ha ragione,—pensò colla solita perversità di erudizione:—l'amore è sempre una prostituzione. O uno o tutti, il fatto non muta... Non sono che in un postribolo qui!

E la sua immaginazione esacerbata afferrò Jela, le gittò sopra il conte Enrico, e rimase ad osservarli sghignazzando come una pazza. Poi un'idea l'abbagliò; quindi passando prestamente nel gabinetto della toeletta, da questo all'altro da bagno, si esaminò attentamente intorno. L'ultimo uscio dava sull'appartamento, che divideva i due sposi, e per il quale il conte Enrico doveva inevitabilmente passare. Il salottino pareva quello di uno stabilimento, colla tinozza incastrata nel muro, le pareti verniciate di bianco, a olio, e un breve tappeto scuro dinanzi alla tinozza. Ma un enorme specchio colla cornice di noce, sostenuto da due zampe di leone, si alzava in un angolo per una altezza di persona gigantesca.

Ida notò come la cornice toccasse il pavimento; rientrò nella camera di Jela, quindi nella propria. La finestra era aperta, la notte anche più buia. Si rigettò l'abito dalle spalle, slacciò il busto, le sottane, la camicia, si chinò a sfibbiare le giarrettiere, si trasse le calze, dritta, coi piedi, pestandoseli febbrilmente, traballando come d'ubbriachezza, cogli occhi pieni di lampi e la bocca di parole. Poi raddrizzandosi in faccia a sè medesima, si riaffermò con un sorriso. I capelli arruffati dalle convulsioni sul letto le coprivano mezza la fronte e gli orecchi, ma non li ravviò. Il dolore li aveva scomposti come il volto in un'altra bellezza più formidabile; quindi si rimirò dentro allo specchio nell'impudore della propria nudità, colla fronte solcata da una ruga profonda. Nei momenti supremi la fanciulla subiva sempre il prestigio di una posa.

Aveva steso sul letto l'ampia veste di raso nero, dentro di raso bianco, colle maniche ad imbuto,enormi, che consentivano tutta la nudità del braccio fino alla spalla: l'infilò, vi disparve. A quel lume delle candele il raso aveva delle ondulazioni di baleni. Poi cacciò i piedi in due pianelline di raso nero, e fece per muoversi udendo rumore nel gabinetto. La Nencia veniva ad informarsi della sua salute da parte del conte Alberto, se le doleva il capo.

—Ancora, ma passerà, grazie.

—Dove va?—chiese la vecchia, stupita di quell'abbigliamento.

—Nella biblioteca.

Infatti le passò innanzi senza nemmeno guardarla. La vecchia, che già preparava una malignità, la seguì suo malgrado fremendo alla molle superbia di quel portamento da palco scenico, che pareva passare fra gli applausi ed i fiori. La vide chiudere il pesante portone della biblioteca e sparire.

—È matta,—pensò fra sè medesima, ridiscendendo nel salone, dove la conversazione stava per sciogliersi.

Ma Ida mise il catenaccio al portone, depose il lume sul tavolo e da un usciuolo, nascosto fra gli scaffali, sicura di sè medesima, si diresse al bagno di Jela.

Jela ed Enrico, che dalle loro camere potevano vedere i finestroni illuminati della biblioteca, la crederebbero là dentro.

c220VI.Jela era già salita sul gran letto di quercia, nascondendosi la testa sotto i lenzuoli coll'astuzia di un fagiano spaventato. Il suo corpicino, rannicchiato sotto le coperte, aveva quasi rinunciato ad ogni seduzioneper raddoppiare quelle del volto, seppellito fra un nuvolo di ricci ammassati capricciosamente sull'origliere. Non parlava più, ma si moveva a piccoli stridi, con una trepidazione piena di bruscherie ad ogni parola della Nencia, che le girava intorno come una mamma, assaporando nella propria malignità di vecchia quell'ansia suprema di un'ora unica nella vita, alla quale si tengono sempre fisi gli occhi prima di arrivarvi, e alla quale si rivolgono irresistibilmente appena passata. Ma Jela, vezzosa crisalide, nella quale il verme non presentiva la farfalla, era incapace di provare tutta la malinconica terribilità di quella agonia di un mondo poetico, che deve dissolversi al contatto della realtà senza che nemmeno un frantume possa raffigurarlo più tardi, perchè nulla della vergine sopravvive nella donna. Era tardi.—E Ida?—chiese improvvisamente la fanciulla.—Sarà in biblioteca.L'altra non replicò e tornò a fissare l'uscio, pel quale la Nencia doveva uscire a spiare l'arrivo dello sposo. La vecchia, benchè reluttante, aveva dovuto consentire a questo ultimo capriccio di Jela.—Nencia!—ella gridò, vedendola andarsene davvero dopo aver accesa la bella lampada di alabastro sopra il tavolino di madreperla; ma la vecchia, che si sentiva ingrossare il respiro ed aveva bisogno di uscire per non diventare più bambina di Jela, le fe' un gesto supremo di addio. Senonchè aveva ancora la gruccia in mano quando, ricacciata da un impeto di tenerezza dentro la camera, tornò al letto.Jela aveva i goccioloni agli occhi:—Sta qui,—balbettò:—senti, va di là nel salottino.—Sì.—Se entra all'improvviso mi vien male. Come mi batte il cuore, mamma, mamma!—ripetè, congiungendole le mani sul collo e guardandola con una adorabile desolazione.—Mi vuoi bene anche tu, come lui? Se partiamo posdomani, ti voglio con me.—Ma andiamo dunque...—insisteva l'altra, cercando di dissimulare la propria emozione:—che cosa è poi mai? Il signor conte...—Pss...—l'interruppe, mettendole una mano sulla bocca.Questa volta fu l'ultima, e la Nencia uscì. Però quel capriccio di costringerla ad aspettare così in agguato non le pareva senza pericolo, se il conte dovesse crederla un'oscena malignità e negarle quindi un posto nella nuova casa maritale. A questo solo pensiero la vecchia si sentiva strozzare. Depose la candela sopra il tavolo e, sulle punte dei piedi, incollò l'orecchio al buco della serratura. Le sembrò d'intendere un sospiro. Attese, credette d'ingannarsi, ma un fruscìo di sibili seguì quel respiro, facendola palpitare di meraviglia. Nel salottino del bagno tutto era buio e silenzio. La vecchia rimase appiccicata all'uscio, indecisa, tornò ad attendere. Per un istante il pensiero le corse a Ida, la quale aveva pianto tutto il giorno per l'invidia del matrimonio di Jela, quasi per unire quel pianto e quel sospiro; ma un secondo sospiro (questa volta era sicura del proprio orecchio) le fece perdere il filo di ogni congettura. Quindi raddrizzandosi indolenzita, gittò senza volerlo per gli scuri socchiusi gli sguardi fuori del cortile, e vide i finestroni della biblioteca illuminati.—È là dentro,—brontolò con gioia beffarda,pensando che Jela era nell'altra camera ad aspettare lo sposo.Ma in quella lo scocco d'una porta lontana martellò; la vecchia, percossa da un brivido, non udì un altro fruscìo più distinto. Furono pochi istanti di una profonda ansietà: poi si distinse uno strascico leggero di passi.—Il signor conte, che viene!Non aveva ancora finito questo pensiero e cominciato l'altro di rientrare nella camera di Jela, che un rumore più vivo nel salotto la rattenne. Il lume del notturno visitatore passava già sotto l'uscio. La vecchia era tutta una vibrazione, aspettandosi a qualche cosa senza sapere che, nè perchè.Un'onda di luce ruppe nel salotto e il conte apparve sulla soglia in veste di seta azzurra, con una bugia in mano. Era senza cravatta, ben pettinato. Ad un sibilo stridente, questa volta di un abito, si volse bruscamente. Ida livida, coi capelli disordinati, sorgeva dietro lo specchio, più nera dell'ombra, nella quale s'avvolgeva, inoltrandosi verso di lui come un fantasma.Gli sbarrò il passo lentamente e, tendendogli la mano, mormorò:—Aspetto.Egli non comprese quella semplice parola, e la guardò attonitamente.—Vi aspetto da due ore,—ripetè con voce vellutata ma fremente, la mano sempre tesa verso la sua.—Che cosa volete?—Voi.—Qui... siete pazza?—Vi aspetto,—insistè, cacciandogli dentro gli occhi tutta la fiamma de' propri in un razzo, che lo fe' quasi retrocedere.Il conte ebbe un brivido d'impazienza.—Non sono due ore, sono tre mesi che aspetto.Egli si guardò attorno cautamente, quindi abbassò ancora più la voce:—Siete pazza?—Vi amo.—Ma è impossibile! Se vi sentissero...—Non sentono: vi ho già detto che vi amo, e non avete sentito.—Sì, piano!Ida gli prese la mano, gliela strinse fortemente, ed appressandogli il volto al volto in quella corrucciata lassitudine del desiderio, glielo lambì collo sguardo.—Mi credi?—ella balbettò agitando la testa.—Piano,—si affrettò, vedendola rannuvolarsi e temendo uno scoppio.—Ti amo come posso amare solamente io. Questa veste l'ho fatta per te: guardami come sono vestita,—ripetè mirandosi il seno, che le trepidava nudo nel vano di due o tre uncinetti. Ma ad un tratto s'illanguidì e, posandogli l'altra mano sulla mano, che già gli serrava, cogli occhi socchiusi, abbandonata entro quella veste troppo ampia, che aveva dei panneggiamenti da statua, balbettò dopo una pausa:—Come sei bello!Egli era stordito. Quella aggressione in un momento già difficile, sulla soglia della camera nuziale, preparata da ore con un rischio da pazza, fredda e voluttuosa, lo sbaragliava. Ida non aveva più paura dello scandalo. A questo punto lo amava troppo. La sua passione lungamente soffocata le aveva fatto saltare la ragione, bruciandole il cuore. Era pazza per lui, era bella.—Vieni,—ella gli disse a bassa voce ma imperiosa, attirandolo sopra una poltrona.—Ma, Ida...—Hai paura? Che importa? Io non ne ho, ti amo. Credi che avrei potuto lasciarti entrare questa notte in quella camera, e avrei dormito? Non lo sai dunque cosa sia una passione! Non sono stata abbastanza forte per impedirti questo matrimonio, perchè non sono ricca, e non si sposano che le ereditiere,—proseguì con straziante sarcasmo,—ma posso ancora disputarti. Intanto non entrerai in quella camera, adesso.Egli ebbe come un sorriso d'orgoglio negli occhi.—Ti voglio,—ella seguitò colla moina irresistibile della ostinazione, che sa di trionfare,—ti voglio prima di lei. Ella è ricca ed avrà il marito, ma io voglio l'amante, qui, sulla soglia della sua camera nuziale. Non è degna di te: sei troppo bello! Sono due ore che ti aspetto col mio abito da nozze, nero come la mia vita. Quando lo cucivo, ogni punto era una carezza per te; mi devi un bacio per punto.E la sua voce sempre velata si affievolì; tremava di febbre e di freddo. Poi cadde ad un tratto sotto un dolore così scoraggiato, che egli se la sentì quasi rovesciare addosso. La sua fronte, ancora corrugata dallo sforzo di quella scena, aveva una bianchezza strana, colle pupille sbarrate che le divoravano quasi la faccia, e i denti più bianchi della neve, che le brillavano dietro le labbra come di un grande desiderio goloso. In quella stretta voluttuosa sembrava soverchiarlo con tutto il capo, con una passione di leonessa intenerita. Tutte le forze le si erano allentate, mentre l'ubbriachezza dell'odio risolvendosi le lasciava nei nervi un gran bisogno di calma.Teneva sempre il conte per mano assorbendogli nel calore del contatto la sua rosea vita di aristocratico e perdendola soavemente nel proprio spirito, dove le tempeste viaggiavano per sconfinate opacità. Allora le parve di avere la stessa visione di Faust, e paragonandosi involontariamente con quel mitico spirito, pronunciò nel pensiero le parole desolanti della sua sfida con Mefistofele:Se avvien che io dica all'attimo fuggente:Arrestati, sei bello...,accorgendosi che il suo attimo bello era passato e la morte le aveva buttato nel sorriso di quella visione il proprio compenso. Quindi sorpresa da un nuovo avvilimento, chiuse gli occhi e gli abbandonò la mano. Il conte, lusingato ma del pari atterrito dallo scandalo di quella scena, credette giunto il momento della ragione.Sommessamente colla sua voce più dolce:—Ritiratevi,—mormorò.—Del voi?—proruppe la fanciulla, richiamata da quella sola parola al tumulto della realtà.—Quando ci avrete pensato, capirete che ho ragione. È tardi.—Avete dunque fretta?Il suo silenzio l'inasprì.—Ebbene, andate,—disse con un impeto sdegnoso di disprezzo,—che trasse un gran peso dal cuore della Nencia.Sulle prime ella aveva quasi temuto che il conte cedesse alla capziosa ferocia di quell'assalto, e non ne perdeva nè una sillaba, nè un gesto; ma la scena era talmente bizzarra, che il suo odio stesso per la fanciulla ammutoliva. Quindi non intese Jela socchiuderemaliziosamente l'uscio arretrandosi stupita nell'osservarla ginocchioni in quell'atteggiamento di una sorpresa. Era in camicia, scalza, camminando sulle punte dei piedi, un labbro fra i denti per rattenere la risata, che le sprizzava dagli occhi; ma le stava oramai sopra, che l'ultima parola di Ida la colpì. Rimase sospesa, agghiacciata, poi un respiro della Nencia l'attrasse, e piegandosele precipitosamente sulla spalla, la urtò per prendere il suo posto al buco.La Nencia giunse appena a frenare un urlo.—No,—brontolò, contendendole la serratura ed impallidendo ella stessa al pallore della fanciulla.—L'ami dunque molto?—s'intese la voce stridente di Ida, che gli aveva riafferrato la mano.—Piano.—È vergine, l'ami per questo? Lo sono anch'io, non perdi nulla nel cambio, ma bada che in quella camera non c'entri. Se mi sfuggissi, sarei capace di inseguirti. Sarò la tua sposa di questa notte, una notte sola per tutta la mia vita! su questa poltrona, che non dirà nulla domani, giacchè tu hai paura. Tu sei un uomo, tu! Spegneremo il lume, non parleremo. Oh! non temere, non urlerò. Sono forte io, mi lascerò uccidere senza un lamento... Mi ami?—seguitò,—che cosa ti costa il confessarmelo? Jela non saprà morire: domani notte farai il confronto, e mi amerai di più. Vi sono ancora dei gladiatori: vedrai come muoiono le vergini!—Ed appoggiandogli una mano sulla spalla, così che i capelli delle loro fronti si toccavano e la fiamma del suo alito gli bruciava le gote, esclamò come se le sfuggissero le parole:—Non puoi amare tu! sei troppo bello: la passioneti guasterebbe. Tu devi salire sull'amore come su di un piedistallo, e lasciarti ammirare. Ad Atene ti avrebbero votata una statua, io te ne offro un'altra.Ma questa volta, accompagnando l'atto alla parola, gli si sospese al collo con un bacio. Egli già scosso dall'impeto di quelle frasi tentennò, fece un passo addietro con tutto il suo peso nel petto, così soffocato da quell'abbraccio, che per reggersi dovette respingerle il seno col seno, cingendole col braccio libero la vita.Ida cedette senza lentare la presa, le loro teste si dibatterono un istante, quando un grido li percosse, e Jela, spalancando l'uscio del gabinetto nell'urlo supremo di una follia, corse ad Enrico, e senza che nessuno dei tre se ne accorgesse gli si attaccò al collo, mentre Ida saltava indietro spaventata.La Nencia si affacciò sulla porta.Ida era verde. Vide la vecchia, e in un baleno credette di aver tutto compreso. La sua anima diè un balzo, ma un singhiozzo di Jela l'arrestò. La fanciulla abbandonata sulla spalla di Enrico, il volto sul suo collo, piangeva stupidamente. La camicia troppo fina la lasciava quasi in una nudità da bagno, coi piedi scalzi sul tappeto, una spalla nuda sino alla sommità del seno, e le mani congiunte disperatamente dietro la testa di lui nell'atteggiamento di un terrore fanciullesco ed immenso. La candela del conte, bruciandole quasi una ciocca di capelli dietro il collo, dava alla leggerezza della sua camicia la diafanità di un velo, che le trasparenze rosee della pelle macchiavano lungo il dosso e sui lombi.La Nencia mosse un passo verso il conte. Egli se ne accorse, quindi sdegnato della confusione di quella sorpresa, nella quale entravano perfino i domestici,si rivolse obliquamente a Ida. Questa sentì la freddezza egoistica del suo dispetto e gli gettò l'ironia di un sogghigno, che cadde su Jela come uno schiaffo.—Uscite,—egli rispose con un'occhiata, mentre la Nencia si avanzava d'un altro passo. Ida capì, ma erse il capo ed incrociò le braccia. Tutto era perduto. Non le restava più che una ignobile fuga, per il più triste dei motivi, da quella casa dove era stata accolta come una sorella, e donde aveva sperato innalzarsi ancora ad altri palazzi. Però quella stessa disperazione di tutto, invece di scombuiarla, la calmò. Quindi attese il risveglio di Jela nella tensione dello schermitore ferito, che vuole con un ultimo colpo ammazzare l'avversario. Era tremante e superba. Jela alzò lentamente il volto, e senza abbandonare il collo dello sposo, si rivolse come trasognata. I loro sguardi si sbatterono. Jela palpitò e dovette staccare i propri, ma l'orgoglio, che l'aristocrazia della razza e dell'educazione le aveva deposto nell'anima, vibrò in quel minuto. Li risollevò prontamente e dimenticandosi di essere scalza, seminuda, le additò con un'incredibile nobiltà di gesto la porta del suo stesso appartamento.Ida accennò di sì col capo, ma invece di dirigersi all'uscio le venne innanzi foscamente.—Avete vinto!—disse staccando sonoramente le sillabe.Quindi la strinse in un'occhiata fiammeggiante, la scaraventò lontano, e voltandole le spalle passò davanti alla Nencia. La vecchia le sbarrò la soglia.—Indietro, villana!—ruggì soffocatamente, alzando la mano a percuoterla sulla guancia.Traversò il gabinetto, l'altra camera, lasciandosi dietro la veste una lunga traccia di sibili, che guizzavanoper la lattea dolcezza del tappeto come tante serpi di sotto ad una mina rotolata da un uragano. Sfiorò il letto, osservò le coperte respinte dal canto di Jela, la luce venata dell'alabastro come una soavità notturna fra quelle soavità quasi mattinali. Sentì la morbidezza del tappeto salirle per le gambe come una morbidezza di carni smorte, mentre la trasparenza della volta le pareva un velo gettato sul rossore inconscio delle pareti, che si preparavano ad altri rossori; sentì la forza della quercia, che aspettava gli sposi fra tutte quelle rosee delicatezze, perchè potessero tumultuarvi liberamente e ripetere i tumulti per tutti gli anni che essa durerebbe, per tutta la diversità dei rabeschi che la venavano; sentì la vivezza di quel silenzio profumato, e poi da lungi lo strido morente di una voce giovanile, eco lontana di una pellegrina, che si avvicinava all'oasi e cadeva tramortita alla vista di una tigre, mentre la belva l'aveva già traversata senza traccia, lenta sì ma fuggiasca verso il deserto ignorato dalla carovana e dai ruscelli.Aveva i capelli rabbuffati come una criniera, la bocca aperta. Si cacciò nel buio delle altre stanze, oltrepassandolo come aveva oltrepassato quella nuvola rosea illuminata dentro da un raggio prigioniero in un'urna. Non urtava nei mobili o non se ne accorgeva; spalancava le porte, sbattendovi il raso della veste, frantumandovene i sibili.Poi rientrò nella sua camera ed accese il lume.Si spogliò precipitosamente, si rimise le calze, la camicia, il busto, in un batter d'occhio come chi sfugge ad un disastro. Aveva sempre più fretta; tornò all'armadio per prendere il frustino e il cappello a cilindro. Non furono cinque minuti, era giàvestita. Si adattò il cappello allo specchio, guardandosi colle labbra tremanti, ed uscì a furia.Scese lo scalone, traversò il cortile d'onore, l'altro fino all'usciolo delle scuderie; era socchiuso, lo spalancò. Una lanterna sospesa ad una colonna bruciava, rischiarando le schiene lucenti di otto cavalli. L'odore di stalla la fermò sulla porta. Tutti i cavalli erano desti, alcuni si volsero al rumore e s'incantarono nella notturna visitatrice. Ella ebbe un sussulto. Una calma grassa sorgeva dal terreno imbevuto di concime, addensandosi nell'aria colla nebbia di tutti quegli aliti poderosi, che velavano quasi il chiarore della lanterna. I raggi separati dalla porosità del vetro vi aprivano come dei solchi, i quali si rompevano sulla noce levigata delle colonne e sulle culatte dei cavalli, rimbalzando da un ciottolo, scheggiandosi sopra una piastra di metallo, quasi senza vibrazioni sopra tutte quelle untuosità di sudore, che lo studio della pulizia non aveva se non aumentato. Bagliori di specchi parevano ondulare alle pareti, mentre la volta si oscurava in una tenebra di antro, e dinanzi ai cavalli il davanzale marmoreo della mangiatoia s'allungava in una striscia di un bianco stridente sotto le rastrelliere separate, ricurve, come tante piccole inferriate di prigione.Ida si rattenne un istante, ma non potendo in quella frenesia aver modo di riflettere, si raccolse l'abito nella mano ed avanzò. Lo stalliere dormiva in un angolo sopra una branda, la faccia contro il cuscino, vestito, i piedi senza scarpe. Gli percosse le spalle col frustino.—Ohe!—esclamò di soprassalto, alzando due occhi grossi, che non vedevano.—Sellami Febo.Alla sua voce il cavallo nitrì, Ida si rivolse. Era il quinto a destra. Ma lo stalliere seguitava a strofinarsi gli occhi per accertarsi di non sognare, ginocchioni sul letto, cercando macchinalmente coi piedi gli zoccoli.—Sellami Febo,—ella insistè seccamente.—Adesso?!—Sì.Egli si mosse.—Febo?Ida non rispose nemmeno, mentre l'altro, che aveva finalmente infilato gli zoccoli, ricomponendosi man mano, apriva una porta interna a fianco della branda, che dava nella selleria; ma si fermò ancora.—Vuole montare?—tornò a ripetere con una confidenza mezza giustificata dalla stranezza dell'ordine.—Non lo vuoi?—Io...—e un sorriso gli compì sulle labbra quella confessione della propria nullità.La fanciulla aveva un'aria così imperiosa che l'altro non aggiunse verbo; quindi entrò nella posta di Febo, mentre Ida abbassava gli occhi sopra un sasso, piegandovi nervosamente il frustino. Quell'odore di stalla la calmava. I cavalli non scalpitavano nemmeno, voltandosi ad osservarla con atti pigri, la lucerna aveva uno splendore oleoso, una misteriosità stupida per quella sonnolenza di bruti, in quel silenzio grave di un raccoglimento animale. Ma Febo fu presto sellato. Tratto tratto Matteo sbirciava la fanciulla evidentemente in preda ad una grande passione, e più bella in quell'amazone, che le guantava il busto. Dove andrebbe a quest'ora così sola? Che cosa era successo? Gli venne quasi inmente di destare Giovanni, per non essere strapazzato l'indomani, se lasciava di notte il cavallo alla signorina, ma non ebbe il coraggio di trovare una scusa, colla quale uscire cinque minuti di stalla.—Le domando dove va,—conchiuse, forzando per il barbazzale il cavallo ad indietreggiare dalla posta. Ida si appressò.—Fallo uscire: monto nel cortile,—e si mise dietro a Febo, che batteva sonoramente i ferri sul selciato, quasi spingendolo col proprio passo, mentre gli altri cavalli allungavano curiosamente la testa. Due nitrirono. Matteo si era fermato innanzi all'uscio.—Prendimi,—gli disse, impugnando le redini ed offerendoglisi, perchè la salisse in sella.—Va proprio via?—Sì.Egli l'afferrò timidamente alla cintura, piegò il ginocchio, perchè vi si poggiasse; ma Ida aveva già spiccato lo slancio e si adattava la coscia nel corno, cercando coll'altro piede la staffa. La notte era serena, Febo fremeva.—Il cancello è chiuso: debbo aspettarla?—le si rivolse aprendo un battente.—No.—Non ritorna?—No.Matteo si stupì, ma Febo aveva già infilato il collo nell'apertura, cacciandosi innanzi così furiosamente, che egli dovette spalancare tutto l'altro battente per non lasciarvisi schiacciare.—Ohep!—gridò Ida appena all'aria aperta, lanciandolo al galoppo lungo il muro, per svoltare all'angolo e correre manifestamente al cancello in fondo dello stradone.—È chiuso! è chiuso!—egli urlò, trascinato da quella furia, che finalmente scoppiava, e balzandole dietro a corsa; ma Febo correva come un cavallo fantastico. Quando egli giunse all'angolo lo vide che aveva già traversato il giardino e si precipitava contro le stagge nere di ferro, a capo del viale fiancheggiato di limoni, sui quali passava come un'ombra la bruna figura della fanciulla curva sulla sua criniera.Il cavallo era già troppo lontano; ma egli si spinse ancora correndo con tutta la forza di un ripicco e della paura per l'imminente pericolo della fanciulla, urlando, movendo più le braccia che le gambe; e la vide già in fondo, dieci passi prima di rompersi la fronte nel cancello, storcersi, deviare verso il pilastro destro, urtare nella siepe, sorvolarla di un salto e prorompere un'altra volta sulla strada maestra in un galoppo sonoro. Ida fuggiva, incitando Febo col morso e collo sprone.La strada bianca e silenziosa nella notte si perdeva lontanamente, sempre sulla riva sinistra del fiume, lambendo le case dei contadini e dei carrettieri. Era secca e senza polvere. I monti, alti e ripidi sulle sponde del fiume, le davano l'apparenza di un altro canale morto, cui il bruno notturno degli opposti boschetti cedui accresceva l'opaca chiarezza e quella malinconia di abbandono. Ella fuggiva sfrenatamente sul cavallo disteso ad una carriera, che le toglieva quasi il respiro, colle redini rilassate, la testa bassa come chi ruini contro un ostacolo. Per limitarsi la strada non vedendola, guardava innanzi alle orecchie di Febo dieci passi, l'occhio fiso su quell'immobile candore, mentre la lena precipitante dell'animale la trascinava. Colle sottane sbattute dalvento come una piccola vela sulla groppa del cavallo, mentre le premevano il grembo con una sensazione di violenza voluttuosa, e i capelli, ricacciati a ciocche dalle tempia, che le pizzicavano le orecchie di carezze, ella non pensava, non sentiva più che lo sbaraglio trionfale di quel moto. Corse sempre a quella carriera svoltando a tutte le curve, precipitando per le discese, ansando alle salite, poi irruendo ad ogni distesa della strada come se vi caricasse guerrescamente tutte le difficoltà della sua vita, aprendovi un solco di rantoli e di urli, in mezzo ai quali passava col viso smorto come il chiarore di quella strada, l'occhio vitreo e le labbra tremanti. Respirava a stento, aveva il seno gonfio.Il generoso cavallo era tutto bianco di schiuma, col ventre insanguinato. Benchè corresse da quattro miglia, non allentava l'impeto della corsa, invasato dallo spirito della fanciulla, battendo faticosamente i fianchi con un orgoglio demente, che non gli lasciava provare la stanchezza nella sonorità del proprio galoppo. Le orecchie basse, il collo teso, si respingeva la strada sotto le zampe come una larga tela, facendo uno sforzo supremo ad ogni nervosità della fanciulla, inchiodata robustamente sulla sella, ma percossa tratto tratto da un sussulto. Fortunatamente incontrarono poche birocce. I carrettieri, desti da quel rumore rovinoso, avevano appena il tempo di scansarsi e di guardare, interrompendo a mezzo la bestemmia dalla maraviglia; e vedevano una leggiera veste bruna fluttuare sulla groppa di un cavallo spaventato, e allontanarsi sonoramente attraverso la mitezza della notte e il sonno della campagna.Ma il cavallo era già invisibile, e la veste svolazzavadavanti alla loro fantasia eccitata, all'ultimo lembo della strada con una leggerezza sinistra. Ida non si era neppure accorta di loro. Due volte fu ventura se Febo non si spaccò il petto nei rotelloni delle ruote; un'altra volta strisciò contro un carro di fieno, e le raschiature alla faccia destarono la fanciulla. I contadini, che non avevano avuto il tempo di evitarla, le gettarono dietro un urlo stupefatto. Febo ansava come un mantice, e, malgrado la frenesia di quell'impeto, cominciava a rimettere della prima irruenza.Adesso la strada spesseggiava di case.Qualche villa vi avanzava i cancelli fino sul margine, qualche siepe tosata e qualche balaustra di ferro coi fanali spenti sorgeva sul fosso, qua e là irto di spini scapigliati. Più avanti un camino gigantesco forava il cielo sopra un gruppo di tettoie lucenti e prolungate; poi le case si addossavano a crocchi, molte con una leggenda commerciale a caratteri enormi fra i due piani, colle porte contigue quanto le finestre, mentre dalle griglie e dagli ornati di alcune altre s'indovinava il sobborgo. E la porta della città apparve davanti alla mole dei palazzi, delle case, delle casipole immobili nel proprio disordine; attraverso la barriera chiusa si vedeva una lunga strada punteggiata di fanali, per la quale qualche carrozza coi lampioni veniva verso il sobborgo, che aveva spento i propri, troppo povero o troppo rozzo per tale lusso di città. Lo sguardo della fanciulla entrò per la barriera, posandosi sopra un fiacchero lontano, come un uccello stracco sopra un albero. Febo s'inoltrava a mezzo galoppo, il sobborgo era deserto. Ella si gettò attorno un'occhiata: doveva essere tardi. Una calma silenziosa avvolgevaquella specie di villaggio, che aveva chiuse tutte le sue porte e le sue finestre, e nel quale non vegliava un lume, non si alzava una voce, non si moveva una figura. Tutti dormivano. I due caffè, quasi dirimpetto, si erano serrati gli usci in faccia, ed obliavano nel sonno le loro rivalità. I fondachi e le botteghe così sonore di lavoro nel giorno, si affondavano nell'ombra, mentre il catino d'ottone sulla porta del barbiere coll'incorreggibile pettegolezzo del mestiere gettava tratto tratto un riso stridulo, come la nota acuta di una maldicenza. Il galoppo di Febo tuonò. I doganieri di guardia uscirono e si fermarono contro il cancello meravigliati di quella signora sola a quell'ora; ma poichè si dirigeva evidentemente su di loro, apersero con abbastanza prontezza. La fanciulla provò una grande sensazione di quiete entrando dalla rozza barriera di legno sotto l'arco della porta spalancata. Era in città. Poi ebbe un brivido, e frenò il cavallo quasi colla circospezione del soldato, che sente l'agguato. Un orologio suonò le due e mezzo. Ella percepì nettamente gli squilli della campana, svegliandosi alla realtà di quella fuga romantica nel mezzo della strada lunga, gremita di palazzi, che avevano l'aria di chiedere curiosamente dove scenderebbe questa zingara senza casa, la quale sembrava arrivare dalla steppa sul cavallo morto di fatica. E allora, in quell'eleganza di toeletta e di cavalcatura, si sentì orribilmente sprovveduta ed abbandonata. Febo si era messo al passo, scotendo il collo con un tinnìo argentino del filone nel morso e sbuffando; la criniera gli rabbrividiva. Quindi Ida lo toccò collo sprone per sottrarsi colla fuga all'avvilimento, che le pioveva addosso da quei palazzi signorili, ma raddrizzandosi nellasua più bella posa di cavallerizza sotto gli occhi chiusi delle finestre e fra tutti gli echi di quel trotto ferrato, che le rimbalzavano intorno come inseguendola. Le poche persone attardate lungo la strada si voltavano attonitamente a guardarle dietro: ne intese alcuni dimandarsi ad alta voce il suo nome.Sempre al trotto discese la strada, svoltò a sinistra; una carrozza l'obbligò a rattenersi, vide la signora cacciare il volto dagli sportelli per esaminarla. Proseguì. Passando dinanzi ad un caffè, un crocchio di scioperati allungarono il collo, un acquavitaro colla cesta posata sopra un pilastro all'angolo di una via esclamò: ohe!, un cane le corse dietro abbaiando. Persino una finestra, che si chiudeva, tornò ad aprirsi, ed una testa si sporse a guardare. Ma la città era deserta come il sobborgo. Quei pochi rimasugli del giorno, vagolanti al lume dei fanali, raggruppati ad una porta, incerti, fantastici, pronti a scomparire col mattino, le davano ancora più un'aria di città morta. L'ombra colava pei muri, giù dalle gronde, stracciata ad intervalli dai raggi di un lampione, addensandosi nelle porte, sotto i loggiati, e si mesceva col silenzio. Nelle stazioni i fiaccheri guardavano con due grandi occhi di fiamma, rimanendo invisibili; le strade partivano dalle strade, vuote, restringendosi in una taciturnità di mal augurio e piena di attrazioni. Ida vi guardava pensando a volta a volta che avrebbe potuto cacciarvisi inutilmente ed assurdamente. Poi si sentiva più strana in quel mondo notturno, che tutti avevano abbandonato, ella che fuggiva pure da un altro mondo. Un istante ebbe paura del proprio rumore. Finalmente infilò l'ultima via e guardò il cielo: era sereno, ma anche le stelle cominciavano a ritirarsi. Feboallungò spontaneamente il trotto; la strada tortuosa e stretta era chiusa ad un cento passi dalla massa bruna di un palazzo. In un baleno vi arrivò, entrò il portone col cuore e la testa in fiamme, non accorgendosi nemmeno della stravaganza, forse dovuta alla sonnolenza del portiere, che la metà del ricco cancello a dorature fosse aperta. Il becco di un fanale antico, in ferro intagliato e a piccoli vetri ottagoni, spandeva una luce quieta; il portinaio non c'era. Il passo di Febo echeggiò sotto la volta.Ella discese precipitosamente e si cacciò per lo scalone, fermandosi sul vasto pianerottolo pieno di vasi, dinanzi a una gran porta, dalla quale pendeva un cordone rosso di seta a fiocco, e suonò. Poco dopo le fu aperto; il cameriere del duca indietreggiò stupefatto.—Il signor duca?—ella chiese appoggiandosi all'uscio.L'altro tardò a rispondere, esaminandole la faccia stravolta come da una fissazione.—Si è coricato in questo punto.—Introducetemi.Il cameriere era titubante.—Perdoni,—arrischiò,—è forse accaduto...—ma vedendo che la fanciulla si avviava già senza rispondergli:—Il signor duca è a letto.—Introducetemi.—Nella camera?Traversarono molte stanze in fretta, perchè Ida correva quasi, poi due salotti stupendamente ricchi, che ella non vide nemmeno, e il cameriere si fermò discretamente ad una porta per bussare; ma ella lo respinse con una mano, e fermandolo con un'occhiatairresistibile, aprì e se la chiuse dietro. La camera di una magnificenza principesca, lenemente illuminata, aveva un odore sottile. Rimase addossata alla porta, invisibile nello spessore del muro, rattenuta ancora da una suprema incertezza; ma la sensazione di quell'odore fu per lei la sola ben distinta. Poi si avanzò.Il duca, già in letto, aveva alzato il capo, parendogli d'intendere rumore; quindi mise un grido.—Voi?La fanciulla si fermò nel mezzo della camera, lo guardò come inebetita e cadde sopra una poltrona. La poltrona, un mobile di fantasia, era di raso bianco di un candore virginale.—Ida!—le chiese affannosamente, sedendosi sul letto senza poter rinvenire dalla meraviglia:—che cos'è?—Sono stanca.—Di dove venite?Ella chiuse gli occhi.Il duca ebbe una forte tentazione di scendere dal letto, ma non se ne fidò. Aveva solamente una camicia di seta, elegantissima. Era fuori di sè ed osservava stupidamente la fanciulla abbandonata su di una poltrona in una posa naturale di stanchezza. Ma d'improvviso ella scattò in piedi e gli si appressò.—Venite da Valdiffusa?—egli ripetè.Il duca era seduto sul letto, colla coperta di seta azzurro-cupo sul ventre e il busto dritto entro la camicia di seta paglina, legata al collo da un cordoncino, la quale gli disegnava i grugni delle spalle come una camicia da bagno inzuppata. Era gialla, e pareva ingiallita dal riverbero della sua facciaquasi irriconoscibile, così lavata da tutti gli impiastricciamenti del giorno. Aveva gli occhi sbarrati, il viso più smunto; i pochi capelli grigiastri, disordinati sulle tempia, senza quel solito riccio diplomatico ed elegante, non gli coprivano più la irradiazione delle piccole crespe dagli occhi. E le sorrideva inconsciamente, chinandosele incontro nella sua posa consueta di galanteria, senza pensare che la camicia di seta gli scopriva i peli bianchi del petto.Il cuore della fanciulla si gonfiò; le parve che tutto si squarciasse, di vedere Enrico e Jela abbracciati.—Ida!Ella gli abbassò gli occhi sul petto, ve li trattenne, poi abbassandoli ancora scorse il Fanfulla mezzo spiegato sul letto.—Vi annoiavate?—gli domandò accennandoglielo con un amaro sorriso.—Ida...Ella si sedette lassamente sulla sponda del letto e mormorò:—Annoiatemi.

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Jela era già salita sul gran letto di quercia, nascondendosi la testa sotto i lenzuoli coll'astuzia di un fagiano spaventato. Il suo corpicino, rannicchiato sotto le coperte, aveva quasi rinunciato ad ogni seduzioneper raddoppiare quelle del volto, seppellito fra un nuvolo di ricci ammassati capricciosamente sull'origliere. Non parlava più, ma si moveva a piccoli stridi, con una trepidazione piena di bruscherie ad ogni parola della Nencia, che le girava intorno come una mamma, assaporando nella propria malignità di vecchia quell'ansia suprema di un'ora unica nella vita, alla quale si tengono sempre fisi gli occhi prima di arrivarvi, e alla quale si rivolgono irresistibilmente appena passata. Ma Jela, vezzosa crisalide, nella quale il verme non presentiva la farfalla, era incapace di provare tutta la malinconica terribilità di quella agonia di un mondo poetico, che deve dissolversi al contatto della realtà senza che nemmeno un frantume possa raffigurarlo più tardi, perchè nulla della vergine sopravvive nella donna. Era tardi.

—E Ida?—chiese improvvisamente la fanciulla.

—Sarà in biblioteca.

L'altra non replicò e tornò a fissare l'uscio, pel quale la Nencia doveva uscire a spiare l'arrivo dello sposo. La vecchia, benchè reluttante, aveva dovuto consentire a questo ultimo capriccio di Jela.

—Nencia!—ella gridò, vedendola andarsene davvero dopo aver accesa la bella lampada di alabastro sopra il tavolino di madreperla; ma la vecchia, che si sentiva ingrossare il respiro ed aveva bisogno di uscire per non diventare più bambina di Jela, le fe' un gesto supremo di addio. Senonchè aveva ancora la gruccia in mano quando, ricacciata da un impeto di tenerezza dentro la camera, tornò al letto.

Jela aveva i goccioloni agli occhi:

—Sta qui,—balbettò:—senti, va di là nel salottino.

—Sì.

—Se entra all'improvviso mi vien male. Come mi batte il cuore, mamma, mamma!—ripetè, congiungendole le mani sul collo e guardandola con una adorabile desolazione.—Mi vuoi bene anche tu, come lui? Se partiamo posdomani, ti voglio con me.

—Ma andiamo dunque...—insisteva l'altra, cercando di dissimulare la propria emozione:—che cosa è poi mai? Il signor conte...

—Pss...—l'interruppe, mettendole una mano sulla bocca.

Questa volta fu l'ultima, e la Nencia uscì. Però quel capriccio di costringerla ad aspettare così in agguato non le pareva senza pericolo, se il conte dovesse crederla un'oscena malignità e negarle quindi un posto nella nuova casa maritale. A questo solo pensiero la vecchia si sentiva strozzare. Depose la candela sopra il tavolo e, sulle punte dei piedi, incollò l'orecchio al buco della serratura. Le sembrò d'intendere un sospiro. Attese, credette d'ingannarsi, ma un fruscìo di sibili seguì quel respiro, facendola palpitare di meraviglia. Nel salottino del bagno tutto era buio e silenzio. La vecchia rimase appiccicata all'uscio, indecisa, tornò ad attendere. Per un istante il pensiero le corse a Ida, la quale aveva pianto tutto il giorno per l'invidia del matrimonio di Jela, quasi per unire quel pianto e quel sospiro; ma un secondo sospiro (questa volta era sicura del proprio orecchio) le fece perdere il filo di ogni congettura. Quindi raddrizzandosi indolenzita, gittò senza volerlo per gli scuri socchiusi gli sguardi fuori del cortile, e vide i finestroni della biblioteca illuminati.

—È là dentro,—brontolò con gioia beffarda,pensando che Jela era nell'altra camera ad aspettare lo sposo.

Ma in quella lo scocco d'una porta lontana martellò; la vecchia, percossa da un brivido, non udì un altro fruscìo più distinto. Furono pochi istanti di una profonda ansietà: poi si distinse uno strascico leggero di passi.

—Il signor conte, che viene!

Non aveva ancora finito questo pensiero e cominciato l'altro di rientrare nella camera di Jela, che un rumore più vivo nel salotto la rattenne. Il lume del notturno visitatore passava già sotto l'uscio. La vecchia era tutta una vibrazione, aspettandosi a qualche cosa senza sapere che, nè perchè.

Un'onda di luce ruppe nel salotto e il conte apparve sulla soglia in veste di seta azzurra, con una bugia in mano. Era senza cravatta, ben pettinato. Ad un sibilo stridente, questa volta di un abito, si volse bruscamente. Ida livida, coi capelli disordinati, sorgeva dietro lo specchio, più nera dell'ombra, nella quale s'avvolgeva, inoltrandosi verso di lui come un fantasma.

Gli sbarrò il passo lentamente e, tendendogli la mano, mormorò:

—Aspetto.

Egli non comprese quella semplice parola, e la guardò attonitamente.

—Vi aspetto da due ore,—ripetè con voce vellutata ma fremente, la mano sempre tesa verso la sua.

—Che cosa volete?

—Voi.

—Qui... siete pazza?

—Vi aspetto,—insistè, cacciandogli dentro gli occhi tutta la fiamma de' propri in un razzo, che lo fe' quasi retrocedere.

Il conte ebbe un brivido d'impazienza.

—Non sono due ore, sono tre mesi che aspetto.

Egli si guardò attorno cautamente, quindi abbassò ancora più la voce:

—Siete pazza?

—Vi amo.

—Ma è impossibile! Se vi sentissero...

—Non sentono: vi ho già detto che vi amo, e non avete sentito.

—Sì, piano!

Ida gli prese la mano, gliela strinse fortemente, ed appressandogli il volto al volto in quella corrucciata lassitudine del desiderio, glielo lambì collo sguardo.

—Mi credi?—ella balbettò agitando la testa.

—Piano,—si affrettò, vedendola rannuvolarsi e temendo uno scoppio.

—Ti amo come posso amare solamente io. Questa veste l'ho fatta per te: guardami come sono vestita,—ripetè mirandosi il seno, che le trepidava nudo nel vano di due o tre uncinetti. Ma ad un tratto s'illanguidì e, posandogli l'altra mano sulla mano, che già gli serrava, cogli occhi socchiusi, abbandonata entro quella veste troppo ampia, che aveva dei panneggiamenti da statua, balbettò dopo una pausa:

—Come sei bello!

Egli era stordito. Quella aggressione in un momento già difficile, sulla soglia della camera nuziale, preparata da ore con un rischio da pazza, fredda e voluttuosa, lo sbaragliava. Ida non aveva più paura dello scandalo. A questo punto lo amava troppo. La sua passione lungamente soffocata le aveva fatto saltare la ragione, bruciandole il cuore. Era pazza per lui, era bella.

—Vieni,—ella gli disse a bassa voce ma imperiosa, attirandolo sopra una poltrona.

—Ma, Ida...

—Hai paura? Che importa? Io non ne ho, ti amo. Credi che avrei potuto lasciarti entrare questa notte in quella camera, e avrei dormito? Non lo sai dunque cosa sia una passione! Non sono stata abbastanza forte per impedirti questo matrimonio, perchè non sono ricca, e non si sposano che le ereditiere,—proseguì con straziante sarcasmo,—ma posso ancora disputarti. Intanto non entrerai in quella camera, adesso.

Egli ebbe come un sorriso d'orgoglio negli occhi.

—Ti voglio,—ella seguitò colla moina irresistibile della ostinazione, che sa di trionfare,—ti voglio prima di lei. Ella è ricca ed avrà il marito, ma io voglio l'amante, qui, sulla soglia della sua camera nuziale. Non è degna di te: sei troppo bello! Sono due ore che ti aspetto col mio abito da nozze, nero come la mia vita. Quando lo cucivo, ogni punto era una carezza per te; mi devi un bacio per punto.

E la sua voce sempre velata si affievolì; tremava di febbre e di freddo. Poi cadde ad un tratto sotto un dolore così scoraggiato, che egli se la sentì quasi rovesciare addosso. La sua fronte, ancora corrugata dallo sforzo di quella scena, aveva una bianchezza strana, colle pupille sbarrate che le divoravano quasi la faccia, e i denti più bianchi della neve, che le brillavano dietro le labbra come di un grande desiderio goloso. In quella stretta voluttuosa sembrava soverchiarlo con tutto il capo, con una passione di leonessa intenerita. Tutte le forze le si erano allentate, mentre l'ubbriachezza dell'odio risolvendosi le lasciava nei nervi un gran bisogno di calma.

Teneva sempre il conte per mano assorbendogli nel calore del contatto la sua rosea vita di aristocratico e perdendola soavemente nel proprio spirito, dove le tempeste viaggiavano per sconfinate opacità. Allora le parve di avere la stessa visione di Faust, e paragonandosi involontariamente con quel mitico spirito, pronunciò nel pensiero le parole desolanti della sua sfida con Mefistofele:

Se avvien che io dica all'attimo fuggente:Arrestati, sei bello...,

accorgendosi che il suo attimo bello era passato e la morte le aveva buttato nel sorriso di quella visione il proprio compenso. Quindi sorpresa da un nuovo avvilimento, chiuse gli occhi e gli abbandonò la mano. Il conte, lusingato ma del pari atterrito dallo scandalo di quella scena, credette giunto il momento della ragione.

Sommessamente colla sua voce più dolce:

—Ritiratevi,—mormorò.

—Del voi?—proruppe la fanciulla, richiamata da quella sola parola al tumulto della realtà.

—Quando ci avrete pensato, capirete che ho ragione. È tardi.

—Avete dunque fretta?

Il suo silenzio l'inasprì.

—Ebbene, andate,—disse con un impeto sdegnoso di disprezzo,—che trasse un gran peso dal cuore della Nencia.

Sulle prime ella aveva quasi temuto che il conte cedesse alla capziosa ferocia di quell'assalto, e non ne perdeva nè una sillaba, nè un gesto; ma la scena era talmente bizzarra, che il suo odio stesso per la fanciulla ammutoliva. Quindi non intese Jela socchiuderemaliziosamente l'uscio arretrandosi stupita nell'osservarla ginocchioni in quell'atteggiamento di una sorpresa. Era in camicia, scalza, camminando sulle punte dei piedi, un labbro fra i denti per rattenere la risata, che le sprizzava dagli occhi; ma le stava oramai sopra, che l'ultima parola di Ida la colpì. Rimase sospesa, agghiacciata, poi un respiro della Nencia l'attrasse, e piegandosele precipitosamente sulla spalla, la urtò per prendere il suo posto al buco.

La Nencia giunse appena a frenare un urlo.

—No,—brontolò, contendendole la serratura ed impallidendo ella stessa al pallore della fanciulla.

—L'ami dunque molto?—s'intese la voce stridente di Ida, che gli aveva riafferrato la mano.

—Piano.

—È vergine, l'ami per questo? Lo sono anch'io, non perdi nulla nel cambio, ma bada che in quella camera non c'entri. Se mi sfuggissi, sarei capace di inseguirti. Sarò la tua sposa di questa notte, una notte sola per tutta la mia vita! su questa poltrona, che non dirà nulla domani, giacchè tu hai paura. Tu sei un uomo, tu! Spegneremo il lume, non parleremo. Oh! non temere, non urlerò. Sono forte io, mi lascerò uccidere senza un lamento... Mi ami?—seguitò,—che cosa ti costa il confessarmelo? Jela non saprà morire: domani notte farai il confronto, e mi amerai di più. Vi sono ancora dei gladiatori: vedrai come muoiono le vergini!—Ed appoggiandogli una mano sulla spalla, così che i capelli delle loro fronti si toccavano e la fiamma del suo alito gli bruciava le gote, esclamò come se le sfuggissero le parole:

—Non puoi amare tu! sei troppo bello: la passioneti guasterebbe. Tu devi salire sull'amore come su di un piedistallo, e lasciarti ammirare. Ad Atene ti avrebbero votata una statua, io te ne offro un'altra.

Ma questa volta, accompagnando l'atto alla parola, gli si sospese al collo con un bacio. Egli già scosso dall'impeto di quelle frasi tentennò, fece un passo addietro con tutto il suo peso nel petto, così soffocato da quell'abbraccio, che per reggersi dovette respingerle il seno col seno, cingendole col braccio libero la vita.

Ida cedette senza lentare la presa, le loro teste si dibatterono un istante, quando un grido li percosse, e Jela, spalancando l'uscio del gabinetto nell'urlo supremo di una follia, corse ad Enrico, e senza che nessuno dei tre se ne accorgesse gli si attaccò al collo, mentre Ida saltava indietro spaventata.

La Nencia si affacciò sulla porta.

Ida era verde. Vide la vecchia, e in un baleno credette di aver tutto compreso. La sua anima diè un balzo, ma un singhiozzo di Jela l'arrestò. La fanciulla abbandonata sulla spalla di Enrico, il volto sul suo collo, piangeva stupidamente. La camicia troppo fina la lasciava quasi in una nudità da bagno, coi piedi scalzi sul tappeto, una spalla nuda sino alla sommità del seno, e le mani congiunte disperatamente dietro la testa di lui nell'atteggiamento di un terrore fanciullesco ed immenso. La candela del conte, bruciandole quasi una ciocca di capelli dietro il collo, dava alla leggerezza della sua camicia la diafanità di un velo, che le trasparenze rosee della pelle macchiavano lungo il dosso e sui lombi.

La Nencia mosse un passo verso il conte. Egli se ne accorse, quindi sdegnato della confusione di quella sorpresa, nella quale entravano perfino i domestici,si rivolse obliquamente a Ida. Questa sentì la freddezza egoistica del suo dispetto e gli gettò l'ironia di un sogghigno, che cadde su Jela come uno schiaffo.

—Uscite,—egli rispose con un'occhiata, mentre la Nencia si avanzava d'un altro passo. Ida capì, ma erse il capo ed incrociò le braccia. Tutto era perduto. Non le restava più che una ignobile fuga, per il più triste dei motivi, da quella casa dove era stata accolta come una sorella, e donde aveva sperato innalzarsi ancora ad altri palazzi. Però quella stessa disperazione di tutto, invece di scombuiarla, la calmò. Quindi attese il risveglio di Jela nella tensione dello schermitore ferito, che vuole con un ultimo colpo ammazzare l'avversario. Era tremante e superba. Jela alzò lentamente il volto, e senza abbandonare il collo dello sposo, si rivolse come trasognata. I loro sguardi si sbatterono. Jela palpitò e dovette staccare i propri, ma l'orgoglio, che l'aristocrazia della razza e dell'educazione le aveva deposto nell'anima, vibrò in quel minuto. Li risollevò prontamente e dimenticandosi di essere scalza, seminuda, le additò con un'incredibile nobiltà di gesto la porta del suo stesso appartamento.

Ida accennò di sì col capo, ma invece di dirigersi all'uscio le venne innanzi foscamente.

—Avete vinto!—disse staccando sonoramente le sillabe.

Quindi la strinse in un'occhiata fiammeggiante, la scaraventò lontano, e voltandole le spalle passò davanti alla Nencia. La vecchia le sbarrò la soglia.

—Indietro, villana!—ruggì soffocatamente, alzando la mano a percuoterla sulla guancia.

Traversò il gabinetto, l'altra camera, lasciandosi dietro la veste una lunga traccia di sibili, che guizzavanoper la lattea dolcezza del tappeto come tante serpi di sotto ad una mina rotolata da un uragano. Sfiorò il letto, osservò le coperte respinte dal canto di Jela, la luce venata dell'alabastro come una soavità notturna fra quelle soavità quasi mattinali. Sentì la morbidezza del tappeto salirle per le gambe come una morbidezza di carni smorte, mentre la trasparenza della volta le pareva un velo gettato sul rossore inconscio delle pareti, che si preparavano ad altri rossori; sentì la forza della quercia, che aspettava gli sposi fra tutte quelle rosee delicatezze, perchè potessero tumultuarvi liberamente e ripetere i tumulti per tutti gli anni che essa durerebbe, per tutta la diversità dei rabeschi che la venavano; sentì la vivezza di quel silenzio profumato, e poi da lungi lo strido morente di una voce giovanile, eco lontana di una pellegrina, che si avvicinava all'oasi e cadeva tramortita alla vista di una tigre, mentre la belva l'aveva già traversata senza traccia, lenta sì ma fuggiasca verso il deserto ignorato dalla carovana e dai ruscelli.

Aveva i capelli rabbuffati come una criniera, la bocca aperta. Si cacciò nel buio delle altre stanze, oltrepassandolo come aveva oltrepassato quella nuvola rosea illuminata dentro da un raggio prigioniero in un'urna. Non urtava nei mobili o non se ne accorgeva; spalancava le porte, sbattendovi il raso della veste, frantumandovene i sibili.

Poi rientrò nella sua camera ed accese il lume.

Si spogliò precipitosamente, si rimise le calze, la camicia, il busto, in un batter d'occhio come chi sfugge ad un disastro. Aveva sempre più fretta; tornò all'armadio per prendere il frustino e il cappello a cilindro. Non furono cinque minuti, era giàvestita. Si adattò il cappello allo specchio, guardandosi colle labbra tremanti, ed uscì a furia.

Scese lo scalone, traversò il cortile d'onore, l'altro fino all'usciolo delle scuderie; era socchiuso, lo spalancò. Una lanterna sospesa ad una colonna bruciava, rischiarando le schiene lucenti di otto cavalli. L'odore di stalla la fermò sulla porta. Tutti i cavalli erano desti, alcuni si volsero al rumore e s'incantarono nella notturna visitatrice. Ella ebbe un sussulto. Una calma grassa sorgeva dal terreno imbevuto di concime, addensandosi nell'aria colla nebbia di tutti quegli aliti poderosi, che velavano quasi il chiarore della lanterna. I raggi separati dalla porosità del vetro vi aprivano come dei solchi, i quali si rompevano sulla noce levigata delle colonne e sulle culatte dei cavalli, rimbalzando da un ciottolo, scheggiandosi sopra una piastra di metallo, quasi senza vibrazioni sopra tutte quelle untuosità di sudore, che lo studio della pulizia non aveva se non aumentato. Bagliori di specchi parevano ondulare alle pareti, mentre la volta si oscurava in una tenebra di antro, e dinanzi ai cavalli il davanzale marmoreo della mangiatoia s'allungava in una striscia di un bianco stridente sotto le rastrelliere separate, ricurve, come tante piccole inferriate di prigione.

Ida si rattenne un istante, ma non potendo in quella frenesia aver modo di riflettere, si raccolse l'abito nella mano ed avanzò. Lo stalliere dormiva in un angolo sopra una branda, la faccia contro il cuscino, vestito, i piedi senza scarpe. Gli percosse le spalle col frustino.

—Ohe!—esclamò di soprassalto, alzando due occhi grossi, che non vedevano.

—Sellami Febo.

Alla sua voce il cavallo nitrì, Ida si rivolse. Era il quinto a destra. Ma lo stalliere seguitava a strofinarsi gli occhi per accertarsi di non sognare, ginocchioni sul letto, cercando macchinalmente coi piedi gli zoccoli.

—Sellami Febo,—ella insistè seccamente.

—Adesso?!

—Sì.

Egli si mosse.

—Febo?

Ida non rispose nemmeno, mentre l'altro, che aveva finalmente infilato gli zoccoli, ricomponendosi man mano, apriva una porta interna a fianco della branda, che dava nella selleria; ma si fermò ancora.

—Vuole montare?—tornò a ripetere con una confidenza mezza giustificata dalla stranezza dell'ordine.

—Non lo vuoi?

—Io...—e un sorriso gli compì sulle labbra quella confessione della propria nullità.

La fanciulla aveva un'aria così imperiosa che l'altro non aggiunse verbo; quindi entrò nella posta di Febo, mentre Ida abbassava gli occhi sopra un sasso, piegandovi nervosamente il frustino. Quell'odore di stalla la calmava. I cavalli non scalpitavano nemmeno, voltandosi ad osservarla con atti pigri, la lucerna aveva uno splendore oleoso, una misteriosità stupida per quella sonnolenza di bruti, in quel silenzio grave di un raccoglimento animale. Ma Febo fu presto sellato. Tratto tratto Matteo sbirciava la fanciulla evidentemente in preda ad una grande passione, e più bella in quell'amazone, che le guantava il busto. Dove andrebbe a quest'ora così sola? Che cosa era successo? Gli venne quasi inmente di destare Giovanni, per non essere strapazzato l'indomani, se lasciava di notte il cavallo alla signorina, ma non ebbe il coraggio di trovare una scusa, colla quale uscire cinque minuti di stalla.

—Le domando dove va,—conchiuse, forzando per il barbazzale il cavallo ad indietreggiare dalla posta. Ida si appressò.

—Fallo uscire: monto nel cortile,—e si mise dietro a Febo, che batteva sonoramente i ferri sul selciato, quasi spingendolo col proprio passo, mentre gli altri cavalli allungavano curiosamente la testa. Due nitrirono. Matteo si era fermato innanzi all'uscio.

—Prendimi,—gli disse, impugnando le redini ed offerendoglisi, perchè la salisse in sella.

—Va proprio via?

—Sì.

Egli l'afferrò timidamente alla cintura, piegò il ginocchio, perchè vi si poggiasse; ma Ida aveva già spiccato lo slancio e si adattava la coscia nel corno, cercando coll'altro piede la staffa. La notte era serena, Febo fremeva.

—Il cancello è chiuso: debbo aspettarla?—le si rivolse aprendo un battente.

—No.

—Non ritorna?

—No.

Matteo si stupì, ma Febo aveva già infilato il collo nell'apertura, cacciandosi innanzi così furiosamente, che egli dovette spalancare tutto l'altro battente per non lasciarvisi schiacciare.

—Ohep!—gridò Ida appena all'aria aperta, lanciandolo al galoppo lungo il muro, per svoltare all'angolo e correre manifestamente al cancello in fondo dello stradone.

—È chiuso! è chiuso!—egli urlò, trascinato da quella furia, che finalmente scoppiava, e balzandole dietro a corsa; ma Febo correva come un cavallo fantastico. Quando egli giunse all'angolo lo vide che aveva già traversato il giardino e si precipitava contro le stagge nere di ferro, a capo del viale fiancheggiato di limoni, sui quali passava come un'ombra la bruna figura della fanciulla curva sulla sua criniera.

Il cavallo era già troppo lontano; ma egli si spinse ancora correndo con tutta la forza di un ripicco e della paura per l'imminente pericolo della fanciulla, urlando, movendo più le braccia che le gambe; e la vide già in fondo, dieci passi prima di rompersi la fronte nel cancello, storcersi, deviare verso il pilastro destro, urtare nella siepe, sorvolarla di un salto e prorompere un'altra volta sulla strada maestra in un galoppo sonoro. Ida fuggiva, incitando Febo col morso e collo sprone.

La strada bianca e silenziosa nella notte si perdeva lontanamente, sempre sulla riva sinistra del fiume, lambendo le case dei contadini e dei carrettieri. Era secca e senza polvere. I monti, alti e ripidi sulle sponde del fiume, le davano l'apparenza di un altro canale morto, cui il bruno notturno degli opposti boschetti cedui accresceva l'opaca chiarezza e quella malinconia di abbandono. Ella fuggiva sfrenatamente sul cavallo disteso ad una carriera, che le toglieva quasi il respiro, colle redini rilassate, la testa bassa come chi ruini contro un ostacolo. Per limitarsi la strada non vedendola, guardava innanzi alle orecchie di Febo dieci passi, l'occhio fiso su quell'immobile candore, mentre la lena precipitante dell'animale la trascinava. Colle sottane sbattute dalvento come una piccola vela sulla groppa del cavallo, mentre le premevano il grembo con una sensazione di violenza voluttuosa, e i capelli, ricacciati a ciocche dalle tempia, che le pizzicavano le orecchie di carezze, ella non pensava, non sentiva più che lo sbaraglio trionfale di quel moto. Corse sempre a quella carriera svoltando a tutte le curve, precipitando per le discese, ansando alle salite, poi irruendo ad ogni distesa della strada come se vi caricasse guerrescamente tutte le difficoltà della sua vita, aprendovi un solco di rantoli e di urli, in mezzo ai quali passava col viso smorto come il chiarore di quella strada, l'occhio vitreo e le labbra tremanti. Respirava a stento, aveva il seno gonfio.

Il generoso cavallo era tutto bianco di schiuma, col ventre insanguinato. Benchè corresse da quattro miglia, non allentava l'impeto della corsa, invasato dallo spirito della fanciulla, battendo faticosamente i fianchi con un orgoglio demente, che non gli lasciava provare la stanchezza nella sonorità del proprio galoppo. Le orecchie basse, il collo teso, si respingeva la strada sotto le zampe come una larga tela, facendo uno sforzo supremo ad ogni nervosità della fanciulla, inchiodata robustamente sulla sella, ma percossa tratto tratto da un sussulto. Fortunatamente incontrarono poche birocce. I carrettieri, desti da quel rumore rovinoso, avevano appena il tempo di scansarsi e di guardare, interrompendo a mezzo la bestemmia dalla maraviglia; e vedevano una leggiera veste bruna fluttuare sulla groppa di un cavallo spaventato, e allontanarsi sonoramente attraverso la mitezza della notte e il sonno della campagna.

Ma il cavallo era già invisibile, e la veste svolazzavadavanti alla loro fantasia eccitata, all'ultimo lembo della strada con una leggerezza sinistra. Ida non si era neppure accorta di loro. Due volte fu ventura se Febo non si spaccò il petto nei rotelloni delle ruote; un'altra volta strisciò contro un carro di fieno, e le raschiature alla faccia destarono la fanciulla. I contadini, che non avevano avuto il tempo di evitarla, le gettarono dietro un urlo stupefatto. Febo ansava come un mantice, e, malgrado la frenesia di quell'impeto, cominciava a rimettere della prima irruenza.

Adesso la strada spesseggiava di case.

Qualche villa vi avanzava i cancelli fino sul margine, qualche siepe tosata e qualche balaustra di ferro coi fanali spenti sorgeva sul fosso, qua e là irto di spini scapigliati. Più avanti un camino gigantesco forava il cielo sopra un gruppo di tettoie lucenti e prolungate; poi le case si addossavano a crocchi, molte con una leggenda commerciale a caratteri enormi fra i due piani, colle porte contigue quanto le finestre, mentre dalle griglie e dagli ornati di alcune altre s'indovinava il sobborgo. E la porta della città apparve davanti alla mole dei palazzi, delle case, delle casipole immobili nel proprio disordine; attraverso la barriera chiusa si vedeva una lunga strada punteggiata di fanali, per la quale qualche carrozza coi lampioni veniva verso il sobborgo, che aveva spento i propri, troppo povero o troppo rozzo per tale lusso di città. Lo sguardo della fanciulla entrò per la barriera, posandosi sopra un fiacchero lontano, come un uccello stracco sopra un albero. Febo s'inoltrava a mezzo galoppo, il sobborgo era deserto. Ella si gettò attorno un'occhiata: doveva essere tardi. Una calma silenziosa avvolgevaquella specie di villaggio, che aveva chiuse tutte le sue porte e le sue finestre, e nel quale non vegliava un lume, non si alzava una voce, non si moveva una figura. Tutti dormivano. I due caffè, quasi dirimpetto, si erano serrati gli usci in faccia, ed obliavano nel sonno le loro rivalità. I fondachi e le botteghe così sonore di lavoro nel giorno, si affondavano nell'ombra, mentre il catino d'ottone sulla porta del barbiere coll'incorreggibile pettegolezzo del mestiere gettava tratto tratto un riso stridulo, come la nota acuta di una maldicenza. Il galoppo di Febo tuonò. I doganieri di guardia uscirono e si fermarono contro il cancello meravigliati di quella signora sola a quell'ora; ma poichè si dirigeva evidentemente su di loro, apersero con abbastanza prontezza. La fanciulla provò una grande sensazione di quiete entrando dalla rozza barriera di legno sotto l'arco della porta spalancata. Era in città. Poi ebbe un brivido, e frenò il cavallo quasi colla circospezione del soldato, che sente l'agguato. Un orologio suonò le due e mezzo. Ella percepì nettamente gli squilli della campana, svegliandosi alla realtà di quella fuga romantica nel mezzo della strada lunga, gremita di palazzi, che avevano l'aria di chiedere curiosamente dove scenderebbe questa zingara senza casa, la quale sembrava arrivare dalla steppa sul cavallo morto di fatica. E allora, in quell'eleganza di toeletta e di cavalcatura, si sentì orribilmente sprovveduta ed abbandonata. Febo si era messo al passo, scotendo il collo con un tinnìo argentino del filone nel morso e sbuffando; la criniera gli rabbrividiva. Quindi Ida lo toccò collo sprone per sottrarsi colla fuga all'avvilimento, che le pioveva addosso da quei palazzi signorili, ma raddrizzandosi nellasua più bella posa di cavallerizza sotto gli occhi chiusi delle finestre e fra tutti gli echi di quel trotto ferrato, che le rimbalzavano intorno come inseguendola. Le poche persone attardate lungo la strada si voltavano attonitamente a guardarle dietro: ne intese alcuni dimandarsi ad alta voce il suo nome.

Sempre al trotto discese la strada, svoltò a sinistra; una carrozza l'obbligò a rattenersi, vide la signora cacciare il volto dagli sportelli per esaminarla. Proseguì. Passando dinanzi ad un caffè, un crocchio di scioperati allungarono il collo, un acquavitaro colla cesta posata sopra un pilastro all'angolo di una via esclamò: ohe!, un cane le corse dietro abbaiando. Persino una finestra, che si chiudeva, tornò ad aprirsi, ed una testa si sporse a guardare. Ma la città era deserta come il sobborgo. Quei pochi rimasugli del giorno, vagolanti al lume dei fanali, raggruppati ad una porta, incerti, fantastici, pronti a scomparire col mattino, le davano ancora più un'aria di città morta. L'ombra colava pei muri, giù dalle gronde, stracciata ad intervalli dai raggi di un lampione, addensandosi nelle porte, sotto i loggiati, e si mesceva col silenzio. Nelle stazioni i fiaccheri guardavano con due grandi occhi di fiamma, rimanendo invisibili; le strade partivano dalle strade, vuote, restringendosi in una taciturnità di mal augurio e piena di attrazioni. Ida vi guardava pensando a volta a volta che avrebbe potuto cacciarvisi inutilmente ed assurdamente. Poi si sentiva più strana in quel mondo notturno, che tutti avevano abbandonato, ella che fuggiva pure da un altro mondo. Un istante ebbe paura del proprio rumore. Finalmente infilò l'ultima via e guardò il cielo: era sereno, ma anche le stelle cominciavano a ritirarsi. Feboallungò spontaneamente il trotto; la strada tortuosa e stretta era chiusa ad un cento passi dalla massa bruna di un palazzo. In un baleno vi arrivò, entrò il portone col cuore e la testa in fiamme, non accorgendosi nemmeno della stravaganza, forse dovuta alla sonnolenza del portiere, che la metà del ricco cancello a dorature fosse aperta. Il becco di un fanale antico, in ferro intagliato e a piccoli vetri ottagoni, spandeva una luce quieta; il portinaio non c'era. Il passo di Febo echeggiò sotto la volta.

Ella discese precipitosamente e si cacciò per lo scalone, fermandosi sul vasto pianerottolo pieno di vasi, dinanzi a una gran porta, dalla quale pendeva un cordone rosso di seta a fiocco, e suonò. Poco dopo le fu aperto; il cameriere del duca indietreggiò stupefatto.

—Il signor duca?—ella chiese appoggiandosi all'uscio.

L'altro tardò a rispondere, esaminandole la faccia stravolta come da una fissazione.

—Si è coricato in questo punto.

—Introducetemi.

Il cameriere era titubante.

—Perdoni,—arrischiò,—è forse accaduto...—ma vedendo che la fanciulla si avviava già senza rispondergli:

—Il signor duca è a letto.

—Introducetemi.

—Nella camera?

Traversarono molte stanze in fretta, perchè Ida correva quasi, poi due salotti stupendamente ricchi, che ella non vide nemmeno, e il cameriere si fermò discretamente ad una porta per bussare; ma ella lo respinse con una mano, e fermandolo con un'occhiatairresistibile, aprì e se la chiuse dietro. La camera di una magnificenza principesca, lenemente illuminata, aveva un odore sottile. Rimase addossata alla porta, invisibile nello spessore del muro, rattenuta ancora da una suprema incertezza; ma la sensazione di quell'odore fu per lei la sola ben distinta. Poi si avanzò.

Il duca, già in letto, aveva alzato il capo, parendogli d'intendere rumore; quindi mise un grido.

—Voi?

La fanciulla si fermò nel mezzo della camera, lo guardò come inebetita e cadde sopra una poltrona. La poltrona, un mobile di fantasia, era di raso bianco di un candore virginale.

—Ida!—le chiese affannosamente, sedendosi sul letto senza poter rinvenire dalla meraviglia:—che cos'è?

—Sono stanca.

—Di dove venite?

Ella chiuse gli occhi.

Il duca ebbe una forte tentazione di scendere dal letto, ma non se ne fidò. Aveva solamente una camicia di seta, elegantissima. Era fuori di sè ed osservava stupidamente la fanciulla abbandonata su di una poltrona in una posa naturale di stanchezza. Ma d'improvviso ella scattò in piedi e gli si appressò.

—Venite da Valdiffusa?—egli ripetè.

Il duca era seduto sul letto, colla coperta di seta azzurro-cupo sul ventre e il busto dritto entro la camicia di seta paglina, legata al collo da un cordoncino, la quale gli disegnava i grugni delle spalle come una camicia da bagno inzuppata. Era gialla, e pareva ingiallita dal riverbero della sua facciaquasi irriconoscibile, così lavata da tutti gli impiastricciamenti del giorno. Aveva gli occhi sbarrati, il viso più smunto; i pochi capelli grigiastri, disordinati sulle tempia, senza quel solito riccio diplomatico ed elegante, non gli coprivano più la irradiazione delle piccole crespe dagli occhi. E le sorrideva inconsciamente, chinandosele incontro nella sua posa consueta di galanteria, senza pensare che la camicia di seta gli scopriva i peli bianchi del petto.

Il cuore della fanciulla si gonfiò; le parve che tutto si squarciasse, di vedere Enrico e Jela abbracciati.

—Ida!

Ella gli abbassò gli occhi sul petto, ve li trattenne, poi abbassandoli ancora scorse il Fanfulla mezzo spiegato sul letto.

—Vi annoiavate?—gli domandò accennandoglielo con un amaro sorriso.

—Ida...

Ella si sedette lassamente sulla sponda del letto e mormorò:

—Annoiatemi.


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