ALBERTO.

ALBERTO.

Era bello vedere il giardino della piazza d'Azeglio la sera d'una giornata di primavera, due anni fa, quando Firenze era ancora Capitale. Vi convenivano centinaia di fanciulli, molti di famiglie fiorentine, la più parte di famiglie d'impiegati d'ogni provincia; era il ritrovo delle Italiane e degl'Italiani più piccini e più belli che avevano condotti in quella città il Parlamento, i Ministeri e l'altre istituzioni dello Stato, il fiore dell'innocenza e della gaiezza della Capitale. Le madri, le governanti, le bambinaie stavan sedute sulle panche a destra e a sinistra dei viali; i bambini correvano in mezzo; nel centro del giardino sonava la banda. Fino all'imbrunire era un moto e un gridarecontinuo. Frotte di ragazzi uscivano di dietro ai cespugli, si sparpagliavano ridendo, s'inseguivano e ridevano, correvano a giri e rigiri come le rondini, e ridevano sempre, cadevano, sempre ridendo, e si rialzavano, e ricominciavano a darsi dietro. Qua una bimba perdeva il pettine, là un'altra la pezzuola, qualcuna si fermava per farsi riabbottonare lo stivaletto. Da un lato all'altro dei viali si chiamavano ad alta voce, e in un momento si sentivano cento nomi di santi, di guerrieri, d'imperatori, di poeti: — Maria! Ettore! Pompeo! — Non si capivan tutti fra loro. — Che hai detto? — domandava una toscana, chinandosi verso una lombarda che le aveva diretto la parola passando. Formavan dei cerchi a dieci insieme tenendosi per mano, e si mettevano a girare, e andavano tutti a gambe levate, e alle bambine più grandi si scioglievano i lunghi capelli, e le piccine piangevano. Tratto tratto, due che s'erano bisticciati andavano a chieder giustizia, seguiti da un piccolo drappello di curiosi, al tribunale di qualche mamma seduta in disparte. Altri, spossati dalla corsa, col viso infiammato, ansanti, riposavano sull'erba fin che avessero ripreso nuova lena per ritornare ai giuochi. E lontano, tra le siepie gli alberi, si vedevano altre frotte di bambini biancheggiare un momento, poi sparire, poi riapparire; e da ogni parte si alzavano voci di gioia, di rimprovero, di meraviglia, di comando, e ad ogni passo si udivano accenti diversi che, richiamando alla memoria le diverse provincie, facevano passar dinanzi agli occhi una sequela rapidissima di visioni: il Canal grande, il Vesuvio, San Pietro, Superga. Il giardino Massimo d'Azeglio faceva esclamare, quasi con un senso nuovo di maraviglia e di piacere: — Oh qui si vede che l'Italia è fatta davvero! —

Una sera d'aprile del 1870, in una parte del giardino, dove il formicolìo dei fanciulli era più fitto, stava seduto sur una panca, solo, colle braccia incrociate sul petto, un giovane sui vent'anni, decentemente vestito, d'aspetto malaticcio, che pareva che dormisse. Stava appoggiato col capo all'indietro, come se guardasse il cielo. A un tratto, essendosi mosso leggermente per prendere un atteggiamento più comodo, gli cadde il cappello dietro la panca, e dal cappello saltò fuori un non so che di forma quadrata e di color rosso, simile a quelle buste, in cui si mettono le carte geografiche. Egli non se ne accorse e continuò a dormire. Alcuni ragazzi,passando, urtarono coi piedi in quell'oggetto e lo spinsero cinque o sei passi più in là.

Dopo alcuni minuti il giovane si svegliò, e accortosi di avere il capo scoperto balzò in piedi e guardò intorno. Vide il cappello, lo prese, vi guardò dentro, si turbò, e cominciò a cercare attentamente intorno alla panca.

Poi si fermò, e voltando gli occhi in giro, dimandò con voce inquieta: — C'è nessuno che abbia visto qui, accanto alla panca, un oggetto rosso, grande così, di cartone? —

Due o tre donne si voltarono.

— Vorrebbero farmi la gentilezza, — soggiunse il giovane, — di domandare ai loro bambini? —

Le donne rivolsero qualche domanda a mezza voce ai bambini che avevano intorno, e poi fecero cenno di no.

— Perdonino, — ripigliò il giovane con voce commossa, avvicinandosi alle donne, — è impossibile, l'oggetto m'è caduto di dosso un momento fa; mi facciano il piacere, domandino ancora, cerchino....

— O che s'ha a cercare? — usci a dire in tono dispettoso una donna; — quando s'è detto no, è no; è bell'e finita.

— Ma lei, — esclamò allora il giovane con accento più di dolore che di stizza; — lei non sa che cosa io abbia perduto! Potrebb'essere un oggetto prezioso! Potrebbe.... No, si fermino, — soggiunse con tono supplichevole verso due altre donne che se n'andavano, — si fermino un momento, le prego, mi aiutino,... non dimando che un momento! —

Si cominciava a radunar gente, le donne chiamarono i bambini e s'allontanarono.

Il giovane gridò ancora una volta: — Un momento! Mi facciano questo favore! — Poi riprese a cercare qua e là, quasi correndo, e parlando tra sè a mezza voce.

— Ha perso dei denari? — gli domandò un tale.

— No! — rispose, continuando a girare sempre più in fretta.

— Ha perso un anello? — domandò un altro.

— No! —

La gente s'allontanò a poco a poco.

Stanco di cercare inutilmente, il giovane si rimise a sedere, prendendosi il capo tra le mani e scuotendolo in atto sconsolato.

Era già quasi buio, il giardino deserto esilenzioso; non si udivano che le voci lontane degli ultimi bambini che andavan via.

— Senti, — diceva al suo compagno un monello ch'era rimasto ad osservare il giovane di dietro alla cancellata del giardino, — piange. —

Sentì queste parole un signore che passava, guardò dentro il giardino, entrò, e s'avvicinò alla panca.

— Che cos'ha? — domandò al giovane.

Questi non rispose.

— Posso far qualche cosa per lei? — ridimandò l'altro. — Mi dica che cos'ha; non glielo domando mica per semplice curiosità....

— Grazie, — rispose il giovane coll'accento di chi vuol terminare un discorso.

— Mi dispiace — ripigliò il signore — di non ispirarle fiducia. In ogni caso, qui c'è il mio indirizzo. Si faccia coraggio. —

Ciò detto se n'andò. Il giovine guardò intorno a sè e vide un biglietto da visita sulla panca; se lo mise in tasca, e riprese l'atteggiamento di prima.

In quel punto si sentì l'orchestra fragorosa del teatro Principe Umberto.

Ci sono in tutte le grandi città certe trattorie a terreno, composte d'una sala e d'una cucina con un'avviso sulla porta che dice:pensione a quaranta lire il mese. Si somiglian tutte: la sala è lunga e stretta; in una parete si vede il busto del Re; in un canto un padrone di cattivo umore, e in giro due o tre camerieri coi panni sudici, e coi capelli scarmigliati, che servono di mala grazia. Gli avventori sono quasi tutti giovani, che fanno il loro meschino desinare senza discorrere e senza alzar gli occhi. Non sono poveri, non sono operai, non sono studenti, non sono impiegati; è difficile determinare la classe sociale a cui appartengono. Son gente che vive alla giornata, sparsi pei fondachi, per gli Ufficii dei giornali e pei Ministeri;che ogni tanto, man mano che l'occasione del lavoro manca da una parte e si presenta dall'altra, mutan posto, occupazioni e nome; oggi procaccini di gazzette, domani revisori di conti, un altro giorno scrivani straordinarii. Dormono in una cameretta al quarto piano, fumano un sigaro al giorno, e vanno una volta al mese al teatro. Alcuni hanno i capelli lunghi; molti, l'inverno, son senza pastrano, e portano intorno al collo una sciarpa di lana o uno scialle vecchio; spesso s'incontrano fuor di città in qualche strada deserta, soli. Ce n'è degli scioperati; ma molti pure che risparmiano dieci lire sulle cento che guadagnano al mese; e le mandano a casa, o le mettono da parte. E sono i primi, per lo più, a levare di mezzo alla strada un ragazzo, quando sopraggiunge una carrozza, o a rialzare un vecchio caduto in terra, o a separare due monelli che si picchiano. Alcuni hanno sul viso un espressione costante di tristezza e guardan la gente in modo che par che rinfaccino a tutti qualcosa; altri invece hanno una fisonomia che esprime serenità, pace, sentimenti miti e benevoli. Tutti poi, o quasi tutti, mostrano di tempo in tempo qualcheviva allegrezza di cui può esser cagione una lettera d'un parente lontano, o una buona parola d'un capo d'uffizio o l'aver trovato una camera che costi cinque lire di meno al mese. Vi sono nature ammirabili fra questa classe di giovani; cuori eletti, vite nobilissime piene di sacrifizii e di dolori terribili, sopportati senza lamento e in segreto.

Il giovane del giardino d'Azeglio era di questi. Si trovava da pochi mesi in Firenze, impiegato come scrivano nello studio d'un avvocato che gli dava novanta lire al mese. Era nato a Palermo, dove aveva fatto i suoi primi studii, e perduto in tenera età il padre e la madre. Di parenti non gli era rimasto che uno zio, il quale l'aveva raccolto e mantenuto a malincuore per alcuni anni; e poi gli aveva fatto intendere poco amorevolmente che in casa c'era una persona a suo carico. Allora il giovane, sollecitato da un amico di Firenze a venire in cerca d'un impiego nel gran mare della Capitale, se nera partito da Palermo con qualche centinaio di lire, e molte speranze. Ma arrivato in riva all'Arno, dopo molto scendere e salire per l'altrui scale, aveva dovuto dare unaddio alle speranze, e contentarsi di campare copiando. L'amico se n'era tornato in Sicilia dopo poche settimane, e il povero scrivano era rimasto solo nella città sconosciuta.

Toccava appena i vent'anni, ma ne dimostrava assai di più, come tutti quelli che han cominciato per tempo a faticare per vivere. Aveva l'intelligenza aperta e pronta, e non mancava d'una certa cultura, benchè fosse stato costretto a lasciar le scuole, quando appunto cominciava a capire e a studiare. Gli era rimasto in capo quello che rimane generalmente a coloro pei quali il passaggio dell'adolescenza alla giovinezza segna l'abbandono dei libri per le faccende; qualche data istorica, qualche verso di Dante, e i nomi degli scrittori contemporanei più popolari. Ma aveva quell'accorgimento modesto e guardingo, comune a pochi, col quale, non oltrepassando mai i confini del proprio sapere, si riesce a tenerli sempre nascosti; e si può parlare di ogni cosa, senza mai dire uno sproposito, o si sa tacere in maniera, che non paia vergognosa l'ignoranza.

Le sue novanta lire al mese gli bastavano; con quaranta mangiava in una piccola trattoria, con diciotto aveva trovato una cameretta alquarto piano, in una via appartata, in casa di una povera famiglia, che viveva d'una piccola pensione e dei pochi quattrini della dozzina. Questa famiglia era composta d'una vecchia, vedova d'un impiegato fiorentino, quasi sempre malata; e d'una ragazza di diciott'anni, che non faceva altro che assister sua madre.

Questa aveva fatto qualche difficoltà a ricevere in casa il nuovo inquilino; e perchè non c'eran mai stati che dei vecchi, coi quali poteva parlare dei suoi malanni, ed anco averne qualche aiuto, quando occorreva, più che di parole; e perchè, d'altra parte, un giovane avrebbe fatto chiacchierare il vicinato, e dato a lei la noia di dover tenere gli occhi aperti. Ma Alberto, fin dalla prima volta che l'aveva visto, le era parso così quieto, così raccolto, così pari pari, che s'era indotta, dopo un po' di esitazione, a dargli la camera. La figliuola, dal canto suo, non aveva fatto nessuna istanza, nè mostrato desiderio ch'egli entrasse in casa a preferenza d'un altro; ed anche per questo essa aveva acconsentito.

— Non ha di discreto che gli occhi, — aveva detto la figliuola il giorno della sua entrata in casa.

Era un inquilino che dava poca noia. Tornava verso le nove della sera, dava la buona notte, e andava a letto subito; la mattina, al levar del sole, era già fuori. Così entrando, come uscendo, non faceva il più piccolo rumore. Nella sua camera, quando la madre e la figliuola entravano per rifare il letto, ogni cosa era al suo posto come l'avevan lasciata il giorno prima; pareva che non ci fosse stato nessuno. I mobili erano spolverati, i panni spazzolati e piegati; alle donne non restava quasi nulla da fare. Pochi vestiti; scarsa biancheria e di qualità infima, due o tre libri, un piccolo baule, eran tutto il suo corredo; ma in ogni cosa c'era l'impronta d'una cura continua e rigorosa, d'una lotta ostinata della spazzola, del sapone e dell'ago, contro il tempo, le seggiole e i tavolini dello studio. — Povero giovane, — esclamava la vecchia, — si vede che è corto a quattrini; ma non gli manca il giudizio. — La figliuola, i primi giorni, le diceva che per essere tanto assestato a vent'anni, bisognava non aver sangue nelle vene, e che a lei gli uomini che rubavano il mestiere alle donne, non le piacevano; ma dopo aver ripetuto molte volte queste parole, una mattina aveva soggiunto: — Eppure, un giovaneche vive in questo modo.... è simpatico! —

Era quasi trascorso un mese, dacchè il giovane era entrato in quella casa, e fra lui e le sue ospiti non eran corse altre parole che il solito buon giorno e buona notte. Una sera la madre fu presa da un accesso forte del suo male consueto, e il giovane venne pregato d'andare a chiamar il medico. Andò, tornò col medico, e, dopo che questi fu partito, restò nella camera accanto al letto della malata. La ragazza doveva scendere nella strada a pigliar certe medicine dallo speziale dirimpetto. Prima di scendere levò il lume di sulla tavola, perchè sua madre pativa la luce, e lo pose a piè del letto, accanto al giovane; poi s'avviò per uscire. Arrivata sull'uscio, approfittò del buio che la nascondeva, per voltarsi a guardare il suo inquilino. — O chi è quello là? — domandò a se stessa maravigliata. Il lume, rischiarando di sotto in su il volto del giovane, gli dava una sfumatura alla pelle e una vivezza d'espressione così nuova, che appariva quasi trasformato. — Par bello, — soggiunse la ragazza, e discese. Quando risalì, cominciò a discorrere, guardandolo. A ora tarda si separarono, ed essa ripetè tra sèstessa: — Non ha proprio altro di bello che gli occhi.... e la voce. —

Così, a poco a poco, ora per effetto d'un lume posto in un certo punto, ora per la espressione insolita d'un atteggiamento, ora per il suono particolare d'una parola, il giovane si venne mutando ai suoi occhi a tal segno, che in capo a due mesi non le pareva più quel d'una volta, accolto sulle prime con indifferenza e guardato non di rado con dispetto.

La madre di tratto in tratto cadeva ammalata, e ogni volta egli andava pel medico, e restava poi accanto al letto, quando la figliuola doveva uscire. Così nacque fra loro una certa dimestichezza. La vecchia aveva cominciato ad aprir gli occhi; ma non vedendo assolutamente nulla che le desse motivo di tenerli aperti, li aveva richiusi. Ringraziava spesso il suo inquilino delle cure che le prestava, e ne discorreva affettuosamente colla figliuola. Finirono col far conversazione ogni sera, tutti e tre, intorno al tavolino da lavoro; la madre parlando per lo più dei pettegolezzi delle vicine, ii giovane della sua Palermo, la ragazza di bazzecole, tanto per farsi veder sorridere e poter guardare negli occhi il suo ascoltatore, mentre egli guardava lei. Oltregli occhi discreti e la voce bella, essa aveva scoperto il sorriso simpatico e le maniere “proprio gentili„.

Una sera stavano affacciati tutti e due alla finestra guardando giù; era buio e pioveva, e non si vedeva anima viva. A un tratto balenò in fondo alla via una luce viva e tremula; eran le fiaccole della Compagnia della Misericordia. — Che serata melanconica! — mormorò la ragazza, voltando le spalle alla finestra; — è una di quelle serate che verrebbe voglia di addormentarsi e di non svegliarsi più... Non l'ha mai provato lei questo sentimento? —

Il giovane sorrise, poi mormorò: — Lei ha ancora sua madre; come le possono venire in mente queste idee?

— E lei non l'ha più?

— Io non ho più nessuno. —

La ragazza fu scossa dall'accento di queste parole, lo guardò, e disse a bassa voce: — Non lo aveva mai detto. —

Dopo un altro momento domandò: — Non ha neppure fratelli? —

— No.

— Avrà degli amici in Firenze....

— Nemmeno.

— Ma come si fa a vivere senza voler bene a nessuno?

— E chi le dice ch'io non voglia bene a nessuno?

La ragazza lo fissò, sorrise, mosse una mano per ravviarsi i capelli, non potè, era imprigionata; mosse l'altra, era stretta anche quella; chinò gli occhi, li rialzò, non v'era più alcuno; fuggì essa pure. Da quel giorno, in quella casa, tutto mutò: pensieri, visi, atti, discorsi; la madre aprì una terza volta gli occhi, ma cogli occhi anche il cuore ad una speranza lontana; le conversazioni si protrassero ogni sera fino ora più tarda; la dimestichezza divenne intimità; e solo una volta ci fu un po' di malumore da una delle due parti. La madre propose al suo inquilino di fargli il desinare in casa: egli rifiutò; ma dopo due giorni si ristabilì la pace.

I due giovani eran tutt'e due piccoli e bruni; egli serio, essa allegra, e più bella; e si chiamavano Alberto e Giulia.

Alcuni giorni prima che seguisse il caso del giardino d'Azeglio, una sera, un po' avanti l'ora solita, Alberto tornò a casa col viso stravolto, e si chiuse nella sua camera senza dir parola. La mattina seguente si levò per tempo, e cercò d'uscire non visto; ma la ragazza, che stava in guardia, lo fermò in tempo, e prima con un piglio scherzoso di comando, poi con un accento commosso di preghiera, tentò di farsi dire quello che gli era accaduto. Alberto, più serio, ma anche più affettuoso del solito, le rispose che non gli era seguito nulla, che la sera innanzi sera sentito un po' male, e che il riposo della notte l'aveva rimesso. Ma era ancora pallido, e aveva gli occhi rossi. Giulia non credette. Pregò ancora, lo prese per mano, versò qualche lagrima, ma inutilmente; il giovane le strinse lamano e la guardò con tenerezza, e poi uscì senza dir parola. Da quel giorno in poi non parve più quello di prima. Anche le sue abitudini mutarono; tornava a casa ora molto più tardi, ora molto più presto che per il passato, parlava più di rado; e quantunque facesse uno sforzo continuo per parere, se non allegro, tranquillo, si capiva, al solo guardarlo, che era agitato e triste. La ragazza lo supplicava: — Parli! mi dica che cos'ha! non mi faccia soffrire! — E lui ancora più caldamente pregava Giulia che non si desse pensiero di quel suo cangiamento, ch'era effetto d'un malessere passeggiero. Ma intanto ogni giorno diventava più pallido e più melanconico, e lo sforzo che faceva per sorridere e per parlare, appariva sempre più evidente e più doloroso. La sera della scena del giardino tornò a casa per tempo, e Giulia lo pregò ancora, più teneramente che mai, di parlare; egli le rispose con voce stanca e tremante; — Fra qualche giorno.... oggi è impossibile; — e si chiuse nella sua camera, lasciando la povera ragazza desolata. La mattina dopo, prima che le donne si destassero, era già fuor di casa.

La madre, benchè non avesse il capo ad altro che ai suoi malanni, s'era accorta del mutamento seguìto in Alberto, e ne aveva parlato più d'una volta colla figliuola; ma non le pareva cosa da doversene gran fatto impensierire. — È una di quelle malinconìe, — diceva, — a cui tutti i giovani vanno soggetti; qualche altro giorno e passerà. — Giulia però, che aveva l'occhio fine e l'affetto divinatore, non era dello stesso parere; il cuore le presagiva qualche cosa di sinistro; e l'ansietà le era cresciuta a tal segno, che, sentendo di non poter più durare in quello stato, risolvette di farsi dire la verità ad ogni costo, avesse pur dovuto minacciare Alberto di togliergli il suo affetto e di staccarsi per sempre da lui.

Venne la sera. Giulia e la madre cenavano, sedutel'una di fronte all'altra, ai due lati d'un tavolino, rischiarato da un piccolo lume a olio. La madre aveva fasciato il capo in modo che le si vedeva appena il viso, e stava tutta raggomitolata in un vecchio seggiolone, col mento sull'orlo del piatto e gli occhi socchiusi; sulla parete opposta s'allungava l'ombra di Giulia, con una gran capigliatura disordinata; la stanza era quasi buia, e non vi si sentiva che il monotono tic tac dell'orologio.

A un certo punto sentirono un passo su per la scala, la porta s'aprì, comparve Alberto.

— Finalmente! — esclamarono ad una voce le due donne.

Alberto sedette vicino alla tavola, Giulia lo guardò e gettò un grido:

— Dio mio! cos'ha? —

Alberto sorrise sforzatamente e rispose con dolcezza: — Non ho nulla.

— È impossibile! Lei ha un viso smorto che fa paura! — esclamò Giulia alzandosi.

— La prego.... — mormorò Alberto, pigliando Giulia per la mano; — si metta a sedere.... le assicuro.... che non ho nulla.... —

Giulia sedette, ma spinse da parte il piatto e incrociò le braccia con un atto dispettoso.

— Vuol provare un dito di vino? — domandò la vecchia.

Alberto ringraziò, facendo cenno che non voleva, e poi cominciò a guardar Giulia con un'espressione di tenerezza così triste, e stando in un atteggiamento che rivelava una prostrazione dell'animo così profonda, che la ragazza non si potè più contenere, s'alzò, accese un lume, e disse risolutamente alla vecchia: — Scusa, mamma, bisogna ch'io parli un momento con Alberto. —

La madre, alzando gli occhi a fatica, guardò lei e il giovane, e disse a fior di labbra: — Malinconìe; — Alberto entrò nella camera colla ragazza, lasciando la porta aperta. Appena entrato, si abbandonò sur una seggiola; Giulia sedette davanti a lui, e prendendogli una mano fra le sue, gli disse a bassa voce, e presto:

— Mi confidi quello che ha, glielo domando per l'ultima volta, così è impossibile andare avanti.... Non mi dica che non si sente bene; non mi basta; io voglio sapere il perchè non sta bene; una cagione ci ha da essere, qualcosa le dev'esser seguìto; la prego, me lo dica, non mi faccia più vivere in pena, ho già sofferto abbastanza; non ha fiducia in me? e se nonconfida i suoi segreti alle persone che le vogliono bene, a chi li andrà a confidare? —

Alberto, per tutta risposta, le baciò la mano; essa la ritirò.

— Vuol che glielo dica — riprese — che cosa le è accaduto? — L'ho indovinato. Lei ha avuto qualche grosso dispiacere allo studio. Un superiore le ha fatto un rimprovero a torto, lei s'è risentito, l'altro le ha detto qualche parola offensiva, e lei per non perdere l'impiego ha dovuto tacere, e per questo lei soffre; mi dica un po' che non è vero, se può? Mi sostenga un po' che non ho indovinato!

— No, — rispose con voce debole Alberto, riprendendo la mano di Giulia.

— Allora.... — questa riprese — lo so io il perchè. Il perchè è un altro. Vuole che glielo dica francamente? Lei ha giocato! — E lo guardò fisso. — Lei ha giocato, ha perduto, e adesso ha dei debiti che non sa come pagare. Mi confessi che il fatto è questo. Ma allora perchè non me l'ha detto subito? Doveva capire che quel poco che possiamo far noi, per cavarla d'impiccio, siamo disposte a farlo con tutto il cuore. Per conto mio, veda, se non ci dovesse rimaner in casa altro che un pagliericcio per dormire equattro cenci per coprirci.... No, non sorrida, lei non può immaginare il male che mi fa il suo sorriso; io non dico nulla che non sia pronta a fare domani, subito, questa sera, se lei ci vuol mettere alla prova,... io conosco mia madre. Mi dica che ha giocato, via —

Alberto fece cenno di no col capo, e si coprì il viso con tutt'e due le mani.

— Ma che può esser dunque? — continuò Giulia, facendogli tirar le mani giù; — qualche promessa che ha fatto a sè stesso, e che ora le rincresce di non poter mantenere? Un progetto, per esempio, che lei aveva in capo, e che per eseguirlo aspettava, che so io? un avanzamento nel suo impiego; e questo non è venuto, e lei ha perso ogni speranza? È così? Un progetto, in cui entravo io forse? Dio buono, guardi che cosa mi fa dire! Ma se fosse questo, io le darei la mia parola, le giurerei qui, in questo momento, per quello che ho di più caro al mondo, che il bene che le voglio sarà sempre uguale, qualunque cosa le accada e in qualunque stato si trovi.... Lei non ha che vent'anni! C'è tanto tempo ancora! Non ci sarebbe da darsi pensiero per il tempo! —

Alberto mise una mano sulla spalla della ragazza,la guardò negli occhi, e mormorò: — Cara Giulia! se ti dicessi quello che ho.... ti affligerei troppo! Lasciami solo, te ne prego, ti prometto che un giorno ti dirò tutto; ora non posso, non ne ho il coraggio.... —

Giulia s'alzò improvvisamente, corse alla porta, guardò nell'altra stanza: sua madre dormiva. Richiuse l'uscio, tornò, e si gettò in ginocchio dinanzi ad Alberto.

— Per l'ultima volta, — proruppe con voce di pianto, — te ne scongiuro: dimmi quello che hai! —

Alberto stette qualche momento sopra pensiero, guardandola; poi si scosse, come se si fosse risoluto a parlare; aprì la bocca....

— Dunque! — esclamò vivamente Giulia.

— Guardami.., — ripose Alberto con un filo di voce.

Giulia si fece un po' da parte, affinchè il lume battesse in pieno nel viso d'Alberto; lo guardò attentamente, e poi, afferrandogli tutt'e due le mani, esclamò spaventata: — Ma tu soffri molto! Tu hai bisogno del medico, Alberto! Che hai? che ti senti? —

Alberto lasciò cadere il capo sopra la spalla di Giulia.

— Mio Dio! — disse questa, tentando inutilmente di sollevarlo — Mamma! mamma!

— No, non la chiamare, — mormorò Alberto senza alzare il capo, e mettendo le braccia intorno al collo della ragazza inginocchiata; — .... ti dico tutto.

— Presto!

— Senti, — continuò il giovane colla voce così bassa che appena si sentiva; mi costa uno sforzo che tu non puoi immaginare.... il doverti dire.... Non mi rincresce mica per me, Giulia, ma per te.... Tu mi perdonerai.... Io credevo d'avere il coraggio.... di tacer sempre; ma il coraggio mi manca.... io tradisco tutti i miei proponimenti.... ho aspettato fino all'ultimo.... dimmi che mi perdonerai!

— Oh sì! sì! — rispose Giulia piangendo; — ma parla!

— Ebbene.... ho da dirti una cosa.... che non ti posso dire guardandoti.... appoggia la testa qui.... così.... —

Giulia appoggiò la testa sul petto del giovane, e questi avvicinò le labbra al suo orecchio. Stettero qualche tempo immobili in quell'atteggiamento: essa col viso rivolto in su, e gli occhi socchiusi, come se dormisse; egli col capo chinoe i capelli sparsi sulla fronte. Non si sentiva che il respiro affannoso di Giulia, e un gemito monotono della madre che dormiva nell'altra stanza. Era la prima volta che egli la teneva fra le braccia in quel modo, e per qualche momento la dolcezza di quell'abbraccio fu in tutti e due così viva, che quasi sospese in loro il senso del diverso dolore che li agitava; le guancie di Giulia si soffusero di rossore, e le sue labbra si apersero con un leggero sorriso; Alberto la baciò, e subito tirò indietro il viso come se si fosse scottato; tornò in sè, mise un gemito tronco, e riabbassando il capo in atto di profondo abbandono, mormorò nell'orecchio a Giulia: — Ho fame! —

Giulia balzò in piedi gettando un grido, e restò immobile, chinata, intenta, cogli occhi fissi in quei d'Alberto.

Questi si coperse il viso, ed esclamò con accento sconsolato: — Ah, non lo dovevo dire, Giulia! Perdonami! —

La ragazza gittò un altro grido acuto, straziante, cadde in ginocchio dinanzi ad Alberto, lo baciò, si rialzò, si guardò intorno, si cacciò le mani nei capelli, diede in uno scoppio di pianto, e gridò: — Io divento pazza! — Corse allaporta, chiamò ad alta voce: — Mamma! Mamma! — Rivenne indietro e ribaciò Alberto, si slanciò nell'altra stanza singhiozzando, ritornò a passi concitati tenendo il grembiale aperto colle due mani, vacillò e cadde.

In quel punto s'affacciò sull'uscio la madre.

Alberto, pallido, cogli occhi fissi su Giulia, colle braccia penzoloni, pareva fuori di sè; Giulia stava inginocchiata, col capo abbandonato sulle ginocchia di lui, immobile; sul pavimento, intorno a loro, erano sparsi dei pezzi di pane e delle frutta, che la ragazza s'era lasciata sfuggire cadendo.

Lo studio in cui lavorava Alberto, era in una delle strade più solitarie di Firenze. Vi lavoravano con lui tre o quattro giovani, tra praticanti e scrivani, coi quali aveva poca dimestichezza, perchè troppo diversi da lui di natura e di abitudini. L'avvocato, a cui apparteneva lo studio, era un uomo sulla cinquantina, d'aspetto severo, di modi bruschi e di poche parole; ma buono, si diceva, e giusto, e qualche volta anche affabile coi suoi sottoposti; a patto però che non gli contradicessero mai, che aspettassero la riparazione d'un torto, quando ne facesse, dal suo pentimento spontaneo, senza sollecitarlo con richiami o con proteste; galantuomo, in una parola, salvo l'orgoglio e l'indole irascibile, che lo facevan più temere che amare. Nei suoi giovani, anche più dell'operosità e del raccoglimento, glipiaceva la deferenza manifestata col contegno modesto e colle parole ossequiose; e perciò non gli era mai andato molto a genio Alberto, che soleva obbedire tacendo, salutare senza sorridere e rispettare senza inchinarsi. L'altro scrivano (eran due) era più nelle sue grazie, e a questo egli affidava di preferenza i lavori straordinarii che davano qualche piccolo guadagno, oltre lo scarso assegnamento mensuale. Questi era premuroso, sorridente, pieghevole; preveniva, con una rapidità mirabile, ogni suo atto; rifletteva, colla prontezza d'uno specchio, ogni suo sorriso; ripeteva, colla fedeltà dell'eco, l'ultima parola d'ogni sua frase; vestiva con un certo garbo; non portava quei soprabitini e quei calzoncini slavati e spelati d'Alberto, che pareva tenessero i punti per miracolo, e rinfacciassero continuamente all'avvocato la meschinità dello stipendio e la miseria dello stipendiato. Questi era intimamente e apertamente il prediletto. Per la qual cosa Alberto lo guardava bieco, non per invidia della predilezione, chè non era anima capace d'invidia; ma per l'ostentazione maligna che quegli faceva dei suoi privilegi, con un perpetuo leggerissimo sorriso di benevolenza protettrice, più insolente che la superbia.Aveva qualche anno più d'Alberto, era mingherlino, sempre vestito da zerbinotto, gaio, parolaio, seccante.

Era una mattinata piovosa degli ultimi di marzo, sette giorni prima che seguisse in casa di Giulia il fatto che s'è raccontato; faceva freddo ed era stato acceso il fuoco in tutti i camminetti dello studio. Alberto scriveva in una stanza accanto a quella del principale, poco distante dall'altro scrivano, il quale si alzava di tratto in tratto per andarsi a riscaldare. All'improvviso si presentò sulla soglia del suo gabinetto l'avvocato, e col solito cipiglio accennò ad Alberto che aveva bisogno di lui. Alberto s'alzò e corse nel gabinetto. L'avvocato sedette davanti alla sua scrivanìa, ch'era di fronte al camminetto, e cominciò a cercare tra i suoi fogli, dicendo: — Ho da darle una cosa a copiare. — Alberto stava ritto nella posizione d'un soldato, un passo discosto dalla sua seggiola. — Non c'è, — disse l'avvocato, e, chiudendo con impeto un grosso libro di conti che gli stava dinanzi, s'alzò ed uscì. Tornò poco dopo con un foglio di carta in mano, dicendo: — Eccolo, — lo porse ad Alberto, e fece un atto della mano che voleva dire: lo copii. Alberto ritornò nellasua stanza e cominciò a copiare. Dopo pochi momenti sentì nel gabinetto dell'avvocato un romore confuso come di libri e di fogli messi sossopra, voci d'impazienza, sbuffi, e poi silenzio; di lì a poco di nuovo il romore, più forte e più affrettato di prima, e poi daccapo silenzio; finalmente udì il suo nome. Corse nel gabinetto e si piantò come sempre dinanzi al tavolino, dicendo: — A' suoi ordini. —

L'avvocato lo guardò. Alberto, non abituato allo sguardo di quell'uomo, a cui sapeva di non esser simpatico, arrossì.

— Mi dica la verità, — disse l'avvocato severamente, abbassando gli occhi sulla scrivanìa.

Il giovane lo guardò stupito. L'avvocato fissò lui di nuovo, corrugò le sopracciglia, parve un momento incerto, e poi ripigliò con tono risoluto:

— Mi dica la verità.... e resterà sepolta fra me e lei per sempre.

— Non intendo! — rispose il giovane sorridendo.

Ci sono dei momenti sfortunati, pur troppo, in cui basta il più fuggevole indizio a mutare un vano sospetto in una certezza profonda, risoluta,cieca, che strappa dal labbro parole fatali.

— Qui — disse con vivacità l'avvocato — c'era un biglietto da cento lire.

— Oh! — esclamò il giovane diventando pallido, e facendo un gesto vigoroso come per respingere da sè quel sospetto.

L'avvocato lo fissò come per leggergli nell'anima.

— Signor avvocato! — gridò Alberto con una voce che non pareva più la sua — le proibisco di guardarmi in quel modo!

— Ci sono io solo, — rispose imperiosamente l'avvocato, — io solo che posso dire qui: proibisco! Ed io le proibisco di rimetter più piede nel mio studio!

— Ma badi a quello che fa, in nome di Dio! — gridò Alberto con un accento supplichevole e disperato.

L'avvocato, fremendo, gli accennò la porta.

Erano accorsi gli altri giovani; Alberto li guardò, guardò di nuovo l'avvocato, fece uno sforzo per parlare, non potè, si diede un gran colpo sulla fronte, ed uscì a passi concitati.

— Se ne vadano! — disse bruscamente il principale ai giovani; e fu lasciato solo. Rimaseimmobile, pallido, cogli occhi fissi sulla porta. L'ira sbollì presto, lo assalì un dubbio improvviso, si rimise a cercare in fretta e in furia sul tavolino, sotto, intorno, tra i libri; non trovò nulla, mise un respiro, si abbandonò sulla seggiola ansando. — Era qui — mormorò battendo la mano su tavolino — qui, ne son certo come della mia esistenza, non mi posso essere ingannato! — E poi ricominciò a pensare e a cercare.

Dopo quel giorno Alberto non ricomparve più, e l'avvocato non ne fece più parola. Credendo che nessuno avesse sentito le parole che erano state la cagione del diverbio — qui c'era un biglietto da cento lire — non rivelò questa cagione a nessuno. Ricercò il biglietto, ma sempre inutilmente; perdette ogni dubbio; ebbe anzi a momenti l'intenzione di far cercare il giovane per costringerlo a confessare. Ma quando gli si presentava l'immagine di quel volto trasfigurato e pallido, e di quel gesto imperioso, un senso di timore segreto, più forte quasi della sua certezza, lo stornava dal suo disegno.

Questa era stata la cagione del cangiamento seguìto in Alberto, e di tutto quello che gli era avvenuto dipoi. Non era più tornato allostudio, e non aveva più incontrato nessuno di coloro che v'appartenevano.

E Giulia, in quella sera della fame, aveva saputo ogni cosa.

In quel tempo abitava in un quartierino elegante di via Santa Reparata un giovanotto napoletano, venuto a Firenze a farvi studi di lingua, e a consultare documenti per un'opera di critica letteraria, a cui aveva posto mano da lungo tempo. Era in Firenze da più d'un anno e vi conosceva molta gente; ma usava con pochi e a sbalzi, secondo lo governava l'umore variabilissimo, e una passione violenta per gli studii, interrotta di quando in quando da uno slancio impetuoso verso la vita svagata. La sua casa era l'espressione fedele della sua indole e della sua vita. C'eran molti libri, tutti in un monte sopra un tavolino, slegati, con copertine e fogli sparsi; in cima al monte dei libri la biancheria pulita, portata un'ora innanzi dalla stiratora; sulla biancheria un cappelloa cilindro colla traccia della spazzola passata contro il verso del pelo; un gran ritratto di Lodovico Ariosto, il suo poeta prediletto, appeso a una parete, e sotto il ritratto una carta geografica, staccata da uno dei due chiodi che la tenevano, coll'estremità inferiore immersa in un calamaio dimenticato sopra una seggiola. Sulla stufa, sui tavolini, sul letto, da per tutto, vestiti, fogli, brani di giornale, sopraccarte strappate; e un nuvolo di polvere per tutto dove si désse un soffio o si battesse la mano.

Eran l'undici della mattina d'uno dei primi giorni d'aprile, e il nostro giovane si alzava dal letto, cogli occhi gonfi, il capo pesante e la bocca amara. Guardatosi un momento nello specchio, entrò nel salotto che gli serviva di studio, buttò fuor della finestra una forcina da capelli che trovò sul pavimento, tirò un lungo e sonoro sbadiglio, e si abbandonò sopra una poltrona, con una gamba sull'altra e le braccia incrociate, pensieroso. A un tratto vide una lettera sul tavolino, la prese, l'aprì, guardò la firma, e cominciò a leggere.

Le prime righe non le capì, tanto aveva la mente intorpidita dal sonno. Ma a poco a poco il senso gli si fece chiaro.

“.... Vediamo, — diceva la lettera; — di che si può dolere lei in questo mondo? Che cosa le manca? La salute? ne ha da sciupare. Il denaro? n'ha quanto basta. La stima pubblica? pochi alla sua età n'hanno avuta di più. Gli amici? ne ha molti e sinceri. L'ingegno? è la sua qualità più spiccata. L'amore? non ha che a cercarlo. Che le manca dunque? Vuole che io glielo dica quello che le manca? La disciplina. Lei è troppo padrone del suo tempo, per l'età che ha; è troppo libero, ha troppo pochi doveri da compiere, troppo pochi sacrifizii da fare; e di qui nascono le sue malinconìe, le sue svogliatezze e le sue lamentazioni, che sono veri oltraggi alla Provvidenza. Me lo creda: se lei avesse, come molti altri giovani, da guadagnarsi il pane lavorando, se avesse una famiglia a cui pensare, una madre ammalata da assistere, o che so io, non le resterebbe mica il tempo per iscrivere lettere come quella che ha scritto a me in un abbandono di stanco tedio leopardiano. Lei ha bisogno di disciplina, le ripeto, di freno. Intraprenda uno studio severo, faticoso, che la costringa a pensare, a star lì colla testa, come disse uno scrittore che le piace; e si faccia una legge di studiare quelle tante ore il giorno, e inquelle date ore; e vi si attenga, e si domini, e lasci da parte, almeno per qualche tempo, i libri che le accendono l'immaginazione. E sopra tutto si prefigga una regola di vita sicura e costante; non viva così alla giornata, oggi col Musset tra mano, domani col Lamennais, la sera a crapula cogli amici, la mattina dinanzi alla porta del convento di Fiesole a meditare sulla vanità dei piaceri umani. Lavori molto e ogni giorno, e non soltanto intorno a ciò che le piace; si formi il disegno d'un'opera vasta che l'obblighi a ricerche lunghe e pazienti, e cominci subito piantando un formidabilevoglioin mezzo all'anima,come salda colonna adamantina. E si persuada una volta per sempre che quel po' di felicità che si può godere in questo mondo sta nella quiete, nell'ordine, nella sicurtà della coscienza; e che il volersi ribellare a questa legge, gli è come dibattersi in una gabbia di ferro, della quale si potranno fare scricchiolar le sbarre con uno sforzo gigantesco, torcerle anche, insanguinarle; ma non uscirne mai. Non isciupi la sua salute, il suo ingegno, e codesto cuore ardente e gentile in una lotta inutile; si raccolga, si fortifichi, e le malinconìe spariranno, e vi sottentrerà un'allegrezza operosa, che le farà parer bella la vita.„

Il giovane scrollò le spalle. e buttata la lettera in un canto, riprese l'atteggiamento pensieroso di prima. Dopo un po' si scosse, aprì un libro e cominciò a leggere. Poi richiuse il libro e lo buttò nel muro; prese un foglio pieno d'appunti e lo fece in pezzi; si alzò, e si mise a passeggiare a passi rapidi. Poi si fermò e disse con dispetto: — Ma che faccio io qui a rodermi l'anima? Animo, fuori, alla luce del sole, in mezzo agli uomini, a vivere da uomo, maledetto topo di biblioteca! — E corse nell'altra stanza per vestirsi. In quel punto sentì picchiare all'uscio, s'infilò un vestito e tornò nel salotto, gridando: — Avanti. —

La porta s'aprì e spuntò un viso ch'egli non conosceva.

— Avanti, — ripete in tono brusco il giovane, vedendo che lo sconosciuto esitava.

— Perdoni, — domandò questi timidamente, — è lei il signor***? — e disse il nome.

— Son io — rispose il giovane napoletano.

— Lei ebbe la bontà — mormorò umilmente il nuovo arrivato — di darmi il suo bigliettoda visita, giorni fa, nel giardino Massimo d'Azeglio.

— Come! — esclamò l'altro con allegra maraviglia — lei è quel signore ch'era seduto sulla panca?

— Quello stesso, — rispose Alberto.

Il napoletano gli porse una seggiola, e gli disse con accento di curiosità: — Mi dirà ora che cosa le era seguito! Ma prima di tutto, a che debbo il piacere di vederla? In che la posso servire?

Alberto esitò un istante, e poi disse in fretta arrossendo: — Avrei da farle un discorso lungo.... Prima però la debbo pregare di perdonarmi se quella sera corrisposi così male alla sua bontà.... Non sapevo più quel che mi facessi....

Il giovane lo costrinse a sedere.

— Mi dica quello che m'ha da dire, francamente.

— La ringrazio, — disse Alberto facendo l'atto di stender la mano ma ritirandola subito; — io ebbi prima d'ora l'intenzione di venir da lei; non me n'ero mica dimenticato, glielo assicuro; ma mi mancò il coraggio, perchè.... il favore, di cui avrei avuto bisogno neigiorni passati, mi sarebbe costato uno sforzo troppo grande a domandarglielo.... Ora però.... È vero che forse ora vengo a darle una noia anche maggiore....

— Non mi parli di noia; — disse con vivacità il giovane, a cui la fisonomia aperta e severa di Alberto aveva ispirato fin da principio una piena fiducia; — mi dica quello che m'ha da dire, liberamente, come a un amico.

— Ebbene, le dirò ogni cosa, — cominciò Alberto, e detto prima il suo nome, e com'era venuto a Firenze, e come vi era vissuto fino allora, e dove stava e con chi, raccontò per filo e per segno, colla voce tremante e il viso acceso, il fatto che gli era seguito nello studio.

Il giovane napoletano fece un atto di meraviglia e di dispiacere.

— Non conosco quest'avvocato, — disse poi, interrompendo Alberto che voleva continuare; — ma perchè lei non è tornato, quando poteva supporre che quel signore fosse più tranquillo? Perchè non è andato almeno a vedere, o non ha almeno cercato di sapere se il biglietto fu poi ritrovato o no?

— Sarebbe stato inutile — rispose Alberto. — Se l'avvocato avesse trovato il biglietto, iolo conosco, è collerico, violento, ma onesto: m'avrebbe fatto cercare e chiesto scusa. Il biglietto non fu più ritrovato. Egli è certamente persuaso che l'abbia preso io, e soltanto una prova palpabile potrebbe persuaderlo che s'è ingannato. Ma lei comprenderà che questa prova non si può dargliela. Io credo che veramente il biglietto fosse sul tavolino poco tempo prima ch'entrassi io nella stanza; sarà scivolato in mezzo ad altri fogli, e qualcuno l'avrà scoperto poi e se lo sarà tenuto; sarà caduto nel fuoco e si sarà bruciato; che vuole che io le dica? Si danno dei casi.... In ogni modo andando a domandare una soddisfazione, non avrei ottenuto nulla. Non c'era testimoni, egli era persuaso di quello che asseriva, io non avevo amici in Firenze che potessero attestare la mia onestà; si sarebbe creduto a lui e non a me....

— E poi, — domandò il napoletano con affettuosa premura, — che seguì di lei?

— Poi.... — riprese l'Alberto, abbassando la voce — .... Eran gli ultimi giorni del mese; io non avevo ancora preso lo stipendio, non mi eran rimaste in tasca che poche lire.... Bisognava pensar subito al modo di vivere.... Mandai un dispaccio a mio zio diPalermo, dicendogli che avevo estremo bisogno di un pronto soccorso.... Non ricevetti risposta. Cercai lavoro in parecchi ufficii, anche di giornali, che mi dessero da copiare, da tagliar notizie, da correggere stampe; ma dappertutto mi fu risposto che pel momento non avevano bisogno di nessuno, e che ripassassi dopo qualche settimana. Si figuri! Io che avevo, non dico i giorni, ma le ore contate.... Se mi fosse rimasto almeno lo stipendio d'un mese, in un mese qualche cosa da fare avrei trovato; ma non avevo più che ventisette lire, e mi toccava a pagare la pigione della stanza, che solevo pagare posticipata, e piuttosto che mancare.... Sarebbe stato un levare il pane di bocca a quella povera donna e alla sua figliuola, che vivono a stecchetto, e desinano, si può dire, colle mie diciotto lire; non ci pensai neppure un momento. Che fare? Bisognava tirare a vivere il più che potevo con quelle nove lire, e intanto continuare a cercare. Ebbi un momento l'idea di ricorrere ai miei compagni, perchè non conoscevo altri; ma lei capirà che in questi casi si metton tutti dalla parte del capo, e chi sa! m'avrebbero voltato le spalle o fatto anchepeggio; e poi mi ripugnava di ricomparire dinanzi a loro senza potermi giustificare.... I primi due giorni desinai alla trattoria, perchè mi spettava ancora la pensione che avevo già pagata, e poi.... Di continuare a mangiar lì a credito non c'era neanco da parlarne, perchè nelle trattorie di quella classe, dove non vanno altro che poveri diavoli e bricconi, se non si paga non danno nulla. Dunque non c'era via di mezzo, bisognava rassegnarsi. Ebbene, ora le dirò una cosa che lei stenterà a credere, ma che pure è vera. Con nove lire non potevo tirare innanzi più di sei o sette giorni, mangiando pane e frutta; lo capivo bene; sapevo bene che sarebbe presto venuto il momento, che non avrei avuto più un soldo. Eppure, non so, non ci potevo credere; mi pareva sempre di sentirmi dentro una voce che diceva: — È impossibile! — Chi sa, dicevo, che cosa può accadere in questo frattempo! — Man mano che quel giorno s'avvicinava, io sempre più speravo in qualche avvenimento imprevisto che mi venisse a togliere da quello stato. E quando mi domandavo: — Ma quale avvenimento? — Ma mille, — mi rispondevo da me stesso. Poteva capitare a Firenze lo zio, potevo ricevereuna lettera con denaro, dovevo trovare sicuramente qualcuno che mi facesse lavorar subito e mi pagasse giorno per giorno. Ma più cercavo e meno trovavo, e il viver così di pane e di frutta mi cominciava a far male, e quello che mi rincresceva di più, in casa s'erano accorti che qualche cosa di straordinario mi doveva essere seguito, e io non sapevo come liberarmi dalle continue domande. Che cosa mi faceva soffrire quella ragazza, quando veniva lì a pregare e piangere, lei non se lo può immaginare! Cento volte fui sul punto di dirle ogni cosa, ma mi trattenni; a chiunque altri l'avrei detto; a lei non potevo; mi pareva che sarei morto di vergogna. Venne finalmente il giorno, in cui spesi l'ultimo soldo.... Ebbene, appunto quel giorno avevo più che mai la certezza che qualche cosa mi dovesse capitare. — Patir la fame? — dicevo tra me. — Ah! ho bisogno di provarla io, per crederci! — La sera andai a casa più presto, dormii un po' agitato; ma la mattina mi svegliai pieno di speranza, e uscii prestissimo. La coscienza di non aver fatto nulla da meritare un'umiliazione come quella, mi dava una forza, un coraggio, dicui lei non si può fare un'idea; uscii, e senza quasi accorgermene mi diressi verso la Stazione. Non so perchè, m'ero fitto in capo che dovesse arrivare mio zio, o un amico di Palermo. Il treno arrivò, la gente uscì, e io guardai tutti, uno per uno.... Ma le dico: una cosa strana! Se m'avesse scritto qualcheduno: — Arriverò il tal giorno, alla tal'ora, viemmi ad aspettare, — io non avrei aspettato con più speranza. Non vidi nessuno, tornai indietro, e cominciai ad andare e venire dalla piazza del Duomo alla piazza della Signoria, per via Tornabuoni, per via Porta Rossa, per via Cerretani, guardando in viso tutti quelli che passavano, come se cercassi qualcuno. Venne mezzogiorno, passò l'ora della colazione, non me n'accorsi neppure. Solamente la mia immaginazione si faceva sempre più viva, e senza accorgermene affrettavo sempre più il passo, come se mi premesse d'arrivar presto a un appuntamento. Andai alla Posta, domandai se c'eran lettere; non ce n'era. Uscendo dalla Posta, mi venne un'idea; salii nella Biblioteca, chiesi un libro e mi misi a leggere. Non so come, la lettura mi assorbì tanto che mi scordai del mio stato e il tempomi passò di volo. A un tratto sentii un rumore, che mi fece quasi paura; la gente riponeva i libri e s'avviava verso la porta; si chiudeva la Biblioteca. Me ne andai. Era l'ora del desinare. Per le strade si cominciava a vedere quel movimento solito della sera; gli impiegati uscivano dai Ministeri, e c'era un andirivieni di carrozze per ogni parte. Cominciai a vedere la gente entrare nelle trattorie, e quello fu il momento più triste; mi prese una malinconìa che quasi mi sentivo voglia di piangere; era la prima volta in vita mia che non potevo desinare! Pensavo a mia madre, a Palermo, a quand'ero ragazzo, e mi pareva di non esser quella stessa persona di una volta, che tornando dalla scuola a casa trovavo sempre la tavola apparecchiata. Mi si cacciò addosso una smania, una febbre, mi misi quasi a correre, e arrivai trafelato nel giardino della piazza d'Azeglio....

— Come! Era quella sera! — gridò con voce commossa il suo intento ascoltatore; — e lei non mi disse nulla?

— Il giardino era pieno di bambini, e non le dico che sentimenti e che pensieri mi facesse nascere la loro allegria. Cavai di tascail ritratto di mia madre e lo guardai un pezzo; poi, non so perchè, lo nascosi colla sua busta nel cappello e mi misi il cappello in capo; mi sentivo debole e stanco, volli provare a dormire, e m'addormentai. Nel sonno il cappello mi cadde, il ritratto, credo, schizzò fuori; passò qualche ragazzo; in una parola, quando mi svegliai, il ritratto non c'era più. Domandai, pregai le donne ch'eran là presso che interrogassero i bambini, che m'aiutassero a cercare: fu inutile, la gente se n'andò ed io rimasi solo. La perdita di quel ritratto, in quel momento, nello stato in cui mi trovavo, fu un dolore inesprimibile per me, mi parve un cattivo augurio, mi sentii mancare il coraggio, m'accorsi allora per la prima volta d'essere veramente solo nel mondo, e molto disgraziato! Allora venne lei....

— Ma perchè non parlò? ripetè il giovane con slancio.

— Ebbi la tentazione, ma mi mancò il coraggio; il solo pensare che avrei dovuto cominciare col dire: — Ho fame, — mi faceva morire la parola in bocca. Però le sue parole mi confortarono un poco. Tornai verso il centro della città: v'eran già tutti i lampioniaccesi, le botteghe illuminate e le strade piene di gente. Molti uscivano dalle trattorie allegri, col viso rosso, parlando forte. Io andavo e andavo, senza saper dove nè perchè, come in sogno. Incontrai qualcuno dei giovani che desinavano con me alla trattoria, mi salutarono ridendo, e facendomi un cenno come per dire: — Come mai non ti si vede più? — Uno mi domandò se volevo andare al teatro. Passeggiai fino a tardi, poi decisi di tornare a casa, col proposito di farmi animo e di dire ogni cosa alla padrona e alla figliuola. — È necessario, — dicevo tra me. — Che diranno? Non lo so; diranno quello che vorranno, io non voglio morire. — Ma via via che mi avvicinavo, sentivo sempre più che non avrei ardito di parlare. Entrai, salutai, aprii la bocca per dire la prima parola, ne dissi un'altra, e addio, andai a letto. Stentai ad addormentarmi, ma poi dormii profondamente, e sognai mille cose orribili. Mi svegliai ch'era ancora buio, e nel primo momento non mi venne il pensiero dello stato in cui mi trovavo; mi colpì poi tutt'a un tratto, e balzai a sedere sul letto, spaventato. Allora feci mille progetti: andarmi a presentare al Sindaco, raccontarglila mia storia; no, meglio al Prefetto; meglio ancora andar difilato dal mio antico principale, e dirgli francamente, con quell'accento che viene dal cuore: — Sono innocente! — Tutto mi pareva naturale, facile; mi prese un'impazienza invincibile, mi vestii in fretta e uscii. Ma ahimè! allo spuntar del sole tutti i bei progetti svanirono; passai davanti al Municipio; guardai la sentinella, e tirai innanzi; andai fin sulla porta di due o tre Uffici di giornali, ma non osai entrare; mi pareva che, appena entrato, tutti insieme, guardandomi, avrebbero detto: — Ma lei ha fame! — Decisi di fermare il primo conoscente che incontrassi, e di domandargli in prestito qualche lira; ne incontrai parecchi, li fermai, mi domandarono se non mi sentivo bene. — Che! — risposi, fissandoli con sospetto; e mi lasciarono. Passò il mezzogiorno: allora cominciai a sentirmi dentro uno sfinimento, un languore che quasi non mi potevo più reggere; le gambe mi tremavano, e la fantasia lavorava lavorava come se avessi la febbre; pensavo alle cose più stravaganti, a persone, a luoghi, a fatti d'altre volte; avevo nel capo una confusione e una vertigine chetemevo di diventar pazzo. Poi, a poco a poco mi prese come una rabbia, un odio contro tutti quelli che vedevo; mi parevan tutta gente senza cuore, che m'avesse fatto del male. — Ma è possibile? — dicevo tra me; — sono proprio io che mi trovo ridotto a questi estremi? Ma chi sono io? Che ho fatto? io ho diritto di mangiare! Io voglio vivere! — Più tardi mi prese un dolore acuto al petto, un'oppressione, uno strazio, come se mi stiracchiassero le viscere. Mi sedetti non so dove, mi rialzai, mi sentivo mancare, presi una risoluzione disperata, andai incontro a un uffiziale, lo fermai, gli dissi risolutamente: — Signore.... — Egli mi guardò, io ritornai in me, gli domandai l'ora, me la disse, e continuai la mia strada. Mi venne il pensiero d'uccidermi, lo scacciai, e vi sottentrò subito, non so in che maniera, l'immagine della figliuola della padrona di casa, la quale mi parve la mia salvezza. Era già notte, affrettai il passo quanto potevo, rientrai in casa, lottai ancora un pezzo, finalmente m'uscì di bocca quella maledetta parola: — Ho fame! — Fu una scena straziante, caro signore; quelle due povere donne si misero a piangere in un mododa schiantare il cuore.... Ma detta quella parola, non si poteva più tirarla indietro... Fu ieri sera.... Stamani, appena levato, pensai che dovevo mettermi a cercar lavoro, mi ricordai del suo biglietto da visita, e son venuto a raccomandarmi a lei. Ecco la mia storia, e perdoni se l'ho tediata con un discorso triste. —

Il giovane napoletano, che aveva ascoltato con profonda attenzione, gli strinse la mano, e gli disse con voce commossa: — La ringrazio. — Poi s'alzò in fretta, corse nell'altra camera, alla finestra, e alzando gli occhi umidi al cielo, esclamò con voce commossa: — Ed io mi credo infelice e mi rodo l'anima e trovo che la vita è una lotta, e non mi sento la forza di sostenerla? Ah miserabile, insensato ed ingrato!

Riccardo (il giovane, di cui s'è taciuto il nome fin qui) cominciò quello stesso giorno a parlare ed a scrivere ad amici e a conoscenti, per veder di trovare un impiego ad Alberto. E vi si mise con tanto ardore, e con un così fermo proposito di riuscirvi, che quasi non gli rimase altro pensiero e altro desiderio nell'anima; e le sue malinconìe sparirono, e gli rinacque l'allegrezza. Aveva uno scopo, nel quale il cuore, la volontà e la coscienza si trovavano d'accordo; e non ci voleva altro per ridestare la parte più nobile di lui, che da qualche tempo sonnecchiava. L'immagine d'Alberto gli stava sempre dinanzi, e oltre la pietà gentile che gl'ispirava, gli faceva comprendere e stimare per la prima volta i grandi favori, di cui la natura e la fortuna erano state larghe con lui. — Insomma, — diceva sovente sorridendo,— questo giovine m'ha dimostrato matematicamente che io devo esser felice! Ah, quella scellerata abitudine di guardar sempre sopra noi stessi! — Ma benchè avesse molti amici, e facesse quanto era in lui per conseguire il suo intento, fin dai primi passi intoppò in tanti ostacoli e perdè tante illusioni, che si dovette persuadere che l'impresa era assai più difficile di quel che sul primo momento aveva creduto.

Da ogni parte egli trovava una concorrenza impreveduta e formidabile, e andava man mano scoprendo, con un sentimento di meraviglia e di spavento, l'immensa miseria larvata, decente, istruita, e ancora pudibonda, che affluisce nelle grandi città capitali, e fluttua alle porte degli Uffici e dei palazzi; una moltitudine, non prima conosciuta da lui, di gente capelluta, barbuta e macilente, d'impiegati destituiti, di professori disoccupati, di commessi licenziati, di ufficiali espulsi, di scrittori falliti, di vecchi, di malati, di rovinati, che presentano come documenti commendatizi libri, raccolte di giornali, cicatrici, bambini, polizze del monte di pietà e lettere di deputati e di senatori; bisogni, dolori, sventure, appetto alle quali la condizione in cui si trovava Alberto, giovane, sano e senza famiglia,poteva ancora parere una condizione fortunata. Su tutte le vie in cui si metteva, trovava un serra serra d'affamati; e si perdeva d'animo vedendo che non era quasi mai la raccomandazione dignitosa d'un uomo stimato, quella che otteneva la preferenza; ma il sorriso della signora leggiera, l'insistenza sfrontata del ciarlatano, la paroletta detta in buon punto a tavola fra il dolce e lo Sciampagna, l'armeggiamento, l'intrigo. Ma nel conoscere o nel sentir parlare di tanta gente per cui era una grande fortuna il trovar modo di non morir di fame, e in quella stessa difficoltà grandissima di trovare un pezzo di pane per il suo protetto, egli provava una compiacenza nuova ed acuta, un godimento saporito della sua pace e dei suoi comodi; un maggior gusto nel rannicchiarsi nella sua poltrona, al caldo, dopo un buon pranzo, col giornale in mano, pensando a quella povera gente “capelluta, barbuta e macilente„ che aveva incontrato lungo il giorno per le scale delle banche e dei ministeri; un sentimento che egli non voleva spiegar bene a sè stesso, ma di cui qualche volta si vergognava improvvisamente, sdegnandosi che gli fosse entrato nel cuore, a intorbidargli la sorgente della pietà vera e nobile,la quale, egli diceva, dev'essere un dolore. Ma per quanto facesse, egli non riusciva a scernere, in quella nuova contentezza di sè medesimo, ciò che gli veniva dalla coscienza, da ciò che gli veniva dall'egoismo, per poter respingere la parte impura, e godere soltanto della soddisfazione legittima, serenamente. E se ne rodeva. “Così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano„.

Intanto metteva ogni cura nel nascondere ad Alberto la mala riuscita delle sue ricerche; o almeno, per ogni speranza fallita, gliene faceva balenare una nuova, confortandolo con allegre parole; e quanto più andava penetrando nella sua anima onesta e buona, tanto più fortemente s'infervorava nel suo proposito. Ma Alberto non s'illudeva. Da qualche parola incerta, da alcuni turbamenti fuggevoli del suo giovine protettore, gli trapelava la verità; e man mano che si sentiva crescere per lui l'affetto e la gratitudine, la speranza gli veniva meno, e colla speranza quella po' di serenità, a cui gli s'era aperta l'anima dopo i giorni della disperazione. Egli tornava a prevedere molto triste il suo avvenire. Giulia e sua madre lo avevano indotto, e più che indotto, costretto a viver con loro come un fratello e unfigliuolo; ed egli non dubitava punto ch'esse si sarebbero sobbarcate lietamente ad ogni sacrifizio per continuare a tenerlo in casa, finchè non avesse trovato un mezzo di sostentamento. Ma come gli sarebbe bastato l'animo di approfittare più a lungo di quella generosità? Egli aveva accettato la loro offerta, s'era arreso alle loro preghiere, colla speranza di potere uscir tra pochi giorni da quello stato, e affrettarsi a pagare, a prezzo di qualunque privazione, il suo debito di gratitudine. Ma i giorni passavano, e la sua condizione non mutava. Ogni volta che egli sedeva a tavola, per quanto quelle due buone donne cercassero di rallegrarlo in tutti i modi possibili, gli si stringeva il cuore. Quel sentimento d'alterezza, che l'abbandono, la disperazione e la fame avevano fatto per poco tacere, ora gli si ridestava più vivo e più geloso di prima; e quel sedersi alla tavola altrui senza pagare gli cominciava a parere un'umiliazione insopportabile. Egli capiva i mille sacrifizii che quelle due povere donne facevano per lui; e l'idea di costringerle a vivere in quel modo, forse per qualche mese ancora, lo spaventava. Avrebbe potuto valersi delle offerte di Riccardo, e pagare la pigione e la pensione con quei denari.Ma egli era certo che Giulia spontaneamente, e la madre per consiglio di Giulia, non avrebbero mai accettato un centesimo che potessero immaginare gli fosse stato dato da altri. Questi pensieri lo rendevano di giorno in giorno più triste. E questa tristezza era cresciuta ancora dalla previsione d'un giorno non lontano, in cui avrebbe dovuto a qualunque costo allontanarsi da quella casa, separandosi da Giulia, quando appunto cominciava a stimarla, ad amarla, ad ammirarla più di quello che avesse mai fatto pel passato; quando cominciava a sentirsi stretto a lei da tanti dolori; quando oramai la vita non gli pareva più bella e più desiderabile che per lei. Una sera mentre stavano desinando, e Giulia si sforzava di parere allegra, egli proruppe in singhiozzi.

Quella stessa sera la famiglia dell'avvocato era tutta radunata nella stanza da pranzo, intorno a una tavola coperta d'un tappeto verde e rischiarata da un grande lume. Il padre scriveva senza alzar mai gli occhi di sulla carta, la madre leggeva, e in un canto giocavano e discorrevano i tre figliuoli: una bambina d'ott'anni, bionda, bianca e rosea come una bambino inglese, e due ragazzini, l'uno di poco più di sei anni, l'altro di cinque. La bambina avea i capelli sciolti, e tratto tratto, ridendo, scoteva il capo con un atto grazioso per ricacciarli dietro le spalle. Ad ogni movimento del padre taceva all'improvviso, e faceva cenno ai fratelli che tacessero; poi ripigliava a parlar sotto voce e a ridere. Nel punto che guardava il padre cogli occhi intenti, la bocca socchiusae una mano sospesa nell'atto di dire: — Silenzio, — era bella come un angiolo; e la madre, in quel punto, l'osservava.

Sulla tavola, dalla parte dei ragazzi, v'era un biglietto da una lira; il bambino più grande lo prese, e avvicinandolo alla fiamma della candela, e guardando timidamente suo padre, disse sottovoce alla sorella: — E se lo bruciassi?

— Ebbene, — questa rispose ad alta voce, con un accento, in cui si sentiva la soddisfazione di poter insegnare qualche cosa; — purchè non lo bruciassi tutto, si potrebbe ancora spendere. —

Il ragazzo disse che non lo credeva.

— Ma certo! — ripigliò la bambina; — io lo so.

— Come fai a saperlo?

— Lo so, perchè l'ho sentito dire, e c'eri anche tu, il giorno che s'andò al Poggio Imperiale; e se ti ricordi, quel signore che ci accompagnò fino a Porta Romana, che discorreva con Carlotta, le diceva appunto che un suo amico aveva trovato un biglietto da cento lire quasi tutto bruciato, e gliel'aveva dato a lui, perchè andasse a farselo cambiar alla Banca con uno intero. E quei della Banca avevanovisto che nel biglietto bruciato c'era un nome, che so? un numero, e il numero mostrava che il biglietto una volta era stato buono, e per questo glielo cambiarono. Hai capito?

— Signori che accompagnano Carlotta — pensò la madre, stringendo le labbra.

L'avvocato guardò sua moglie e disse sottovoce: — Hai sentito?...

— Non è vero, babbo, — domandò la bambina, — che i biglietti bruciati, quando ne rimane un pezzo, quelli della Banca li ripigliano?

Il padre accennò di sì, e ricominciò a scrivere. Di lì a un momento guardò intorno come se cercasse qualcosa; poi s'alzò, prese un lume e uscì dalla stanza.

Allora la madre si rivolse alla bambina: — Amalia, va a dire a Carlotta che venga nella mia camera, perchè le ho da parlare. —

Ciò detto s'alzò e uscì anch'essa; Amalia corse a far l'imbasciata a Carlotta, ch'era la governante.

Pochi momenti dopo rientrarono tutt'e due nella sala; l'avvocato non era ancora tornato.

— O dove sia andato? — domandò la signora. — Amalia, va a veder dov'è. —

Mentre l'Amalia s'alzava, suo padre ricomparve; lo guardarono: era turbato.

— In che modo, — egli domandò, fissando ora sua moglie ora la bambina, — in che modo si trova in casa nostra quest'oggetto? —

E mostrò non so che di forma quadrata e di color rosso che teneva in mano.

Amalia si fece color di porpora.

— Amalia, — disse il padre, — vieni con me. —

La bambina s'alzò tutta tremante, ed egli la prese per mano e la condusse fuori della sala, lasciando la signora e i due ragazzi attoniti. Di stanza in stanza, il padre e la figliuola arrivarono in uno stanzino basso, senza finestre, ingombro di mobili vecchi e di casse, e lì si fermarono.

Il padre avvicinò il lume ad un angolo, e accennando un buco aperto nel muro, domandò ad Amalia:

— Sei tu che hai nascosto qui quest'oggetto?

— .... Sì, — rispose la bambina.

— Quanto tempo fa?

— .... Un mese. —

Il padre stette un po' pensando; poi ripreseAmalia per mano, la condusse in una stanza vicina, sedette, e domandò:

— Come t'è venuta in mano questa busta? —

La bambina diede in uno scoppio di pianto.

— Di' la verità, — egli soggiunse.

Allora Amalia, tremando, piangendo, balbettando, raccontò che una sera, nel correre con alcune sue compagne pei viali del giardino Massimo d'Azeglio, e proprio nel momento in cui girava attorno a una panca, aveva urtato col piede in quell'oggetto, e senza immaginare che potesse essere altra cosa che un pezzo di cartone, se l'era messo in tasca, perchè era rosso e le piaceva. Poi, ripassando da quella parte, aveva visto un giovane che si lamentava con le governanti, perchè i bambini gli avevano portato via una cosa, ed essa aveva capito che si trattava appunto dell'oggetto preso da lei, e voleva restituirlo; ma s'era già radunata tanta gente, e il giovane montava sempre più in collera, e lei non si sentiva più il coraggio di farsi innanzi. A un tratto la donna che l'aveva accompagnata al giardino, ch'era la governante dei bimbi d'una signora vicina, l'aveva presa per mano e condotta via, dicendo; — Andiamo, se nosuccede uno scandalo; — e allora lei s'era pentita tanto tanto di non aver restituito l'oggetto, e avrebbe voluto ritornare indietro; ma era tardi. Però, arrivando a casa, e scoprendo che in quella cosa rossa c'era un ritratto, aveva deciso di restituirlo a qualunque costo, e per molte sere, tornando nel giardino, se l'era sempre portato in tasca, sperando di ritrovare quel signore. Ma quel signore non s'era più fatto vedere, e lei, perduta ogni speranza, aveva nascosto il ritratto nello stanzino, senza dir nulla a Carlotta, pensando: — Chi sa! un giorno forse lo incontrerò, e allora glielo potrò rendere.

— Avevi mai visto quel signore? — domandò il padre.

— Mai, mai — rispose la bambina — è stata quella la prima e l'ultima volta.

Suo padre, dopo averla un po' fissata negli occhi, le fece cenno che se n'andasse; ed essa col volto ancora lagrimoso, ma tutta contenta di averla passata così liscia, scappò come un uccello. L'avvocato rimase pensieroso, col ritratto in mano. Egli l'aveva trovato in un buco dello stanzino, per caso, cercando un altro oggetto. Data un'occhiata all'immagine,aveva guardato il rovescio del cartone, e fatto subito un segno di viva sorpresa. Sul rovescio v'era scritto: — A mio figlio Alberto. Maria P. — ; il nome dello scrivano ch'egli aveva cacciato. Sotto questo nome v'era scritto in grossi caratteri: — 29 marzo, 27 lire. — Fitto, 18, pagato. — Resto: 9. — Queste nove lire erano ripartite, cominciando dal primo giorno d'aprile, in sette parti uguali, l'un numero sotto l'altro, come per fare una somma, e accanto a ciascun numero era scritto in carattere minuto: — Pane e frutta. — L'ottavo giorno d'aprile era ancora segnato con un 8, ma senz'altra indicazione di spesa; v'erano scritte invece colla matita le seguenti parole: — A vent'anni! Dio mio! —


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