Scorrendo quei numeri e quelle parole, l'avvocato era diventato pallido; ma subito gli era venuto il sospetto che quel ritratto fosse stato messo là a bella posta, perchè gli cadesse sott'occhio. Allora era rientrato nella stanza da pranzo, aveva fatto quella domanda, e, visto il rossore d'Amalia, chiesto e saputo ogni cosa.
— Dunque non è un artifizio! — disse tra sè, appena rimasto solo. — Questo ritratto ècapitato qui per caso! Questo scritto dice la verità! Questo giovane non aveva denari, non poteva aver rubato, era innocente; ed io l'ho offeso, umiliato, cacciato, condannato alla miseria e alla fame! Ora bisogna ritrovarlo questo disgraziato! — soggiunse con voce commossa, balzando in piedi. — Bisogna andarlo a cercare, subito, dovunque sia! —
Qui si fermò, passandosi una mano sulla fronte. — Ma la prova, — disse, — la prova che mi sono ingannato, la sicurezza intera e assoluta chi me la dà? Che fu del biglietto? Chi può averlo preso fuorchè lui? —
E si rimise a sedere pensieroso. — Fosse caduto nel fuoco! — soggiunse dopo un po'. — Si fosse bruciato, mentre io uscivo dal gabinetto? —
Quella parola “bruciato„ gli richiamò alla memoria il discorso d'Amalia, il giovane che aveva accompagnato Carlotta, l'amico, la Banca;... gli balenò un vago sospetto. Si alzò per andare a chiamare la bambina; in quel momento entrò sua moglie.
— Senti, — gli disse questa sorridendo, — ho parlato con Carlotta, e le ho domandato chi fosse il signore che si dà la premura diaccompagnarla quando conduce al passeggio la bambina. Non si turbò nè punto nè poco, e mi rispose, con una disinvoltura ammirabile, che quel giovane è una persona per bene, e per provarmi ch'è per bene davvero, mi disse ch'è intimo amico d'un tuo scrivano che gode della tua più grande simpatia.
— Quale scrivano? — domandò l'avvocato. La signora disse il nome dell'antico collega d'Alberto.
— E le domandai pure — soggiunse — che cosa fosse quell'imbroglio del biglietto. E lei mi ha detto che il fatto era veramente come Amalia l'aveva raccontato; ma che neanco in questo non vedeva nulla di male, perchè il biglietto era stato trovato in mezzo a una strada, e quel signore, prima di farlo cambiare, aveva cercato inutilmente il proprietario.
— Ma chi l'ha trovato il biglietto?
— Il tuo scrivano, quello che t'ho nominato. —
L'avvocato rimase sopra pensiero.
— Ma il ritratto? — domandò la signora.
— Va, — disse improvvisamente suo marito, — va a domandare ad Amalia quantotempo fa e in che giorno quel tale gli parlò del biglietto.
La signora andò.
— Il tuo riverito scrivano — tornò a dire dopo un minuto, affacciandosi alla porta — ha fatto cambiare il biglietto uno degli ultimi giorni di marzo.
— Ah! — gridò l'avvocato, — non c'è più dubbio, dunque!
Così dicendo, preso da un sentimento improvviso di pietà e di rimorso, stropicciò colle mani convulse il ritratto, e poi, fissando gli occhi nell'immagine di quella povera madre, le lasciò cader sopra una lagrima e le chiese perdono.
La mattina seguente, Riccardo usciva di casa per tempo, e si dirigeva verso lo studio dell'Avvocato d'Alberto. Riuscite vane tutte le altre sue speranze di trovare un impiego al povero giovane, egli s'era domandato se non fosse meglio il tentare di farlo riammettere nello studio, procurandogli così, col pane di cui aveva bisogno, una riparazione d'onore, alla quale aveva diritto. — L'avvocato — egli pensava strada facendo — non ha ritrovato il biglietto, perchè, se ciò fosse, Alberto m'assicura che avrebbe riparato all'errore. Si potrebbe dunque fargli credere che è stato ritrovato molto tempo dopo, oggi stesso, da un altro impiegato dello studio, col quale io mi metterei d'accordo per inventare qualche storiella verosimile. Se il biglietto vero ècaduto in mano di qualcuno, questi non verrà certo a dirci: — L'ho trovato io, e voi siete impostori; — perchè se non l'ha restituito finora, non potrà più restituirlo. Ma bisogna trovare chi si presti all'inganno. Ma chi si vorrà rifiutare, quando io vada là e dica: — Vi do la mia parola d'onore, tutti i miei amici sono disposti a darvi la loro parola d'onore che questo giovane non può aver rubato? E poi... e poi, se anche la cosa non riesce, sarà sempre bene che l'avvocato sappia che quel disgraziato giovane ha qualcheduno che lo stima e che lo crede innocente.
Era una giornata umida e malinconica che pareva promettere una settimana di pioggia. Arrivato in piazza del Duomo, Riccardo vide molta gente affollata intorno al campanile di Giotto, particolarmente ai due cancelli che chiudono lo spazio tra il campanile e la chiesa. Senz'avvicinarsi, domandò a un tale che cosa fosse accaduto.
— S'è buttato giù un uomo dalla cima del campanile, — rispose l'interrogato, con quell'accento forzato di pietà e quel sorriso di compiacenza satanica, che si vede in faccia alla maggior parte dei curiosi, in simili occasioni.
— È morto subito? — domandò Riccardo.
— Si figuri! — rispose l'altro, sorridendo di nuovo — s'è sformato! c'è un lago di sangue! Vada a vedere.
Riccardo tirò via; ma non aveva fatto ancora dieci passi, che tornò indietro in fretta e ridomandò con inquietudine alla persona di prima:
— Chi è quest'uomo che s'è buttato giù?
— Un tal Rivarolo, dicono; un impiegato, un uomo sui quarant'anni; se vedesse come s'è conciato il viso! È una cosa che fa orrore. Io fui dei primi a vederlo. S'avvicini prima che lo coprano.
Riccardo riprese la sua strada.
Dopo pochi minuti arrivò allo studio. Aveva già pensato con chi parlare, e perciò, entrando, domandò addirittura al custode chi fosse l'impiegato più giovane. Il custode gli disse il nome dello scrivano che noi conosciamo, e Riccardo, dandogli un biglietto di visita, lo pregò d'andarlo a annunziare.
Dopo un momento lo scrivano comparve. Era una figura meschina e volgarissima, improntata di quella goffaggine sdolcinata dei giovani di negozio, che sdottorano di modecolle signore. Attillato, come sempre, e sorridente, s'inchinò, fece entrare Riccardo in una stanza, chiuse la porta, e domandò con voce ossequiosa:
— In che posso servirla?
Riccardo era un bel pezzo di giovane, bruno e tarchiato, con un par d'occhi che saettavano e quel fare vivo ed aperto del gentiluomo napoletano, che mette in imbarazzo la gravità un po' tozza dei settentrionali. Appena si trovò di fronte allo scrivano (sul quale però non aveva il menomo dubbio), gli fissò in viso, secondo il suo costume, uno sguardo fine e profondo, che lo costrinse a fare un leggerissimo inchino.
— Io sono un amico d'un suo conoscente — disse poi in tuono pieno di cortesia — il signor Alberto P., che fu per qualche tempo scrivano in quest'ufficio.
Lo scrivano s'inchinò di nuovo.
— Son venuto qui — riprese Riccardo — non mandato da lui, ma a sua insaputa, spontaneamente, per impulso di coscienza, a pregar lei di aiutarmi a compiere un dovere.
Lo scrivano fece un atto interrogativo.
— Il signor Alberto, come lei saprà, — proseguìRiccardo — è stato accusato d'aver rubato un biglietto di cento lire sul tavolino del suo principale.
Il giovane mise un sospiro come per dire: — Pur troppo!
— Ebbene — soggiunse con accento risoluto Riccardo — l'accusa è falsa.
Lo scrivano gli fissò in viso uno sguardo turbato; ma non vedendo su quel viso nemmeno l'ombra d'un secondo pensiero, si rassicurò, e fece un cenno rispettoso che voleva dire: — Inclino a crederlo anch'io.
— Io conosco il signor Alberto, — Riccardo proseguì — lo conosco da molto tempo, intimamente, e lo credo incapace di commettere un'azione indegna; me ne rendo mallevadore come d'un mio fratello; altre cento persone, se occorresse, sarebbero pronte ad affermare lo stesso, la perdita del biglietto sarà una cosa inesplicabile; ma il signor Alberto è innocente. Ora egli si trova ridotto all'estrema miseria, e per di più disonorato. Di questa ingiustizia non avrà colpa che il caso, voglio credere; ma tanto più è dovere di tutti quelli che conoscono quel povero giovane, di fare tutto il possibile per restituirgliquello che ha perduto. Bisognerebbe trovar modo di farlo riammettere nello studio, persuadendo il signor avvocato che egli è innocente. Lei che è giovane, che ha cuore, che conosce quel povero infelice, m'aiuti lei. Facciamo fra tutti quello che si può far di meglio. Le assicuro che sarà una buona e nobile azione. Vediamo di trovare un modo per persuadere il suo principale.
Lo scrivano guardò attentamente Riccardo, e sentendosi sempre più rassicurato, esclamò con voce sospirosa e pietosa: — Ma come trovarlo questo modo, Dio buono! Non c'eran testimoni, il biglietto non s'è più ritrovato, nessuno ha saputo dare una spiegazione.... Dio lo volesse che si trovasse una spiegazione!
— Ma si può trovare — riprese Riccardo, incoraggiato dalla disposizione benevola del giovane — si può inventare! Dal momento che lei ed io siamo persuasi che il signor Alberto è innocente! Possiamo combinar tutto fra noi due, senza che ne sappia nulla nessuno nè ora nè mai. Creda, caro signore, che glie ne sarei grato per la vita!
E dicendo questo gli afferrò le mani e glie le scosse con uno slancio del cuore.
— Ma cosa dire! cosa inventare! — rispose lo scrivano, grattandosi il capo e fingendo di cercare.
— Si dice che il biglietto è stato ritrovato — esclamò Riccardo con vivacità — e si presenta all'avvocato un biglietto di cento lire! Il biglietto lo metto io; lei si presenta all'avvocato, fingendosi tutto contento d'aver trovata la giustificazione d'un amico, e gli dice: — Ecco il biglietto che lei credeva rubato, l'ho trovato io!
— ... Io? — domandò lo scrivano, turbandosi leggermente.
— Ma che cosa c'è di più naturale? — ripigliò Riccardo infervorandosi e pigliando la mano del giovane.
— Ma... — rispose questi esitando — ... ritrovare un biglietto... intatto... dopo tanto tempo... dove? in che maniera?... come spiegare che sia scomparso?
— Ma si può spiegare benissimo! Combiniamo la spiegazione insieme. Ecco qui, per esempio. Quando l'avvocato s'alzò per uscire dal suo gabinetto, — dove il signor Alberto rimase solo per qualche momento, — alzandosi, fece scivolare il biglietto giù dal tavolino. Vicino altavolino c'era il caminetto acceso. Il biglietto cadde sulla bragia e si bruciò quasi intero. Il custode lo raccolse la sera con altri pezzetti di carta, con cui era confuso, e buttò ogni cosa in una cesta. Lei, cercando una lettera smarrita, è andato a metter mano nella... Ma perchè le pare tanto strana? —
Riccardo, alzando improvvisamente gli occhi in viso allo scrivano, vi aveva colto a volo un'espressione così inaspettata di turbamento, che s'era lasciato sfuggire quella brusca interrogazione. Senza pensarci, egli aveva proposto di dar per vero quello che era in fatti accaduto, con la sola differenza che la mano nella cesta lo scrivano ce l'aveva messa il giorno dopo lo smarrimento del biglietto, invece di mettercela quel giorno stesso, come Riccardo proponeva.
— Perchè le pare tanto strana? — ripetè questi, fissando più attentamente lo scrivano.
Ma costui aveva perduto affatto la bussola.
Invece di rimediare alla meglio alla prima imprudenza, stette un momento senza rispondere, rosso, confuso, guardando qua e là per il pavimento, e poi rispose di mala grazia:
— No... Io non voglio mettermi in questi impicci...; e non voglio... far nascere dei sospetti!
— Dei sospetti? — domandò con grande meraviglia Riccardo. — Sospetti di che? su chi?
— Sospetti... — balbettò lo scrivano, al colmo della confusione — sulla mia onoratezza.
— Sulla sua onoratezza? — esclamò Riccardo guardandolo bene in faccia. — Ma che diavolo dice?
— Sì signore! — rispose ad alta voce lo scrivano, che accortosi del passo falso, avrebbe voluto rimettersi in piedi, ma non sapeva più dove aggrapparsi, e parlava a caso. — Sospetti sulla mia onoratezza! La mia onoratezza è al di sopra di tutti i sospetti! Sono abbastanza conosciuto! Nessuno può dir nulla sul conto mio! Ne domandi ai miei colleghi, al mio principale, a chi vuole! Non son discorsi da farsi! Io non c'entro e non ci voglio entrare! Ha capito? E il signor Alberto pensi ai fatti suoi e lasci in pace chi lo lascia in pace! E sia un discorso finito!
Riccardo diede in una sonora risata.
— Ma sa — disse poi incrociando le braccia e allargando le gambe — che si direbbe che il ladro sia lei?
Lo scrivano si fece smorto, e retrocedendo verso la porta, gridò con voce soffocata:
— Badi a quello che dice!
— Ah! ora comincio a capire! — rispose Riccardo rimettendosi il cappello, e slanciandosi avanti.
Ma a un tratto s'arrestò. Una mano sconosciuta aveva afferrato il braccio dello scrivano sul limitare della porta. Questi si voltò bruscamente e vedendosi in faccia l'avvocato, diede un guizzo indietro, e rimase un momento colle spalle al muro —, impietrito.
— Ebbene.... sì — mormorò poi con un filo di voce — son io!
E s'allontanò lentamente, strisciando la schiena alla parete, come un ragazzo minacciato d'una pedata.
Giulia, quel giorno, si era levata per tempo, dopo un sogno breve e agitato da sogni dolorosi. La sera prima Alberto le era parso più sconsolato del solito; più d'una volta essa l'aveva sorpreso colle lagrime agli occhi, e dopo averlo lungamente confortato a farsi animo, non ne aveva avuto altra risposta che: — Oh Giulia! io non posso più vivere così! — Essa s'era addormentata col cuore trafitto da queste parole, e svegliandosi le era parso di sentirsele mormorare all'orecchio.
Si vestì in fretta e andò a picchiare all'uscio della stanza d'Alberto, aspettando quel solito: — Avanti, — detto con voce stanca e melanconica. Non udì risposta; picchiò di nuovo: nulla; allora aperse ed entrò. Alberto non c'era. Giulia stette un pezzo immobile e pensierosa,cogli occhi fissi sulla candela quasi intieramente consumata. Poi s'avvicinò alla finestra e guardò fuori: il cielo era bigio e chiuso; un vago presentimento di sventura le entrò a poco a poco nel cuore; tornò nella sua stanza, sedette, appoggiò il capo sopra una mano, e ricominciò a pensare, immersa in una profonda malinconia.
Dopo un po' comparve sua madre, e sedette di fronte a lei, senza far parola.
Picchiarono all'uscio; Giulia andò ad aprire, ed una vecchia vicina mise il viso dentro, dicendo: — Sapete la novità?
— Non so nulla, — rispose la ragazza.
— S'è buttato giù un uomo dal campanile del Duomo.
— Quando? — domandò subito Giulia.
— Ieri sera.
— No, stamani! — uscì a dire un'altra donna, che arrivava in quel punto sul pianerottolo con un fagotto sotto il braccio; — stamani, mi hanno detto; fra le sei e le sette.
— Chi era? — domandò Giulia.
— Chi lo sa! — risposero ad una voce le due donne.
Giulia stette un po' pensando, poi disse tra sè: — Ma che! — e sorrise; poi si rifece pensierosa.
— Che cos'è seguito? — domandò sua madre.
— S'è gettato giù un uomo dal campanile del Duomo, — le rispose Giulia, rientrando nella stanza.
La madre fece un atto d'orrore, e fissando gli occhi in viso alla figliuola, dopo un po' d'esitazione, disse a bassa voce, con impeto: — Dio mio!... Che non fosse....
— Chi? — gridò Giulia.
— Il signor Alberto! — mormorò la vecchia atterrita.
— Il signor Alberto? — rispose la ragazza con un accento indefinibile di sorpresa e di spavento; — ma bada a quello che dici, mamma! Sei pazza?... Certe cose non si dovrebbero nemmeno pensare! — e si mise à piangere.
— Sapete, — disse in quel punto un'altra donna, fermandosi dinanzi alla porta, — dicono che l'uomo che s'è buttato dal campanile sia un impiegato.
— E io vi dico, — gridò Giulia, slanciandosi verso la porta — che ci lasciate vivere in pace! Andate in un altro luogo a far di questi discorsi! Ma, Dio mio! — soggiunse poi, avvicinandosi a sua madre; — avrebbe ben potutodire una parola prima di uscire, e non lasciarci qui a pensare di lui chi sa che cosa! Bel modo d'andarsene senza dir nulla!... Sentite! — gridò correndo di nuovo sul pianerottolo, e fermando le donne che se n'andavano brontolando; — scusate! dite ancora una cosa! — Poi tornò verso la madre: — Mamma! non so perchè, ho paura! — Poi daccapo verso le donne: — Ma chi v'ha detto che sia un impiegato? Quando s'è buttato? Perchè?
— Per miseria, — risposero le donne; — si capisce!
— Per miseria! — gridò Giulia con una voce straziante.
— Ma che avete? — domandarono le vicine.
— Che cos'ho! — rispose la ragazza col viso pallido e alterato. — Ho che mi piglia la disperazione, capite? Ho che non so più quel che mi faccia!
— O che ha paura che sia il giovane che sta qui?
— Ma sì! — rispose Giulia, girando come una forsennata per la stanza in cerca del suo scialle; — non l'avete ancora capito?
— Ma non può essere! — esclamarono levicine. — La si cheti! Non sarà lui! — e cercavano di trattenerla.
— Lasciatemi passare! — gridò Giulia, slanciandosi verso la porta.
— Ma non è lui! — gridarono in coro le vicine e la madre, trattenendola per le braccia. — Ma dove vuoi andare? Chetati, per carità! Non è lui!
— Lasciatemi andare, — urlò la ragazza fuori di sè, — o vi mordo!
Con un supremo sforzo si svincolò dalle donne e si slanciò sul pianerottolo.
Due sconosciuti l'arrestarono.
— È in casa il signor Alberto? — le domandò uno di quelli.
Giulia dètte indietro d'un passo lo guardò, e rispose con voce affannosa:
— No! Chi è lei?
— Io sono l'avvocato B*** — rispose questi, guardandola meravigliato.
— Ah sì? — gridò Giulia fissandolo con uno sguardo di pazza; — e lei ardisce di metter piede in questa casa!... Assassino! —
Ciò dicendo gli si slanciò addosso, e lo percosse con la chiave nel viso.
Poi cadde fra le braccia delle donne, esclamando: — No!non era un ladro! — e svenne.
— Se ne vada, — disse in fretta Riccardo all'avvocato. — Non è bene che stia qui, spiegherò tutto io, sarò a casa sua tra poco — E si chinò sopra Giulia, mentre l'avvocato scendeva le scale, sbalordito, rasciugandosi il viso grondante di sangue.
Poche ore dopo Riccardo non c'era più e Alberto era tornato a casa. Con sua gran meraviglia egli trovò Giulia serena e sorridente. Prima la guardò un pezzo, almanaccando; poi le domandò la cagione di quella sua serenità. Giulia gli mise in mano un biglietto, dicendogli che lo aveva portato un signore. Alberto lesse: — “Il signor Alberto è pregato di recarsi questa sera alle sette in via (c'era detto la via, il numero e il piano), dove sarà data una risposta alla sua domanda di due giorni fa; spero favorevole. Riccardo.„
— Che domanda è? — chiese Giulia.
— La domanda d'un posto di scrivano in un ufficio d'ingegnere, — rispose Alberto con tristezza. — Andrò.... a sentirmi dire la solita cosa: — Ripassi tra un mese.
— Ma chi ci sta in quella casa?
— Non lo so. —
Giulia fece un atto di contentezza, ripetendo: — Non lo sa! —
E Alberto non proferì più parola.
Alle sette egli tirava il campanello della casa indicata nel biglietto di Riccardo. Gli venne ad aprire un servitore con un lume in mano, gli fece attraversare due o tre stanze, e apertagli una porta lo pregò d'entrare e di attendere qualche momento.
Alberto entrò, e il servitore chiuse e disparve. Era una bella sala con un ricco tappeto, rischiarata da un lume splendido posto sopra un tavolino nel mezzo. Alberto sedette e guardò. Le pareti erano ornati di specchi e di quadri, i tavolini coperti di fiori, di libri dorati, di ninnoli; in un canto, sopra una snella colonnetta, sorgeva una statua d'alabastro con un braccio teso, che pareva accennasse lui; in ogni parte luccicava qualcosa. Era molto tempo ch'egli non aveva visto una sala cosìsignorile e così bella. Toccò la spalliera d'una poltrona che aveva accanto: era di velluto. Guardò ai suoi piedi: c'era una pelle di tigre. Si voltò: vide una grande campana di cristallo con sotto un orologio di bronzo. Per tutto dove voltava lo sguardo, c'era un oggetto che costava almeno tre volte il suo stipendio di un mese. Egli stette un pezzo osservando ogni cosa con una curiosità infantile: i fiori dei ricami, le cornici degli specchi, i cordoni dei campanelli, i candellieri, i guanciali, i rabeschi. Poi si sentì preso da una tristezza indefinibile. Quello splendore l'offendeva come uno scherno alla sua miseria; quella statua che lo segnava a dito, gli faceva l'effetto d'una persona viva che gli dicesse: — Va via!; — il pensiero che tra qualche momento sarebbe comparso qualcuno, lo turbava; avrebbe preferito aspettare ancora; avrebbe voluto nascondersi, uscire in punta di piedi; si pentiva quasi d'esser venuto. — Che faccio io qui? — pensava. — Che cosa spero? Come può curarsi di me la gente felice che abita in questa casa? — Gli parve di sentire un fruscìo, sospettò che fosse una signora, balzò in piedi, e, guardandosi nello specchio, s'accorse che aveva arrossito. Sedè di nuovo estette coll'orecchio teso. Finalmente gli venne addosso come un'inquietudine, una rabbia di esser costretto a star lì solo, in mezzo a quella ricchezza che l'umiliava, in quello stato d'aspettazione dolorosa. Ricordò le molte volte che aveva aspettato, da un mese a quella parte, in altre case, lunghe ore, per sentirsi poi rispondere: — Non abbiamo bisogno di nessuno. — Gli tornarono alla mente i sorrisi compassionevoli dei servitori e degli uscieri, quando lo vedevano andar via col capo basso; gli atti d'impazienza di coloro, a cui s'era rivolto con preghiere; tutti i disinganni, tutti i sacrificii d'amor proprio, tutte le umiliazioni sofferte in presenza di gente sconosciuta; gli si affollarono tutti questi ricordi, e quelli dei giorni che aveva patito la fame, e l'oppressero. E si domandò se avrebbe dovuto trascinare ancora per lungo tempo una così triste vita, perchè la trascinava, che delitto aveva commesso, quale condanna pesava sul suo capo. — Ma io non domando che di lavorare, — disse poi in un impeto di sdegno sconsolato: — dovrò dunque morir di fame? Dovrò rubare? Dovrò uccidermi? — Balzò in piedi, si sentiva addosso una smania che non aveva provata mai, avrebbe spezzatoquanto gli cadeva sott'occhio. — Oh, infine, disse poi con voce soffocata, guardando con occhio bieco verso la porta, — io sono stanco! Che cosa fanno questi signori? Animo, fuori, gente senza cuore! C'è qui un mendico che aspetta! —
Stette aspettando un minuto, e poi afferrò il cappello e si mosse per uscire.
In quel momento sentì venire dalla stanza accanto una musica sommessa e dolce che gli parve di un pianoforte toccato da una mano leggerissima. Si fermò e si rimise a sedere. La musica a poco a poco si fece più rumorosa, poi di nuovo sommessa, poi forte un'altra volta; pareva un mormorìo di persona commossa che dicesse cose tenere e liete ad un amico melanconico, e le dicesse presto, con affanno, trattenendolo; pareva un misto di voci di donne e di bambini che confortassero un povero; gli ricordava la voce concitata di Giulia, quando diceva: — No, non parlar così, fatti coraggio, spera ancora. —
Alberto appoggiò il capo sopra una mano e pensò a Giulia con un sentimento di triste tenerezza.
All'improvviso s'aprì una porta; egli si scosse e s'alzò.
Una ragazzina bionda, bianca e rosea, vestita di bianco, coi capelli sciolti, s'avanzò timidamente verso di lui, seguìta da due bambini, uno di sei e l'altro di quattr'anni, che vennero a piantarglisi davanti cogli occhi attoniti.
La bambina si fermò a due passi da Alberto, aprì un foglio colle mani tremanti, e disse arrossendo, con voce sommessa:
— Ho da leggere la lettera.
— Che lettera? — domandò Alberto, maravigliato.
— La lettera — rispose la bimba — che ha scritto il babbo un momento fa, e me l'ha data perchè venissi a leggerla qui, dal signore che aspettava nel salotto.
— E chi è il suo babbo? — domandò Alberto guardando intorno a sè.
La bambina pronunziò il nome di suo padre.
Alberto balzò indietro, come se avesse ricevuto un urto nel petto. Il sangue gli si rimescolò da capo a piedi. Si ricordò in un momento di tutto: dell'accusa di ladro, della miseria, della fame, di tutte le angoscie che pativa da tanto tempo per cagione di quell'uomo;e si sentì soffocare dalla rabbia e dall'odio. Sul primo momento fu tentato di afferrare quella lettera, di lacerarla e di gettarla sotto i suoi piedi; e distese la mano... Ma incontrò lo sguardo timido e gentile della bambina, e si frenò; di rosso si fece pallido, si passò una mano sulla fronte che ardeva, si ricompose, e disse con voce mutata:
— Legga pure.
La bambina cominciò a leggere:
“Signor Alberto! Ho avuto la prova della sua innocenza; e ho saputo nello stesso tempo quali furono le conseguenze del mio deplorabile errore, quanto lei sofferse per cagion mia e che nobile cuore sia il suo. Ora io ho un dovere da compiere: quello di supplicarla di ritornare al mio studio, almeno una volta, perchè io possa dichiarare solennemente, in presenza sua e di tutti i miei dipendenti, che sono vergognato e desolato d'avere, in un momento d'aberrazione, calunniato un onest'uomo. Ma questo non basta. Poichè l'offesa è stata mortale, io debbo pronunciare la parola che suol costare maggior sacrifizio all'orgoglio;ma la pronunzio senza sforzo, senza esitazione, colla fronte alta, col cuore sulle labbra, cogli occhi gonfi di lagrime che mi fanno bene: — Signor Alberto, mi perdoni! — È un uomo vecchio che domanda perdono a un giovane di vent'anni, è un padre che lo domanda per mezzo dei suoi bambini. Li baci in fronte tutti e tre, signor Alberto. Io non le domando altra risposta. Se quando tornerò a casa, essi mi diranno: — Ci ha baciati! — io dirò tra me: — M'ha perdonato! — e me li stringerò al cuore con uno slancio di gioia e di riconoscenza.„
La bambina tacque e alzò i suoi belli occhi azzurri e umidi in viso ad Alberto.
Questi rimase qualche momento sbalordito, respirando con affanno, e guardando intorno a sè come per assicurarsi che quella era una realtà e non un sogno. Poi tutta l'anima sua si rischiarò improvvisamente, tutto quello che aveva in fondo di buono e di generoso gli venne su con un impeto irresistibile, strappò il foglio dalle mani d'Amalia, lo guardò, lo stropicciò colle mani convulse, sorrise, e poi gridòcon voce tremante e sonora: — Ma sì! Perdono! Perdono! Perdono! — Dicendo questo, si gettò sui bambini, se li strinse tutti e tre contro il petto e cominciò a far cadere sulle tre testine bionde una pioggia di baci appassionati.
In quel punto si aperse una porta e comparì sulla soglia l'avvocato.
Alberto si slanciò verso di lui.
L'avvocato lo arrestò con una mano. Quella mano mostrava un ritratto. Il giovane guardò e gettò un grido di meraviglia e di gioia: — Mia madre!
Allora l'avvocato allargò le braccia dicendo con voce commossa: — Qua, povero Alberto! — e Alberto gli si gettò al collo singhiozzando.