FURIO.

FURIO.

C'era una volta un giovine bello e non sciocco, e nemmeno vano, che è più raro; o vano forse, ma in una certa sua maniera aperta e faceta, che piaceva. E non di quei belli, che c'è chi li trova così così, e a qualcuno anche non piacciono; era bello per tutti. Si sarebbe potuto paragonare a uno di quei giovani tanto frequenti nei romanzi francesi, e tanto rari, per fortuna, nel mondo reale, che per tutto dove passano lasciano una traccia di dissidii coniugali, di malinconie di ragazze, di collere d'innamorati; e ad ogni atteggiamento che pigliano, il romanziere gli fa cader su da qualche spiraglio un raggio di luna o di sole, e gli appiccica una similitudine tirata da qualche quadro illustre.

A pensare che era stato assuefatto da bambino a sentirsi passare sotto il mento la mano bianca delle signore, a esser baciucchiato dalle ragazze, a vedersi sempre intorno i genitori in adorazione, a farsi perdonare qualunque monellerìa con un atto grazioso, era una meraviglia il vederlo cresciuto così senza fumi, senza leziosaggini, buono, franco, alla mano, che si faceva voler bene da tutti, o almeno non dispiaceva a nessuno. Quando gli dicevano uno scherzo sulla sua bellezza, egli stesso ne scherzava, senza che da nessuna delle sue parole trasparisse un barlume di vanità, e svelava, con molta semplicità, certe sue finezze dongiovannesche, d'effetto provato, asseriva, e immancabile; e contraffaceva, con molta grazia, gli atteggiamenti e i modi proprii, spingendo sempre la cosa fino a tal segno di ridicolo da escludere affatto ogni sospetto d'artifizio.

Una sera, a una cena di amici, perchè gli avevano detto che la bellezza, nell'uomo, non conta nulla, che lo spirito è tutto, e che lo spirito, a voler esser giusti, e lo sfidavano a negarlo, era la parte meno notevole in lui, proruppe esilarato: — Già, tutti dicono così; ma poi che cosa si vede in effetto? Il rovescio, si vede. Neiromanzi, tutti gli uomini che fanno qualcosa di grande o di buono sono belli; tutte le donne si struggono d'avere dei figliuoli belli; gli aiutanti di campo si cercano belli; i commedianti bisogna che sian belli, gli oratori, belli, i re, belli; e di un poeta bravo, ma brutto, si dice: — Me lo figuravo diverso; — e il Byron si curava più del suo viso che della sua gloria, e il Leopardi avrebbe dato tutto il suo greco per un paio di occhi da incapriccire Nerina, e il Petrarca si dà del bello da sè,forma non glorior excellenti, sed.... ma sono un bell'uomo; e il Guerrazzi, sotto la maschera del suo Orazio, dice addirittura che le ragazze si voltavano indietro a guardarlo; e il Murat, coi fucili alla gola, pensava ancora a parer bello dopo morto; e ci sono delle città dove i prefetti brutti non ce li vogliono; e Cristo si dipinge bello, e gli angeli, perchè riesca più comodo di amarli, si rappresentano grandi e snelli come cavalleggieri di Saluzzo, o tondi e coloriti come le mele lazzeruole; eternamente brutti nei romanzi, nei quadri e nell'immaginazione della gente i cretini, i birbanti, e voi. —

L'indole sua aveva poi questo di singolare, che a volte egli si sentiva come scontento, e più che scontento, vergognoso quasi dei suoipregi esteriori; ma neanche vergognoso, un sentimento come di disistima di sè, provava; appunto perchè, come gli avevan detto gli amici, in lui lo spirito era tanto da meno della persona, o per dir più giusto, la gente ne teneva tanto meno conto. Era d'ingegno aperto e sveglio, e non senza quel che di vivo e d'arguto, a cui si dà nome di spirito; ma di ben altra levatura avrebbe dovuto essere, perchè viso e cervello fossero alla pari. Quella sproporzione gli pareva ridicola, qualche volta umiliante; e diceva: — La mia anima è come una contadina zotica vestita da signora elegante. — È innamorato? — gli domandava un giorno la sua vecchia padrona di casa, vedendolo triste; — eh via! non si dia pensiero: lei è un bel ragazzo.... — Io sono un bel fantoccio, — egli rispondeva, e in quel momento pensava a una ragazza piantata da lui che una volta gli aveva scritto: — Lei ha sbagliato a nascere coll'anima; lo avremmo potuto mettere in una galleria. — E questo suo sentir meschino di sè lo pigliava sovente all'improvviso, come un mal di capo, in mezzo a una brigata d'amici, in specie se c'erano delle donne, e allora ammutoliva, pigliava il cappello,e via: chè già gli pareva d'aver detto tante sciocchezze, tanti spropositi, tante assurdità, da colmar la misura della più generosa tolleranza. Del resto, tutte queste debolezze provavano ch'egli era assai da più che non si credesse egli stesso; per lo meno un cervello sano e un cuore gentile; un po' matto, quand'era allegro, e quand'era triste, un po' acre; buon giovane, in fondo.

Aveva ventott'anni, i capelli biondi, la laurea di avvocato, un po' di ben di Dio, e uno stranissimo nome ch'egli non poteva soffrire: Riconovaldo.

Ed ora comincio il racconto.

Erano le sei della mattina. Furio spalancò le imposte della finestra, ed entrarono ad un punto nella sua camera un raggio di sole ed un'ondata d'aria odorosa, che gli diede un fremito di piacere soavissimo. Guardò il cielo, i monti, il giardino della villa, battè il pugno sul parapetto, dicendo: — Bello! — e pensò che aveva quattordici anni, e sentì che amava immensamente la vita. Un insetto saliva su per lo spigolo della persiana: egli allungò la mano per buttarlo giù; — Ma no, — disse subito: — oggi è giorno di grazia; vivi! — Rise, si appoggiò alla finestra a contemplar la campagna e canterellava.

In quel punto comparve sotto le sue finestre una carrozza vuota; una donna di servizio uscì di casa e aprì lo sportello, e tre piedilunghi e asciutti si posarono l'un dopo l'altro sul montatoio, e tre persone asciutte e lunghe salirono e sedettero in fretta, il padre, la zia e la sorella di Furio.

Furio s'era ritirato un po' indietro.

— Tra due ore si torna, — disse il padre alla donna di servizio.

— Colla signora! — rispose questa con un'espressione di timida allegrezza.

— Colla signora nuora, — soggiunse il primo con un sorriso dignitoso di compiacenza; e fatto un cenno al cocchiere, il legno si mosse.

— Un momento! — gridò la zia con voce stridula.

Il cocchiere fermò, e dalla carrozza si alzò un lungo braccio secco con un dito lungo e nodoso che, dopo aver tremolato un po' nello spazio come la canna di uno spegnitoio di chiesa, si fissò verso la finestra di Furio; e la voce di prima gridò:

— Vestiti e scendi immediatamente! —

Furio scomparve.

— Non importa — disse il padre in tono conciliativo, — lascialo a casa, è un impiccio di meno.

— Voglio che venga!

— Via, non perdiamo tempo, è già tardi.... Avanti, cocchiere! —

Il legno ripartì. Furio si fece alla finestra, e vide ancora da lontano quel lungo dito formidabile appuntato contro di lui a guisa di una freccia, e una fila di dentoni digrignanti, che parevano la tastiera d'un pianoforte. Il legno scomparve; il ragazzo rimase qualche minuto immobile, cogli occhi a terra, mortificato. Ma ad un tratto sentì un delizioso odor di fumo lasciato giù dal cocchiere; si scosse, corse in un angolo della camera, tirò fuori un sigaro da un buco della parete, l'accese, e si mise a passeggiare. Pensava che di lì a due ore sarebbe arrivata sua cognata, la moglie del suo fratellastro, ch'egli non aveva mai vista, e ch'era, a quel che dicevano in casa, una bella signora, grande, bionda, ben vestita; e aveva piacere che venisse. Ma non un piacere schietto e tranquillo; perchè egli era timido, e un poco orso, come gli diceva sua sorella, o piuttosto zotico e sciocco addirittura, come gli assicurava la zia; e il pensiero di aver da comparir dinanzi a quella signora, in presenza di altri, di pieno giorno,e doverla guardare in viso, e doverla salutare, e doverle rispondere, lui che, in quelle occasioni, perdeva la bussola e non riusciva ad accozzar due parole, questo pensiero lo turbava un po'. A fissarvisi, si sentiva arrossire, solo com'era nella sua cameretta; figuriamoci là nel momento solenne.

Del resto, chi volesse sapere che maniera di vita sarebbe venuta a trascinare in quella villa la cognata di Furio, lo dice questa lettera scritta da suo fratello, che c'era stato l'anno prima una diecina di giorni, a uno dei suoi amici intimi.

“.... Il ragazzo, Furio, è tornato a scuola in città, ch'è a un'ora di qui, il giorno dopo ch'io arrivai. Per quel poco che potei vedere, mi parve il miglior soggetto di casa; ma non gli vogliono bene. Sua sorella, Candida, sta tutto il giorno tappata in camera; e non ti saprei dir bene di che cosa sappia; ma a far la vita che fa, bisogna che sappia di poco; si consuma; ci si vede già il patito, e non ha ancora vent'anni. Cattiva non la direi; sai, è una di quelle slavature di ragazze, che se ne vedono tantefra le maestre di pianoforte e le guardarobe degli orfanatrofii, senza fibra, senza sangue, senza curve, che vivono e muoiono caste nello stesso modo e per la stessa virtù che le figurine di gesso. Alta, smilza, un viso affilato di beghinetta, pettinata come una madonna, coi capelli lisci e appiccicati; non è brutta, se si vuole; ma nulla più. Per me, è come se non ci fossi; non mi parla, non mi guarda, si direbbe che non mi vede. Così mi tocca star tutto il giorno testa testa coll'uno o coll'altro di questi due vecchi, uggiosi tutti e due da stancare quanti hanno avuto il vanto della pazienza da Giobbe in poi. E ispirano anche più stizza che uggia. Lui è ispettore del Demanio, in vacanza; cavaliere. Pianta, quattro stanghe in uno di quei busti di legno dei barbieri da contadini, e n'avrai un'immagine; grande gravità, grande albagìa, gran testa di legno, ignorantissimo e vanissimo; di quella vanità goffa e meschina che matura specialmente negli uffizi governativi. Fondi un usciere presuntuoso con un sindaco di villaggio che la pretenda a grand'uomo: n'esce lui con quel palo in corpo, con quelle gote gonfiate, con quel perpetuo sorriso di pietà. È cortese; ma di quellacortesia che si crede necessaria come velo modesto dell'importanza, e affabile temperamento dell'autorità; cortesia che casca giù dall'alto, e dice: — Mi degno. — Credo che abbia poco cuore, o che il cuore gli si sia intorpidito, per disuso. E la sorella, peggio. Di figura, è una megera; e anche più d'anima, se l'ha; di qualche anno sopra la cinquantina; secca allampanata, tutta punte, con una faccia bronzina, di quelle faccie lucide che par che ci abbian dato una mano di vernice. Il carattere l'ha tutto espresso nella bocca; la quale non è una bocca, ma un taglio lungo e sottile, fatto con una temperinata, sempre chiuso, anche quando parla, ch'è di rado, grazie al cielo. È vedova anch'essa, come suo fratello, e fortunati i morti: ma credo che non se ne sia mai accorta, non deve aver mai sentito nulla, è un foglio di cartapecora male incartocciato; e poi lunatica, inquieta e brontolona. In verità io non so capire perchè lì dentro ci debba essere un'anima immortale! La sera egli scrive le sue cose d'ufficio, la sorella fa la calza, io suono il pianoforte, leggo, parlo; nessuno dei due alza la testa; solamente lui, di tratto in tratto, mi dà un'occhiata di sopra gli occhiali, e conquel suo odioso sorriso protettore mi risponde. — Sicuro! — e daccapo a scrivere. Credi, mi sento brulicar qualcosa su per le dita....„ La lettera era sottoscritta Riconovaldo.

Di là a due ore la carrozza ricomparve dinanzi alla villa. Il gonfio ispettore, sceso in fretta pel primo, porse una larga mano rugosa, in cui s'immerse e disparve la manina bianca di una bella signora, che saltò giù con un atto molle ed elegante. Poi smontò la zia, respingendo l'aiuto offertole dalla donna di servizio, poi Candida. Tutti insieme entrarono in un'allegra stanza a terreno, che serviva da salotto da pranzo, e si buttarono sulle seggiole e sulle poltrone, rifiniti dal caldo.

— Dunque, — domandò la signora appena ripreso fiato, scotendo e ravviando con tutt'e due le mani la sua folta capigliatura bionda; — dov'è questo ragazzo?

— A proposito, e Furio? — domandò il padre alla zia. — Come non è qui? Furio! — gridò affacciandosi alla finestra.

E la zia di sulla porta: — Furio! —

— Ora lo vado a pigliar io, — borbottò montando la scala; — malcreato! —

Ci fu qualche minuto di silenzio; si sentì sopra il passo affrettato della zia, poi lo scoppio della sua voce, poi un altro rumor di passi più fitto, e poi di nuovo giù per le scale una sfuriata di acerbe parole:

— Vanitoso sciocco! — gridava la vecchia, fermandosi ad ogni scalino, e ripigliando fiato a ogni parola; — guardate se par possibile! Un ragazzaccio di quindici anni! Per sua cognata, poi! E mentre stanno giù ad aspettarlo!

— Che cos'è stato? — domandò il padre sbadatamente.

— Figuratevi, — rispose la zia, ferma sulla porta, come per impedire al ragazzo di entrare prima ch'essa avesse finito la sua invettiva; — vado su, m'avvicino in punta di piedi alla sua camera, e me lo vedo là, con uno specchio davanti e uno di dietro, che si lisciava i capelli come un damerino, e aveva messo sossopra ogni cosa: biancheria, panni, spazzole, saponi, boccette; pareva il cassettone di una sposa.... —

La signora rideva.

— Ma questo non è nulla, — proseguì la zia, dando un'occhiata verso la scala, dove la povera vittima stava aspettando; un puzzo indiavolato di sigaro, da non poterci respirare: ha fumato!

— Oh! — interruppe il padre fingendo un atto di collera.

— Ma gli ho dato una lezione! — la vecchia riprese, e faceva l'atto di dare uno schiaffo; e poi, rivoltandosi verso la scala: — Animo, avanti!

Il povero ragazzo, che aveva sentito tutto, veniva giù adagio adagio, umiliato, confuso, coi capelli in disordine, con una vecchia cacciatora indosso, chè la zia non gli aveva lasciato tempo di mutarsi, senza solino, senza cravatta, come un povero. Arrivato sulla porta, la zia lo cacciò dentro con uno spintone; egli si trovò davanti alla signora che gli era venuta incontro; la guardò, la vide ridere, si fece color del fuoco, si sentì mancar la parola, abbassò la testa e stette lì immobile, col respiro sospeso, nell'atteggiamento d'un condannato.

— Saluta dunque la cognata! — disse la zia.

— Signora!... — mormorò egli con un fil di voce; ma non gli riuscì di alzare la testa.

— Signora! — ripetè la vecchia spietata contraffacendolo; — e non hai nient'altro da dire a tua cognata? alla sposa di tuo fratello, che non hai mai veduta? Bell'accoglienza da fare a una parente! Compatitelo, Iride, è un ragazzaccio zotico, è sempre stato in campagna, non ha mai visto nessuno....

— Eh, già, — soggiunse il padre guardando fisso Furio, come avrebbe guardato un gatto imbalsamato dentro una vetrina, — già, a quell'età siamo stati tutti così, non si sa nè muoversi nè parlare; ma poi, col tempo....

— Costui non cambierà, sai; — la zia soggiunse, — è impossibile; si vede proprio che non c'è nato.

— O perchè? — disse la signora con un accento amorevole di difesa.

E tutti e tre continuarono a guardarlo. Oramai la vergogna del povero Furio faceva pietà, il sangue gli era salito al viso tanto che gli occhi ne parevano velati, la testa gli pesava come se fosse di piombo; si vedeva che soffriva. La signora se n'accorse, si voltò da un'altra parte ridendo, e mutò discorso. Furio scomparve.

Ma bravo! Era un mese che vi rallegravateal pensiero che una bella signora sarebbe venuta a rompere la monotonia uggiosa delle vostre ferie campestri; un mese che andavate fantasticando i discorsi che le avreste fatti e le cose carine che v'avrebbe risposte; un mese che, passando davanti allo specchio, vi fermavate, e non andavate più al sole per non farvi più nero; un mese che vi logoravate i denti colle polveri, la testa coi pettini e l'unghie colla limettina; un mese che vi lamentavate colla sorella dei vostri vestiti, che vi parevan grossolani e disadatti, e avreste voluto aver tutto bello e fine per far onore all'ospite aspettata; un mese che contavate i giorni e le ore che dovevan passare prima ch'ella arrivasse, e vi promettevate che sareste stato con lei amabile e gentile, e le sareste riuscito simpatico, e vi sareste fatto voler bene; ed ora, al momento di cominciare, vi presentate in quel modo, colla impronta d'un ceffone sul viso, colla testa irta come un'istrice, vergognoso, muto e cocciuto come il più tanghero scolaretto del vostro Ginnasio!

Fu un momento molto amaro pel povero Furio. Uscito di casa, s'andò a gettar sotto un albero, col cuore stretto e gli occhi pieni di lacrime, sdegnato contro di sè, contro la cognata.contro tutti. — Non voglio più comparire davanti a quella signora, — diceva tra sè; — soffro troppo a far di quelle figure, mi sento venir male, non vado più, piuttosto scappo, tanto non mi vuol bene nessuno. —

In quel punto una voce stridula in tono di comando si fece sentir dalla villa: — Furio, a colazione!

Furio si sentì rimescolare il sangue, balzò in piedi, e così nel primo impeto dello sdegno rispose con voce soffocata: — No! —

E si slanciò per fuggire: fu trattenuto. Era Candida.

— Candida, sei tu! — esclamò il ragazzo con voce commossa.

Candida gli aperse le braccia, e Furio vi si gettò trattenendo a stento un singhiozzo.

Candida era buona e lo amava.

Quei tre o quattr'anni che passano tra l'infanzia e la giovinezza, son pieni di sconforti e di malinconie, come quando si comincia a sentir che s'invecchia. L'anima, smaniosa di affollarsi alla vita, se la vede chiusa da ogni parte, e si dibatte in una prigionìa affannosa. Come il germe, a primavera, tenta la scorza che lo ravvolge, e s'agita impaziente, così in quegli anni l'uomo si sente chiuso nel ragazzo, e ne freme. Ha bisogno d'aria e di luce, e vorrebbe levarsi a volo; e urta le ali nelle pareti domestiche, e le ripiega rintuzzate e dolorose. Vede sotto di sè un piccolo mondo di bambini, dove si gioca, si ride, si canta, si folleggia, e non vi può più discendere; vede di sopra un altro mondo più vasto, dove si pensa, si lavora, si combatte, si ama, e non vi può ancora salire. Intravvedegià, come dietro un velo, la donna, bella, cara e misteriosa, argomento segreto di desiderio e di sogno; e la donna si china a baciare i bambini, si volta a guardare gli uomini, e a lui passa accanto, e non lo vede. Egli vorrebbe attirare quello sguardo, parerle bello, piacerle; e non è che un bambino allungato, con una grossa testa su due spallucce misere, e un busto cascante su due stecchi di gambe, da cui saltan fuori due ginocchioni angolosi. Sente i primi stimoli della vanità, vorrebbe esser ben vestito, elegante: e gli fanno portare i panni smessi di suo fratello maggiore, e gli taglian le cravatte nei vestiti vecchi di sua sorella, e non si fidano ancora di lasciargli in mano l'orologio. Vorrebbe esser preso per un ometto e contar per qualcosa; e se apre la bocca in mezzo alla gente, o dice una freddura, che cade inosservata, o dice uno sproposito, e gli dan sulla voce. Vorrebbe essere garbato e piacevole; e se capita in un salotto non sa come rigirarsi, urta in una seggiola, mette i piedi sullo strascico di una signora, e pesta un callo al padrone di casa. Vorrebbe esprimere quel che gli bolle dentro, aprire il suo cuore, sfogarsi; e scrive versi che fanno ridere il maestro, e il babbo glieli strappadi mano, e gli mette sotto il naso un trattato d'aritmetica. Vorrebbe agitarsi, svagarsi, girare, veder cose nuove; e deve tornare a casa alle otto a scartabellare il dizionario latino, in un cantuccio della sua stanza, solo, mentre sente il fruscìo dei vestiti delle sue sorelle, che si preparano pel teatro o pel ballo. Sconfortato, umiliato, ora s'insinua in mezzo alla gente per implorare uno sguardo e un sorriso; ora si chiude in sè stesso, indispettito e selvatico, e come stanco degli uomini e della vita. E allora seguono le lunghe ore di solitudine passate alla finestra, di notte; o in campagna a guardare tra i fili dell'erba; e la sua fantasia viva e irrequieta si slancia avidamente in un avvenire sconfinato ed arcano, pieno di grandi disegni e di grandi speranze. Allora egli si finge una vita a modo suo; casi mirabili e strani, lotte, pericoli, trionfi, viaggi, aurore di cieli ignoti, e vasti giardini taciti, popolati di fantasime care. Ma poi quella splendida visione lo rattrista e lo stanca, ed egli riabbraccia con impeto la vita; si rigetta in mezzo allo strepito dei sollazzi infantili; se ne sdà, non pago, e si volge appassionato agli studii; irrequieto, li abbandona, e cerca il riposo dellospirito nelle fatiche smodate del corpo; il suo mondo fantastico gli si mescola nella mente col reale, e lo assalgono nelle tenebre improvvise paure, da molto tempo perdute; terrori religiosi impensatamente ridesti; poi freddezze feroci che gli armano la mano contro gli animali innocenti, e ardimenti insensati che lo spingono sull'orlo dei tetti e sulla cima degli alberi; poi malinconie profonde che gli fanno cercar le braccia della madre, e piangere sul suo seno lacrime calde e pacificatrici.

L'eccessiva timidezza di molti ragazzi di quell'età proviene appunto da ciò, che essi hanno dentro tutto quel tumulto di pensieri e d'affetti, e voglion tenerlo celato, e treman sempre che altri lo scopra, e li stimi più ragazzi di quel che sono; essi medesimi credono che quello sia un resto di fanciullaggine, e se ne vergognano; mentre è invece la prima scintilla della giovinezza che li feconda e li trasforma.

Furio era appunto in su quegli anni; e di natura caldo e tenerissimo, ne sentiva più che altri le inquietudini. Ma non aveva più madre, egli che ne avrebbe avuto bisogno più d'ogni altro; e suo padre per lui non contava nulla. Suo padre non lo capiva; lo credeva un ragazzo mal riuscito. Accortosi fin dai primi saggi della scuola che in lui non c'era la materia di un burocratico, nè d'un banchiere, nè d'un appaltatore di strade ferrate, e persuaso che fuor di lì non ci fosse salute, aveva detto tra se: — Farà quel che potrà; — e l'aveva abbandonato al suo destino, per rivolgere tutti gli affetti e tutte le cure al fratello maggiore, figlio della sua prima moglie, ingegnere, uomo della sua stampa, o presso a poco. A chi glidomandava come riuscisse negli studii il ragazzo, egli rispondeva in tono trascurato o compassionevole, agitando la mano aperta dinanzi alla fronte: — È una testa un po'... vaga, tende al vago, non si ferma sulle cose, non le approfondisce.... — E non lo amava; era una creatura troppo diversa da lui; egli credeva sinceramente che facesse torto alla sua prosapia. Invece Furio aveva ingegno; ma ne aveva tanto che non se ne potevano accorgere alla scuola; e poi non c'era chi l'animasse a studiare. In casa, ogni suo sfogo di affetto e ogni sua scappata fantastica erano stati presi, fin dai primi anni, più come indizii di vocazione drammatica o di istintiva goffaggine, — erano incerti fra i due, — che come manifestazioni di buon cuore e d'ingegno. La zia lo aveva avuto sempre per uno stupido, e perchè lui, umiliato e tormentato di continuo, non le voleva bene, anzi l'aveva in uggia e gliene dava segni chiarissimi, così essa lo credeva anche perverso, e sempre più inasprendosi, sempre più l'inaspriva. E Furio, chi l'avesse saputo intendere ed amare, sarebbe stato un buonissimo ragazzo; ma per quei due vecchi gretti e diacciati egli era quel cheper la gente ignorante sono certi geroglifici orientali, che chiudono una bella sentenza, e son presi per uno scarabocchio di ragazzi.

Aveva una corporatura superiore all'età sua; ma benchè, a primo aspetto, gli si dessero due o tre anni di più, chi appena lo guardasse in viso, vedeva che era ancor fanciullo. Con altri parenti sarebbe stato bello: non già che non fosse; ma, cresciuto sotto quella dura persecuzione della zia, aveva preso a poco a poco una cert'aria cupa e sospettosa, che gli stava male. Pareva sempre che ruminasse qualche cosa di cattivo. Il sole della campagna l'aveva fatto bruno come un soldato. Era sottile, ma robusto, e un po' curvo di quella cascaggine naturale agli anni di grandi cresciute. Aveva una capigliatura folta e sempre scomposta che gli cascava sulla fronte, e ch'egli ributtava indietro con un atto vigoroso del capo, come il cavallo la criniera. E quando non aveva dentro il dispetto o l'amarezza di qualche sfuriata della zia, gli occhi gli splendevano pieni di dolcezza, e le labbra grosse e vermiglie gli si aprivano ad un sorriso così tra l'affettuoso e il melanconico, che spiccava più caramente su quella sua fisonomia risentita equasi rozza. Aveva due grandi mani che teneva sempre nascoste; e si vergognava del suo vestire, chè non sapeva mettersi niente addosso, e la roba gli si affagottava e gli scappava da tutte le parti.

Furio, pregato e ripregato da Candida, acconsentì d'andare a far colazione cogli altri. — Animo, Furio, — gli diceva la sorella mentre andavano, e l'accarezzava, — asciugati bene gli occhi, che nessuno s'accorga di nulla, e non ti pigliar soggezione della cognata, ch'è una donna alla buona, e ti vuol bene, e non badare alla zia. — Ma Furio, via via che si avvicinava alla villa, si sentiva mancare il cuore, come se andasse alla tortura. Entrò ch'erano già a tavola, sedette senza guardar nessuno, e cominciò a mangiare cogli occhi bassi. Parlavano del fratellastro. Suo padre interrogava Iride d'un certo progetto di ponte, ch'essa non aveva mai sentito nominare. La zia le domandò quando sarebbe arrivato suo fratello, ed essa rispose che sarebbe arrivato fra tre giorni. Entraronoin altri discorsi, e Iride cominciò a parlare quasi sempre lei sola. Furio, cogli occhi sul piatto, non movendosi se non quanto bisognava per mangiare, la stava a sentire tutto intento e maravigliato. Aveva una curiosa maniera di parlare. A momenti faceva una vocina di bimba, lenta e soave; a momenti parlava lesto e tronco come un soldato; era un discorrer tutto a salti, con mille variazioni di tono, ora allegro, ora serio, ora annoiato, e poi certe risate improvvise e sonore, che non si capiva come c'entrassero; e certe mosse, certe scrollate di spalle, certi colpi della mano sulla tavola; pareva che avesse addosso l'argento vivo, e le frullassero pel capo cento capricci il minuto.

Quando stavan per finire, Furio, un po' incoraggito che l'avevan lasciato in pace fino allora, risolvette di guardar sua cognata. Cominciò a spinger gli occhi innanzi fino a guardarle le mani: erano piccole e bianche come le mani d'una bambina; poi si fece animo ancora, e sollevò lo sguardo.... Cielo, che angelo!

— Non credevo che fosse già così grande, — uscì a dire la signora.

Furio si sentì un tremito e abbassò il volto;tutti gli occhi, fuorchè quei di Candida, si fissarono su di lui.

— Oh! per lungo è lungo, — disse il padre, guardandolo con quella sua aria di compatimento.

— Le male erbe crescono, — soggiunse la zia.

Furio era rosso come una fragola.

— E come è bruno! — osservò Iride.

— Bruno? — rispose la zia; — bel bruno! nero come un beduino. —

Il padre rise, Candida s'alzò. Furio, colle sopracciglia aggrottate, e un labbro stretto fra i denti, fissava le punte della sua forchetta.

— E guardate che mani! — disse ancora la zia, pigliandogli una mano per mostrarla a Iride.

Furio diventò pallido, strinse il pugno, e lo svincolò bruscamente.

— Eh! — gridò la zia, alzando una mano; Furio si schermì il viso col braccio; la mano scese, Candida la fermò; in quella s'udì fuori il rumore d'una carrozza e il suono d'una voce.

— Riconovaldo! — esclamò Iride, balzando in piedi. Riconovaldo era già nel salotto; tutti, fuori che Candida, gli corsero incontro. La bellae serena figura di quel giovane esercitava un tale fascino, che, al primo vederlo, persino il padre e la zia, per lo più duri e freddi, fecero un atto di allegrezza. Iride gli saltò al collo, e Furio, ancora tutto turbato, gli strinse la mano.

— E Candida? — domandò il giovane, guardando intorno.

Candida venne avanti lentamente e gli porse la mano con aria d'indifferenza.

Furio non aveva mai visto tanto da vicino una signora così bella; ragazzine sì, ma alla sfuggita, e poi sopra un giovinetto della sua età le ragazzine non fanno molta impressione, perchè non gli paiono ancora donne: le signore, invece, insieme con la intera grazia femminile hanno tutte per lui qualcosa del fascino delle regine. Furio passeggiava pel giardino, pensieroso. Aveva sempre dinanzi quel viso e quei due occhi grandi e celesti che s'erano incontrati coi suoi. — Che bella signora! — diceva a mezza voce, col tono di chi fa un complimento. E poi rideva e ripeteva le parole e gli accenti di lei che lo avevano tanto colpito, e soggiungeva: — Curiosa! — Le foglie stormivano e gli pareva come di sentirsi alle spalle il fruscìo del vestito d'Iride. Uscendo dalla villa, le era passatovicino, quasi da toccarla, e aveva sentito un leggero profumo, e gli pareva che quel profumo gli fosse venuto dietro e l'accompagnasse. Sedette all'ombra d'un albero, e disse a bassa voce quasi senza accorgersene: — Mammina. — Subito si domandò come gli fosse venuta sulla bocca quella parola, e rispose a sè stesso: — Sì.... se essa fosse mia madre.... — Pensò un momento, e si meravigliò di trovar così poco gusto in quel pensiero; benchè Iride, ch'era sui trentanni, avrebbe ben potuto esser madre di lui che n'aveva quattordici. E poi pensava quanto sarebbe stato felice se Iride gli avesse voluto bene come a un fratello; ma era impossibile. — Se una volta fosse in pericolo, — uscì a dire, — se cadesse nel lago (sul confine del podere c'era un lago) e io le salvassi la vita! — Poi rise e soggiunse: — Ma perchè dovrebbe cadere nel lago? — Pensava come a una cosa strana che Iride aveva un marito, e che questo marito era suo fratellastro, e che non era bello. — La comanda? — domandò a sè stesso con grande curiosità. E fantasticava che mai si dovessero dire quando eran soli: se il marito le facesse delle carezze, e lei che cosa diceva allora. Accanto a lui c'eraun fiore di campo, alto e diritto, e il vento ora lo piegava lentamente, ora senza piegarlo lo scoteva tutto, che pareva una persona irrequieta. Furio l'osservò e disse: — Sembra Iride. — Poi si spinse innanzi sulle mani e sulle ginocchia, e si specchiò in un ruscello che passava per di là. Rialzò la testa e si guardò una mano, di sopra e di sotto, e sospirò. Tutt'a un tratto si levò in piedi e si mise a correre pei campi.

Iride e suo fratello erano nel salotto da pranzo, soli; Iride, seduta vicino alla finestra, in modo che se ne vedeva la testa dal giardino. — Curiosa quella Candida, — diceva Riconovaldo; — ha qualcosa di sua zia; vedesti come m'ha ricevuto? La stessa scena dell'anno passato.

— Le avevi fatto qualcosa? — domandò la sorella.

— Nulla, sono stato qui dieci giorni e non le ho parlato che tre o quattro volte; si vede che non le vado a genio.

— Vorrei vedere! — rispose Iride con un sorriso.

In quel punto entrò Candida col lavoro in mano e andò a sedere accanto a Iride, senza alzare gli occhi. Iride e il fratello si ricambiarono uno sguardo. Questi stava in piedi, appoggiatoalla tavola, a un passo dalla seggiola di Candida.

Riconovaldo le domandò che cosa facesse; essa, senza alzare gli occhi, gli porse il ricamo.

— State tutto il giorno in casa? — ridomandò il giovane, dopo aver dato un'occhiata al lavoro.

— Quasi, — rispose Candida.

— Passeggerete la sera; il giardino è bellissimo: andate a passeggiar tutti insieme, o voi sola? M'immagino che conosciate qualche vicino.

— Una volta; ora son mutati quasi tutti, e non si conosce più nessuno.

— Nessuno! E come passate tutta la giornata? Vi occuperete molto dei fiori; ho visto che n'avete il terrazzino pieno.

— Sì.

— E infatti i fiori....

Iride s'accorse che suo fratello, punto di quella freddezza, stava per isnocciolare un complimento di cattivo gusto, e glielo ricacciò in bocca con uno sguardo.

Allora egli prese un panchettino, lo portò dinanzi a Candida, e sedette, in modo che venivaa riuscir colla testa poco sopra alle ginocchia di lei; e lei, se poteva ancora non guardarlo, non poteva più non vederlo, perchè aveva proprio la sua fronte a un palmo dalle mani. Candida corrugò leggermente le sopracciglia.

— Stasera ci condurrete a vedere il giardino, non è vero? — domandò il giovine; — verrete a fare un giro con noi.

— Se vi piace, — essa rispose.

— E a voi non piace? —

Candida non rispose.

— Sì o no?

— Sì. —

Riconovaldo diede un'occhiata a sua sorella, che significava: — Vedi? Non avevo ragione di dire che non mi può vedere? —

Subito dopo fingendo di voler guardare da vicino il ricamo, abbassò la testa in maniera che i suoi bei riccioli biondi toccarono le mani di Candida. Essa le ritirò subito e fece l'atto di alzarsi.

— Ve n'andate? — domandò il giovine stupito.

— No, — rispose, — volevo solamente alzarmi — e risedette spingendo indietro la seggiola.

In quel punto un soffio di vento portò via di sulla finestra il fazzoletto d'iride, e lo spinse nel giardino; essa non se n'accorse.

— Vi do noia, Candida? — domandò con affettata dolcezza Riconovaldo.

— Perchè noia? — rispose Candida in tono distratto; — io non m'annoio mai quando lavoro.

— Temevo.... Vi dispiacerebbe ch'io sonassi? —

— Non c'è motivo perchè mi debba dispiacere.

— Ma io desidererei d'esser certo che vi piace.

— Ebbene, mi piace.

Il giovane s'alzò indispettito, andò a sedere al pianoforte che era in un angolo del salotto, e cominciò a sonare con molta vivezza e molta grazia. Iride guardava Candida per vedere se la musica le facesse qualche effetto; ma il suo viso era sempre impassibile; continuava a lavorare colla testa bassa, senza neanco dar segno di sentire. A un tratto Riconovaldo si fermò, si voltò a guardarla, diede un colpo stizzoso sulla tastiera e s'alzò esclamando; — È un'indegnità... questo pianoforte.

— Con permesso, — disse allora Candida, e se n'andò lentamente e freddamente come era venuta.

Il giovane rimase in mezzo al salotto colle braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi alla porta per dove Candida era uscita. Iride diede in uno scroscio di risa.

— In verità, — uscì a dire il fratello, — io non ci capisco nulla!

Poi gli balenò un'idea: Ch'io le paia stupido! — E restò pensieroso: una volta entratogli nella testa quel sospetto, per lui era finita: addio serenità.

— Ho perduto il mio fazzoletto, — disse Iride guardandosi intorno. Poi corse alla finestra, e guardò fuori, non c'era più.

Furio non tornò in casa che all'ora del desinare. La scena dolorosa seguita a tavola la mattina gli aveva messo nel cuore molta amarezza, e gliene restava ancora, e con questa, più che mai, la vergogna; ma pure egli aveva sul viso qualcosa di sereno, e Candida, vedendolo, se ne accorse e se ne rallegrò segretamente. Il desinare passò per lui senza gravi accidenti. Solamente Riconovaldo, che gli era vicino, di tratto in tratto gli batteva la mano sulla spalla, dicendogli: — Ebbene, giovinotto? — E allora tutti gli occhi gli si fissavano addosso, e lui avrebbe voluto sprofondare sotto terra; ma il giovine, vedendolo arrossire e confondersi, sviava pietosamente il discorso, e col discorso gli occhi fulminei della zia. Iride era vivacissima, e parlò molto e dimolte cose; in ispecie di certi intrighi di famiglie sue conoscenti, con una libertà di osservazioni e di parole, che fece più volte torcer la bocca a suo fratello, corrugare la fronte a Candida, e inarcare le ciglia alla zia. Due o tre volte il padre, discorrendo con lei, tirò il discorso sopra suo marito; ma essa lo lasciò cadere con estrema indifferenza. Quando s'alzarono da tavola, aveva il viso rosso che pareva un fiore.

Pioveva; stettero tutta la sera nel salotto. Furio, mezzo nascosto in un cantuccio, al buio, poteva guardar bene sua cognata senz'esser veduto, e ne profittò, tenendole gli occhi addosso tutta la sera, sempre più meravigliato di quel suo parlare e di quei suoi modi tanto lontani da tutto quello ch'ei si fosse mai immaginato delle signore. Era grande, diritta e leggera come una figura d'arcangelo. Alle volte s'alzava di scatto da sedere, e attraversava a passi lenti il salotto colla testa alta, scotendo le spalle con un certo garbo trascurato, ma pieno d'alterezza, che pareva una regina capricciosa. Non trovando qualche cosa che cercasse, si mordeva la punta d'un dito, incrociava le braccia sul seno, dava in certiatti d'impazienza febbrile, che pareva una bambina stizzita. Faceva poi tratto tratto un certo suono colle labbra come soleva Furio alla scuola per far andar in bestia il maestro. A momenti, mentre lavorava, socchiudeva gli occhi e sporgeva il labbro di sotto come in atto di disprezzo; poi dava in una risata sonora, accorgendosi di aver fatto uno sbaglio nel suo lavoro, e nel ridere piegava all'indietro la testa come se qualcuno gliela tirasse giù per le trecce. Era di carnagione bianchissima, e aveva le labbra sporgenti e rosse, che tormentava continuamente coi denti. Suo fratello aveva un piccolo cane; essa di quando in quando gli stringeva il muso con una mano, e chinandosi come per guardarlo negli occhi, gli diceva coi denti serrati: — Caro! —

Il padre leggeva un giornale, la zia faceva la calza, Candida teneva un libro in mano senza mai alzar gli occhi; tutti, tranne Furio, erano seduti intorno alla tavola grande, rischiarati da un lume solo. Quei due bei giovani, in mezzo a quell'altre figure, facevan l'effetto che fanno a prima vista nello studio di uno scultore due belle statue finite in mezzo a molti abbozzi di creta.

— Non c'è dubbio, — diceva tra sè Riconovaldo, guardando Candida alla sfuggita; — è così: — e l'immagine di quel tal fantoccio di cui aveva parlato alla sua padrona di casa, gli ballava davanti con una persistenza spietata. — Oh! ma gliela farò vedere! Stupido del tutto non lo sono, per Dio! — Prese un giornale, lo scorse, lesse due o tre righe di un articoletto che parlava d'Istituti d'educazione, e uscì a dire coll'accento di chi propone una quistione:

— Io credo che i ragazzi e le ragazze dovrebbero essere educati insieme; andare a scuola, studiare, divertirsi sempre insieme, alla rinfusa, come se non ci fosse differenza di sesso.

— Come! — esclamarono ad una voce i due vecchi, spalancando gli occhi.

— Sicuro, — egli rispose, e poi tra sè: — Ora è il punto di farle vedere che non sei quel che le pari; — sicuro; ma per capire questo principio bisogna capire i ragazzi, se no, è inutile; e i ragazzi c'è molti che non li capiscono, perchè per capirli bisogna studiarli e per studiarli bisogna amarli, e per amarli bisogna aver qualcosa qui, e molti qui non ci hanno nulla. Ma iocredo che se spesso c'è da lamentare che gli uomini e le donne stanno male insieme da grandi, sia perchè non sono stati punto insieme da bambini. Curiosa questa di tenerli divisi nei primi anni con tanto scrupolo, mentre poi hanno da passare la vita uniti! Succede che la forza che li spinge gli uni verso gli altri, quanto più è frenata, più cresce, e poi quando s'allenta la mano, la congiunzione si fa con violenza, ed è male; come i ragazzi quand'escon di collegio che in un mese di scioperataggine si rifanno delle privazioni di dieci anni. Dicono: mandiamo i ragazzi a scuola dove imparano a conoscer per tempo gli uomini, chè la scuola è un'immagine della società. Bell'immagine della società se non c'è la molla, che è la donna! E poi se non si piglia per tempo quel non so che di fine e di morbido, direi quasi, nei modi e nel parlare, che ci vuole per stare in mezzo alle donne per bene, è difficile che si pigli in seguito; qualcosa di ruvido e di volgare resta sempre. Bisogna imparar presto a conoscere il verso del sesso gentile, se no poi, quando c'è di mezzo la passione, non se ne cava più un costrutto, e si vede degli uomini con tanto dibarba, dei talentoni, che colle donne fanno una figura compassionevole, perchè si trovano come ad avere in mano uno strumento misterioso senza sapere da che parte rigirarlo. Per me, son fortunati quelli che vennero su da ragazzi in mezzo a un esercito di cugine: hanno tutti qualcosa di gentile o di dentro o di fuori. Messi in compagnia delle bambine, i ragazzi si studierebbero di piacere, senza nemmeno sapere perchè, e piglierebbero quelle maniere garbate e cortesi, che a poco a poco diventano qualità dell'animo. Anche quella libertà trascurata del parlare, che poi si muta in abitudine e non si perde più, credo che sarebbe un po' corretta, e sarebbe un gran bene. Ma poi, guardate anche un bambino d'ott'anni, quand'è con una bambina di sette: gli si sveglia subito un certo sentimento di superiorità protettrice, che gli dà qualcosa di generoso e lo inorgoglisce. Così per me non c'è nulla di più caro di quell'aria di donnina savia che piglia una bambina, quando passeggia a braccetto d'un ragazzo dell'età sua. Nell'uno come nell'altro sentimento v'è un germe di virtù che quanto prima fiorisce, tanto meglio. E appunto in questo modo io credo che si ritardi il progresso di certe idee,perchè l'immaginazione lasciata sola divora presto la strada, e il ragazzo che fantastica la donna da sè, nove volte su dieci la guasta. Educazione comune: io son di questo parere. Poi si diventa grandi, si va lontano, si dimenticano a poco a poco i nomi e i visetti delle compagne d'infanzia; ma si vedono sempre, in confuso, tutte quelle testine bionde; e in mezzo alle tempeste della vita quelle manine ci salutano da lontano. Io da ragazzo picchiai per la strada un monello più forte di me, perchè aveva toccato un ricciolo a mia cugina, mentre l'accompagnavo a scuola; vi giuro che questo ricordo m'ha salvato dal far più tardi parecchie bricconate. Che cosa ne dite? —

Qui tacque, e guardò Candida; ma essa aveva abbassato tanto la testa, e non potè vederla in viso. — Mi pare che tu abbia ragione — gli disse la sorella, che non gli aveva affatto badato; la zia restò muta; il vecchio fece il suo solito risolino di consenso benevolo, e brontolò: — Sì... c'è qualcosa di vero.

— Furio! — disse a un tratto Iride.

Furio balzò in piedi.

— Mi son cadute le forbicine.

— Eccole, — disse Furio porgendoglieleed aveva il viso acceso. Iride prese le forbici, lo guardò e disse tra sè: — Curioso!

— Sciocco! — soggiunse la zia, che pure lo guardava.

E Riconovaldo, pronto: — Caro! — e lo baciò.

E così i due vecchi incartapecoriti toccarono la loro prima sconfitta.

La mattina dopo, Candida tirò in disparte suo fratello e gli disse con piglio amorevole:

— Perchè ti confondi in quel modo, quando Iride ti guarda o ti parla? Che c'è da vergognarsi? Non sta bene; chi sa che cosa le farai pensare... Le farai pensare che sei cattivo, perchè sono soltanto i ragazzi cattivi che si vergognano. Bisogna che tu sia un po' più disinvolto; è una tua parente, in fin dei conti, è tua cognata e — accentuando le parole — potrebb'essere tua madre. E poi non istà neanche bene guardar la gente così fisso, che pare non si sia mai visto nessuno; e tu ieri sera la guardavi così; e dovresti invece tenerla come una sorella, con cui fossi sempre vissuto insieme, e portarti con lei come ti porti con me. —

Furio, a cui non passava per la mente che suasorella gli avesse letto nell'anima, intese quelle sue parole alla lettera, e rispose: — Sì, — e poi domandò ingenuamente; — Ma tu perchè non guardi mai Riconovaldo, e quando parla non lo stai nemmeno a sentire?

— Perchè... —

Mentre Candida cercava una risposta, comparve Iride con un vestito scollato di mussolina bianca, che lasciava vedere le sue spalle bianchissime. Candida fece un segno impercettibile di maraviglia spiacevole e guardò Furio. Furio vide in confuso qualche cosa di bianco, e disparve.

Poche ore dopo, Iride stava appoggiata a una finestra del salotto da pranzo, colle spalle volte alla campagna, e diceva: — Ma che proprio non ci sia modo di sfranchire un pò questo ragazzo? — In quel momento sentì il passo di Furio che scendeva le scale, e soggiunse subito: — Ora mi ci metto io. —

Furio entrò di corsa, credendo che non ci fosse nessuno; appena entrato, si fermò.

— Vieni qua, — disse risolutamente Iride, vedendo ch'egli si voltava per tornare indietro.

Furio la guardò stupito.

— Qua, — ella ripetè in tono scherzevole di comando; Furio, adagio adagio, le venne vicino.

— Ancora, — soggiunse Iride sorridendo.

Furio s avvicinò fino quasi a toccarla, colviso acceso, cogli occhi bassi, colle sopracciglia corrugate che pareva che soffrisse: non aveva che un leggiero sorriso sulle labbra, forzato, tanto per non parere un orso addirittura. Iride lo guardava con un'attenzione piena di curiosità, come per leggergli dentro, chè quella confusione le cominciava a parere strana davvero.

— Dove andavi? — gli domandò dolcemente, dopo un po', togliendogli di sulla manica della giacchetta un non so che di bianco, rimastovi appiccicato. Furio seguì con occhio attento e stupito quella mano, e poi rispose timidamente:

— In giardino.

— Sul lago? — dimandò essa di nuovo, come distratta, per dare al dialogo un certo tono di famigliarità; e si chinò a guardargli l'altra manica, come se vi avesse visto una macchia. Furio intravvide di su in giù quello stupendo volume di capelli biondi, e rispose con voce malferma:

— ... Sul lago.

— Ma guardami dunque! — esclamò Iride con allegra vivezza; — ti faccio paura? —

Furio si scosse e le lanciò uno sguardo chevoleva dir cento no, franchi, sonori, risoluti; poi riabbassò gli occhi più confuso.

— Oh che strano ragazzo! — proruppe Iride con uno scoppio di risa; e piegando all'indietro la testa e giungendo le mani, scopriva tutto il collo bianco e le braccia bellissime.

— Ma perchè non ti pettini mai?

— ... Mi pettino, — rispose balbettando il ragazzo.

— Ma sei sempre così arruffato! — soggiunse Iride, e gli passò una mano sul capo. Furio diede un guizzo, piegò sotto come una verga di giunco, e il suo rossore disparve.

— E adesso? — dimandò la signora, ritirando la mano.

— ... Che? — mormorò Furio, ricomponendosi.

— Che cos'hai?

— ... Nulla.

— Guarda come ti sei messo la cravatta. Se fossi tua madre, vedo che avrei un gran da fare per darti un po' di garbo. Ecco, guarda come si fa, fermo un momento: così... e così... —

E nel piegare e ripiegare la cravatta andava ripetendo queicosìcon una vocina lenta e carezzevole, a pause, come si fa ai bambiniquando non voglion lasciarsi vestire. Tutt'ad un tratto tirò indietro le mani e domandò: — Perchè tremi?

— Non tremo, — rispose in fretta il ragazzo.

— Ma sì che tremi, e sei diventato pallido!

— Io no.

— Ti dico di sì, figliuol mio; tu non ti senti bene, hai bisogno d'aria, dammi il braccio, e andiamo a fare una passeggiata nel giardino. —

Furio, esitando, le porse il braccio; la condusse, a passo incerto, fino alla porta, e lì l'affare si fece serio: doveva passar prima lui? prima lei? tutt'e due insieme? a braccetto o divisi? Iride, ridendo, passò la prima. — Ah! questo cavaliere... — esclamò poi, riprendendo il braccio del poveretto tutto vergognoso; — andiamo, via. —

Furio, che non aveva più quegli occhi dinanzi, ritornava a poco a poco padrone di sè e incominciava ad afferrare colla mente la sua felicità; ma, oh Dio! fatti dieci passi, cracche, le ha messo il piede sul vestito; Iride guarda, è stracciato.

— Ma guarda come cammini! — esclamò con voce stizzosa, arrossendo. — Non vengo più, ecco! — E si sciolse bruscamente dalbraccio del suo cavaliere; ma subito ritornò verso di lui sorridendo, e gli disse: — Povero Furio, come sei rimasto male! — Poi, porgendogli la mano, soggiunse: — Qua, facciamo la pace. —

Furio pose la sua destra tremante nella piccola mano d'Iride, e continuò a camminare più impacciato che mai. Andavano per un viottolo fiancheggiato da due alte siepi. Iride fece qualche domanda al piccolo cognato intorno alla sua scuola, alle sue occupazioni, alla campagna, di quelle solite domande che si fanno ai ragazzi senza badare alla risposta, e poi, ridendo, lo interrogò della zia: — Un po' durotta, eh? — e l'interruppe per accennargli un fiore, che glielo pigliasse. Furio lo prese e lo teneva in mano per non saper come porgerlo.

— Animo, sii gentile, e mettilo qui, per bene. —

E si voltò di fianco e chinò con molta grazia la testa, perchè glielo mettesse nei capelli; Furio glielo mise.

— Dio mio! — gridò Iride, spaventata, dopo pochi passi; — che strada è questa? —

Aveva messo un piede sull'orlo d'un fossetto pieno d'acqua e c'era scivolata dentro unbuon palmo. Con un leggero sforzo tirò fuori il piede tutto stillante. Allora Furio si buttò in ginocchio, e prima col fazzoletto e poi coll'erba del sentiero strappata in fretta e furia, cominciò a fregare lo stivaletto con una foga disperata.

— No, no, basta, — andava dicendo Iride: — basta, Furio, grazie, non ti affaticare, tanto son tutta bagnata, bisogna ch'io mi vada a cambiare, basta, lascia pure. —

E andava ritirando il piede, stretto intorno alla noce dalla mano del ragazzo, come da un cerchio di ferro.

— Ma basta! — proruppe Iride con uno scoppio di risa.

Furio si alzò tutto rosso, sudante e glorioso, e quando Iride si fu allontanata, diede in un riso represso, si strinse un dito fra i denti, si stropicciò forte le mani, battè i piedi, rise di nuovo, e alzando gli occhi al cielo esclamò con trasporto di contentezza:

— Oh Dio! Dio! Come sono felice! Non c'è nessuno più felice di me sopra la terra!

A Iride non era nemmeno passato per la mente che sotto quella gran timidezza del ragazzo si nascondesse qualcosa; e non c'è da meravigliarsene. I ragazzi noi li crediamo sempre più ragazzi di quel che sono. E questo, perchè, al solito, vedendoli e trattandoli, non ci è presente alla memoria il grado vero d'intelligenza e di sensitività che avevamo noi all'età loro. Se ci fosse presente sempre, ci ricorderemmo, per esempio, quasi tutti che, da bambini, abbiamo sentito far dei discorsi, in presenza nostra, che noi ora, alla presenza d'altri bambini, non ripeteremmo; e allora coloro che li facevano, erano fermamente persuasi che noi non gl'intendessimo; e gl'intendevamo invece quanto loro, e facevamo le viste di no. L'intelligenza dei fanciulli precorre quasi sempre l'accorgimento deigenitori o degli educatori, o di chiunque abbia ragione di tenerli al buio di qualche cosa per un certo tempo; le cautele vengono quasi sempre tardi; e fra quando cominciano a capire e quando si comincia a sospettare che capiscano, tutti i fanciulli sono più o meno ipocriti, e la loro ipocrisia è tanto più fina e profonda, quanto più viva e più spesso delusa la curiosità.

Lo stesso segue degli affetti.

Un ragazzo di quattordici anni! Chi gliel'avesse detto, a Iride, ell'avrebbe dato in uno di quei suoi scoppi di risa freschi e sonori, che facevano restar a bocca aperta il suo piccolo schiavo.

Riconovaldo, più che stizzito, offeso dalla indifferenza crescente di Candida, continuava a rodersi dentro, ad almanaccare la maniera di vincerla, a tentar anche d'irritarla, se non altro, e di farsi detestare a viso aperto; pur ch'ella smettesse di portarsi così, come se non s accorgesse di lui. Poichè dice bene il Leopardi, che gli uomini tollerano l'odio, e talvolta pure se ne gloriano; ma ad un segno o ad un sospetto che abbiano di noncuranza, pochi sono così forti che restino immobili, e non si diano con ogni mezzo a cercare di liberarsene, discendendo anco, se occorre, ad atti vili. E più che in altri doveva questo esser vero in lui, che, oltre al naturale sospetto d'esser preso per una testa piccina e un'anima vuota, aveva la coscienza altera della sua bellezza, e non si vedeva nemmeno guardato.

Visto che anche il suo tentativo oratorio era andato fallito, si persuase di quello che Iride gli aveva detto di Candida; ch'essa, cioè, sotto quell'apparenza modesta e dimessa, covasse dell'orgoglio e della pretensione; il che avviene più di sovente in chi meno vi ha diritto e lo dà meno a vedere. Per questo pensò di scegliere altra strada, e cominciò a fare il noncurante anche lui; ma Candida era sempre più fredda; e gli fu forza di smettere. Allora invelenì davvero, e andò più in là; cominciò a pungerla, parlando a sua sorella, con ogni sorta di allusioni fanciullescamente maligne. Un giorno si lasciò andare a questa: Candida era presente, e sua sorella gli domandò d'una certa signora vedova di sua conoscenza, perchè non si rimaritasse.

— Che vuoi che si rimariti quella creatura di carta pesta? — rispose Riconovaldo coi denti stretti. — Non se n'accorge mica lei di non aver marito; è una di quelle donne che vivono fuor delle leggi della natura; anzi, a voler parlar giusto, non è neanco una donna. Per meritare il nome di donna, non basta mica averne le forme; bisogna averne l'anima, gli affetti, le tendenze, e una donna che non ha tutto questo, non è unadonna, come non son donne le bambole, le mummie, le statue, e quei vestiti interi che pendono dagli attaccapanni nelle botteghe dei mercanti di stoffe. —

Ma Candida persisteva; non faceva un atto di risentimento, non dava un segno d'impazienza; era indifferente e impassibile come una pietra; e sì che qualche volta Iride, indispettita anch'essa da quei modi, aggiungeva le sue alle punzecchiature del fratello, ed era un'alleata formidabile. Riconovaldo, punto fino a mordersene le dita, e incaponito sempre più nel suo proposito, mutò strada ancora una volta. A poco a poco raddolcendosi, e fingendo di pentirsi, o pentendosi davvero, del suo procedere scortese e maligno verso Candida, cominciò a farle la corte, come lui la sapeva fare, con quella grazia e quella finezza; prima alla lontana, timido; poi apertamente, caldo e soave; qualche volta quasi supplichevole. Ma Candida mostrava di non badar alla sua dolcezza più di quel che avesse badato alla sua malignità.

Riconovaldo, disperato di riuscire, ferito nel più vivo nell'amor proprio, arrabbiato, volle vendicarsi voltando la cosa al faceto, e seguitò a far la corte a Candida come l'avrebbefatta a una vecchia di settant'anni per divertire una brigata di amici; con certi inchini, certi accenti, certi modi sdolcinati e grotteschi, che gli sarebbero stati bene colle scarpe a fibbia e la parrucca incipriata. E nello stesso tempo si buttò dietro le spalle tutti i precetti educativi del Tommaseo, che in presenza delle ragazze non bisogna prendere atteggiamenti sbadati, nè sdraiarsi con cascaggine patrizia, nè avvicinarsi tanto che sentano gli aliti e cose simili. Ma Candida sempre si tirava indietro, o torceva la testa e voltava le spalle, o s'alzava e se n'andava via.

Un giorno le presentò un mazzolino di fiori avvizziti e senza odore; quella volta essa corrugò le ciglia e arrossì; ma subito si ricompose, e senza far atto di sprezzo o di dispetto, buttò il mazzolino in un canto.

E i giorni passavano così e Riconovaldo sempre più si accaniva, non però senza comprendere, di tratto in tratto, quando la passione taceva, ch'egli aveva torto, e che la sua condotta era puerile e villana. In quei momenti egli provava per quella povera ragazza un tale sentimento di pietà, che quasi era per correre a domandarle perdono; ma al primo rivederla, cosìrigida e cocciuta, addio pentimento: la bile si risollevava più che mai.

Altro che ricrearsi un poco a spese di Candida, riscalducciandola con qualche sorriso e qualche parolina, come n'aveva fatto disegno nel partire per la villa!

Iride intanto continuava a fare il chiasso con Furio, ogni giorno, come quella volta della passeggiata. Erano venuti in una certa dimestichezza; Furio sera fatto un po' più disinvolto; era beato; Iride gli comandava come a un paggetto, gli faceva fare mille faccenduole di casa, lo teneva tutto il giorno in moto a sua disposizione. — Furio! — gridava, e subito si sentiva un: — Eccomi! — allegro e vibrato, e un passo precipitoso, e Furio era là, davanti a lei, ansante e infiammato. Più stava insieme con lui, e più Iride lo trovava curioso, chè non sapeva capire certi suoi mutamenti improvvisi di colore e di umore, e se ne divertiva; e vedeva ch'era buono e gentile, in fondo, e gli voleva bene. Ma quello stargli sempre così vicina, con quel viso, con quegli occhi, con quel benedetto vestito, con quella sbadata libertà di maniere, e in campagna, era un guaio.

Sulla facciata della villa, al primo piano, ricorreva un terrazzino lungo e continuo, sul quale davano le finestre della camera di Furio; a sinistra, quelle della camera d'iride; a destra, nel mezzo, quelle del padre. Dinanzi all'ultima finestra d'Iride, nell'angolo, c'erano quattro o cinque grandi vasi di fiori, e un buon tratto della ringhiera era coperto dagli ultimi pampini d'una vite piantata nel giardino. Era un cantuccio tutto coperto di foglie, nel quale non penetrava mai raggio di luce; una persona vi si sarebbe potuta rimpiattare senza essere vista nè dal giardino nè dalle finestre.

Furio, una sera ch'era andato a dormire, mentre tutti gli altri stavano ancora sotto a discorrere, si svegliò, oppresso dal caldo, dopo due ore di sonno, e si fece alla finestra mezzovestito per respirare un po' d'aria fresca della notte. La notte era quieta e chiara che pareva giorno. Gli alberi del giardino, illuminati dalla luna, apparivano distinti, foglia per foglia, fino ai più lontani, come alla luce del sole. Furio, all'aspetto di quella splendida pace del cielo, si sentì entrare nel cuore una dolce malinconia; guardò lungamente il giardino, i sentieri lontani, le case sparse, i colli; poi incrociò le braccia sul parapetto della finestra, chinò la testa, e stette un pezzo così.

Quando si riscosse, credette che fosse molto tardi e che tutti dormissero. Come spinto da una mano misteriosa, scavalcò il parapetto, e senza quasi pensarvi andò avanti sul terrazzino. A un tratto si accorse d'esser vicino alla finestra della camera d'Iride, e gli corse un brivido da capo a piedi; ebbe paura. Le finestre erano aperte e la camera buia; pensò che già dormisse, gli parve di udire il respiro, si sentì salire una fiamma alla testa, si mosse per tornare indietro... Magli mancò l'animo: avrebbe potuto far rumore e svegliarla; era vicino ai fiori, sedette, e si nascose. In quel punto sentì un suono confuso di voci giù nella sala da pranzo. Gli si agghiacciò il sangue. Non erano ancoraandati a dormire, andavano allora, si davano la buona notte; che fare? tornare a letto? farsi scorgere? No, impossibile; fermo lì, e zitto. Il cuore gli batteva forte. Dopo un minuto, sente un passo leggiero venir su per le scale, due o tre porte si aprono e si chiudono l'una dopo l'altra, man mano più vicine; ecco il lume; l'ultima porta s'apre, Iride è nella sua camera, mette il candelliere sul tavolino, s'affaccia alla finestra. Furio trattiene il respiro, si preme una mano sul cuore dalla paura ch'essa lo senta battere; Iride è lì, sopra di lui; s egli stende un braccio la tocca, ne sente il profumo, vede in confuso il bianco del suo vestito. — Oh per carità, va via! — dice il povero ragazzo tra sè. Iride si leva dalla finestra, canterella, tace, ricomincia, va e viene per la camera, si riavvicina al parapetto, ritorna dentro, mormora qualche parola indistinta...

Intanto s'è levato un po' di vento che spande intorno un delizioso odor di giardino. Le foglie della vite e dei fiori stormiscono rendendo il suono d'un bisbiglio concitato, tenero, supplichevole, che par che dica: — Iride, Iride, Iride. — E tutta la campagna tace e la luna splende.

Furio restò un po' di tempo immobile coi gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa fra le mani. Poi a poco a poco le sue gambe si rilassarono, la testa gli ricadde da un lato, si distese in terra supino e s'addormentò.

— Ma vedi che testa! Anche stassera mi son dimenticata di chiudere! — disse Iride, e scese dal letto e s avvicinò alla finestra. — Che buon odore di fiori! — esclamò respirando l'aria viva, e s appoggiò sul parapetto. A un tratto balza indietro, gettando un leggero grido. — Cielo! che sarà mai? — Si riaccosta alla finestra, tende l'orecchio: un respiro! Il coraggio della paura la prende, s'affaccia risoluta, guarda: — Chi vedo! Furio! Che sia svenuto! — Si veste in fretta, esce di corsa, arriva in punta di piedi all'angolo del terrazzino, e si china a guardare il ragazzo. Dalla cintura in su era tutto illuminato dalla luna; aveva i capelli in disordine, la bocca semiaperta e le guancie ancora umide di lacrime. — Dorme, — disse Iride dopo averlo guardato attentamente; — pare che abbia pianto... Ora gli asciugo le lacrime e si sveglia. — Adagio adagio allungò il braccio per pigliargli il fazzoletto ch'egli si teneva fermo sul petto conuna mano aperta, nell'atto di chi preme qualcosa sul cuore. Iride glielo prese, lo guardò. Come! il suo fazzoletto! il fazzoletto ch'essa credeva d'aver perduto! Stette un po' sopra pensiero, e poi esclamò: — Ma è possibile? — Restò qualche minuto immobile a guardar Furio che seguitava a dormire, poi tornò lentamente alla sua camera, si riaffacciò alla finestra, lasciò ricadere il suo fazzoletto, e chiuse.

Furio si destò, si guardò intorno, e di nuovo gli parve che le foglie della vite e dei fiori, agitate dal vento, gli dicessero all'orecchio: — Iride, Iride, Iride. —


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