Carlo ascoltava con la faccia bassa e pensierosa.
— E posso parlare, vedi — continuò il curato — perchè i soldati piemontesi di quel tempo, non dico per vantarmi, ma li ho conosciuti proprio dentro. Allora era un altro par di maniche. Anche soldati avevano religione e si confessavano. Venivano al servizio colle medaglie benedette ai collo, eran giovani semplici, alla buona, forse un po' di grossa pasta; ma per quello che è tempra d'uomini, (e batteva colla nocca dell'indice sopra un calcafogli di pietra) duri come questo. Molti venivano a farmi le loro confidenze. Un buon cappellano, allora, serviva a qualche cosa. Ce n'era di quelli che, nei primi giorni, venivano a dirmi che non potevano reggere a quella vita. — È inutile — dicevano — il coraggio ci manca; lontani da casa, questa disciplina, senza amici, per tanto tempo, ci prende la disperazione. — E io rispondevo sempre: — Coraggio, figliuoli. Ve ne prego in nome della vostra famiglia, dei figliuoli che avrete un giorno, del paese in cui siete nati, del Re che vi ha dato questa divisa, fatevi coraggio. Voi adempite un grande dovere. Non c'è di doloroso che i primi mesi. Quando sarete vecchi, sarete altieri di poter dire che siete stati soldati;degli amici ne troverete, vi abituerete alla disciplina, sentirete meno le fatiche. Un po' di forza e di pazienza per un altro mese, e vedrete. — E volevo che lo promettessero, lo promettevano e se ne trovavano contenti. Altri si sfogavano in confessione contro certi superiori che non li potevano vedere e li mettevano al punto di fare uno sproposito. E io ripetevo sempre: — No, figliuoli, non dite, non pensate queste cose. Non c'è superiore che possa volervi male. È un malinteso. Se qualcuno vi perseguita, è perchè v'ha giudicato male. Fatelo ravvedere. Fate il vostro dovere, e guardate sempre il superiore in faccia, con rispetto, ma colla testa alta, coll'anima negli occhi, senza rancore, e parlategli col cuore in mano, come a vostro padre. Vedrete che cambierà pensiero e vi renderà giustizia. — E quanti mi vennero poi a ringraziare di questi consigli! Venne una volta un soldato congedato apposta per dirmi che il suo capitano, che li aveva sempre trattati male, lui e altri sette o otto che partivano in congedo insieme.... ebbene, che quel capitano, che tutti dicevano ch'era un cane, gli aveva detto, il giorno ch'erano andati a salutarlo a casa: — Qualchevolta vi sarò parso un uomo bestiale, che urlavo e castigavo a torto; ma se ve ne ricordate, era sempre nei giorni di pioggia, e la cagione eccola qui: è questo lavoro che ho nel petto, che mi hanno fatto i tedeschi a Novara — ; e senz'altro, scoprendosi il petto, aveva mostrato un'orribile ferita che lo martoriava da dodici anni. E allora tutti si erano ricreduti e gli avevano domandato scusa. Bisogna andare adagio, caro mio, a giudicare e a condannare. Mi ricordo sempre d'un soldato di Saluzzo, che era perseguitato da un ufficiale, e lo odiava a morte, e diceva, quando scoppiò la guerra, che alla prima occasione si sarebbe fatto giustizia. Ebbene, si trovarono per l'appunto sul campo di battaglia insieme, l'uno accanto all'altro, in un momento che fioccavano le palle. Ora senti che cosa è avvenuto. A un certo punto, il soldato si sente dare dall'ufficiale una gran piattonata sulla testa. Era troppo, perdio! Il sangue gli monta alla testa, caccia un urlo di rabbia, e si volta, acciecato, per dare un colpo di baionetta.... Cosa vede? L'ufficiale pallido che barcollava cercando dove appoggiarsi. Una palla l'aveva colpito nel fianco mentre gridava avanti colla sciabola in aria,e la sciabola, cadendo, aveva battuto sulla testa del soldato. — In un momento — mi raccontò lui stesso — mi fuggì tutto l'odio dal cuore. Lo afferrai, lo tenni un momento su, poi lo distesi sull'erba, m'inginocchiai per premergli la mano sulla ferita. Ma era inutile. La ferita era mortale. Lui mi guardava, senza lamentarsi, cogli occhi larghi e fissi. Pareva che volesse domandarmi perdono dei torti che m'aveva fatti. — Tenente — io gli dissi — si faccia coraggio! Sarà una cosa leggiera. — Ma sì! gli occhi gli si velavano. E mentre mi chinavo per guardar la ferita, lui mi mise una mano sulla testa e me la fece scorrere sulla guancia fino alla spalla, come per farmi una carezza. Io alzai la testa e gridai: — Tenente! — Era morto. E allora mi parve d'averlo sempre amato! — Che ne dici eh? Son soldati questi? Sono uomini da fargli di cappello, sì o no?
Carlo rimaneva sempre immobile, cogli occhi fissi sul pavimento, sforzandosi, ma inutilmente, di far parere che la sua serietà non fosse altro che malumore.
— E li ho visti alla prova nel cinquantanove, quei giovani — riprese il curato dopoaver dato un'occhiata alla finestra, per mostrare che non s'occupava dell'impressione che le sue parole avessero potuto produrre. — Allora c'erano anche i provinciali, uomini dai ventisei ai trentadue anni, la maggior parte con moglie e figliuoli. Ma che soldati! Li ho visti passare, il giorno di San Martino, quando il reggimento sfilava davanti al colonnello per andare al fuoco. I giovani erano più spensierati, i provinciali un po' più tristi; ma avevano tutti il cuor saldo ad un modo, e gridavano un: — Viva il re! — caro mio, che sarebbe bastato quello a far capire che la battaglia non si poteva perdere. Il colonnello diceva di tanto in tanto: — Coraggio, miei bravi ragazzi! Coraggio, tutto andrà bene. — Io li benedivo dentro di me, col cuore un po' stretto, pensando a quanti non sarebbero più tornati. Poco dopo cominciarono a fischiare le palle. Non voglio far lo spaccone; dico la verità: quando sentii i primi fischi, che parevano grida di gatti arrabbiati, mi mancarono le gambe. Ma subito mi feci forza. Misi la mano sotto la tonaca, strinsi il crocifisso che avevo sul cuore e mi dissi: — Don Luigi! Questo è il gran momento per far vedere che un buon prete è anche buonsoldato. — Dopo pochi minuti, cominciarono a farsi i primi vuoti nelle file. Cosa mi toccò di vedere, santissimo Iddio! Si vedevano quei poveri giovani, mentre la compagnia andava avanti, fermarsi tutt'a un tratto, dare un giro, così, colle braccia per aria, e cader giù d'un colpo, col fucile ancora stretto nel pugno. Bisogna esserci stati per capire quello che si prova, l'animo che ci vuole, quando si vedono là nel grano, nell'erba, in mezzo alle siepi, dentro ai fossi, quelle faccie bianche bianche cogli occhi fissi, e daper tutto armi e cheppì sparpagliati e sangue. Principiai a correre dagli uni e dagli altri. Mi chiamavano. — Qui, qui, cappellano. — Son qui, — rispondevo — son qui, figliuolo. — Mi afferravano per le mani, mi facevano inginocchiare in terra, non volevano più che mi scostassi. Io facevo coraggio ai feriti, benedivo i moribondi. Che morti ho vedute, caro mio! che serenità! che rassegnazione! Ce n'eran di quelli che, prima di spirare, facevano ancora un segno in aria, colla mano, così, in segno d'addio al reggimento che s'allontanava. Alcuni mi vollero lasciare un ricordo. Ho qui in una scatola un anello e una ciarpa rossa; un contadino delMonferrato, povero giovane, voleva darmi i suoi orecchini, e s'andava toccando le orecchie colla mano che non gli serviva più, per levarseli. A momenti non sapevo più dove mi fossi. Le lagrime mi oscuravano la vista, avevo le mani bagnate di sangue, correvo qua e là come un insensato. Ma non ne ho mica visto nessuno sai, dare indietro! C'eran dei bersaglieri feriti, che si tenevano abbracciati ai tronchi degli alberi, con uno sforzo disperato, per vedere il loro battaglione che combatteva sulle alture. Ho visto un artigliere, un pezzo di giovanotto biondo, ferito in una spalla e scamiciato, che s'appoggiava al muricciolo di un pozzo, e per dar coraggio ai soldati che passavano, faceva l'atto di spruzzarli del proprio sangue, come per benedirli, ridendo e gridando: — Prendete; è sangue versato per la patria; vi porterà fortuna! — Ho assistito un povero soldato di cavalleria, che era agli estremi, e mi lasciò i suoi ultimi ricordi. Aveva in tasca una lettera per sua moglie, con dieci lire dentro, che il giorno prima voleva impostare a Lonato, e non aveva potuto. Me la diede e volle che gli promettessi che l'avrei mandata. Quando l'ebbi promesso, parvepiù tranquillo. Soffriva molto. Era bianco come questa carta, e di tanto in tanto metteva un lungo lamento. Fece un ultimo sforzo per accennare che mi chinassi. Io mi chinai e misi l'orecchio vicino alla sua bocca. Allora mi disse con un filo di voce: — Se mai avesse occasione di passare per il mio paese... sono di Castelnuovo Calcea... mi chiamo Antonio Calvi... mi farebbe una grazia... cercherebbe mio padre... e mia moglie... se domandano come son morto... — e dicendo questo mi mise un braccio intorno al collo per sostenersi — dirgli che son morto da buon soldato... con coraggio... che ho patito... quasi niente... e che quando sarà grande... Beppino... il mio povero bimbo — e poi soggiunse con uno sforzo: — glielo dicano. — A questo punto lasciò andar giù il braccio, battè del capo indietro, contro un sasso, e addio... tutto fu finito. Ha inteso? Questi sono giovani da prendersi ad esempio, anime forti e grandi da portarne il nome nel cuore per tutta la vita!
Carlo continuava a tacere, tenendo il mento sul petto; ma il tremito delle mani con cui faceva girare il cappello, mostravano che qualche commozione, o almeno una forte lotta disentimenti opposti gli si doveva esser destata nel cuore.
— Ma non ho mica visto soltanto delle cose tristi — continuò il curato, passandosi una mano sugli occhi — ... chiacchero un po' troppo; ma è un difetto dei vecchi che si può perdonare. Tu avrai sentito parlare di Giovanni Bassi, quello che era in artiglieria, che si distinse tanto nella guerra del 60 e 61, al Garigliano; che si offerse spontaneo a portare un ordine del generale sotto una tempesta di palle, e poi prese una bandiera, per cui gli diedero la medaglia d'oro e tutte le gazzette ne parlarono. Lo avrai sentito nominare, è uno che fa onore qui al paese; ora son sei anni che è in Francia, e nel villaggio non c'è più che suo cugino, il carrettiere. Ma tu non puoi ricordarti di quando tornò a casa, dopo la guerra. Ebbene, è stata una scena che tutti quelli che vanno a fare il soldato bisognerebbe che l'avessero vista. Qui ci aveva lasciato suo padre vecchio, la moglie e una bambina di due anni che si chiamava Luigina, ed era un amore. Era partito nel 58. Una volta partito, venne una guerra dopo l'altra, non potè più avere permessi, non tornò che nel 62 a servizio finito.La notizia del suo gran fatto la diede il sindaco. Il padre e la moglie vivevano da un pezzo in grande ansietà per mancanza di notizie. Una bella mattina gli capita a casa il sindaco: stavano in faccia a San Giacomo. Entra; li trova tutti e due, al solito, tristi, e dice: — È molto tempo che non avete notizie di Giovanni? — Quelli s'alzano spaventati e rispondono — Son due mesi! — Ebbene — dice il sindaco — il vostro Giovanni.... — È morto! — gridano tutti e due. — Che morto! — risponde il sindaco. Cento volte vivo, grazie al cielo! Leggete un po' questa gazzetta. — La donna apre la gazzetta, c'era un segno rosso, comincia a compitare.... figurati la meraviglia e il piacere! C'era tutto per disteso, nome e cognome, colla relazione del fatto, medaglia d'oro, ordine del giorno e che so io. Quelle due povere creature, da principio, rimasero come stupide, e poi parevano matti. Pensa un po'! La medaglia d'oro che non la danno proprio che ai più bravi tra i più bravi, una cosa grande, tanto che un soldato colla medaglia d'oro è quasi come un principe, che tutto l'esercito lo conosce e non c'è nessuno, in fatto d'onore, che sia al di sopra di lui.La notizia si sparse subito da per tutto. Tutti correvano a vedere il padre e la moglie di quel gran soldato. Venivano persino i villeggianti qui dei dintorni, e mandavano dei regali. La casa dei Bassi era piena d'ogni ben di Dio, e amici di qua e amici di là, tutti li portavano in palma di mano. Era un trionfo continuo. Poi vennero le lettere di lui, poi le comunicazioni delle Autorità e poi la notizia che la classe del trentasette era mandata a casa. Immagina quel buon vecchio, quella povera donna che da cinque anni non vedevano più il loro Giovanni! Finalmente arrivò l'ultima lettera che diceva: tal giorno, tal ora. Fu una festa. Il Bassi doveva arrivare alla stazione della strada ferrata, che allora era a un miglio di qui. S'accordarono tutti d'andargli incontro. Venuto quel giorno, si radunò gran gente, andarono a prendere il vecchio, la donna, e la Luigina, che non conosceva suo padre, si può dire, e s'era fatta grande, aveva sette anni, e una signora l'aveva vestita come una principessa; e tutti insieme s'incamminarono verso la stazione. C'erano più di duecento persone, colla musica, e una bandiera; c'era il sindaco, c'erano dei signori, e io accompagnavo la sposa che pareva smemorata,e piangeva, e le compagne le dicevano: — Eh, Teresina, non te lo saresti pensato quando facevate all'amore sotto l'olmo di San Giacomo! — Alla stazione lasciarono entrar tutti dentro, fin sulle rotaie. Chi aveva una bottiglia per essere il primo a dargli da bere, chi aveva portato dei sigari, chi dei mazzetti, e la Luigina aveva intorno un cerchio di gente che l'accarezzava, e le diceva: — Or ora vedrai tuo padre per la prima volta. — Finalmente si sentì il fischio: dovettero tener su il vecchio, che gli mancavan le gambe, e il sindaco prese per il braccio la Teresina che si sentiva male. Il treno arriva, si ferma, scendono quattro o cinque soldati, tutti li circondano — dov'è Giovanni Bassi? Non è venuto? dov'è andato? Bassi! Bassi! — Eccolo! si sente gridare — e s'affaccia al vagone lui in persona, un gran soldato nero, bello, allegro, colla medaglia d'oro sul petto; salta giù, riconosce, manda un grido, afferra in una bracciata padre e moglie e lì comincia a tempestar baci sulle due teste, che pareva matto, mentre suonava la musica e tutti gridavano e si pigiavano per arrivare a toccarlo. Quando a un tratto si sente tirare per la tunica, si volta, vede un visetto e due manineche si sporgono.... Non la riconosce subito. — Luigina! — gridano tutti. Io ero stato sbalzato indietro, non vidi nulla; ma sentii un grido che m'andò al più profondo dell'anima e che non ho mai più dimenticato; il grido della gioia più grande, più meritata, più santa che possa provare il cuore dell'uomo; la gioia del soldato valoroso che ritorna in seno alla sua famiglia e può dire ai suoi figliuoli: — Su questo petto contro cui vi stringo, la patria ha messo un segno della sua gratitudine e della sua ammirazione.
Detto questo, lanciò uno sguardo di sottocchio a Carlo, e vedendolo commosso, pensò di mandarlo fuori coll'impressione viva ed intera delle sue parole. — Ora va — gli disse amorevolmente, sospingendolo verso l'uscio — e torna a salutarmi prima di partire.
Carlo, commosso vivamente, tentò di metter fuori qualche parola tanto per salvare le apparenze dell'amor proprio; ma non gli riuscì che di balbettare qualche sillaba senza significato; si lasciò spingere fino alla porta, non potè resistere a un impulso del cuore che gli fece dire: — La ringrazio — e poi uscì bruscamente, umiliato e stravolto.
— La buona semenza nel cuore — disse tra sè il curato chiudendo la porta — io te l'ho messa; il resto è affar tuo.
Carlo si fermò in mezzo alla strada, convulso, e rimase qualche minuto in uno stato di tremenda incertezza. In quei pochi minuti si decise la sorte della sua vita. La prima idea che gli venne fu di correre da Camilla e gridarle: — Sì, andrò a fare il soldato, son pentito, sono un altro, perdonami quello che t'ho fatto soffrire e non si parli più del passato. — Ma non aveva ancor finito di dire a sè stesso quelle parole, che già la rabbia di sentirsi vinto, il suo orgoglio selvaggio, e quella feroce voluttà del dispetto che era dominante nella sua natura, avevano preso il di sopra. Stette ancora un momento piantato là, ansante, come se avesse fatto una lunga corsa, e poi disse risolutamente: — No, no, no! Non son che parole! Son tutti d'accordo pervolermi alla catena! È inutile, è un avversione del sangue, non posso, non sarà, dovessi ridurmi a vivere come un bandito o come un cane. — E tornò difilato alla bottega dell'amico.
Questi, appena Carlo ebbe finito di riferire i discorsi del curato, diede una scrollata di spalle, tirò fuori dal cassetto un giornale spiegazzato e sucido, lo spiegò sul tavolino e: — Senti questo — disse — io non ti domando altro che di sentir questo, e poi farai quello che vorrai.
E cominciò a leggere:
“.... Noi abbiamo veduto cogli occhi nostri fino a quale eccesso di furore bestiale possa trascinare l'uomo codesto zelo insensato di disciplina, che si pone fra le più elette virtù militari. Un reggimento di fanteria tornava da una esercitazione campale faticosissima; i soldati digiuni cadevano stremati di forze; invano i superiori si scalmanavano per farli andare innanzi. Allora il colonnello radunò tutti gli ufficiali e disse loro: — Assolutamente, all'ora tale, bisogna arrivare; si servano della sciabola. — E gli ufficiali si precipitarono tutti ad un tempo sopra i soldati, gridando: — Animo! Su!Avanti! — pestando i piedi e agitando le sciabole nude. Pochi soldati poterono alzarsi; i più rimasero stesi in terra. Allora le sciabole fendettero l'aria, e cadde una tempesta di piattonate sulle schiene, sulle teste, sulle braccia di quei poveri infelici che chiedevano pietà; e colle piattonate i calci, e coi calci gl'impropèri soliti: — Poltroni! Canaglia! Carogne! — Risposero qua e là grida di lamento e di sdegno; e gli ufficiali a tirar fuori i taccuini, a notare i nomi, a minacciar ferri, consiglio di disciplina, reclusione, galera. Alcuni soldati, levatisi a stento, stramazzavano daccapo, e su questi si precipitavano i medici, gridando: — Impostori! — e scotevanli e strascinavanli fin che s'accorgessero che avevano il viso livido e le membra irrigidite. Altri, ripreso l'andare, barcollavano sotto l'immane peso dello zaino, e ingombravano la strada ai compagni, così che gli ufficiali indispettiti finivano per liberarsene, buttandoli nella polvere con un urtone. Altri, fermatisi per asciugarsi il volto sanguinoso, toccavano nuove percosse dagli ufficiali, che vedeano in quell'atto una protesta. Il reggimento, così camminando, arrivò a una porta della città. Ne uscì in quel punto un aiutantedi campo a cavallo e s'avanzò di carriera verso il colonnello. Dopo un istante si propagò un grido fra gli ufficiali: — Il principe! Il principe! — Il reggimento fu fermato e schierato in un baleno; i soldati ch'erano indietro, cacciati innanzi a spinte, quelli stesi in terra afferrati pel collo e tirati su. Fu dato il comando: — Presentate le armi! — Il principe si avanzò, bello, fresco, allegro, seguito da cinque ufficiali che guardavano le signore alle finestre; diede uno sguardo di compiacenza alle prime compagnie, fece un complimento ai primi capitani; e non era ancora arrivato davanti al mezzo del reggimento, quando di fila in fila corse una voce sommessa, come un ordine ripetuto, e dopo un istante, da quei mille petti sfiniti, da quelle mille bocche arse, uscì un grido lungo, stanco, straziante, accompagnato da un sorriso di sarcasmo amaro, un grido che aveva qualcosa della risata d'un pazzo e del rantolo d'un affogato: — Viva il principe! — Il colonnello fu invitato a pranzo....„
Arrivato qui, ripiegò il foglio e disse: — Hai capito? I preti ti danno delle chiacchiere; io ti do delle verità sacrosante e stampate. Che cosa te ne pare?
Carlo non rispose, e rimase per lungo tempo immobile colle braccia incrociate sul petto e cogli occhi fissi sul giornale. La sua risoluzione, però, non era ferma ancora quanto egli voleva far credere a sè stesso. Qualche cosa di bello e di grande gli era passato nell'anima ed egli se ne sentiva ancora sconvolto e quasi sgomentato.
Ma la parola fredda, sarcastica e perfidamente ostinata di Marco non tardò a vincere le ultime resistenze del suo cuore. Per più giorni, quello gli stette accanto, continuando a stillargli il veleno nell'anima; lo conduceva la sera a passeggiare per i viottoli dei monti intorno al villaggio; e là gli tesseva flemmaticamente, l'un dopo l'altro, lunghi racconti di prepotenze, di sevizie, di disperazioni, e di soldati impazziti o suicidi, esponendo con voce compassionevole mille particolari irritanti, fin che strappava dalla bocca della sua vittima un grido di sdegno o di rabbia, e allora soggiungeva in tuono di consolazione: — che non erano però casi di tutti i giorni. — E così Carlo s'andava fortificando sempre più nella risoluzione di sottrarsi a qualunque costo alla leva. Ma quando fissava lamente nel pensiero della diserzione, l'idea delle difficoltà, dei pericoli e dell'incertezza del suo avvenire lo spaventava. E una sera non potè trattenersi dal dirlo all'amico, col quale, fin allora, s'era mostrato sempre fermo e tranquillo nel proposito di disertare. Passeggiavano per i fianchi d'un monte; il sole era tramontato; nessuno dei due parlava. Carlo guardava sotto, nella valle, il suo piccolo villaggio, dove cominciava a brillare qualche lume, e da cui gli veniva all'orecchio un gridìo confuso di ragazzi. Il pensiero che tra pochi giorni avrebbe dovuto dire addio, forse per sempre, a quella valle, a quelle case, a Camilla, a tutte le memorie della sua famiglia e della sua infanzia, gli strinse il cuore tutt'a un tratto con una grande violenza; si fermò; mise un sospiro profondo, e passandosi una mano sulla fronte che gli bruciava. — Eppure — esclamò con voce commossa — partire... abbandonar tutto, tutti... andare... chi sa dove... chi sa per quanto tempo... solo per il mondo... inseguito... ah! è troppo dura, sento proprio che è troppo dura! —
Marco lo guardò e non rispose.
Si rimisero in cammino.
Fatti alcuni passi, l'amico brontolò con un accento ostentato di noncuranza, come se dicesse una cosa affatto indifferente:
— Non ci sarebbe mica bisogno di girare il mondo.
— In che maniera? — domando Carlo fermandosi, in atto di seria curiosità.
Marco lo guardò fisso e poi gli domandò alla sua volta: — Sei un uomo?
Carlo fece un gesto.
— Ebbene — disse Marco, e mettendogli la bocca all'orecchio, pronunciò alcune parole sommesse.
— Mai fin ch'io viva! — gridò Carlo tirandosi indietro bruscamente e facendo un atto vigoroso di rifiuto.
— Mai. — rispose pacatamente l'amico — è una parola presto detta. La cosa merita qualche riflessione. Non si tratta mica della vita. Io ho creduto di darti un suggerimento d'amico. Mi pare che sarebbe un mezzo d'accomodar tutto. Pensaci. Del resto, vedi, io me ne lavo le mani. Nelle peste ci sei tu in fin dei conti, non ci sono mica io.
E continuarono a scendere, verso il villaggio, in silenzio; Marco tranquillo; ma Carlo profondamente agitato.
— Potrei contare sopra di te? domandò questi, con una voce che non pareva la sua, quando furono sul punto di separarsi.
— Tutto quello che può fare un buon amico e un uomo d'onore — rispose Marco mettendosi una mano sul petto — ti prometto che lo farei.
Carlo gli fissò negli occhi un lungo sguardo, gli strinse la mano e disparve.
Passaron cinque giorni che furono per Camilla un'angoscia continua. Carlo passava una gran parte della giornata coll'amico; con lei parlava di rado e poco; ma incontrandola le porgeva sempre la mano o le faceva una carezza: cosa insolita. Essa però non si lasciava illudere. In quegli atti affettuosi le pareva di scorgere come un bisogno ch'egli sentisse di farle coraggio e di darle forza a sostenere la prova; non gli vedeva più nel viso la sospensione d'animo dei giorni passati; gli vedeva la trista fermezza d una risoluzione presa. Egli passava molte ore solo, seduto all'ombra d'un albero, pensando, colla testa appoggiata sopra una mano; parlava spesso e gestiva da sè; e qualche volta contraeva il volto, come all'apparizione improvvisa d'una immagine orribile. Camilla,tremando, ne seguiva cogli occhi ogni passo e ogni gesto; appena egli usciva di casa, correva nella sua camera a vedere se ci fosse nulla di mutato; lo fermava a volte sull'uscio, gli teneva dietro, si faceva scacciare, lo cercava, lo chiamava. — Cosa pensi? — gli domandava dieci volte l'ora. Ed egli rispondeva sempre; — Nulla! —
Venne la vigilia del giorno della visita: il dì appresso Carlo doveva andare in città, al Consiglio di leva, per esser visitato dai medici. La mattina, appena alzato, era un po' più inquieto e un po' più pallido del solito. Uscì per tempo, ritornò poco dopo, armeggiò qualcosa nella sua camera, e uscì daccapo. Camilla corse per vedere; la porta della camera era chiusa; essa pensò che avesse preparato i suoi vestiti per partire. Non c'era più dubbio: voleva disertare nella notte. Lo rivide qualche ora dopo, immobile in mezzo a un campo, colle braccia incrociate sul petto; lo vide un'altra volta nella strada coll'amico; sull'imbrunire tornò a casa. Camilla lo fermò accanto alla porta, lo afferrò per le mani, e gli disse a bassa voce, risoluta, con un accento in cui si sentiva tutto lo strazio dell'anima sua: —Carlo, io non posso più vivere così! Dimmi che farai il tuo dovere! Non mi ridurre alla disperazione! Te ne scongiuro, parla, dimmi cosa pensi!
— Nulla.
— Non è vero! Tu vuoi fuggire!
— No!
— Sì, lo capisco, lo so, tu vuoi fuggire stanotte! Tu sei senza pietà! Tu vuoi farmi morire!
— Zitta! — mormorò Carlo guardando intorno.
— Non posso tacere, ho bisogno di parlare, se ho da morire non voglio morire tacendo! Carlo! — e cadde in ginocchio — io non mi alzo di qui se tu non mi giuri prima che non m'abbandoni, che andrai in città, che farai il soldato, te ne scongiuro, in nome del bene che ti voglio, in nome di tuo padre, di tua madre, di Dio!
— Lo giuro, — disse Carlo, facendole cenno che abbassasse la voce.
— Lo giuri? — gridò Camilla balzando in piedi, e mettendogli le mani nelle spalle, — giuralo un'altra volta.
— Lo giuro.
— Giuralo per tua madre!
— Lo giuro per mia madre, per mio padre, per chi vuoi, centomila volte; che cosa t'ho da dire di più? —
Camilla lo guardò fisso, lasciò cadere le braccia e mormorò in accento di profonda costernazione: — Non ti credo, hai qualche cosa negli occhi che non mi lascia credere. Va! — gridò con un impeto improvviso, dando in uno scoppio di pianto. — Sei un tristo! Sei un uomo senza cuore! Va! Va pure! Lasciami morire!... Ah no! no, Carlo, fermati! per pietà! — e lo fermò e gli gettò le braccia al collo; — perdonami! Io non posso più vivere così! Abbi compassione della tua Camilla!
— Per quanto ho di più sacro al mondo, Camilla, — esclamò Carlo, sciogliendosi da lei e allontanandosi; — ti giuro che non fuggo! —
Camilla senza badare a quest'ultime parole, colta all'improvviso da un'idea, si ravviò i capelli, si asciugò gli occhi, e corse difilata alla casa del Curato. Entrò, si gettò ai suoi piedi; gli raccontò ogni cosa, concluse: — Sono nelle sue mani, salvi me dalla disperazione e lui dalla rovina. —
Il Curato pensò lungamente prima di rispondere;poi domandò se Carlo era andato a casa: Camilla rispose di sì. — Allora va, — disse, — e vedi di non lasciarlo uscire per un'ora; al resto ci penso io. — Camilla uscì di corsa. Il Curato prese il cappello, andò dal maresciallo dei carabinieri ch'era un vecchio e franco soldato, e lo pregò amichevolmente di far guardare la casa di Carlo durante la notte, e gliene spiegò la ragione. Il maresciallo, mettendo fuori una grossa voce (non la sua naturale, ma una artefatta che usava solamente in servizio), chiamò due carabinieri, diede l'ordine brontolando, e poi soggiunse tra sè, accendendo la pipa: — Eppure il cuore me lo diceva che un giorno o l'altro avrei dovuto aver da fare con quella faccia proibita.
Erano le nove di sera. La famiglia di Carlo e di Camilla stava in una piccola stanza a terreno, intorno a una tavola; Camilla era seduta in un canto, dove arrivava appena il lume d'una lucerna, che serviva per tutti. Carlo era nella sua camera; una piccola camera a terreno nella casa dei padroni, che si trovava dirimpetto a quella dei contadini, dove stava Camilla, e c'era l'aia framezzo. La poveretta, benchè il Curato non le avesse detto che cosa intendesse di fare per distogliere il giovane dalla sua risoluzione, pure confidava. Si affacciava tratto tratto alla finestra, la nebbia era fitta: non si vedeva nè stelle, nè campagna; la sola finestrina illuminata della stanza di Carlo rompeva l'oscurità. Camilla la guardava fissamente,senza quasi batter palpebra, e ora le pareva che s'allargasse come la bocca d'una grande fornace, e si movesse verso di lei; ora la vedeva rimpiccolirsi fino a parere appena un punto luminoso, che s'andava allontanando. Tutto era quieto nell'aria, pei campi, in ogni parte; non si udiva che qualche rara voce lontana, o un tintinnìo di sonagli che mandava qualche tardo armento dalla via.
A un tratto gli parve di sentire un passo sull'aia; guardò attentamente, e vide in fatti muoversi qualcuno. Le balenò il sospetto che fosse Carlo, fece un passo come per slanciarsi fuori; ma s'accorse nello stesso punto che l'uomo andava verso la casa, e disse tra sè: — È il Curato! — e respirò. Dopo qualche momento vide' due ombre nere disegnarsi sulla parete della stanza di Carlo, e ripetè: — È lui! —
Era invece Marco.
Camilla si rimise a sedere nel suo cantuccio dicendo ai suoi parenti: — il Curato è andato a trovar Carlo. —
I parenti che avevano letto anch'essi in viso a Carlo il pensiero di qualche diavolerìa, benchè non se ne curassero gran fatto, risposero:— Bene, purchè riesca a mettergli la testa a segno. —
Dopo un po' s'alzarono tutti insieme e si congedarono da Camilla, dicendole: — Se viene il Curato fallo entrar tu, e digli che siamo andati a letto, che s'era stanchi, e ci compatisca, e dàgli la buona notte per noi. Tu, piccino, resta a fargli compagnia.
Il fratello di Carlo rimase.
Un minuto dopo picchiarono all'uscio. Camilla andò ad aprire; era il Curato. Lo guardò in viso, per leggergli a che fosse riuscito. Egli che, passando, aveva visto i due carabinieri di sentinella, soddisfatto dell'opera sua, sorrise. Camilla, notando quel sorriso, pensò: — C'è riuscito! — e gli prese una mano, e gliela baciò con uno slancio di gioia e di gratitudine.
Il Curato sedette in mezzo a Camilla e al ragazzo, al chiarore della lucerna, e cominciò a discorrere per veder di tenerli un po' allegri. Camilla lo interrompeva a quando a quando per sentire se si faceva rumore sull'aia.
Il Curato discorreva di Carlo.
— È una dura vita — diceva — la vita del soldato, chi non lo sa? Ma bisogna pigliarlacome una prova che Dio vuol fare di noi, per vedere se siamo abbastanza forti nella virtù e nel bene, da resistere alle tentazioni e superare i pericoli. C'è poco merito a esser buoni e virtuosi in un villaggio, dove si lavora dalla mattina alla sera, e s'è circondati da persone che ci vogliono bene, e ci danno l'esempio dei buoni costumi e della divozione; il male, in questo caso, bisogna andarlo a cercare, o cavarlo tutto da noi medesimi; e non c'è bisogno d'una gran forza per non fare nè l'uno nè l'altro. Il difficile è di mantenersi nella buona strada in mezzo a gente che batte la cattiva, e cerca di tirarvici anche voi; e colui che vi si mantiene, quegli sì che ha acquistato un gran merito dinanzi a Dio! C'è dunque piuttosto da considerarla come una fortuna, che come una disgrazia, questa occasione ch'egli ci offre di renderglisi accetti in un modo particolare, serbando il cuore puro e onesto del buon campagnuolo sotto il cappotto del bravo soldato! E Carlo, vedete, sarà l'uno e l'altro, perchè Carlo è così un po' chiuso e fiero, ma in fondo è un giovane che ha religione, e chi ha religione vera ha coraggio; e lasciate pur dire che per esser bravi soldati bisogna non credere a nulla eridersi di chi crede qualche cosa. Per andare incontro alla morte col cuor fermo e sereno, bisogna vedere qualcuno al di là che ci faccia segno: — V'aspetto! — e arrischia con più coraggio questa vita colui che crede che ce ne sia un'altra, di quegli che perdendola, crede di perder tutto, e deve fare il sacrificio senza la promessa del premio. E credete pure che di queste cose non si ride tanto in guerra, quanto se ne ride in pace. Quando l'esercito piemontese....
— Non ha inteso una voce, signor Curato? — interruppe Camilla.
Il Curato tacque e stette un minuto coll'orecchio intento; poi continuò: — Non è nulla. Quando l'esercito piemontese si trovava in Crimea, c'era il colèra. I soldati morivano a trenta, a quaranta, a cinquanta il giorno. Si diceva che la guerra sarebbe durata anni cd anni; nessuno sperava più di tornare in patria; erano tutti rassegnati a morire senza rivedere le loro famiglie, tutti scoraggiti, tristi. Eppure, ogni domenica, allo spuntar del sole, al suono dei tamburi e delle trombe, quel piccolo esercito si radunava in una gran pianura deserta, si disponeva su tre lati, lasciandoil quarto vuoto e lì c'era un altare e si diceva la messa. I generali stavano accanto all'altare. Di tanto in tanto le file serrate dei reggimenti si aprivano qua e là per lasciar portar via i soldati presi dal male. La banda suonava le arie, che ricordavano a tutti quei poveri giovani il loro paese lontano, e i begli anni passati a casa; il cielo era sereno, e splendeva un sole che faceva luccicare tutte le baionette; si sentiva lontano lontano il rimbombo delle cannonate dei Russi; era uno spettacolo che persino il bravo generale La Marmora, che comandava a tutti i nostri soldati e voleva mostrarsi un uomo di ferro, molte volte, quelli che gli eran vicini gli vedevano colare le lacrime giù per la faccia. Ebbene, quelli che ci son stati lo assicurano: non c'era nessuno, in quel momento, che non sentisse il bisogno di sollevare il cuore e la mente a Dio, e che non pronunciasse qualche parola di preghiera. Generali, soldati, vecchi, giovani, sani, feriti, avevano tutti un solo sentimento e un solo pensiero: — Buon Dio, proteggi le nostre famiglie lontane, la nostra vita, la nostra bandiera; ispiraci forza e coraggio; e accordaci la grazia di rivedere il nostro caroPiemonte! — E finita la funzione tornavano tutti ai loro accampamenti coll'anima più serena e col cuore più forte....
In quel momento s'udì un rumore: tacquero tutti e tre, e stettero ascoltando: nulla; regnava il più profondo silenzio. Si sentiva appena muovere le foglie d'una vite stretta all'inferriata della finestra.
Tutt'a un tratto, quel profondo silenzio fu rotto da una voce sconosciuta che veniva dalla stanza di Carlo e che gridò sonoramente:
— Giù. —
Camilla impallidì: vi fu un altro momento di silenzio.
Poi un'altra volta risonò quel grido di malaugurio: — Giù! —
E subito dopo un colpo forte come di una pesante caduta dall'alto, e nello stesso punto un altissimo grido di dolore seguìto da un lungo e sordo lamento.
Il Curato, Camilla, il ragazzo, agghiacciati dallo spavento, si slanciano sull'aia verso la camera di Carlo.
Non sono ancora arrivati alla porta che sentono dall'altra parte della casa un colpo di fucile.
Presi da nuovo spavento, quasi fuori di sè, gettando alte grida, si precipitano verso la porta; la porta è chiusa. Picchiano, gridano: nessuno risponde. Nella camera di Carlo c'era sempre il lume. Ricominciano a picchiare: nessuna risposta. Gridano aiuto, e arriva allora un carabiniere, esclamando: — È preso!
— Chi è preso? — domandarono ad una voce Camilla ed il Curato.
— S'è sentito un grido, — rispose il carabiniere, — un grido come d'un uomo assassinato, e un momento dopo un uomo è saltato giù dalla finestra nel campo, e via di corsa. Noi dietro gridando: — Ferma! — E lui non risponde e continua a correre. Noi abbiamo pensato: — È l'assassino. — Si grida ancora: — Ferma! — Non risponde. Allora il mio compagno ha tirato un colpo di pistola, l'uomo è caduto, siam corsi; era Marco il liquorista, la palla gli ha spezzato il braccio.
— Carlo! Carlo! — prese a gridare disperatamente Camilla, picchiando coi pugni e raschiando colle unghie la porta.
Sopraggiunsero in quel punto i contadini con vanghe e accette e in pochi momenti atterrarono la porta, e si precipitarono nellastanza, Camilla la prima. Videro Carlo steso supino sul letto: guardarono il tavolino era sparso di sangue; guardarono in terra, un lago di sangue; s avvicinarono al letto, era tutto macchiato di sangue. A un tratto Camilla si sentì qualcosa sotto un piede, si chinò, lo raccolse, guardò.... e gettando un urlo straziante di terrore e di ribrezzo, cadde svenuta.
Aveva raccolto il dito indice della mano sinistra di Carlo.