Questa benedetta rivoluzione universale, sulla quale andavo facendo tanti calcoli, o s’era fermata per strada, o non aveva ancor prese le mosse: fatto sta che non capitava mai. Impaziente, stanco di tutto, mi sentivo sempre più agitato da quella irrequietudine che invade chi fonda tutti i sogni dell’avvenire in un mondo vago, lontano, e fuori d’ogni realtà. Bisognava oramai che mutassi, non foss’altro, d’aria, di paese, di gente. Il pretesto poteva essere l’Università, di cui da un pezzo non si parlava più, «perchè le annate erano scarse», diceva mio zio, forse per non confessare che disperava di far di me quello speziale che aveva sognato. Il mio nuovo intento fu dunque l’Università. A indurre lo zio, non c’era altro modo che attendere con maggior compunzione alle sue ampolle, mostrarsi compreso di questa missione sociale, e dargli prove migliori della mia irresistibile vocazione, del mio delirio per la sua arte. Mi decisi; rimboccai le maniche, ripresi il grembiale e il soffietto, e mio zio m’ebbe vittima e complice dei suoi fornelli, delle sue storte e delle sue scoperte.
Ma se la materia era incatenata al pestello, lo spiritospaziava sempre nelle regioni della protesta e della rivolta. Lo zio m’affidava talora qualche ricetta, e se non avvelenai nessuno e non mandai lo zio all’ergastolo fu un miracolo. Le malve ripugnavano ai miei sentimenti risoluti, radicali; le sanguisughe mi evocavano il fantasma dei potenti che succhiano il sangue dei popoli: glieroicisoli mi parevano all’altezza de’ miei pensieri; ma mio zio non voleva che ci mettessi mano. Io agitavo le bibite nelle ampolle; ma frattanto pensavo al giorno in cui sarebbe spuntata laveralibertà, quella libertà in nome di cui il popoloveroavrebbe messo in prigione il popolo falso. Pensavo al giorno dell’eguaglianza, in cui avremmo cacciate al di sotto le classi che non erano con noi. E in nome poi dellafratellanzauniversale, io passavo le mie ore ad odiare, sulla fede de’ miei testi, uomini e cose, di cui non conoscevo che il nome.
Frattanto era venuto l’autunno del 1858, e, non so come, fin nel mio paesello era giunta la voce che potesse nascere qualche grande novità, che potesse scoppiare una guerra. Ne chiesi subito conto all’amico X, il quale mi rispose che la rivoluzione era a buon porto, ma non ancora affatto matura; che stéssi molto in guardia; e che «qualsiasi moto che non veniva da noi, non poteva essere che un moto fazioso.» Potei quindi sorridere con una profonda pietà di quelle notizie campagnole.
Il mio disegno con lo zio non era riuscito male: l’inverno faceva capolino dalle bianche cime de’ miei monti, e la mia partenza era già all’ordine del giorno nei discorsi sotto la cappa del cammino. Quand’ecco unalettera dell’amico X; una lunga lettera che viene a mettermi sempre più in guardia su quelle tali voci di guerra, e sui pericoli che si celavano in certe ingannatrici speranze. Perciò il comitato doveva dichiararsi in permanenza, ed aspettare. Ed io che ero già sulle mosse! Non è a dire quanta fosse la mia perplessità: avrei voluto andarmene e rimanere a un tempo. Rimasi; e mio zio non ne fece alcuna maraviglia, avvezzo com’era alla poca durata delle mie risoluzioni. Egli piuttosto continuava a osservarmi in silenzio, non essendo riuscito a capirmi bene, e volendo pure, anche sopra di me, trovare lateoria.
Ma cominciò a stupirsi davvero, e a capirne sempre meno, quando, sul finir dell’inverno, il turbine della guerra facendosi così vicino da increspare anche la tranquilla superficie del mio paese, e non parlandosi da tutti che di strategia, di francesi, e di cannoni rigati, mi vide diventar sempre più chiuso e taciturno, proprio come lo volevano le mie istruzioni recenti. Io, che altre volte avevo tanto declamato, che avevo chiamato vile e imbelle chi non mutava in un’arme la prima sedia che gli capitava tra mano, e non insorgeva tutti i giorni dell’anno; ora che pareva vicina davvero quest’alba sacra della riscossa nazionale, e un nuovo entusiasmo moveva l’intero paese; io tacevo, io ero in disparte, come un nemico che vede una rovina nella fortuna della patria.
Che il mio silenzio, alla vigilia del combattere, fosse paura? Qualcuno avrebbe potuto sospettarlo! Il giorno che fui preso da questo orribile pensiero, per la prima volta, nella piena del dolore, ebbi un istante d’odio contro il tiranno misterioso che mi vietava la mèta a cui correvano, pieni d’entusiasmo, i giovani miei pari. Ogni giorno passavano per le vie dei miei montibrigate di giovani delle valli vicine che correvano a farsi soldati, chiamati da nessuno, fuorchè da un istinto sublime che loro diceva essere vicine le nostre sante battaglie. Spioni e gendarmi erano dì e notte sulle loro tracce; ma li metteva in salvo quella cospirazione tramata da nessuno, universale, onnipossente, delle cause mature. Nel mio paesello, perfino il garzone del fornaio, un povero ragazzotto, mezzo idiota, un bel mattino prese con sè gli abiti da festa, e se ne andò. Lo incontrai per via, e gli chiesi: «Che fai?» — «Vado ad arrolarmi;» mi rispose nella sua semplicità, e tirò innanzi. Non gli chiesi altro, e, pieno di rossore, chinai gli occhi, sentendomi indegno di fissarlo in viso. Il mio contrabbandiere venne una sera con una lettera, e mi chiese quando doveva venire per condurmidi là. «Domani,» gli risposi.
Ma all’indomani io avevo letta la lettera, avevo arrossito di quell’istante di debolezza, per cui poco era mancato che fossi rimasto vittima anch’io dell’illusione generale. Avevo imparato che presto si sarebbero bensì combattute delle battaglie, ma delle false battaglie: che da quelle battaglie ne sarebbe venuta forse una falsa libertà, una falsa indipendenza, e che i veri generosi, i veri combattenti sarebbero stati quelli che non avrebbero combattuto. L’ora non era ancor giunta, perchè ci facessimo apostoli armati. Dovevamo ancora rimanere apostoli seduti, spiando il momento, che i casi potevano render vicino, per impadronirci del moto. Intanto aspettassi gli avvenimenti e gli avvisi.
Mio zio era andato più volte alla ròcca merlata a dar forse un’occhiata al suo berretto; era in chiacchiere dalla mattina alla sera col curato, e da un mese non aveva fatta più nessuna scoperta. Era tutto lieto e ringiovanito; lieto soprattutto d’averla vinta sul curato, colquale tanti anni prima aveva fatto una scommessa che Napoleone avrebbe prima o poi passato il San Bernardo e rifatto il regno d’Italia. Egli non parlava più col curato che di volteggiatori, di veliti, di granatieri della guardia, e di dragoni della regina. Se gli avessi detto, un bel mattino, ch’io andavo ad arrolarmi nei veliti, gli avrei forse prolungata la vita di dieci anni. Egli mi guardava di tanto in tanto, quasi aspettasse che gliene domandassi la permissione; e tacevamo tutti e due.
Mi guardava il curato, mi guardava il fornaio che era rimasto senza garzone, mi guardavano tutti. Nessuno mi diceva una parola; che cosa pensavano di me?... Pensavano che avevo paura! A sviare il pensiero da questa vergogna, a farmi forte dinanzi a questi sguardi che mi scendevano al cuore come punte avvelenate, mi chiudevo sempre più nel mio proposito, con la sciagurata ostinazione di chi, avendo forse la coscienza del meglio, si è appigliato al peggio. Prestavo il manto dello stoicismo alla fiacchezza del mio animo; chiamavo chiaroveggenza la mia cecità; facevo l’incompreso perchè non volevo capire. Mi fossi almeno spiegato! Avessi almeno enunciata la mia teorica sublime! M’avrebbero forse creduto pazzo, ma non vile.
Rimasi muto e chiuso nella mia camera anche il giorno in cui, alla notizia di grandi avvenimenti, si trovarono in rivoluzione tutti gli abitanti del mio paesello. «Gran battaglia al Ticino; fuggiti i tre gendarmi; Vittorio Emanuele à Milano; Napoleone Dio sa dove....» Tutto ciò fu contato un bel mattino da un carrettiere che veniva d’in giù, e che aveva veduto coi propri occhi un zuavo. In un attimo mio zio ebbe il berretto da velite in testa; costituì il comitato; proclamò il regno d’Italia; strappò dalle vetrine della spezieria una tendina verde, dal collo della serva il fazzoletto rosso, e, cucitili insiemecon una salvietta, ebbe fatta e piantata sulla bottega la bandiera; fece gettare nel torrente l’insegna del tabaccaio, e mandò cinque uomini con pali e forche a cercare una spia, che si diceva girasse in mezzo alla segale.
Fedele alla consegna, non mi lasciai trascinare nè illudere da questi falsi provvedimenti rivoluzionari, e il giorno dopo firmai una protesta all’Europa, mandatami dall’amicoX, contro la battaglia di Magenta. Così ebbi anch’io l’emozione di compiere in quei momenti un atto grande! E pur troppo non tardò il giorno in cui l’arrestarsi improvviso della guerra parve dar ragione ad alcuna delle previsioni dell’amico, ed io ci vidi la riprova ch’egli era l’oracolo infallibile del vero. «La fazione ha finito, la nazione incomincia,» mi scrisse pochi giorni dopo l’amicoX; «noi siamo a Milano, e vi attendiamo.»
Ogni esitazione era dunque finita. Al desiderio che in me si agitava da tanto tempo, si aggiungeva ora il fascino di una irresistibile chiamata. Con lo zio fu presto intesa ogni cosa, e rimase deciso che, all’aprirsi dell’Università, io sarei finalmente andato a Pavia per essere iniziato ai misteri della farmaceutica. Pavia, nel mio linguaggio, voleva dire Milano; come poi avrei aggiustala questa faccenda non lo sapevo, e per allora non ci pensavo nemmeno. Milano! Milano! Fu per tre mesi la mia sola parola, il mio sogno, il mio tormento. Io non avevo mai veduto Milano. Noi altri della provincia abbiamo l’occhio fisso, più di quanto ce lo vogliamo confessare, verso quel grosso e lontano formicaio di gente che ha le pretese di sentirsi non solo capoluogo, come i capoluoghi di tant’altre provincie, ma un tantino di più. Que’ signori del formicaio, che valgono più di quello che vogliamo ammettere noi, e meno di quanto credono loro, ci fanno provare a untempo un senso di repulsione e di attrazione, che è quello, io credo, che finisce col farci girare come lune intorno a loro, seguendoli a distanza nelle idee e nei costumi.
Ma allora non ne sentivo che l’attrazione, e bisognava che ci piombassi nel mezzo. Milano era tutto per me. Là, io avrei trovato un popolo poeta e umanitario, intento solo ai grandi problemi della questione sociale; là, gli ingegni peregrini e gli apostoli venerandi, intenti tutti al trionfo della mia fede; là, infine, la donna d’alti concetti e di forti passioni, ravvolta in un mistero di vesti e di profumi, la donna che rispondeva al mio ideale di quel momento! «No,» dicevo tra me, «io non sono nato alle semplicità rusticane. La passione che mi trabocca dal cuore dovrebbe chiudersi tutta in un’umile simpatia campagnola? No; io sono nato per le grandi emozioni, e in queste solo io posso trovare la mia felicità! Domani finalmente sarò partito. Questa è l’ultima volta che....»
È l’ultima volta, volevo dire, che do mano al cencio da spolverare, perchè questi pensieri mi assalivano nel ripulire il banco della spezieria; cosa che avrei giurato non sarebbe accaduta mai più. Intanto non m’ero accorto che dalla porta della spezieria era entrato qualcuno. Era entrata la Luisa che, avendo una sorellina ammalata, veniva per la prima volta in persona con una ricetta. Si fece rossa in viso lei, e mi feci rosso io; ed io poi rimasi imbarazzato e goffo come non ero mai stato in vita mia. Pigliai la ricetta e per eseguirla mi misi in gran faccende passeggiando per tutta la bottega. Pure bisognava dir qualche cosa, e sempre andando innanzi e indietro incominciai:
«Sempre ammalata la sorellina?... E che bel tempo!... cioè freddo sì, ma asciutto....»
«Dicono che in giù sia venuta tanta neve....»
«Neve?... Oh, ma vedrà che con questa pozione la sorellina.... Abbiamo molti ammalati. Cose della stagione.»
«Se ne guardi anche lei dall’ammalarsi; sento che si mette in viaggio....»
«Oh, ma oggi il vento tira al bello. Quando lei vede la banderola del campanile guardare in giù, dica pure: ecco il bel tempo.»
«Così, sono arrivata in tempo anch’io per darle il buon viaggio....»
«Cioè, viaggio veramente no! È così una corsa....»
«Conta dunque di tornar presto?»
«Oh presto, prestissimo!... Ecco fatto. E prima di darne un cucchiaio alla sorellina, la agiti ben bene nell’ampolla, la pozione.»
«Mi dicono che in giù ci sieno tante belle cose, che s’è veduto molti andarvi e dimenticare le loro montagne, il loro paese, e non ritornare mai più....»
Non si fecero altre parole. Io diedi l’ampolla alla Luisa senza levare gli occhi su di lei; essa la prese, e dopo un momento di esitazione partì. Nelle sue parole c’era un accento di commozione che mi lasciò profondamente turbato. Quell’accento aveva quasi ritrovata nel mio cuore l’antica risposta: ma il turbine delle mie fantasie mi riprese subito nelle sue spire; io fui da capo in pieno tumulto, e in esso andò soffocata la voce modesta del sentimento. Mi scossi ed esclamai: «No, il destino mi chiama altrove! Io partirò! L’avvenireè incominciato per me!»
Un lungo e acuto fischio della locomotiva mi annunziò che ero a pochi passi da Milano. Misi il capofuori dello sportello per veder subito la famosa guglia del Duomo; ma tutto era ravvolto in un vapore denso e grigio. Il cuore mi batteva forte; credetti che l’emozione mi facesse velo agli occhi. Io avevo lasciato il giorno innanzi il bellissimo cielo delle mie valli, senza un saluto, con la sdegnosa impazienza di chi muove verso il regno delle sette maraviglie. Tra una nebbiaccia umida e fitta, che non lasciava vedere a un palmo dal naso, urtato dalla folla, assordato da un chiasso inurbano di facchini e di conduttori di carrozze, ma pieno della mia vergine venerazione, mi accostai con tutto il rispetto a un cittadino vetturale, che mi cacciò in un suo legno, mi condusse alla locanda, mi strapazzò un pochino, e mi prese anche un po’ più di ciò che gli era dovuto. Gli feci le mie scuse umilissime, persuaso d’aver io mancato in qualcosa; e s’anco mi avesse dato dei pugni, non sarebbe riuscito per il momento a rompere il mio incantesimo. Il mio primo pensiero fu quello di mettermi in vestito da festa, e di correre nelle braccia dell’amicoX. Il nome dell’incognito amico mi era però noto da qualche tempo; egli stesso me lo aveva scritto nella prima lettera che mi aveva mandato da Milano. Il suo nome era Bartolommeo....; gli amici lo chiamavano comunemente Bortolo, e i compatriotti poi Bortolino. Egli aveva avute molte vicende nella sua vita. Dopo il quarantotto aveva peregrinato per le città della Svizzera ora facendovi l’editore, il traduttore, o il corrispondente di giornali, ed ora facendo in mancanza d’altro il negoziante. Aveva qualche brevetto per invenzioni e privilegi; aveva promosse società industriali ed agricole per allevamento di polli, per terre nell’Oceania, per concimi economici, e per altre cose di pubblica utilità; ma i tempi e gli uomini lo avevano male assecondato. Da ultimo era statocorrispondente d’un droghiere di Milano e d’un giornale di Genova.
Questi varii talenti dell’amico non li conobbi che più tardi. Il giorno in cui lo vidi per la prima volta, egli era per me il filosofo che precorre i tempi con gli ardimenti dell’ingegno; era il politico umanitario, il patriota inflessibile e puro, il giusto, il martire; era il mio ispiratore e maestro; era quell’incognitaXche aveva misteriosamente dominata per tanti anni la mia esistenza, che m’aveva forzato a fare miei i suoi odii e i suoi amori, e che aveva posseduto tutto l’entusiasmo de’ miei giorni più belli. Io dunque mi presentai al maestro commosso e quasi tremante. La confusione sulle prime, facendomi velo agli occhi, me lo presentò circondato da quell’aureola, che la mia fantasia ammiratrice gli aveva tante volte prestata.
Il signor Bartolommeo non era bello. Aveva il viso butterato dal vaiolo, e gli occhi appiattati dietro un paio d’occhiali verdi. Era basso e tarchiato; il suo vestito non tradiva con indizii palesi la sua anima linda e pura. La ribellione de’ suoi capelli, contro gli ordini moderatori del pettine, era generale e permanente. Si sarebbe detto che l’abitudine del malcontento avesse sviluppato in lui una specie d’idrofobìa, che gli faceva fuggire istintivamente, tra le altre cose, anche l’acqua e gli specchi.
Appena ebbi balbettato il mio nome,Adalberto.... l’amico Bortolo mi abbracciò con premura, e facendomi capire ch’egli era molto affabile, mi chiamò il suoamico conte, e mi diede le ultime nuove dinoi, dell’oggie deldimani. Nella sua voce c’era una mellifluità che allora mi parve una cosa sublime. Non parlava d’altro che di se stesso, ma sempre con una grande modestia. Nei discorsi comuni era, come tutti gli altri, un uomodi questo mondo; e di più avveduto, pratico, positivo. Ma quando entravamo nella politica o nellescienze sociali, pigliava un tono lento, ispirato, vaporoso, come se avesse digiunato per un mese in un deserto. Parlava con le note frasi e con lo stile di quando scriveva; ripeteva le vecchie formole con quell’accento di persuasione che pigliano le cose quando le si dicono sempre. Io ero più che mai in estasi e con la bocca aperta.
La brezza umida e fredda che spirava per via mi richiamò alquanto, com’ebbi lasciato l’amico, dalle fervide regioni del mio entusiasmo. Mano mano che ritornavo in me stesso, mi vedevo schierare dinanzi tutto ciò che avevo pensato di poetico sull’incognito amico, e tutto ciò che avevo veduto in lui di reale. Eran due cose che volevano a forza venire al paragone. Ma io tiravo diritto, camminando senza sapere dove mi andassi, e affermando risolutamente a me stesso che la realtà dell’amico Bortolo aveva superato l’ideale dell’amicoX.Anzi fui lieto di poter scoprire una prova della mia inferiorità e una ragione di malcontento contro me stesso, perchè avevo lasciato in inganno l’amico, senza dirgli subito che mi chiamavocosìecosì, e che non ero che un povero speziale di campagna. Non avevo avuto il coraggio di confessargli la fanciullesca vanità con cui, fino allora, io avevo accettato un nome, che sulle prime mi fece parere più romanzesca la mia avventura di cospiratore. E poi m’ero sentito così piccolo, in faccia a lui, che non avevo saputo svestirmi di quella pocaconteaalla quale pareva ch’egli desse pure una qualche importanza.
Frattanto il giorno imbruniva, ed io cominciavo a sentirmi solo, smarrito, melanconico in mezzo a tanta gente che andava, veniva, mi urtava senza che ci trovassi una faccia nota od amica. Mi riposai alquanto allalocanda, dando la colpa del cattivo umore che mi scendeva addosso, alla stanchezza, al viaggio, al sonno. Alla lieta inquietudine del giorno innanzi, teneva or dietro l’inquietudine di chi si sente poco contento di sè. Uscii da capo, e, a chiuder bene quella prima che doveva essere la più bella giornata, mi feci condurre al teatro della Scala, che era pure una delle cento maraviglie che mi avevano fatto balzar tanto il cuore in mezzo alle mie montagne. Oh questa volta sì che la realtà mi parve, senza discussione, superiore all’ideale! I miei occhi correvano affascinati dal palcoscenico ai palchetti, dai palchetti al palcoscenico. Le ballerine mi sembravano angeli, e le signore mi sembravano dee. Mi sovvenne ch’ero venuto a Milano anche per le grandi emozioni del cuore, e mi sentii di subito innamorato di tutte quelle cento e cento divinità. Addio, povera Luisa! Il mio incanto era tale che non mi sentivo più padrone di me; applaudivo le ballerine, applaudivo le signore, e gridavo forte, o confidavo ai vicini tutta la piena della mia ammirazione. Ma a togliermi da tanta beatitudine venne un bisbiglio improvviso di gente che zittiva intorno a me: mi guardai in giro, e vidi che da tutte le parti si rideva alle mie spalle, e mi si gridavasilenzio!Confuso e tutto rosso in faccia, avrei voluto le cento volte trovarmi su d’una cima delle mie montagne. Intanto si era calata la tela: queto queto uscii di teatro, e me ne andai diviato alla locanda. Quel primo giorno sognato, invocato da tanto tempo, poteva avere la cortesia di mandarmi a casa un po’ più di buon umore. Andai a letto senza far parola, e spensi subito il lume.
L’amico Bortolo sedeva come unsolein mezzo a cinque o sei satelliti minori che giravano intorno a lui; e tutti insieme poi giravano intorno a un altrosoleche era parte, alla sua volta, di un secondo sistema planetario, retto anch’esso dalle leggi d’una più forte e più vasta attrazione. In pochi giorni ebbi imparata tutta questa astronomia; conobbi i principali satellitibortoloniani, e fui ascritto all’associazione degliStati Unitid’Europa «Sezione Olona.» Le principali colonne della Sezione Olona, oltre all’amico Bortolo presidente, erano un regio impiegato, il ragioniere d’una casa signorile della città, e un giovinotto che si diceva negoziante e mediatore di carte pubbliche; «Sì ch’io fuiquintotra cotanto senno.» Non potei dire precisamente d’aver piantate le mie tende presso lo stato maggiore; ma ero talmente in vena d’ammirazione e di umiltà, che mi credetti fin troppo in alto sedendo vicino a loro. C’era bene un generalone di più alto bordo, ma lo si vedeva di rado. L’amico Bortolo era della sua costellazione, e i responsi noi non li avevamo che di terza mano. In breve conobbi tutti gli amici di Bortolo, e gli amici degli amici, ai quali tutti venni presentato come unfortecittadino delle campagne, «cosa che mi procacciava un inchino;» e come il conte Adalberto della ròcca merlata, «cosa che me ne procacciava tre.» Perduta una prima volta l’occasione di sconfessare quella contea, l’occasione non si presentò più. Cercai schermirmene qualche volta; ma appunto allora i miei nuovi amici si dicevano con più calore all’orecchio che «io ero un gran signore della provincia; che avevo Dio sa quanti milioni, quanti antenati e quante contee; ma che ero cosìpuro, che non volevo nemmeno sentirne parlare.» Per quanto fosse grande la mia ammirazione per loro, più grande ancora era quella ch’essi avevanoper me. E a furia di sentirlo dire con tanta serietà, e di vederlo così bene accetto, finii col persuadermi anch’io, d’essere proprio quel conte di cui si discorreva.
Uno, tra quelli che mi inchinavano di più, era l’impiegato regio. Dopo vent’anni di fedeli servigi e di schiena curvata dinanzi a una dozzina diGrafendella bassa Austria e della Stiria, suoi capi di ufficio, poteva ben dirsi maestro in fatto d’inchini, e d’inchini d’alta scuola. Per avere un sorriso dal suoGraf, all’incominciare della guerra gli aveva profetizzata la strage vicina deipiemontesi: ma, pochi giorni dopo, andato all’ufficio, ilGrafnon c’era più. Egli allora gittò in alto le soprammaniche di tela, e gridò: viva la repubblica! Da quel momento egli era diventato un uomo politico. Sfoggiando la scienza del giro che fan le carte dal protocollo all’archivio; dicendoplagasdel governo nazionale, e denunciando come reazionarii gli uomini che uscivano dalle prigioni politiche dell’Austria, era presto salito in fama di grande amministratore, d’uomoindipendentee diveroliberale. Egli ci intratteneva tutti per lunghe ore con la sua scienza delle soprammaniche di tela; ed io meno ne capivo, e più rimanevo compreso per tanta dottrina e tanta avvedutezza.
La mia fantasia, che non sapeva essere un minuto contenta e tranquilla, giungeva talora a gettar perfino qualche domanda, qualche dubbio, in mezzo alla fede cieca, al culto ch’io professavo per i miei nuovi amici. Una volta chiesi a me stesso se non fosse più leale ed onesto il non ricevere paga da un governo che si vuol ingiuriare; se non fosse più secondo l’onore il rifiutargli il proprio giuramento e i propri servigi. Ma l’amico mio, mi risposi subito, non può fallare; e misi l’apparente contraddizione insieme a tant’altre che spesse volte mi davano nell’occhio. Anche l’amico ragioniere, il quale,professando i principii più inesorabili dell’eguaglianza, voleva eguali tutti di fatto come i numeri finali della scrittura doppia, non mi parlava che delle degnazioni della sua contessa, dell’amicizia e degli inviti del tal barone o del tal marchese. Conti e marchesi formavano le delizie del mio ragioniere e di qualche suo confratello che, al pari di lui, professava le teorie più pure della rivoluzione. Qual nèsso ci possa essere tra le aspirazioni democratiche e il culto dei blasoni non lo so....: ma certo un gran nèsso ci deve essere, se nella mia breve esperienza, nelle mie poche osservazioni sociali trovai così frequente la ripetizione di questo fenomeno.
Un altro fenomeno mi parve sulle prime l’amico commerciante, o sensale che fosse. Di suo non aveva che le chiacchiere che ci spacciava; eppure faceva negozi per centinaia di mila lire. Negoziava un giorno di carte pubbliche, un altro, se occorreva, di frutte secche; oggi era mercante, domani mediatore; non aveva professione di sorta, e le faceva tutte. Allegro, bontempone, discolo, era da mattina a sera in baldorie e in affari. Dedito anch’esso di fresco alla politica, si proclamavasocialista, e chiamavacodei suoi colleghi del circolo repubblicano; cosa che dava al circolo un po’ d’inquietudine, e a lui un po’ più d’importanza. Nemico del capitale, lo era un po’ meno degli interessi; ed io ne seppi più tardi qualcosa. Innamorato, estatico anche di costui, io mi abbandonai a occhi chiusi nelle sue braccia, ed egli si incaricò di fare la mia educazione cittadina.
Prima di trascinarmi nella sua voragine, l’amico sensale mi aveva trascinato dal suo sarto, il quale mi aveva subito messo alla moda come il sensale, ed ancheun tantino di più. Infatti, se la moda voleva il soprabito un po’ corto, al signorconteil sarto glielo faceva di due dita più corto ancora; e se la moda voleva la giubba lunga, il signorconteaveva una giubba lunga una spanna più di tutti gli altri. L’amico m’aveva vendute certe sue spille e certi anelli che facevano lo specchietto, come quelli d’un cavadenti. Io poi mi versavo addosso tutte le mattine una boccetta d’acqua odorosa, e per lo più di muschio, che mi annunziava da lontano come l’avvicinarsi d’unamoscardina.Con tutto ciò io non ero ancora contento di me, nè ancora avevo raggiunta quella tranquillità di spirito, e quel sentimento di superiorità, di chi ha la coscienza d’essere un uomo elegante. Io seguivo come una vittima il sensale in tutte le sue compagnie, e in tutte le sue baldorie; lo seguivo al teatro e al suo caffè, alle sale da ballo e ai suoi festini. Il mio buon amico non aveva risparmiato fatiche per ridurmi in breve alla moda cittadina, e dopo due mesi poteva già compiacersi di qualche buon risultato. La mia corteccia campagnola, combinata con le levigature del sensale, aveva fatto ridere qualche scioccone alle mie spalle; ma s’era poi detto che alla fine dei conti io ero un gran signore, e che morto un certo mio zio milionario e tiranno, io avrei ecclissati tutti quelli che la sfoggiavano per Milano. Io che sentivo queste cose, pigliai presto il partito di darmi certi modi un po’ eccentrici, un certo fare da originale, che è spesso l’espediente più a buon mercato per cavarsi d’imbarazzo, e passare per un uomo non comune. Il difficile a questo mondo è di farsi largo col buon senso. Soprattutto poi, io avevo bisogno di far del chiasso intorno a me; di fare come il ciarlatano, che dice di cavare i denti senza dolore, perchè lo strepito dei pifferi e della gran cassa copre le strida del villano. I miei sogni migliori cominciavano a fuggiredinanzi alla realtà. La mia anima forse mandava già il suo primo grido di disinganno; ma io non lo volevo ancora nè udire, nè confessare.
Un giorno l’amico ragioniere pensò di volermi presentare allasuacontessa. Lasuacontessa era la contessaNeni(diminutivo, per chi non se lo immaginasse, di Antonietta), la quale, unitamente al conte marito e ad una contessina di diciotto mesi, costituiva il casato a cui l’amico mio aveva l’onore di tenere i conti. Tra le molte e bellissime signore ch’io rimiravo mollemente sdraiate nelle loro carrozze, o a passeggio per le strade con l’incerto andare dei loro piedini, la contessa Neni aveva segnato il punto massimo della mia ammirazione. Al teatro, ove però avevo imparato a inebbriarmi in silenzio, mi pareva di essere in un Olimpo, e le signore mi parevano tante dee: ma se in mezzo alla mia estasi per queste belle compariva la contessa Neni, allora io le tradivo tutte, allora io non vedevo più chelei. Lei però veniva di rado: suo marito, nominato da poco sindaco in un villaggio di trecento anime, trovando comodo ilself-governmenta ogni tratto era al villaggio, e non aveva preso nemmeno il palchetto alla signora. Come sono invadenti nei governi queste aristocrazie! L’aristocrazia aveva invaso un po’ anche me stesso; alla mia contea m’ero già abituato, e mi sentivo già capace di difenderla palmo a palmo dietro i suoi merli: le belle donnine del teatro e delle carrozze mi piacevano quasi più che l’amico Bortolo, e per loro piantavo, di tanto in tanto, le conferenze dellaSezione Olona. Anche alle conferenze dellaSezione Olonacapitavano, a dir vero, delle signore, ma per una singolarità che mi diede più volte a pensare, erano quasi sempre un po’ brutte, o un po’ vecchie. Mi ricordo d’una in particolare che voleva essere chiamatacittadinaenonsignora, anche a rischio di venire confusa colle vetture che stanno in piazza; e che proclamavasi una donna dell’89, cosa che nessuno avrebbe messo in questione di certo. Se Prudhon m’aveva messo dei dubbi sulla mia divisa dellafratellanza, questacittadiname ne mise un vero spavento.
Al ragioniere dunque, a cui tante volte avevo parlato della mia ammirazione per la contessa Neni, era venuto in mente di farmi conoscere a lei, chiedendole il permesso d’una presentazione. Una signora difficilmente rifiuta di conoscere un suo adoratore; che se poi l’adoratore ha, come avrebbe detto la contessa Neni,un nome; se ha la riputazione di uomo eccentrico; la curiosità della signora cresce in ragion diretta di tutte queste qualità. Il ragioniere, che Dio sa quante storie aveva magnificate sul mio conto, mi annunziò il giorno e l’ora in cui avrebbe detto dinanzi alla contessa: «ho il piacere di presentarle il signortale;» parole misteriose e sacramentali, che bastano a procacciarvi una stretta di mano e un sorriso gentile dalla più fiera beltà, che fino allora aveva avuto l’aria di non accorgersi nemmeno che voi eravate a questo mondo. A quell’annunzio del ragioniere, il mio cuore battè forte come nel giorno in cui mossi per la prima volta alla casa dell’amico Bortolo. La fortuna mi conduceva per mano verso il mio secondo ideale; forse mi schiudeva le scene d’una passione drammatica, quale io l’avevo sognata! Avrei voluto preparare qualche squarcio di eloquenza e di poesia, per fare buona figura nei discorsi, certo sublimi, della contessa: ma la mia commozione era tale, che non fui capace di accozzare quattro parole in cui ci fosse il senso comune. Mi rassegnai, e mi raccomandai alla Provvidenza.
Nell’ultimo gabinetto d’un quartierino piccolo, ma in un bel palazzo grande, adagiata o quasi rannicchiata sul fondo d’una poltrona, si vedeva come in iscorcio una elegante personcina, ravvolta in non so quanti metri d’una bellissima stoffa, e che si chiamava la contessa Neni. La contessa Neni sedeva nel suo quartierino come la regina dei mille ninnoli che la circondavano, e delle mille figurine di porcellana, da cui pareva eletta a suffragio universale. Essa aveva lo sguardo languido delle donnine in porcellana chinese, il bianco delle figurine di Sassonia, le pose molli delle piccolepompadoursdi Sèvres. Essa poi conosceva a fondo la storia e la natura di questi suoi sudditi, e ne parlava continuamente da sovrana premurosa e illuminata. E quante volte non ebbi io la bontà d’esser geloso d’un mandarino chinese, d’un villanello di Sassonia, o di qualch’altro individuo di quel regno innocuo e silenzioso? Al qual regno innocuo e silenzioso appartenevano anche, per non tacere di nessuno, tre giovanetti galanti, che, innamorati della contessa, le facevan la corte contemporaneamente e senza guerre civili, contenti di sedere intorno a lei tre ore al giorno, senza dire una parola, mandando solo qualche sospiro, e cambiando di tanto in tanto la positura sentimentale. Se il silenzio può essere eloquente, questi tre giovanetti erano tre Demosteni; ma si incaricava di parlare per tutti e tre un uffiziale francese, ch’era anch’esso molto assiduo presso la contessa.
Di questi quattro signori appunto si componeva il crocchio della contessa nel momento in cui il ragioniere, con molta sommessione, e con molta compiacenza, mi presentò, sfoggiando i titoli annessi alla miaròcca. La contessa mi accolse con un sorriso gentile, e mi porse una piccolissima manina, ch’io, a buon conto, non presi, per la soggezione e per il timore di farle male. Ioero tutto in nuovo. Avevo le scarpe nuove, un vestito nuovo, un solino nuovo, che mi segnava un giro rosso intorno al collo, e mi ero profumato con una boccetta nuova. I tre signorini non diedero segno di vita, e finchè non fui presentato anche a loro, finsero di non avvedersi nemmeno della mia presenza, come se fossi un infusorio. Io però mi accorsi d’una certa occhiata con cui mi misurarono da capo a piedi, e alla quale tenne dietro un certo sorriso che mi fece, non so perchè, diventar tutto rosso. Quei tre se ne stavano seduti o, per dir meglio, sdraiati, chi su una seggiola, chi dentro una poltrona. Mutavano di posa a ogni tanto con una disinvoltura affettata; e sebbene mi avessero subito inspirata una profonda antipatia, pure, con la coda dell’occhio, gli osservavo per imitarli in qualche cosa. Ma non m’arrischiai di seguirli in quelle evoluzioni, che mi parvero del resto un po’ troppo confidenziali ed anche abbastanza volgari: mi attenni alle regole della mia prima educazione, e rimasi seduto col busto diritto, e con le mani distese sulle ginocchia, come mi aveva insegnato il mio rettore. I tre signorini tacevano sempre; taceva il ragioniere, taceva la contessa, e non parlava che l’uffiziale francese. Io credetti quella prima volta che il tacere fosse una cosa grandemente signorile, e non è a immaginarsi come mi tenessi scrupolosamente chiusa la bocca. Ma il Francese m’ebbe presto piantati gli occhi in faccia, e in un minuto mi diresse non so dire quante domande. Io avevo imparata la lingua francese da quel rettore del collegio, che nelle mie valli aveva tanta rinomanza per le lingue morte. Capii difatti ch’egli mi aveva appunto insegnata una lingua che non si parla. Figuratevi quale spavento fu il mio! Ma fortunatamente l’uffiziale dopo ildites-moi, monsieur, senza tirare il fiato continuava,vous dites donc.... ed io gli facevoun risolino compiacente, compiacendomi moltissimo che rispondesse lui per me.
Io tacevo sempre, e le cose continuavano benino. Ma la contessa Neni, vedendo che da un quarto d’ora non s’era parlato di lei, interruppe a un tratto la conversazione con unah!accompagnato da un lungo respiro e da una posa un po’ più languida di prima; il che sommato voleva dire che c’era una improvvisa sofferenza da dividerci tra noi sei. Si scossero infatti i tre giovanetti, e si fecero flebili più che mai: «Che fu? che c’è?» La conversazione si fece subito pietosa, e la contessa Neni con un certo imbarazzo studiato, elegante, ci parlò d’un maluccio che le era capitato, un enfiatello, se ben mi ricordo; ma non un enfiatello comune; un enfiatello che doveva moverci a grande pietà, ma parerci nello stesso tempo una cosa straordinariamente poetica. Mi parve a un tratto che i miei compagni di pietà invocassero un rimedio dal cielo, ed io in un eccesso di commozione e di zelo, facendomi di nuovo tutto rosso, saltai su a dire: «Ci vorrebbe un ce....» Lo sapevo ben io che cerotto ci sarebbe voluto, ma mi parve in quel momento che a pronunziare la parola cerotto tutti si sarebbero accorti ch’ero uno speziale. Mi fermai in tempo; ma mi si appannò la vista, e mi credetti perduto. Per fortuna però c’era stato il Francese, che al mio primo aprir bocca, non volendomi lasciare la priorità dello specifico, aveva ripreso lui il filo delle mie parole, insegnando alla contessa tutto quello che ci voleva. E non le disse questa volta, delle chiacchiere; le insegnò un buon empiastro, e proprio quello che ci voleva; talchè mi balenò alla mente, che anche costui, siccome si faceva dare delconte, fosse conte di una qualche ròcca merlata come la mia.
Di lì a poco l’amico, dicendo di avere cento belle chel’attendevano, si alzò, e se ne andò. Mi sentii un gran peso giù dalle spalle; e così se ne fossero andati anche gli altri, perchè io ero talmente in fiamme, che in quel momento mi sentivo il coraggio di proporre alla contessa per lo meno una fuga. Io non avevo ancor provato a trovarmi solo dinanzi a lei, e a non sapere aprir bocca.
«È una persona amabilissima....» incominciò a dire la contessa, pigliando le redini della conversazione, e conducendola tutta da sola con un’arte finissima di parlar sempre, e in verità dicendo pochino. «È una persona veramente di garbo, una persona proprio della società....» Ma poi tra questi francesi ce ne sono di curiosissimi! Si figurino che un giorno ne ho veduto uno, un maggiore, credo, ma che non è della società, e che si chiamamonsieur Pigeon. E vogliono ridere? È legittimista! Che sieno legittimisti il colonnellode la.... e ilmarquis de.... che vedo frequentemente, lo capisco benissimo; ma lo strano è che uno si permetta d’essere legittimista quando si chiamamonsieur Pigeon!E mi si dice che ce ne sieno degli altri come costui. Oh siamo molto più liberali noi!...
«Com’è liberale la contessa!» dicevo frattanto tra me stesso, in mezzo al mio entusiasmo.
«.... Io sono d’avviso che in società si devano rispettare tutte le opinioni, anzi io sono molto liberale; ma mi pare poi assai ridicolo che tutti quelli che passano per strada si credano in diritto di avere delle opinioni che non sono punto fatte per loro.»
«Oh certamente! contessa,» dicevano frattanto qua e là i tre signorini; e il ragioniere accompagnava il tutto con un risolino di piena approvazione.
«E lei dunque si chiama Adalberto....» riprese la contessa a proposito del discorso di prima. «Adalberto!che bel nome, è un nome che mi piace tanto!» E socchiudendo alquanto gli occhi, come soleva in fine d’ogni sua frase, lasciò giungere mollemente fino a me una guardatina, che mi accese ancora più, e mi fece tremare da capo a piedi. In buona fede me la pigliai tutta per me, e come di buona valuta. Non fu che più tardi che vidi quelle mezze guardature scendere allo stesso modo, freddamente su tutti; e più tardi ancora che mi spiegai, colla chiave di quelle occhiate, l’immobilità dei tre giovanetti e di quanti si dibattevano intorno alla contessa Neni come cingallegre sui panioni.
«E nelle sue terre lei avrà anche dei castelli?» riprese la contessa.
Ebbi un minuto di esitazione. La guardai in viso.... ma era così bella, che le risposi di sì! Che sciocco! Eppure in quel momento non ebbi altro rimorso che d’aver detto una cosa non vera a un angelo come lei, che doveva essere tutta ingenuità.
La contessa riprese la conversazione sui castelli, ma io non tenni dietro più al filo del suo discorso. Io non avevo in pensiero che quell’occhiata, e ne stavo spiando una seconda. Ma per quel giorno la seconda non venne; e ne incolpai tra me il povero ragioniere, che mise fine troppo presto alla visita, mentre io non me ne sarei andato più.
Aspettando sempre la seconda occhiata, m’ero fatto ogni giorno più assiduo presso la contessa. Facevo le mie ore di contemplazione in società coi tre giovanetti e con tanti altri, perchè ogni giorno ce n’era uno di nuovo; correvo per le strade come un matto, o vi facevodelle lunghe fermate come un ladro, e la contessa non dava segno di avvedersene mai. Le occhiatine talora partivano, ma non venivano a me. Fui geloso or dell’uno or dell’altro, senza sapere però mai di chi lo dovessi essere davvero. Mi struggevo di sospetti e di rabbie, avrei voluto spassionarmene con lei, dirle il mio amore e le mie gelosie, ma ogni volta ero costretto a calar le vele dinanzi a un circolo di assediatori che ci stavano all’àncora, e innanzi alle manierine gentili, calme, e gelidamente seducenti della contessa. Le delizie insomma del mio ideale, le delizie di un amore romanzesco per una gran dama, le andavo assaporando tutte. E quando, stanco, incominciavo a sentire i primi gridi della rivolta dentro di me, allora.... allora capitava l’occhiatina a farmi rinnovare l’investitura di vassallaggio. Nè questi erano i soli intoppi che avevo trovati nella mia nuova vita. Eppure non sapevo staccarmi dagli antichi sogni fantasticati nel mio paesello!
Un intoppo però che avevo temuto e che non trovai fu quello del cerimoniale dell’alta società. Io avevo spese delle ore a casa mia a pensare come sarei entrato in una sala dorata; che cosa avrei fatto, che cosa avrei detto in un crocchio di dame e di cavalieri. Avevo lette sui libri le severe etichette d’una volta, e tremavo al solo pensarci. Tempo perduto! Se di tanto in tanto diedi un poco nell’occhio, fu perchè mi sentivo piuttosto timido nel pigliarmi i miei comodi in società con la franchezza degli altri. Con gli splendidi vestiti d’una volta, i cavalieri hanno lasciato giù anche le splendide maniere. Talchè oso dire che anche ilgalateodel mio rettore mi poteva quasi bastare. Io poi m’accorsi che la mia ròcca merlata, e i milioni della mia contea m’erano una gran bolla di indulgenza plenaria. Potei perfino lanciare qualcuna delle mie idee demagogiche che, come speziale, m’avrebberofatto dare del briccone, ma che dette in guanti gialli mi acquistavano una certa riputazione di originalità; la quale è pure una delle vie che menano albuon genere.
Trovai piuttosto, e in breve tempo, un intoppo nei quattrini. Le baldorie con l’amico sensale, le spesucce per la repubblica universale, e la vita galante per la corte alla contessa, mi asciugarono presto quei pochi denari che avevo portati con me per studiare la farmaceutica. Il sensale mi intratteneva sempre dei suoi giuochi di borsa, dei suoi guadagni, e di milioni, di cui parlava come di cose di sua intrinsichezza. Una volta mi propose di associarmi a lui in una speculazione di carte pubbliche che, secondo un ragionamento chiaro e lampante, doveva in pochi giorni farci intascare una buona sommetta. Io, che gli avevo taciuto le mie strettezze, cercai di fare l’indifferente, ma accettai con la gioia secreta di chi vede venire in proprio soccorso una fortuna inaspettata.
Un mese dopo il sensale mi annunziò che per una stupida interpretazione, per parte del pubblico, delle cose politiche, noi avevamo perduto, sulle nostre carte, cinque mila lire. Mi pregò anzi che le pagassi io, ed egli si pigliava l’impegno di farmene guadagnare più del doppio nel mese seguente. Bisogna dire che io cambiassi molto di faccia a quell’annunzio, perchè il sensale s’accorse subito che in quel momento io mi dovevo trovare all’asciutto.
«Eh capisco,» prese egli infatti a dire sull’attimo; «capisco come non vogliate così presto far venire denari da casa vostra dove c’è l’abitudine, nevvero? di lasciar la muffa sui milioni! Ma non conta; lasciate fare a me. Dei denari ve ne procurerò io, e quanti ne vorrete.»
Detto fatto, mi portò le cinque mila lire. Io mi sentii venir meno dinanzi a quel primo debito cosìgrosso; ma un po’ per l’imbarazzo in cui mi trovavo, e un po’ perchè nelle grandi occasioni io sono sempre uno sciocco, accettai. Allora l’amico mi provò come due e due fan quattro, che per queste cinque mila lire, secondo l’uso, io ne dovevo confessare ottomila; e mi fece firmare una cambiale. Poi le cinque mila lire se le tenne per pagare la perdita, assicurandomi che presto me ne avrebbe guadagnate altrettante, per quanto, diceva, le fossero inezie per me. Così rimasi bruciato come prima, e con questo bel guadagno per di più.
Nè passò molto che, impacciato com’ero, mi dovetti far coraggio, e calunniando l’avariziadel mio povero ziomilionario, confessai al solito amico di trovarmi senza un quattrino. L’amico, dopo avermi canzonato un pezzo sulla mia timidezza da provinciale nel far debiti, e pigliandosi l’impegno di darla lui una lezione agli zii avari, s’impegnò di trovarmi una nuova sommetta, che cercai di moderare più che potei. Firmai dunque una seconda cambiale; e, ben inteso, per il doppio quasi di quello che dovevo ricevere. Ma il bello si fu che anche questa volta mi vidi sborsata solo una parte della somma, e in conto del rimanente mi capitò a casa una corba di roba e un quadro, che il mio creditore dichiarava diignoto sì, ma rinomato autore. Io avrei forse perduti i sensi, se il mio buon amico non mi avesse subito provato che io avevo conchiuso un bellissimo affare, e chein cittàsi faceva così.
La politica del navigare in mezzo a tanti scogli mi si faceva ogni giorno più difficile. Oh se avessi potuto rifare il primo passo! Ma intanto mi bisognava passare per un milionario col sensale, per un aristocratico con la contessa, e per un demagogo con Bortolo. Al fiero Bortolo tenevo scrupolosamente celato ch’io menavo vita elegante, e che passavo le mie giornate in casa d’unacontessa, e, peggio ancora, in mezzo a tantigalli del Brenno, che così egli chiamava gli uffiziali francesi. Cercavo intanto di servirlo con tutto lo zelo nelle piccole combriccole che tenevan luogo di grandi cose; ed avevo cura di mostrarmi a lui un poco arruffato, e meno pulito, per sembrargli tanto più puro. Oh come mi paiono ancor più belle le mie montagne quando mi guardo indietro, e penso a tutta questa roba!
Eravamo alla fine del carnevale. Oh se avessi voluto confessare a me stesso, quanto mi era già riuscita amara la realtà delle cose che avevo sognate! L’amicoXe il circolo dell’Olona erano proprio quel fior di poesia che m’aspettavo? «Chi sa!» dicevo allora. «E la gran dama?» La gran dama era più bella dell’amicoX, oh questo poi sì! Ma in quanto alla poesia..., io non ne sono un giudice imparziale. Frattanto in grazia sua ne avevo inghiottite di molto amare. Quante volte non feci il proposito di rompere l’incantesimo, e di fuggire; e allora le scrivevo delle lunghe lettere di eterno addio, che mi affrettavo a buttar subito sul fuoco. Quando le susurravo qualche parola di amore, ella mi rispondeva con un viso severo; quando le lanciavo qualche parola di disperazione, ella l’accoglieva con la più schietta ilarità. Ma se tornavo rassegnato e tranquillo, allora ricomparivano le piccole preferenze, le seducenti amabilità che mi facevano perdere l’equilibrio da capo. Con tutto questo, dagli adoratori della contessa io ero piuttosto invidiato; talchè molte volte, dopo aver conchiuso ch’ero l’uomo più infelice di questo mondo, a poco a poco, pensandoci, mi persuadevo ch’ero fors’anche il più felice de’ mortali.
Il carnevale, sentivo dire, era in quell’anno uno dei più belli che mai si ricordassero. Ognuno sentendosi giù dalle spalle quella gran cappa di piombo che erano iTedeschi, si abbandonava di cuore ad un po’ d’allegria. I milanesi poi amano di essere ospitali, e per quanto fossero positivi gli ordini in contrario dellaSezione Olona, essi davano ai francesi una splendida ospitalità. C’erano state molte feste di ballo, contro le quali io avevo protestato nel circolo dell’Olona, accettando però l’invito nel circolo della contessa.
La contessa compariva di rado alle feste; la sua comparsa doveva essere un avvenimento. Era l’ultima ad arrivare, e la prima a partire; ballava una sol volta, e quel ballo, tra i suoi adoratori, era una grazia contesa e concessa un gran pezzo prima. Ella non doveva essere seconda a nessuna; e il còmpito non era facile in mezzo ad altre belle e ad altre potenze riconosciute di primo ordine. Bisognava dunque fare categoria da sè; e così la contessa seguiva un sistema compiuto di abitudini proprie, improntate tutte di una certa originalità. Ai balli veniva tutta sola, quasi con l’aria d’essere un pochino trascurata dal marito; cosa che le raddoppiava l’interessamento degli ammiratori, e le serviva al tempo stesso di scusa per tutte le volte che le tornava comodo di rimanersene a casa. Ella aveva sempre l’aspetto un po’ languido e sofferente; la sua eleganza non era che buon gusto e semplicità; il suo posto era là dove c’erano meno amiche, lontana dalla folla e dai confronti. Al giungere della contessa Neni si vedevano qua e là parecchie diserzioni; ma l’astro scompariva presto, e così la corona de’ suoi satelliti era sempre la più numerosa e la più fedele.
Un giorno, mentre io, dopo una delle solite burrasche, facevo le mie ore di contemplazione rassegnato emalinconico, la contessa, discorrendo d’una vicina festa di ballo, annunziò che vi sarebbe intervenuta; e mentre tutti si rallegravano del prossimo felice avvenimento, essa volgendosi a me d’un tratto, soggiunse: «e il mio giro di valzer questa volta lo voglio fare con lei.»
Non c’è vento di nord che possa vantarsi d’aver fatto in un subito tanto sereno, come ne fecero quelle parole su di me. Nè solo mi feci sereno, ma anche tutto rosso, come se fosse disceso un sole tropicale. Io non avevo mai osato di chieder tanto, sebbene gli altri l’osassero moltissimo. Decisamente i miei rivali avevano ragione di vedermi di mal occhio. «Per bacco!... cosa tutta spontanea, e a cui io non avevo pensato nemmeno, mentre ce ne sarebbero stati in lista tanti prima di me che da un pezzo pregavano e insistevano.... ma niente affatto!: cosa tutta spontanea!» ripetevo a ogni minuto tra me. E per gli otto giorni che ci furono d’intervallo tra la promessa e il grande avvenimento, nè l’Idea, nè il Bortolo, nè l’Umanità collettiva, valsero a farmi pensare ad altro.
E siccome anche i giorni più aspettati arrivano, e pur troppo arrivano presto, così arrivò anche quello del miovalzer. Per quanto sapessi cheleinon sarebbe giunta alla festa che ad ora tardissima, pure, per esser meglio sicuro del fatto mio, quella volta fui dei primi ad arrivare; cosa che avevo imparato a non permettermi mai. A ogni specchio mi davo un’occhiatina da capo ai piedi, mi aggiustavo i capelli e la cravatta; e non ero niente malcontento di me. «Eh sì, lo puoi amare questo povero Adalbertino,» dicevo frattanto, «il quale non è poi un brutto giovane, perchè in fatto d’occhi e di capelli così neri, non faccio per dire...: e poi non è il più sciocco, credo, di tutti quelli che ti fan la corte.» Anche al sarto del sensale da qualche tempo avevo dato un addio;avevo imparate molte perfezioncelle di buon gusto; insomma, mi pareva proprio di andar benino. Le sale intanto si erano affollate da non potervisi più movere; ma, finchè non ci furono quelle dieci o dodici signore che costituiscono laveragente, io susurravo con quanti mi imbattevo di mia conoscenza, che non c’era ancora nessuno. Facevo largo, e mi inchinavo leggermente quando ne comparivataluna, in modo che mi si poteva credere tutto di casa, ancorchè non la conoscessi che di nome. Che se poi ne passavano di quelle che non erano dell’Olimpo, io rimanevo inesorabile al mio posto, per non compromettermi, proprio come se non passasse nessuno. Mi lamentavo un pochino della musica; trovavo che c’erano pochi fiori, e che la luce non era ben distribuita. Insomma, come dissi, si poteva essere contenti di me. Avevo fatto un passo.... e che passo! da quando al mio paese, con un piffero, una tromba e un candeliere sulla stufa, si ballava in una stanza del fornaio con le ragazze del vicinato e con la Luisa....
Intanto giravo e rigiravo per le sale, procurando di darmi l’aria di non aspettar nessuno, per noncomprometterla. Però m’ero portato cinque o sei volte fino alla scala; e incominciavo ad essere sulle spine. La contessa Neni fu proprio l’ultima a comparire. Entrò sola, e io la vidi subito; ma la calca di quella genteche non c’era, era tale, che non potei andarle incontro. Che peccato! Quest’era la volta che le avrei dato anche il braccio. Ci fu invece un altro più fortunato di me; e mentre io cercavo di farmi largo non la vidi più, e non seppi nemmeno da qual parte fosse andata. Chi non ha vedute che le festicciole del proprio paese, non può immaginare come in queste gran feste di ballo della città si possa mettere un’ora buona prima d’imbattersi in qualcuno che si cerchi. Ebbene, questo fu proprio il miocaso: e tutto affannato incominciavo già a dire «che la è inutile; ch’io sono un uomo disgraziato; che a me non le devono andar bene mai; che il mio destino è così....» quando mi trovai faccia a faccia.... indovinate con chi? col marito della contessa. Non avendo altro, avrei dato in quel momento tutta la mia contea, per evitare quell’incontro. Ma quel buon signore non mi lasciò il tempo di svignarmela, e venne a stringermi la mano con una certa cortesia piena di distinzione ch’era tutta sua. Poi, dopo qualche parola gentile, mi domandò se avevo veduto sua moglie, perchè sua moglie aveva chiesto di me per un certo ballo che essa mi aveva riservato. Allora gli contai il caso mio, ben inteso con tutta quella politica che ci mette un amante in una simile occasione; ed egli non solo m’indicò dov’era sua moglie, ma mi volle condurre presso di lei egli stesso. «Poveri mariti!» pensavo frattanto tra di me; «tutti eguali!» Ma anche questa volta non l’imbroccavo giusta. Nella pratica della vita io non ero che all’alfabeto, ed egli doveva essere già professore. I quarant’anni gli aveva salutati da un pezzo, e s’era dato alla botanica e alla politica; ma egli era stato uno dei giovani più brillanti del suo tempo, e nella scienza delsaper viverenon celava la sua superiorità. Sapeva egli ch’io ero innamorato della contessa? Non lo so. Ma, conoscendo sua moglie, egli non poteva avere che una grande compassione per i di lei amanti!
La contessa mi fece il più seducente rimprovero per essermi fatto aspettare; poi con un abbandono, con una grazia che mi parvero cose angeliche più del solito, levossi di subito dicendo che non voleva ritardarsi il piacere di adempiere alla sua promessa. C’era lì accanto qualcuno che m’aveva l’aria d’esserne particolarmente indispettito; a me poi pareva che cento occhi mi seguisseropieni d’invidia e di gelosia. Io mi sentivo un palmo alto da terra. L’orchestra sonava qualche cosa di strepitoso che poteva essere benissimo un valzer; ed io pieno di un insolito ardire susurrai all’orecchio della contessa alcune parole ardenti come non avevo fatto mai. Essa le ascoltò; e vidi un sorriso sfiorare le sue labbra con tanta dolcezza che non m’ebbi più dubbio. «Oh sì! ella mi ama. Ch’io ti stringa dunque al mio cuore,» dicevo tra me col mio solito stile, «e nei vortici della danza noi scompariremo da questa terra.»
Eravamo giunti nella gran sala da ballo. Toccava a noi; io ero all’apogeo. Col piede alzato già attendevo la battuta... La battuta venne, ma più decisa delle altre per indicare che quella danza era appunto finita. Così non avendo potuto volare tra gli astri quella volta, era scritto che non ci dovessi volare mai più.
Quel tratto di sereno che mi parve un momento d’intravedere sul mio orizzonte, era minacciato da grossi nuvoloni che venivano tutto all’ingiro e si facevano sempre più cupi. Le faccende politiche del circolo andavano alla peggio. Si predicava alle arene del deserto. Un giornale, che l’associazione aveva fondato, e che si chiamava l’Azione, non aveva trovato azionisti, ed era caduto dopo un mese di vita, e con una dozzina d’abbonati. Bortolo s’era fatto più brusco e violento che mai. Il vento volgeva in tutt’altra direzione, e decisamente pareva che l’Italia volesse rifarsi a modo suo, e al di fuori di molte regole prestabilite. Si aveva un bel predicare alla gente che la via era fallata, che si principiasse da capo: la gente faceva le viste di non capire, e tirava innanzi. La corrente avevamutato alveo, e noi, rimasti nel vecchio, ci potevamo contare. Anche nelle sfere più alte dei nostri correligionari avvenivano, io credo ogni giorno, rivolte, diserzioni; e Bortolo, che mi voleva fedele, mi teneva in basso, e non mi aveva mai lasciato far capolino al di fuori del circolo. La barca era arenata; ma noi seguitavamo a dare ferocemente del remo nel sabbione e nella mota.
Mano mano però che, in grazia della contessa, io andavo spogliandomi della pelle dell’orso, il veleno dell’eresia mi si cacciava sempre più nelle ossa, e qua e là mi spuntava nel pensiero qualche dubbio. In mezzo a tanta vita cittadina, io avrei potuto rileggere i miei articoli di fede a una luce più chiara; ma la fatalità aveva voluto che, ora dietro le tende di velluto della contessa, ora dietro le ragnatele del circolo, io fossi rimasto sempre all’oscuro. E soprattutto le tende di velluto, diciamolo pure, avevano lasciato tutto il resto in una tal’ombra, che la mia povera mente non sapeva più ritrovare il filo di nulla. Così per il moto contratto io seguitavo a trottar dietro ciecamente a Bortolo. Bortolo ogni giorno più declamava e si inferociva; e declamavo e mi inferocivo anch’io, perchè era il meno che potessi fare.
Ma come Bortolo fu persuaso che l’apostolato non dava frutto, egli che non era uomo da scotere la polvere dalle scarpe, e tirar diritto evangelicamente, pensò che oramai si doveva agire. Divenuto cupo e misterioso più del solito, decisamente egli meditava qualche piano di battaglia. Lo aizzavano particolarmente l’ex impiegato che sbuffava di vedere un tale, che nei tempi andati ci aveva messa la pelle, a quel posto dove per tant’anni egli aveva messe le maniche di tela; e l’amico sensale, il quale aveva bisogno d’un tafferuglioper raddrizzare colribassocerte sue speculazioni che andavano alla peggio. Il buon uomo anzi non esitò a parlarmene chiaramente, associando alle osservazioni sull’apostolato militante, quelle sulla vicina scadenza del mese. Finchè s’era trattato di lasciarmi succhiare dei quattrini ora con le speculazioni, ora coi prestiti alla repubblica universale, non avevo osato fiatare; ma questa volta egli aveva dato un assalto alla mia coscienza, e la cosa, per fortuna, era un poco diversa. Ma il sensale mi canzonò prima sulla mia semplicità; poi, siccome io mi facevo serio, voltò tutto in burla, e ne fece delle risate. Ritornò qualche volta ancora sul discorso, ma con un fare che potesse parere anche una facezia, e burlandomi al tempo stesso perchè, a suo dire, mi spuntava un po’ dicoda. Allora lacodanon s’era fatta ancora così elastica; e non m’era capitato, come mi capitò poi di udire un ubbriaco chiamarcodinoun tale perchè camminava diritto. Questo scherzo dunque sullacodanon mi garbava nè punto nè poco, tanto più che l’amico me lo andava ripetendo in faccia ai colleghi e dinanzi allo stesso Bortolo. Ma Bortolo, ch’era più accorto degli altri, e che voleva conservarmi nella sua devozione, sapeva saltar di pie’ pari, e nascondermi fors’anche tutto ciò che non mi poteva garbare. Con me continuava a tenere quei lunghi discorsi, dalle frasi ispirate e sibilline, ch’erano tutto il mio pasto.
Eppure qualche cosa si tramava. Bortolo doveva avere per il capo qualche disegno, di cui nel circolo non si parlava, o che per lo meno mi si teneva nascosto. Mi rammento che avendo io detto un giorno che bisognava pur far progredire la rivoluzione italiana, mi fu risposto misteriosamente che bisognava innanzi tutto principiarla. Intanto il circolo era in aspettazione d’un personaggio che il solo Bortolo conosceva, e che dovevaessere reduce da un giro diplomatico con missione secreta nelle province. Bortolo diceva «ch’era unonestorecatosi a rinfrancare la tradizione nelle affigliazioni della Associazione;» ma io, che avevo la fantasia in allarme, fui convinto più che mai che l’universo era minato, e che quest’ignoto veniva a dare il fuoco alla mina. «Oh potessi tu trovare un intoppo per via!» pensavo tra me. «Lasciami fare il miovalzer, e poi schiudi pure l’èra nuova.» L’Io, tutt’altro checollettivo, aveva fatto tali progressi in me, che per la mia felicità individuale osavo invocare una settimana ancora di oscurantismo.
Intanto io cominciavo ad essere sul serio agitato, e pieno di brutti presentimenti. Capivo che questo mio camminare continuo sulla corda, senza contrappeso, non poteva che finir presto con un capitombolo. Ma che cosa dovevo fare? Come sbrogliarmi dalla matassa in cui ero avviluppato? Oh avessi avuto un buon amico, avessi potuto imbattermi nel mio Marcello! Ma come trovarlo? Io ne avevo ben chiesto conto una volta a Bortolo, ma egli crollando il capo mi aveva risposto: «che non ne sapeva nulla, ma che credeva però che la prigionìa avesse in lui fatto disertare dal pensiero l’azione, conducendo questa nel campo della sètta delle maggioranze.» In verità avrei desiderato di saperne qualcosa di più, ma non avevo osato chieder altro. M’era venuta in fine la buona ispirazione d’una corsa al suo paese; ma ero nella gran settimana del miovalzer, e pensai: «ci andrò dopo.»
Il giorno che seguì il mio apogeo fui chiamato in fretta al circolo, perchè era giunto il diplomatico, tanto atteso, dalle province. Ci andai di corsa: vidi il nuovo arrivato.... e fu per me come un colpo di fulmine. Non c’era dubbio. Sulle prime, tutto vestito di nuovo, e colfare d’un personaggio, c’era da pigliarlo per un altro. Ma era lui; uno di quei due compatriotti della mia vallata, che avevo voluto evangelizzare dal tabaccaio a bicchierini d’acquavite; quello che aveva maggiori vedute nelle teoriche sociali, e che aveva anche il naso più rosso dell’altro. Era proprio lui, ed io mi sentii perduto.
Quando nella bottega del tabaccaio si parlava delle ingiustizie e delle sventure sociali, avevo sempre trovato in lui, voglio dire in quell’amico dal naso rosso, per ogni colpa umana, una grande parola di perdono. Sperai che, confessandogli le pene del mio cuore, egli avrebbe compatito all’inganno innocente nel quale avevo lasciato gli amici; sperai ch’egli avrebbe perdonato alla mia inesperienza, e che mi avrebbe coperto con l’usbergo della sua amicizia. Fu su questo tono che gli parlai. Sperai anche che non avrebbe sdegnato un tenue regalo (che non era tenue), il quale doveva ricordargli questo bel giorno della nostra amicizia. Infatti non lo sdegnò. Ma egli era una vittima dell’organizzazione sociale; la sua natura richiedeva qualche bicchierino di acquavite di più di quello che la società gli volesse dare nella sua attuale organizzazione economica. Questodeficitdi bicchierini lo manteneva in istato di rivolta contro le altre leggi sociali che egli non poteva riconoscere; e così, ora che eravamo alla pratica, soffocò la pietà per una umana debolezza, e si tenne rigidamente nel campo della protesta.
Il giorno dopo, mi vidi capitare l’amico sensale col cappello fin sugli occhi, e col piglio poco confortante di un creditore che va da un debitore fallito, interrogandomi senza lasciarmi il tempo di rispondere, e montandosu tutte le furie perchè non rispondevo. Mi accòrsi subito ch’io non ero più il conte della ròcca merlata, e che il diplomatico dal naso rosso mi aveva mariolato il regalo. Il mio castigo più grave l’ebbi proprio sulle prime; e fu il rossore di sentirmi colpevole e di dovermi giustificare dinanzi a quel fior di giudice. Tentai spiegargli, appena potei afferrare la parola, la fatalità che mi aveva tratto a quell’inganno puerile; ma mi accorsi che quello non era il capitolo importante dell’accusa. Allora potei anch’io mutare un po’ di tono, e gli dissi alto che se allaròcca merlatanon c’era annessa la contea, c’era annesso però un fonderello di quante pertiche occorrevano per pagarlo dei suoi bei negozii; e che dei due, a conti fatti, lo straccione poi non ero io. Parendomi che a questa ultima riflessione si rasserenasse un poco, tentai un nuovo appello caloroso a queinobili sensich’io gli dovevo prestare per arte oratoria, perchè mi giustificasse presso gli amici. Gli parlai della fede che mi legava a loro, dell’opera devota ch’essi potevano attendere da me, della serietà mia in ogni più difficile prova.... Ma l’altro mi interruppe da capo; mi tirò sul terreno dei conti e delle garanzie; e poco tranquillo per il suoavere, mi piantò dicendo che andava a fare isuoi passiper mettersi al sicuro; e che quanto al resto, gli amici ne erano furiosi, che nessuno più avrebbe voluto saperne di me, che io gli avevo ingannati, e che degli speziali ne avrebbero trovati fin che ne volevano! I democratici! In quel momento giurai di volermi fare speziale.
Con la febbre che mi aveva lasciata addosso la visita di quel caro sensale, mi misi al tavolino, e scrissi una lunghissima lettera a Bortolo. Quella lettera rimase senza risposta. Nel circolo di Bortolo, ove si trovavano i sentimenti classici, come si trovano i brandellidi broccato nella bottega del rigattiere, questa severità di Bortolo sarà forse riposta a quest’ora negli scaffali come una merce di provenienza spartana.
Ero alla soprascritta, quando il mio uscio si spalancò di nuovo, e un secondo cappello, calato anch’esso fin sugli occhi, mi fece subito capire esserci un altro che veniva per fulminarmi ad occhiate. Era un altro spartano, il ragioniere; il quale in certe supreme occasioni, quando, per esempio, licenziava un guattero della contessa, sapeva trovare l’altitudine e l’accento d’una tale fierezza, d’una tale dignità, da averne di che intrattenere gli amici per un pezzo.
«Ma la si figuri!» incominciò a dire il mio demagogo, «uno speziale di campagna! E averlo condotto io dalla contessa! Ah, dunque gli è proprio vero.... e farsi condurre da me dalla contessa! Si figuri la mia responsabilità! Oh, ma io andrò dalla signora contessa e dal signor conte, ed esporrò loro il caso personalmente, e domanderò gli ordini per fare imiei passisia per conto della nobil casa, sia, subordinatamente, per conto mio. Oh, la vedremo! Introdursi nelle case con falsi recapiti sotto il manto di un ragioniere onorato non solo, ma che fu chiamato come revisore anche in pubblici dicasteri!... Quali erano le sue intenzioni? Che cosa voleva lei perpetrare in casa della contessa? Io già gliela conto chiara.... e non so se mi spiego.... insomma io dovrò dire alla contessa che non posso più rispondere di niente, e farò rinnovare gl’inventarii....»
Il guaio di questo povero ragioniere fu quello di essere arrivato in un momento in cui, avendo dovuto giustificarmi due volte, non mi sentivo punto voglia di farlo una terza. Così, quando fummo a questo punto del suo discorso, lo pigliai per un braccio, e con tutta tranquillità, ma senza aprir bocca, lo misi fuori dell’uscio. Senza aprirbocca mi seguì il ragioniere, ma col passo un po’ più svelto del mio. Non so, nel racconto de’ suoi fasti, come s’acconcerà il buon uomo con quest’ultima circostanza; ma probabilmente concluderà col dire che, avendo io cercato d’alzare la voce, egli mi pigliò per un braccio, e mi cacciò di casa.
Mandai la lettera a Bortolo; mi chiusi in camera, e caddi nella mia poltrona stracco, sfinito per l’emozione e la vergogna. Mi copersi il viso con le mani; ma allora mi trovai in un turbinìo di pensieri e di fantasmi, ciascuno dei quali mi picchiava sui nervi del capo, e me li faceva dolere stranamente. C’era un po’ di tutto: c’era Bortolo, il circolo, ilnaso rosso, le cambiali, lo zio, Marcello, gli amanti della contessa.... la contessa! A questa apparizione dolcissima l’antico entusiasmo mandò il suo ultimo raggio, e, scotendomi, dicevo tra me: «Oh, tu fai violenza al tuo cuore, ma tu mi ami, io lo so!Adalberto è un nome che mi piace tanto, osò appena ripetere il tuo timido labbro, eil mio giro di valzer lo farò con lei.... parole semplici, ma profonde, dietro cui sta forse un intero paradiso d’amore! Oh con te io non avrò bisogno di giustificarmi, perchè le mie scuse te le suggerirà il tuo cuore.... Ma io mi giustificherò, perchè io dovevo essere franco e sincero con lei, che è tutta schiettezza e ingenuità!... Aspetterò le ore della sera in cui mi sarà più facile trovarla sola, e avere con lei un lungo colloquio. E allora quale entusiasmo non vedrò io brillare sulla sua fronte quando le dirò: signora, il blasone antico era mentito, ma io saprò deporre dinanzi a voi un blasone che incomincia da me!» I soliloquii di solito sono poco modesti; così non guardai molto per il sottile, tanto la chiusa mi pareva irresistibile, e, quel che è peggio, nuova.
Venuta la sera, corsi alla casa della contessa, conla mia parlatairresistibilebell’e fatta, e col passo sicuro di chi va alla vittoria. Ma il passo me lo fermò il portinaio, il quale mi gridò dietro in tutta fretta:
«Ehi, signore, la contessa non c’è.»
«Come?» ripigliai io, «ho veduto dalla strada le sue stanze illuminate....»
«È probabile; ma la contessa quando non c’è, non è poi obbligata a non esserci.... Del resto credo che la contessa per un pezzo non sarà in casa.... per cui, se vuole un mio parere....»
«Fatele annunziare subito il mio nome!»
«Ma.... se lei poi non capisce.... le dirò che ho già l’ordine di non farlo!»
Quella notte la passai tutta in progetti di duelli e in dubbii su chi dovessi ammazzare di preferenza, se il marito, il ragioniere, o gli amanti; me eccettuato. L’alba mi fece vedere un poco più chiaro, e pensai che a queste scene di sangue era bene far precedere qualche schiarimento. Conchiusi ancora che lei era innamorata di me, ch’era la vittima certamente di qualche dramma tenebroso, e che ad ogni costo bisognava ch’io la vedessi e le parlassi. Quest’era il punto difficile; ma, facendosi sempre più chiaro il mattino, mi balenò in mente, come spesso mi accade, un’idea vecchia; l’idea di ravvolgermi in una nera cappa, di mettermi una maschera, di calarmi il cappuccio sul viso, e di aspettare così la signora in un veglione al teatro. A render meno peregrino questo pensiero, ci era la circostanza che la sera ci doveva essere un veglione, e che io sapevo da un pezzo che la contessa ci sarebbe andata.
Dopo un’intera giornata, e non ci voleva meno, che impiegai nel provare a me stesso, come quell’ordine dato al portinaio doveva essere la prova irrefragabile che io ero appassionatamente amato, eccomi ravvolto in undominotutto nero, triste, solo, tra l’onda gaia di maschere a mille colori, come un corvo in mezzo a un bel prato smaltato di fiori. Capii subito che esse non mi riconoscevano nessun diritto di concittadinanza: chi mi sospingeva a urtoni, e chi mi respingeva con un motto poco fraterno: mi domandavano se ero una spia, un ladro, o un marito geloso. Questa figura triste e solitaria era loro uggiosa come l’immagine del silenzio e della malinconìa, che forse li attendeva al mattino all’uscio di casa. Dopo una traversata lenta e burrascosa, giunsi al palchetto della contessa: mi guardai un’ultima volta in uno degli specchi del corridoio per accertarmi d’essere irriconoscibile; poi, fattomi un gran coraggio, aprii piano piano l’uscio, ed entrai. Il palchetto era affollato di visitatori e di maschere; vi si faceva un gran chiasso, e nessuno si accorse che fosse entrata una maschera di più. Mi alzai in punta di piedi per spiare al di là di una siepe di spalle che avevo dinanzi, per veder la contessa, e, pensavo tra me, per leggere nel suo volto mesto, turbato, una segreta afflizione del cuore; mi aspettavo proprio questa volta di leggere scritto sulla sua fronte:Adalberto.
Ma per quanto il mio occhio fosse propenso a questa scoperta, pure non gli fu difficile di vederci subito tutt’altro: sulla fronte della contessa non si leggeva proprio nulla. Bella, serena, contentissima di sè, non le si leggeva pensiero che si allontanasse dalle chiacchierine e dalle risate del suo palchetto: ma era forse un’illusione anche questa; e mentre i più loquaci della brigata la credevano tutta intenta alle belle cose che le andavanodicendo, la contessa forse pensava all’effetto ottico che ella faceva in quel momento traverso alle molte lenti che la fissavano da cento parti. Di queste analisi e di questi ragionamenti però, non ebbi tempo di farne in quel momento. Pur troppo mi accorsi subito a colpo d’occhio di qualcosa che non mi lasciava illusioni; e dalle punte dei piedi ridiscesi presto sui tacchi. Rimasi qualche momento come impietrito, e senza sapere quale indirizzo dare ai miei pensieri; quando una loquace mascherina indominorosa che sedeva, al parapetto, di contro alla contessa, saltò su a dire: