Qui ci fu un applauso generale. Buccelli conosce il pubblico.
«Prima economia» esclamava Batista, per non parere da meno, «sciogliere l’esercito, e armare il popolo.»
«Poi, pagar bene gl’impiegati» continuava il Pasetti «favorire i giovani, pensionare i vecchi, od anche non pensionarli per il momento, se non si può....»
Qui il signor Borsa, che aspetta, credo, una pensione, intervenne subito per non lasciar prendere una cattiva piega al discorso; questa volta si alzò in piedi.
«Io sì ve lo dirò, signori miei, ve lo dirò io che me ne intendo, dove sta il marcio!...»
«No, ve lo dirò io!»
«Lasciate dire a me....»
«Eh compare, sentite....»
«Il marcio sta nei preti....»
«Sta nella Guardia nazionale....»
«Niente affatto!»
«Ma volete saperne più di me!»
Tutti volevano parlare in una volta. In mezzo a questo chiasso non potei udire il discorso del signor Borsa, il quale finì esclamando: «E fino a quando non si faranno più novità , sarò semprerossoanch’io!»
«Benissimo, benissimo!» gridarono in coro gli altri, cioè il caffettiere, il pizzicagnolo, un mercante, un canonico, il perito agrimensore, il vetturale ed altri uomini politici di minor conto, che di solito votano in silenzio.
«Anche quella novità » osservò questa volta, in via eccezionale, il perito «di mettere a sistema metrico tutto quello che si mangia, e tutto quello che si beve, non so che libertà sia! Che sulle mie canne ci fossero i metri, lo capivo; ma che mi si voglia far bere, quando vado all’osteria, a sistema metrico, non lo capirò mai. Se, per esempio, volessi berne un boccale, che diritto ha il governo di farmene bere un litro?... È forse lui che me lo paga?»
«E se ne bevete quattroquintinine bevete meno d’un boccale;» osservò il vetturale «per cui ci perdete sempre.»
«Sicuro. Insomma si vede proprio» conchiuse il pizzicagnolo «che non abbiamo mai saputo mandare un buon deputato.»
Anche qui la discussione si fece generale, e non si parlava più che ad una voce.
«Questa volta bisogna pescarne fuori uno coi fiocchi.»
«Io do il mio voto a voi, compare.»
«Coi fiocchi? Quando son là son tutti eguali.»
«E quella baggianata del telegrafo?...»
«Quando sono là , sono tutti venduti,» dice ilVero Italiano.
«C’è di quelli che hanno intascate le dozzine di milioni.»
«E di quelli, si conta, che han comperato dei poderi!... e non si sa dove!»
«Telegrafi di qua, telegrafi di là ,... e li paghiamo noi!»
«Non so dei deputati; ma so che i ministri, e me lo ha detto uno che viaggia, comperano tutti in America.»
«Fin cinque lire l’uno, li hanno pagati quei pali del telegrafo! Capite cos’è il Ministero? Che se lo dicevano a me, con tre lire....»
«Ma l’ho sempre detto io che ci vogliono de’ deputati galantuomini!»
«Deputati nuovi; deputati che non se la lascino fare; deputati che abbiano una politica furba, e che sieno nemici dei Ministeri!»
«E dicono che quel meccanismo di vetro, e che so io, che sta fitto in cima di ogni palo, costi un occhio. Capite come vanno le cose!»
«Ci vuole la libertà dei popoli! Ci vuole una libertà tutta diversa, se no, non ne faremo niente!»
«E ci vogliono poche strade ferrate che fanno rincarare le ova...»
«Bravo, bravo!»
«Insomma ci vuole il suffragio universale» conchiuse il Pasetti.
Il chiasso e la confusione erano tali, che io potei piano piano ripigliare la mia strada, senza che gl’interlocutori se ne avvedessero, e senza decidere la famosa questione per la quale m’avevano voluto. Il Buccelli però che mi vide partire, e che ormai aveva perduta la speranza di farsi ascoltare, diede un’ultima crollata di capo, uscì dal caffè, e raggiuntomi mi accompagnò fino a casa ripigliandola sua tesi, per quel bisogno prepotente che ognuno ha di trovar qualcuno che gli dia ragione, almeno a quattro occhi.
«Sono buoni figlioli» diceva il Buccelli «che la pensano bene, ma in politica certe furberie non le capiscono alla prima. Che ci vogliano deputati nuovi, ma che sieno un po’ in là con gli anni, è l’abbiccì della politica un po’ fine! È vero, o no? Lo dica lei, don Michele, lei che la politica la sa da un pezzo, e che ha girato il mondo....»
«Caro Buccelli» rispos’io «giacchè mi dite così, vi farò una confidenza. In altri tempi, quand’ero giovane, mi son trovato, è vero, un po’ nella politica anch’io. La polizia, come sapete, mi voleva mettere in gabbia, ed io che avevo trovato a tempo un buco nella rete, mutai di bosco, e mi tenni alla larga dagli uccellari. Ma questa, come vedete, era una politica molto facile a capire, politica semplice, spiccia, e non c’era da farci su questioni. Adesso invece la politica è diventata molto più fine, come dite voi benissimo, e capirete che non è alla mia età che si imparino le cose nuove. Chi sa? fors’anche ci riuscirei, ma non mi ci metto. Sono ignorante, in questa parte, ignorante come non lo è nessuno, perchè di politica oggi ne sanno un po’ tutti. Anzi vi faccio questa confessione in confidenza, perchè poi non vorrei che la gente ridesse un pochino di me.»
Intanto eravamo giunti alla porta di casa mia. Il Buccelli avrebbe voluto riprendere il filo delle idee che evidentemente io gli avevo fatto smarrire. Ma dopo una confessione così completa, a me parve d’aver finito, e lo salutai ringraziandolo della compagnia.
24 settembre 1865.
Da tre giorni non è più possibile tener dietro a tutti gli avvenimenti che si succedono in Borghignolo. Il fatto principale, e di cui gli altri non sono che conseguenze e necessità storiche, è la venuta del signor Garofani, di sua moglie e d’una loro figlia. Addio passeggiate, addio colline, e i vostri bei sorrisi d’autunno; io mi sono chiuso in casa, passeggiando per le mie stanze dove spero almeno di non incontrarmi con questi nuovi venuti. So appena chi sieno, non li ho veduti che una volta alla sfuggita, eppure non mi vanno. Potevano lasciarmi nella mia quiete da cui incominciavo a sentire qualche primo beneficio.... ma signor no! Oggi infatti sto già malissimo, e se non temessi di peggio, ritornerei in città . Il prossimo e la libertà individuale formano uno di quei problemi che la teoria potrà sciogliere, ma la pratica mai.
Questi signori Garofani stanno poco lontano da me. Oltre a molte terre, che erano del mio povero amico Giandomenico, fu comperata da loro una sua vecchia casa rustica che sta nel paese, e di cui fecero una villa chiamandola l’Isola di Cipro. Quest’isola, affidata nelle mani di un pittore di scene, fatto venire appositamente, rappresenta appunto uno di quei castelli di tela con cui spesso incomincia un ballo mimico. Non ci manca nulla; merli che diroccano, stemmi a cinque garofani, un gufo di cattivo umore, e perfino un guerriero vestito in ferro, con cimiero e piume, che guarda fuori da una finestra finta, come a dire che il padrone di casa è sulle mosse per la crociata. Ora si sta facendo un giardino, nel quale, mi conta il mio fattore, ci devono essere cose straordinarie. Intanto nessuno può entrarvi, e a chi ci lavora è proibito severamente l’aprir bocca.
Sento anche che girano per il paese due servitori di casa Garofani, in giubba di color cioccolata e calzoni corti, con cordoni e mostre d’argento; uno ha una gran barba. La gente, a cui paiono e non paiono due carabinieri, a buon conto fa loro le scappellate.
Alla sera il cuoco di casa Garofani va al caffè dove gioca a tressette. Gli pagano volentieri de’ bicchierini, ma lo fanno cantare sulle provviste e sui piatti che si mangiano da’ suoi padroni. Non è la prima volta che il signor Garofani viene in paese, ma non si è ancor finito di parlarne. Ogni volta si discorre di nuovi milioni, dice il mio fattore, e di nuove maraviglie; c’è chi ammira, c’e chi critica, e ciascuno dice la sua. Il più affaccendato di tutti è il Buccelli, il quale è in casa Garofani da mattina a sera, e va e viene senza aver tempo di rispondere o di salutare chicchessia. Anche le altre persone più cospicue hanno già fatta la loro visita, e presentati i loro omaggi. Primi furono il curato e il signor Borsa, i quali attraversarono il paese assieme, in abito delle feste; il signor Borsa portava un paio di guanti neri, che serba per le grandi occasioni, e nei quali ci potevano stare contemporaneamente anche le mani del compagno. Si è osservato in paese che Giandomenico non è ancora andato in casa Garofani, e che non ci sono andato nemmen io. Da ciò si conchiude che decisamente io sono del partito di Giandomenico, e che è difficile prevedere come l’andrà a finire.
Quei di Borghignolo, poco avvezzi a tante novità in una volta, ne provano qualche apprensione. E in qualche apprensione mi trovo anch’io, non potendo prevedere quando mi sarà dato uscire di casa.
15 ottobre 1865.
Col mioaratrola va di male in peggio. Ho gran paura che a compire la storia delle mie illusioni e dei miei disinganni, non ci debba concorrere anche un pieno disinganno a proposito di Borghignolo. Ma chi se le poteva sognare certe cose? Il silenzio e la quiete di Borghignolo, a mio ricordo, non erano interrotti mai in tutta la giornata che dal rumore di un carro che passasse sulla strada maestra, o dallo stridìo delle cicale nelle ore calde. Io che avevo fatto i miei conti su questi pregi di Borghignolo, incomincio a trovarmi un po’ defraudato. Altro che le cicale! Anche qui ci sono partiti e polemiche; anche qui c’è unorizzonte politicorannuvolato, il quale di tanto in tanto manda un acquazzone di quelli che vanno a raggiungere fino i pulcini rincantucciati nel pollaio. Quelli di Borghignolo, a dirla, sono nel loro diritto; io però, se essi continuano a volere levar la mano alle cicale, me ne andrò, e senza metter tempo in mezzo, come soglio far io quando prendo una risoluzione. Nei giorni passati ero tanto sulle mosse che non presi nemmeno la penna per continuare queste pagine che pur sono l’unico mio sollievo. La riprendo oggi per non rompere il filo della cronaca di Borghignolo; ma se presto non ritorna la bonaccia, mi metto la barca sulle spalle, e vado in traccia della terra ferma, se pure ce n’è una.
Eccola dunque, tutta d’un fiato, la storia di queste ultime tre settimane. — La mano di Borghignolo è chiesta contemporaneamente da tre nuovi candidati politici, desiderosi di impalmarla e condurla in quel giardino della vita coniugale che è tutto fiorito di rose, come ognuno sa. Dell’antico deputato, che pure era un brav’uomo, nessuno parla più, perchè sono unanimi nella massima chece ne voglia uno nuovo. I tre candidati nuovi sono: un medico del capoluogo della provincia, il direttore delVero Italianoe il signor Garofani.
Il medico è un antico carbonaro, stato due volte in prigione, stato in esilio parecchi anni; ebbe il suo magro patrimonio sotto sequestro, e lo perdè in gran parte. Egli però non va troppo a garbo a tutti quelli che furono sempre solidali e indivisibili nel far niente. I più lo combattono, e dicono di lui cose di fuoco. Dicono, tra l’altre, che sia imbecillito, che abbia perduta l’antica energia del protestare, e che adesso non sappia predicare di meglio che l’abnegazione, la pazienza e la laboriosità . A Borghignolo, dove la si pensa ben più altamente, non c’è nessuno che si occupi di lui, meno forse quell’altro originale d’un Giandomenico.
Il direttore delVero Italiano, che è proprio l’antico sensale, e che non so come mai sia diventato giornalista, possiede il cuore della bella a cui aspira. Per quante, e per quanto diverse siano le cose che i suoi lettori possano pensare in capo a un giorno, egli le sa indovinare e stampar tutte. Quelli che leggono in un foglio stampato, che viene dal capoluogo, proprio tutto ciò ch’essi avevano pensato, dicono subito che è un grand’uomo chi sa scrivere a quel modo. Non è però a dire che dopo tanto corteo di fedeli non vengano anche dei miscredenti. C’è chi a quattr’occhi crolla il capo; c’è chi ricorda qualche storiella che gli altri hanno dimenticato; c’è chi ne susurra di grosse all’orecchio d’un amico. Ma anche questi in pubblico se ne stanno zitti, come passeri che scambiano lo spauracchio col guardia; e lo inchinano anche loro, e fanno appuntino tutto quello ch’egli prescrive. Egli insomma è il padrone della provincia, tanto è il prestigio della carta stampata nei paesi dove essa è cosa nuova.
Il terzo aspirante è il signor Garofani, uomo nuovo ma provetto, come disse per tempo il Buccelli, prevedendo il giorno in cui si avrebbe a salvar la capra e i cavoli.
Lieto d’essere fuori di combattimento, e di non appartenere più a questo mondo, me ne stavo una mattina nell’orto, osservando una certa mia vite a spalliera. Omero, che trovò questa pianta tuttora salvatica in Sicilia, come dice il mio manuale, se vedesse la mia bella vite a tralci orizzontali, all’uso di Thomery, mi direbbe certamente: «bravo Michelino!»
Dicevo questo tra me, quando il mio fattore, correndo e infilando a un tempo le maniche della carniera, venne a dirmi in gran fretta e confusione che nel mio salottino c’era la signora Garofani, che domandava di me. Risposi subito che non c’ero; ch’ero lontanissimo; che era impossibile sapere dove mi fossi fitto, e quando sarei ricomparso. Ma fu inutile, perchè il fattore, nell’abbottonarsi la carniera, mi confessò che essendo stato sorpreso in maniche di camicia, aveva cercato di rimediarci col dire ch’ero in casa, e che venivo subito.
Erano le dieci di mattina. La signora Giuseppina Garofani aveva un gran vestito di seta color verde, un vezzo di diamanti al collo, e un cappellino verde anche esso, con piume bianche. Capii la confusione del mio fattore. Passata quella prima stizza, seppi sostenere nel dialogo la mia parte con bastante disinvoltura e cortesia, rimanendo però, a un pezzo, inferiore alla melliflua signora Giuseppina, la quale dopo mezz’ora di conversazione mi chiamava già ilsuo caro don Michelino; dopo tre quarti d’ora m’interrompeva con ungioia mia!e dopo un’ora, poichè rimase lì più d’un’ora, esclamava di tanto in tanto: «ma lei parla come un amore!»
Cosa voleva la signora Giuseppina? La signora Giuseppinaincominciò col dirmi che, passando dinanzi alla mia casa, aveva domandato di chi fossero quei bei gerani che si vedevano nella corte; le avevano risposto ch’erano del padrone, ossia ch’erano miei. «Come! del signor don Michele? Di quel signore così garbato, di cui si dicono tante belle cose, e che io e Garofani desideriamo tanto di poter conoscere!» Allora era entrata, e il mio fattore aveva voluto a ogni costo chiamarmi, e darmi questo disturbo. Dai gerani passò alla sua nuova villa, da questa alle ricchezze di suo marito, e dal marito all’elezione del deputato.
«Garofani non lo sa, ma tutti lo vogliono lui. Eh, si vede che sono molto fini quei di Borghignolo! Per l’impiego di deputato, Garofani lo si direbbe fatto a posta!; io che sono sua moglie lo devo sapere. Se vedesse Garofani quando prende la gazzetta! È un politico dei primi!; la legge fino all’ultima parola, a costo di addormentarcisi sopra. E poi mio marito è tanto parlatore! Tutti dicono di volere un deputato che parli molto; ebbene mio marito, a lei lo posso dire, parla più di tutti! Se sapesse quanto parla!...»
Insomma la signora Giuseppina, credendo ch’io potessi procacciare a suo marito una bella gerla di voti, voleva che per il bene della patria ci accordassimo, io e lei, per assicurargli il trionfo. Alla signora Giuseppina confidai dal lato mio i miei malanni, il mio mal di fegato, e la mia ignoranza in fatto di gazzette. Mi feci spiegare qualcuno di questi imbrogli della politica, e la pregai di lasciarmi da un canto, per la paura che mi fanno le cose che non capisco. La signora Giuseppina, che non aveva preveduto il caso, rimase questa volta un poco sconcertata.
Pochi giorni dopo però trovò modo di ritornare all’assalto, intarsiando il discorso d’argomenti che nonerano de’ suoi, e che si vedevano suggeriti dal Buccelli; ma si trovò da capo nelle secche. Quando poi si persuase che non c’era modo di farmi spiegare la bandiera de’ Garofani, volle almeno assicurarsi della mia neutralità , e riuscì a tirarmi in casa sua. È un vampiro con la cuffia, questa signora Giuseppina! e se non me ne divertissi alquanto, avrei già pensato sul serio a mettermi in salvo. Conobbi il marito, il quale dal punto di vista di alcunigeneri coloniali, è in disaccordo con la politica italiana; conobbi la figlia che si chiama Adelina, e che, sotto ogni punto di vista, è una bellissima ragazza.
Gli assalti a cui ho dovuto far testa per non lasciarmi cavare dall’ospizio degli invalidi, e ricacciare nelle file dei combattenti, non vennero solo dalla signora Giuseppina. Ebbi un assalto da Giandomenico; ne ebbi un altro da un circolo elettorale del capoluogo della provincia, e non so dir quanti da vecchi amici e conoscenti dei paesi circonvicini. A chi risposi adducendo un pretesto, e a chi confidando le mie buone ragioni. «Io non diffido» dissi agli amici «delle sorti del mio paese. L’importante è fatto. Ci sono poi dei mali inevitabili, ed è a furia di compitare, e di spropositi che il paese imparerà a leggere corrente nel libro delle sue libertà . La casa nuova è bella quando la vedi sui disegni, o quando la abiti finita; mentre la fabbrichi non hai che malta e calcinacci da tutte le parti. Io fui tra quelli che la disegnavano; non sarò tra quelli che l’abiteranno, e posso quindi risparmiarmi i tegoli sul capo, e gli schizzi della calcina.»
Quelle domande e quelle risposte però mi avevano già messo sossopra; mi avevano agitato non so perchè; mi avevano risvegliati i sintomi dei miei più grossi malanni, e se non mi fossi rifuggito subito nella dimenticanzad’ogni cosa di questo mondo, non so quello che sarebbe già avvenuto di me a quest’ora. Ma ritorniamo agli avvenimenti di Borghignolo.
La visita fatta a me dalla signora Giuseppina fu l’assalto, tentato e non riuscito, contro una vecchia bicocca che potè essere lasciata da parte, senza pregiudizio delle grandi operazioni strategiche, le quali incominciarono subito dopo, con un pranzo ogni giorno in casa Garofani. Ad eccezione di me, che non ci andai, e di Giandomenico che non fu invitato, vi pranzò in pochi giorni, auspice il Buccelli, mezzo il paese. Ci furono pranzi aristocratici col curato e il signor Borsa, e pranzi democratici con l’agrimensore e il caffettiere.
Poi il Buccelli radunò un circolo politico, dal quale fece proclamare la teoriadell’uomo nuovo, ma provetto, all’appoggio di una esperienza di cui ognuno aveva potuto, pranzando, assaporare i pregi. Si fecero grandi elogi anche al direttore delVero Italiano; si deplorò che fosse un po’ meno provetto del signor Garofani, e si augurò all’Italia che in altro modo lo avesse tra i suoi rappresentanti: si mandò un saluto fraterno all’America, e si nominò un Comitato promotore della candidatura del signor Garofani.
Il Comitato promotore, e il Buccelli che ne è il presidente, pensarono per prima cosa a procacciarsi degli alleati. Il Buccelli che, come dice la signora Giuseppina, è un politico, quasi quasi come il Garofani, mise gli occhi sopra un paese vicino ove gli parve che il terreno fosse vergine, e l’elettore docile. Sommando in prevenzione i voti di questi elettori con quelli di Borghignolo, vide che l’aritmetica era tutta a favore del suo candidato; fece il suo piano strategico, ed entrò subito in campagna. La gran giornata campale, decisiva, l’abbiamo avuta poi domenica passata. Quella domenica era la terzadel mese, e in Borghignolo la terza domenica d’ogni mese si fa una processione per tutte le vie con la confraternita e con la banda. L’occasione non poteva essere migliore; furono invitati per quel giorno in Borghignolo gli elettori con cui si voleva fraternizzare, e con essi furono invitati anche un paio di sindaci, un paio di curati, e qualche canonico. La festa poi doveva chiudersi con un gran convito in casa Garofani, e con lo sparo dei mortaletti in piazza. Il Buccelli previde ogni cosa, fino i brindisi, e gli evviva in fin di tavola. La signora Giuseppina, che mi onora della sua confidenza, mi disse il giorno prima che il Buccelli e suo marito avevano pensato un bellissimo discorso. Il Buccelli sapeva, perchè egli stesso glielo aveva suggerito, che uno dei sindaci invitati, nel fare il suoevvivaal futuro deputato, gli avrebbe chiesto nientemeno che una strada ferrata che toccasse il suo paese. Il signor Garofani allora gli avrebbe risposto in un modo da lasciare tutti gli astanti con la bocca aperta per un pezzo.
Venuta la domenica, e venuti gli invitati, alla mattina dopo la messa cantata ci fu dunque la processione che, a detta di tutti, riuscì più bella del consueto. Il clero era più numeroso per l’intervento dei curati e dei canonici invitati al pranzo di casa Garofani; la banda, che di solito gode delle maggiori franchigie nell’abbigliamento, sfoggiava questa volta un berretto d’uniforme; parecchi confratelli poi avevano fatta lavare la veste. In veste bianca, cappa rossa e posto distinto veniva il Buccelli, il quale è anche priore della confraternita. L’antico priore era lo speziale, ma dopo la battaglia di Magenta il Buccelli cominciò a dire che non era più l’uomo dei tempi, e gli rubò il posto.
Quando le processioni, o la confraternita, passano dinanzi al caffè, ove piantati sulla porta ci stanno sempredue o tre liberi pensatori con le mani nel taschino de’ calzoni, il nuovo priore, facendo loro d’occhio con malizia, riceve in ricambio un saluto d’intelligenza e una smorfia sotto i baffi, da cui si vede che tra la confraternita e i radicali di Borghignolo, non c’è ruggine di sorta. Anche quei della banda, che precedono il baldacchino, dinanzi al caffè intonano l’inno di Garibaldi, per far intendere che non sono meno liberi pensatori di quello che siano liberi sonatori.
Incominciata la processione, incominciò anche lo scampanìo che seguitò per più d’un’ora. Io, che al sonare delle campane divento come uno di quei poveri cani che mandano dei mesti ululati e scappano per le campagne, senza ululati ma mestissimo pigliai una delle mie stradicciole favorite e di là mi dilungai, come fanno i miei pensieri, fuori di mano e senza mèta. Per il pranzo, anche questa volta mi ero scusato, e potei lasciare tutte le altre allegrie senza che alcuno ci badasse, perchè ormai è noto il mio divorzio da questo mondo per incompatibilità di carattere.
Ma appena fui di ritorno, mi trovai dinanzi la signora Giuseppina che veniva a prendermi in tutta furia perchè almeno accettassi una tazza di caffè, e fossi presente agli evviva che incominciano, secondo l’uso di Borghignolo, quando i commensali, levatisi di tavola, si frammischiano, gridano, si abbracciano girando per la sala col bicchiere in mano. Condotto dalle chiacchiere della signora Giuseppina, dopo pochi minuti ero anch’io tra i convitati in baldoria di casa Garofani, e giungevo proprio in sul punto in cui si faceva un profondo silenzio per udire quel tal sindaco che doveva parlare della strada ferrata. Questo sindaco che aveva l’aria d’aver bevuto un po’ troppo, e di non saper più dove ripescare il suo discorso, dopo un po’ di meditazione fece ungesto di impazienza, e si accontentò di gridare: «Viva dunque il signor Garofani e la sua signorametà ! Viva tutta la compagnia! E viva l’allegria!» — «Bravo Carlotto! benissimo!» si gridò da tutte le parti. «Viva il signor Garofani! viva il nostro deputato! viva Carlotto! viva l’allegria!» E per qualche minuto ci fu un chiasso indiavolato. Il Buccelli era diventato livido, ma il signor Garofani imperturbato fece cenno di voler rispondere, ed ottenuto un silenzio ancor più profondo del primo, rispose così:
«Io ringrazio l’egregio signor sindaco della fiducia, che a nome degli elettori della sua cospicua borgata, così eloquentemente ha voluto significarmi. Gli interessi di questi paesi mi sono sacri quasi come i miei... No! o Signori, quelle obbiezioni di cui ha parlato il signor sindaco, che dagli avversarii si fanno alla nostra appetita ferrovia, reggere non potranno; ed io per sempre le saprò disperdere tanto nel Parlamento che alla Borsa.... Sì! o Signori, le strade ferrate sono il gran portento del secolo! I titoli della nostra linea si manterranno in richiesta e buona vista. Il commercio e l’industria formano la prosperità dei popoli! Viva dunque la strada ferrata! viva il signor sindaco e la libertà !»
L’entusiasmo fu indescrivibile. Il Buccelli si ricompose e riacquistò il colorito naturale, che in quel momento era quello d’uno che ha ben pranzato. Tutti volevano abbracciare il signor Garofani, e dichiaravano che parole simili a quelle dette da lui non le avevano mai sentite. Parecchi erano talmente inteneriti, che stavano per piangere, e la signora Giuseppina ne accresceva il numero, correndo per la sala con due bottiglie in mano, a ricolmare i bicchieri di tutti. Anche i servitori della casa, quantunque vestissero la gran livrea di color cioccolata con le mostre verdi, dimenticate le etichette,bevevano allegramente colla compagnia. Io mi ero rifuggito in un angolo dove si faceva meno baccano, e dove mi trovai con un canonico che, seduto, assaporava tranquillamente il suo vino, levando di tanto in tanto qualcosa di tasca, ove aveva un magazzino di dolci, castagne e fruite secche. Ma la signora Giuseppina che non mi aveva perso d’occhio, fu presto da me con un bicchierino, e una piccola bottiglia.
«A questo poi, signor don Michelino, non si dice di no. È unmalagadi quello che faceva il povero Baldassare, il mio primo uomo. È una delle ultime bottiglie che conservo in sua memoria, perchè me le aveva regalate il giorno in cui mi ha sposata.»
«Eh, allora è proprio vecchione!» disse in buona fede il canonico; ed io, per salvarlo, dovetti accettare ilmalagae sviare il discorso, esclamando: «Alla sua salute, signora Giuseppina!»
«Troppo onore, e tante grazie!... E che ne dice del discorso di Garofani? Che sentimento eh!» prese subito a dire anche la signora Giuseppina per isviar me.
«E quelle parole sulla strada ferrata!» riprese il canonico. «Che parole! che risposta!.... In questo cantuccio non ho ben capito cosa gli avesse domandato il sindaco a proposito delle strade ferrate....»
La signora Giuseppina allora non ebbe più altro rimedio che quello di pigliarmi per un braccio, e di condurmi a forza in cerca del marito, dicendomi ch’egli era in giro per le sale da un pezzo a cercar di me, e tante altre belle cose. Così, in grazia del canonico, dovetti avere un dialogo anche col signor Garofani, e fermarmi mezz’ora di più. Appena però il signor Garofani incominciò nel suo crocchio a spiegare la politica, col pretesto di deporre il bicchierino delmalaga, io mi tirai in disparte, e approfittando del primo uscio, me neandai. Se ne dolse con me il giorno dopo la signora Giuseppina, ma io l’acquietai subito, dicendole che quella maniera di andarsene si chiamava andarsene alla francese, e che era una cosa di gran moda.
20 ottobre 1865.
Quando l’orologio è vecchio e logoro, è inutile, caro Michele, buttar via quattrini e cambiare d’orologiaro. Se l’aria di Borghignolo non mi pare più quella d’una volta, è inutile che me la pigli con quelli che devastano i boschi, e lasciano dilagare le acque. È con me che me la devo prendere, è col mio fegato, e sa il cielo con quali altri visceri malati e disfatti!; è col destino che non mi lascia mai mancare delle agitazioni nell’animo. Però anche i medici, per non far torto a nessuno, di me non hanno mai capito niente. L’inverno ritorna; la buona stagione sulla quale il mio buon medico aveva fatto tanti calcoli, è passata e pigliò posto anch’essa nello scaffale dei miei disinganni. Il sole ci mandò oggi un saluto, con qualche suo raggio tiepido, come un conoscente lontano che appena si ricordi di noi. Andai a rendergli il saluto anch’io, pensando: «pallido come sei, chi sa se ritorni!;» e pigliai per una delle stradicciole della collina, fredda e malinconica anch’essa, col suo bel verde ingiallito, le sue belle foglie cadute e ammucchiate, e senza il canto dei suoi uccelletti che sparirono come i convitati d’una casa venuta in basso.
Pieno di tristi pensieri, m’ero fermato a contemplare dall’alto la vecchia casa del mio amico Giandomenico, chiamata ancora il castellotto, situata nella parte più elevata del paese ove principia la falda del colle. Da un lato, il muraglione della facciata ha l’aspetto tuttoradi un pezzo di torre; ci si vede una sola finestrella a sesto acuto: ruvido e severo, pare che dica ancora a chi passa: «cavati il cappello, e tira diritto.» Poi si vede che s’era cominciato, in altri tempi, a foggiarlo sullo stampo fastoso di un padrone con la parrucca incipriata, e la giubba di velluto. Ci furono aperte cinque grandi finestre con frontoni, cornicioni, ornamenti a spezzature, a curve, che paiono occupati a farsi tra di loro degli inchini in un minuetto. Quei finestroni volevano dire: «qui c’è corte bandita per tutti; pei nobili quassù, e pei villani sull’erba del brolo.» Ma i finestroni non furono continuati; rimasero soli, e dopo questi il muraglione continua uniforme, e pare più severo e più malinconico. Qua e là vi fu aperta qualche finestra meschina, misurata sulla persiana che c’era da metterci, per dar luce a un ripostiglio o ad una cameretta da pigionante. Tutto è cadente, scassinato, deserto; l’inverno è disceso da un pezzo sull’antico palazzotto, senza vicenda di stagioni più liete. Povero Giandomenico! L’ultimo della tua famiglia non è il tuo figliolo che, alta la fronte e la spada in mano, può cadere su un campo di battaglia nell’ebbrezza della gloria. L’ultimo sei tu che, vecchio e rifinito, assisti mestamente ogni giorno al crollare inesorabile di queste ultime rovine della tua famiglia, della tua casa!.....
················
«Una bigattiera! una magnifica bigattiera!» m’interruppe una voce, mentre una mano si posava sulle mie spalle. Era il signor Garofani, che s’era fermato presso di me, precedendo di pochi passi sua moglie e sua figlia che salivano anch’esse quella costa.
«Scommetto che anche lei, don Michele, stava pensando che cosa si potrebbe cavare da quel casone abbandonato, piuttosto che lasciarlo ai topi ed alle rondini. Iol’ho visitato. Sicuro!... Ci ho pensato, e non saprei vederci che una bella bigattiera. Le pare? La facciamo?»
«Una bigattiera?... Eh sicuro! ma io non c’ero arrivato» risposi. «E il conte Giandomenico dunque, gliela vuol vendere la sua casa?»
«Non so, se lo voglia; ma siccome io, per buon cuore, ho fatto tempo fa uno sproposito, e mi sono tirato addosso certi crediti spallati verso quel signore, con ipoteca sulla casa, così lei capirà che posso pigliarmela quando lo voglio io.»
«Niente affatto!» esclamò la signora Giuseppina, che giungeva in quel punto, tutta trafelata, e con quei cernecchi sulle tempie ambedue sgommati. «Prima di tutto, noi di quella casa non sappiamo che farne! Poi, se fosse nostra, si dovrebbe fare la bigattiera nella casa ove adesso stiamo noi, e quest’altra diventerebbe il castello Garofani!.... Ma questo si dice tanto per dire, perchè la casa non è nostra, e noi non ci pensiamo nemmeno!»
«E poi» soggiunse timidamente Adelina «dove andrebbe quel signore che ci sta, e che dicono tanto disgraziato?...»
«Le donne» ripigliò il Garofani «di queste cose non ne capiscono niente. Se io ci voglio mettere a preferenza la bigattiera è perchè....»
«È perchè, è perchè....» interruppe la signora «queste sono tutte chiacchiere inutili! Tu, Garofani, va pure per la tua strada con Adelina; io rimango con don Michele: noi pigliamo quest’altro sentiero, perchè abbiamo i nostri segreti.... nevvero, don Michele?» E così dicendo mi forzò a darle il braccio, e a mettermi in viaggio con lei per altra via.
«Dunque bisogna sapere che ci sono buone notizie» riprese la signora Giuseppina un po’ sotto voce, e tenendomi il braccio stretto col suo in segno di confidenzae di qualche tenerezza. «Sicuro; l’elezione di mio marito andrà a vele gonfie! Ho già fatto venire cento palloncini per l’illuminazione del giardino. Ci vogliam noi donne per pensare a tutto! Queste cose non le dico per vantarmi, perchè anzi gli onori io non gli ho cercati mai; gli ho sempre lasciati venire spontaneamente, fin da quando m’ha sposata il mio primo marito, che aveva una così bella.... un così bel commercio. Capisco che in allora potevo ben dire le mie ragioni, perchè non per niente mi chiamavano tuttila bella signora Peppina. Ma tornando a quello che dicevamo poco fa, questa nomina la desidero proprio per lui, per mio marito. Perchè quando si pensa che un tale, che so io, al quale, quando eravamo nel commercio, non avrei data una libbra di fichi secchi a credenza, adesso l’hanno fatto cavaliere!... E bisogna vedere sua moglie, la signoracavaliera, come la ci guarda d’alto in basso! Noi! Noi che, non tocca a me a dirlo, ma.... Ma invece il signor Governo ha avuto il coraggio, una volta che una persona era andata a dirgli che mio marito, per pura giustizia, lo si doveva far cavaliere, ha avuto il coraggio, dico, di rispondere che non c’erano gliestremi! La parola l’ho veduta io in iscritto proprio sull’istanza. Ah! non ci sono gli estremi per noi, e ci sono stati per quell’altro? Ma la vedremo adesso, quando ci avran fatti deputati, se ne vorranno ancora degli estremi! In allora la guarderemo d’alto in basso anche noi la signoracavaliera! Non che me ne importi, ma mi piace la giustizia. Che gliene pare, lo dica lei? E poi» continuò la signora Giuseppina senza ripigliare fiato «noi abbiamo una figlia, e abbiamo quindi dei doveri. Con la dote che le si può dare, quando fosse figlia d’un cavaliere, si può fare come niente un matrimonio nobile. Perciò non ho badato a spese, e mia figlia puòmontar su un trono. Le ho fatto venire tutti i maestri che si pagano di più; essa ha imparato la grammatica, il pianoforte, la musica, il disegno, tutte le lingue forestiere, e perfino la poesia. Bisogna sentirla quando parla le lingue! con che sentimento.... e spedito che non si capisce niente. Ma è una benedetta ragazza che, quando è in mezzo alla gente, si fa tutta rossa, e non c’è modo di cavarle una parola. È tutta sua madre! quand’ero ragazza, ero anch’io fatta così. Lei dunque capirà ch’io non posso darla in moglie al primo mascalzone....»
E con questi ed altri ragionamenti la signora Giuseppina mi accompagnò fin sull’uscio di casa mia, ove io m’ero avviato senza che se ne avvedesse, conoscendo io assai bene tutti i sentieri e tutte le scorciatoie.
Come fui nel mio salotto, il fattore, vedendomi pallido, volle che pigliassi una fiammata, e nell’accendere il fuoco mi raccontò che molti di quelli che devono votare per il nuovo deputato, daranno il voto a quello che scrive la gazzettaIl Vero italiano, perchè ne hanno paura. Anche questa nuova, che veniva ad aggiungersi alle mie meditazioni sulla casa di Giandomenico, e alle parole che la signora Giuseppina aveva troncate a suo marito, non era fatta per sollevarmi l’animo, e farmi pigliare miglior colorito. La fiammata si levò alta e scintillante; ma io rimasi col cuore stretto e gelato.
Che cosa faccio io?... Se non fossi un povero ammalato.... Ora poi è tardi.
2 novembre 1865.
Approfittai d’un raffreddore per rimaner chiuso in camera tutta la settimana, senza udire una parola,e senza vedere anima viva durante la battaglia elettorale: i miei propositi vacillavano, e ho dovuto chiudermi in casa per essere sicuro di me. Però a questi foglietti, mentre nessuno mi sente, posso confidare che l’amarezza provata a starmene con le mani in mano, mentre di fuori si combatteva, fu più forte di tutte le amarezze che avevo provate quando lottavo, e che m’ero prefisso di non aver più a provare.
La prima votazione non riuscì decisiva: ci fu la seconda prova la domenica seguente; e stamane il fattore venne a dirmi ch’era arrivato in quel punto dal capoluogo il cursore del comune, e aveva portate le nuove al Buccelli e ai molti che l’aspettavano sulla porta del caffè. L’eletto era il direttore delVero Italiano. Quegli elettori fatti venire dal Buccelli, la terza domenica del mese, avevano votato per il gazzettiere, come un sol uomo, dopo aver mangiato ciascuno per dieci, in onore del signor Garofani. La sera stessa, dopo il pranzo, s’era udito uno di quei convitati dire, nel tornarsene a casa, che «dopo tutte quelle accoglienze, e tutte quelle bottiglie, a pensarci bene, non ci si vedeva chiaro.»
Oggi è il dì dei morti. La giornata è meno serena di ieri. Il fattore dopo avermi inutilmente consigliato a non uscire di casa, vedendo che non gli rispondevo, e ch’ero un poco astratto, senza soggiungere altro mi mise un tabarro sulle spalle, e mi lasciò andare. L’aria umida e fredda, il cielo che si faceva sempre più grigio davano ragione al fattore. Ma una campana che sonava a lenti rintocchi, la nenia del rosario ripetuto da branchi di donne che trovai lungo la strada, avevano in quel momento tant’eco nel mio animo, che forzavano me pure a seguire i passi altrui, camminando a traverso ai campi per il viottolo che mena al Camposanto.Ci ho anch’io qualcuno, pensavo, là dentro, e non voglio che sia l’ultimo salutato. Lo spianato dinanzi al cimitero s’era mano mano riempito di gente. Le donne, inginocchiate presso il cancello, recitavano in compagnia a voce bassa ilDe profundis; i bambini guardavano le loro mamme, con gli occhi spalancati, e fissi, senza comprendere quella mestizia e quella preghiera; i vecchi, col capo basso e le mani giunte, fissavano silenziosi e riverenti la terra, con la quale sentivano più prossimo il misterioso legame.
I singhiozzi d’una povera donna mi scossero dalle mie meditazioni, e mi fecero movere verso questa infelice che, più che pregare, piangeva come chi è afflitto da una disgrazia recente. Era una povera vecchia che non tardai a riconoscere; era la Maddalena, la madre di Luigi, quel giovanotto partito tre mesi prima, e ch’io non ero giunto in tempo a trattenere. La povera donna mi riconobbe.
«Eh, mio buon signore,» prese a dire «il mio povero figliolo non c’è più, proprio più! La carta dove c’è scritto che il mio figliolo è morto, l’ho fatta leggere da più che cinquanta persone, e dal signor curato, e dal segretario, e fin dalla gente degli altri paesi. Ma già , c’è anche il bollo, e non la può sbagliare. Sicuro, l’hanno sbarcato in un paese dove c’era un male cattivo, e quel povero figliolo è morto!... Il non avere vicino nessuno de’ suoi, quando s’è ammalati, è una gran disgrazia! Avesse almeno fatto il suo bene!... lo spero, perchè era un buon figliolo! E dire che quando è partito io lo avevo il presentimento.... ma mi consolavo pensando che il fattore gli aveva data una lettera per lei.... e don Michele, pensavo io, è una di quelle persone che so ben io! Don Michele gl’insegnerà la strada buona, o non lo lascerà partire! Ma poi,scrisse che non aveva potuto trovare don Michele, e che era già lontano non so quanto. Quel benedetto figliolo, forse, non sarà venuto da lei con la lettera, perchè lei sarebbe corso subito a cercarlo, l’avrebbe trovato, e gliel’avrebbe detta una buona parola. Oh, lei è un buon signore, lo so!... e intanto il mio Luigi non l’ho più.... un così bel figliolo!...»
I singhiozzi le soffocavano di nuovo la parola, ed era per cadere. Alcune donne la sostennero e la condussero via. Anch’io mi levai di là , e, ritornando a casa a gran passi, convulso, e con gli occhi che sentivo gonfiarsi, ripetevo a me stesso: «Non l’ho cercato subito il tuo figliolo, no! Prima ho discusso a chi toccasse salvare il vicino che affoga, e quando ebbi conchiuso che toccava a me, il tuo figliolo era partito!»
Ho scritto abbastanza per oggi. Ho chiuse le finestre, e acceso il fuoco; ma ho la mano e il cuore intirizziti. Sono segni di neve. Qualche spruzzo di pioggia è venuto a battere sui vetri, e a dirmi che per un pezzo forse non uscirò di casa.
Ma anche il mio salotto ha i suoi passatempi. Per esempio, ecco un foglio novissimo, appena giunto, delVero Italianoche leggeremo da capo a fondo, incominciando dalle prime linee che dicono così:
L’elezione di ieri.Se la modestia non ce lo vietasse, dovremmo dire che un grande atto di saviezza illuminata hanno col voto di ieri compiuto gli elettori del nostro Collegio. L’Italia vuole uomini nuovi, indipendenti, onesti. Noi fummo eletti....
L’elezione di ieri.
Se la modestia non ce lo vietasse, dovremmo dire che un grande atto di saviezza illuminata hanno col voto di ieri compiuto gli elettori del nostro Collegio. L’Italia vuole uomini nuovi, indipendenti, onesti. Noi fummo eletti....
7 novembre 1865.
La mia intasatura de’ giorni passati venne a proposito, non solo per me, ma anche per la signora Giuseppina la quale, continuando ad approfittarne, dopo quella prima domenica della votazione, non si lasciò più vedere. La mi fece così un vero regalo, perchè proprio davvero in questi giorni non ero in vena nè di far le mie condoglianze, nè di ascoltare tutto quello che avrebbe potuto dirmi per una simile circostanza.
In questo frattempo, le notizie tutte del paese le avevo avute appuntino dal fattore il quale, nel fare di tanto in tanto qualche partita al caffè o all’osteria, si trova facilmente informato di tutta la storia contemporanea di Borghignolo. Il fattore dunque pretende che, quando è arrivata in caffè la notizia dell’elezione, ci furono parecchi che ne risero sotto i baffi, ma poi, incontrandosi col Buccelli, se ne mostravano afflittissimi. Il Buccelli s’è fatto in volto del colore della sua giacchetta, ch’è di color cenere; non parla più, e dice solamente chesa tutto. Anche de’ voti del paese, a conti fatti, il signor Garofani non ne ha avuto che la metà . Il Buccelli aveva detto il giorno prima, pronosticando, che i voti di Borghignolo gli aveva già tutti nel carniere; e il giorno dopo un bell’umore andò dicendo che nel carniere del Buccelli c’era una maglia rotta e che quella era stata tutta la disgrazia.
Il Buccelli è sulle tracce di costui, e dice che lo scoprirà . La signora Giuseppina ha già attraversato cinque o sei volte il paese, senza cappellino, senza cuffia, senza diamanti, e senza gomma alle tempie; l’ha attraversalo camminando in fretta, col Buccelli al fianco, e parlando ad alta voce perchè tutti l’udissero: dice anch’essa chesa tutto, ma che peròuna volta o l’altraarriverà a scoprire ogni cosa. Dice che Borghignolo è un paese di villani screanzati, e che quelli che hanno empito la pancia in casa sua, la possono tener piena per un pezzo. Dice che il tiro principale gliel’ha fatto quel vecchio rimbambito che sta lassù in quella topaia, ma che anche lui mangerà presto una gerla di pan pentito. E che insomma, se non avesse la disgrazia di essere una dama educata, li piglierebbe tutti a.... perchè fin da quando c’era il suo primo marito, e che tutti parlavano della bella signora Peppina, e c’erano dei nobili e dei conti innamorati, la Giuseppina, delle figure, non ne ha fatte mai; e non vuol essere venuta adesso a farne con questi mascalzoni di Borghignolo....
Queste ed altre parole c’è chi le ha udite con le proprie orecchie, e c’è chi le ha udite ripetere da altri. Se ne parla al caffè e all’osteria a mezza voce, con qualche mistero, e con qualche apprensione. Alcuni per paura, vorrebbero avere il coraggio della propria opinione, e dir chiaro e tondo che hanno votato per il Garofani, ma poi, pensando a quell’altro che fu eletto, pigliano una via di mezzo, e non dicono nulla.
Ce n’è altri, d’animo più forte e indipendente, di quelli che hanno pranzato allegramente in casa Garofani, ma che poi, «siccome non hanno mai cavato il cappello a nessuno, e neanche ai milioni di questi signori» così se ne sono già andati al capoluogo a complimentare il direttore della gazzetta. I più si domandano come l’andrà a finire, ma nessuno lo sa; anche i più curiosi questa volta rimangono con la curiosità in corpo; passano e ripassano dinanzi a casa Garofani, spiano traverso il cancello, ma non ne capiscono niente.
Bisognerà lasciare sbollir le ire della signora Giuseppina, e poi non sarà difficile avviare per la gola del cammino tutti questi vapori neri e minacciosi. Ci sarà bene qualcuno che vorrà ammansarla, e senza voler essere io quello che entri nella gabbia per il primo, non mi mancherà l’occasione delle carezze e del bocconcino, per farle intendere qualche parola di ragione, senza che m’abbia a mostrare i denti. Mi inquietano soprattutto le parole lanciate contro il mio povero amico, a cui quei signori potrebbero fare molto male. Ci penserò io a versare acqua su questi carboni; i quali non potranno divampare così subito, e intanto avremo tempo, io di fare il mio piano, e la signora Giuseppina di mettersi in calma e di raccogliere le vele, ossia di ingommare di nuovo alle tempie quei due cernecchi ora in balìa dei venti.
9 novembre 1865.
Giandomenico e la sua casa, la signora Giuseppina e i suoi discorsi, tanto quelli della passata bonaccia che gli ultimi della tempesta, non m’hanno lasciato in pace per tutt’ieri. I presentimenti, se non sono la voce della nostra ragione che vuol farsi sentire quando noi non ci pigliamo l’incomodo di ricorrere a lei, sono la voce di qualcuno che la sa ben lunga. Stamane dunque mi feci premura di recarmi alla casa Garofani, avendo meditata e decisa una visita alla signora Giuseppina.
«Sono partiti per la città ieri sera» mi disse uno che se ne stava appoggiato al portone socchiuso della casa, e che nell’occasione dei pranzi avevo veduto strozzato in una livrea che gli mozzava il fiato.
«È impossibile!» risposi io.
«Eppure.... vuole che io non lo sappia?«
«Ma ne siete sicuro?»
«Eh, per bacco! Partiti i padroni, partito il signor cuoco, Giovanni, la cameriera....»
«Partiti, partiti.... ma come mai!» continuavo io, e si pensi con quale stizza! Ma intanto ci si erano fatti intorno tre o quattro curiosi, che mi confermarono ad una voce la notizia, dicendo che la carrozza era passata dinanzi al caffè; che nessuno sulle prime aveva voluto credere, ma che poi se n’erano persuasi tutti, vedendo che il signor cuoco della casa non compariva a far la partita a briscola.
«E così?» domandavano dei curiosi ai quali una notizia sola non basta mai.
«E così?» mi domando adesso anch’io; e rimango con la bocca aperta, e goffo come loro.
25 novembre 1865.
Partiti i signori Garofani, se si guardano le acque di Borghignolo ritornate alla loro antica bonaccia, sarebbe difficile raccapezzare quanta burrasca ci passò sopra, se di tanto in tanto il cadavere di qualche naufrago, e gli avanzi di qualche naviglio sconquassato, comparendo lentamente alla superficie delle acque, non ci dicessero con quanta furia si fossero esse gonfiate. Le disdette di affitti e pigioni sono piovute a furia sul capo di tutti quegli elettori infelici che, nell’esercizio della loro sovranità , caddero in sospetto al Buccelli di non aver dato il voto al signor Garofani. Qualche raro fedele ebbe già il suo premio in vita, ma finora le folgori furono più numerose che le corone. Anche questa volta, la barca scassinata di Giandomenico deve essere tra quelle che ebbero più largamente rotti i fianchi, e che più fanno acqua. Il fattore mi disse più volte, inquesti giorni, d’aver saputo da gente che lo può sapere, che il Buccelli va qua e là comperando altri creditucci che molti hanno verso Giandomenico; non certo per fargliene un regalo, come osserva con finezza il fattore; e che fu più volte al capoluogo da un tal avvocato che è appunto quello che da più mesi muove lite a Giandomenico per un credito che il signor Garofani tiene ipotecato sul castello. Aggiunge il fattore che il Buccelli dalle smanie è passato alla calma; che tace sempre, e che sempre ha sulla bocca un sorriso, anche quando non c’è niente di che ridere: cosa che nessuno capisce, e che dà molto a pensare; e che finalmente qualche volta fu sentito dire «che in Borghignolo si devono veder cose, coseche nè i nostri vecchi, nè i nostri figli non avranno vedute mai!»
Queste cose non sono difficili a indovinarsi. La signora Giuseppina vuole il castello, e il Buccelli vuole Giandomenico fuori di paese.
È un’orribile stagione questa. La neve ha già mandati i suoi primi spruzzi; tira vento da mattina a sera, e da due settimane non s’è veduto uno strappo di sereno.
Per sapere se c’è proprio ordito qualche brutto gioco contro il povero Giandomenico, bisognerebbe battere la campagna, bere l’anisetto al caffè, fare il politico all’osteria, e inscriversi forse nella confraternita del Buccelli. Bisognerebbe correre alla città , e fare la corte alla signora Giuseppina, e la partita col signor Garofani. Ma, innanzi tutto, bisognerebbe discorrere con Giandomenico; bisognerebbe in nome della vecchia amicizia, chiedergli un minuto di espansione, e domandargli che cosa potrebbe fare per lui un vecchio amico. Eh, certamente! Ed è appunto quello che ho cercato di fare. Ieri, dunque, con Giandomenico, che qualche volta vieneda me dopo desinare, seduti al fuoco, e messa dinanzi a lui una bottiglia di vino, s’incominciò a discorrere, pressappoco di questo tenore:
«Bonissimo» diceva Giandomenico «questo vecchio vino della paglia! Ne faccio io, o ne facevo, poco importa, di simile nelle mie vigne della collina che ho vendute al droghiere. Gran peccato che l’enologia sia così poco in fiore da noi! Una vasta associazione dei viticoltori, un grande stabilimento, e un insegnamento pubblico di enologia, furono e sono pur sempre il mio principal pensiero. Dovessi far tutto a mie spese, appena le mie faccende me lo permetteranno, un giorno o l’altro in Borghignolo si vedrà qualcosa di simile, te l’assicuro io!»
«Ma, a proposito del droghiere, ossia del signor Garofani» presi a dir io «l’hai sempre in piedi quella lite? Gli avvocati hanno da seguitare a infilzar carte e spese, o la finite una volta con un buon accordo?»
«Un buon accordo? È impossibile, mio caro. Certa gente non capirà mai le condizioni della proprietà fondiaria. Ma non importa; e, alle corte, io pagherò.»
«Alle corte? Benissimo, pagar subito, e finirla....»
«Subito sì, cioè relativamente, appena che.... perocchè le combinazioni possono essere molte. Le cose attualmente si presentano così....»
Fu qui, cioè a traverso a una penosa narrazione nella quale Giandomenico, lottando a ogni tratto con la verità , cercava di far illusione un poco a me, un poco a se stesso, che venni a conoscere a quali estremi fosse giunto il mio povero amico. La casa, i mobili, il giardino, che ora è divenuto un camperello, e che sono gli ultimi avanzi di quanto possedeva Giandomenico, sono alla vigilia d’essere messi al pubblico incanto. E le sue speranze quali sono?
«Credi tu che la sapienza degli antichi abbia detto a caso che la fortuna è legata a una ruota?» diceva Giandomenico. «Io sono in basso, ma la ruota gira!... Io sto con gli antichi, e non mi sono ingannato mai. Troppi conforti e troppi nobili esempi ci hanno lasciato essi, perchè io deva aver imparato solo a chiedere pietà nella sventura. E vorresti tu parlare di queste cose elevate a gente che non ti capisce?... a qualche basso intrigante di villaggio, o ad uno che ha razzolato qualcosa mettendo un quattrino sull’altro, vorresti tu parlare dell’avvenire della proprietà fondiaria, e dei tesori di cui la terra ci sarà larga un giorno sotto gli auspicii del credito e della scienza? Gli vorrai tu parlare dei vasti orizzonti che si aprono al capitale in quegli umani consorzii pieni di gioventù, che sorgono al di là dell’Oceano, e che fanno maravigliare la vecchia Europa delle loro scoperte, delle loro industrie, e delle loro rapide fortune?»
Io lo guardavo senza capirne una parola; e fu allora che in un momento di espansione mi confidò come egli, alcuni anni fa, avesse venduta una delle sue ultime zolle di terra per dare una sommerella a un tale, famoso spiantato d’uno dei paesi vicini, e che appunto si diceva andato in America a tentare la fortuna. Egli deve avermi letto in faccia l’espressione d’una dolorosa maraviglia, perchè subito riprese:
«È tra questi uomini arditi, avventurosi, e un po’ rompicolli, se vuoi, che la fortuna sceglie spesso i suoi beniamini. Il vecchio mondo, piccolo e sfruttato, è per gli uomini pazienti, modesti e fatti sullo stampo comune. Certe fantasie ardenti, sconfinate, disordinate, se vuoi, hanno bisogno di paesi vergini e vasti. Dietro loro, dietro questi uomini arditi, corsero sempre le grandi fortune. Che vuoi? Io ho una gran fedenel mio viaggiatore. Ogni giorno aspetto la lettera, e la lettera verrà , che mi annunzia guadagni ingenti fatti dall’amico, e dei quali una parte solcherà l’Oceano per ristorare la sorte degli antichi signori di Borghignolo. Allora il droghiere mi vedrà accendere il sigaro con quei bigliettucci ch’egli va facendosi cedere da qualche buon uomo a cui ho dovuto rivolgermi in certi momenti difficili. Allora si tirerà il fiato largo in Borghignolo, noi e la povera gente! Qualcosa di buono si vedrà , te l’assicuro io! Allora avrò qualche consiglio a domandarti....»
«Ma se la fortuna non lo mandasse questo bel colpo, o lo ritardasse?» gli osservai io pieno d’una nuova tristezza, che mi cresceva nell’animo mano mano che il povero Giandomenico mi confidava le sue speranze.
«Potrebbe ritardare, ne convengo, ed è per questo che devo rassegnarmi alle temporanee difese, agli armistizi, e all’arte del guadagnar tempo, che è tutta del mio avvocato. Mi addoloro di queste arti, ma penso che presto anche la dignità avrà la sua rivincita.»
E qui tirò innanzi lieto e confidente nelle sue speranze, e nei suoi progetti. Solo gli vidi passare una nube sulla fronte quando gli chiesi nuove di suo figlio.
«Mio figlio, mio figlio!...» incominciò, e pareva volesse con la mano e con gli occhi accennare che suo figlio avrebbe raccolti i frutti di tutte le sue speranze. Ma gli occhi gli si velarono improvvisamente di lacrime, e senza poter più profferire una parola, mi strinse la mano con una forza insolita; cercò riprendere il sorriso di prima, e mi lasciò.
5 dicembre 1860.
Il Buccelli continua a non aprir bocca, ma si è vestito tutto di nuovo. Sono arrivate alcune persone dal capoluogo col soprabito nero e il cappello di città , le quali entrarono nella casa di Giandomenico, vi rimasero un paio d’ore, poi andarono a prendere il caffè, e ripartirono. Uno di questi fu sentito dire al compagno, mentre scioglieva col cucchiaino lo zucchero nella tazza del caffè: «Quando si trova poco, la è una gran bella cosa, in un momento si fa!» I soliti curiosi passano, da tre o quattro giorni, qualche mezz’ora dinanzi alla porta di Giandomenico per vedere forse se ci stanno ancora quei signori che pure han veduto partire, poi se ne vanno anch’essi pei fatti loro. Il famiglio di Giandomenico va tutti i giorni all’ufficio della posta, e disse a qualcuno che il suo padrone aspetta una gran lettera, ma tutti i giorni ne esce con le mani vuote.
Tali sono le ultime novità del paese che, secondo il solito, ho risapute dal fattore, il quale soggiunge di non capirne niente, e con qualche insistenza; forse perchè sospetta, guardandomi in viso, ch’io ne capisca invece qualcosa.
10 dicembre 1865.
Io non so se i diplomatici sieno tutti originari di Borghignolo, ma so che in questo benedetto paese è una impresa quasi impossibile quella di giungere a sapere una verità . Per quanto io abbia fatto in questi ultimi giorni, non sono stato capace di poter conoscere che cosa succeda in casa di Giandomenico, che cosa sia delle faccende sue, che cosa faccia il Buccelli, che cosa facciano i Garofani, che cosa si nasconda dietro il velo misterioso che acciglia le facce dei Borghignolesi.
Dopo quell’ultima sera in cui ho parlato con lui, non trovai più modo di vedere Giandomenico. Il famiglio risponde sempre che il suo padrone è fuori di casa. Intanto io sono sulle spine per il mio povero amico. Vedo male, malissimo, e vorrei pure saperne qualcosa. Ieri andai dal curato. «Tocca a lei, don Giacomo, a metterci una mano» gli dissi. «Lei potrà sapere quel che succede. Ci uniremo, e faremo tutto quello che si potrà . Schiviamo una catastrofe a quel povero vecchio; mi dica che cosa si possa fare di bene, lei che n’è maestro, e facciamo quest’opera di carità insieme!»
Ma don Giacomo, sebbene non sia nativo di Borghignolo, pure, siccome ci sta da trent’anni, è diventato diplomatico anche lui. Una volta era un po’ meno freddo e circospetto, ma dacchè gli avvenimenti della politica l’hanno sorpreso senza ch’egli ci mettesse prima una parola, come soleva fare in tutte l’altre cose che accadevano a Borghignolo, o perdè la bussola, o se l’ebbe a male. E perciò credo che don Giacomo taccia, ed aspetti a pigliare il suo partito. Vorrebbe, e non vorrebbe; non dice nè di no, nè di sì; e si conserva neutrale tra i potentati di Borghignolo.
Il curato, dopo avermi ieri concluso che sarebbe andato da Giandomenico, per dirmi poi per filo e per segno come stavano le cose, venne stamani a raccontarmi, per tutta notizia, avergli detto il famiglio di Giandomenico che il suo padrone non era in casa.
«Se lei, signor curato» mi feci animo a dirgli, «non vuol vedere uno dei più vecchi tra i suoi parrocchiani messo forse sulla strada, ora che siamo in tempo, vada alla città . Dai signori Garofani potrà saper tutto; a lei quei signori non potranno negare un’opera di carità . Vada, don Giacomo, e mi dica poi che cosa potrò far io. Lei avrà fatto un’opera santa di più!...»
Ma sulla fronte di don Giacomo passava intanto leggero leggero il fantasima del Buccelli, che don Giacomo teme come la scomunica maggiore. Don Giacomo insomma non mi disse nè di sì, nè di no, ma concluse che sarebbe riuscito a vedere Giandomenico, e che mi avrebbe poi detto come stavano le cose.
15 dicembre 1865.
«Se lei, per così dire, veniva ieri mattina proprio a quest’ora, guardi un po’! lei trovava ancora in città i miei padroni. Sono partiti alle tre ore dopo mezzogiorno; ma chi poteva pensare una cosa simile? Anch’io, che l’ho saputo dal cuoco direttamente, non l’ho saputo che tre giorni fa. Ma s’accomodi qui presso il caldano; che ne dice di questo freddo?... Se lei poi volesse sapere in che paese sono andati, al momento non glielo saprei dire. Però il cuoco, nel salutarmi — signora Ghita — disse — a rivederla coi ravanelli — e questa per me è stata una gran parola! perchè mi ha dato a capire che i padroni non torneranno per tutto l’inverno.... E il motivo?... lei mi dirà . Il motivo ci sarà , lo creda a me; basterebbe solamente saperlo! ma non lo sanno nè il cuoco, nè le altre persone di servizio.... Con la nuova cameriera poi, non ho ancor barattata, per così dire, una parola dacchè è venuta in questa casa. Essa avrà i suoi motivi; io posso avere o non avere i miei; ci salutiamo; ma non tocca a me il domandarle per la prima una cosa che in ogni caso toccava a lei a dirmi fin da un pezzo. Tutto quello che so è che la ragazza, la signora Adelina, è di molto dimagrata, e che viene il dottore tutte le mattine.... Son cose, lei dirà ....»
Ma io non dissi niente; e questo è tutto quello cheseppi a Milano dalla portinaia del signor Garofani. Ritornato il giorno stesso a Borghignolo, il fattore mi disse che Don Giacomo era venuto da me verso mezzogiorno e lo aveva incaricato di dirmi che «quanto a quell’affare, non c’era niente di nuovo.»
22 dicembre 1865.
Da più giorni, probabilmente, sul portone del castellotto di Giandomenico stava un affisso stampato, che incominciava colle parole, a grandi caratteri,asta di mobili. Al mio fattore non sarà bastato l’animo di darmi questa nuova, e stamani me l’ebbi improvvisa, mentre, scendendo la collina, passavo dinanzi al castello, nel ritornare a casa dopo una passeggiata.
La casa di Giandomenico era la casa di tutti, come se il padrone fosse morto e sepolto. L’asta dei mobili era stata bandita per quel giorno stesso, e mentre io passavo per di là , era già sullo scorcio. Le poche masserizie del mio povero amico erano state trascinate e messe alla rinfusa sotto il portico e nel cortile. A chiunque passava pareva di essere un poco padrone di tutta quella povera roba, e ognuno si dava il gusto passeggiero di trattarla con la maggiore dimestichezza. I più erano curiosi, a cui bastava l’essere entrati per quel portone, e in quelle stanze, ove prima non avevano mai messo il piede, e che ora si davano la soddisfazione e il passatempo di girarle a beneplacito col cappello in testa, o sedendosi dove meglio garbava, senza chiedere licenza a nessuno. C’erano le seggiole; ma i più preferivano sedere su d’una scrivania, su un tavolino, su un cassettone, per quanto ci si dovesse starmale. Era l’animo, bisogna dire, che ci trovasse i suoi comodi.
Sul vecchio seggiolone a intagli, da cui tante volte avevo veduto rizzarsi Giandomenico per venirmi incontro con la sua lieta affabilità , stava ora seduto il Buccelli che aveva dinanzi a sè il tavolino di giuoco della contessa madre, pieno di carte, di scartafacci, e imbrattato d’inchiostro. Vicino al Buccelli stavano alcuni uffiziali giudiziari, e il gridatore dell’incanto, i quali ora scrivevano, ora parlavano tra loro, seduti alla scrivania di Giandomenico. L’oste e il caffettiere caricavano alcune sedie e alcune vecchie masserizie su una carretta; qualch’altro usciva con un tavolino scassinato, o qualche attrezzo rurale sulle spalle; il signor Borsa, con molta attenzione, con gli occhiali, e in un angolo della corte, insaccava un po’ di libri e di vecchie carte, comperate a peso sulla stadera.
Io m’ero fermato dietro un pilastro all’ingresso del cortile; nessuno mi vedeva o aveva tempo di badare a me, ed io non sapevo staccare l’occhio, con una mestizia che mi lacerava l’anima, da quelle povere rovine che vedevo riunite per l’ultima volta. Esse mi richiamavano tante care memorie dell’infanzia e dell’amicizia; memorie conservate nel santuario di quelle vecchie masserizie che ora andavano per sempre disperse. Povere masserizie! Nel rivedere mano mano quelle note forme, quasi mi pareva che dovessero anch’esse dividere meco tutta l’amarezza di quel momento!
Un vecchio contadino, che era rimasto per qualche tempo tacito spettatore di quella scena, nell’uscire, crollando il capo, mi si fece vicino, e prese a dire:
«Ecco una casa grande che se ne va! Che ne dice, don Michele? E la va male anche pei poveri, quandoal posto dei signori antichi si vedono questitali, questi padroni nuovi! L’amore alla terra, e alla gente che ci vive sopra, questitalinon l’hanno. Povero signor conte Giandomenico! Ho conosciuto anche i vecchi della casa io! tutta gente caritatevole e alla mano. E questa roba disgraziatamente frutta poco a quel povero signore! Il bello e il buono lo mette tutto da una parte il Buccelli; il quale fa per conto di quel tale che adesso compera in paese.... Gli stracci sono lasciati alla gara, ma su quel che c’è di buono, come dicevo, mette le zampe il Buccelli, che girando un paio d’occhi di basilisco, lascia capire che guai a chi parla. Se c’è nessuno, dice, questa è roba mia. Uno, due, tre! è bell’e fatto. Povero signor conte, chi sa dov’è andato!... Io l’ho veduto partire, saran tre giorni, sulla bass’ora. Lo seguiva Carlone, come diciamo noi, che è il suo famiglio; il quale prima andò alla posta, perchè il suo padrone aspettava una gran lettera. Intanto il signor conte si fermò con me, pover uomo, mi guardò un pezzo, mi battè sulla spalla, ed io aspettavo che mi dicesse qualcosa.... ma, così tra il chiaro e scuro, mi parve che avesse gli occhi rossi e che si mordesse le labbra. Intanto era ritornato Carlone, il quale disse: Non c’è niente!; e allora il signor conte Giandomenico mi strinse la mano e, sempre senza aprir bocca, se ne andò. Anch’io non gli seppi dir niente.... Si vede che aveva in cuore una gran passione, e che non poteva parlare. Ho sentito poi che aveva lasciato il castello, perchè ci doveva essere l’asta dei mobili, e che era andato lontano, da un suo parente; ma dove, nessuno lo sa. Ora si dice che anche il castello debba andare in mano di questo tale per cui si maneggia il Buccelli. Allora il nostro povero signor conte non lo vediamo proprio più....»
Mentre parlava il contadino, tutta quella poca gente, ch’era in corte, si era radunata intorno al Buccelli e al trombetta dell’asta, i quali un po’ discorrevano, un po’ schiamazzavano, e bisogna credere che dicessero delle cose molto facete, perchè tratto tratto si facevano da tutti assieme delle grandi risate. Anch’io mi feci innanzi di qualche passo per osservare.... e cos’era? Era l’incanto dell’ultima cosa rimasta, una cassetta nera con qualche intarsiatura in avorio, che Giandomenico teneva sul cassettone della sua camera da letto, e che chiamava il suo tesoro. In quella cassetta c’erano alcune cosucce che avevano servito alla moglie di Giandomenico, morta molti anni addietro. Più volte, il mio buon amico me l’aveva mostrata, e mi ricordo di averci veduto un guancialino da spilli, un agoraio, un ventaglio, un borsellino, dei ciondolini, una sciarpetta, e un piccolo scialle nero con balza ricamata a fiorellini in seta di colore. Questo scialle doveva essere particolarmente prezioso a Giandomenico, e gli doveva richiamare qualche memoria ben dolce e mesta, perchè ogni volta, nel mostrarmelo, lo levava, lo spiegava con una cura religiosa, e stava per incominciare un racconto; ma subito, interrompendosi, lo ripiegava, lo riponeva nella cassetta, e per qualche momento non poteva dir parola.
Ora la cassetta stava aperta sulla scrivania, presso cui si trovavano quei del tribunale. Il trombetta vendeva il ventaglio, e intanto lo aveva spiegato e si faceva vento, il Buccelli s’era messo lo scialle. Chi ne diceva una, e chi rideva di quelle che dicevano gli altri; insomma l’asta finiva in mezzo a un buon umore, che ai più non lasciava sentire la brezza gelata che spirava in quel momento nel cortile.
Anch’io non l’avevo sentita fino allora, ma la sentiiscendere nel cuore così improvvisa, così acuta, che n’ebbi occhi appannati, e fuggii di là . Perchè fuggii? Perchè non corsi a strappare di mano al Buccelli quelle ultime reliquie per renderle un giorno al mio povero amico? Questa domanda mi assalì prima che toccassi la soglia di casa mia; ma mi scossero di nuovo le voci lontane del Buccelli e degli altri che uscivano in quel punto dal cortile. Lentamente rientrai in casa con l’animo pieno di disgusto e con un rimorso di più. Le potrò riavere ancora quelle reliquie?
2 gennaio 1866.
Ogni mia ricerca fu inutile. Da otto giorni non ho fatto altro che domandare di Giandomenico; e ancora non ne so nulla. Parlai con tutti in Borghignolo e con molti dei paesi vicini; mi rivolsi al delegato della questura; mi rivolsi ai carabinieri, perchè si facessero delle ricerche fuori di paese. Le ricerche furono fatte; ma tutti vennero a dirmi che non s’era potuto saperne nulla. Molti mi dicevano: «Bisognerebbe parlarne col Borsa; il Borsa, fu protocollista al tribunale per molti anni, e queste cose lui le sa.» Ma il Borsa era fuori di paese. Oggi finalmente capitò anche lui, e dopo avermi ascoltato nel più profondo silenzio, prese a dire, con un fare contento di sè, ch’egli mi poteva mettere con precisione sulla strada per ritrovare Giandomenico. Mi rasserenai tutto, e rifiatai proprio di cuore.
«Il conte Giandomenico» soggiunse il Borsa «ha dei parenti.... e se non gli ha, vuol dire che gli ha perduti ben di fresco. A quest’ora, lo creda a me, egli è in casa dei suoi parenti.... non facciamo altre ipotesi; il conte Giandomenico è in casa de’ suoi parenti! Di più, quelloche io so di certo, è che questi parenti abitano o nella provincia di Brescia, o in quella di Cremona, o in quella di Pavia; fuori di lì non si va. Si fidi di me, e non cerchi altro.»
Lo ringraziai tanto; e nel ritornarmene a casa pensai che il meglio fosse ormai di scrivere ad Aldo stesso, che è di guarnigione in Calabria; e gli scrissi così:
«Carissimo,
»Tu sai, mio buon Aldo, che negli affari di casa tua si sono accumulate da parecchi anni varie disavventure. Ultimamente alle vecchie se ne aggiunsero di nuove, e tuo padre, credendole forse irreparabili, uscì di paese, e andò, a quanto mi si dice, presso certi suoi parenti ch’io non conosco. Forse a quest’ora egli te ne avrà informato; ma a me pure, suo vecchio amico, preme assai di conoscere la sua nuova dimora. Scrivimi subito quello che ne sai. Ma se non ne sapessi nulla ancora, chiedi al tuo Maggiore un permesso d’alcuni giorni, e vieni diritto a Borghignolo. Al Maggiore puoi dire schiettamente di che si tratta; egli sarà di certo un brav’uomo, e ti lascerà partire. Tuo padre, pover’uomo! è nell’afflizione e nello sconforto; noi lo possiamo rianimare, noi gli possiamo fare molto bene. Non ti aggiungo di più, perchè so che del venire, non avrai di certo impazienza minore di quella che provo io nell’aspettarti. Addio.»