Chapter 8

Mi pare di avergli fatto capire abbastanza chiaro di non perder tempo. Ho pensato poi che, se non gli scrivevo io, Dio sa quando ne avrebbe saputo qualcosa. Chi gli avrebbe scritto? Quei suoi parenti, no di certo.... oh! non se la piglieranno più che tanto!... mi par di vederli. Tale è il mondo, e bisogna dire che abbia ragione, perchè è un pezzo che la va così. Ma s’io miprendo a cuore questa faccenda, non è già per immischiarmi nelle cose di Borghignolo, o in qualsiasi altra di questo mondo: stendere la mano ad un amico dell’infanzia è tutt’altra cosa. E poi, dico il vero, vedersi mettere sotto il naso i raggiri d’un mascalzone, e mandarli giù, è cosa che passa i termini della mia pazienza.

Ma dopo questa, se qualcuno sentirà ancora parlare di Michele, gliene darò il mirallegro.

10 gennaio 1866.

O una risposta di Aldo, o Aldo in persona, non li posso ragionevolmente aspettare che tra un paio di giorni. Lo vo facendo e rifacendo questo conto, da mattina a sera, eppure ogni tanto vado a domandare al tabaccaio che tiene l’interimdella posta, se c’è per me qualche lettera che venga da lontano. Ieri poi, avendo saputo dal fattore ch’era arrivato dal capoluogo un dispaccio telegrafico, mi misi in mente che quel dispaccio fosse di Aldo, e uscii di casa in cerca dell’uomo che l’aveva portato; ma questo era ripartito; e seppi al caffè che il dispaccio era per il Buccelli, e che glielo aveva mandato, dalla capitale, il nuovo deputato, per annunziargli che lo aveva fatto nominare, di punto in bianco, commesso postale di Borghignolo, inpianta stabile.

In caffè, a proposito di questa nomina, si stava in gran silenzio. I soliti che vi facevano circolo, se ne stavano tutti con le mani dietro le reni, le labbra strette, e qualche ruga in fronte, appena ce ne fosse una disposizione naturale. Come mai il Buccelli e il giornalista, dopo la battaglia così recente dell’elezione, erano a un tratto diventati amici? Come mai quest’amicizia si accordava con quell’altra del signor Garofani? Come maiun Tizio arriva a buscarsi, e quando nessuno se lo aspetta, un impiego così in grande? Come mai il direttore delVero Italianoha trovato il Governo di pasta così dolce? Come mai....

Insomma pensandoci, e quelli del caffè ci stavano appunto pensando, c’era da perder la bussola. In mezzo a tanta battaglia di pensieri, ch’era facile intravvedere dietro gli altipiani delle rughe, anche un osservatore poco fine, come posso esser io, capiva presto quale ne poteva essere la conclusione. La conclusione sarebbe stata, che anche la popolarità del Buccelli avrebbe dato in quelle secche in cui si trovano subito arrenati tutti quelli che, per approdare più presto, spingono di troppo la loro nave.

Ma qui vien gente, e faccio punto.

Era ilpedone telegrafico, come lo chiamano qui, con ardita denominazione. Questa volta il telegramma era per me; è Aldo, proprio lui, che lo manda. Sia lodato il cielo!....

La telegrafia però avrà fatto un gran passo, quando quelli che se ne servono non si crederanno più in obbligo di comporre degli indovinelli.

Ricevuta lettera. Maggiore partire permesso domani. Riconoscente chiamata, dice il telegramma. Voglio supporre che chi deve partire in permesso sia Aldo, e non il Maggiore, ma potrebbe essere a rovescio, e il telegramma non sarebbe neanche dei peggiori.

Rifacendo i miei conti, ora penso che tra quattro o cinque giorni Aldo sarà qui. Il filo delle mie osservazioni sui Borghignolesi lo riprenderò in altro momento; per oggi non voglio aver che un solo pensiero, quello di rivedere presto il povero Giandomenico, o di avere almeno qualche notizia di lui.

16 gennaio 1866.

«Tempi più difficili di questi non ce n’è stati mai!» mi diceva anche ieri il Borsa. «Sa il cielo come la finirà.... se pure la finirà!»

Il Borsa, da qualche tempo, mi dimostra una benevolenza insolita; in cinque giorni m’ha già fatte due visite. Le cose pubbliche di Borghignolo gli danno molto a pensare, ed è a me che confida i suoi più neri presentimenti.

«Nominare il Buccelli commesso postale è uno di quegli errori politici che dimostrano la insufficenza d’un governo, la confusione degli ordini amministrativi, la necessità d’un nuovo Ministero!» mi diceva il Borsa. «Lo creda a me, questa ostinazione del Governo, questa affettazione, per così dire, di badare tanto poco alle cose di Borghignolo, non è naturale. Oh no! Lo creda a me, c’è del puntiglio!... Il Buccelli commesso postale! È proprio un voler dividere il paese in due partiti, perchè se c’è chi lo vuole, c’è anche chi non lo vuole! E poi, e poi.... un impiegato nasce, ma non si crea; non si può quindi dare un impiego a chicchessia, ed un governo non deve mai violentare le leggi della natura. Per gl’impieghi ci vogliono persone di temperamento freddo, di testa calma, che non si confondano con facilità nella spedizione dei pieghi; che conoscano il nome dei dicasteri, il giro delle carte; persone che sappiano star sul sodo; che vestano con decoro; che abbiano sempre qualcosa di dignitoso e di affabile, direi fin nel camminare; persone insomma, che abbiano quel non so che che fa dire: ecco un pubblico funzionario!»

Così dicendo, il Borsa andava prendendo via via degli atteggiamenti diversi, che erano come vignette illustrative. Non disse altro; ma certe crollatine di capo, e certe prese di tabacco che si succedevano con frequenzae irregolarità straordinarie, facevano capire chiaramente che c’è del torbido in Borghignolo, e che ce n’è di molto nell’animo del Borsa.

Oltre ciò, da quel poco che taluno osa dire, e da quello che i più tacciono, si capisce indubbiamente che nei partiti politici di Borghignolo è avvenuto, come direbbe un giornalista, unospostamento profondo. Dopo che il Buccelli è salito in alto, i suoi amici, rimasti naturalmente al loro posto, se ne sentirono un poco smaccati. Parve a parecchi d’essere lasciati lì con un palmo di naso; e il palmo di naso in politica manda spesso diviato nell’opposizione.

Povero Buccelli! L’aura popolare ha già dato l’addio, a quest’ora, anche a lui. L’essersi fatto il servitore di tutti, il campione d’ogni capriccio, l’aver pagati tanti bicchieri di vino all’osteria, l’aver dato fondo a tutta la scienza della popolarità, non gli è valso nulla, proprio nulla anche a lui! Quelli che si trovano a pie’ di scala, presto o tardi voltan le spalle a chi ha salito il primo scalino; a Borghignolo poi le voltano subito. Se il Buccelli ha letto la storia, a quest’ora deve prevedere la catastrofe: i suoi ultimi atti sono della natura di quelli, che di solito segnano la decadenza degli imperi; egli esagera le proprie forze, le mette tutte in mostra, ne fa sfoggio: il che significa che le sente fuggire.

Il barbiere del paese che, per non dire di no al Buccelli, si era per quest’anno rassegnato a fare anche il maestro comunale, ora è andato in Municipio a dire ch’egli non va più innanzi, e che ne cerchino un altro per la fin del mese, perchè questo mestieruccio del maestro non è nelle convenienze di chi ha bottega in proprio, e serve fior di gente. Il Buccelli montò su tutte le furie; licenziò su due piedi il barbiere, e fece chiudere la scuola. Ma il regio ispettore mandò alla Giuntauna lavata di capo; fece riaprire la scuola, ed ordinò che si cercasse, entro il mese, un maestro per terra o per mare. Si radunò il consiglio; il Buccelli lesse l’ordine dell’ispettore; i consiglieri non apersero bocca, votarono tutti per il no, e se ne andarono.

«Villani, ignoranti!» esclamò il Buccelli «che voto è questo!... mascalzoni!...» ma fu inutile. Un mese fa, queste parole sarebbero state irresistibili, ma oggi la voce del Buccelli ha perduto, come si vede, ogni prestigio.

«Gli è perchè» conchiudeva il signor Borsa, dopo avermi narrate tutte queste cose «se io dovessi dirne una, direi.... ma la prego non me ne faccia autore.... direi che quando l’arco è troppo teso.... si spezza!»

17 gennaio 1866.

Sia lodato il cielo, Aldo è in viaggio! In una lettera, che ho avuto poco fa, Aldo mi dice d’aver ottenuto dal Maggiore il permesso di partire, e che l’indomani si metteva in viaggio. Se è arrivata la lettera, dovrebbe arrivare anche lui ben presto, tra un paio di giorni al più. Potesse quel figliolo mettermi sulle tracce del mio povero Giandomenico, e levarmi da questa angoscia! Sono oramai passate tre settimane da che ha lasciato il paese, e non s’è potuto sapere di lui nulla, nulla, per quanto io abbia messo sossopra mezza la provincia. Aldo saprà dove stanno que’ suoi parenti presso i quali si trova a quest’ora, senza dubbio, suo padre. Senza dubbio, sì; ma quando lo saprò proprio di certo, avrò un gran peso giù dal cuore. Intanto la lettera d’oggi mi è di buon augurio. Il Buccelli, col mandarmela, ha inaugurato bene il suo nuovo ufficio, e son tentato didargli anch’io il mirallegro, come tutti quelli che andavano stamani a domandargli le lettere; così dicevami poco fa il fattore.

Ah Buccelli! Già, è inutile gli omaggi appannano gli occhi anche agli uomini grandi. Anche tu hai forse già detto a quest’ora: «ho più amici di quello che mi credevo; che un colpo di fortuna sia toccato a me, piuttosto che ad uno di loro, è una cosa che proprio piace a tutti!»

19 gennaio 1866.

La novità d’oggi è che per tutto il paese si legge scritto sui muri, col carbone,viva Buccelli; in alcuni luoghi è scritto di fresco, in altri è ricalcato sul vecchio che incominciava a sbiadire. Una bell’occhiata di sole mi chiamò fuori di casa, ed anch’io lessi questo augurio popolare, che riuscirebbe meno anonimo e misterioso a chi volesse esaminare per minuto la mano di scritto del Buccelli. Il Borsa però ne è agitatissimo. Lo trovai per istrada, e messosi a passeggiare con me, prese a persuadermi che siamo tutti sull’orlo d’un precipizio, di cui mente umana non può valutare la profondità. Secondo lui, questi muri scarabocchiati col carbone rivelano una lega misteriosa tra il Buccelli e un partito che è in preda alle passioni più selvagge; partito, e qui sta il peggio, che nessuno sa di chi si componga.

«Intanto che fa il Governo? Noi siamo senza Governo; il Governo non capisce niente; senza un Governo che si faccia temere molto, non c’è libertà; bisogna cambiare il Ministero; il male è che si cambiano troppi ministri....»

In somma, il povero Borsa non sa che cosa concludere. Però soggiunge che lo sa ben lui quello che si dovrebbe fare, che non si è mai voluto dargli retta; che lo ha sempre detto.... ma in conclusione non lo dice mai. Fors’anche lo disse questa volta, ma i miei pensieri avevano cominciato in quel punto a prendere tutt’altro indirizzo. Salivamo la collina da cui era scomparsa ogni traccia di neve; i miei pensieri seguivano quelle mille forme delle falde e dei poggi che, sebbene spoglie delle splendide vesti della vegetazione, erano pure vaghe nella loro severa semplicità.

Il Borsa parlava; ma le sue parole le sentivo confuse col romorìo di qualche zampillo che spicciava dai muri, col tintinnìo de’ campanacci di alcune capre che salivano l’erta dinanzi a noi, e col fruscìo delle foglie secche mosse dal vento. Sì, dicevo tra me, tu sei sempre il mio bel paese di Borghignolo, quale t’ho avuto dinanzi agli occhi e t’ho sospirato per tanti anni.... Ah se tu non avessi degli abitanti!

«Dunque lei è del mio parere?»

«Oh sì; credo di sì....»

«Che lei solo può mettere rimedio alle cose di Borghignolo?»

«Oh, questo poi no!»

«Ma se lei dice d’essere del mio parere....»

«Del suo parere sì, ma in tutt’altro.»

«Don Michele, lo creda a me! Non c’è altro che lei....»

«Ma no! Ce n’è a bizzeffe....»

«Ci metta la sua esperienza....»

«Non ho esperienza di sorta!»

«Ci metta una mano. Non mi dirà di non averne! E se non c’è una sua mano, abbiamo un cataclisma, abbiamo la guerra civile, il finimondo.... avremo un commissario regio!»

«Manco male!»

«Ah! no, don Michele, risparmi una pagina così dolorosa, così obbrobriosa direi, alla storia di Borghignolo; storia che fu sempre, come tutti sanno, così ricca di mirabili esempi, tanto sul punto dei costumi che su quello della buona amministrazione comunale. Tocca a lei, don Michele, a fare in modo che Borghignolo ritorni all’antico splendore! Che vi trionfi la virtù, e non si dica: Borghignolo è caduto in fondo a un abisso: Borghignolo non è più.»

«Caro signor Borsa, Borghignolo vivrà un pezzo ancora, vedrà! Quanto a me, lei lo sa benissimo, io sono un uomo morto e sepolto da un pezzo; sono un povero ammalato che vive chiuso, quasi sempre, in una camera, fuori del mondo, ignorato da tutti....»

«Oh non lo creda! Incomincia a formarsi un partito per lei.... partito che, se continua di questo passo....»

«Lo fermi subito, per carità.... gli risparmi l’incomodo....»

«Ha veduto?» esclamò a un tratto il Borsa, interrompendo il filo del suo discorso, e fermandosi sui due piedi. «Ha veduto?» ripigliò, dopo una breve pausa, con espressione affannosa, e cacciando fuori tanto d’occhi.

«No, signor Borsa, non ho veduto niente!»

«Come, non ha veduto?...»

«Ma le dico di no! Cos’è successo?»

«Non ha veduto quei due che passavano?»

«Ebbene?»

«Ridevano!»

«E così?...»

«Ridevano!» continuò in tono desolato il Borsa «Ridevano, perchè ora tutti quelli dei paesi vicini, quando incontrano qualcuno di Borghignolo, ridono!... Una volta, a quelli di Borghignolo dappertutto si cavavail cappello! Ora siamo diventati, mi permetta l’espressione, il ludibrio dei popoli! E in una simile condizione di cose, toccava proprio al Governo a metter olio sulla brace? Doveva il Governo, per dirne una sola, dare la posta al Buccelli?...»

24 gennaio 1866.

Ho messo in vettura, e fatto ripartire Aldo, con la stessa impazienza con cui per tanti giorni lo avevo aspettato. Di Giandomenico ne so quanto ne sapevo; so invece un altro bel pasticcio, dal quale potrebbero forse venire altri guai. Ci sono degli uomini di cuore che nelle disgrazie, più la matassa è avviluppata, e più facilmente trovano il bandolo del fare il bene. Lo so!... Il cielo li benedica....

Ma veniamo al nuovo pasticcio. Fu una ben penosa narrazione quella che io feci ad Aldo, ma non gli volli tener nascosto nulla, e gli narrai via via tutte le dolorose vicissitudini di suo padre. Il povero Aldo piangeva. Era confuso, prostrato, come chi per la prima volta si trova dinanzi alle disgrazie della vita. Che le faccende di casa sua andassero di male in peggio, non gli era cosa nuova di certo: fin da fanciullo si sarà trovato un bel giorno senza ninnoli e senza vestitino nuovo. Più tardi avrà vedute e capite le strettezze di suo padre; ma le avrà vedute con quella fiducia giovanile, che crede più alle speranze del domani, che alle verità ingrate dell’oggi. Così pensavo tra me, vedendolo tanto abbattuto; ma poco dopo, i suoi vent’anni venivano a prendere il disopra.

Ci fu un lungo silenzio tra me e lui. Poi a un tratto Aldo si levò in piedi; alzò la fronte, in atto quasi diascoltare una improvvisa ispirazione; mi si gittò nelle braccia, e mi tenne stretto lungamente. Più volte fu per staccarsi, e più volte mi riabbracciò. Voleva parlare, ma non poteva: era convulso, tremante. Alla fine, dopo un grande sforzo, come se quella prima ispirazione avesse vinto, esclamò:

«Oh! sì, sì, io l’amo! Sì, don Michele, ho deciso!... Io amo quell’angelo... io volerò presso di lei.... nevvero, don Michele?... Un consiglio, una parola, ed io parto!...»

Io non ne capivo niente.

«Sì, figliol mio; aspetta, discorreremo, hai ragione, partirai, ma aspetta» e cercavo di calmarlo, perchè non gli desse volta il cervello.

«Che caso! Che fatalità!... Ma io parto, volo. Oh! lei vedrà, don Michele!»

«Calmati, figliol mio, calmati; dimmi un po’....»

«Io l’amo da più d’un anno!... Io non ho amato altra mai, e mai non amerò che quell’angelo!... Oh, don Michele, mi risponda, mi dia un consiglio....»

«Ma, caro mio, io non capisco niente!» gli dissi alla fine; «parla, spiegati.»

«Oh! ci sono delle cose che non si spiegheranno mai! Il suo buon cuore deve comprendermi, don Michele. Oh che fatalità! che romanzo! Essa non ne sa nulla.... oh certo non ne sa nulla!... Ma quando lo saprà, è da lei che verrà l’ulivo di pace per tutti!... Il mio povero padre farà ritorno alla nostra vecchia casa; ogni guaio sarà finito; tutti benediranno lei. Io.... ritornerò al mio battaglione, e poi.... verrà un giorno, presto spero.... io morrò sul campo, gridandoviva l’Italia!... Ella.... oh! ella spargerà una lagrima.... perchè....»

Ci volle un pezzo, e una gran pazienza a calmarlo,a farlo scendere dalle nuvole, a farlo sedere, e a fargli fare una narrazione dalla quale si potesse raccapezzar qualcosa. Raccolsi dunque che Aldo, nell’autunno del 1864, passando un mese a Borghignolo, aveva fatto una grande amicizia coi signori Garofani, che in allora erano ancora nella fase dei sorrisetti, e piano piano s’era innamorato della loro figliola, l’Adelina. Ora, il progetto che gli era balenato in mente, era di correre presso quei signori; di raccontare tutto l’accaduto ad Adelina, la quale non ne sapeva nulla, com’era probabilissimo; poi di buttarsi, lui e Adelina, nelle braccia del signor Garofani e della signora Giuseppina; e d’ottenere sull’attimo, come gli pareva assai naturale, che fosse restituita a suo padre la casa e tutto l’aver suo.

Cercai sulle prime di calmare un poco l’entusiasmo di Aldo, ammettendo che nel suo progetto ci poteva essere del buono, ma che bisognava aspettare, per non dirgli proprio subito quello che ne pensavo io, cioè che il Garofani e sua moglie, saputa una simile cosa, gli avrebbero fatto ruzzolare la scala. Aldo era sicuro che i genitori d’Adelina sapevan tutto, perchè dell’amor suo n’era pieno il creato: ne parlavano le piante, l’aria, i ruscelli, e quindi ne dovevano aver parlato anche il signor Garofani e la signora Giuseppina. Le parole di Aldo mi facevano sorridere, eppure gliele invidiavo tutte. Egli era un bel campo tutto verde e fiorito; io ero il falciatore, che veniva a far fieno e a disporre le zolle per l’inverno.

Quando mi sembrò che Aldo fosse più calmo, e mi parve tempo di concludere qualcosa, cominciai a parlare chiaro e preciso, perchè quel buon figliolo non aggiungesse alle disgrazie di casa qualche grosso sproposito di suo.

«No, don Michele, lei non conosce abbastanza ilsignor Garofani e la madre di....» balbettava ancora Aldo, dopo ch’io gli avevo fatto il mio sermone. «Se li conoscesse meglio, capirebbe ch’io non m’inganno con lo sperare in loro, e in quello che da loro può ottenere Ad.... oh mi lasci fare!... Io parto, volo; vado in cerca di loro, ottengo tutto, ritrovo mio padre, poi volo ancora qui....»

«Tu non volerai nè qui, nè là; tu partirai con la vettura domani, andrai diritto fino al luogo dove speri di trovare tuo padre, mi scriverai ogni giorno, e non farai nulla, nulla, capisci, all’infuori di quello che t’avrò detto io. Non si comanda in due; io ho su di te i miei diritti di anzianità, e tu, da bravo uffiziale, ubbidirai!» Dopo queste parole, Aldo tacque, e non parlò più nè di pregare, nè di volare.

Povero figliolo! Chi non è in ballo ha un bel confortare i cani all’erta! Appesa al muro del mio salotto, c’è una stampa che rappresenta un mare in gran burrasca, un bastimento che si sfascia, e cento infelici che vanno a fondo. Se questi volessero dar retta a me, che vedo le cose con calma e previdenza, si salverebbero quasi tutti; ma il guaio è che per trovar lo scampo, bisogna essere all’asciutto!

Trattenni con me Aldo anche il giorno appresso per potergli discorrere un poco a lungo; per mostrargli che l’amo come un mio figliolo; per aprirgli infine un pochino anche l’animo mio, che non è poi quello d’un orso. Anche Aldo ne sa poco o nulla di questi suoi parenti presso i quali potrebbe essere andato Giandomenico. Egli pure non gli ha veduti mai. Dice però che suo padre riceveva, di tanto in tanto, lettere da un cugino consigliere di tribunale a Bologna; qualche volta poi aveva sentito parlare d’altri cugini, che abitavano nella provincia di Brescia. Aldo, per fortuna, ricordavai nomi sì dell’uno che degli altri; è sicuro di trovare suo padre presso il cugino di Bologna, e vi si recava diviato.

Da Bologna avrò la sua prima lettera, voglia il cielo che ci legga subito una buona nuova! Allora partirò anch’io, per adempiere come saprò meglio, a questo dovere, che è l’ultimo rimastomi nella vita. Poi, cercherò, per finirvi i miei giorni, un paesello, che sia davvero l’ultimo di questo mondo, giacchè m’avvedo che Borghignolo ha la pretensione di non esserlo.

25 gennaio 1866.

Nuova visita del signor Borsa. Il Borsa, quando ha qualcosa a dire, tace; tiene per di più la bocca così stretta, che la si direbbe una bottega chiusa per morte o per trasloco del proprietario. Qui, i traslocati devono essere i denti. Più gli si vede una cera impenetrabile, e più c’è da arguire che muoia dalla voglia di parlare. Oggi dunque, entrato nella mia stanza, mi salutò col capo, si mise a sedere, tirò molte prese di tabacco, spiegò più volte un fazzoletto su cui è rappresentata la battaglia di Solferino, e tutto ciò senza dire una parola. Lo lasciai tacere per un quarto d’ora, poi presi a dire:

«Signor Borsa, lei mi conta delle cose serie stamani!... Eh! cosa vuole che le dica....»

«Dica a quel suo nipote, che ora è partito....»

«Non è mio nipote, è mio figlioccio.»

«Benissimo. Gli dica dunque ch’egli è molto giovane.... e quando il Borsa dicemolto giovane, sa ben lui quello che vuol dire!... Perchè Borghignolo non è più il paese d’una volta! Perchè.... siamo vicini a un cataclisma....perchè i galantuomini, e quelli che sanno non contano più niente! Ma non parliamo di questo. Dica dunque a suo nipote....»

«Al mio figlioccio....»

«Benissimo. Gli dica dunque che, quando non si conoscono gli uomini, bisogna cercare quelli che li conoscono.... gli dica....»

A poco a poco, dopo un lungo preambolo, venni a sapere che il Borsa aveva veduto Aldo che discorreva per strada col Buccelli. Questo era stato il gran guaio. Io infatti non avevo detto ad Aldo qual parte avesse avuto questo Buccelli nelle disgrazie di suo padre. Il Buccelli avrà cercato di cavarsi qualche curiosità, ma Aldo aveva ben poco a rispondergli, e non ne cascherà il mondo.

Aldo poi, da quel tanto che ho potuto capire nei due giorni passati con lui, non è nè uno sventato, nè un cervellino leggiero. C’è in lui, per dire la verità, una grande mobilità di fantasia; le sue impressioni sono vivacissime e fuggevoli; i suoi propositi si succedono rapidi, e spesso si contraddicono; ma tutti, nella loro brevissima esistenza, hanno l’impronta di una convinzione sincera. Ma è tanto giovane e così avvezzo a far tutto a suon di tromba, al passo di corsa, con uno svolazzo di piume e la sciabola in mano! Egli avrà letti tutti i romanzi che legge la moglie del suo Maggiore. Egli deve credere che la vita sia tutta una vicenda di pericoli e di glorie; di marce forzate e di fiori gettati dalle finestre; di colonnelli arrabbiati e di sindaci complimentosi; di mamme severe e di serve ammiratrici. Egli deve credere che il mondo per metà si componga di quelli che tirano delle schioppettate, e per metà di quelli che li rincacciano a baionette spianate. Ogni ostacolo, ogni traversìa, devono essere per lui problemi lacui soluzione sta tutta nel cuore e nell’impeto di chi li deve superare. Tale deve essere Aldo, con l’aggiunta di un cuore eccellente e di un animo retto.

«Aldo farà onore a Borghignolo» dissi al Borsa tanto per consolarlo, mettendolo a parte dei miei ragionamenti. Ma il Borsa non era in vena di lasciarsi consolare.

«È possibile.... ma già è troppo giovane! So io quello che mi dico; e verrà un giorno, don Michele, in cui ripensando alle cose che oggi le dico, e a quelle che non le posso dire, esclamerà: il Borsa aveva ragione!: ma sarà tardi. Oh! le cose che il povero Borsa va dicendo da un pezzo, vogliono diventar preziose un giorno! Lo so bene, ma sarà tardi! I guai e gl’intrighi non sono finiti.... dico gl’intrighiper ora, perchè non posso dire di più!... La ci metta una mano, don Michele, o la si tenga in guardia! Oh! se ne vedranno delle grosse!... e badi bene che dicosi vedranno, e non dicovedremo, perchè io le vedo già!... Insomma, don Michele, glielo domando per l’ultima volta.... una mano! una mano!...»

«Io non ci metto nè mani, nè piedi, lei lo sa!»

«Come la è così, le son servo. Scriva a suo nipote che si guardi dal Buccelli!... Per ora, questo basta.... a suo tempo gli potrà scrivere qualche cosa di più.»

30 gennaio 1866.

Sono da capo con le angustie e con le incertezze. Ma facciamo i conti. Aldo è partito da sei giorni, potevo io averne nuova a quest’ora? Io dico di sì. Potrebbe darsi però che a Bologna non avesse trovato suo padre, e fosse ripartito per Brescia. Forse non avràtrovato così subito neanche il cugino consigliere; forse aspetta, prima di scrivermi, d’avere una buona notizia. Io però gli avevo fatto promettere di scrivermi ogni giorno, avesse o non avesse grandi cose a dirmi. Se ne sarà dimenticato; qualcosa bisogna pur concedere a quell’età, e a quel pennacchio del cappello; ma intanto i miei nervi ballano, e la fantasia galoppa. C’è per di più quel buon uomo, il Borsa, che mi va dicendo ogni tanto: «s’io dovessi mandare a qualcuno una lettera, metterei la lettera in tasca, e la porterei con le mie gambe; poi con le mie gambe andrei a prendere la risposta.» È vero però che subito dopo soggiunge: «il Borsa non si avvilirà mai al punto di consegnare o di chieder lettere a un Buccelli.» E con questa conclusione diminuisce alquanto il significato misterioso della premessa, e rende un po’ meno impenetrabile quel suo sorriso scettico, col quale condisce ogni discorso sulle lettere e sulla posta.

Eppure.... devo confessarlo? se aspetto una lettera e non la vedo arrivare, principio ad avere in miglior concetto il Borsa, e a sorridere amaramente come lui; tanto è vero che nessuno ci par proprio uno sciocco, se ci accorgiamo d’avere qualche pensiero in comune con lui.

Aldo a Bologna non avrà trovato il consigliere, e sarà ripartito senza scrivermi, parendogli di non aver nulla a dirmi. È il solito ragionamento di chi è lontano. A quest’ora Aldo sarà a Brescia, e forse nelle braccia di suo padre. Anche questa gli parrà una cosa così naturale, che troverà inutile lo scrivermela così subito. Capisco ch’io non sono un uomo fatto per aspettare, come pur troppo non sono neanche un uomo fatto per andare! Se dovessi dar retta alla mia impazienza, sarei già sulle mosse; ma poi, è sempre così, quando son lì per decidermi, ricasco sulla sedia. Questa volta però ilmeglio è che aspetti con pazienza, cercando sviare, quando capitano, le mie solite fantasticherie malinconiche, scarabocchiando su questi foglietti, passeggiando col Borsa, e cercando di penetrare nei suoi profondi disegni.

Non vorrei però, a proposito di questi profondi disegni, come li chiama lui, vedermi un bel giorno messo in qualche garbuglio. Infatti, egli mi ha più volte confidato che vedeva venire da lontano, verso di me, il favore della pubblica opinione. «Quando sarà arrivato» gli ho risposto io.... «gli dica a mio nome che non sono in casa, che sono partito.» C’è un’altra cosa poi ch’egli vede venire; e credo un po’ meno da lontano, che vorrebbe dire e non dire, tanto gli conturba il pensiero e gli scotta la lingua. Egli sospetta possibile che il Garofani diventi sindaco di Borghignolo. È questo lo spettro ch’egli ha dinanzi giorno e notte, che lo segue dappertutto, e gli fa veder così nere le sorti de’ suoi conterranei. È questa la chiave dei suoi discorsi misteriosi, dei suoi sorrisi amari, dei suoi lunghi silenzi.

«Eh! sicuro!» gli dissi io stamani «e lei ne dubita ancora, signor Borsa, le pare una cosa lontana? Tra poco il vecchio Consiglio sarà mandato a spasso, se ne farà uno nuovo, il Garofani sarà il sindaco, e gli consegneremo le chiavi della città!»

«Ma sa lei...» cominciava il Borsa, con la voce strozzata.

«Che il Garofani sarà sindaco di nome, e il Buccelli lo sarà di fatto» ripigliavo io. «Sicuro che lo so!»

«Commesso postale, segretario, sindaco, priore della confraternita, tutto insomma!» disse in un sol fiato il Borsa, squarciando per un istante il velo d’una così lunga diplomazia. «E i popoli dovranno sopportare di queste cose! Tutto sul capo d’un solo!» continuava.

«Per l’appunto, è proprio quello che piace ai popoli di tanto in tanto! Chi ha sempre dato i voti al Buccelli?... Ha letto lei le storie antiche, quelle per esempio degli imperatori romani?...»

«Ne ho sentito parlare» disse il Borsa dopo una lunga pausa, «ma le confesso che non ci avrei mai creduto!»

10 febbraio 1866.

Ho mandato ad Aldo tre lettere anche stamani. Gliene diressi una a Brescia, una a Bologna, e una presso il suo battaglione. Le lettere che gli scrissi nei giorni passati, le mandai alla posta d’un paese a tre miglia da Borghignolo. Quelle d’oggi le feci portare dal fattore alla posta della città. Così, l’una dopo l’altra, io metto in pratica tutte le precauzioni del signor Borsa. Incomincio a credere anch’io ch’egli sia un grand’uomo. Siamo già in due di questo parere: lui ed io.

Ma non c’è da dire. Domando io, se il non aver avuto più nè una riga, nè una nuova di Aldo, non sia una cosa strana, misteriosa, e da far credere a tutti i riflessi politici e sociali del Borsa? Il mio errore fu quello di non essere partito io stesso con Aldo; di aver affidata una ricerca così importante, e che poteva riuscire non facile, a un giovane senza esperienza e senza conoscenza di luoghi e di persone. Lo so ben io, quasi sempre, quello che andrebbe fatto, ma poi.... ma poi per andare bisogna moversi, per fare bisogna mettercisi, ed è allora che mi sento divenir greve come fossi di piombo, e quasi non posso più rizzarmi neanche dalla sedia. Quante cose non farei io, se le potessi fare col solo pensiero!

A proposito di fare, che cosa fa in giro questo signorGarofani, che non è ancora ritornato in città? Giri pure fin che vuole, che gli è lo stesso. Non capirà e non imparerà mai niente! Che se ne ritornino una volta lui e lei a casa, che non sono roba da esportazione! — «Se ne stanno ancora nientemeno che in riva al mare» mi disse ieri il fattore il quale in Borghignolo ha sempre la riputazione d’uomo che vive all’infuori della politica; riputazione di cui mi approfitto per affidargli di tanto in tanto qualche incarico diplomatico. Poichè bisogna sapere che se io, per esempio, fossi andato al caffè a domandare ingenuamente al primo che capitava, se il signor Garofani era tornato in città, avrei messe tutte le fantasie di Borghignolo in movimento e molti animi in agitazione; la mia domanda avrebbe fatto subito il giro di tutte le bocche. A quest’ora i più timidi piglierebbero di nuovo la prima cantonata appena mi vedessero spuntare da lontano; i più torbidi se ne starebbero piantati in caffè, parecchi giorni, con le mani nei taschini del panciotto dicendo «vedremo;» ed io poi non sarei riuscito a sapere se il signor Garofani fosse o non fosse ritornato in città, perchè ciascuno, a buon conto, si sarebbe creduto in dovere di non dirmelo.

15 febbraio 1866.

Il Borsa, in uno stato di profondo abbattimento, venne ad annunziarmi che domani arriva in Borghignolo il nostro deputato, il direttore delVero Italiano. È il Buccelli che lo fa venire, e gli darà alloggio in casa sua. Il Buccelli dunque ha fatto pace e alleanza con l’avversario, a cui aveva dato così fiera battaglia pochi mesi fa? Pare cosa, al signor Borsa, inaudita; e nel dire che in tutto questo c’è del buio, soggiunge poiche la cosa è chiara e lampante. Perocchè il Buccelli sospetta che i consiglieri comunali, dopo essersi lasciati menare per il naso, strapazzare e dar dell’asino tante volte da lui, possano avere il capriccio di fargli un tiro e metterlo all’uscio. Facendo venire in casa sua il deputato, che è quello nientemeno che scrive ilVero Italiano; che è quello che sa tutte le notizie di questo mondo; e che ha il coraggio di dire tutte le mattine ai ministri che sono dei bricconi, la cosa è fatta. Chi potrà avere d’ora in poi la temerità di pigliarsela col Buccelli? — «Il Buccelli, da domani, sarà il padrone del paese. L’autocrazia del Buccelli in Borghignolo farà impallidire quella degli Czar.... che dico?, quella dei Faraoni!» Così conchiude il signor Borsa il quale poi è d’opinione che la colpa di tutto questo sia del Governo, perchè il Governo vede e sa tutte queste sventure di Borghignolo, e non ci pone rimedio. Il Governo, secondo il signor Borsa è uno stranissimo mostro, il quale sa tutto e non sa niente: è onniscente a un tempo come Domeneddio, e analfabeta come il campanaro di Borghignolo.

18 febbraio 1866.

Borghignolo fu tutto in festa per l’arrivo del deputato, il quale scese d’un salto dalla diligenza che passa per Borghignolo, e fu ricevuto dal Buccelli, che a capo di quasi tutti iben pensantidel paese lo aspettava sull’uscio della botteguccia dove è l’ufficio della posta. Ci furono molti inchini e atti d’ammirazione da una parte, e saluti pieni d’affabilità dall’altra. La comitiva si ingrossò di tutti i curiosi che passavano, e ci fu qualche grido diviva il vero deputato! viva il difensore del diritto dei popoli!Allora il deputato andò a farcolazione, accompagnato sempre dal Buccelli e dagli intimi, lasciando che gli altri spiassero dietro l’uscio e le inferriate delle finestre per vedere come fanno i personaggi grandi a mangiare. Il Buccelli alloggiò il suo ospite nel castello, e nelle stanze di Giandomenico, ove per tutto quel primo giorno ci fu un lungo e secreto conclave, che aumentò di tanto la desolazione del Borsa da farmi quasi temere pe’ suoi giorni.

Venuta la sera, quei quattro che nelle grandi occasioni soffiano in uno strumento da fiato, si recarono, seguiti da molta gente, sul piazzale del castello a sonare, in onore del deputato, per cinque o sei volte di seguito un valzer, che per ora è l’unico che si conosca in Borghignolo. Comparve subito dal portone il deputato con qualche altro a ricevere e ricambiare gli evviva, mentre il Buccelli, aiutato da due o tre della brigata, correva dalla casa al piazzale con boccali e fiaschi, dando da bere ai venuti, e vuotando l’ultimo bariletto del povero Giandomenico. Anch’io rimasi per qualche minuto testimonio di questa allegria al sereno. Passavo per di là, dopo aver fatto quattro passi sulla collina; nessuno mi aveva veduto; era buio, m’ero tenuto al largo, e poi la gente era tutta intenta al deputato e ai boccali.

Ero per andarmene, quando a un tratto alcune voci gridaronosilenzio! silenzio!Mi fermai, tesi le orecchie, e tra i bisbigli della folla e il rumore dei carretti e di quelli che passavano canterellando per le stradette vicine, udii la voce del deputato imbarcatosi in un sermone al popolo di Borghignolo:

«Alle forti.... e sapienti.... popolazioni di Borghignolo.... salute!»

«Grazie!... Evviva!»

«Da queste soglie.... calcate.... dalla boria feudale.... bagnate dai sudori....»

«Evviva! Evviva!»

«Chi vi parla? Io! Io che modestamente, ma con coscienza di missione, rappresento le vostre magnanime aspirazioni.... le vostre sublimi virtù. Io.... figlio adottivo di Borghignolo.»

«Viva Borghignolo! Evviva! Evviva!»

«Io che lasciai le mie cure private.... che tutto lasciai da banda per accettare il vostro mandato.... che lasciai da banda....»

«Evviva la banda! Evviva il deputato!»

«Cittadini di Borghignolo! Siate vigili custodi della fede e della coscienza dell’umanità..... siate estrinsecazione dell’aspirazione dei pensatori.... scacciate da voi i falsi profeti, gli avoltoi pasciuti del vostro cuore che è quello di Prometeo....»

«Viva il Buccelli! Evviva! Viva il deputato!»

Il Buccelli era comparso in quel momento con due gran fiaschi sotto il braccio. Il deputato continuava, e pareva gli si squarciasse la gola; ma intanto mi rasentava vicino un carretto, che col cigolar delle ruote e con lo scricchiolìo de’ ciottoli mi fece perdere il filo del discorso, e non mi lasciò giungere che qualche parola qua e là.

«Le banche.... gli uomini del potere.... le consorterie.... la tassa del registro e bollo.... Galileo.... i giudici di mandamento.... Solone.... il dazio consumo.... il Consiglio comunale.... il segretario.... l’America.... evviva.... abbasso....»

«Viva laMerica! Evviva!... Abbasso!»

Passato il carretto, aguzzai le orecchie daccapo; ma a un tratto i sonatori, in isbaglio, ripigliarono il loro valzer, mentre il deputato era nel buono dell’aringa; nè ci fu modo di farli smettere, per quanto facessero a gesti, e a gridi, il Buccelli e il deputato. Ne venneuna gran confusione, della quale alcuni giovanotti approfittarono per mettersi a ballare, ed io per andarmene senza che nessuno si avvedesse di me. Un tale però che evidentemente s’era tenuto in disparte anche esso, e che al pari di me se ne ritornava in quel momento a casa, ravvisandomi a mezzo, in quel buio, affrettò il passo, e mi si fece vicino.

«Oh signor Borsa!» gli diss’io «era anche lei della comitiva?»

Ma il Borsa non rispondeva. Quando fummo vicini a casa, tirò un gran sospiro, e nel salutarmi, mormorò: «Peccato, peccato!... parla pur bene quel signore!... ha un gran talento!... ah, se non fosse amico del Buccelli!...»

Il mio fattore, per quanto facesse professione di vivere all’infuori della politica, quella sera fu trascinato anch’esso dalla corrente, e rimase sul piazzale del castello, e per le vie del paese finchè durarono i canti, la musica, la baldoria. La mattina seguente, cioè ieri mattina, mi disse anch’egli maraviglie del deputato, e concluse che talenti simili ce ne saranno, ma in Borghignolo non se n’erano veduti mai. Mi disse che il deputato aveva promesso di far passare presso il paese una di quelle strade ferrate che vanno diritte, e in un batter d’occhio, fino a Parigi, e se occorre a Mosca. Borghignolo diventerebbe allora una città; il giudice del mandamento sarebbe fatto consigliere di tribunale; il caffettiere avrebbe uno spaccio di duecento tazze di caffè al giorno; l’oste potrebbe vuotare tutte le cantine di quei del paese e dei paesi vicini; e soltanto a tenere delle galline e a vendere ova ci sarebbe da farsi ricco per chi si sia. Aveva poi promesso di aggiustare a dovere gli affari del comune; di mettere Borghignolo sulla via del progresso, e di riordinare la confraternita.Tutti erano contenti, allegri, e si aspettavano cose grandi.

La prima cosa grande fu che, quando ieri radunato il Consiglio, per ordine del prefetto, perchè fosse una buona volta nominato il maestro stabile della scuola con l’assegno voluto dalla legge, perchè fossero presentati i conti dell’anno passato, e fossero nominati gli amministratori di certi lasciti pii, il deputato vi intervenne condottovi dal Buccelli, e, facendola da sindaco, presedette i consiglieri, parlò, strepitò, fece le proposte, e le fece votare. Su tutti gli argomenti fece votare per ilno. Ai nostri consiglieri di Borghignolo, per i quali ilnoè il solo voto che non ispiri diffidenza, parve di aver trovato finalmente il loro uomo. Furono unanimi in tutti inoche loro propose il deputato, e, pieni di fiducia e di entusiasmo, credendo in fine di pronunciare un ultimono, caddero in fallo in unsì. Votarono cioè un indirizzo di protesta al Governo contro quelle leggi d’amministrazione e quelle domande per le quali erano stati chiamati a deliberare. «Oh adesso sì che le cose andranno bene!» si disse in paese da tutti, appena si seppero queste novità; e il deputato approfittandosi di quest’aura così propizia, raccomandò a tutti calorosamente il suo amico Buccelli. Le cantonate e i muri del paese che nelle grandi occasioni non rimangono mai silenziosi, celebrarono subito questa bella giornata; e in un attimo vi si lesse, ad ogni passo, scritto col carbone— viva noi — viva i popoli tutti — abbasso i nemici di Borghignolo — viva il protettore del popolo, che è il deputato,abbasso don Michele, che son io.

Ciò vuol dire che il Buccelli è ritornato alla sua antica idea, e si metterà di nuovo a soffiare nella brace per farmi, se gli riesce, sgomberare il paese: tanto glisono in uggia, sebbene egli non mi veda mai. Ah! Michele, il tuoaratroti vuol far sudare....

Una lettera d’Aldo! Eccola finalmente questa benedetta lettera che aspetto da un mese, e che mi cagionò tanta impazienza e tanti sospetti. Me la portò un merciaiolo che avevo pregato, andando lui alla città, di domandare se ci fosse una letteraferma in postaper me. La lettera c’era proprio, ed eccola qui. Ma cosa mi dice Aldo in questa lettera? Mi dice «che ha pigliato un brigante vivo.... che le balze scoscese dei monti, il mare, la luna gli innondano il cuore di poesia.... che ha perduto il borsellino, e che è rimasto senza un soldo....» mi dice tante altre belle cose; ma non mi dà nuove di suo padre. Risponde alle mie ultime lettere.... e le altre? Dice che è ansioso d’avere notizie da me.... spera ottenere un altro permesso....

Insomma, se io non gli avessi mandate le mie lettere da Borghignolo, e gli avessi scritto di mandarmi le sue in città, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo mistero! È una cosa indegna, è una cosa da malandrini! Ma questa non la inghiotto.... oh la vedremo, la vedremo tra poco!

20 febbraio 1866.

La benefica visita del deputato, la gioia degli animi e la fiducia nell’avvenire finirono in una gran baruffa a pugni e a legnate; una dozzina d’individui andò a letto col naso rotto, e un’altra dozzina andrà a letto domani sotto la custodia del procuratore del re. Il Buccelli, con una brigata de’ suoi fidi, accompagnò alla diligenza il deputato che partiva, gridando e schiamazzando. Nel ritornare, si fermarono sulla piazza, sbeffeggiarono qualcuno, corsero delle villanie e delle busse.Quelli che ne toccarono fecero il loro complotto per non rimanere in debito, e alla sera ricomparvero più numerosi e col randello sotto il braccio. Ci fu un gran parapiglia in caffè. Andaron rotti chicchere e tavolini; andò rosolio per tutta la bottega. Il caffettiere, con uno sgabello in mano, picchiava sugli uni e sugli altri, per non far torto a nessuno. In complesso però, per dire il vero, gli amici del Buccelli picchiarono più degli altri, e rimasero, come si direbbe, padroni del campo e del paese. Il Borsa, che se ne stava tranquillo a casa sua, come seppe queste scene, fuggì, e non se ne sa più nulla. Il mio fattore, pieno di spavento, non mi voleva lasciare uscir di casa questa mattina, ma io uscii, e non vidi in giro anima viva. Vidi sulle cantonate un rinforzo dievvivae dimorte; lessi sul muro di casa mia unnon vogliamo forestieri in paese, scritto a grandi lettere; vidi rotti i vetri del caffè; ma l’ordine, salvo sulle spalle e sulle facce dei combattenti che non ho vedute, mi pare dappertutto a quest’ora pienamente ristabilito. Il fattore non la pensa così; dice che devono seguire cose inaudite, e sta empiendo una vasca d’acqua perchè prevede un incendio. Io invece prevedo un drappello di carabinieri.

24 febbraio 1866.

Cose grosse! Il Consiglio comunale di Borghignolo è sciolto; c’è in paese un commissario regio, un uffiziale di pubblica sicurezza, un giudice, un drappello di carabinieri. Il Buccelli, che aveva messe a tempo le sue vedette, come seppe che i carabinieri entravano in paese da una parte, svignò dall’altra. L’uffiziale di pubblica sicurezza fece aprire la di lui casa; ci passò un’intera giornata, e ne uscì con un grosso fascio di carte. Il giudiceha iniziato un processo, e un paio di caporioni seguiti da tre o quattro gaglioffi furono già mandati al capoluogo. Il commissario se ne sta da mattina a sera nella sala comunale, e se vorrà venire a capo di qualcosa dovrà starci un pezzo.

Ognuno se ne va pe’ fatti suoi lesto, lesto, e quasi non ardisce fiatare; il Borsa mi ha mandato a dire che, quando le cose si saranno fatte più tranquille, ritornerà in paese; ch’io intanto rimanga saldo al mio posto; che non abbia timore: che il nemico è un vile, e che a suo tempo gliela faremo vedere! La gente, che nei giorni passati era tutta ritornata al Buccelli, ora gli si è tutta ribellata di nuovo, e, quando essa ardisce aprir bocca, ne dice corna. Dice che ha fatte ruberie senza fine; che si mangiò un capitale del luogo pio; che portò via carte e documenti del comune; che metteva in tasca quei pochi quattrini che le madri gli consegnavano da mandare con la posta ai loro figlioli militari. A queste cose poi, che credo verissime, ne aggiungono delle altre a cui si dà molto maggior peso. Si dice che il Buccelli abbia comperato un palazzo in Francia; che abbia fatta fare una gran fossa in un bosco e ci abbia nascosto il tesoro; che abbia fatto nella confraternita delle cose eretiche, e che si intenda un po’ di stregoneria. Perchè queste cose non si dicevano prima? Perchè, fin che il Buccelli fu in paese, tutti gli facevan la corte? Perchè mai le stregonerie s’erano chiamate fino allora miracoli? Queste domande non le faccio che a me, tanto riuscirebbero stravaganti a chiunque le facessi in paese. E perchè nessuno rammenta, a proposito del Buccelli, il povero Giandomenico cacciato di casa, buttato sulla strada, prima che qualcuno potesse correre in suo aiuto? La storia di Giandomenico è cosa vecchia. È un pezzo che non si vede più; nessuno più lo ricorda, nessuno ne parla.

Io solo lo ricordo, povero amico! Oh perchè non ho saputo conoscere meglio le sue disgrazie! Perchè non fui più sollecito nel correre in suo aiuto! E ora che ne sarà avvenuto; dove sarà? Quante disgrazie di meno si conterebbero a questo mondo, se i galantuomini fossero solleciti come i bricconi!

1 marzo 1866.

Mi sono giunte ancora due nuove lettere, che Aldo certo in distrazione, mi mandò direttamente a Borghignolo, e che mi furono consegnate dal caffettiere che, provvisoriamente, distribuisce le lettere. Da queste due lettere capisco meglio ancora, ch’egli me ne ha scritte delle altre che io non ho ricevute. Aldo aspetta da me notizie di suo padre, ed è impaziente di saper l’esito di certe ricerche che avrei dovuto far io, suggeritemi da lui, a quanto pare, in qualche lettera che non mi fu consegnata. A quest’ora però saprà che le sue lettere io non le ho avute, perchè glielo scrissi da parecchi giorni, e mi avrà detto da capo tutto quello che non so.

Benedetto figliolo! Avrebbe potuto in queste due lettere dire qualche cosa di più e dar meno posto alla luna, ai tramonti, alle prime erbette che spuntano sul prato, alle onde del mare che si gonfiano e palpitano.... È lui che palpita, non le onde del mare!... Ma non diamogli sulla voce, povero figliolo, perchè anche noi, al nostro tempo, di lune e di erbette ne abbiamo avuto per il capo la nostra parte!

Ma, e questi signori Garofani fanno il giro del mondo? Non c’è uno in tutto Borghignolo che sappia nè dove siano, nè quando tornino!...

Il fattore mi annunzia, tutto confuso per il granrispetto, la visita del signor commissario regio. Chiudiamo dunque lo scartafaccio.

La visita non è stata breve. E non è stato breve, nè facile a scansare un certo assalto che mirava a tirarmi in trappola. Tutto a fin di bene, capisco, ma, e poi? Non è un balordo, questo signor commissario regio; è fine, discorre bene, vi lascia dire, vi dice sempre di sì, e intanto vi tesse tutto all’ingiro una ragnatela dentro cui vi piglia come un moscherino. Mi raccontò a lungo tutti i disordini che ha trovati nel comune, e mi disse che ce n’è da mandare in galera il Buccelli dieci volte. Me lo immaginavo, e non me ne feci stupore. Mi parlò del suo incarico di ricostituire l’amministrazione del comune, mi chiese de’ consigli, mi discorse di tutto il bene che si può fare, e del dovere che si ha di farlo. Mi disse che i comuni sono la base dello Stato; che quando la base è tarlata.... e che non aggiungeva di più, perchè sapeva di parlare a un uomo in cui l’amore del paese.... e così via. Mi disse che come sindaco del paese, io avrei potuto.... ma qui non lo lasciai finire; ed egli subito riprese che sapeva di non poteresperar tanto, ma che assolutamente io dovevo permettere che fossi proposto per il Consiglio comunale, dove di tanto in tanto, anche solo una volta all’anno, a un bisogno, avrei potuto buttar là una buona parola. Non risposi nè sì, nè no. Ne disse tante e tante, che non era facile ribatterle tutte. Però gira e rigira, non fu contento finchè non m’ebbe cavato di bocca uninsomma, faccia lei, vedremo... Poi mi ripigliò le sue confidenze, e m’affogò in un mare di cortesie.

Faccia lei, vedremo, non vuol dir troppo! Non credo con questo d’aver rinunziato ai miei propositi.

Ma quel commissario regio però non è un balordo!

5 marzo 1866.

Il signor Garofani è arrivato in città ieri, e lo aspettano in Borghignolo, chiamatovi dalla catastrofe del Buccelli. La sua signora rimane in città, fedele al giuramento di non metter più piede in questo paese. Tali nuove le diede, al mio fattore, il casiere dei signori Garofani, il quale è già in faccende a spalancar finestre, a spazzare, a spolverare e dar la caccia ai topi.

Anche il Borsa, che per il momento se ne sta nella casa d’un suo nipote in un villaggio qui vicino, mi mandò un foglio di carta, su cui è scritto: «Nuovi guai! Il signor Garofani, marito, giunge in Borghignolo! Non dico altro! Don Michele, coraggio! Appena i tempi saranno diventati meno procellosi, io sarò in Borghignolo! All’erta, don Michele! Non dico altro!

«Borsa.»

Il mio piano è fatto. Ho indugiato altre volte abbastanza; morto o non morto, ho ancora un dovere da compiere, e per essere più sicuro del fatto mio, partirò questa sera stessa.

Milano, 7 marzo 1866.

Confesso d’aver riveduto con piacere le mie vecchie vie della città. Andai girellando pur volentieri! e mi sorpresi più d’una volta fermo sui due piedi a guardar la facciata d’una casa o le vetrine d’una bottega. Fin la troppa gente, nei luoghi più frequentati, non mi diede fastidio, e fin anche per gli spintoni mi sentii inclinato a una certa indulgenza. Il dottore, che corsi subito ad abbracciare, e che, nel fare quattro passi con me, s’avvide che il mio antico broncio s’era un po’ calmato, dice che leassenzee lelontananze, non sono state finora inmedicina studiate con la debita attenzione; che hanno un grande avvenire nella scienza; e ch’egli ne ha osservati degli effetti maravigliosi in certe malattie, in quelle, per esempio, di qualche marito e di qualche moglie. Comunque sia, per non dargliela tutta vinta, mi affrettai ad assicurarlo che Borghignolo è il primo paese del mondo, vedendo ch’egli mi scalzava per farmi uscir a confessare che n’ero annoiato.

Ora importa ch’io vada subito in casa Garofani. Chi me lo avrebbe detto? Eppure è così. Voglio diventare l’amico, il confidente della signora Giuseppina. Vorrei anche poter mandare questa risoluzione d’oggi in domani; ma pure bisogna risolversi, chiudere gli occhi, e spiccare il salto. Domani sarà l’ultimodomani, definitivamente, senza misericordia, senza soprattieni; e si vedrà Michele bere a sorsi la cicuta, con la calma solenne d’un personaggio dell’antichità. Ma sono io poi sicuro che la signora Giuseppina non mi salti alla faccia come un gatto arrabbiato? Siamo stati, per alcuni giorni, amici svisceratissimi, ma dopo la catastrofe dell’elezione, e dopo le mille suggestioni del Buccelli, non è facile indovinare in quali acque mi trovi. Tanto più che la signora Giuseppina soleva dire: «tutto sta nel modo di pigliarmi; con un niente divento un pezzetto di sugo di regolizia; ma se sono stuzzicata, e se mi monta la mosca al naso, buona notte! divento un granello di pepe, e di che pepe! Lo diceva sempre il mio Baldassarre, buon’anima, e lo ripetono sempre anche adesso il Garofani e il signor Mosè.»

12 marzo 1866.

Salii le scale della signora Giuseppina, apparecchiato così alla regolizia come al pepe, con l’animo tranquilloe direi lieto. Trovai un uscio aperto, entrai in una prima stanza, dove un servitore in calzoni verdi e con l’abito di color cioccolata russava tranquillamente, sdraiato su una cassapanca. Quella cassapanca mi diede una prima stretta al cuore; ci avevo dormito sopra tante volte anch’io da bambino, quand’era in uno dei salotti di Giandomenico. Coraggio! dissi a me stesso; e rispettando quel sonno profondo, aprii un altro uscio, e andai innanzi. Dopo qualche sbaglio d’itinerario, dopo aver fatta sentire la mia voce, e aver udita quella della signora Giuseppina, mi trovai finalmente nella sala di ricevimento.

La signora Giuseppina, appena mi vide, fece una grande esclamazione, saltò in piedi, mi venne incontro, e poco mancò che non mi desse un abbraccio. Eravamo alla regolizia. Quante cose non mi disse, e non mi domandò, senza riprender fiato! quante volte non esclamò: «Oh! che bella improvvisata! lei è proprio un don Michele dei fini!... che bella visita! ne avevo il presentimento! ho sognato l’altra notte di lei!» Poi m’invitò a sedere, presentandomi ad alcuni signori e signore che facevano circolo, e che s’erano tutti levati in piedi, guardandomi con molta curiosità. Con qualche curiosità anch’io guardai uno di loro, che sentii essere il signor Mosè; quel signor Mosè che avevo udito nominar tante volte, e che in casa Garofani era un’autorità. La signora Giuseppina, riattaccando la conversazione, incominciò col fare il mio elogio; mi dipinse come un gran personaggio, e ne disse tante che io finii col rimanerne imbarazzato; gli altri si misero in gran soggezione, e non aprirono più bocca. Appena potei sviare il discorso, mi feci a chiederle le nuove della famiglia; le dissi che le trovavo una cera ch’era una magnificenza, e feci perfino qualche allusione alla sua bellezza, senza però compromettermi con le date.

«Quel caro don Michele è sempre lui! ma guardi che combinazione! Garofani è andato a Borghignolo. Se avesse potuto immaginarsi una così bella visita....» e si volgeva agli altri, quasi a richiederli del loro consenso «non si sarebbe mosso di certo. Glielo avevo detto io di mandar qualcuno! Ma signor no! Questi benedetti uomini sono tutti ostinati.... ad eccezione, voglio dire, di don Michele, non è vero?» I due o tre uomini presenti fecero un sorriso di adesione e di rassegnazione; il signor Mosè però rimase immobile. «Bel gusto l’andare a Borghignolo!» continuava la signora Giuseppina «un paese di mascalzoni e malcreati. Non lo dico per me, perchè io gli ho sempre lasciati cuocere nel loro brodo, e non avrei nulla a dire. Ma lo dico per tant’altri a cui furono fatti dei tiri da villani. Eppure, il mio Garofani ne andava pazzo! Adesso però l’ha capita; a Borghignolo metterà la filanda, e per noi acquisteremo una bella casa in riva al lago.... Non si può immaginare quanto appetito mi dia il moto della barca!.... come dicevo, Garofani ha voluto andare a Borghignolo, perchè bisogna sapere che noi ci tenevamo un agente, di quelli proprio co’ fiocchi; ma, probabilmente per invidia, quei villani del paese gliene fecero tante che, perduta la pazienza, il poveruomo volle andarsene ad ogni costo.»

Gli astanti fecero un atto di sorpresa e di dispiacere. La signora Giuseppina mi lanciò un’occhiata d’intelligenza, per farmi capire che a quattr’occhi ne avremmo discorso diversamente, ma che intanto era bene dir così. Il signor Mosè, che forse era a parte del secreto, con un contegno ch’esprimeva una gran prudenza, rimaneva immobile più che mai.

«Lei dunque ha fatto un gran viaggio!» presi a dir io, vedendo che c’era bisogno di mutar discorso.

«Volevamo farlo» rispose la signora Giuseppina;«Si cominciò anzi dall’andare a Genova e a Nizza. Ma poi nacquero delle circostanze.... degli affari.... e Garofani dovette ritornare.»

«Caspita! però....» soggiunse una delle signore, che fino allora aveva taciuto, «l’andare a Nizza e anche a Genova non è poco!»

«Si voleva andare a Napoli, e fors’anche a Parigi, perchè mia figlia ama tanto la lingua francese...., ma poi, come dicevo.... sono sopravvenute certe cose.... insomma adesso chi sa quando ci si andrà.»

«Anche Nizza però, a quanto si sente, per chi ama la lingua francese....» osservò un’altra, a cui passava la soggezione.

«Altro che il francese» saltò su la signora Giuseppina «non si ferman lì! Bisogna sentire: chi parla coi denti stretti, chi parla come se avesse piena la bocca.... insomma a Nizza si sentono tanti linguaggi che la pare l’arca di Noè!»

Voleva dire la torre di Babele. Qui ci fu una esclamazione generale, e poi una pausa, di cui parecchi approfittarono per rizzarsi, salutare svisceratamente la padrona di casa, e andarsene.

«E la signora Adelina?» ripresi a dire «la sua bella figliola?... che nuove me ne dà?... Era il suo primo viaggio, se non isbaglio. Mi immagino....»

«Mi immaginavo anch’io» continuò la signora Giuseppina, interrompendomi «ma poi.... basta così. Il medico s’era incaponito che si avesse a fare questo viaggio.... non già che mia figlia avesse bisogno del medico, perchè anzi i suoi piccoli incomodi provengono di solito dalla troppa salute: ma chi diceva che Adelina non aveva più parole, ch’era sempre sopra pensiero, ch’era pallida; chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra; insomma tutti volevano metterci il naso. Allora Garofani haperduto la pazienza. Ehi ci vuol altro dicevo io, la gente parla perchè ha la bocca. Anch’io da ragazza ne sentivo delle baie!»

«La sua figliola studia troppo! ecco quello che ho sempre detto io» osservò uno de’ rimasti.

«Oh questo poi sì! Mia figliola aveva ormai tutti i professori della città. E che professori! C’era bene chi mi diceva di prendere de’ professori di minore spesa che avrebbero spezzato meno gli orecchi ad Adelina; ma tant’è! io sono fatta così; e quando nelle cose mi ci metto, non le posso fare che in grande. Bisogna però dire che tutti questi gran professori, e tutti questi gran libri finissero col farle male. Cioè, male no, perchè, come dicevo, mia figlia della salute ne ha da vendere.... ma insomma le confusero la testa. Siamo partiti; abbiam fatto proprio un bel viaggio.... ma ci voleva altro! Basta, a questo mondo bisogna davvero aspettarsene d’ogni risma!»

«Sicchè sua figlia sarà ritornata tutta in fiore!» soggiunse uno di questi ignoti del circolo, non so se per semplicità, o per dare spago alla signora Giuseppina. Ma in quel mentre il signor Mosè tirò una presa di tabacco, e la signora Giuseppina, voltando subito il discorso, mi chiese della mia salute, giacchè si discorreva di salute; poi passò a un raffreddore del Garofani, e a una tosse secca del suo primo marito, che essa aveva guarito col lichene.

L’un dopo l’altro, i pochi rimasti se ne andarono, ad eccezione del signor Mosè.

La signora Giuseppina ebbe un secondo assalto di tenerezza e di espansione per me. Fece nuove esclamazioni sulla bella improvvisata della mia visita, sull’onore che le facevo; mi fece promettere che mi lascerei vedere con frequenza, e mi fece capire che aveva moltecose a dirmi. Fors’anche bruciava della voglia di informarmi in un minuto di tutte le faccende di casa sua, ma la trattenne la presenza del signor Mosè, del quale parmi abbia una certa soggezione. Pensavo intanto a qualche complimentuccio da risponderle anch’io; ma essa aveva già mutato discorso, e s’era messa a farmi ammirare i mobili della sala, il dipinto della volta, il tappeto, la tappezzeria, tutta roba nuova appena messa in opera, d’invenzione d’un tale che sentivo nominare per la prima volta, e che la signora Giuseppina diceva suo amico e pittore; un pittorestraordinario! Ammirai, ma stando in sulla vita, perchè la seggiola, al pari degli altri mobili, era così irta di spigoli che l’appoggiarsi alla spalliera m’avrebbe fatto veder le stelle.

La signora Giuseppina, non contenta ancora, mi volle condurre di stanza in stanza e farmi ammirare tutto il lusso della casa e le invenzioni del pittore. Vidi una camera da letto in istile dell’Alhambra, e che poteva essere un salotto da caffè. La signora Giuseppina si affrettò a dirmi che non ci dormiva, perchè sarebbe stato proprio un peccato. Presso c’era uno stanzino gotico per la toeletta; ma la catinella, lo specchio e tutta la minuta suppellettile erano disposte in modo da volerci il collo della giraffa per servirsene. Ovunque fosse rimasta disponibile una spanna di muro, il pittore ci aveva prodigata l’arte sua. Si vedevano alla rinfusa pere, mele, teste di filosofi, cocomeri, uccelli che parevano fiori, fiori che parevano sassi, e una prodigiosa famiglia di puttini da cui si dipartivano braccia e gambe con la mirabile irregolarità dei rami d’un albero. Quei puttini avevano le guance rosse come brace: se era per la vergogna d’essere veduti, avevano ben ragione! Quante cose poi non rividi, di quelle che erano state del povero Giandomenico! Mi sentivo stringere il cuore, e il dispettomi faceva già velo agli occhi; ma, rivolgendo la faccia, dicevo a me stesso: «abbi pazienza.» Quei quadri lunghi e stretti su cui erano le figure severe e annerite dei vecchi di Giandomenico, che avevo sempre veduti appesi al muro dell’atrio, o d’un salotto a terreno del castello, li rividi l’un dopo l’altro nelle stanze della signora Giuseppina. Il pittorestraordinarioaveva dipinto su tutti uno stemma con un garofano nel mezzo, e al posto del vecchio nome del casato aveva scrittoGarophanus.

Spinsi il mio eroismo fino a proferire delle parole di ammirazione per tutto quello che vedevo via via. La signora Giuseppina se ne compiaceva moltissimo, ma lasciava travedere di tanto in tanto una certa inquietudine la quale voleva dire, per chi la conosce un po’, che aveva una gran volontà di raccontarmi qualcosa. Più d’una volta aveva mandato qualche lungo sospiro, e aveva detto a mezza voce: «Anche in mezzo a tutta questa bella roba, chi lo direbbe? ho anch’io i miei fastidi!... Ma, la è proprio così!... Bisognerebbe non pensarci!...» Io fingevo di non capire, per quanto sentissi crescere in me l’inquietudine. Ci fu un momento in cui la signora Giuseppina mi si piantò dinanzi in aria proprio di volermi dire qualcosa; ma eravamo già di ritorno, e sentimmo nella sala vicina un grande sternuto del signor Mosè. La signora Giuseppina non trovò più la parola, e rientrammo nella sala.

Bisognerà dunque che mi faccia amico anche del signor Mosè. Dopo quattro chiacchiere di commiato, presi il mio cappello, promisi di gran cuore che sarei ritornato prestissimo, e di gran cuore accettai anche dal signor Mosè una presa di tabacco, che sprigionai subito dalle dita, lasciando cadere la polvere a terra, appena uscito dall’anticamera.

17 marzo 1866.

La signora Giuseppina ieri mi mandò a dire che, dolentissima ch’io non l’avessi trovata in casa il giorno prima, mi aspettava per quella sera stessa, e me ne faceva viva istanza, tanto più che ci doveva venire un amico di casa a sonare il fagotto. Misericordia!

Ci andai un pochino sul tardi, pensando che gli ultimi pezzi di musica sarebbero stati un po’ meno lunghi dei primi. Ho troppa stima del fagotto, pensai tra me, per credere che voglia fare eccezione alle migliori regole.

Bisogna dire che giungessi proprio l’ultimo, perchè non trovai anima viva sulle scale, e neppure nelle prime stanze d’ingresso. I servitori forse avevano già incominciato a servire le paste in sala, o a mangiarne gli avanzi in cucina. Sentendo a un tratto la voce arrabbiata d’un fagotto di cattivo umore, stetti in forse un momento, pensando se dovevo entrar subito od aspettare che la sonata finisse, e che il fagotto si fosse calmato, per non disturbare in un momento solenne la signora Giuseppina e i suoi convitati.

Ero tra il sì e il no, quando a un tratto vidi aprirsi un uscio, non quello della sala, ed uscirne in fretta l’Adelina. Adelina, che il quel momento non si aspettava di imbattersi in alcuno, mandò un grido, subito represso, e fece atto di fuggire. Ma io, chiamandola per nome, la trattenni. Tutto ciò fu l’affare d’un momento. Le presi la mano; essa strinse vivamente la mia. Le dissi alcune parole, le feci qualche domanda, ed essa chinò gli occhi e non rispose. Non era più la vispa fanciulla di Borghignolo; era pallidissima, e in quel momento mi pareva fortemente commossa. Non ho mai potuto avvezzarmi a vedere la gente commossa od afflitta, bell’e vecchio come sono, e dopo averne vedutatanta! Mi si turbano le idee; in un attimo non capisco più da qual parte vengano i guai di cui si tratta, e mi par quasi d’averne la colpa io.

Avrei dovuto far cuore all’Adelina, interrogarla, farla parlare; ma mi sentivo già imbarazzato io pure. Pensai al fare misterioso della signora Giuseppina; pensai che ci potesse essere qualche disgrazia; pensai che anche questa volta potevo essere giunto troppo tardi, e non trovai più una parola. Intanto un grande strepito e un gran battimano improvvisamente annunziarono che il fagotto aveva finito; si aprì l’uscio della sala; Adelina ritirò la sua mano che teneva stretta nelle mie, e fuggì.

Io entrai in sala. Fortunatamente gli uditori del fagotto avevano tal voglia di muover le gambe, scacciare il sonno, e respirare, che potei rimanere per un po’ non veduto tra gli astanti, e aver tempo di ricompormi, prima di cadere nelle unghie della signora Giuseppina. Alla fine mi feci animo, mi feci largo, e, con inchini a dritta e a sinistra, incominciai ufficialmente il mio arrivo.

La signora Giuseppina in un momento mi presentò a una dozzina di persone; mi fece bere tre bicchieri di acque di diverso colore; mi fece conoscere il sonatore del fagotto, e m’offrì non so quante fettine di torta, pan di Spagna, e pasticcini. Mi disse che per quelli di bon tono aveva fatto fare ilthè, ma che per gli amici sinceri teneva in pronto un famoso bicchierino dimalaga vecchione, proprio di quello che piaceva tanto a Baldassarre. Se la signora Giuseppina non se ne fosse scordata un minuto dopo, in quanto a me avrei bevuto ethèe malaga tutto insieme, senza opporle la più piccola resistenza. Feci anche un saluto tenerissimo al signor Mosè, e gli partecipai tutta la mia soddisfazionedi trovarmi in una così bella società. Il signor Mosè, che in quella sera aveva il collo e il mento ravvolti in una cravatta ancor più alta e doviziosa del solito, mi rispose con un risolino dì approvazione e di compiacenza, ma senza aprir bocca, s’intende. È stato appunto a furia di tacere per trenta o quarant’anni di seguito, che il signor Mosè si è acquistato una così gran fama, tra i pochi che hanno la fortuna di conoscerlo.

La signora Giuseppina intanto, tutta rossa e affaccendata, correva di qua e di là, senza lasciar pace a nessuno. La sua vittima più compassionevole per quella sera fu quell’infelice del fagotto, il quale, per quanto fosse sfiatato, dovette ripigliare le suevariazioni, nelle quali però la noia di chi le sentiva non variava mai. Contro le mie speranze, anche quella sonata fu lunghissima, talchè alla fine parecchi s’erano addormentati, e altri facevano conversazione sottovoce col vicino. Seguendo anch’io questo esempio, avevo di tanto in tanto scambiata qualche parola colla signora Giuseppina, presso la quale ero seduto.

«Insomma, se lo lasci dire, signora Giuseppina, non c’è nessuno che possa competere con lei nello spirito, nel brio e nel saper sempre dire a tutti una parolina proprio di quelle...»

«Oh, se mi avesse conosciuta in altri tempi.... allora sì!»


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