«Possibile? Ma non potrà dirmi che in altri tempi ella avesse l’animo più contento! La signora Giuseppina ha tutte le fortune. Gran bella cosa il non aver pensieri!...»
«Non ho pensieri per il capo io?... Io? Questa volta don Michele la dice grossa! Oh se sapesse!...»
«Eh lo so benissimo! I guai di Borghignolo.... ilBuccelli che se ne è andato.... suo marito di cattivo umore.... Adelina....»
«Adelina? Dica.... dica!»
«Adelina che stasera ha il mal di capo....»
«Eh, c’è ben altro!»
«Adelina che s’è fatta un po’ malinconica, che dimagra, che da qualche tempo non ha troppa salute! Lo so; ma le son cose passeggiere, cose da nulla, inezie.»
«Se le fossero tutte qui....!»
«Se c’è altro, può aver ragione lei. Ma badi a non ingannarsi. Io non credo se non vedo! questa è la mia massima.»
«Ne ho le prove!»
«Le prove di che?»
«Le prove.... insomma, so ben io! Ma a lei non posso tacer niente.... Le dirò.... oh se non ci fosse qui tutta questa gente! le domanderei anche un parere.»
«Verrò domattina.»
«Forse non siamo più in tempo!...»
»Ma dunque c’è qualcosa di serio?»
«Glielo dicevo io! Altro che serio! Se domani arriva una certa lettera, Adelina parte.»
«E dove va?»
«L’accompagna il signor Mosè, perchè nessuno deve saper niente....»
«Ma parte per dove? Ma che cosa è accaduto?...»
«Oh se sapesse!... se sapesse!»
«Delle cose da dirle ne ho forse anch’io di molte!... E se intanto Adelina non partisse....»
«Caspita! È un consiglio del signor Mosè!... Ma anche lei ha delle cose da dirmi? Per amor del cielo!... Dica, dica....»
Il fagotto aveva finito. Tutti applaudono, tutti si risvegliano, e poi, in mezzo a una gran confusione disaluti, di scialli, di complimenti, di mantiglie, signore e signori si congedarono tutti; ed io pure me ne dovetti andare con l’animo agitato, e con la paura d’essere anche questa volta giunto troppo tardi.
18 marzo 1866.
Ero ancora a letto, perchè il levarmi di buon mattino fu sempre una delle molte aspirazioni disgraziate della mia esistenza, quando un servitore della signora Giuseppina venne a pregarmi che andassi subito, subito, in casa Garofani. Mi alzai in fretta e in furia, e feci la strada di corsa, spinto dall’ansietà in cui ero dopo le parole della signora Giuseppina, e dal timore che fosse sopraggiunto qualcosa di peggio ancora. Ma di nuovo e di peggio non era avvenuto nulla. La signora Giuseppina, temendo, come ella mi disse, che da un momento all’altro le potessero venire le convulsioni, aveva voluto sdebitarsi della promessa fattami, mentre capiva di avere ancora la testa seco. Stetti dunque ad ascoltarla con attenzione ansiosa, senza dir parola, lasciandola spaziare a suo piacere in digressioni e congetture d’ogni sorta; lasciandola trasecolare e spassionarsi in tutto quello che c’era di vero o di falso. Per quanto me ne aspettassi molte, le cose che sentii mi fecero colpo e mi rivoltarono, perchè le bricconate, ancorchè non si possa a meno di non aspettarsele dai bricconi, pure, quando arrivano, hanno sempre il loro tanto d’improvviso.
La signora Giuseppina dunque mi narrò come il Buccelli avesse per tempo aperti gli occhi a lei e a suo marito su tutta la trama che c’era in Borghignolo contro di loro. Lo scopo della trama era di non lasciaremetter radice al signor Garofani in Borghignolo, perchè, se caso mai ne fosse diventato sindaco, gli straordinari suoi talenti avrebbero avuto un disopra tale, avrebbero fatto un tal colpo, che presto avrebbe ecclissato e messi a dormire tutti quelli di Borghignolo, quelli dei paesi vicini, i ministri, e fors’anche il direttore delVero Italiano. I fili misteriosi di questa trama, che partivano certamente dal ministero, facevano capo tutti in mano di Giandomenico. Il Buccelli, zelantissimo, aveva sulle prime messa la signora Giuseppina in diffidenza anche di me, che potevo essere un agente della trama. Ma la mia interlocutrice si affrettava a dirmi che, mentre tutto il resto era pur troppo vero, non sospettò mai ch’io c’entrassi, e che mi rendeva questa giustizia. Il Buccelli poi aveva le prove in mano che Giandomenico aveva ricevute dal Governo somme spropositate, e che mentre si fingeva fallito in Borghignolo, comperava terre a tutto potere in America, dove aveva spedito un tale alcuni anni prima. Con queste somme, Giandomenico aveva mandata a monte l’elezione del Garofani, e si preparava a fare qualche altro colpo, per diventare lui il sindaco, tener lontano il Garofani e rimaner padrone di Borghignolo. «Il Buccelli lo avea ben lui suggerito il modo di rimandare i pifferi di montagna» diceva la signora Giuseppina, ma il Garofani pur mettendocisi, era sulle prime andato troppo adagio, e aveva perduto tempo. Il Buccelli voleva che si fossero in fretta e in furia comperati tutti i diritti e le ragioni dei creditori di Giandomenico, e lo si fosse fatto sfrattare senza lasciargli il tempo di aggiungere nuovi fili alla trama.
La cosa sarebbe riuscita a maraviglia, come s’è veduto dopo, perchè Giandomenico, non potendo lasciarsi scorgere d’avere i denari del Governo, bisognava che si rassegnasse a passare per fallito, e ad andarsenein fretta, tanto più che all’occorrenza si poteva anche farlo mettere in prigione. «Ma si era perduto tempo;» continuava la signora Giuseppina «quel caro signor conte aveva fatto il suo primo colpo, e il Garofani indispettito aveva piantati, lasciandoli cuocere nel loro brodo, quegli imbecilloni di Borghignolo. Il Buccelli però non voleva che la finisse così, e faceva di tutto perchè Garofani ritornasse in paese. Ma il conte briccone, che teneva i fili di tutto, seppe anche questo, e, per gettare sui Garofani tanta vergogna e tanta infamia che non gli permettessero più di lasciarsi vedere in Borghignolo, ne inventò una proprio infernale!...»
Qui temetti che la signora Giuseppina fosse giunta a quel tal punto delle convulsioni. Le feci fare una pausa; la confortai, e le dissi che anch’io le avrei narrato a suo tempo certe cose, che in mezzo ai suoi dispiaceri le avrebbero sollevato l’animo non poco.
«Bisogna sapere» ripigliò la signora Giuseppina «che, or son due anni, quando per la prima volta si andò ad abitare la casa di Borghignolo comperata da poco, tra quei primi di cui facemmo conoscenza, ci fu un ragazzotto, che non era neanche il diavolo, figlio di quel rusticone aristocratico d’un Giandomenico il quale non si è lasciato mai vedere. Buona, e al di là di buona come fui sempre, è il mio difetto, me lo lasciavo venir per casa, lo conducevo sempre in compagnia questo tal ragazzotto, che si chiamavaAldo, non so perchè, e che è quell’uffizialelto dei bersaglieri che lei deve conoscere. Si sarebbe detto, a vederlo, che mi facesse la corte; ma, come lei può ben credere, io ne ridevo a crepapelle, come si fa di questi civettini teneri. Un bel giorno finalmente dovette partire: lo rividi più tardi qualche volta in città; poi ripartì di nuovo, e ormai non mi ricordavo più neanche che ci fosse al mondo: quando a un trattovenni a sapere tutta una trama indiavolata. La trama era questa, nientemeno.... oh! ne ho le prove in mano!... e mi dirà, don Michele, se non è il caso di perdere la testa! Ma, tornando indietro d’un passo, bisogna sapere che da qualche tempo io andavo osservando, e l’osservavano tutti, che l’Adelina di giorno in giorno perdeva il suo colorito, il buon umore, le parole.... diventava sparuta, non era più lei. Studia troppo! sarà innamorata! la colpa è dei romanzi! Chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra: insomma la gente parlava. Fin qui non ci sarebbe stato gran male, perchè quando sento delle chiacchiere, io rispondo sempre con una gran massima, e dico che la gente parla perchè ha la bocca. Ma l’importante era che queste cose, tra me e me le pensavo e le vedevo anch’io; anzi qualche volta ne avevo fatto parola con Garofani. Garofani però, che è l’uomo della flemma, rispondeva: staremo a vedere; e col suostaremo a vederenon vedeva niente, e tirava per le lunghe anche gli affari di Borghignolo, mentre il Buccelli.... oh! quello sì è un uomo! adesso gli appongono delle colpe, l’hanno fatto uscire dal paese; ma non creda un bel niente, don Michele! è tutta una trama anche questa contro noi.... lo vedrà tra poco!... perchè bisogna saperle tutte le cose!... Dunque dicevo che il Buccelli tempestava ogni giorno con Garofani, perchè facesse in fretta; mandasse gli ordini a dovere, non la tirasse più in lungo con quell’impostore aristocratico d’un conte, il quale intanto sott’acqua ce ne avrebbe fatta qualcuna delle sue. Che, se lo si fosse cacciato da Borghignolo per tempo, non si correva neanche il rischio che s’è corso!... Insomma, per venire alle corte, s’era tramato che l’uffizialetto innamorasse Adelina, mia figlia!... quello spiantatello! quel resticciolo!... Come abbia fatto, non lo so; ma già noi donne, quando siam ragazze,siamo tanto sciocche!... In somma, bisogna dire che ci sia un po’ riuscito. Adelina vorrebbe dire di no; ma s’imbarazza, e queste cose io le capisco in un batter d’occhio. Ma, tornando a quei due bei soggetti, appena quel caro conte ebbe fatto fagotto, ecco che capita in paese il signor contino. Si ferma alcuni giorni, prende le sue informazioni, poi se ne va. C’era però qualcuno che aveva tenuto gli occhi aperti, e nel quale aveva dato il naso, senza avvedersene, quel mariolo novellino. Il quale, facendo l’impostore, aveva pigliato sotto il braccio questoqualcuno, e dicendogli tante cose tenere sul conto mio e di mio marito, aveva cercato prima di sapere dove noi fossimo, e poi il quando e il dove ce ne saremmo ritornati. Ma l’altro, ch’era una volpe vecchia e fine, gliene diede a bere parecchie, e lo rimandò con l’aver sapute per giunta certe cose che gli premeva di sapere. Poi questo tale stette all’erta giorno e notte, e a furia d’astuzia, di pazienza, di talento finì a scoprire tutto e a capire di che cosa si trattava. Una bagattella! Cose che fanno arricciare i capelli solo a pensarci! Cose da non credersi! Insomma si trattava nientemeno, che di rapire mia figlia.... ah briganti!...»
Non so se a questo punto facessi una smorfia di sorpresa, di incredulità o di dispetto, per quanto mi fossi prefisso di rimanere sino alla fine calmo e silenzioso.
«E ne ho le prove!» riprese la signora Giuseppina, riscaldandosi sempre più. «So tutto, e le ho in mano io tutte le fila che quei bricconi avevano preparate! Ci si voleva coprire d’infamia! Noi! proprio noi!... I Garofani! quei Garofani contro i quali neanche le male lingue non hanno mai potuto dire un ette, nè quando si aveva il negozio, nè dopo! E sì che, solo da parte mia, ne ho rimandati parecchi dei soggettacciscornati! Ma ci si voleva buttare l’infamia addosso questa volta, perchè non mettessimo più piede in Borghignolo.... ah canaglia! non ce lo metterete più voi altri, adesso, il piede in Borghignolo, dove volevate rimanere i padroni, per farla soli da bascià, come a quei tempi d’una volta! Sono donna; ma se si vuol cozzare con me, so rompere le corna a chicchessia! Sedurre mia figlia!... o farla fuggire!... fare uno scandalo in casa Garofani? Ah sì?... Avanti, signor uffizialetto, avanti....» e la signora Giuseppina in attitudine di sfida, appoggiava i pugni serrati sui fianchi, appuntando le gomita.
«Bisogna dire» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «che questi diavoli si fossero accorti che c’era chi sapeva tutto, e ce ne teneva informati. Supposero che fosse il Buccelli, ed era proprio lui. Ma per carità, don Michele, lei faccia sempre le viste di non saperlo. Glielo dico come se fossimo in confessione, perchè Garofani m’ha fatto giurare che non l’avrei mai detto a nessuno.... ma io la considero come un secondo signor Mosè! Detto fatto, si mette in piedi una combriccola, si fa nascere un baccano; poi siccome questi tali hanno anche il Governo dalla loro, si accusa il Buccelli, si fa avviare un processo, e lo si fa scappare. Eccoli sul trono. E noi? Noi non siamo più sicuri nè in casa, nè fuori; siamo in mano dei briganti! Cosa si fa? Ci siamo guardati in faccia per un giorno intero io e il Garofani, appena ci giunsero queste notizie. Finalmente mi venne una buona ispirazione, e dissi a mio marito: bisogna ritornare subito a Milano e domandare un parere al signor Mosè. Si ritornò a precipizio, e il signor Mosè disse subito che le cose avrebbero potuto finir bene, ma che potevano anche finir male: che ci consigliava di star a vedere, e intanto di mettere Adelinaal sicuro, e di mandarla lontano presso una di lui sorella, monaca in un collegio di Orsoline, senza lasciar sapere ad anima viva dove sia. Come si fa?... Il signor Mosè l’ha detto e bisogna far così! Adelina è rassegnata, piange, e non vuol dir niente.... ma già io capisco che quell’uffizialelto lo ha per il capo!... Ora è quasi combinata ogni cosa, e domani aspetto un’ultima lettera della monaca. Dopo domani forse Adelina partirà col signor Mosè.... me ne scoppia il cuore a pensarci.... ma come si fa? Intanto Garofani ha voluto andare a Borghignolo, nè ci fu modo di trattenerlo. Adesso sono sulle spine anche per lui. Capisco bene che non si possa lasciare tutto il fatto nostro in mano di nessuno, ora che il Buccelli non è più in paese; maprima c’è la pelle, e poi la roba!come diceva il mio primo marito, il povero Baldassarre, ed io non mi fiderei un bel niente di metter piede tra quella canaglia. Il Garofani invece è tutto spirito, ha un coraggio da leone. Ha portato con se due pistole cariche, e m’ha detto che, appena giunto, andava diviato dai carabinieri. Ora staremo a vedere. Ma intanto.... che ne dice, don Michele? Che disgrazia! Dica lei, sono o non sono da compiangere? e doveva proprio succedere in casa Garofani un romanzo di questa fatta? A lei ho detto tutto, ma per carità non lo sospetti neanche l’aria! Che succederà?... che succederà mai? Oh, mi dia un suo parere! Povera Giuseppina!...»
Il rispondere subito alla signora Giuseppina, appunto perchè era la signora Giuseppina, era cosa più difficile di quello che essa si pensasse. Mi trovavo sopraffatto, come non lo ero stato mai. Capivo ch’era necessario pigliar tempo, parlar poco, non dire tutto quello che ne pensavo. Capivo che la strada diritta non era questa volta la più corta, ma lì su due piedi non sapevo poi bene quale, tra le vie fuor di mano, sarebbestata la migliore. Scelsi per il momento quella che aveva già dato tanto credito al signor Mosè, e tacqui. Ma la signora Giuseppina, ricordandosi una mia parola, venne subito alla riscossa per sapere quali cose avessi io a dire, quale fosse il mio secreto.
«Presto, prestissimo forse» le risposi io allora «la potrò informare anch’io di molte altre cose, che vengono tutte a proposito di questa spiacentissima storia. Oggi non lo posso. Aspetto io pure le mie prove, o, dirò meglio, alcune ultime prove. Ma per ora non le posso dire di più; per ora non ho a chiederle che un favore.... un favore grandissimo da cui può dipendere....»
Non mi fu possibile di finire: la signora Giuseppina esclamò: «Anche lei ha delle prove! Oh che bricconi! Un favore? Ma dica, dica!» e poi non mi lasciava dire. Finalmente, a furia di pazienza, la condussi a due conclusioni. La prima fu che Adelina non sarebbe partita senza ch’io lo sapessi; e la seconda ch’io avrei vedute le famose prove che essa aveva in mano. Nè le aspettai molto, perchè la signora Giuseppina, che ne moriva di voglia, mi fece subito veder tutto. Ripigliai fiato, vedendo che il tutto consisteva in alcune lettere del Buccelli bugiarde e goffe, architettate con una certa malizia, ma senza alcuna di quelle prove apparenti che tante volte, per disgrazia, fanno parere corpi le ombre. Diceva bensì il Buccelli che, tra le molte cose che gli avevano fatto conoscere tutto il filo dell’intrigo, c’erano delle lettere d’Aldo, cadutegli in mano per combinazione; ma poi queste lettere non le aveva mandate. Briccone! pensavo tra me: ecco dove sono andate quelle lettere che io avevo aspettate con tanta angoscia. L’avessi sospettato prima!... e frattanto mi passava per la mente il Borsa, il quale è decisamente un grand’uomo.
La signora Giuseppina con tanto d’occhi aveva cercato di seguire tutti i movimenti della mia faccia mentre leggevo le lettere del Buccelli, e mi parve che rimanesse alquanto sorpresa e scontenta nel vedermi più sereno di prima. Mi diede un nuovo assalto perchè le confidassi subito la mia parte di secreto, ma dovette tenersi tutta la sua curiosità, ancorchè gliel’avessi centuplicata. Mi feci ripetere le sue promesse, e le lasciai intravvedere cose nuove e vicine, sebbene in verità non sapessi in quel momento, e non mi sappia ancora mentre scrivo, quello che ne possa seguire e quello che io deva fare. Così lasciai la signora Giuseppina, la quale intanto s’era fatto portare un bicchierino di malaga, di quello di Baldassarre, s’intende, con un biscotto, per prevenire le convulsioni che dovevano capitare da un momento all’altro, se pure era tale la loro intenzione.
19 maggio 1866.
Dopo l’abboccamento d’ieri con la signora Giuseppina, me ne stetti un pezzo nella mia stanza col capo tra le mani, per vedere di spremerne qualcosa, chiamando a rassegna e riordinando le idee vecchie del mio piano, e le nuove che mi facevano ressa. Da cosa nasce cosa; e quando s’ha per le mani una matassa imbrogliata, la meglio è di pigliare il primo bandolo che capita, il quale può condurre a ritrovare il vero, se non lo è esso medesimo. Tra i fili che mandano fuori un capo, c’è il signor Mosè, il quale potrebbe essere benissimo un bandolo anch’esso. In questa supposizione, stamani uscii per tempo, e andai addirittura dal signor Mosè. Ma, che vado a fare? che vado a dirgli?pensavo tra me per istrada; e rallentavo il passo, perchè pure avevo bisogno di trovare il pretesto.
Il signor Mosè era un antico amico di Baldassarre, primo marito della signora Giuseppina. Proprietario d’una piccola casa in città, che gli rendeva quel tanto necessario a vivere quieto e benino, se n’era accontentato per tempo, e non era andato a cercare nè impiego, nè moglie, nè fastidi. Siccome aveva sempre usato fare le sue provviste da sè, così era entrato in amicizia fin da quarant’anni fa con Baldassarre, nella cui bottega aveva poi passata la maggior parte della sua vita, discorrendo, la mattina, degli avventori e del vicinato, e leggendo, la sera, la gazzetta. Baldassarre gli faceva tutte le sue confidenze, ed aveva sempre riservate per il sig. Mosè le primizie dei suoi coloniali e dei suoi affetti, avendogli confidato, tra l’altre cose, il suo amore per la Giuseppina. Il signor Mosè poi aveva veduto nascere più tardi un altro amore, quello della Giuseppina per Garofani, il ministro del negozio. E siccome egli era grande amico e ammiratore di tutti e tre, così è probabile che da quel tempo egli sia entrato in quella via di raccoglimento e di silenzio, che a poco a poco gli accrebbe di tanto la fama d’uomo di proposito e di consiglio.
È così che nella mente ho potuto compormi il signor Mosè, da quel poco che raccolsi qua e là nei discorsi della signora Giuseppina. Ora riandando queste cose, nel mandare innanzi lentamente un piede dopo l’altro, mi ricordai anche che il signor Mosè era famoso per fare i rosoli e le conserve. Avrei voluto che me ne fosse venuta in mente una migliore; ma tant’è, al momento non ne seppi raccapezzare altra. Ero già vicino alla sua casa: bisognava decidersi, e mi decisi per la conserva di lampone.
La maraviglia del signor Mosè al primo vedermi fu grande; ma appena gliene dissi il motivo, cessò immediatamente. Avevo colpito giusto. Mi accorsi che il signor Mosè, a proposito di conserve, era consultatissimo, e che su questo argomento, contro il suo solito, parlava molto.
«Piano! piano!» prese subito a dire il signor Mosè: «A lei non voglio fare questo torto, ma c’è della gente, e bisogna premetterlo, che confonde le conserve con gli altri preparati che più specialmente si chiamanocomposte, per tacere altri nomi che s’incontrano nel campo vastissimo delle diverse maniere con cui si preparano le frutte al sciloppo. Oh, di questi tali me ne capitarono parecchi! Ma io la prendo in parola sulle conserve, e per il momento le concedo di considerarle in sè, isolatamente, e non nei loro rapporti. Ma sa lei in quante subquestioni si divide la questione generale delle conserve? Ma restringiamo pure il campo fin che si vuole, teniamoci entro i confini angustissimi della sola conserva di lampone; non creda però che sui due piedi io gliene possa dare neanche una prima idea vaga, elementare. Perocchè, al primo passo che noi facciamo in una conserva qualsiasi, noi ci troviamo subito dinanzi alla questione della maturanza del frutto, e del modo di spremerne il sugo. Si figuri! ma andiamo innanzi. Eccoci, nientemeno, che in mezzo alla fermentazione! Una bagattella! Quindi la qualità del vaso, il locale, la temperatura, per non dire di tutto il resto. È nella fermentazione, signori miei, che la conserva riceve le prime impronte d’un avvenire dolce e fragrante, o contrae sciaguratamente i principii acetici d’una mala riuscita! Ma andiamo innanzi ancora: la conserva entra in una bottiglia a compiervi gli stadii ordinari della sua esistenza. Abbiamo subito dunque la questione delle bottiglie, equella dei tappi, gravissime! per non dire di altre minori. Ma eccoci subito a una nuova bagattella, voglio dire la conservazione della conserva, sottoponendo a un’alta temperatura il vaso che la racchiude, in ragione della qualità dei sughi! Non le dico altro!...»
Chiudo per oggi, e forse per un pezzo, questo mio scartafaccio. Una lettera del fattore è venuta a farmi lasciar da parte il signor Mosè, e a farmi rifare la valigia. Domani sarò a Borghignolo. Ho voluto di nuovo vedere la signora Giuseppina e farle rinnovare le sue promesse. Mandai subito un telegramma ad Aldo. Eccomi da capo col diavolo addosso! Giungerò in tempo?
(Lettera del fattore)
«Signor padrone colendissimo!
»Le mando Tonio per espresso unitamente a questa mia, per dirle che è venuto da me poco fa Bortolo, detto Bortolotto, famiglio del signor conte Giandomenico, il quale mi disse che vuole parlare subito con vostra signoria per una disgrazia, la quale sarebbe che il suo padrone è in vicinanza al paese, ma sta molto male. Con che ho fatto subito dar aria alle stanze e preparare il letto. Aspettando i suoi ordini, altro non avendo a dire, passo a riverirla con tutto il rispetto. E sono
»Obbligatis. e Devotis.»Giacomo.»
5 aprile 1866.
Vorrei che il cielo fosse oggi malinconico e grigio, l’aria cruda, la natura silenziosa e i fumaioli delle case mi dicessero che la gente è rinchiusa e accovacciata presso i focolari. Ma il cielo è splendido come di maggio; un insolito tepore mette tutti in festa, i contadini si spandono per le campagne, le donne si affaccendano negli orticelli, le galline in tutta furia beccano quel po’ che trovano per le strade, gli uccelletti a stormo, con un pigolio di cui riempiono l’aria, par che si raccontino tutti in una volta le vicende dell’invernata; i fiorellini fanno la loro prima comparsa sulla china del poggio e tra il bel verde dei prati. Possa questa scena lieta e ridente essere in armonia con l’animo di altri, se non può esserlo col mio. Non mi devo lamentare di questo bel cielo, che segna forse per altri uno de’ bei giorni della vita;... in quanto a me lo fuggo, e mi rinchiudo nella mia stanza.
Il meglio per oggi è che riapra il quadernuccio delle mie confidenze, e vi deponga tutta la malinconica storia di questi quindici giorni. Cercherò di snebbiarla, perchè l’ho in mente ancora come se mi svegliassi in questo punto dopo un sogno affannoso.
La mattina che partii per Borghignolo, a due miglia dal paese, trovai il mio fattore e il famiglio di Giandomenico che, un passo dopo l’altro, mi venivano incontro. Il famiglio mi accolse con un gesto e con una espressione della faccia che credetti volesse dirmi addirittura che il padrone era morto. Ma il mio fattore mi tranquillò; e quel buon uomo di Bortolo, che aveva gli occhi rossi e la voce tremante, appena lo potè, prese a rispondere alle domande che io gli avevo fatte tutte d’un fiato. Prese le mosse dal giorno in cui Giandomenicoera improvvisamente scomparso. Il famiglio diceva di aver ben egli fatto tutto il possibile perchè il suo padrone domandasse a me un parere, o scrivesse una lettera a suo figlio, o andasse a cercar conto di qualche suo parente. Fu tutto inutile; Giandomenico rispondeva che se ne sarebbe andato tutto solo a nascondersi per i boschi, ed a morirvi in qualche buca, sicchè nessuno avrebbe mai saputo più nulla di lui. Quando gli si venne a dire che il giorno appresso si metteva all’incanto tutta la roba sua, aspettò che fosse calata la notte, che non ci fosse in giro anima viva, e senza pigliarsi neanche il tabarro, uscì, ed a gran passi s’avviò per un sentiero abbandonato della collina. Bortolo, che l’aveva veduto, gli era corso dietro. Qui il buon uomo, con gli occhi che gli si facevano gonfi ad ogni parola, mi raccontava come s’era buttato al collo del suo padrone, come avessero pianto insieme per un pezzo senza poter pronunziare una parola, e come più tardi, dopo molte preghiere, lo avesse indotto a seguirlo prima che l’alba li sorprendesse, e tutti e due fossero andati a riparare presso la Marta, una sorella del famiglio, vedova, che viveva in una sua casupola, presso un ceppo di cascine fuor di mano, a cinque miglia da Borghignolo.
«Nella casuccia della Marta» riprese Bortolo dopo una pausa «c’è la cucina, uno stanzino, un po’ di fenile per metterci lo strame, e lo stabbiolo delle pecore e del maiale. Con un saccone e uno stramazzo Marta andò a dormire in cucina; diede lo stanzino, dove c’è ancora il letto lasciatole dal suo pover uomo, al padrone, ed io mi acconciai sul fenile. Ma ce ne vollero delle preghiere mie e della sorella per trattenere il povero signor conte, al quale di tanto in tanto pigliava la malinconia, e voleva fuggire, perchè diceva che ci rubava il pane. Gran che! Beveva un po’ di latte, mandava giù un boccone,poi non gliene passavano più; gli facevo cuocere qualche bel pezzo d’agnello che rubava gli occhi; ma sì, era tutt’uno, egli non ci guardava neanche. Una volta mi disse di mandare a Borghignolo qualcuno, senza dire dov’egli fosse, per vedere se alla posta c’era qualche lettera per lui. Mandai un ragazzotto, il quale ritornò alla sera con niente. Il povero padrone si fece ancora più cupo, e quella volta andò a dormire senza bere neanche il latte. Mandai quel ragazzotto a Borghignolo qualche volta ancora, senza neppur dirlo al padrone, ma delle lettere non ce n’erano mai. Intanto passa un mese, ne passano due, ne passano tre, e il signor conte diventava ogni giorno più malinconico, più taciturno, più macilento. Io cercavo di consolarlo e di dargli qualche parere alla buona. IL mio sentimento era di andare a Borghignolo, e di parlare con lei o col signor curato che, se vuole, sale in zucca ne ha. Ma che! Guai aprir bocca su questo argomento! il padrone saltava su a dire che, se anima viva lo venisse a cercare, egli fuggiva via subito. Nè gli ho mai potuto far capire ragione, neanche quando, vedendolo di tanto in tanto coi brividi della febbre indosso, lo pregavo di lasciarmi andare a prendere il medico o, meglio ancora, il semplicista. Oh sì! Guai! non mi lasciava aprir bocca. Così si tirò innanzi; ma tre giorni fa, gli pigliò un febbrone che gli tolse il sentimento, e temetti me lo mandasse al Creatore. Allora corsi subito a Borghignolo per il signor curato, intanto che Marta bruciava l’ulivo benedetto, perchè potessimo giungere in tempo. Il curato condusse il dottore; pensi come rimanessero a vedere il padrone in casa della Marta! Ma poi cominciarono tutti e due a crollare il capo, e così fanno da tre giorni. Si pensò di far venire il signor Aldo, ma come si fa? Allora mi è venuta l’ispirazione di parlarne con Giacomo,perchè lo dicesse a lei, al quale, si sa, sta bene la penna in mano; e siccome poi lei legge le gazzette, forse saprà dove sia il nostro signor Aldo. Povero figliolo!... quando saprà....»
Lasciato il biroccio sulla strada, mentre Bortolo mi faceva la sua narrazione, con lui e col fattore pigliato un sentiero della collina, mi ero avviato, con l’anima piena d’angoscia, verso il tugurio ove giaceva il mio povero amico.
Lo vidi in quel miserabile giaciglio, che non mi uscirà più dalla memoria; lo chiamai per nome, ma per tutto quel primo giorno e per vari altri non mi riconobbe, e non gli udii pronunziare che qualche tronca parola, ora di spavento, ora di speranza. Avrei voluto farlo subito trasportare in casa mia, ma la distanza era troppa, la malattia troppo grave, e il medico mi disse chiaro che non c’era neppur da pensarci.
In pochi giorni si sparse la voce che il conte Giandomenico era stato ritrovato morente in casa della Marta, e presto in Borghignolo non si parlò più d’altro. Come avviene, ognuno ripeteva quello che aveva udito, e ci metteva qualche cosa del proprio per non parere di saperne meno degli altri. Così giravano di quelle storie stranissime, e che sembrano inconcepibili, quando non si pensa che non furono inventate da uno solo. E siccome anche nel pubblico di Borghignolo l’odio si avvicenda con l’amore, dopo quei dati periodi di tempo, la cui misura è sfuggita fin qui ai calcoli della scienza, così in tutti era scoppiato d’improvviso uno straordinario affetto per Giandomenico. Qualche raggio di questo affetto cadeva di riverbero anche su me, che ero conosciuto per amicissimo suo, e venuto questa volta in paese apposta per lui. Trovai in generale un’accoglienza migliore di prima; vidi levato qualche cappello,che di solito, al mio comparire, s’abbassava sulla fronte un dito di più; vidi perfino metter piede in casa mia qualcuno di quelli che sino allora non si sarebbero arrischiati neanche di passarci dinanzi, per il timore di compromettersi.... in che? non lo so, e non lo sapranno neppur essi. Ora mi si fa largo, mi si fa buona cera. Tanto meglio. Sono anch’io nel mio quarto di luna favorevole, ma non ci bado molto, perchè ho imparato a andarmene diritto per la mia strada, senza domandarmi se la luna mi guarda con tutta la sua faccia sorridente, o se mi volta le corna.
Una sera, nel ritornare dalla capanna della Marta, m’incontrai nel signor Garofani, il quale era venuto a cercare di me per sapere le nuove di Giandomenico. Anche in lui era succeduta una gran rivoluzione. In otto giorni di studio, egli non era riuscito, con le polizze e gli scartafacci del Buccelli, a trovare qualche nesso tra ildaree l’avere. Aveva la testa rintontita di rivelazioni e di accuse che gli venivano facendo contro il Buccelli quegli stessi, che fino allora lo avevano levato alle stelle, e non ne capiva più nulla. Anche in tutta quella sequela di raggiri coi quali il Buccelli era riuscito a spossessare di tutto Giandomenico, c’erano, a quanto se ne diceva, cose così impasticciate, da suscitare liti senza fine, se qualcuno avesse voluto andar al fondo. Il signor Garofani, a cui per la prima volta in vita sua, le cifre non parlavano chiaro, oppure dicevano delle cose ingrate, era in uno stato di abbattimento e di disinganno, come al guastarsi d’un primo amore. Con me naturalmente non tenne parola di tutto questo; ma un po’ ne avevo sentito da altri, e un po’ ne lessi sul suo viso e nelle sue parole, sebbene mi discorresse di tutt’altro. Quella sera mi accompagnò a casa, e passò meco più d’un’ora. Mi parve che avesseuna gran voglia di parlare di Giandomenico, se appena gliene avessi dato l’appiccagnolo; ma per quella prima volta lasciai cadere il discorso. Alla fine mi annunziò che il giorno dopo sarebbe arrivata sua moglie, la quale faceva a Borghignolo una gita di pochi giorni per dare un’occhiata al giardino e ai suoi fiori: ossia per darne più d’una, a quanto mi disse poi il mio fattore, alle masserizie di casa, delle quali parecchie avevano seguito il Buccelli nell’esilio.
Il giorno seguente seppi infatti che la signora Giuseppina era arrivata. Ma non la vidi così subito; per un paio di giorni la lasciai tutta intera all’ispezione degli armadi e della guardaroba, e poco mi staccai dal capezzale del povero Giandomenico. Aspettavo ansiosamente, di minuto in minuto, Aldo, che aveva risposto al mio telegramma e doveva essere in viaggio da più giorni. Che gli avrei annunziato? Giandomenico aveva di tanto in tanto riaperti gli occhi, ma non mi aveva ancora riconosciuto. Il medico del paese, che di solito capisce poco, e questa volta poi mi aveva l’aria di non capire niente affatto, era stato subito di parere, per fortuna, che si chiamasse in consulto dal capoluogo del mandamento un altro medico che, a quanto si dice, ha riaperto ancora qualche libro dopo l’ultimo esame dell’Università. Mi parve infatti un brav’uomo, e fui tanto più addolorato vedendolo allontanarsi dalla stanzuccia dell’ammalato con la faccia pensosa, e non trovando che poche parole per rispondere alle mie molte domande. Quando gli dissi che aspettavo Aldo: «Faccia in fretta, faccia in fretta!» mi rispose; poi dopo una pausa soggiunse: «non vedo un pericolo vicino.... si potrebbe dir anzi in tutta regola che c’è da sperare, ma che vuole?... sto con l’esperienza, e dico che questo ammalato non mi piace, e non mi piace!» Così con questa risposta,e si pensi con quale inquietudine, rimasi per più giorni ancora prima che Aldo arrivasse.
Appena seppi che Aldo era poco lontano da Borghignolo, gli andai incontro perchè non giungesse al capezzale di suo padre tutto solo e senza che una parola amica fosse scesa prima nel suo animo vergine ancora alle forti commozioni della vita. Quale traccia non lasciano le prime commozioni del dolore, delle speranze, della gioia! Ma chi ci bada! L’educazione il più delle volte, come l’arte del verniciare, si mostra paga quando vede la superficie lucida e tersa. Povero Aldo! Se in mezzo a tutta la mestizia di questi giorni, non mi sento indosso quella cappa di piombo che da un pezzo mi rende così uggiosa la vita, è forse perchè mi pare di poter fare un po’ di bene a quel povero figliolo.
Ci fu un momento in cui parve che tutti i sintomi del male fossero divenuti meno gravi, e vidi il povero ammalato aprire gli occhi. Giandomenico girò lo sguardo lento, fisso, pieno di stupore, come chi si sveglia dopo un lungo sonno, e non sa rendersi ragione ancora di tutto quello che lo circonda. Mi riconobbe, sorrise, e con la mano cercò nascondere i brandelli e le rappezzature del coltrone che lo copriva. Gli dissi ch’ero venuto a fargli da infermiere, appena avuta notizia che, pigliato da un forte malore per strada, l’avevano portato in quella capanna. Egli mi sorrise di nuovo, con una espressione più serena e piena di riconoscenza. Gli parlai di suo figlio, lo disposi a vederlo; e poco dopo, le sue braccia pallide e scarne stringevano Aldo, il quale, prima di ritrovare alcune di quelle parole di calma e di fiducia che gli avevo suggerite, pianse dirottamente sino a che ebbe lacrime.
Sulla sera, una comitiva mesta e raccolta seguiva lentamente su per il sentiero della collina il curato, cheveniva sul suo cavalluccio portando il viatico. Quale stretta non danno al cuore quei rintocchi del campanello, e quella nenia malinconica delle preghiere, quando si ripercotono e si perdono tra il frastuono indifferente delle vie d’una città! Ma quella sera, sotto il bel cielo sereno ove apparivano le prime stelle, tra il silenzio solenne e direi pio della natura, quelle preci, quella mesta comitiva, l’addio stesso alla vita, mi parvero cose meno desolate: l’anima le accoglieva con un fascino indicibile e nuovo. Era il fascino che la chiamava a confondersi tra quei vaghi misteri della natura e a varcare un confine che presente ed ignora.
Per un giorno ancora Giandomenico parlò, strinse la mano ad Aldo, a me, alla Marta, al famiglio. Le sue parole, ora chiare, ora confuse, esprimevano dei pensieri che gli facevano ritorno con una penosa insistenza. I propositi e le preoccupazioni della vita si avvicendavano nelle sue parole ai ricordi e ai consigli di chi sa vicina la morte. Più che dell’avvenire di Aldo, a cui ripetè più volle «tu hai la tua spada e il tuo onore,» era preoccupato dell’avvenire del suo famiglio. «E tu, povero Bortolo, cosa farai?... Cosa sarà di questo pover’uomo?...»
«Oh mio buon padrone!... mio caro signor padrone!... io son vecchio, e presto le terrò dietro» rispondeva Bortolo con la voce strozzata e la faccia piena di lacrime. Ma al cadere di quel giorno, Giandomenico non pronunziò più una parola; i suoi occhi rimasero socchiusi, e le sue braccia distese e rigide sopra il coltrone. Prima dell’alba, alla pallida luce della candela che ardeva presso il capezzale, vidi il volto di Giandomenico farsi bianco ed immobile: era spirato. Aldo svenne nelle mie braccia; il famiglio s’inginocchiò; la Marta aprì la finestra, e accese una candela benedetta.
Quando uscii dalla capanna, conducendo con me Aldo, e con l’animo straziato da quella scena di dolore, il cielo illuminato dai primi raggi del sole era tutto splendido e ridente. Gli uccelletti a stormi ci volavano intorno, empiendo l’aria del loro pigolìo. Le campane d’un paesello vicino sonavano a festa. Alcuni gruppi di contadini e contadine, che si recavano a una sagra, ridendo e canterellando ci passavano innanzi, e senza quasi avvedersi di noi. Così è la vita!
L’affetto per Giandomenico, che era scoppiato improvvisamente in Borghignolo a quella prima notizia che lo diceva ricoverato e morente nella casupola d’una povera donna, crebbe in proporzioni più grandi ancora, quando si sparse la voce della sua morte. Pochi mesi prima, io ero il solo che in Borghignolo avesse il coraggio civile di fargli una visita; il dirne male, l’odiarlo, il perseguitarlo era un dovere, era una prova quasi dipatriottismo! Il perchè, chi lo sapeva? Ma si seguiva la corrente. Ora vien levato alle stelle, non si parla che delle sue virtù. Ma qui, per verità, bisogna confessare che questo fenomeno non è solo di Borghignolo. Il più delle volte, per trovare benevolenza e giustizia, bisogna morire. È il guaio di chi aspira a questo trionfo. Trionfo brevissimo per giunta, poichè presto nessuno si ricorda di lui, e l’ingiustizia o la benevolenza vanno in cerca di nuovi odii e di nuovi amori.
Stamane il cadavere di Giandomenico fu portato nella chiesa di Borghignolo, e di là al Camposanto. Nessuno del paese mancò alla mesta cerimonia. Intorno a quel feretro vidi raccolti tutti, e gli amici e i nemici del poveretto; vidi levarsi il cappello quanti gli avevano negato prima il saluto, udii pronunziare parole di rimpianto e di lode da chi aveva detto male di lui. Quante meditazioni, quanti pensieri non si affollavano nella miamente nel seguire il corteo e nel recinto di quel cimitero!; di qual luce diversa non paiono colorate le cose tutte della vita, quando passano a rassegna dinanzi a chi ha gli occhi fissi sopra una fossa! Con l’anima gonfia di tante cose che sentivo essere vere e sante, levando gli occhi su quella folla che mi stava intorno silenziosa e riverente, mi parve che ogni cuore dovesse battere come il mio,... che ognuno di quelli che vedevo dovesse avere più del solito l’animo buono, la mente elevata. Mi parve che una parola d’affetto, un proposito buono, seminato in quel momento, non sarebbero andati perduti, e avrebbero forse legati strettamente gli animi nostri. Mi parve.... non saprei ridire tutto quello che mi parve in quel momento, ma so che parlai a tutta quella buona gente; che parlai per un pezzo, e che poi mi trovai nelle braccia di molti che piangevano e mi baciavano. So che cento voci mi dissero «lei ci può fare tanto bene! lei può essere la nostra provvidenza!» e che queste parole mi scesero nell’anima ben profondamente e mi scossero tutto, come se fossi giovane ancora, senza disinganni, senza stanchezza.... come se fossi un altro insomma, od almeno quello di una volta.
Io dunque posso ancora fare del bene? Sarà vero?
Addio, mio povero amico! addio, povero Giandomenico! La sera, sul tramonto, quando per l’erta stradetta della collina seguo l’ultimo raggio di sole che monta, monta, e poi m’abbandona, vedrò, alla svolta da cui si presenta il modesto recinto del cimitero, una croce di più protendere lontano la sua ombra verso di me e rammentarmi mestamente un sacro dovere. Ogni buona nuova che avrò di Aldo la verrò a dire all’ombra della tua croce, e le ripeterò che Aldo non è rimasto solo, che Aldo sarà mio figliolo! come lo dissi a te,povero Giandomenico, quando i tuoi occhi cercavano sul mio viso, prima di chiudersi, una nuova speranza, la sola forse che non gli sarebbe fallita.
9 aprile 1866.
Il colpo è fatto: dopo averci tanto pensato e ripensato, senza che il piano mi paresse mai abbastanza maturato, e nessuna occasione abbastanza opportuna, un colpo tirato all’improvviso ha fatto scoprire tutte le mie batterie, ed eccomi ora in campagna rasa. Ritornavo, ieri sera, a casa, dopo aver condotto Aldo a prendere una boccata d’aria ed a svagarsi un poco, povero figliolo! quando eccomi capitare nel salotto, con quell’impeto che la furia dei pensieri le suol communicare alle gambe, la signora Giuseppina, non rossa in faccia, come quando è in furia, ma pallida, tremante, come chi è sopraffatto da improvviso spavento. E il rimescolo l’aveva avuto davvero. Nel ritornarsene un poco prima, non ricordo da dove, sola, per una stradicciola della campagna, così mi disse, era stata seguita per lungo tratto da alcuni, ch’essa non riconobbe perchè, la paura essendo stata maggiore della curiosità, aveva affrettato il passo, senza avere nè il tempo nè il cuore di sbirciare o da da una parte, o dall’altra.
— In questo luogo qui, dopo l’avemmaria della sera — aveva preso a dire uno di essi — calano giù dalla collina le anime dei poveri morti che furono traditi in vita. Fanno un giro, e se incontrano il loro persecutore, gli susurrano una parola misteriosa, la quale non cessa più da quel momento di risonargli, come un’eco che non finisce mai; una parola che fa morire a poco a poco, come un lento veleno.
— Lasciate che imbrunisca ancora di più — seguitava un altro — e il fruscìo della siepe ci direbbe che passa la buon’anima di quel povero galantuomo che abbiamo ieri accompagnato al Camposanto. Noi non lo vedremmo, perchè, grazie a Dio, non gli abbiamo mai fatto nulla di male; ma lo vedrebbe forse qualcuno che so ben io, qualcuno ch’egli cerca, qualcuno che sentirebbe poi rintronarsi quella tal parola....
— Ma questa tale parola — domandava un terzo — non c’è proprio nessuno che l’abbia ridetta mai?
— Mai! a quanto si sa. Mi diceva un vecchio, il quale ne ha veduti morir parecchi di questo male, che la è una parola che attossica il sangue, e che quando viene sulle labbra, vi rimane lì come gelata, e che non può uscire. Non ti ricordi del barbiere? Quanto tempo ci ha messo per andarsene al mondo di là, dopo che ebbe buttata nella miseria e fatta morire allo spedale la cognata? Tre mesi, amico mio. Ma si sa che la cognata gli era venuta incontro, proprio la sera stessa che l’avevano portata al cimitero.
— E sta bene! Così chi fa male, ne gode per poco.
— E così l’andrà a finire anche di quelli che ora godono a tradimento la sostanza del povero conte Giandomenico! Farina del diavolo, che andrà tutta in crusca. Io non vorrei essere nei loro panni.
— Nè avere i loro milioni, quando poi in poco tempo s’ha d’andare a casa del diavolo, o girare il mondo col botteghino al collo.
—Botteghino al colloil fondaco di Baldassarre! — esclamava qui interrompendosi la signora Giuseppina, a cui quest’ultima pareva la più grossa.
— Ma ne conterò una bella — continuava poi la signora Giuseppina, riavendosi a poco a poco e ripigliando il dialogo di quegli sconosciuti. — Appena scappato ilBuccelli, si scopersero nella sua casa tutte le carte con cui avevano spogliato del fatto suo il conte Giandomenico, e che erano documenti tutti falsi.
— Tutti falsi?
— Sicuro! e fu veduto una sera il giudice uscire dalla casa del Buccelli, con un fascio di carte sotto il braccio che poteva pesare un due o tre libbre.
— Tre libbre di carte false!
— Sicuro!
— Ci eravamo cascati tutti, proprio da bestie, nelle mani di quel Buccelli. Già io l’ho sempre detto, con questi mezzi avvocati bisogna giocare alla larga.
— Ma ce n’è un’altra! Don Michele si è condotto in casa il figliolo, e si dice che impianti a quei signori una causa, ma una di quelle cause che la simile non si è veduta mai! perchè lascino lì tutta la roba presa, e facciano fagotto per dove sono venuti.
— Oh così sì!
— E se don Michele ci si mette....
— Bravo don Michele! Benissimo! e crepino.... —
Qui la signora Giuseppina si fermava, aggiungendo solo che, arrivata alle prime case del paese, aveva presa la prima cantonata, e quei tali che la seguivano, tirando diritto, le avevano lanciate alcune ingiurie, che non erano giunte tutte sino al suo orecchio.
La signora Giuseppina, che aveva ripreso un poco di fiato nel discorrere, mi fissò per un pezzo con tanto d’occhi, come ebbe finito, aspettando che la rassicurassi del tutto e le promettessi il mio intervento. Ma non ne ero in vena in quel momento, e non risposi parola.
«E se mandassi Garofani dal prefetto» saltò su a un tratto lei, dopo un lungo silenzio «pregandolo di far venire in Borghignolo una dozzina di carabinieri?»
«Coi carabinieri, a questo mondo, si fa molto,quando si ha ragione» risposi secco secco; «ma non si fa nulla, quando si ha torto!»
«Dunque avevano ragione quei tali? quei tali della strada? Dunque lei ci vuole promovere una lite.... dunque....» cominciò a gridare, ma si fermò subito. La mia faccia che doveva essere molto seria in quel momento, il pensiero di quanto le era intervenuto poco prima, e fors’anche il sospetto di quello spettro che le si poteva presentare da un minuto all’altro, le fecero a un tratto raccoglier le vele, e, lasciatasi cadere sul divano, cominciò a singhiozzare alla dirotta.
«Si calmi, signora Giuseppina» presi io allora a dirle. «Io non so di che lite intenda parlare, non ho a far nulla con quegli sconosciuti che l’hanno seguita per via, e so che i poveri morti riposano in Dio, e pur troppo! non compaiono più. So però, signora, che in tutte queste faccende c’è qualcosa di molto serio! Non so se qui ci sia un debito d’onore, ma so che c’è una buona azione da fare! Lei ha avuta una ben felice ispirazione nel venire da me, e ne la ringrazio. Il figlio del povero Giandomenico, che lei non conosce che per le informazioni di un falsario che aveva interesse d’ingannarla, partirà tra pochi giorni, e lei non ha nulla a temere dalla nobiltà del suo carattere. Le citatorie di Aldo non verranno a turbarle i sonni, signora Giuseppina...; ma piuttosto potranno renderli inquieti queste voci di compassione, che si levano da ogni parte, per un povero vecchio cacciato un giorno senza misericordia di casa, e che sarebbe morto sulla strada se una buona donna non lo avesse raccolto nel suo tugurio. Non le lascerà l’animo tranquillo il dubbio d’essere stati, lei e suo marito, complici, senza forse saperlo, di un tristo, che in loro nome ha fatte tante cose ingiuste, forse inoneste, e certo inutilmente spietate. Capisco che un dubbiotale deve essere un gran cruccio, sino a che non venga la riparazione! Il far versare delle lacrime può essere una trista e passeggera soddisfazione della vendetta, ma è cosa che inaridisce tutto intorno a noi, e ci prepara la solitudine e l’abbandono. Il far del bene costa così poco, ed è cosa così serena e feconda!...»
Io continuavo su questo tono, e la signora Giuseppina, tra confusa e contrita, mostrandosi mezzo vinta, di tanto in tanto cercava articolare qualche parola per difendersi e giustificarsi. A un certo punto, radunando tutte le sue forze per ottenere una capitolazione a migliori patti, ripescò nella memoria quel gran sospetto della macchinazione di Aldo per rapire Adelina, e saltò su a ricordarmelo, levandosi in piedi. Il colpo era partito. I miei piani non erano maturi, non tutte le fila erano ancora in mano mia, come dissi, ma in quel momento non mi potei trattenere, e giocai la mia ultima carta. Levai dallo scrittoio un plico, che alcuni giorni innanzi m’era stato consegnato dal delegato di questura, che l’aveva trovato tra le carte del Buccelli. In quel plico c’erano varie lettere che Aldo aveva scritte a me, quando era partito in traccia di suo padre. Erano quelle lettere che avevo aspettate così ansiosamente invano. Il Buccelli le aveva trattenute, le aveva lette, e su quelle aveva architettato il romanzo del rapimento. Diedi le lettere alla signora Giuseppina, e la pregai di leggerle tutte attentamente. In quelle lettere Aldo mi raccontava con dolore le indagini che faceva via via per rintracciare qualcuno di quei suoi parenti, e che tutte riuscivano inutili; alle sue sincere lacrime dell’amore filiale erano spesso mescolate, senza ch’egli se ne avvedesse, le lacrime di un altro amore. In alcune lettere poi mi parlava apertamente del suo amore per Adelina; me ne parlava con tutto l’ardore de’ suoi anni, ma conquella sincera disposizione al sacrificio che ha pure tanta parte nei sentimenti de’ giovani, che abbiano l’animo nobile e gentile. Mi diceva che sul volto di Adelina egli vedeva il paradiso; ma che avrebbe avuta la forza di fuggirla per sempre, di chiudere questo mistero nel proprio cuore, solo per sè, in modo che Adelina stessa non ne avrebbe mai saputo nulla. Aldo non sa ancora il proverbio, cheamore e tosse non si nascondono.
Dove poi non parlava di Adelina, parlava dei genitori di lei: era però sempre il cuore che dettava; e il signor Garofani e la signora Giuseppina, avvolti in un profumo di poesia che copriva quello del fondaco, parevano in quelle lettere due personaggi dell’età dell’oro. Questi punti devono aver toccato non poco il cuore alla signora Giuseppina.
La signora Giuseppina da quella lettura rimase scossa, confusa, ora esaltata, ora agitata. Ora diceva cento cose in una volta, ora non sapeva più trovare una parola. E alla fine saltò su a dirmi: «Ebbene, cosa ne dice lei?»
«Io le dico» risposi con calma e con serietà «che lei non vedrà più il color delle rose sul volto della sua Adelina, non ritroverà più la schietta allegria della famiglia, nè la tranquillità dell’anima, nè la pace e la benevolenza intorno a lei, sino a che non vedrà Aldo e l’Adelina riuniti sotto il medesimo tetto nel castello di Borghignolo!»
Bisogna dire che questa conclusione, che ognuno si sarebbe aspettata da un pezzo, la signora Giuseppina non se l’aspettasse punto, perchè la sua esclamazione superò tutte le esclamazioni che si sarebbero potute fare in proposito.
«Prima di scendere fino a un conte spiantato, nonho poi perduta ancora la speranza di trovarne uno che abbia del ben di Dio!» disse nel primo impeto. Poi capì anch’essa che quella stonatura doveva parermi un po’ forte; e cercando di balbettare deisee deima, si rifugiò dietro le spalle del marito, e cercò di mitigare, come poteva, quella prima esclamazione.
«Oh! si capisce che il figliolo non è cattivo; in quelle lettere ci sono dei sentimenti che ho sempre avuti anch’io, tali e quali. Io non son quella di certo che saprebbe dire di no per un pezzo; sono di buona pasta, e mi lascio cucinar come vogliono. Ma il mio Garofani! Garofani è tremendo! Quando ha fisso il chiodo, non c’è barba d’uomo che lo possa smovere. Io, per me, non avrei tanta faccia di fargli una proposizione simile. Tanto più.... ah sicuro! lei non lo sa! non gliel’ho ancor detto! ma già a lei non posso tacer nulla: le farò dunque una confidenza.»
Qui mi narrò alla distesa, come suo marito avesse messi gli occhi sul figlio d’un suo amico, un negoziante, non mi rammento se di droghe o di chiodi, ricchissimo, a quanto diceva lei, per farne uno sposo di sua figlia. Io lasciai dire, e quando alla fine mi parve che si aspettasse una risposta, con la serietà e con la calma di prima le dissi:
«Lei avrà tutte le ragioni; dunque non se ne parli più.»
Non c’è nulla di meglio che il dar ragione a certuni, in certe circostanze, per farli mutar subito di parere. La circostanza della paura indiavolata, che aveva la signora Giuseppina, le avrebbe voluto bensì far trovare un’uscita tale che io poi diventassi la sua guida e il suo protettore naturale; ma, per non darsi torto sul passato, essa avrebbe voluto esserci come costretta. Così tra me e lei cominciò qui una specie di lotta; leivoleva venire del mio parere, ed io avevo quasi l’aria di accomodarmi al suo. Infine essa conchiuse che bisognava convertire il signor Mosè, il quale aveva incominciato a metter le fila per il figliolo del negoziante, e che, senza il signor Mosè, non se ne sarebbe fatto nulla.
Io non le risposi altro che pregandola a riflettere seriamente per qualche giorno a quanto le avevo detto, senza parlarne, s’intende, con alcuno. Intanto s’era fatto tardi. Per dare una prima e tacita prova della mia protezione futura alla signora Giuseppina, l’accompagnai, dandole il braccio, a casa; feci con lei e suo marito qualche partita a tarocchi, lasciando loro anche un po’ dei miei quattrini. La signora Giuseppina poi, con una smorfia ad ogni minuto, continuò tutta la sera a farmi capire di riposare tranquillo sulla sua secretezza.
15 aprile 1866.
Per quella prima notte, dopo aver aperto l’animo mio alla signora Giuseppina, non potei chiuder occhio sotto l’incubo di mille progetti che la fantasia andava mulinando nello scopo santissimo di poter riuscire io, in tutta questa faccenda, il più furbo di tutti. Ma non c’era modo. A riuscir furbi davvero, è una cosa difficilissima. Infine, quando vidi il primo chiarore dell’alba, raccapezzando tutto il mio lavoro notturno, non trovai da potere stringere che una sola idea; e questa era che ci voleva il signor Borsa per conquistare il signor Mosè. Mi parve buona, e feci finalmente un sonnellino.
Mi alzai dunque col progetto di scrivere una lettera al Borsa, che non è ancora rientrato in paese, perindurlo a venire subito, trattandosi di rendermi un grosso servizio. Prendo la penna, e in quella eccomi il fattore con una lettera.... di chi? appunto del Borsa! che è questa:
«Pregiat. signor don Michele,
»Non vedendomi ancora di ritorno, lei avrà forse già a quest’ora arguito che io perduro nella mia assenza. Pur troppo è così! All’erta, don Michele! Ci sono cose che per la loro speciale natura, quando le vedo continuare, mi convinco che non sono finite! Non so se mi spiego! Con lei però non mi occorre forse aggiungere altro.
»Nuove disgrazie sovrastano a Borghignolo! Non si perda d’animo, don Michele. La patria spera molto in lei; quella patria, per così dire, che in questi giorni ha letto con orgoglio il suo nome tra quelli degli eletti di cui si compone il nuovo Consiglio comunale. Ma siccome potrebbe venire un giorno in cui tutti gli argini fossero spezzati, ed occorressero, per esprimermi in metafora, nuove forze, in quel giorno, don Michele, calcoli sopra di me. L’orizzonte dellaPostanon è così sereno come pare. Quando inaltoc’è il contrasto dei venti, inbassoc’è la procella. La giustizia, parlando in confidenza, è diventata una vana parola! Quell’uomo, che ho giurato di non nominare mai più, il Buccelli, sta per diventare nuovamente il tiranno di Borghignolo!...
»Mi comandi in quel che posso; non più per lettera, s’intende, ma col mezzo di persona fidata.
»Non solo per me, ma per tutti, laPostasarà ancora, tra pochi giorni, un disinganno di più nella vita.
»Suo devot.Borsa.»
Credetti sulle prime che questa lettera fosse una della solite ubbie del Borsa, ma in quel giorno stesso ho dovuto accorgermi, alle voci che correvano in paese, che ci doveva essere qualcosa di vero. Il giorno dopo, quelle voci andavan crescendo, e l’allarme era grande. Lettere e persone capitate in paese avevano portata la nuova del ritorno del Buccelli; in caffè gli avventori c’erano tutti, e in piazza si vedeva la gente in crocchi. Si diceva che il Buccelli era andato diritto dal deputato, il quale l’aveva condotto a far colazione dal ministro, e che lì, tra un boccone e l’altro, si era aggiustato ogni cosa. Si diceva che il Buccelli era in viaggio con in tasca un decreto del ministro, che lo rinominava commesso della posta e priore perpetuo della confraternita, in barba de’ confratelli. Chi diceva che il Buccelli era già arrivato; chi pretendeva che fosse stato veduto a suggellare i plichi nell’ufficio; chi parlava delle somme che s’erano spese dal deputato e dal Buccelli; chi faceva i pronostici di quello che avrebbe potuto accadere. Qualcuno si pentiva già di avergli volte le spalle così presto; qualche altro incominciava a dire che il Buccelli, in fin de’ conti, a saperlo pigliare, non era un cattivo uomo. I più onesti si preparavano a rinchiudersi in casa; i birbaccioni, dopo averne detto cose di fuoco, pensavano già ad accomodarsi con lui. A far qualcosa di bene, ad impedire del male, se davvero ce ne fosse la minaccia, non c’era nessuno che ci pensasse.
Tra quelli che avevano fatto i bauli c’erano il signor Garofani e sua moglie, che tutti sgomenti erano venuti a raccomandarmi le cose loroin extremis, e ad invocare la mia protezione. L’accordai subito, rallegrandomi moltissimo nel vedermi, in casa Garofani, vicino a diventare un secondo signor Mosè.
Due mesi fa, ridendo di questa nuova burrascache si annunzia nel bicchier d’acqua, l’avrei aspettata tranquillamente, senza pigliarmi verun incomodo. Ma oggi, con la mia idea fissa in capo, e fors’anche riflettendo che di simili bicchieri d’acqua è composto il pelago in cui navighiamo, volli provarmi a fare il faccendone e a spuntarne una anch’io. Mi feci vedere per le vie di Borghignolo col piglio risoluto e battagliero. Sfidai pubblicamente tutti i Buccelli dell’universo; dissi anch’io cose da chiodi, e fui largo di protezione a chi ne chiedeva e a chi non ne chiedeva. Non mi sono mai divertito tanto; ma al tempo stesso imparai che anche per fare il bene, la via nella quale si è più facilmente seguìti dalla folla, è quella stessa dell’audacia, di cui si servono i tristi per fare il male.
Nelle ciarle di Borghignolo ci doveva pur essere qualche briciolo di vero. Pensai questa volta di non perder tempo, e, senza badare alla noia, andai diviato dal prefetto, succhiandomi non poche ore di biroccio e di diligenza.
«Il signor prefetto è partito per Firenze l’altroieri e non sarà di ritorno che in fine della settimana.» Tale fu la risposta che m’ebbi appena arrivato. Benissimo! dissi tra me: il mio destino è proprio quello di arrivare sempre il giorno dopo. Rimasi per qualche momento senza dire una parola, ed aspettando sui due piedi non so cosa, quando quel brav’uomo a cui m’ero rivolto, e che doveva essere un impiegato, credette bene, prima di congedarmi, di aggiungere alla notizia che mi aveva dato qualche osservazione di suo.
«Lei dunque non se l’era immaginato che il signor prefetto potesse essere partito?»
«No, davvero!»
«Ebbene, io l’avevo prevista questa partenza due giorni innanzi che ce ne venisse a un tratto la notizia.Si parla di cose grosse. Si dice che possano essere chiamati i contingenti.... si parla di guerra.... si parla d’una alleanza colla Prussia. Ci crede lei?... Se qualcuno gliene domanda, dica pure a nome d’un Tizio, il quale se ne intende, che son chiacchiere! E questo Tizio sa lei chi è?... Sono io!»
Nello scendere le scale della prefettura e nel rifare la strada di Borghignolo, non m’ebbi più altro dinanzi che quella parolachiamata dei contingenti, come se quel buon uomo me l’avesse inchiodata in mezzo alla testa. La qual testa, non essendo a partito da parecchi giorni, non aveva avuto il tempo di pensare a’ giornali, o a qualche vecchio amico, di quelli rimasti nella politica, per informarsi degli avvenimenti pubblici. Quella parola, entratami negli orecchi di punto in bianco, andò diritta nel fondo dell’anima a ripescarvi quel mio antico entusiasmo, a cui credevo di aver fatto da un pezzo le esequie, e che ritrovai ancora florido e pieno di vita come era a’ miei vent’anni. Poi il pensiero corse subito ad Aldo a cui ho preso a voler bene come se fosse un mio figliolo; e allora per la prima volta capii che grande e santa cosa sia l’amore di patria nei padri e nelle madri che hanno i figli sui campi di battaglia! Giunto a casa, strinsi Aldo nelle mie braccia con un affetto che mi pareva ancora più prezioso, perchè incominciava a costarmi una trepidazione che sino allora non avevo conosciuta.
Però nè ad Aldo, nè ad altri, non feci molto di quella grave parola presa a frullo tra le ciarle dell’impiegato, e penso di continuare diritto per la strada incominciata. Ritornerò dal prefetto, e non lascerò mancare il fuoco alla pentola, entro cui ho messo a bollire tante cose.
Al Borsa, a cui voglio parlare a ogni costo, hoscritto stamani nel suo stile, dicendogli «che prima di ritornare in Borghignolo, il nuovo Faraone avrebbe trovato un mar Rosso dove meno se lo pensava; che presto si sarebbe veduto svanire quella nube che pareva volesse offuscare di nuovoil sole della posta; che avevo molti progetti e molti secreti da comunicargli; che confidavo nella sua prudenza....» Poi gli ho dato appuntamento presso un cascinale, fuori di Borghignolo, e fuori di mano, in un luogo che sente un po’ del misterioso, e che per ciò deve essere di tutto suo gusto.
20 aprile 1866.
L’aver fatte io, in questi ultimi pochi giorni, tante strade, l’essere andato due volte al capoluogo della provincia, e l’essere da mattina a sera col cappello in testa e per le strade del paese senza essermi buscato nessun malanno, neanche un raffreddore, è una novità, un mistero, un problema, che manderò scritto al mio dottore per la posta, perchè ne cavi fuori lui qualcosa, se è capace. Egli mi risponderà, come già fece un’altra volta, raccontandomi la vecchia storia di quel signore che avendo la gotta, e domandando al suo medico cosa dovesse fare per guarirne, il medico gli disse: «spendete per mangiare venti soldi al giorno, e guadagnateveli!» Ma anche questa volta io gli potrei replicare che al suo ragionamento manca la base, perchè io non ho la gotta.
Però, se ciò fosse, iventi soldiquesta volta sarebbero stati il Borsa, il Buccelli, il deputato e il prefetto della provincia. Sono stati questi quattro signori che mi hanno fatto galoppare e sudare tutta la settimana, ed è a loro che dovrò i miei ringraziamenti, se ci lasceròla pelle; perchè ci sono certi malanni traditori, che saltano fuori un pezzo dopo, e quando meno ci si pensa.
Il Borsa venne al ritrovo. Lo tranquillizzai alla meglio tanto sul Buccelli, che sulle intenzioni della Russia nel caso di una guerra. Rasserenatosi su questi due punti, accolse con entusiasmo i miei progetti, ed accettò la missione presso il signor Mosè. Disse però di non volere ancora che si parlasseufficialmentedel suo ritorno in Borghignolo; che in casa Garofani, per discorrere col signor Mosè, egli non si sarebbe lasciato vedere che la sera; che avrebbe sempre avuto un paio di pistole in tasca per mettere a partito qualsiasi bell’umore; e che se mi capitasse di parlare di lui con qualcuno, dovessi sempre dire: «quel Borsa che si ostina a non voler metter piede in Borghignolo.»
Eppure io ho una gran fede nei ragionamenti che farà il Borsa, molto più che ne’ miei, per quanto mi possano parere belli e buoni. Credo che molte volte l’arte del pigliare il mondo la ci paia cosa più difficile di quello che non sia, perchè ci ostiniamo a lavorare con le pinzette, anche quando bastano ed anzi valgon meglio le dita.
Il prefetto, con cento belle maniere e con un mare di parole bellissime, mi trattenne a lungo, e mi disse tante cose, che non sono ancora riuscito a raccapezzarle tutte. Egli impiegò non meno di due ore per riuscire a provare, certamente contro ogni sua intenzione, che egli ha una gran paura di tre cose: del deputato, del giornaleIl Vero italiano, e delle proprie opinioni. Procurai ben io di fargli capire di tanto in tanto, ch’io non sono un malcontento di professione, che io non cerco impieghi, e che col governo nazionale e colla libertà sono un uomo dell’ordine. Ma chi sa mai! Unbriciolo di opposizione anche in un prefetto può far bene, e ad ogni modo non fa male. Lasciandomi poi travedere un certo malcontento, quantunque egli sia l’uomo più contento di questo mondo, il prefetto mi voleva far nascere la persuasione che dei concetti superlativi egli ne avrebbe a bizzeffe, ma che non se ne poteva veder niente perchè il ministro gli impediva di sciogliere il sacco. Quanto al Buccelli, io dovevo capire facilmente, diceva il prefetto, che questione difficilissima fosse questa per lui. Perocchè non trattavasi solamente delle truffe e delle altre cose di questo genere, che riguardavano il lato secondario della questione, ma di quel tanto di politica che c’era immischiato, e che faceva per l’appunto diventar grossa e seria la faccenda. «Questo Buccelli» continuava il prefetto «professa delle opinioni politiche che, pei tempi, sono forse un poco premature; volgarmente passa per nemico del Governo. Il Governo dunque, per un alto sentimento di imparzialità, gli deve la sua maggior protezione. Egli è onorato dall’amicizia d’uno degli egregi deputati della nostra provincia. Pare che l’onorevole deputato abbia richiamata la vigile attenzione del ministro sopra i fatti di Borghignolo, sottoponendogli l’oculato sospetto che i suoi avversarii politici abbiano calunniato il Buccelli, per allontanare dal paese un suo fautore ed amico. Se ne commosse il ministro, com’era naturale; furono fatte indagini minutissime, scrupolosissime, e si spera di poter dare al deputato delle assicurazioni che lo possano tranquillare sul rispetto alla libera manifestazione del pensiero; rispetto a cui non cessò mai d’essere informata la popolazione di Borghignolo.»
A parlare pressappoco così, il prefetto ci pigliava tanto gusto, evidentemente, che a non lasciarlo dire per un pezzo, sarebbe stata una vera crudeltà. Quandovenne alla fine la mia volta di parlare, io gli spiattellai alla libera una filza di verità grosse e crude, senza smussarne gli angoli e senza la menoma diplomazia, tanto sul conto del Buccelli, quanto di tutte le altre faccenduole del paese. Di tanto in tanto il prefetto mi interrompeva con quel sorriso che ammette e non ammette, e con qualche bella frase rotonda che aveva tutte le virgole a posto. Io ripigliavo con le mie ragioni alla buona, cosa che mi conciliava non poco il mio interlocutore e me lo rendeva pieno di benevolenza nell’ascoltarmi, perchè intanto egli pensava quanto dovesse spiccare ai miei occhi tutta la sua superiorità di parlatore diplomatico e d’uomo di governo.
Capii frattanto, che a tutta questa politica del prefetto aveva già messo fine il procuratore regio, il quale gli aveva tolto ogni scrupolo ed ogni motivo d’affaccendarsi, dichiarandogli netto che l’affare del Buccelli era affar suo, affare cioè di processo, di tribunale e di prigione. Rimaneva però la questione del commesso postale in Borghignolo, e qui ritornava in scena la politica. Al qual proposito, essendo io uscito a dire innocentemente che avrei avuto l’uomo da proporre, l’uomo che sarebbe stato la perla dei commessi, il prefetto, col suo star sempre in agguato, vide passare il merlo, e tirò la rete. «La si accerti» disse interrompendomi «che in così delicate questioni il potere esecutivo, innanzi di compire un atto, cerca le soluzioni più felici del grande problema che il pubblico funzionario sia a un tempo, quel medesimo che meglio risponda alle supreme necessità dell’amministrazione ed alle maggiori aspirazioni della pubblica opinione. Il sindaco, noti bene! oh! il sindaco, nella sua duplice qualità di eletto dal suffragio e dal Governo, magistrato in sè perfettissimo, ha una grande autorità sull’animo mio, quando sonochiamato a consiglio dal Governo in quelle non facili questioni. Quanto al commesso postale di Borghignolo, lei mi accorderà, nella sua cortesia, ch’io mantenga qualche riserbo tuttora; ma.... ma in somma, in via nonufficiale, maufficiosa, le posso dire che io non manderò al governo nessun mio avviso in proposito, senza avere prima discorso col sindaco di Borghignolo.»
Queste ultime parole le disse con un fare distratto e come se avesse dimenticato in quel momento che a Borghignolo, in fatto di sindaco c’era sede vacante. Poi passò d’un colpo alle novità della giornata, e mi confidò, con la solita diplomazia, la quarta parte delle cose che corrono sulle bocche di tutti. Nel dirmi che il paese poteva essere chiamato alle armi e che forse si giocava tra poco l’ultima partita, capì che sul vecchio violino fesso e scheggiato c’era ancora una corda sonora, e che egli ci aveva proprio messo il dito. Allora prese l’archetto, e glielo strisciò sopra senza misericordia. Quando gli parve che fossi a tiro, aprì un cassetto, levò una bella carta lucida piegata a rotolo, legata con un bel nastro di seta, e me la porse con un certo sorriso tra l’amabile e l’interrogativo, dal quale capii subito che non si trattava d’un regalo. Per quell’istinto naturale che ci fa tante volte presentire i pericoli, al comparire di quella carta feci fare un passo indietro alla sedia su cui ero seduto, ma ci sarebbe voluto altro. Il prefetto aveva già ripreso il suo discorso, e la carta fatale era nelle mie mani. Quando sciolsi il bel nastro e lessi la mia sentenza, il prefetto mi aveva già provato che, se durante una guerra, che poteva farsi europea, io non ero sindaco in Borghignolo, egli non mi poteva più garantire niente dei destini d’Italia. Dopo ciò, senza aspettare una mia risposta, volle subito sapere il nome del mio candidato per la posta; si sbottonò un po’ meglioa proposito del Buccelli; mi fece mille promesse, e mi assicurò che da mattina a sera non avrebbe pensato ad altro che alle cose che gli avevo dette io. Poi ci lasciammo come due amici sviscerati.... ma intanto quella carta m’è rimasta in mano. La fu un po’ la storia dei pifferi di montagna.
Ritornato in paese, scrissi due righe al Borsa. Gli dissi che avevo parlato a lungo colprimo funzionariodella provincia; che quel tale, ch’egli aveva giurato di non più nominare, non sarebbe più visto in Borghignolo nè da noi nè dai nostri figli; chel’orizzonte della Posta si rischiarava; che per il momento si voleva che fossi io il sindaco del paese, e che aspettavo tutto da lui per il noto affare.